domenica 1 aprile 2012

l’Unità 1.4.12
L’invito a Monti alla vigilia del confronto parlamentare sulla riforma
Marcegaglia: se cambiano le norme sui licenziamenti allora cambia tutto
Camusso: il governo preveda il reintegro Noi non ci fermiamo
Susanna Camusso attacca e allo stesso tempo mostra margini di manovra sulla riforma. «Il governo ha chiuso il dialogo, non noi». Domani il testo definitivo inizierà il suo iter in Senato
di Marco Tedeschi


Un giorno di schermaglie a distanza tra Cgil e Confindustria sempre sulla questione più dibattuta del momento, la riforma del lavoro e dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Per il più grande sindacato italiano basta essere chiari. Per uscire dallo scontro sull'articolo 18 «la soluzione è semplice», prevedere il reintegro in caso di licenziamento illegittimo. Il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, suggerisce così al governo la strada da imboccare, invocando da esso «coerenza» e rimproverandolo di aver voluto «chiudere il confronto». Ma, da Cernobbio, la presidente uscente della Confindustria, Emma Marcegaglia, avverte che se cambia la norma sui licenziamenti «allora dobbiamo cambiare tutto».
Il confronto, da lunedì si sposterà in Parlamento. Dal palco del Congresso dell'Ugl, i cui delegati le hanno rivolto calorosi applausi proprio sul passaggio relativo alla riforma del lavoro, la leader della Cgil sintetizza in poche parole la posizione maturata in questi mesi di trattativa: «Il Governo osserva riferendosi alle dichiarazioni del ministro del Lavoro, Elsa Fornero dovrebbe essere coerente con quello che dice: se dice che questa non è una riforma contro i lavoratori riconosca che a ogni licenziamento illegittimo ci deve essere il reintegro. Se invece si pensa che i licenziamenti illegittimi non vadano sanzionati si va contro la dignità dei lavoratori», che «è il riferimento su cui ci muoviamo».
«PORTE CHIUSE DA LORO»
Rispedita al mittente anche l'accusa di aver voluto puntare tutte le carte sull'articolo 18: «Il governo sottolinea ha voluto chiudere il confronto ed è stato lui a concentrare tutta l'attenzione sull'articolo 18». La mobilitazione sindacale, quindi, continuerà e la Camusso si augura che coinvolga anche le altre sigle, così come prosegue la sollecitazione nei confronti dell'esecutivo sulla crescita («basta annunci», è ora che «diventi realtà») e sul fisco, perché si riduca il peso su lavoratori dipendenti e pensionati. In un botta e risposta a distanza, la Marcegaglia ribadisce che i margini sono stretti e si dice contraria a una convergenza del modello di licenziamento verso quello tedesco nella riforma del lavoro: «Se cambiamo avverte dobbiamo cambiare tutto o al limite non fare la riforma», quindi «piuttosto che fare una riforma che ha il risultato finale di irrigidire il mercato del lavoro è meglio non farla». Secondo il presidente di Confindustria, tra l'altro, il reintegro «non è l'unica cosa che c'è, ce ne sono altre».
In Parlamento la prossima settimana verrà depositato il testo del disegno di legge. Può essere che la distanza tra Marcegaglia e Camusso corrisponda ad un gioco delle parti, perché in realtà il lavoro per raggiungere un punto di equilibrio accettabile su flessibilità in entrata ed in uscita, sottotraccia, non si è mai interrotto anche tra le parti sociali. È chiaro che partendo dal modello tedesco, che sul problema più spinoso del reintegro dice cose diverse da Fornero e di maggiore garanzia per il lavoratore colpito da licenziamento, coniugato con costi minori per le imprese sui contratti d’ingresso, possa costituire un canovaccio da approfondire tra le forze politiche in Parlamento.
Nessuno vuole rotture, ma da ogni parte si richiama l’esigenza di un dialogo che sventi rotture e soprattutto che si superi il clima da disfida ideologica iniziato, per la verità, con l’irrigidimento del governo sul suo testo.
In questa direzione spingono anche il viceministro all'Economia, Vittorio Grilli, che parla di «urgenza», e il leader dell'Udc Pierferdinando Casini, secondo cui sul tema dell'articolo 18 «il governo rischia di inabissarsi».

il Fatto 1.4.12
I più deboli pagano il conto
Il lavoro brucia e Monti che fa?
di Furio Colombo


Nessuno paga nessuno. È un ordine, un disordine o un errore clamoroso? I fornitori non vengono pagati dallo Stato, le aziende non pagano le aziende, tutte le ragioni, legittime o illegittime, necessarie o illegali, sono buone per non pagare i lavoratori. Molte persone, garantite fino a un momento fa da un buon sistema pubblico di previdenza, che non risulta abolito, restano senza lavoro e senza pensione, in un limbo che dà le vertigini. E porta brutti consigli, come in un incubo. Compare un fenomeno già conosciuto nel mondo industriale avanzato, ma ignoto finora in Italia, il suicidio da lavoro. È un buco nero nel quale scivolano soprattutto coloro che avevano trasformato un piccolo lavoro in una piccola impresa, e per un po' avevano creduto di avercela fatta. Al bordo del coma o della bara si vedono famiglie vere, mogli-compagne, figli travolti, come se tutti fossero saltati su una mina.
NON AVEVAMO calcolato, nel dare il benvenuto a un dignitoso “dopo Berlusconi”, che interi campi minati erano stati lasciati da due decenni di diretta o indiretta egemonia di tre governi berlusconiani corrotti e inetti e per giunta molto attivi come guastatori della Repubblica. E non avevamo previsto, perché anche il legittimo senso di festa fa i suoi danni, il tracciato inedito e sorprendente della nuova ferrovia Monti-Fornero. Corre parallela al Paese, ma non dentro il Paese. La sua locomotiva lancia fischi lontani che non segnalano nulla a noi. Sono fischi del treno per chi sta sul treno. I cittadini sanno (pensano) che il treno venga da altrove e vada altrove. A noi lascia solo il rumore del pesante passaggio. Dopo un po’, però, notano delle coincidenze inquietanti. A ogni fischio (o annuncio) segue la perdita di qualcosa, un po' di pensione o tutta la pensione, un po' di lavoro o tutto il lavoro, un po' di sicurezza, o tutta la sicurezza. Sacrifici strani (perché totalmente imprevisti) in cambio di niente, o questa è la percezione. La percezione conta. È così forte che alcuni decidono addirittura di farla finita. Ma bisogna stare attenti al grado di disperazione che si cova. I “tecnici” sembrano non avere calcolato che, fra malintesi e vuoto di contatti, cittadini e partiti politici restano legati tra loro dal continuare a risiedere sullo stesso luogo, dunque sono vicini, persino quando i rapporti si fanno conflittuali. In altre parole, sai sempre dove andare per farti sentire, o per rovesciare il tavolo. Invece i “tecnici” non li trova nessuno, perché non sono di questa terra (nel senso di terra della politica e della protesta).
Magari è vero che, nel loro breve passaggio riusciranno a riparare qualcuno dei danni spaventosi provocati alla Repubblica dai suoi precedenti governanti e relativa, incosciente maggioranza. Ma persino in questo caso fortunato, nel quale intensamente continuiamo a sperare, è impossibile non vedere alcuni fatti che sono, o sembrano a molti di noi, e a molti cittadini, errori strani, come quando Monti dice: “Noi godiamo di consenso, i partiti no”. La frase è come una formula magica, e lo ha già sperimentato il predecessore, che spiace persino ricordare. Nell'istante in cui dici che sei il preferito, rompi l'incanto (se c'è), e smetti di esserlo.
MA PESA anche l’infelice idea di impegnare tutto il peso di un governo così nuovo, sulla cosiddetta “riforma del lavoro”, dunque gettandosi tutti insieme, con forza (governo, padronato, vecchia maggioranza letale, destra economica, commentatori opportunisti) sul lato debole (il lavoro) della precaria vita industriale italiana. Si è preferito – senza spiegare – il vecchio percorso di punire il lavoro, restringendo il più possibile (come se fossero la causa della gravissima crisi finanziaria che il mondo industriale sta attraversando), alcune garanzie importanti per i lavoratori, conquistate faticosamente attraverso i decenni. Si è giunti a un punto di superstiziosa repulsione verso l'articolo 18 facendone una sorta di Eluana Englaro della “riforma del lavoro”. Tutto ciò nel Paese che avrebbe urgente necessità di una riforma dell'impresa, dal diritto al credito al dovere di trasparenza di ogni decisione (esempio: delocalizzazione e improvvise chiusure di fabbriche) che tocca la comunità in cui vive, e di cui vive, l'impresa. Il percorso si complica con un'altra frase inadatta a stabilire un contatto con i cittadini: “Se il Paese non è pronto... ” segue la minaccia che è ingiusta. Colpisce la fatica, il malessere ma anche l'incomprensione.
Poiché l'incomprensione è reciproca, tocca alla parte forte dire, con cautela e pazienza, prima che le ondate di suicidio si espandano: “Forse non mi sono spiegato”. Posso proporlo ai professori? Posso chiedere loro di spiegare bene, anche a se stessi, ciò che stanno facendo e che intendono fare?

La Stampa 1.4.12
E il Professore ammette i guai del capitalismo
Alla scuola del partito comunista: vengono i brividi, ma è così
Ha detto: «Il sistema capitalistico come principio di organizzazione delle attività economiche ha molti punti di vantaggio rispetto al sistema dell’Urss. Ma quando è diventato monopolista si è rilassato.
I difetti nel sistema capitalistico sono cresciuti quando ha vinto sul comunismo sovietico Ora la Cina è basata sul mercato vissuto integralmente senza le caratteristiche di democrazia necessarie»
di Fabio Martini


