lunedì 2 aprile 2012

l’Unità 2.4.12
Uno studio Bankitalia sulle diseguaglianze è impietoso: 55,77 miliardi nelle mani di pochi imprenditori
Il Paese dei meno uguali. Dieci ricchi hanno quanto 3 milioni
La via del rigore aggrava le disuguaglianze
di Massimo D’Antoni


Se nelle fasi di crescita può essere normale una certa tolleranza riguardo al sistema attraverso il quale i vantaggi sono distribuiti tra i diversi gruppi sociali, tale tolleranza sembra scomparire in una fase come quella corrente, in cui si tratta di dividersi costi e sacrifici.
Così si spiega la reazione giustamente scandalizzata rispetto ai dati fiscali pubblicati qualche giorno fa. E così forse si spiega anche l'attenzione che, dall'inizio della crisi, sta ricevendo il tema della diseguaglianza, relegato per decenni alle discussioni accademiche.
Nei decenni più recenti la crescita ha concentrato i suoi benefici sul 10% (o l'1% quando non addirittura lo 0,1%) più ricco della popolazione delle economie avanzate. Il fenomeno si è manifestato prima e in misura più netta nei Paesi anglosassoni, successivamente (dagli anni novanta) nel nostro Paese, per toccare nell'ultimo decennio anche i Paesi tradizionalmente più egualitari del centro e nord Europa. E se ancora gli economisti discutono se tali crescenti diseguaglianze debbano essere considerate una causa della crisi, vi sono pochi dubbi che esse siano quanto meno il sintomo di uno sviluppo squilibrato e alla lunga non sostenibile.
L'Italia è un Paese ad elevata diseguaglianza dei redditi, alleviata solo in parte dal sistema fiscale e di welfare. Una diseguaglianza che ha tra le sue ragioni determinanti la struttura frammentata del mercato del lavoro e il basso tasso di occupazione, per cui molte famiglie contano su un'unica fonte di reddito. L'ultimo quindicennio, segnato da una sostanziale stagnazione delle retribuzioni e della produttività, non ha certo alleviato il problema.
È una situazione che preoccupa soprattutto rispetto alle urgenze poste dalla crisi, e alla necessità di affrontare la cura di austerità e gli aggiustamenti richiesti dai vincoli europei. Come ricordato nei giorni scorsi anche da alcuni rapporti riservati indirizzati ai ministri dell'economia dell'Unione, la crisi non è affatto finita. E anche una volta, superata l'emergenza dei debiti pubblici, resta da affrontare il problema di garantire la sostenibilità dell'unione monetaria nel medio/lungo periodo. Il primo decennio di moneta unica ha messo in luce quanto sia inefficace affidare il riequilibrio alla mera disciplina dei conti pubblici. Economie eterogenee che condividono la stessa moneta dovrebbero disporre di un meccanismo in grado di riassorbire le divergenze nei tassi di crescita dei prezzi e della produttività. Non essendo disponibili gli strumenti tipici di un vero Stato federale (mobilità del lavoro, trasferimenti fiscali tra Paesi), il riequilibrio dovrà trovare altre strade. La soluzione implicita nella corrente ricetta europea è che l'aggiustamento debba interessare principalmente il mercato del lavoro. Le politiche fiscali restrittive, con la conseguente caduta di domanda e occupazione, dovrebbero sostituire, via deflazione di prezzi e salari, le tradizionali svalutazioni. Una strada dolorosa ed estremamente pesante sul piano sociale, i cui costi si ritiene possano essere tanto minori quanto più rapido sarà l'aggiustamento, e quindi quanto più invocate la «riforme strutturali» renderanno flessibile il mercato del lavoro.
Ma siamo certi che questa sia la strada migliore? Quei Paesi che, come la Germania, con più successo hanno controllato la propria inflazione e il costo del lavoro sono semmai caratterizzati da istituzioni del lavoro centralizzate e forti, e dal coinvolgimento dei lavoratori nelle decisioni industriali. Se anche accettassimo dunque la premessa per cui l'aggiustamento deve essere interamente a carico dei Paesi periferici (il che rischia di essere tristemente vero in assenza di cambiamenti negli obiettivi di inflazione e di mutamenti nella politica economica dei Paesi più forti), di fronte alla necessità di controllare la dinamica salariale, sarebbe comunque preferibile perseguire tale obiettivo per via concertata piuttosto che attraverso la deregolamentazione del lavoro.
Gli effetti negativi per i lavoratori potrebbero essere infatti almeno in parte compensati dal mantenimento di un adeguato sistema di welfare; sarebbe possibile esigere la contropartita di un'adeguata politica di investimenti pubblici e privati per l'occupazione, di politiche fiscali redistributive. Insomma, tra la via tedesca della concertazione e quella anglosassone in cui ci si affida alle virtù di un mercato non regolato, è la prima quella che meglio risponde alle esigenze del Paese. Nonché la sola che potrebbe garantire che l'uscita dalla crisi non avvenga al prezzo di ulteriori aumenti nelle diseguaglianze retributive, esito prevedibile della liberalizzazione del mercato del lavoro. Ciò che ancora non è chiaro è se questa sia anche la linea del governo italiano.

l’Unità 2.4.12
Ecco la fotografia delle disparità
Una forbice che cresce da anni


«In Italia i dieci individui più ricchi posseggono una quantità di ricchezza che è all’incirca equivalente a quella dei tre milioni di italiani più poveri».
A dirlo è uno studio di Bankitalia dal titolo “Ricchezza e disuguaglianza in Italia”, secondo cui in definitiva il nostro è un Paese «relativamente ricco, con un livello di disuguaglianza comparabile a quello degli altri Paesi europei». Il che fa pensare che anche in altre nazioni esistano una decina di Ferrero (dolci), Del Vecchio (occhiali), Armani, Prada, Rocca (acciaio), Berlusconi, Bertelli (moda), Pessina (chimica), Benetton, Polegato (calzature) che insieme raccolgono patrimoni per 55,77 miliardi di euro la cui ricchezza è pari a quella di tre milioni di poveri. Un po’ meno diseguale sembra invece la distribuzione del reddito.
Lo studio di palazzo Koch, firmato da Giovanni D’Alessio, analizza il trend della ricchezza ovvero l’insieme dei beni materiali e immateriali di cui una famiglia dispone dal 1965 ad oggi. Ebbene, «nel 2010 la ricchezza complessiva delle famiglie era pari a circa 8.638 miliardi di euro». Una cifra cresciuta nei decenni al ritmo del 4,6 per cento all’anno, arrivando a 7,5 volte il corrispettivo della ricchezza complessivamente accumulata nel 1965. I periodi di maggiore incremento della ricchezza vanno dal 1985 al 1993 e dal 1996 al 2007. I peggiori, il 1977, il 1981-85, il ‘93-‘94 e il 2008.
Oggi l’Italia è ancora un Paese piuttosto ricco conclude lo studio ma la ricchezza degli italiani è composta sempre più dal patrimonio accumulato in passato e sempre meno dal reddito. Negli ultimi anni inoltre, si è invertita la distribuzione della ricchezza tra le classi di età: oggi, al contrario che in passato, gli anziani sono più ricchi dei giovani che non riescono ad accumulare. G.VES.

l’Unità 2.4.12
Intervista a Vincenzo Visco
«Evasione, tanto clamore ma così non cambia nulla. Lo Stato esce perdente»
L’ex ministro delle Finanze: «Gli italiani la giustificano, i blitz suscitano indignazione temporanea, poi niente.

Ma fare qualcosa costa consenso Nel concreto questo governo non è molto diverso da quello precedente»
di Bianca di Giovanni


