martedì 28 aprile 2015

Corriere 28.4.15
«Il Turco in Italia», storia di corna: con Rossini l’ossessione di Pirandello


Il Turco in Italia venne composto da Rossini per la Scala a ventidue anni nel 1814: dopo la prima esecuzione taluno disse trattarsi di un tentativo di replica de L’Italiana in Algeri . Bestialità. L’ Italiana è una deliziosa farsa basata su di una comicità assurda che mette capo a quella «follia organizzata e completa» la quale, giusta l’intuizione di Stendhal, caratterizza (sovente) il Comico in Rossini; Il Turco è una scettica commedia di costume — in quanto tale ha il sol parallelo, nell’ambito della creazione di Rossini, col francese Conte Ory — la comicità del quale si basa sopra riflessione e sottigliezza e si realizza attraverso mezzi musicali sommamente sofisticati. Le riflessioni che seguono traggono occasione da un allestimento, perfetto quanto delizioso, che di questo capolavoro in questi giorni dona il Teatro Massimo Bellini di Catania.
Il viaggiatore orientale, colto e civile, in Europa, è un tòpos del teatro settecentesco; nel Libretto di Felice Romani un principe turco giunto a Napoli corteggia una bella e capricciosa signora locale che, per accettare tale corte, lascia da banda il marito e l’amante. Nella trama v’è anche un poeta il quale, dovendo scrivere un Dramma buffo e non trovandone l’argomento, s’ispira alla realtà seguendo da presso la vicenda or esposta: s’è voluto, in questo ch’è pure un tòpos del teatro settecentesco, vedere un pirandellismo avanti la lettera: e non s’è capito che, se proprio Pirandello si vuol mettere in mezzo, è anticipato dall’essere le Corna, l’ossessione pirandelliana, il tema di quest’Opera, che dunque di comicità assurda non ha nulla; e dall’alleanza di marito e amante di fronte alla concorrenza giunta ab extra : un Giuoco delle parti.
Conta di più ricordare che la partitura di Rossini è d'un’abbondanza musicale — musica tutta composta ex novo , senza fondi di cassetto riutilizzati — e di una rifinitura formale con pochi confronti. Contiene due grandi Arie da Opera seria, quella del tenore «Tu seconda il mio disegno» (a Catania un ragazzo molto promettente, Giorgio Misseri) e quella del soprano «Squallida veste bruna», tripartita, impervia, una delle più impegnative dell’intera creazione di Rossini (qui una vera rivelazione belcantistica, Silvia Dalla Benetta): ma la gran parte dell’Opera si basa su pezzi d’insieme dalla complessa orditura e tali da ricercare l’indagine psicologica e formale più che l’applauso. La ricchezza strumentale, a partire dalla meravigliosa Sinfonia, della partitura, è del pari rara: e ho elencato gli argomenti in base ai quali si comprende come Il Turco venga allestito assai più di rado di quanto il suo valore non richiederebbe.
Michele Mirabella ha previsto uno sp ettacolo assai raffinato nel quale le convenzioni proprie della Commedia sette e ottocentesca divengono la chiave di lettura insieme con quelle proprie del melodramma; inserito in una cornice di straordinaria bellezza figurativa dovuta a Giovanni Licheri per le scene (dipinte, e con quinte) e Alida Cappellini per i costumi. Quanta ricchezza di riferimenti alla pittura, dal Settecento di Watteau a Ingres e Delacroix per l’apparato esotico! Va aggiunto che veder oggi rispettata la didascalia drammatica è un’eccezione quasi scandalosa: ma mi domando che cosa il pubblico d’un soggetto così pieno di sottigliezze possa cogliere se la didascalia non viene, appunto, osservata.
Mi piace assai parlare del direttore d’orchestra Leonardo Catalanotto, che ho ascoltato per la prima volta: un autentico professionista, dal gesto plastico e riassuntivo, che della partitura fornisce una versione raffinata e perfetta quanto a natura drammatica: secondato da un’orchestra e un coro (diretto da Ross Craigmile) di prima qualità. Il protagonista è un monumento del teatro lirico, Simone Alaimo, il quale colla sua sola presenza riempie la scena essendo una personalità prima ancora che un grande basso; e mi restano da citare gli ottimi Marco Filippo Romano, Giulio Mastrotodaro e Antonella Colaianni.
Il Bellini, gioiello gotico-liberty (i soffitti affrescati da Ernesto Bellandi basterebbero a giustificare una visita…) di grandi dimensioni e di perfetta acustica non guastata da lavori fatti da commissarî governativi, è dai catanesi sentito come un vero cuore. Alle recite orchestrali sono venuti a trovarmi per chiedermi se fossi contento e narrarmi con competenza delle loro speranze; il sindaco della città Enzo Bianco ha voluto incontrarmi per parlarmi dei suoi progetti di rilancio del teatro (e non faccio paragoni coi sindaci d’altre città pur sedi di teatri prestigiosi); il primo punto del quale rilancio è stato la nomina del grande pianista Francesco Nicolosi a direttore artistico; mentre di questi giorni è la notizia dell’investitura di Roberto Grossi, uomo universalmente stimato, quale soprintendente.