Un piano sequenza strepitoso, da film sovietico degli anni Trenta: in un grandissimo anfiteatro alla periferia di Pechino, millecinquecento quadri della Scuola Centrale del Partito comunista cinese attendono, in giacca e cravatta e in silenzio, l’imminente arrivo del presidente del Consiglio italiano, che sarà accompagnato dal compagno Li Jingtiam, vicepresidente della Scuola.
Finalmente, i due compaiono, sono salutati da un cortese applauso e vanno a collocarsi " dentro" una scenografia che oramai esiste soltanto qui: Monti e il vicepresidente si siedono su un tavolo piccolissimo, dietro al quale campeggiano due bandiere di Cina ed Italia, stese in verticale, affiancate, appena stirate, mentre alle loro spalle scorre una lunghissima tenda. Color verde acqua. In questa scenografia da realismo socialista, il professor Monti si produce in uno " numero" spiazzante, la provocazione intellettuale che non ti aspetti.
Accade quando uno degli " studenti" cinesi chiede al Professore se non creda che il sistema capitalistico sia entrato in crisi e Monti risponde così: «In crisi? In parte sì... e vengono i brividi a dire queste cose .... Ma oramai siamo tutti privi di pregiudizi ideologici. Credo che il sistema capitalistico come principio di organizzazione delle attività economiche, abbia molti, molti, molti punti di vantaggio, comprovati dalla storia, rispetto al sistema all' epoca instaurato nell'Unione sovietica... ». Poi si ferma e dice all’interprete: «Forse possiamo far tradurre fin qui... ». Monti, cui non fa difetto la piena consapevolezza della sua intelligenza, pregusta il colpo di scena e infatti non appena l’interprete racconta in cinese la frase appena pronunciata, tra i millecinquecento si diffonde un brusio di piacere.
Ma Monti è Monti e la sua affabulazione, ormai si sa, si scandisce sempre in due tempi, il primo è sempre accattivante, il secondo di solito è più secco. E infatti il presidente del Consiglio completa così il suo pensiero: «Tuttavia credo che ogni sistema evolve e migliora, se è sostenuto da qualche sfida competitiva. Il sistema capitalistico è stato sotto sfida fino al 1989, credo che abbia vinto perché era migliore e quando è diventato monopolista, si è rilassato». E più tardi, oramai tornato in territorio italiano, in ambasciata, Monti spiegherà ancora: «Non ho affatto detto che il modello comunista è vincente ma l’esatto contrario cioè che i difetti che abbiamo visto nel sistema capitalistico, tipo un eccesso di briglie sciolte nel campo finanziario, o una disattenzione grande ai temi della distribuzione del reddito, sono difetti che si sono sviluppati soprattutto quando il capitalismo, aggiungo per fortuna, è uscito vincitore col comunismo di stampo sovietico. Ora la Cina è un sistema basato sul mercato vissuto integralmente, senza le caratteristiche di democrazia necessarie».
Naturalmente non è da credere che l’esternazione di Monti sia avvenuta in un luogo naif. Di antico alla Scuola Centrale del Partito comunista cinese ci sono la liturgia e la scenografia, ma tutto il resto, a cominciare dai corsi, cerca di essere al passo con i tempi: questa è una sorta di Ena, l’alta scuola della pubblica amministrazione francese che ha formato gran parte della classe dirigente transalpina. E infatti più tardi Monti lo dirà: «E’ stato un piacere intellettuale e un’emozione parlare davanti ad alti dirigenti dello Stato e delle Province». E infatti in questo anfiteatro avevano già parlato Romano Prodi e Giorgio Napolitano. Naturalmente l’Ena è più che altro una suggestione, perché in queste palazzine tristi, a due, tre piani in stile sovietico, i quadri del partito sono costretti a tornare a cadenze biennali per corsi di aggiornamento che sono anche un modo per tenerli sotto controllo politico. Ma è pur vero che le domande che sono state poste al premier dagli " studenti" sono state quasi tutte pragmatiche e non ideologiche, ben argomentate. La conferenza di Monti e le successive domande degli allievi erano stati preceduti da un breve incontro tra il presidente del Consiglio e il vicepresidente della Scuola, che aveva rispolverato dalla sua memoria un dettaglio davvero inatteso in un alto burocrate comunista: «Nell’ottobre del 2009 ero stato ospite della Università Bocconi: ricordo una calorosa accoglienza e una cena abbondante».

Repubblica 1.4.12
Il Professore al campus dove si formano gli alti funzionari del partito cinese confessa la sua emozione: "Vengono i brividi"
La lezione del bocconiano alla scuola del Pc "Senza comunismo, capitalismo in crisi"
"Dopo il 1989 c´è stato un eccessivo predominio dell´impresa e del capitale"


PECHINO - «Emozionato». Il liberista consulente di Goldman Sachs, membro di circoli del capitalismo internazionale come la Trilateral (fondata da un certo Rockefeller), ha la voce che incespica quando prende la parola davanti a cinquecento apparatchik della Scuola centrale del partito comunista cinese. Sarebbe riduttivo pensare a questo gigantesco edificio in stile sovietico come a una Frattocchie asiatica. Molto di più: è in questo campus, l´equivalente di un´Ena francese, che (obbligatoriamente) si vengono ad aggiornare tutti i funzionari di medio-alto livello del partito. Burocrati che guidano città di milioni di abitanti, manager di aziende di Stato con migliaia di operai. Sono riuniti davanti a lui per ascoltare la lezione di questo strano premier-professore. Ma è Monti che appare quasi sotto esame, anche per la precisione chirurgica delle domande che gli vengono rivolte dagli "studenti". Che certo tutto si aspettano tranne che ascoltare una critica del capitalismo occidentale dal premier italiano. Gli fanno una domanda a bruciapelo: c´è la crisi finanziaria in America, non parliamo dell´euro, non sarà il vostro stesso modello di capitalismo che è andato in crisi? «Vengono un po´ i brividi a dire questo che sto per dire nella scuola del partito comunista cinese – premette Monti - ma ormai siamo tutti liberi da pregiudizi ideologici…». La battuta genera ilarità nella platea, scuote l´atmosfera gelida da congresso maoista. Monti rinfrancato prosegue: «Credo che il sistema capitalistico abbia molti, molti punti di vantaggio, comprovati dalla storia, rispetto al sistema all´epoca instaurato nell´Unione sovietica. Tuttavia credo anche che ogni sistema riesca a mantenersi nel tempo e a migliorare se tenuto sotto pressione da qualche sfida competitiva». E invece no, questo non accade più da tempo. «Il sistema capitalistico – ricorda - era tenuto sotto pressione fino all´89, ma poi è stato il sistema dominante. Io credo che abbia vinto il migliore, ma quando il migliore è diventato monopolista si è un po´ rilassato e certamente negli anni novanta e nel primo decennio di questo secolo il pendolo storico ha visto un eccessivo predominio dell´impresa, del capitale, a scapito dei poteri pubblici e del lavoro, della deregolazione a scapito della regolazione e così via». Ecco, l´ha detto. Il capitale ha vinto troppo: «Non si è fatta la necessaria manutenzione» al modello di sviluppo occidentale.
La lezione è finita, gli studenti scendono le scale animando capannelli sulle parole del premier. Monti più tardi confesserà «il piacere intellettuale» e «quasi l´emozione di parlare anche di capitalismo, di alternative al capitalismo, nella scuola del partito comunista cinese». Il discorso alla Scuola del Pcc – dove, di tanto in tanto, chiamano anche Romano Prodi – suggella una visita che, pensata più in sordina dagli stessi cinesi, si è trasformata strada facendo in una vera visita di Stato, con tutti gli annessi. Tanto che piazza Tienanmen ieri era impavesata con decine di tricolori italiani. Mischiati alle bandiere rosse.
(f.bei)

La Stampa 1.4.12
«Per investire aspettavamo di avere il vostro via libera»
«Le aziende cinesi possono puntare anche al controllo di alcune imprese italiane»
La banchiera di Pechino: ora buone occasioni per chi compra
di Francesco Manacorda


Jing Ulrich Il presidente dei mercati globali per la Cina di J. P. Morgan vede grandi possibilità di investimento in Italia per le aziende cinesi
Noi abbiamo il “cash”, i contanti. Voi avete debiti. Dunque ci sono moltissime opportunità per società cinesi che vogliano investire da voi. Prima di tutto, come è ovvio, per i settori in cui siete famosi: il lusso, la moda, le auto e il design; cose che i cinesi amano. Ma si può pensare anche a investimenti nelle infrastrutture e in asset industriali. E poi ci sono i titoli di Stato italiani, che potrebbero essere anch’essi un’opportunità per gli investitori finanziari cinesi».
Jing Ulrich, presidente dei mercati globali per la Cina di J. P. Morgan è il nome da sentire per capire che cosa le imprese del Dragone potranno e vorranno fare in Italia. Nata a Pechino, studi ad Harvard e Stanford, compare regolarmente nelle classifiche delle donne più potenti nel mondo della finanza e dell’economia. Sotto il sole di Cernobbio, dove partecipa al Forum Ambrosetti, tra un bicchier d’acqua naturale e l’ennesimo ritocco di rossetto a favore di telecamere e fotografi, spiega che quel che Pechino aspettava era solo un via libera ufficiale del governo. Ma di quello italiano.
Perché i capitali cinesi dovrebbero investire nelle aziende italiane, che spesso sono imprese medio-piccole?
«Perché ci possono essere molte sinergie. La Cina sta imparando rapidamente a conoscere il vostro Paese, anche attraverso il boom del turismo, ma mancano gli investimenti diretti».
Scarso interesse o c’è qualche ostacolo?
«Il problema, non solo per investire in Italia, ma in tutta Europa. è quello di avere l’approvazione delle autorità nazionali. E’ un processo che può avere bisogno di qualche tempo. Ma di sicuro l’ampiezza degli investimenti cinesi in Italia può aumentare molto, visto che adesso sono così bassi».
Le parole pronunciate a Seoul dal presidente cinese Hu Jintao, che ha spinto a investire di più in Italia, sono state lette da noi come rivoluzionarie. E’ così?
«No, non credo. Io penso che l’interesse per gli investimenti in Italia sia già molto diffuso e presente. Deve solo concretizzarsi. E perché questo avvenga, ripeto, serve un via libera del vostro governo».
Secondo lei le imprese punteranno a quote di controllo?
«Penso che sia possibile tutta una gamma di soluzioni: dalle quote di minoranza a quelle di controllo, arrivando anche alla proprietà completa».
Ma le prospettive economiche dell’Italia non sono certo entusiasmanti, specie se paragonate a quelle della Cina. Questo potrebbe essere un ostacolo agli investimenti?
«Non necessariamente. Il problema del ciclo economico riguarda tutti i paesi europei, non solo l’Italia. Ma proprio in tempi difficili si possono trovare buone occasioni di acquisto, anche con valutazioni vantaggiose per chi compra. E poi in alcuni settori, ad esempio quello della moda, le aziende italiane sono grandi esportatrici. Spesso si tratta di brand che hanno ormai il loro primo o secondo mercato proprio in Cina»».
Anche Pechino, però, dà qualche segno di rallentamento. Che prospettive vede per l’economia cinese nel 2012?
«Penso che ci possa essere un “atterraggio morbido”, visto che il governo ha decisamente cambiato registro: dalla lotta all’inflazione è passato al sostegno alla crescita, anche attraverso sgravi fiscali. Il governo centrale prevede che nel 2012 ci sia una crescita del Pil del 7,5%, ma la maggior parte degli economisti e degli analisti ritengono più probabile che si vada vicini all’8%».
Una previsione più ottimistica che si avvererà subito?
«No, anzi, nel primo trimestre probabilmente la crescita sarà più bassa. Ma nella seconda metà dell’anno il governo dovrebbe mettere in atto azioni di stimolo, anche se non troppo forti, che dovrebbero dare i loro effetti»."