Dopo gli ultimi «clamorosi» (come sempre) blitz dei finanzieri, dopo le ultime grida di indignazione sulle dichiarazioni dei redditi, dopo gli ennesimi appelli alla condanna sociale dell’evasione, nell’ex ministro Vincenzo Visco comincia a farsi strada un dubbio inquietante. «Nella psicologia degli italiani alla fine l’evasione è introiettata, giustificabile e magari giustificata, tanto che c’è bisogno di grandi manifestazioni di indignazione, con tutti che si stracciano le vesti, per poi convincersi che alla fine nulla cambia, che il problema è irrisolvibile».
È quasi un gioco speculare, quello descritto dall’ex ministro, in cui più si alza la voce, più sotto sotto si giustifica. Perché per Visco indignarsi serve a poco: semmai bisogna analizzare il fenomeno in profondità fornire dati scientifici, organizzare una macchina complessa. Ma la lotta a un fenomeno di massa come quello italiano richiede anche una forte determinazione politica, perché combattere l’evasione costa molto in termini di consenso. «Per questo non credo che questo governo sia così diverso da quello precedente. Questa maggioranza non consente di pagare quei costi». Dunque gli allarmi continui per lei sono una sorta di lavacro?
«Quello che si è detto in occasione della pubblicazione delle denunce dei redditi era sostanzialmente identico a quello che si era detto l’anno prima. Basterebbe che i giornalisti andassero a riprendere i loro vecchi articoli per dimostrarlo. Nulla di nuovo, eppure molto clamore. C’è cattiva coscienza, e c’è anche l’occasione per la gente di lamentarsi dicendo: non cambia proprio nulla».
Befera ha detto che i confronti tra dipendenti e imprenditori erano impropri trattandosi di una media. È d’accordo? «Le medie sono degli indici statistici, e danno delle informazioni esatte. Poi certo servirebbero approfondimenti in rapporto alla natura del contribuente. A questo punto dico che bisognerebbe tirare fuori più dati. Noi avevamo preparato una serie di approfondimenti su piccole imprese e studi di settore, ma poi Tremonti ha fermato tutto. Befera ha detto che tra le imprese si contano anche quelle fallite: si potrebbe obiettare che anche tra i lavoratori si contano quelli licenziati o i part-time. Con analisi più raffinate, si potrebbero depurare le statistiche da questi casi. Si è detto che tra i dipendenti coi sono anche alti magistrati e professori universitari, che hanno un reddito molto più alto di un operaio. Ma questo è vero anche per la “famiglia” degli imprenditori: c’è differenza tra un grande industriale e un piccolo artigiano. Non c’è alcun motivo per sostenere che la dispersione sia diversa tra i due gruppi. Il vero dato che emerge è un altro». Quale?
«C’è un addensamento dei contribuenti attorno alle soglie degli studi di settore. Vuol dire che la gestione di questi strumenti non è stata delle migliori. Di fatto questo dato dimostra che si spingono i contribuenti ad avvicinarsi a quelle soglie, anche quelli che realmente stanno sotto, per mettersi l’anima in pace. Così gli studi di settore vengono considerati come una minimum tax, cosa che non sono: quelli sono solo degli indicatori. Ciascuno deve dichiarare il suo reddito, non quello presunto».
Un altro elemento riguarda la popolazione dei più ricchi, composta essenzialmente da dipendenti.
«Questo è un effetto della legge: gran parte dei redditi da capitale è soggetto a un’imposta sostitutiva, così come quelli da fabbricati. I ricchi di solito hanno azioni, obbligazioni e proprietà immobiliri, che non compaiono nell’Irpef. Tra i piccoli imprenditori, poi c’è un altro fenomeno: quello della suddivisione degli utili tra i familiari che lavorano nell’impresa. Anche in questo caso servirebbero dati più analitici».
Insomma, serve più studio contro l’evasione?
«Prima di tutto bisogna essere consapevoli che la lotta all’evasione è una cosa seria, di lungo periodo, che si fa con la buona amministrazione e le buone norme. E soprattutto con un grande accordo politico, perché combattendo l’infedeltà si hanno contraccolpi politici. Mi chiedo se questo governo non sia in parte la continuità del vecchio. Si deve decidre se davvero si vuole mettere in campo una strategia d’attacco, o se si vuole continuare con i redditometri, una forma sotterranea di forfettizzazione. Quanto ai blitz, fanno parte di un apparato dimostrativo, contro cui non ho nulla, a parte il fatto che non sono decisivi. Mi pare che oggi si continuino a confondere le persone. Come quel dato dei 12-15 miliardi già recuperati. Quello non è altro che il frutto dell’azione ordinaria dell’amministrazione. Accade ogni anno, e per metà è il risultato degli incroci telematici. In molti casi non si tratta di evasione, ma di errori dei contribuenti. Se fosse vero, non ci ritroveremmo ogni anno ad indignarci».
Eppure questo governo ha reintrodotto le sue misure antievasione.
«Non tutte: solo l’elenco clienti e fornitori. Ma serve molto di più: le norme sulle costruzioni, quelle sulle professioni. La strategia dev’essere ad ampio raggio: occorre scrutrinare milioni di persone, che in media evadono somme medio-basse».
Sembra proprio che non ci sia mai riusciti.
«Non è vero: se si leggono gli andamenti degli ultimi 20 anni si scopre che molto è stato fatto dopo il ‘95, con il recupero di 4 punti di Pil, e nel 2007 con l’emersione di 3 punti di Pil solo dell’Iva. Se si vuole si può fare».

Repubblica 2.4.12
Parla il leader pd: "La riforma va salvata: sì al reintegro e votiamo prima di maggio. Non sono agli ordini della Cgil"

"Cambiamo assieme l´articolo 18"
La mediazione di Bersani sull'articolo 18 "Cambiamolo insieme prima di maggio non possiamo mandare all'aria la riforma"
di Claudio Tito


«IO VEDO la possibilità di un punto di caduta condiviso in Parlamento e lo scenario di un incaponimento del governo non lo prendo nemmeno in considerazione». Sa che il dossier lavoro sta diventando il segno distintivo di questa legislatura. Ma soprattutto, per Pierluigi Bersani, è l´occasione affinché il governo Monti e questa "strana maggioranza" «non mandino all´aria una riforma rilevante».
«Una buona riforma aggiunge Bersani se si corregge qualche aspetto». Il segretario dei Democratici vuole aprire tutti possibili spiragli per evitare che il disegno di legge vada a impantanarsi nei corridoi di Montecitorio e Palazzo Madama. È sicuro che «un´intesa sia vicina», basta ricorrere a un «po´ di senso di equilibrio». Ed è pronto a mettere sul tavolo della trattativa alcune delle richieste del Pdl sulla «flessibilità in entrata»: «soprattutto se si tratta di alleggerire un certo carico burocratico». Seduto sul divano della sua casa a Piacenza, più che dettare le condizioni segnala la mediazione possibile per un accordo. «E per approvare il testo in tempi rapidi. Almeno in un ramo del Parlamento vorrei chiudere la sostanza del problema anche prima del 6 maggio, prima delle amministrative. Non si può lasciare per aria questo tema per troppo tempo, nessuno ci guadagna a perdere giorni».
Il testo studiato dal ministro Fornero, però, non è stato ancora definito. Il via libera del consiglio dei ministro è stato solo "salvo intese". Un modo istituzionale per dire che va ancora approfondito e soprattutto elaborato. E infatti verrà depositato in settimana al Senato e alla Camera dopo l´ultimo vaglio da parte del premier. Che domattina discuterà proprio le ultime limature con la titolare del welfare e con il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera.
Dopo il lungo tour in Asia, Mario Monti torna stasera in Italia. E sulla sua scrivania a Palazzo Chigi troverà un solo capitolo da affrontare con la massima urgenza: quello della riforma del lavoro. Un´impellenza che non si basa solo sulla necessità di mettere mano a un provvedimento atteso dalla comunità finanziaria internazionale, ma anche su quella di tenere unita la sua maggioranza.
Il nodo che al momento sembra inestricabile si stringe sempre più intorno all´articolo 18. Le parole magiche che i democratici ripetono sono vieppiù le stesse: «reintegro» e «sistema tedesco». «Ma non per lasciare le cose come stanno spiega il leader Pd . Anche io lo voglio cambiare, ma ci sono delle strade che renderebbero tutto più facile e soprattutto più comprensibile per il Paese». Il capo dei democratici sembra in primo luogo preoccupato che la sua posizione non venga interpretata come una battaglia "partitica": «Non voglio piantare bandierine, cerco una soluzione equilibrata. Avete visto le cose che ha detto il Cardinal Bagnasco? Mica anche lui sarà al seguito della Cgil... «.
Quindi, qualcosa che «si avvicina al modello vigente in Germania», e non esattamente la sua riproposizione, metterebbe in discesa la discussione. «Vedo avverte Bersani che alcuni meccanismi di instabilità finanziaria stanno tornando, l´Europa soffre perché i famosi mercati vedono l´avvitarsi della situazione nei meccanismi dell´austerità e non della crescita. Il nostro dovere, allora, è lanciare un segnale di solidità: dire che remiamo tutti dalla stessa parte». Nei mesi scorsi è stata compiuta già un´operazione «quella sì epocale» sulle pensioni. Adesso «abbiamo l´opportunità se non vogliamo farci del male di effettuare le stesse scelte sul lavoro con soluzioni che assomiglino ai modelli migliori, il tedesco e il danese». E a suo giudizio, «il messaggio al mondo sarebbe comunque positivo». In Europa, il paese in grado di investire il suo surplus nei nostri confini è la Germania. I tedeschi è il ragionamento che si fa a Largo del Nazzareno non potrebbero certo rifiutare il loro stesso metodo. Anzi, l´argomento più usato da Berlino è un altro: «Ci chiedono semmai di distruggere lo scoglio della corruzione».
Per Bersani dunque, la traccia di un´intesa è disegnabile rapidamente. Un patto "spendibile" anche all´estero come ha fatto in questi giorni il presidente del consiglio in Corea, Giappone e Cina. «Perché non è nemmeno accettabile il discorso secondo cui se c´è conflitto e scioperi, allora la riforma va bene. Noi dobbiamo chiarire ai nostri interlocutori internazionali che stiamo cambiando davvero e che lo facciamo tutti insieme. Che questa è l´Italia che si rinnova». E se Palazzo Chigi si rifiutasse di modificare il testo in questa direzione? «È uno scenario che nemmeno considero».
A suo giudizio, invece, Monti dovrebbe subito immaginare un percorso che reintroduca in modo diretto o indiretto il reintegro in caso di licenziamento non giustificato dalle motivazioni economiche. «Diamo al giudice spiega la possibilità di scegliere soltanto per quei casi tra due opzioni: il reintegro o l´indennizzo. Se ci fosse solo il reintegro, capirei, ma io immagino altro». Alfano, però, le fa notare che con i magistrati italiani l´opzione sarebbe unica: il reintegro. «Ma non è vero, perchè spesso è il lavoratore a non volere tornare. Basta guardare le statistiche. E comunque ho la sensazione che anche nel Pdl ci stanno riflettendo. Perché il problema esiste e non tocca solo le tute blu». Ad esempio, «si accorgono che la questione tocca anche il pubblico impiego». Non solo. Questa riforma rischia di creare uno «stato di ansia e di instabilità in tutti i cittadini. C´è qualcuno che può far finta di niente? Se una persona equilibrata e moderata come il presidente della Confagricoltura Mario Guidi ha detto sabato scorso che è doveroso tenere conto dell´ansia che c´è in giro, noi cosa facciamo? Ignoriamo?».
Certo, il testo del governo non è ancora pronto. Il premier intende trasmetterlo ai segretari della maggioranza nella giornata di domani. Solo da allora il confronto potrà essere più concreto. Bersani punta dunque ad un percorso velocizzato da qualche modifica: sull´articolo 18, ma anche sui cosiddetti "esodati". Un´intesa va trovata in Parlamento o il premier deve modificare prima il disegno di legge? «Una rapida ricognizione delle forze sociali, poi il governo e il Parlamento possono trovare la strada di un emendamento». Come è accaduto con tutti i decreti dell´esecutivo, anche i più urgenti come il Salva-Italia o le liberalizzazioni. Qualche correzione è intervenuta. «Se anche in questo caso si arriverà a qualcosa che assomiglia al modello tedesco, noi lo voteremo». E se ci fosse il niet della Cgil? «Noi abbiamo le nostre idee e non accetto da nessuno che si dica che siamo agli ordini del sindacato. Noi quel testo lo voteremo».

Corriere della Sera 2.4.12
La Cgil in parrocchia contro i licenziamenti

di Giovanna Cavalli

(...) Intanto ieri, domenica delle Palme, la Cgil ha manifestato contro le modifiche all'art.18 proprio davanti a chiese e parrocchie in tutta Italia, offrendo ramoscelli d'ulivo e volantini sui «licenziamenti facili». A Roma sit in davanti a Santa Maria Maggiore, Santa Croce in Gerusalemme e alla Basilica di San Paolo. Lo slogan «il lavoro non è una merce» richiamava esplicitamente le parole del presidente della commissione Cei per il lavoro, monsignor Giancarlo Maria Bregantini («il lavoratore non è una merce»). Sul «gemellaggio» scelto dal sindacato della Camusso il cardinale Bagnasco ha detto che «questo riconoscimento di vicinanza, disinteressata, fraterna e pastorale ci incoraggia e ci stimola ulteriormente a continuare su questa strada». Spiega il segretario Cgil Lazio Claudio Di Berardino: «Se con la Chiesa ci troviamo insieme nel difendere questi diritti, ben venga».

l’Unità 2.4.12
La Chiesa e i volantini «La giustizia sociale sta nel Vangelo...»
L’iniziativa della Cgil. Davanti alle parrocchie per spiegare il no alla riforma del governo
di Federica Fantozzi


Il governo e le parti sociali devono prendere la decisione più utile». Padre Salvatore Raciti guarda un po’ sgomento i microfoni che lo circondano, poi prende coraggio: «Quale decisione? Basta rispettare il Vangelo e la giustizia sociale per comportarsi da bravi cristiani».
Domenica delle Palme a Santa Maria Maggiore, orario di uscita dalla messa mattutina. Il piazzale è af-
follato di mendicanti, venditori ambulanti di scialli, camion di panini, procacciatori di gite turistiche. L’altoparlante diffonde l’omelia.
Il gruppetto della Cgil, senza insegne visibili, distribuisce i volantini al cancello d’ingresso alla scalinata. È il gesto simbolico scelto ieri dal sindacato di Susanna Camusso: portare la protesta «contro i licenziamenti facili e per la dignità del lavoro» davanti a basiliche, chiese, parrocchie. In tutta Italia: nel Lazio sono 28 per 150 volontari. A Roma anche San Paolo e Santa Croce in Gerusalemme. Claudio Di Berardino, segretario della Cgil regionale, porge ai fedeli, spesso frettolosi, il foglio con il quadrato rosso e il titolo: «Il lavoro non è una merce». Ha un sorriso gentile: «L’iniziativa sta andando bene. È nata dalla posizione importante che ha preso la Chiesa sul lavoro. Difendere i diritti, in questo giorno di pace, ci unisce. Tra i quasi 6 milioni di nostri iscritti ci sono anche cattolici: il sindacato racchiude tutte le fedi e gli orientamenti. Ma è un’opera di sensibilizzazione. Non penso a un corteo fuori Palazzo Chigi con Camusso e Bagnasco...».
La mendicante con accanto il mucchio di rami d’ulivo li guarda male: le distraggono il pubblico. Loro, educati, si spostano. Un signore con bambino per mano riflette: «L’art.18 è un fondamento della nostra Costituzione. Si può rinnovare il patto sociale, ma non so se è il momento opportuno. Il rischio è che passino per economici dei licenziamenti discriminatori. Anche se va detto che ho visto reintegrare operai accusati di furto».
La gente passa. Alcuni dribblano le mani tese. Soprattutto gli stranieri. Una ragazza che distribuisce offerte di un tour panoramico in bus di Roma Storica si infila nella situazione. Una signora scuote la testa: non trova giusto che l’iniziativa abbia luogo prima di pasqua «perché rovina la sacralità della festa». Un anziano è molto arrabbiato: «Non è questo il problema, tutti ci prendono in giro e andiamo in rovina». Ma non c’è verso di cavargli di più.
Sul piazzale parecchi giornalisti stranieri: Financial Times, Rtl, una tv tedesca. Questa scelta, di mescolare «il diavolo con l’acquasanta», sacro e profano, sindacato filo-comunista e Santa Romana Chiesa, li intriga molto. Appare provocatoria. C’è chi evoca Peppone e Don Camillo, chi si chiede se il Vaticano in Italia non abbia già troppa voce. Di Berardino ripete pacato che «sui diritti marciamo insieme, e non siamo i soli».
Emilio vitale, cagnolino nero al guinzaglio, è responsabile di un’azienda che fa impianti elettrici e idraulici, condizionatori climatici. È contrario all’eliminazione dell’art. 18 per un motivo paradossale: «Per l’italiano medio il lavoro è un posto dove ti assicurano una scrivania e il tempo per fare altro. I romeni e gli slavi lavorano, noi non abbiamo fame da tempo. Ma è colpa della classe politica se gli italiani sono ridotti così: e non puoi mettere per strada all’improvviso gente viziata».
La sua impresa è passata da 90 a 18 dipendenti: «Siamo crollati in un anno. I committenti non ci pagano. La filiera è strozzata. Badi bene, io non sono in crisi, mi ritengo fortunato. Agli operai voglio bene: sui cantieri si affacciano dai ponteggi e mi salutano. Ma vedo tanta sofferenza in giro». Che ne pensa dello strano connubio tra Chiesa e sindacati? «Mah, Cristo poteva trasformare tutto in oro e non lo ha fatto. La spiritualità è gratis. Ma le vie del Signore sono infinite».

Repubblica 2.4.12
Il principio del montismo
di Ilvo Diamanti


Non ho mai pensato che il governo Monti fosse catalogabile come "governo tecnico", senza altri aggettivi. È un governo "politico". Non solo perché ogni governo è, naturalmente, politico.
IL SEGUITO DELL’ARTICOLO È DISPONIBILE QUI

Repubblica 2.4.12
"Stil Novo", il libro del sindaco-rottamatore fiorentino. Per capire come sarà la politica dopo i tecnici
Tra Dante, Belen e Machiavelli il pop-minestrone di Renzi
di Filippo Ceccarelli