La Stampa 1.4.12
Lo “shopping” del Dragone che mette paura
Negli Usa sempre più presente in aziende strategiche
di Francesco Semprini


In gergo si chiama «Go global», ed è la politica di «shopping» planetario avviata formalmente dal governo cinese nell’XI piano quinquennale. Dopo aver attratto capitali esteri per tanti anni, il Paese del Dragone si è a sua volta trasformato in investitore. La recente crisi finanziaria inoltre ha reso talvolta il lavoro più facile al regime di Pechino che opera principalmente attraverso il fondo sovrano China Investment Corporation (Cic). Viene creato nel 2007 per gestire le riserve in valuta straniera (3.200 miliardi di dollari), dopo la svalutazione del dollaro (la Cina detiene i due terzi del debito americano). Il sistema funziona. Nel 2009 12 mila investitori avevano avviato oltre 13 mila attività in 177 paesi e i flussi di capitali in uscita hanno toccato 50 miliardi di dollari dagli appena 2 miliardi del 2000, l’anno dopo gli investimenti diretti (finanziari esclusi) ammontavano a 60 miliardi di dollari.
Negli Stati Uniti il Cic controlla quote in 60 aziende per un totale di 9,6 miliardi di dollari. Ci sono un’ampia gamma di «blue chip», Citigroup, Visa, Pfizer, Coca Cola ed Apple, ma c’è anche il private equity Blackstone. Sempre maggiore l’interesse per i settori difesa, aerospaziale, trasporti e tlc, che ha creato non pochi timori a
Washington sulla sicurezza nazionale. Per quanto riguarda materie prime ed energia la Cina è impegnata in un «Risiko» planetario con quote nella canadese Teck Resources, o nel gigante brasiliano dei metalli Vale. In Kazakistan, Turkmenistan e Uzbekistan la China National Petrol Company ha siglato accordi per lo sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas naturale e per la distribuzione, in Afghanistan punta sul rame, in Mongolia e Australia sul carbone.
Capitolo a parte merita l’Africa: la veloce penetrazione cinese ha permesso a Pechino di diventare interlocutore privilegiato dapprima di Sudan, Angola, Nigeria, e Sud Africa e via via di altri Paesi. Secondo Standard Bank gli investimenti cinesi in Africa sono destinati ad aumentare di circa il 60% a 50 miliardi di dollari entro il 2015 grazie ai tentativi di acquisizione di società come Aluminium Corp of China e China National Petroleum di giacimenti minerari contribuendo a far aumentare il Pil del continente di circa il 6%. Sul versante europeo spiccano alcuni casi di penetrazione (agevolati dalla crisi), come quello greco, dove nel 2010 è stato siglato un’intesa multimiliardaria di 14 accordi per realizzazione di progetti nei settori portuale, trasporti, turistico e di condivisione di knowhow. E così il gigante Cosco ha acquisito il controllo completo del principale porto di navi container del Pireo.
E l’Italia? Il nostro paese rimane ancora una destinazione marginale nelle strategie cinesi, assorbendo lo 0,008% delle risorse investite da Pechino all’estero. Ma le iniziative d’investimento sono in forte crescita, con oltre 70 società a partecipazione cinese presenti alla fine del 2010. Nel 2007 erano meno di 30. Povera di risorse naturali, l’Italia è un «target» del Dragone per la sua posizione geografica che facilita la diffusione dei prodotti cinesi nel resto del continente. Lo dimostra l’interesse manifestato per alcuni scali portuali da parte dei cinesi. Tra i protagonisti del «Go Global» in Italia ci sono grandi gruppi, anche a controllo pubblico: Cosco e China Ocean Shipping Company nella logistica, ad Haier negli elettrodomestici, a Huawei nelle telecomunicazioni e ICT, Anhui Jianghuai Automobile a Chang An Automobile Group nel comparto auto con centri di ricerca e sviluppo a Torino.
A far gola infatti sono i cosiddetti beni immateriali ad alto valore brevetti, immagine marchi, innovazione, che possono far crescere rapidamente e affermarsi sui mercati occidentali le imprese cinesi. Ne è una dimostrazione l’acquisizione di Benelli da parte della cinese Qianjiang Group o della Elios Spa da parte di Fedia Electrics. Con il tecnogoverno Monti potrebbero venir meno quegli ostacoli che frenano il Dragone come la burocrazia macchinosa e la lentezza della legge. Ma l’ombra cinese è anche temuta, non sono pochi infatti i rapporti interni che parlano di «rischio di indebolimento del patrimonio scientifico e tecnologico nazionale» e di« vulnerabilità» dovuta alla penetrazione in settori chiave della nostra economia.

il Fatto 1.4.12
Occupyamo Piazza affari. Migliaia contro Monti e le banche
Il corteo a Milano: “Difendiamo i nostri diritti venduti”
di Eleonora Lavaggi


Milano Sul banco degli imputati Mario Monti, la Bce, il presidente Napolitano, ma soprattutto le banche, ritenute le principali responsabili delle macerie lasciate dalla crisi economica. “Occupy” da Wall Street ieri è arrivata a Piazza Affari, la city economica di Milano.
Al corteo hanno partecipato, secondo gli organizzatori, circa 25 mila persone: tanti giovani, diverse figure della sinistra extraparlamentare, sindacati di base, movimenti, centri sociali e molti riferimenti alla lotta No Tav. Nessun incappucciato, molti pensionati, qualche famiglia con bambini.
IL SENSO dell'intera giornata in uno striscione: “I nostri diritti contro i loro affari”. Spunta anche il vecchio Carlo Marx: “Il nostro modello tedesco è questo”, la didascalia degli autori napoletani. Insomma tra critica e ironia, quella di ieri è stata una protesta pacifica. E questo – spiegava ieri uno degli organizzatori – ne rafforza la valenza politica. Unica nota stonata: il sequestro da parte della polizia di alcune mazze su due autobus provenienti da Napoli. Non sono comunque mancate le azioni dimostrative nei confronti delle banche lungo il percorso fino a Piazza Affari. Il simbolo sono state le macerie: stese da un gruppo di ragazzi davanti alla sede di Unicredit, in piazza Cordusio. Inequivocabile il messaggio: sono state le operazioni delle banche a lasciare solo macerie nella vita della gente. Sulla facciata dello stesso istituto sono comparse, poi, maxi banconote con il volto di Mario Draghi. Valore: 1.935.800 milioni di euro, cioè il debito italiano. Durante il tragitto, inoltre, sono state messe tavole di legno su porte d'ingresso e bancomat delle filiali. Addirittura è stato realizzato un muretto in pochi minuti all'ingresso di un'agenzia. Protagonisti: alcuni giovani armati di cazzuole, una ventina di mattoni e cemento. Eppure ieri pomeriggio, Milano non ha protestato solo contro le banche. “No ai diktat della Bce e del governo Monti-Napolitano” recitava uno striscione, mentre molti cartelli intimavano di non toccare l'articolo 18. “Siamo qui per mandare a casa il governo Monti e chiediamo al Pd di staccare la spina – diceva ieri il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero – Il Pd continua a lamentarsi della politica del governo Monti e poi lo sostiene, è un comportamento schizofrenico che io non capisco”.
PAROLE che rilanciano l'alleanza delle opposizioni, nella quale oltre a Italia dei Valori e Sinistra e Libertà, lo stesso Ferrero mette i No Tav “contro Monti per dire no a una politica liberista. Siamo e saremo con la Cgil”. Che a Milano non c'era: “Questa è una manifestazione specificamente contro il governo Monti - spiega mentre sfila Giorgio Cremaschi, ala sinistra del sindacato - mentre la Cgil ha deciso una politica di iniziative sindacali. Invece qui si vuole costruire un’opposizione più ampia e trasversale alle politiche del governo e che raccolga l’opposizione sociale e anche la No Tav”. Ieri in città non c'era solo chi pensava a occupare Piazza Affari. Nel pomeriggio altri hanno provato a liberare la sedia del presidente della Regione. L'idea è stata di Pippo Civati (Pd): un sit-in per chiedere a Roberto Formigoni di lasciare la poltrona che occupa da 17 anni. Nessun palco e interventi brevi: Moni Ovadia, Giulio Cavalli, lo scrittore Gianni Biondillo, Nando Dalla Chiesa tra gli altri. Sanità, bonifiche, soprattutto corruzione i temi. Tra il pubblico (un centinaio di persone in tutto) qualcuno ha portato le foto dei dieci indagati del consiglio regionale. Assente l'Udc, presente l'ex direttore di Canale 5 Giorgio Gori. Si prepara al grande salto? “Forse sì”. Intanto, sotto la nuova sede del Pirellone, tra politici “nuovi” e volti datati, di giovani se ne sono visti ben pochi. Erano tutti in Piazza Affari.

il Fatto 1.4.12
De Pedis. “La tomba non è del Vaticano”
di Rita Di Giovacchino


Fu il cardinal Ugo Poletti, il 10 marzo 1990, a rilasciare il nulla osta della Santa Sede alla tumulazione di De Pedis nella Cripta di Sant’Apollinare. La cosa era nota, ma il ministro dell’Interno Annamaria Cancellieri, pressata da Walter Veltroni, lo ha scoperto soltanto ora. In ogni caso la sua risposta all’interpellanza del vicepresidente dell’Antimafia offre un crisma di ufficialità a questa strana storia di vescovi e gangster. Sulla questione “dell’extraterritorialità” il ministro, pur asserendo che l’ormai famosa chiesa “non è territorio dello Stato Vaticano”, rimanda a una norma del Concordato (l’articolo 16 della legge n. 810/29) in base alla quale San-t’Apollinare, come tutte le basiliche anche minori “gode di un particolare regime giuridico, definito dalla Corte Costituzionale privilegio di extraterritorialità”. Privilegiata è anche la tumulazione di Renatino nella cappella accanto a quella di Roesler Franz, il pittore di Roma Sparita, ma la Santa Sede può dare “all’immobile l’assetto che crede, senza bisogno di autorizzazioni di autorità governative, provinciali e comunali”. Anche la sepoltura di Renatino è affar suo. L’unico delegato a dare l’autorizzazione era il Cardinale vicario di Roma, per l’appunto Poletti che, a quanto racconta Sabrina Minardi, di Renatino era amico. La soluzione fu rapidissima: De Pedis fu ucciso il 20 febbraio e tumulato al Verano. Il parroco Don Vergari si rivolse a Poletti che si mobilitò: “La famiglia De Pedis il 23 marzo 1990 ottenne dall’autorità comunale l’autorizzazione all’estumulazione della salma del congiunto (...) per il successivo trasferimento alla Basilica di S. Apollinare in Roma e il 24 aprile ottenne l’autorizzazione al trasporto della salma alla chiesa di Sant’Apollinare, Stato Città del Vaticano”. Il cerchio si chiude, resta il caustico commento di Andreotti: “Forse De Pedis non era un benefattore dell’umanità, ma di Sant’Apollinare si”.