Posto che i sindaci farebbero meglio ad amministrare le loro città invece di pubblicare un libro all´anno e senza nemmeno una riga di ringraziamento a chi ha messo per iscritto le loro pur preziose riflessioni! quest´ultimo "Stil novo" di Matteo Renzi (Rizzoli, 198 pagine, 15 euro) si configura come un documento rimarchevole su come sarà la politica una volta conclusa la stagione dei tecnici.
Per ora Renzi difende i professori, pure ostentando una paradossale degnazione: «Devono fare i compiti». Ma intanto si prenota un posto e tutto lascia pensare che ne abbia non solo i titoli anagrafici, 37 anni, ma anche una certa astuta ribalderia. Così il suo stile è studiatamente nuovo, cioè irriverente, però al dunque pure compatibile con i codici dell´odierno potere, a cominciare dal linguaggio "giovanese": dal costante sfoggio lessical-tecnologico a base di clic, blog, apps, tweet e via digitando, fino a un sintomatico "argh!" che mutuato dai fumetti egli butta lì in mezzo a una frase.
Il filo conduttore sarebbe quello, invero impegnativo, della Bellezza che salva. Anche la politica, oltre alle legittime, ma ancora inconfessate ambizioni di Renzi. Ovvio che in questo inseguire il bello, la sua Firenze offre un´infinità di spunti storici e paesaggistici. Ma poi il libro non si capisce bene cosa sia, per quanto tale ambigua indeterminatezza può perfino riverberarsi a suo vantaggio. E comunque: Dante Alighieri era di sinistra; Cosimo de Medici era pure lui, come il giovane Matteo, un rottamatore; le biblioteche del Rinascimento offrono un modello di servizio pubblico; Machiavelli si può considerare un tecnico; la casta impari la lezione di Savonarola; la vicenda di Vespucci contrasta la fuga dei cervelli; le vite di illustri fiorentine si rileggono come l´anticipazione delle quote rosa e via dicendo.
Un corso di storia un po´ ye-ye, una guida per turisti un po´ arrivisti, una spremuta di orgoglio municipale multi-task, ma soprattutto un pretesto per ricordare che Renzi, lungi dall´essersi "intossicato" nei palazzi romani, non s´è fermato alla stazione Leopolda, dove mesi orsono si tenne un fantasmagorico meeting, ma punta molto in alto. Poi sì, certo, «i puristi si scandalizzeranno si augura il sindaco E naturalmente noi ce ne faremo una ragione», laddove è in quel "naturalmente" che si coglie un po´ del "nuovo" stile, oltre che nell´antico plurale majestatis.
Per il resto, i processi di personalizzazione del potere sono andati molto avanti, umiltà e pudore hanno ceduto il passo al narcisismo e la prosa di questo aspirante leader, certo più scorrevole che nelle sbobbe editoriali dei suoi più attempati rivali, si articola secondo due ostinatissimi moduli: "Io sono" e "Io ho fatto". Così Renzi predica, divulga, divaga, passeggia per la città e si perde nella contemplazione, però è sempre fattivo e si occupa dei tombini intasati; a volte le spara grosse, altre volte ha anche ragione. Ma tutto lascia pensare che nel corso della stesura abbia imposto ai suoi eruditi ghost-writer di storia fiorentina i più difficoltosi salti nell´usato sicuro: Bartali, Belen, piazza Tahrir, il servizio civile obbligatorio, le tigri asiatiche, il caso Lusi, le stragi di Sarajevo, il patto di stabilità, l´anagrafe degli eletti, l´allenatore del Barcellona.
Il minestrone pop comunque va giù. E anche se a 37 anni Napoleone era già stato incoronato imperatore, il "giovane" Renzi non la smette di puntare sul futuro: l´importante semmai è che ogni tanto tenga a mente che si tratta pur sempre di un´entità collettiva.

La Stampa 2.4.12
Aung San Suu Kyi entra in Parlamento “Ha vinto il popolo”
Elezioni parziali: al suo partito fino a 40 seggi su 45 Ora si guarda al futuro, ma il regime è ancora forte
di Paolo Mastrolilli


Thaung Nyant, un contadino birmano che coltiva bamboo e noci di betel, ha confessato alla Bbc che sabato notte non è riuscito a dormire: «Troppo eccitato all’idea di potere finalmente votare». E si capisce, perché il successo ottenuto ieri da Aung San Suu Kyi nelle elezioni suppletive, e il suo ingresso in Parlamento, rappresentano un fatto storico. Si tratta solo del passo iniziale, però, a cui dovranno seguirne molti altri, prima di poter dire che il passato dittatoriale della Birmania sta davvero finendo.
Ieri erano in palio 45 seggi, lasciati liberi da parlamentari che nel frattempo sono entrati nel governo e hanno dovuto abbandonare la carica per le regole sull’incompatibilità. Si erano presentati 176 candidati di 17 partiti diversi, più otto indipendenti, per quello che doveva essere il primo voto libero dal 1990. Allora la National League for Democracy di Aung San Suu Kyi vinse le elezioni, ma la giunta militare annullò il risultato e mandò lei agli arresti domiciliari per quasi vent’anni.
Poco più di un anno fa il regime ha deciso di cambiare linea, forse perché intende davvero avviare la transizione in un Paese isolato e impoverito, o forse solo per allentare la pressione internazionale e convincere Europa e Stati Uniti a togliere le sanzioni economiche. Ha liberato la premio Nobel per la pace e altri prigionieri politici, ha avviato timide riforme economiche, e ha permesso all’opposizione di partecipare alle elezioni.
Secondo i portavoce della Nld, Aung San Suu Kyi ha vinto senza problemi il suo seggio a Kawhmu, ottenendo la maggioranza in 127 sezioni su 128. «È naturale ha detto lei in un comunicato improntato ancora alla moderazione e alla calma che i membri della Nld e i loro sostenitori siano felici, in questo momento. Tuttavia, è necessario evitare comportamenti e azioni che potrebbero urtare gli altri partiti e gli altri membri del processo politico. È molto importante che i militanti della Nld facciano particolare attenzione affinché il successo del popolo sia celebrato in maniera dignitosa».
Aung San Suu Kyi era candidata in un distretto molto povero che si trova a Sud di Yangon, nel delta dell’Irrawady. Laggiù la gente vive ancora sulle palafitte di legno, bamboo e foglie di palma, ma ha seguito con una passione finora sconosciuta la campagna della «Signora», che ha girato tutti quei villaggi polverosi e senza strade asfaltate, fino a sentirsi male. Però questo risultato, in attesa della conferma ufficiale, era scontato. I veri test erano lo svolgimento regolare delle elezioni in tutto il Paese, il numero dei seggi presi dalla Nld, il ruolo che i nuovi parlamentari dell’opposizione potranno effettivamente svolgere nel governo del Paese, la soluzione del problema delle molte minoranze ancora oppresse, le riforme che dovrebbero servire anche a favorire gli investimenti internazionali per bilanciare l’enorme influenza della Cina.
Il manager della campagna della Nld, U Nyan Win, ha denunciato oltre cinquanta irregolarità, come ad esempio la cera messa in alcune schede sul simbolo del partito, per poi cancellare il voto in fase di scrutinio. Ma gli osservatori internazionali hanno dichiarato di non aver notato brogli tali da delegittimare il voto, anche se potrebbero ancora avvenire durante lo spoglio. Aung San Suu Kyi ha detto che non rimpiange di aver partecipato, ma ora si tratta di vedere quanti dei 45 seggi in palio sono andati al suo partito. Le prime stime prevedono che ne prenderà almeno 19, ma c’è chi conta di arrivare almeno a 40. È significativo che secondo i primi dati quattro candidati della Nld sono avanti rispetto ai loro avversari del partito di governo, lo Union Solidarity and Development Party, anche nella capitale Naypyidaw, dove uno dei seggi in palio era quello appartenuto al presidente Thein Sein. Erano girate anche voci sulla possibile nomina della «Signora» a ministro, ma lei nelle settimane scorse le aveva smentite, perché non vuole rinunciare al posto in Parlamento. La cosa più importante adesso è il suo giudizio finale sullo svolgimento e l’esito delle elezioni: se le denunciasse, per Europa e Usa diventerebbe molto difficile procedere sulla strada della progressiva eliminazione delle sanzioni.
Superato questo scoglio, bisognerà vedere che ruolo reale avranno i nuovi parlamentari. Nella Camera Bassa ci sono 440 seggi, e in quella alta 224, un quarto dei quali sono assegnati direttamente dai militari. Anche se la Nld avesse vinto tutti i 45 seggi, il suo peso numerico sarebbe comunque irrilevante, a meno che il regime non decida di coinvolgerla effettivamente nella gestione del Paese.
Un punto su cui Aung San Suu Kyi vorrebbe avere parola è il trattamento delle minoranze, ignorate dal regime e in molti casi in guerra col governo centrale. Suo padre aveva organizzato una conferenza negli Anni Quaranta per risolvere questo problema, e lei vorrebbe ripercorrere le sue orme, perché giudica questo tema fondamentale per dare stabilità alla Birmania. Poi l’orizzonte diventerebbe quello delle elezioni generali del 2015, quando la «Signora» avrebbe settant’anni e potrebbe prendere davvero il potere. In vista di quell’appuntamento, ammesso che arrivi, le sue priorità come parlamentare sarebbero tre: la questione delle minoranze, l’introduzione di un vero Stato di diritto, e la riforma della costituzione, a partire dalla cancellazione dei privilegi politici riservati ai militari.
Di fronte a una situazione così incerta e complessa, anche il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha preferito usare la prudenza: «È troppo presto per sapere cosa significano davvero i progressi degli ultimi mesi, e se sono sostenibili. Non ci sono garanzie su ciò che attende il popolo birmano. Però, dopo aver passato la mia giornata a rispondere ad un brutale dittatore in Siria, che preferirebbe distruggere il suo Paese piuttosto che lasciarlo muovere verso la libertà, è incoraggiante vedere che anche i regimi più repressivi possono riformarsi, e anche le società più chiuse possono aprirsi». Le elezioni di ieri, in sostanza, hanno rappresentato un primo passo storico. Ma adesso la comunità internazionale dovrà vigilare, per vedere se si è trattato di un bluff o di una vera svolta.

Corriere della Sera 2.4.12
Elogio del sospetto (per un giorno)
Un giorno per imparare a dubitare La lezione del primo aprile
Strategie per sopravvivere fra falsi storici e beffe scientifiche
di Giulio Giorello


Ci devono essere dei giorni, sosteneva il matematico e filosofo René Descartes — ovvero Cartesio — che dovremmo riservare qualche giornata della nostra operosa esistenza a «ritirarci in solitudine» per vagliare «in pace e con serietà» la fondatezza delle nostre convinzioni, sottoponendole alla prova di un sospetto sistematico e metodico. Dopo tutto, c'è sempre il rischio dell'errore. Per questa giornata del dubbio quale miglior candidato del primo aprile? Strategie per sopravvivere tra falsi storici e beffe scientifiche.
Sosteneva nelle sue Meditazioni metafisiche (1641) il matematico e filosofo René Descartes — ovvero Cartesio — che dovremmo sempre riservare qualche giornata della nostra operosa esistenza a «ritirarci in solitudine» e a liberare la nostra mente dalle preoccupazioni quotidiane per vagliare «in pace e con serietà» la fondatezza delle nostre convinzioni, sottoponendole alla prova di un sospetto sistematico e metodico. Dopo tutto, c'è sempre il rischio che siamo in errore, tanto nelle questioni pratiche quanto nelle più speculative ipotesi scientifiche.
Per questa giornata del dubbio quale miglior candidato del primo aprile? Come si apprende al liceo sui manuali di Storia della filosofia Cartesio era giunto persino a dubitare che il fuoco della stufa, la vestaglia pesante e i fogli di carta che gli consentivano di trascorrere al calduccio il lungo inverno del suo rifugio olandese e di stendere gli appunti delle proprie riflessioni fossero reali; magari erano soltanto gli inganni di «un certo Genio» che ce l'aveva messa tutta per farlo sbagliare… Ma, pur spingendosi a sospettare che tutte le cose — «cielo, aria, terra, colori, figure e suoni» — fossero della stessa stoffa di cui son fatti i sogni, Cartesio però concludeva che, anche se quel «Genio maligno» fosse riuscito usualmente a fargli credere a un mondo che magari era solo illusione, almeno lui poteva restare certo che l'individuo René Descartes ovvero il pesce preso all'amo da quell'ingannatore «potente e astuto» esisteva, dato che era tormentato dal pensiero di essere preso per i fondelli; e dunque risultava essere alla fine «qualcosa che pensa»!
Per di più, Cartesio per chiudere la questione ricorreva all'idea di Dio come garante di verità, essere sommamente buono e per niente maligno, il quale si sarebbe ben guardato dal condannare le sue creature al destino di pesci che fatalmente abboccano all'amo (metaforico) della menzogna. Però, i nostri vicini — e lo sapeva bene anche il matematico-filosofo — possono avere un carattere assai diverso da quello del Signore. Dopotutto, come dice un poeta, aprile è il più crudele dei mesi e anche se al suo primo giorno dovremmo stare particolarmente in guardia «colui che inganna troverà sempre chi si lascerà ingannare», come aveva già dichiarato pessimisticamente il fiorentino Niccolò Machiavelli. La storia pullula di «pesci d'aprile» talvolta di dimensioni impressionanti: dai falsi storici a beffe scientifiche, da fasulle opere d'arte alle imprese di autentici «squali» della politica. L'unica consolazione è che nessuna creatura umana è astuta quanto il Genio di Cartesio: ogni trappola prima o poi rivelerà il suo punto di debolezza. E neppure viviamo in quell'ideale solitudine in cui Cartesio meditava su verità ed errore, all'alba della nostra modernità. Facciamo parte di una società che non è fatta di un'unica Mente, ma di tante «menti associate», come avevano fatto notare poi il napoletano Giambattista Vico e il milanese Carlo Cattaneo e proprio questo ci salva da un perpetuo primo aprile!
Infine, vivere nel sospetto è per molti versi paradossale. Per esempio, butto giù queste righe libero anch'io dagli impegni quotidiani, nel pomeriggio del primo aprile del 2012 (che è anche domenica). I miei fogli di carta esistono per davvero; ma forse — pesce d'aprile a proposito di «pesci d'aprile» — non c'è alcun articolo da scrivere per il Corriere.

Corriere della Sera 2.4.12
Storia di un ragazzo malato di autismo e di un fratello ritrovato
La madre: «Ero disperata, ma ora Mimmo ha una famiglia»
di Francesca Amendola e Mario Raffaele Conti


NAPOLI — Iole è una donna speciale e suo figlio Mimmo lo sa. Anche se Mimmo soffre di autismo precoce psicotico grave, sa che sua madre ha una marcia in più. Perché se oggi lui vive una vita normale, è un uomo di 56 anni autonomo che gira per Napoli da solo, frequenta librerie e circoli culturali, prende la funicolare e la metropolitana come se non avesse quella terribile malattia, lo deve solo alla mamma.
«Ci sono stati giorni in cui speravo che Mimmo non si svegliasse più, in cui pregavo Dio che se lo portasse via un minuto prima di me, in cui pensavo di farla finita», ricorda Iole Ioele, 74 anni portati benissimo. L'inferno di Iole comincia nel 1959. Mimmo, un bambino sano, precoce e molto intelligente, una mattina si sveglia diverso dal solito: «Sfuggiva il mio sguardo, chiamava me "io" e se stesso "tu". Mimmo aveva perso la sua personalità. I bambini autistici rifiutano la realtà, si comportano da schizofrenici senza esserlo, e poi lo diventano davvero. E i primi sintomi compaiono all'età di tre anni».
Oggi la signora Ioele conosce bene la materia, ma nel 1959 aveva solo 22 anni e un diploma di maestra elementare. «Ai miei occhi era chiarissimo che ci fosse qualcosa che non andava, ma tutti la pensavano diversamente: mio marito, la mia famiglia, i luminari che avevo consultato. Per la società di allora un bambino o era intelligente o era scemo. È stato pazzesco. Il padre lo redarguiva continuamente, lo maltrattava, era deluso. Mi accusava di non saperlo educare. Il matrimonio è andato a rotoli e lui si è dileguato. Non ha retto, succede quasi sempre che uno dei due genitori fugga. Avevo contro anche i miei genitori. Mi dicevano di smettere di spendere tutti quei soldi con i medici. Non capivano che ad aspettare Mimmo c'era solo il manicomio».
Mimmo cresce e le cose peggiorano. «Un giorno scappa dall'asilo e io provo a rivolgermi all'Opera maternità e infanzia, un istituto napoletano in cui andavano solo le persone più povere», racconta. E lì avviene la svolta: i medici ricoverano Mimmo, riconoscono che si tratta di autismo e indirizzano la mamma a Giovanni Bollea, il medico che ha rivoluzionato la psichiatria infantile in Italia: «La prima cosa che il professore mi raccomandò fu di non pensare: "tanto non potrà mai diventare come gli altri". Mi fece capire che qualunque cosa ci fosse da recuperare sarebbe stata una grande conquista e così ho ingaggiato una mia battaglia personale».
Mimmo si rifiutava di mangiare cibi solidi, Iole lo ha nutrito con un tuorlo d'uovo, un bicchiere di latte e qualche pezzo di cioccolato fino all'età di 9 anni e mezzo. «Voleva camminare solo sui miei piedi, non mi guardava mai negli occhi, era aggressivo, faceva scenate per la strada, ogni passeggiata era un incubo. Bollea consigliò di ricoverarlo all'Elaion di Eboli. Era un villaggio aperto, senza cancelli né sbarre, in cui i ragazzi vivevano in case con i tutor, andavano a scuola e in piscina da soli. Per me fu un colpo tremendo accettare il distacco. Avevo un negozio di abbigliamento femminile in città e ogni giorno andavo fino a Eboli solo per guardarlo da lontano e respirare la sua stessa aria».
Ma all'Elaion Mimmo ritrova la vita. Nessuno ha paura di lui e lui capisce che non deve avere paura del mondo. Quando esce dopo quattro anni, è un ragazzo nuovo. Mamma Iole comincia a leggere, a studiare, segue diligentemente i consigli di Bollea, porta il figlio a fare psicoterapia tre volte alla settimana e lei stessa si sottopone a sedute di sostegno, si prende ogni onere economico. Rinuncia a tutto, anche a ricostruirsi una famiglia, lei che era bella da togliere il fiato. Trova un impiego a Mimmo e lo fa a modo suo: «A Secondigliano c'era una tipografia che aveva perso l'uso dei macchinari nel terremoto dell'80. Io mi sono offerta di aiutarli. A una condizione: dovevano prendere Mimmo con loro. Non chiedevo uno stipendio per lui, solo un lavoro tra persone perbene».
E poi accade quello che Frank Capra potrebbe definire un miracolo. Iole la chiama «magia»: «Un giorno di 20 anni fa entra nel mio negozio un ragazzo: "Lei non sa chi sono io", mi dice. Invece lo avevo capito perché somigliava a Mimmo: era suo fratello. Il mio ex marito si era risposato e aveva avuto Antonio e ora lui era lì davanti a me». Accade l'inimmaginabile: Antonio si «innamora» di Mimmo, lo coinvolge, lo porta in giro con sé. Costringe anche il padre a fare i conti con lui. L'uomo è molto malato a causa di un ictus e Mimmo da quel momento non lo lascerà mai più solo, lo accudirà per nove lunghi anni, ogni giorno darà il cambio alla seconda moglie del padre, si occuperà delle medicine, gli terrà la mano fino all'ultimo giorno.
La devozione di Mimmo al padre è toccante, ancora di più se messa in rapporto con l'assenza dell'uomo. «Lui non ha mai fatto un regalo a Mimmo, neppure una biro a Natale, non ha pagato mai le 70 mila lire stabilite dal tribunale per il mantenimento, ha perso la patria potestà. Se si fosse occupato di lui avrebbe dovuto ammettere di avere avuto un figlio imperfetto».
L'incontro con il fratello Antonio cambia la prospettiva della vita di Iole e Mimmo. «Antonio oggi è un dirigente di 38 anni: lui e la moglie, una ragazza straordinaria, hanno voluto che io facessi da baby sitter al loro figlio, e per me è stato un dono, una gioia infinita. Oggi posso chiudere gli occhi tranquilla perché so che questa coppia si prenderà cura di Mimmo. Io che ho conosciuto la disperazione, ho trovato la serenità».