Repubblica 1.4.12
Lo rivela il ministro Cancellieri. Veltroni: procedure irregolari nella traslazione nella chiesa romana del corpo del gangster
"De Pedis sepolto col sì di Comune e Vaticano" Alemanno: via la salma da Sant´Apollinare
di Giovanna Vitale


ROMA - Ci sono voluti ventidue anni per accendere un lampo di luce sulla sepoltura di Enrico De Pedis, boss della Banda della Magliana, nella Basilica di Sant´Apollinare. Una vicenda costellata di equivoci e depistaggi, ricostruita ieri dal ministro dell´Interno Anna Maria Cancellieri in una lettera inviata a Walter Veltroni dopo il botta e risposta di mercoledì alla Camera.
Diverse le novità che emergono dai nuovi documenti "pervenuti" solo due giorni fa al Viminale e subito trasmessi in Procura: intanto che la chiesa nel cuore di Roma dove "Renatino" venne traslato un mese dopo la sua morte «non è territorio dello Stato Città del Vaticano», come la vulgata ha sempre sostenuto, trovando erronea conferma nella replica della Cancellieri all´interrogazione del deputato Pd. «Un´imprecisione» dovuta a «un risalente rapporto di polizia», si è giustificata il ministro. È stato al contrario appurato che pur godendo di «un particolare regime giuridico», Sant´Apollinare resta a tutti gli effetti italiana. Dunque, per trasferire lì il boss era necessario l´ok delle autorità nazionali. In realtà, mai arrivato.
Riepiloga il ministero: «In data 10 marzo 1990 il cardinale Ugo Poletti», allora presidente Cei e vicario di Roma, «rilasciava il nulla osta della Santa Sede alla tumulazione della salma» nella basilica alle spalle di piazza Navona. Un atto firmato, è bene ricordare, dopo che il rettore, monsignor Pietro Vergari, aveva certificato lo status di grande benefattore di De Pedis. Lo stesso monsignore che, il 20 marzo, dichiarerà poi l´extraterritorialità di Sant´Apollinare. Tre giorni dopo, «la famiglia De Pedis ottiene dall´autorità comunale l´autorizzazione all´estumulazione della salma del congiunto dal cimitero del Verano» e «l´assistenza sanitaria per la traslazione della salma "nella Basilica di Sant´Apollinare, Stato Città del Vaticano"». Et voilà: il gigantesco equivoco, o errore in malafede si vedrà, è consumato.
Una ricostruzione che coincide coi ricordi di Vincenzo Gagliani Caputo, all´epoca vice-segretario generale del Campidoglio: «A quel tempo tali pratiche venivano sbrigate dal servizio funebre cimiteriale. Funzionava così: per fare uscire una salma dal Verano occorreva una richiesta di trasferimento in cui era indicato il luogo di sepoltura e allegato il nullaosta dell´autorità che avrebbe dovuto ospitare la bara». Poletti e Sant´Apollinare: due passaggi che coincidono coi documenti comunali, finora inediti.
Ecco perché «la lettera del ministro è importante», sottolinea Veltroni. «Fissa dei dati che mutano l´analisi della situazione. È evidente che si sono aggirate leggi nazionali e alterate le procedure di autorizzazione locale. Perché?», si chiede l´ex leader Pd: «Chi lo ha fatto?». Domande alle quali il sindaco Gianni Alemanno intende dare risposta: «Apriremo i nostri archivi, tireremo fuori tutte le carte, entro un paio di giorni spero di poter dire come sono andate le cose». D´accordo col suo predecessore: «Non è accettabile che un bandito come De Pedis sia sepolto in chiesa. Mi auguro si possa trovare un'altra collocazione». Dovesse avvenire, la famiglia di "Renatino" - fa sapere l'avvocato - non si opporrà.

Demnetrio Neri in una intervista di questa mattina al GR3:
«Per la Legge 40 gli embrioni sono soggetti di diritto: qualcuno sarà incriminato per omicidio colposo plurimo?»
il Fatto 1.4.12
Roma, guasto a un impianto: persi 94 embrioni


Il percorso per la fecondazione in vitro è lungo e spesso molto doloroso. Molte coppie sono costrette a ricorrere alla medicina se non riescono ad avere figli naturalmente. E per 40 di loro il tentativo ieri si è vanificato a causa di un incidente al centro di procreazione medicalmente assistita dell’ospedale San Filippo Neri di Roma.
UN GUASTO all’impianto di azoto liquido che permette il corretto funzionamento della crioconservazione dei materiali biologici destinati alla fecondazione ha provocato la perdita di 94 embrioni. “Si è verificato un innalzamento della temperatura, con azzeramento del livello di azoto, lo svuotamento del serbatoio, e la conseguente perdita di 94 embrioni, 130 ovociti e 5 campioni di liquido seminale” ha comunicato con una nota la Direzione generale dell’azienda ospedaliera, innescando la reazione delle coppie danneggiate che hanno già manifestato l’intenzione di adire alle vie legali per essere risarcite. Il direttore generale del nosocomio, Domenico Alessio, ha dichiarato l’ospedale parte lesa e si è rivolto alla magistratura
imputando la responsabilità “esclusiva” dell’accaduto alla ditta dell’impianto di crioconservazione: “Tutta la mia solidarietà – ha detto Alessio – alle coppie coinvolte. Vengano tranquillamente da me e troveranno un alleato e non una controparte, perchè io, come loro, sono parte lesa da questa vicenda”. L’azienda, leader del settore con il 95% del mercato, è responsabile della conduzione, della manutenzione e del controllo dell’impianto di crioconservazione. “Sto ancora aspettando la relazione da parte della ditta che spieghi cosa è successo – conclude Alessio – quando l’avrò potremo discuterne”.
Per il Tribunale del malato del Lazio, infatti, non è solo colpa di un guasto isolato ma di ripetute disattenzioni: “Nel 2011, rispetto all’anno precedente, sono raddoppiate le segnalazioni sulla disattenzione per la manutenzione da parte del personale sanitario e non, all’interno delle aziende ospedaliere – ha dichiarato il segretario regionale Giuseppe Scaramuzza – si è passati dal 5,8% di questo tipo di segnalazioni al 12,9%. Praticamente il doppio.
QUANTO è accaduto alle famiglie è un danno enorme – continua – su questo presenteremo una denuncia. Abbiamo comunque apprezzato che almeno una volta sia stata un’azienda stessa, in questo caso il San Filippo Neri, a denunciare il fatto e si chiedano danni alla ditta responsabile di quanto accaduto. Come al solito ciò che conta sono i comportamenti, c’è bisogno di investire di più nella più sicurezza”. Secondo l’Associazione Luca Coscioni, la mancanza di sicurezza è imputabile alla Regione: “L’incidente si sarebbe potuto evitare se la governatrice, Renata Polverini, anche in funzione di commissario alla sanità, avesse predisposto verifiche e autorizzazioni previste per legge. É la responsabile dei mancati controlli”.
Intanto il ministro della Salute, Re-nato Balduzzi, ha chiesto “un’immediata” relazione al Centro Nazionale Trapianti, che ha disposto un’ispezione al San Filippo Neri per martedì. E anche il presidente della Commissione d’inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino, ha chiesto ai carabinieri del Nas di acquisire tutti i documenti necessari a chiarire l’incidente. “Non posso nemmeno immaginare l’angoscia delle coppie coinvolte in questo incidente – ha dichiarato Marino – che ha reciso la loro speranza di poter avere un figlio attraverso la fecondazione. Il pensiero va, alle donne che si sono sottoposte a lunghe terapie e stress fisico e psicologico per tentare di coronare il sogno di una maternità”. (C. Pe.)

il Fatto 1.4.12
Il film di Giordana e le polemiche
D’Ambrosio: su quella strage c’è una verità storica
di Gianni Barbacetto


Gerardo D’Ambrosio, il giudice istruttore che indagò a Milano sulla morte del ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli e sulla “pista nera” per la strage di piazza Fontana, ha letto tutto d’un fiato il nuovo libro di Adriano Sofri. “Questa volta Sofri ha proprio ragione”, dice. Il libro, 132 pagine, s’intitola 43 anni, è disponibile online in rete ed è una dura confutazione delle tesi espresse da Paolo Cucchiarelli nel suo volume Il segreto di piazza Fontana, da cui è “liberamente ispirato” il film Romanzo di una strage di Marco Tullio Giordana. “Ha ragione Sofri”, spiega D’Ambrosio, “perché il libro di Cucchiarelli è pieno di balle enormi, ripropone e cuce insieme elementi e ipotesi che noi avevamo già escluso dopo le nostre indagini: le responsabilità nella strage dell’anarchico Pietro Valpreda, ma anche di Pino Pinelli”. Tesi centrale del libro di Cucchiarelli, la doppia bomba: “Una intenzionata a fare il botto”, sintetizza Sofri, “l’altra a fare morti”. La prima, dimostrativa, messa il 12 dicembre 1969 nel salone della Banca nazionale dell’agricoltura da Valpreda, la seconda dai fascisti con la copertura dei servizi segreti. “Il film”, continua Sofri, “avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe innocue, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che raddoppiano bombe fasciste”.
“Ipotesi aberranti”, conferma D’Ambrosio. “Quella di Cucchiarelli è la riproposizione quarant’anni dopo della teoria degli opposti estremismi. Che noi magistrati di Milano non volemmo seguire: e allora ci scipparono l’inchiesta, mandandola più lontano possibile, a Catanzaro”.
“No, non c’era anche una miccia, nella bomba di piazza Fontana. Ma ve lo vedete, l’anarchico con i capelli lunghi che entra in banca e accende la miccia (che fa luce, fumo e puzza) e poi esce tranquillo? C’era un timer, questo sì, uno di quelli che noi scoprimmo comprati personalmente a Bologna dal neonazista Franco Freda. È una falsità assoluta anche la storia dei due taxi. Il secondo di cui parla Cucchiarelli era quello, preso in via Cappuccio, non da un sosia di Valpreda (Claudio Orsi, dice, ma il suo alibi fu verificato!), bensì da una fotomodella ventitreenne, Gunhild Svenning che, come scrive Sofri, andò in banca a cambiare un assegno di 35 mila lire avuto in compenso del suo lavoro. Al tassista Cornelio Rolandi, che aveva trasportato una persona elegante con il cappotto, fu poi fatto riconoscere Valpreda in un confronto all’americana molto discutibile. Il tassista fece pochi metri, da piazza Beccaria a via Santa Tecla. Lì (e non davanti alla banca) aspettò il cliente, che dunque non vide neppure entrare nell’edificio, che era dietro l’angolo. Il tragitto era così breve che certo il trasportato non ebbe il tempo di preparare la bomba: aprire la borsa, estrarre la cassetta metallica, caricare il timer, poi richiudere tutto... ”.
D’Ambrosio continua: “Ma se tutte le bombe erano doppie, avrebbero dovuto esserlo anche le due trovate non esplose nell’agosto 1969 sui treni: per quelle (come per le altre decine scoppiate nei mesi prima di piazza Fontana) sono stati condannati i neri Franco Freda e Giovanni Ventura”.
Anche Pinelli sapeva delle bombe, scrive Cucchiarelli, e ha passato il pomeriggio del 12 dicembre in modi “indicibili”. (“Il film di Giordana se ne guarda”, commenta Sofri, “risparmiandosi così la calunnia postuma”). “Ma è una balla enorme”, insorge D’Ambrosio, che ha processualmente liberato il commissario Luigi Calabresi da ogni responsabilità per la morte dell’anarchico. “Pinelli in questura ha raccontato che cosa ha fatto quel giorno e ha detto la verità. Se ha taciuto di aver incontrato Nino Sottosanti”, spiega D’Ambrosio, “è solo per non indebolire la testimonianza che questi aveva appena fatto in favore di un anarchico. Alla fine, condivido il giudizio di Mario Calabresi, direttore della Stampa”. Il figlio del commissario ha dichiarato che il film lascia i fatti “in una nebulosa oscura. Ti lascia la sensazione che non sappiamo niente, che non abbiamo né verità né giustizia. Invece la verità storica c’è, eccome. Noi oggi, come ha detto il presidente Napolitano, sappiamo chi è stato, e perché. Conosciamo le responsabilità oggettive e morali. Sappiano che è stata la destra neofascista veneta, conosciamo complicità e depistaggi dei servizi deviati e dell’Ufficio affari riservati”.