Corriere della Sera 2.4.12
Essere ottimisti è un affare
Sono fattori biologici che ci portano a vedere rosa Così garantiscono la sopravvivenza della specie
di Edoardo Camurri


Chi passeggiasse nella Foresta Verde respirando i primi vapori della primavera troverebbe bello che le foglie si spieghino al nuovo sole e quindi i semi maturino e cadano a terra. Si potrebbe dire, scriveva un grande filosofo francese purtroppo dimenticato come Alain (pseudonimo di Emile Chartier), «che ognuno di questi semi abbia il suo destino, che è di germogliare, crescere e diventare albero a sua volta, mentre tale cosa non capita forse neanche a uno solo su un milione che marciscono». Ma i passeggiatori non ci pensano e anzi, sentendosi improvvisamente figli della terra, finiscono con l'adorare questo tutto miserabile. Succede agli ottimisti.
Ammetto di essere un pessimista mancato; nonostante l'osservazione e l'esperienza mi spingano inesorabilmente verso una visione dura e realistica delle cose, il temperamento mi rimbalza invece sempre verso il buonumore e la fiducia. Il mio è insomma un mediocre pessimismo di posa e alla fine non riesco a essere all'altezza delle aspettative.
Fortunatamente. Dico fortunatamente non tanto per amor di contraddizione, ma ormai con una certa consapevolezza derivata dalla lettura del libro di una neuroscienziata israeliana ricercatrice all'University College di Londra, Tali Sharot: Ottimisti di natura (Urra/Feltrinelli). Scrive la Sharot: «Per definizione, gli ottimisti sono persone che hanno aspettative positive per il futuro (…). Poiché si aspettano di cavarsela meglio e di essere più sani, hanno meno ragioni soggettive per preoccuparsi e disperarsi e di conseguenza sono meno ansiosi e si adattano meglio a fattori di stress (…). Di conseguenza, guadagnano anche di più. Il livello di ottimismo di una persona al primo anno degli studi di giurisprudenza ha permesso di predire il suo reddito un decennio più tardi: un piccolo punto in più sulla scala dell'ottimismo valeva 33 mila dollari di più all'anno».
Tali Sharot è un'autorevole scienziata, non è uno di quei mostriciattoli aggressivi che ti salutano con patibolari pacche sulle spalle e rispondono al nome apocalittico di motivatori o life coach. Ogni affermazione della Sharot si basa invece su esperimenti scientifici e psicologici e sulla verifica ulteriore di ciò che avviene fisicamente nel nostro cervello, tramite la risonanza magnetica o altri esami, quando siamo o immaginiamo di essere ottimisti. La sua tesi è affascinante e tremenda insieme: gli esseri umani sono naturalmente portati a essere ottimisti perché così conviene. Se il nostro cervello non fosse costruito per darci l'illusione ottimista, a questo punto ci saremmo già sparati una revolverata. È solo grazie al fatto che siamo biologicamente costruiti per vedere il mondo con positività che il nostro mondo e le nostre vite possono diventare belle e felici. È un Giacomo Leopardi in salsa rosa. «Si è tentati di ipotizzare — scrive Tali Sharot — che l'ottimismo sia stato selezionato nell'evoluzione proprio perché le aspettative positive aumentano le probabilità di sopravvivenza. Il fatto che gli ottimisti vivano più a lungo e godano di una salute migliore, insieme con le statistiche che indicano che la maggior parte degli esseri umani presenta inclinazioni ottimistiche, con i dati recenti che collegano l'ottimismo a geni specifici, danno un forte sostegno a questa ipotesi». Il libro di Tali Sharot ha avuto un grande successo all'estero, le sue tesi hanno fatto discutere «Time», «New Scientist», «Wall Street Journal», «Newsweek», «Washington Post», Bbc... Sembrerebbe la lettura adatta per affrontare la crisi mondiale, al punto tale che verrebbe voglia di scegliere Ercole, uccisore di mostri, come modello di pensatore per i nostri tempi. Un eroe pratico che insegna a pensare oggetti per cambiare il mondo. Come Pat Riley, l'allenatore di basket dei Los Angeles Lakers che, dopo aver vinto l'Nba nel 1987, ha avuto l'ottimismo e l'intelligenza di annunciare un secondo dopo che la sua squadra avrebbe senz'altro vinto anche l'anno successivo (nella storia dell'Nba è un evento decisamente raro) innescando in questo modo un circolo virtuoso di motivazioni, impegno e fiducia che effettivamente ha poi portato al raggiungimento dell'obiettivo. «Di tutti i trucchi psicologici che Pat ha tirato fuori dal cappello, questo è stato il migliore», disse all'epoca il grande Magic Johnson offrendo l'occasione a Tali Sharot di illustrare la sua tesi secondo la quale l'ottimismo è spesso una profezia che si auto-avvera.
«Se crediamo in noi stessi raggiungeremo i nostri obiettivi», si legge sull'etichetta di un nuovo integratore e persino alcune pastiglie per la lavastoviglie sono confezionate in involucri su cui sono stampate frasi dei soliti Oscar Wilde, Bernard Shaw e compagnia per strapparci un sorriso o una serena, come la digestione, riflessione. A prima vista trattasi di semplice e insopportabile marketing. Ma più in profondità c'è dell'altro: una strategia della natura che, per convincerci a essere ottimisti, ci riempie di messaggi positivi per un obiettivo che può terrorizzare per la sua ambizione: la sopravvivenza della specie.
Tutto è un'illusione, uno scherzo efficace del cervello (Tali Sharot mostra come l'ottimismo neurologico porti anche a una modificazione misurabile della percezione della realtà); l'ottimismo è l'arma che l'evoluzione ci ha dato per migliorarci anche quando le cose non vanno bene. È grazie all'ottimismo che si possono trovare le risorse per affrontare i fallimenti, solo sperando di superare una crisi si può avere la voglia di individuare le soluzioni per farcela. Passato un po' di tempo dalla morte della moglie, lo scrittore C. S. Lewis annotava incredulo sul suo diario fino a quel momento pieno di riflessioni dolorose: «Non posso negare che in un certo senso "mi sento meglio"»; era la risposta biologica alla sua sofferenza. Le leggi della natura ci condannano all'ottimismo.
Comunque vada, ci troviamo a ripetere un po' smarriti, sarà un successo.

Corriere della Sera 2.4.12
Polemica sulla morte di Caravaggio
di A. Car.


Silvano Vinceti non ci sta. Il presidente del comitato che nel 2010, in occasione del quattrocentesimo anniversario della morte di Caravaggio (1571-1610) annunciò l'identificazione delle ossa del pittore lombardo in un cimitero di Porto Ercole (Grosseto), ribadisce la validità di tale scoperta, messa in dubbio dallo studioso napoletano Vincenzo Pacelli in un saggio di prossima uscita, Michelangelo Merisi detto Caravaggio tra arte e scienza (Paparo Editore). Il libro sostiene che Caravaggio non morì a Porto Ercole per cause naturali, ma venne assassinato a Palo, nei pressi di Civitavecchia, in seguito a una congiura tramata dai Cavalieri di Malta in combutta con ambienti della Curia pontificia. Vinceti ribatte che il ritrovamento delle ossa dell'artista a Porto Ercole è confermato non solo da documenti d'epoca, ma da «tutta una serie di esami, che vanno dal carbonio 14 a quello dei metalli pesanti ritrovati tra i diversi resti mortali» analizzati da illustri specialisti. E sottolinea «la compatibilità del Dna con quello di decine di prelievi eseguiti a Caravaggio in provincia di Bergamo», città natale del pittore.

Repubblica 2.4.12
Che fine ha fatto la nevrosi
di Angelo Aquaro


L´avevamo tanto odiata: così tanto che adesso ci manca. In fondo l´odiavamo perché ci riconoscevamo in lei. La nevrosi: questa conosciuta. La parola da Sigmund Freud a Woody Allen aveva fatto il giro del mondo e della cultura: da Vienna a New York e dalla psicoanalisi alla vita quotidiana. Da noi finì perfino nel canzoniere pop di Adriano Celentano: "La nevrosi è di moda / Chi non l´ha ripudiato sarà". E poi, come d´incanto, addio. Il New York Times ci informa che per la verità è dal 1994 che è scomparsa da quella bibbia delle malattie mentali che è il Diagnostic and Statiscal Manual. Ma non basta depennare per cancellare il sintomo. Che è ritornato sotto altri nomi complicatissimi. Disturbi come "disordine da panico" e "ansietà sociale". E soprattutto quel "disordine ossessivo-compulsivo" che ormai non diagnosticano solo ai bambini ma anche gli adulti. Capito perché il fanciullino che è in noi si ribella? Aridatece la nevrosi: almeno non ci faceva venire i nervi soltanto a pronunciarla.