l’Unità 1.4.12
Intervista a Mustafa Barghuti
«Una nuova Intifada per sfidare Israele: quella non violenta»
Il leader palestinese «La militarizzazione? Un errore, come pure la strategia negoziale di Abu Mazen. Sì al dialogo con chi crede nella convivenza pacifica»
di Umberto De Giovannangeli


Mi sono ripreso. Ora sto meglio. Ma più che nel fisico, è il morale che è alto. Perché il 30 marzo è stato un grande giorno. Lo è stato perché nessuno pensava che saremmo riusciti a dar vita a una mobilitazione che ha coinvolto migliaia di persone. È stata una grande giornata, quella di ieri (venerdì, la “Giornata della Terra”, ndr), perché abbiamo realizzato una protesta non violenta, unitaria. E questo mi dà speranza per il futuro». A parlare, da un letto di ospedale a Ramallah, è una delle figure più rappresentative della Palestina laica, progressista: Mustafa Barghuti. Il leader del partito di «Iniziativa nazionale» (Mubadara), è stato colpito alla testa da un lacrimogeno nel corso di scontri tra manifestanti palestinesi e soldati israeliani presso il check-point di Kalandya. Della sua vicenda personale, Barghuti ha poca voglia di parlare. Lo fa solo per contestare una ricostruzione che lo vorrebbe colpito da un lacrimogeno israeliano ma da un pugno sferratogli da un militante del Fplp palestinese. «È un’affermazione ridicola taglia corto Barghuti -. La più ridicola che abbia mai sentito. Perché un palestinese avrebbe dovuto attaccarmi? Siamo tutti sulla stessa barricata. Io sono un dirigente palestinese».
Le proteste della Giornata della Terra tenute dalla popolazione palestinese equivalgono a terrorismo politico: parole di Danny Ayalon, vice ministro degli Esteri d’Israele.
«Per Israele chiunque si opponga all’occupazione è un “terrorista”. Ma le parole di Ayalon non sono solo provocazione allo stato puro, denotano anche qualcos’altro». Cos’altro?
«Denotano preoccupazione. Perché ciò che è avvenuto venerdì scorso è qualcosa di molto importante. Decine di migliaia di persone hanno dato vita a una protesta non violenta, unitaria. Dimostrando così che esiste una terza via tra rassegnazione e una pratica militarista: è la via della disobbedienza civile, di una rivolta popolare in cui ognuno si sente partecipe, protagonista.
Un’una nuova Intifada: l’Intifada non violenta».
Quella evocata anche da un altro Barghuti: Marwan, il leader di Al Fatah da anni in carcere in Israele.
«Ho letto l’appello di Marwan e condivido non solo le conclusioni ma soprattutto la premessa: siamo di fronte ad un fallimento della strategia negoziale portata avanti dal presidente Abbas (Abu Mazen). Ed è fallita perché di fronte a noi abbiamo una controparte che ha sempre inteso il “negoziato” come un guadagnar tempo, come fumo negli occhi della comunità internazionale. Far finta di negoziare e intanto svuotare il negoziato di ogni significato concreto, portando avanti sul campo la politica dei fatti compiuti: espropriare i palestinesi della loro terra, portare a termine il muro dell’apartheid in Cisgiordania, continuare a fare di Gaza una prigione a cielo aperto, isolata dal resto del mondo. La realtà, purtroppo, ha confermato quanto ho avuto modo di sostenere più volte in passato».
Vale a dire?
«Cambiano i governi, ma la musica resta sempre la stessa: i governanti israeliani cercano di incastrare i palestinesi in un angolo della scacchiera dove non c’è alcuna possibilità di scelta. Se diciamo di essere d’accordo sulla soluzione dei due Stati, ci propongono un bantustan. Se affermiamo che, stando così le cose, preferiamo uno Stato unico e democratico, ci accusano di voler distruggere Israele».
C’è chi sostiene che l’alternativa al negoziato è la lotta armata.
«Non sono di questo avviso. Israele sembra conoscere solo il linguaggio della forza, e sfidarlo su questo terreno è assolutamente perdente. La militarizzazione dell’Intifada è stata una scelta sbagliata, un tragico errore. La resistenza non violenta è il terreno su cui sfidare Israele. E al tempo stesso, occorre praticare il dialogo dal basso, con quella parte della società israeliana che continua a credere in una convivenza possibile, fruttuosa tra due popoli e due Stati. Per questo non dobbiamo stancarci di spiegare che la nostra era e resta una lotta di liberazione nazionale, machenonè,enonèmaistata,una lotta contro gli ebrei. Ci hanno attaccati, non siamo stati noi ad attaccare. Hanno preso la nostra terra, noi non abbiamo preso la terra di nessuno. La nostra lotta è per realizzare un nuovo Stato, lo Stato di Palestina, e non per cancellarne uno, lo Stato d’Israele. Nessuno s’illuda: lo status quo non potrà durare ancora a lungo. Quello palestinese non sarà mai un popolo di rassegnati».

l’Unità 1.4.12
Censura e manette per zittire le voci di golpe in Cina
Chiusi 16 siti, 6 arresti, commenti bloccati sui social network La stretta su Internet mentre il premier Wen dice a Monti: «Per noi è importante il controllo dei cittadini sullo Stato»
di Gabriel Bertinetto


Chiamiamola coincidenza inopportuna. Mario Monti a Pechino incontra il suo omologo Wen Jiabao. Parlano delle prospettive di collaborazione economica fra i due Paesi, ma Monti nota anche «l’attenzione del premier cinese nel descrivere l’evoluzione in corso per accrescere il controllo dei cittadini sullo svolgimento delle attività dello Stato». In quelle stesse ore le autorità locali annunciavano una stretta poderosa ai danni della libertà di comunicazione su Internet.
Wen Jiabao, destinato comunque a uscire di scena in ottobre, è noto per evocare l’improcrastinabilità di riforme democratiche, che lui non sa imporre e molti colleghi fanno di tutto per evitare. Il colpo inflitto ieri ai media nella Repubblica popolare dimostra chiaramente quale tendenza stia prevalendo. Sedici siti web sono stati chiusi, e 6 persone arrestate per avere diffuso voci su preparativi di golpe nella capitale. Vietato sino al 3 aprile “postare” commenti sui due surrogati locali di Twitter: Sina Weibo e Tencent Weibo. Secondo l’Ufficio statale per l’informazione online, quelle notizie infondate potevano avere «un’influenza molto negativa sul pubblico». Il Quotidiano del popolo, organo del partito comunista, sottolinea la necessità di evitare che «bugie contrabbandate per fatti, danneggino l’ordine, la stabilità e l’integrità sociale».
In Cina è in atto una furibonda lotta per il potere. I racconti fantasiosi sul dispiegamento di carri armati nelle strade di Pechino sono frutto di quel clima di tensione. Il ricorso alle manette e alla censura tradisce un antico vizio autoritario, ma anche il panico delle autorità di fronte al rischio che prima o poi assieme alle bufale sui tank in marcia verso la Tiananmen, esca la verità sullo scontro per l’egemonia in vista del congresso d’autunno. La verità magari sul siluramento di Bo Xilai, capo della tendenza filo-maoista, che aspirava a un ruolo di eminenza grigia nei futuri assetti di vertice, alle spalle del già designato leader supremo Xi Jinping. La sua rimozione da segretario del Pc nella città di Chongqing si colora sempre più di giallo. Mistero sulla destituzione di Wang Lijiun, il superpoliziotto che agli ordini di Bo aveva condotto una popolarissima caccia ai corrotti, prima di cercare invano asilo politico in un consolato Usa. Mistero sulla morte, sempre a Chongqing, di un businessman inglese, Neil Heywood, che lavorava per una ditta di consulenze strategiche di Londra, la Hakluyt, composta da ex-ufficiali del controspionaggio britannico.