Repubblica 2.4.12
Il leader del Maggio francese, 67 anni, fa i conti con l´età e la malattia "Così la mia generazione di eterni giovani si confronta con la morte"
"Io, ragazzo del Sessantotto ho paura d´invecchiare"
"Col tempo si perde spontaneità. Non è poi così male, da giovane ho fatto tanti errori"
di Andrea Tarquini


Anche noi sessantottini diventiamo vecchi, l´anno scorso ho saputo di avere il cancro. Un caso facile a operare, ma ti piombano in testa la sensazione della vecchiaia, e la paura della morte. Così parla Daniel Cohn-Bendit, leader ed eroe del maggio ´68 francese ed europeo, e oggi leader dei Verdi europei. "Dany-le-rouge", Dany il rosso, lo ha fatto in una straordinaria intervista-confessione uscita ieri sul settimanale tedesco Der Spiegel.
«Era d´estate», racconta Cohn-Bendit, «con mia moglie viaggiavamo verso la Francia del sud per una vacanza, il mio medico mi chiamò sul cellulare. Per fortuna guidava mia moglie, non io. Cancro alla tiroide, operazione necessaria…il mio primo pensiero fu "adesso ci siamo, arriva la fase X, l´ultimo gioco, non importa quanto durerà". Un confronto duro con l´avanzare dell´età, con la malattia, per l´ "eroe" che il 4 aprile compie 67 anni. «Solo dopo un po´ mi feci più realistico: se devi ammalarti di cancro, un nodo tumorale alla tiroide è come vincere al lotto, hai buone chance. Eppure è stato un taglio nella vita, una pagina voltata». La vecchiaia arriva così, anche se sai che puoi sopravvivere decenni, spiega Cohn-Bendit ai colleghi Markus Feldenkirchen e René Pfister. Ti accorgi che devi imparare a invecchiare con dignità. «Arriva la sensazione di perdere forze, e la gioventù, cioè quello stato d´animo «ovvio per la mia generazione» quando esplose la rivolta. «Ma decisiva è la perdita della spontaneità. Non è del tutto negativa, se penso a quanti errori ho fatto da giovane. Arriva la ragionevolezza, o vista in senso negativo la ponderazione pesante della vecchiaia».
Il tempo passa anche per gli eterni rivoluzionari. «Quando compirò 68 anni farò un grande party, finalmente ne abbiamo tutti 68». Ma le forze vengono meno: «Ho rifiutato d´impegnarmi nella campagna elettorale francese», confessa Dany il rosso, perché «una campagna è stressante come un tour rock, per me diventa pesante». Pensare alla morte non è facile, per chi «a 23 anni aveva la sensazione di scrivere la Storia». «Ho paura della morte, ma vorrei vedere il mio funerale», confessa ancora Cohn-Bendit. «È un problema con cui non farò pace, non poter ascoltare i discorsi funebri, né vedere la cerimonia». Il tempo passa, si fanno i conti col passato. «Il ´68 come immagine fu una proiezione della società che proponeva voglia e piacere di un´altra vita, ma la maggioranza di noi sessantottini era impacciata, limitata. Anch´io che appartenevo alla corrente libertaria». Cioè quella che sognava esperienze nuove ogni giorno, più che non le utopie totalitarie maoista o vietnamita. «I più di noi hanno fumato, naturalmente hashish, io non ho mai fumato canne, ma cucinavo biscotti all´hashish…purtroppo molti sessantottini hanno bevuto birra più che fumare, erano troppo tedeschi». Non ricorda, Dany, con quante donne è andato a letto da giovane: «Non importa quante siano state, certo più della media dei padri di famiglia tedeschi ma meno di quanto pensiate». Con lo sguardo indietro al tempo che non torna, emergono pensieri critici. L´idea dell´amore libero fu libertaria, un bisogno di rottura col presente, «ma naturalmente c´era dentro anche maschilismo, che portò a nuove forme di oppressione della donna».
Allora c´era la pillola, oggi c´è il Viagra. «Non l´ho mai preso, non escludo di provarlo un giorno…il Viagra oggi, come la pillola allora, è una possibilità di andare oltre le frontiere…ma chiediamoci se non rafforza la dittatura del fallo, un´idea di sessualità che ritengo sbagliata». Ripensa su molto, Dany-le-rouge. «Mi spiace di aver paragonato in piazza la polizia francese alle SS, "Crs-Ss", diceva il nostro slogan. Anni fa andai a scusarmi con l´allora capo della polizia di Parigi, era un ex resistente, mi commosse. "Capivamo voi giovani, ma dovevamo assicurare l´ordine", mi disse». Nota che vive da 30 anni con sua moglie, «ma ci sposammo solo dopo 15 anni, nostro figlio aveva già 7 anni». Il figlio aiuta a capire il futuro: «Papà, mi dice, voglio diventare milionario entro i 30 anni, poi far del bene. Mi sembra giusto». E i veterani del ´68 sono «tutti restati amici». «Speriamo di aiutarci a vicenda quando non ci reggeremo più sulle gambe. Almeno avemmo una buona esperienza di vita collettiva».

Repubblica 2.4.12
Il politico dal volto umano
Ammettere i propri errori.: solo così si ottiene la fiducia
La filosofa ungherese spiega come il rapporto con la verità sia il nodo cruciale della democrazia
di Agnes Heller


Chi ha ruoli istituzionali alle volte fa ricorso alla manipolazione e alla retorica ma deve poi saperlo riconoscere
Esistono valori che devono essere condivisi come la libertà di parola e la possibilità di intervenire nel dibattito pubblico

Cos´è che caratterizza il concetto politico moderno di verità? La verità politica moderna è confutabile e può essere smentita. Se per la scienza determinate teorie e affermazioni non sono né vere né false, in quanto non sono recepite come affermazioni scientifiche (ad esempio la previsione del giorno del giudizio nel 2220, o l´avvistamento di angeli nell´oceano Pacifico), lo stesso criterio va applicato alla politica. Possiamo sognare ad esempio un mondo senza mercati, o magari senza stati; ma idee del genere non sono politiche, e quindi politicamente non sono né giuste né sbagliate.
La verità di un´idea politica può essere rivendicata quando tiene conto della verità dei fatti. Certo, la verità dei fatti è sempre interpretata, e le diverse interpretazioni possono essere contrastanti, ma esiste un centro, un nocciolo duro al quale tutte devono fare riferimento. (...) E´ necessario conoscere sia la situazione attuale che i suoi precedenti, e comprendere a che punto stiamo. La comprensione dev´essere basata sui fatti. Ogni suggerimento di azioni da intraprendere deve fare riferimento a dati di fatto interpretati. In un ordinamento politico democratico equilibrato e ben funzionante, il dibattito avrà per oggetto l´interpretazione di quei fatti. Diverse interpretazioni portano a progetti diversi.
Ma anche i valori rientrano nella categoria dei fatti, esistono e sono validi. Una democrazia moderna è basata su determinati valori, che ogni politico democratico è tenuto a convalidare, al pari dei cittadini. L´affermazione fondativa che tutti gli uomini sono nati liberi e hanno diritto alla vita, alla libertà e al perseguimento della civiltà, così come l´uguaglianza davanti alla legge, costituiscono norme o valori; e a quest´elenco si aggiungono la libertà di stampa, la libertà religiosa e tutte le libertà di uno Stato democratico. Questi valori, che sono i principi (archai) del linguaggio filosofico tradizionale, vanno considerati come verità fuori discussione, evidenti di per sé stesse. Ma dato che non ci provengono da poteri trascendenti non sono valori rivelati, bensì costituiti dagli uomini. La loro verità ha bisogno di essere sostenuta, riconfermata e simbolicamente sottoscritta dai cittadini di uno Stato democratico. Certo, nel mondo moderno questi principi non sono universalmente accettati, e quindi non sono validi per tutti: non lo sono, ad esempio, per i razzisti. Ma proprio per questo sono principi dei tempi moderni, che in quanto tali possono essere messi in discussione. Tuttavia, chi li contesta nella loro totalità si pone al di fuori della sfera politica: è il caso di tutti Paesi totalitari.
Ma supponiamo che tutti i principi di base, e soprattutto l´affermazione fondamentale che tutti gli esseri umani, senza distinzione alcuna, sono nati liberi, sia accettata come una verità di per sé evidente. Come è noto, normalmente non si discute pro o contro questi principi, bensì in base ad essi. Ma allora, di cosa si discute? (...)
L´interpretazione di un principio è l´«ultima ratio» in politica. I discorsi politici possono essere molto complessi, ma il problema che ci interessa qui è quello della verità. Ora, perché la pretesa di affermare una verità sia rispettabile, la prima condizione è che la suddetta affermazione sia aperta alla discussione. Un´altra condizione è che chiunque abbia qualcosa da dire e sia interessato o parte in causa, abbia la possibilità (e sottolineo: la possibilità, non l´obbligo) di partecipare al dibattito su un piano di parità. La libertà di parola è la condizione.
In questo dibattito entrano in gioco tre tipi di verità: la verità ultima dei principi in quanto tali, l´interpretazione dei principi, che è sempre aperta alla discussione, e la cosiddetta vera conoscenza, quella dei fatti addotti a sostegno di una tesi, anch´essi interpretati, e la cui interpretazione è a sua volta soggetta a contestazione. Tra questi, due tipi di verità: quelle dell´interpretazione dei valori e dei fatti per lo più non sono accettati da tutti, e saranno sempre oggetto di nuove contestazioni. La dinamica della società moderna, che è la condizione del cambiamento sociale, presuppone l´assenza dell´assoluto in queste elementari istanze di verità. La contestazione della verità serve qui da modello per qualunque tipo di discorso moderno sulla verità, ivi compreso il dibattito sulla giustizia distributiva e retributiva, e persino sul diritto alla guerra. (...)
Ma allora, cos´è la menzogna, cos´è la disinformazione? Si parla generalmente di menzogna quando qualcuno, pur conoscendo la verità su una data questione, non è interessato a farla sapere, e decide quindi di darne una versione opposta o comunque diversa. Questo concetto di verità (in base al quale chi mente lo fa per una scelta deliberata, per motivi di piacere, interesse o autodifesa) è tipico della vita quotidiana, ed è altresì uno dei concetti predominanti di verità nella sfera legale. Ma è pure presente in politica, sebbene in forma assai più complicata.
Davanti alla legge si è chiamati a dire tutta la verità e nient´altro che la verità. Nella sfera politica non è permesso dire il contrario della verità, ma è consentito non dirla per intero. E´ una questione di giudizio: a seconda delle circostanze, dei compiti, delle prospettive o altro, una persona o un´istituzione investita di autorità può dire tutta la verità, o dirla soltanto in parte. Di fatto, ciò avviene anche nei comportamenti quotidiani. In una sua lettera, Kant scrisse che chi omette di dire spontaneamente tutta la verità non può essere accusato di menzogna; ma se interrogato, è tenuto a dare una risposta veritiera. Peraltro, in questo caso avremmo potuto fare a meno di scomodare Kant: basterebbe aver letto il «Misantropo» di Molière.
Ma torniamo alla concezione di Kant sul tema del giudizio. La fiducia è condizione indispensabile alla vita, e quindi anche alla vita politica. Ma nel mondo politico moderno la fiducia non può essere incondizionata. I re non sono più tali per grazia di Dio. Tutti gli esseri umani sono ugualmente dotati di ragione e di coscienza. Perciò, anche se accordano la propria fiducia a questa o quella persona, le donne e gli uomini moderni riservano a se stessi il giudizio finale. Cosa ci conferisce questo diritto di decidere in ultima istanza, in materia di opinioni o di scelte politiche? E´ un diritto incondizionato? Possiamo fidarci incondizionatamente della nostra capacità di giudizio indipendente? Ovviamente, la risposta non può che essere negativa.
Le condizioni per poterci fidare del nostro giudizio non sono diverse da quelle che poniamo per fidarci del giudizio altrui. Si presuppone l´adesione ai valori moderni; la conoscenza dei problemi da affrontare, i quali a loro volta devono essere posti in relazione con i suddetti valori; la verifica, per quanto possibile, delle informazioni inerenti, e infine l´ammissione della propria fallibilità. Questi i presupposti per orientarsi nella ricerca della verità in campo politico.
L´ammissione della propria fallibilità è norma comune in tutte le sfere moderne del mondo politeistico (economia, diritto, politica); ma in nessuna sfera essa è necessaria quanto in quella politica. Se la retorica e l´arte della persuasione giocano un ruolo in tutte le sfere sopra menzionate, mai come in politica la loro importanza è predominante. In campi come quello della biofisica, oppure in materia di investimenti, i tentativi di fare opera di persuasione sono assai meno frequenti, dato che solo in politica la retorica può essere coronata dal successo.
Se la capacità di ammettere la propria fallibilità è una delle maggiori virtù di ogni cittadino, è certamente la più grande di tutte per un politico.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)