il Fatto 1.4.12
Donne afgane, diritti lontani
di Silvia Truzzi


Sulla copertina del “Time”, agosto 2010, c’è Aisha. Tracce di paura negli occhi neri e capelli, meravigliosi, ugualmente corvini. Ha 18 anni, è afghana: mostra con dignità il volto sfigurato senza naso. La chioma copre le orecchie, che non ci sono più. Questo regalino glielo ha fatto il marito, talebano, come contromisura per aver tentato di sfuggire alle sue violenze. Conosciamo questa storia perché Aisha ha convinto il padre a portarla alla base statunitense, dove ha ricevuto le prime cure. Gul Guncha ha ucciso il marito che aveva violentato la figlia di sette anni, ne aveva venduta un'altra di due anni e mezzo e voleva disfarsi di una terza. È in prigione, aspettando la grazia per una sentenza che ne stabilisce la morte. Non si è mai pentita. Nilofar ha chiesto aiuto alla giustizia: ha mostrato le ferite inflittele dal marito con un cacciavite. Il procuratore, visto che non erano “mortali”, ha disposto l’arresto per adulterio (aveva detto di aver invitato un uomo a casa). Sabereh, 18 anni, è stata accusata dal padre di aver avuto rapporti sessuali. Lei ha negato, è in carcere dove è stata visitata ed è risultata vergine. Qualche giorno fa l'associazione Human Rights Watch ha riportato l’attenzione sul dramma delle donne afghane, spiegando che oltre 400 di loro sono oggi detenute per crimini contro la morale. Quali sono questi reati? Fuggire di casa quando vengono picchiate o stuprate dal marito, avere rapporti sessuali fuori dal matrimonio o essere accusate di adulterio. Cos’è l’adulterio? Il rapporto sessuale tra persone non sposate. Pena: dai 5 ai 15 anni di carcere. Dal 2009 esiste una legge che punisce la violenza sulle donne. Come si vede è lettera pressoché morta. Il presidente afghano Karzai ha graziato molte donne – erano 565, secondo l’Onu, nel 2010 – imprigionate per crimini contro la moralità. Però ha recentemente sottoscritto un editto del Consiglio degli Ulema (i dotti islamici, la più importante autorità religiosa del Paese) di questo tenore: le donne non dovrebbero “mischiarsi a uomini estranei in attività di carattere sociale come l’istruzione, nei mercati, negli uffici e in altri aspetti della vita”. Poi sancisce che “molestare e picchiare le donne” è vietato “a meno che non avvenga per un motivo legato alla sharia”. Sulla cui “interpretazione” ci sono molti margini. Sul blog “la 27esima ora” del Corriere.it   si legge la lettera di Fariha Khorsand, una giovane giornalista di Herat, dove si spiega che la comunità internazionale s’interroga sul futuro delle donne in Afghanistan più che per qualsiasi altro paese al mondo. Questo accade perché gli osservatori stranieri sono “sconvolti da quanto hanno visto riguardo la condizione delle donne, che vivono tagliate fuori da ogni contatto con il mondo esterno”. Fariha racconta anche una storia di rinascita. La lotta delle afghane per l’emancipazione sta dando buoni frutti, grazie a una consapevolezza crescente: oggi oltre 4 milioni di ragazze frequentano le scuole e gli istituti di istruzione superiore. Nel pubblico impiego, il 17 per cento è donna, il 25 per cento dei seggi in Parlamento è occupato da donne. Eppure non basta, l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale deve restare alta. Più di duemila donne l’anno si suicidano in Afghanistan (stime del 2010). Scrive Michele Taruffo nell’introduzione a “La giustizia e le ingiustizie” di Federico Stella: “il male, una volta inferto, non ha soluzione”. Le risposte sono fallaci, la vendetta “reagendo al male con il male, non fa che aumentare il male complessivo”. Di fronte a questa sofferenza – collettiva, ingiusta e ingiustificabile – non si può che provare il dolore della rabbia.

l’Unità 1.4.12
Intervista a Eve Ensler
Donne, date una scossa al pianeta
L’autrice dei «Monologhi della vagina» continua la sua battaglia contro la violenza domestica, lo stupro, lo sfruttamento sessuale e l’infibulazione

«Per darci un futuro liberiamo le emozioni, parlo soprattutto alle ragazze»
di Maria Serena Palieri


Carol Gilligan, femminista storica, introducendo gli ultimi monologhi di Eve Ensler, pubblicati l’anno scorso da Piemme col titolo Io sono emozione. La vita segreta delle ragazze, scrive: «Il contrario del patriarcato è la democrazia». È un concetto molto semplice e molto radicale. Ma è tutto così, molto semplice e molto radicale, nel movimento promosso da Ensler, drammaturga, poetessa, sceneggiatrice, regista che, dal 1998, con i suoi Monologhi della vagina, fa dire su un palco la parola interdetta a coorti di donne, star come persone comuni, e fondatrice nello stesso anno del V-Day, la valanga che ha toccato 120 Paesi per organizzare eventi e raccolte di fondi contro tutte le forme di soggezione e sfruttamento femminile, dalle percosse alla schiavitù sessuale, dall’infibulazione all’incesto («V» sta per violenza, per Valentino cioè «il giorno dell’amore e dell’amicizia» e naturalmente per vagina). Tagliando corto su prospettive più raffinate, quelle di quando il femminismo era al suo zenith, e con una americana volitività palingenetica, Ensler – ha 58 anni ha fondato questo movimento sul dato crudo dell’abuso: lei è stata abusata da ragazzina dal patrigno e sa che le donne che hanno avuto esperienze di stupro, in famiglia o no, sono una quantità inimmaginabile per chi non si documenta (per il V-Day nel mondo lo è una donna su tre). È in Italia per presenziare, domani, a una replica dei Monologhi della vagina al milanese Teatro dell’Elfo (stavolta saranno tra le altre Lella Costa, Geppi Cucciari, Paola Turci, Marina Massironi a recitare) e per presentare Se non ora quando, libro (di nuovo per Piemme) che raccoglie gli interventi di un drappello di scrittori al festival contro la violenza che si è tenuto a New York nel 2006. Il titolo per l’edizione italiana occhieggia al movimento che da noi ha portato in piaza un milione e mezzo di donne il 13 febbraio 2011. A scrivere da Michael Cunnigham con un allucinato testo espiatorio a Jane Fonda che torna sulla figura di sua madre, da Edward Albee con l’atto unico di una coppia sadomaso ad Alice Walker con una poesia martellante come un rap. Abbiamo posto a Eve Ensler alcune domande.
In «Io sono emozione» le voci narranti sono di ragazzine, adolescenti americane alle prese con corpo, peso, sesso, bullismo, ma anche congolesi e palestinesi alle prese con schiavitù meno soggettive. Perché si è focalizzata sull’età adolescenziale?
«Le ragazzine sono concretamente il futuro. Ma è anche la ragazzina che è in ognuno di noi adulti, donne come uomini, a possedere la chiave del futuro: bisogna liberarla. Il pubblico cui mi rivolgo non è solo di teenager, io spero che questo libro lo leggano tutti. Perché ciascuno di noi è allevato inibendogli di essere una ragazzina: al maschio si dice “non fare la femminuccia”, alla femmina “non fare la ragazzina”. È evidente che in questo nocciolo c’è qualcosa di molto potente: empatia, intuizione, compassione, mozioni».
Quali virtù attribuisce alle emozioni?
«Il libro si dirama verso strade diverse, con pezzi buffi, inquietanti, strani. Ma è la gamma di emozioni che gli permette di entrare dentro ciascuno di noi. Fossero solo fatti, i numeri delle donne uccise in una guerra oppure in una metropoli, ci chiuderemmo. Ma se il nostro cuore è aperto e l’arte ci commuove, allora cominciamo a pensare in modo diverso. Le emozioni sono un tipo particolare di intelligenza posto nel cuore come nella mente. Liberarle è essenziale per darci un futuro. Sono la parte nostra più censurata. Noi siamo allevati in modo da separarci dal nostro cuore. Io ricordo che da quando ho avuto dei sentimenti mi sono sentita dire che ero troppo viva, troppo isterica, troppo troppo troppo... Invece le emozioni sono ciò che ci lega alle altre persone. Ci riempiono di passione. Ci danno la capacità di resistere e di ribellarci».
In uno dei testi per «Se non ora quando» c’è un atto di accusa al mondo ipocrita dei ricchi che elargiscono. Ma il V-Day si fonda su donazioni. Non è una contraddizione?
«C’è differenza tra carità, beneficenza e un movimento. Proprio ieri allo Skoll World Forum (l’organismo che stimola risposte di taglio imprenditoriale ai grandi problemi del pianeta, ndr), a Oxford, ho parlato della differenza che c’è tra il dare denaro a chi ne ha bisogno sentendosi fortunati nel farlo e darlo pensando di essere persone speciali. Il V-Day, nelle mie intenzioni, non è un movimento nelle mani di una leader. È un movimento dove le militanti si impegnano in una filantropia che ha scopi di alto empowerment (promuove autorevolezza e responsabilità nei destinatari, ndr).
Quando raccogliamo denaro nei diversi Paesi, con le nostre iniziative, il denaro rimane lì. Il denaro è energia. Quando dò denaro, mi sia stato affidato da altri o sia mio, sento che non sto controllando la gente, con questi soldi, ma ho fiducia in loro e glieli dò, fidandomi, perché facciano qualcosa. Super-ricchi e multinazionali danno, ma spesso una briciola e si sentono a posto. E il sistema resta quello dell’1% che ha tutto e il 99% che non ha niente». Questa proporzione, 1 vs 99%, è un lascito dell’epoca Bush...
Le cose vanno meglio?
«Personalmente mi sento meglio da quando è cominciato Occupy Wall Street. E da piazza Tahrir. Sono gli albori di movimenti internazionali in cui le persone cominciano a sollevarsi e a chiedere la propria parte. Quest’anno al V-Day sono venute delle donne di Ows, autodefinendosi Vagines Occupy. I diritti delle donne hanno bisogno di giustizia economica e uguaglianza. Dove c’è iniquità, violenza e sopraffazione sulle donne si rafforzano».
Partita da una pièce teatrale, lei è finita ai quattro lati del pianeta a battersi contro tutte le forme di abuso sulle donne. Non ha la sensazione di provare a svuotare il mare con un cucchiaino?
«A volte sì, a volte no. Il 6 marzo delle deputate hanno allestito i Monologhi dentro il Parlamento europeo, trasformandolo in un luogo di vagine e libertà. In gennaio ero in Congo al nostro Joy Center dove le prime tra le donne violentate nella guerra, lì accolte, si diplomavano, candidandosi a diventare classe dirigente. Questa settimana Dominique Strauss-Kahn è stato indagato per sfruttamento della prostituzione. Di tutto questo sono felice. Però negli Stati Uniti la destra fa campagna elettorale con un programma di remissione dei principali diritti. Il bene e male procedono sempre in contemporanea».
Signora Ensler, la sua mente mai doma ora cosa progetta?
«Un libro sui tumori in Congo, una pièce teatrale da Io sono emozione. E il 14 febbraio 2013 un V-Day che dovrà coinvolgere un miliardo di donne nel pianeta: donne picchiate o abusate che ballino, diano la scossa al pianeta, uno scrollone di energia, perché rinasca la pianta del buon senso».

l’Unità 1.4.12
Leninismo e stalinismo
di Bruno Bongiovanni


Si è visto che Marx dichiara di non essere «marxista». Vediamo altri termini. Il «leninismo» compare in russo una prima volta nel 1903 e con una connotazione negativa, formulata, dopo la scissione tra bolscevichi e menscevichi, dagli avversari di Lenin in seno alla socialdemocrazia russa. Al momento il termine si eclissa. La prima definizione dottrinale del leninismo, adesso votata al culto onomastico, è fornita da Stalin dopo la morte di Lenin (1924) in un ciclo di lezioni tenute all’Università Sverdlov e poi raccolte in opuscolo con il celebre titolo I princìpi del leninismo. Il leninismo, insomma, sorge quasi contemporaneamente alla esposizione del «socialismo in un Paese solo». Zinov’ev, poi, nel 1925, con l’opuscolo Il leninismo, definisce il termine come «il marxismo dell’epoca delle guerre imperialistiche e della rivoluzione mondiale, direttamente incominciata in un Paese dove predominano i contadini».
«Stalinismo» è invece diffuso a partire dal 1923-1925 dagli oppositori di sinistra : Trockij per primo e in russo (Stalinizm), i consiliari tedesco-olandesi, i socialdemocratici, i comunisti contrari al «socialismo in un solo Paese», gli anarchici. Dunque dai critici di sinistra dell’Urss. Gli avversari del bolscevismo, siano essi reazionari nostalgici dello zarismo o democratico-liberali e progressisti, usano assai poco, e a partire dagli anni 30, il termine «stalinismo». E solo per rafforzare la repulsione per la politica dell’Urss e per il comunismo. Ma anche i crititici «occidentalisti» di sinistra Pannekoek, Gorter, Rühle, Mattick – non distinguono tra leninismo e stalinismo.
Il bolscevismo è unitario e costituisce la Herrenklasse (termine usato nel 1930 anche dal veccho Kautsky), ossia la classe dominante. I significati sono così uno e tanti.

La Stampa 1.4.12
Ognuno è barbaro di qualcun altro
Furono i Greci a inventare questa categoria per indicare i Persiani e poi i Romani: che a loro volta la applicarono ai popoli sottomessi
di Alessandro Barbero


"Gli uomini hanno una tendenza congenita a pensare che chi è diverso è anche inferiore"
“Nelle commedie di Plauto ambientate in Grecia e i loro personaggi chiamano barbarica lex il diritto romano"
"La cittadinanza dell’Urbe poteva essere concessa ai vinti beneducati e collaborativi"

Oggi a Genova Al festival «La storia in piazza», che si conclude oggi a Genova, interviene tra gli altri, alle 15 presso l’Archivio Storico del Comune, lo storico e scrittore Alessandro Barbero. Anticipiamo una sintesi della sua lezione

La visione d’un mondo diviso tra civiltà e barbarie è uno dei lasciti più ingombranti dei greci. Probabilmente gli esseri umani hanno una tendenza congenita a pensare che chi è diverso è anche inferiore, ma i greci sono i primi che hanno teorizzato questa contrapposizione e hanno inventato un vocabolario per esprimerla: chi non è greco non è civile, e la prova è che non si capisce quando parla. Pare che balbettino tutti quanti: barbarbar, dunque «barbari». I nemici storici dei greci, i persiani, tendevano anch’essi a dividere il mondo tra «noi» e «gli altri»: il Gran Re si proclamava signore di tutta la Terra, «Iran e non-Iran». Ma l’impero persiano si gloriava di permettere a ogni popolo, dentro i suoi confini, di sviluppare in pace la propria cultura; per i greci, invece, convivere con i barbari era indegno di un uomo civile, a meno di ridurli in schiavitù.
Sull’opposizione fra Grecia e barbari il mondo ellenico costruì la propria identità. Le guerre persiane vennero esaltate come lotta per la civiltà e contro la barbarie, generando miti che non hanno ancora perduto il loro fascino, come sa chiunque abbia visto il film 300. I greci si battevano per la libertà, i barbari, invece, erano abituati a vivere sotto la tirannide: di lì il passo era breve per sostenere che i barbari erano nati per essere schiavi, e che quindi la natura stessa autorizzava i greci a ridurre in schiavitù le razze inferiori, come afferma Aristotele.
Sennonché, un bel giorno altri barbari, provenienti stavolta da Occidente, minacciarono la libertà della Grecia; l’esercito delle poleis greche si radunò per fermarli, ma anziché stravincere come a Maratona o a Salamina venne sbaragliato, e la Grecia cadde in potere dei barbari vittoriosi. Quei barbari, il lettore lo indovina, erano i romani. Per noi italiani è dura ammettere che gli antichi romani sono stati anch’essi barbari agli occhi dei greci, ma le prove sono lì a testimoniarlo, perfino nella letteratura latina. Le commedie di Plauto sono ambientate in Grecia, e i loro personaggi, greci, chiamano «barbarica lex» il diritto romano, e «mangiare alla barbara» l’uso romano di banchettare sdraiati nel triclinio. Un passo di Plinio ricorda che Catone il Censore era solito inveire contro i greci: li abbiamo vinti e sottomessi, diceva, ma io so che quando sono soli «continuano a chiamarci barbari».
Il tacito compromesso per cui i greci ammisero che anche i romani erano civili è uno dei segreti meglio custoditi dagli Antichi, che non ne parlavano volentieri, dato che nessuno ci faceva bella figura. I romani adoravano la cultura greca, compravano schiavi greci istruiti per educare i loro figli, riempivano le case di copie di statue greche e andavano a teatro a vedere imitazioni della commedia greca; ed erano abbastanza riconoscenti ai greci per tutto questo da consentire alle poleis elleniche di conservare una parvenza di autonomia. In cambio di questa concessione, non irrilevante dal punto di vista pratico e importantissima per l’orgoglio nazionale, i greci smisero un po’ per volta di chiamare barbari i romani, e la parola barbaro cambiò significato: ora non indicava più chiunque non fosse greco, ma chi non era né greco né romano.
Di questi barbari l’impero era pieno, perché gli abitanti dei paesi conquistati dai romani continuavano a essere considerati barbari fino a nuovo ordine. Come nelle colonie europee dell’Otto-Novecento, le province dell’impero erano abitate da indigeni con pochi diritti, e governate dai membri del popolo conquistatore. C’era però una differenza cruciale, di cui i romani erano giustamente orgogliosi, e che permetteva loro di sentirsi superiori perfino ai greci. A Roma la cittadinanza non si trasmetteva soltanto col sangue, ma poteva essere concessa ai barbari beneducati e collaborativi, anzi la linea ufficiale era di concederla il più largamente possibile.
Forse proprio perché ricordavano d’essere stati anche loro i barbari di qualcun altro, i romani sapevano, come scrisse nel IV secolo un Padre della Chiesa, «che essere greco o barbaro è una differenza dei corpi, non delle anime; la distanza sta nei luoghi di origine, non nei costumi o nella volontà». Chiunque voleva poteva essere romano, e questo ci ricorda che da Roma abbiamo ancora molto da imparare.

La Stampa 1.4.12
Caravaggio, omicidio di Stato Fu ucciso dai Cavalieri di Malta
Una vendetta consumata vicino a Civitavecchia Nuovi documenti avvalorerebbero le tesi di uno studioso
di Marco Vallora


Macchè Port’Ercole! Palo, suvvia. Sarebbe morto a Palo, e nemmeno Palo Alto, ma bassissimo, Palo che oggi sarebbe poi, Ladispoli, che, senz’offesa, non è poi proprio un luogo così chic, per chiudere una vita sensazionale! E dagliela! Ancora un’ennesima notizia «scandalistica», sulla morte del «bandito Caravaggio», uno scoop da servire caldo, al finire dell’anno anniversario. Ma possibile che si tratti sempre di lui, uomo mediatico par excellence, dimenticato per secoli (sino all’agnizione medianica di Longhi ed amici) e trasformato immediatamente in un magnete di colpi teatrali e di riscoperte talvolta-flop?
Ma possibile che non si scopra mai che Giotto, in realtà, era una casalinga del Casentino, che si firmava con un nome da uomo, come George Sand, oppure che Fra Bartolomeo avrebbe smesso di dipingere, non suggestionato dalla prediche di Savonarola, ma perchè scappato con un pirata saraceno? Niente, solo Caravaggio. Ma converrà non scherzarci troppo. La «nuova» che trapela dalle agenzie, ed annunzia pure un volume edito da Paparo editore, Michelangelo Merisi, tra arte e scienza (ci sono di mezzo 18 tra restauratori, radiologi, medici e diagnosti) non è poi così nuova. Come il nome autorevole dello studioso dell’Università di Napoli, con un cognome addirittura di allure pontificia, quale Vincenzo Pacelli, (ha già ritrovato il Martirio di Sant’Agata) e da anni si occupa degli ultimi istanti di Caravaggio (per esempio in un suo titolo, già riassuntivo: L’ultimo Caravaggio. Il giallo della morte. Un omicidio di stato, 2002). Ma è sin dal ‘94, che egli sostiene la tesi avvincente che Caravaggio non sarebbe morto, romanticamente, sul lido di Port’Ercole, trascinando drammaticamente la sua malaria di abbandonato, in attesa d’avere la grazia del Papa, e vedendo sfuggirgli la feluca, con sopra le tre tele destinate al suo mecenate cardinal Scipione Borghese, nipote di Papa Paolo V. Tutto da rifare: le vignettistichevedute della pittura Ottocento. Il film di Derek Jarman e gli sceneggiati Tv. Le grottesche ricerche recenti delle sue ossa, sotto la spiaggia turistica, addirittura sepolto, per la gioia dei Voyager televisivi, dentro il mantellone dell’ordine di Malta. Che invece l’aveva radiato e certamente spogliato d’ogni simbolo ufficiale. Niente di tutto questo: Ladispoli! Secondo altre versioni, già avanzate, egli sarebbe morto a Palo (un nome che i curiosi di Caravaggio conoscono bene, perché lì c’era un feudo d’un altro protettore, l’Orsini, e soprattutto la certezza documentale che vi fosse stato imprigionato). Certo, le contraddizioni non mancano. Se è vero ch’egli viene da Napoli e cerca l’assoluzione a Roma, ma perché questo detour impazzito verso la Toscana, come avendo perduto ogni bussola? Eppure è noto ed assodato che molti documenti coevi, del 1610, per esempio quello dell’amico poeta Marzio Milesi, danno per certo che egli sia morto a Port’Ercole, ed è questa la notizia che, da Roma, raggiunge pure il Duca di Urbino, che è in attesa spasmodica d’una sua opera, avendo già versato un acconto e dunque vuole esser messo al corrente di che è successo. Ma è anche vero che l’archiatra del Papa, Giulio Mancini, che s’è occupato della biografia del Nostro, e con meno partigianeria di altri, in origine, su un suo documento, aveva vergato il nome, poi cancellato di Palo (altri diceva Procida) come luogo di morte, e sostenuto che si trattava di una morte violenta (come quella del suo concittadino Polidoro da Caravaggio, morto in effetti ammazzato).
A piedi da Palo sino a Port’Ercole, malato per di più e tra paludi invalicabili, ma perché sii domanda il Pacelli? E perché non s’è trovato più nulla, nessun parente o protettore ha chiesto di ritrovare il corpo, e soprattutto, chi mai, in puro stile Codice da Caravaggio ha cancellato la parola Palo, nel manoscritto del medico-biografo, che non pare aver manifestato nessuna curiosità clinica sulle ragioni della scomparsa, e forse aver sottoscritto questo «omicidio» di Stato. Perché la tesi di Pacelli, probabilmente suffragata da altri documenti, rispetto al suo libro del 2002, «che fu accolto nel più assordante silenzio», è che si sia trattato d’un delitto di stato, da parte dei potenti dell’Ordine di Malta, che vedevano di malocchio questo personaggio pericoloso. E forse temevano anche la possibile grazia del Papa, pilotato dai patiti dell’artista? Si attendono nuove testimonianze.