Repubblica 2.4.12
Un saggio mostra come gli studi sul cervello avranno effetti sulle sentenze
Se le neuroscienze riscrivono il diritto
"Le scoperte di oggi possono modificare il nostro rapporto con il concetto di responsabilità"
di Giuliano Aluffi


«Non sono stato io, è stato il mio cervello». Vi sembra una cosa brillante da dire davanti al giudice? Dipende: se lo dite mentre l´avvocato difensore proietta una lastra che mostra come alcune particolarità cerebrali vi impediscano di trattenere gli impulsi, può essere una strategia produttiva. Che pone un interrogativo: chi siede davvero nella cabina di pilotaggio del nostro corpo? Questa domanda inizia ad avere senso dal 1983, ossia da quando il neurologo Benjamin Libet mostrò che qualsiasi movimento che ci sembra volontario è preceduto, in realtà, da un´attività neuronale preconscia nella corteccia motoria: diventiamo consapevoli di voler muovere una mano solo 350 millisecondi dopo che il cervello si è preparato a muoverla. Ma allora da chi è partito l´ordine? E´ da quel momento che un sospetto serpeggia tra gli scienziati: ciò che facciamo è frutto di scelte coscienti o è il mero effetto di microeventi elettrochimici impersonali e incontrollabili? Oggi la risonanza magnetica funzionale ci offre una visibilità mai avuta prima sul cervello in attività, e argomenti sempre più convincenti in favore di questa seconda ipotesi. Tanto da far apparire all´orizzonte una vera e propria rivoluzione giuridica in grado di scardinare l´idea di responsabilità personale. «Il diritto ha una concezione dell´essere umano molto simile a quella del senso comune: di solito siamo persone libere, capaci di riflettere e di agire di conseguenza. La scienza invece propone un´immagine quasi opposta: la nostra libertà è minima, siamo irrazionali e in gran parte inconsapevoli di come e perché agiamo» spiega Andrea Lavazza, studioso di neuroetica presso il Centro Universitario di Arezzo e autore insieme allo psicologo forense Luca Sammicheli del nuovo saggio Il delitto del cervello: la mente tra scienza e diritto (ed. Codice). «Ci avviamo a un bivio carico di conseguenze: identificare la mente col cervello, come fa la maggioranza dei neuroscienziati, mette in discussione i confini tra magistrati e consulenti scientifici. Un domani potremmo avere sentenze date in totale appalto alla scienza». «Si può pensare che, seppure in tempi lunghi, la prassi processuale cambierà per recepire almeno alcune delle nuove tecniche probatorie. Diventerà sempre più delicato il rapporto tra le pene classiche basate sul libero arbitrio – e le misure di sicurezza – basate sulla pericolosità sociale, determinata dal punto di vista cerebrale» spiega Luca Sammicheli «In altre parole, potrebbe prevalere l´idea – molto controversa – che i criminali violenti non siano soggetti che scelgono di agire contro le leggi e per questo meritano una sanzione, bensì individui che non sanno controllarsi e perciò vanno messi in condizione di non nuocere». Si aprirebbe così la strada ad un sistema legale non più retributivo, ma preventivo, ossia teso a restringere la libertà degli individui – magari dopo inquietanti ma a quel punto razionali screening di massa in base non ai reati commessi, ma alla predisposizione biologica al crimine. Minority Report è ad un passo. O più precisamente Lombroso Reloaded: «Qualora prevalesse l´idea del determinismo biologico nell´agire criminale cosa di per sé non ancora dimostrata si porrebbero questioni di politica legislativa non dissimili da quelle sollevate da Cesare Lombroso» commenta Andrea Lavazza «Il paradosso è che una posizione che si pretende perfettamente scientifica finirebbe con l´arrivare alle stesse conclusioni sociali e giuridiche dell´antiscientifico e "impresentabile" Lombroso: ossia, una risposta penale di puro controllo sociale nei confronti di soggetti "naturalmente" pericolosi e, probabilmente, irredimibili». Ma torniamo alla realtà: oggi le neuroscienze sono in tribunale e non pretendono, per ora, di sostituirsi al giudice. Piuttosto, lo aiutano: «Aggiungere alle perizie le nuove prove neuroscientifiche aumenta l´affidabilità: ad esempio sistemi come l´Implicit Association Test ci possono rendere più sicuri di trovarci di fronte ad un´amnesia autentica dell´imputato piuttosto che ad una simulazione» spiega Luca Sammicheli. E proprio in questi giorni questo test, nella versione realizzata dal neuropsicologo Giuseppe Sartori specificamente per far emergere ricordi autobiografici e smascherare dichiarazioni false, è stato impiegato nell´accertamento dell´attendibilità di una donna che accusava il suo datore di lavoro di molestie sessuali. C´è un altro caso che risale a qualche anno fa: nel 2009 l´algerino A.B., che aveva ucciso un uomo dopo essere stato offeso, ottenne uno sconto di pena per semi-infermità mentale quando i periti mostrarono che i geni che regolavano il suo metabolismo cerebrale lo rendevano particolarmente impulsivo.
«Ma è difficile ipotizzare la fine della responsabilità personale: è un concetto chiave per la nostra vita sociale e non ha un corrispettivo cerebrale, ossia non è localizzabile in un punto preciso della testa» chiosa Andrea Lavazza. «Certamente, però, l´intuizione comune che siamo responsabili di un´azione soltanto se siamo liberi di compierla o meno dovrà fare sempre di più i conti con due realtà: i geni hanno un ruolo nell´indirizzare il nostro comportamento e il funzionamento del cervello può condizionarci in modi che ci sfuggono». Magari il cervello non sarà proprio il nostro mandante, ma di sicuro è perlomeno nostro complice.