La Stampa 1.4.12
Il caso Gramsci
Il Quaderno mancante, spy story non storia
di Angelo D’Orsi


Replicando il 30 marzo al mio articolo del 15 marzo, Franco Lo Piparo non trova di meglio che riassumere il suo libro. Non riassumerò il mio articolo, ma non posso non ribadire che quel libro ( Gramsci e i due carceri ), tutto è tranne che storia. Lo si può leggere come un interessante saggio psicanalitico, o un piacevole racconto spionistico; lo storico fa un altro mestiere. La sua attività parte da una domanda, che poi deve ancorarsi a documenti, a «prove», che ciascun studioso poi dovrà opportunamente «trattare», interrogare, far parlare, insomma, e infine, sulla base della sua capacità di interpretare e connettere fatti e fonti, individui e contesti, esprimere anche giudizi e valutazioni. Nel libro di Lo Piparo c’è invece una sorta di pseudostoriografia ipotetica, che prescinde dai documenti, e vuole «dimostrare» una tesi a priori (il Quaderno rubato, Gramsci che abiura il comunismo), peraltro già da tempo espunta dai «gramsciologi» più informati, invece che «mostrare» quel che realmente è accaduto.

Corriere della Sera 1.4.12
Il fattore patetico Un confronto tra culture diverse non deve trascurare le emozioni
di Gillo Dorfles


O ra che, sempre più spesso, ci accade di incrociare per la strada persone provenienti da Paesi extraeuropei, mi è accaduto talvolta di chiedermi: fino a che punto le loro emozioni, il loro modo di porsi rispetto al prossimo, sarà simile o dissimile dal nostro? (Intendo «nostro» di cittadini dei Paesi europei).
Ebbene, è proprio questo dilemma che ci induce a chiederci quanto conti, o possa contare una diversità emozionale (e non solo culturale o religiosa) come giustificazione di tanti conflitti micidiali e incomprensioni tra i popoli; infatti, si tiene poco conto del peso che costituiscono i sentimenti e le passioni, mentre si tende a dare ogni importanza agli aspetti culturali e cogitativi, anziché a quelli emotivi.
Il sorriso, le lacrime, la gentilezza, la cordialità sono spesso trascurati di fronte all'attenzione rivolta all'intelligenza, alla alacrità, al discernimento, e per contro è quasi sempre nell'aspetto patetico d'un individuo, d'una nazione, d'un popolo, che si rivelano quelle caratteristiche storiche, etniche, personali che permettono di giustificare l'effettiva identità di un popolo o di un singolo individuo spesso in concomitanza con gli atteggiamenti etici più tipici, a principiare da quelli religiosi e confessionali.
Basterebbe riflettere alla diversità tra un'impostazione etica della tradizione ebraico-cristiana e quella islamica per rendersi conto del perché di molte incomprensioni dovute al quoziente patetico piuttosto che a quello «noetico». Basterebbe por mente alle diverse reazioni, appunto emotive, per quanto si riferisce al fattore sessuale (sia nel vero e proprio rapporto corporeo, che nel rapporto sociologico tra i due sessi), per comprendere come molti dei dissensi, dei dissidi, delle lotte — anche armate — sono da ascrivere a fattori emozionali; ed è questa una delle ragioni per una incomprensione da parte delle relative popolazioni.
Un numero recente di quella che indubbiamente è la più importante rivista di antropologia culturale tedesca, «Paragrana» (pubblicata da Akademia Verlag a cura della Freie Universität di Berlino, sotto la direzione dei professori Christoph Wulf, Jacques Poulain e Fathi Teiki) tratta ampiamente di questo problema e dedica appunto un fascicolo al tema: Emotionen in einer Transkulturellen Welt (ossia Le emozioni in un mondo transculturale) e mi sembra opportuno diffonderne il contenuto tanto più che pochi nel nostro Paese, ne saranno a conoscenza. «Paragrana» ha spesso indagato i problemi storici, psicologici e antropologici posti alla base della società attuale; e anche in questo caso compie un'analisi molto acuta e mai partigiana del problema patetico, che così spesso sopravanza quello noetico e cognitivo.
Basterebbe a questo proposito l'analisi degli atteggiamenti emotivi presenti nelle due grandi culture, la giudaico-cristiana e l'islamica, per rendere evidente la pregnanza di questa base etica e patetica oltre che confessionale. Quello che oltretutto accresce e complica spesso la efficacia di tante situazioni emozionali va individuato spesso nella presenza di una componente rituale che molto sovente accompagna ogni nostra attività, tanto per quello che si riferisce alla situazione corporea che per i diversi altri processi esistenziali, ivi compresi a maggior ragione tutti quelli condizionati dalle nuove tecnologie, dai telefonini ai computer, e via dicendo.
Ogniqualvolta si evidenzia una situazione che assume le caratteristiche di un rituale, il problema si accentua, perché diventa un automatismo che spesso sfugge alla consapevolezza dell'individuo. Se si riflette al fatto di come sempre maggiormente la ritualizzazione di cui sopra tenda a generalizzarsi, sarà facile comprendere quanto la stessa incida sull'ambito emozionale. Non bisogna tuttavia scordarsi che quella globalizzazione delle emozioni, che in passato aveva contribuito a una maggiore «comprensione reciproca», è oggi così spesso in parte attenuata da una coeva globalizzazione economica e mediatica che ne inficia il primitivo valore etico.
La rivista «Paragrana» esplora i meandri ovviamente presenti anche in molti altri settori; così ad esempio nelle arti in genere e nella musica, tanto nelle composizioni più popolaresche e folcloristiche quanto nelle più solenni composizioni liturgiche e religiose. Ecco perché un'analisi della componente patetica finisce per essere una delle spie più sensibili delle situazioni in cui ci veniamo a trovare in un'epoca dove l'interferenza, sia positiva che negativa, fra i popoli e le nazioni ha più che mai l'urgenza di essere sempre di più globalizzata; non già nel senso di un appiattimento dei valori (stilistici o morali) ma in quello d'una (vogliamo dirlo?) «fraterna» globalità dei sentimenti.

Corriere della Sera 1.4.12
La riforma sanitaria di Obama e il fattore umano dimenticato
di Ennio Caretto


Il prossimo giugno, la Corte suprema degli Stati uniti sentenzierà se la riforma sanitaria di Obama, che rende obbligatoria l'assicurazione medica per oltre 30 milioni di americani che ne sono privi, sia costituzionale o non. In tre udienze, i 5 giudici conservatori della Corte, una lieve maggioranza (gli altri 4 sono liberal), hanno segnalato di ritenerla incostituzionale perché lesiva della libertà dei cittadini, una imposizione dello Stato, sebbene approvata dal Congresso. Come a dire che la riforma dovrebbe essere abolita. Non è escluso che il presidente della Corte, John Roberts, che avverte il peso di una sentenza tanto radicale, o l'ago della bilancia della Corte stessa, Anthony Kennedy, un conservatore capace di moderazione, ci ripensino e la salvino almeno in parte. Ma ciò che colpisce è che il dibattito si è attenuto alla lettera, non allo spirito della riforma, e che ha toccato tutti i temi ideologico, legislativo, finanziario ed economico possibili, ignorando il tema di fondo, l'elemento umano.
In America esiste la sanità di Stato per i poveri (Medicaid) e per gli anziani (Medicare). E la maggioranza degli americani che ne sono privi hanno l'assicurazione medica. La riforma Obama (Obamacare per i suoi nemici) non è universale, lascia senza protezione altri 15 milioni di persone. Ma su di questo e, nel caso che fosse cancellata, su che cosa accadrebbe alle famiglie dei non protetti, i giudici conservatori non hanno detto una parola. Tuttavia, i media liberal li hanno attaccati non perché sordi alle istanze sociali e umanitarie del Paese, bensì perché propensi a usurpare i poteri del Congresso. Il Washington Post ha definito la Corte «La suprema legislatura» e ha chiamato i giudici «Senatori».
È possibile che porre in primo piano il fattore umano non sia più in sintonia con i tempi? C'è da temere di sì. In questi tempi di crisi, in America soprattutto ma anche in Italia, si parla quasi solo di finanza. C'è voluto Jim Yong Kim, l'illustre medico candidato da Obama alla guida della Banca mondiale, per ricordare al mondo che «investire negli esseri umani è un imperativo economico e morale». «Io ho affrontato le forze della povertà — ha scritto sul Financial Times — e ho visto che le scuole, le cliniche, le infrastrutture cambiano la vita dell'umanità».

Corriere della Sera Salute 1.4.12
Lord Byron, eroe romantico ossessionato dalla linea perfetta
di Elena Mieli


«Oggi per la prima volta da sei giorni ho mangiato normalmente anziché prendere i miei sei biscotti con il tè. Come vorrei non averlo fatto! Un pò di vino e di pesce e ora la pesantezza, gli incubi e il torpore mi stanno uccidendo. Non sarò schiavo del mio appetito». Leggendo queste frasi nelle lettere di Lord George Byron, poeta ed "eroe romantico" inglese vissuto a cavallo fra il '700 e l'800, viene naturale pensare che il letterato potesse avere qualche problema con l'alimentazione. E molto probabilmente fu così, stando alle ricerche di Jeremy Hugh Baron, gastroenterologo all'Hammersmith Hospital di Londra: il medico ha studiato i carteggi di Byron e analizzato le testimonianze di suoi amici e conoscenti, arrivando alla conclusione che il poeta, morto ad appena 36 anni, ha lottato per almeno metà della sua vita con i disturbi alimentari.
Da bambino George era grassottello, timido, vessato da una madre obesa e un padre dissoluto che non a caso era stato soprannominato "Jack il matto"; costretto a frequentare il Trinity College di Cambridge anziché Oxford come avrebbe voluto, si adagiò a una vita di vizi e per sua stessa ammissione divenne indolente, egocentrico e vanitoso (dormiva con i bigodini e in una lettera ammise di farsi vanto dei suoi boccoli come una «ragazzina sedicenne»). Intrecciò relazioni sessuali con diverse donne, tanto da essere considerato da molti sessualmente vorace e addirittura perverso, ma a partire dai 18 anni le testimonianze raccontano di un Byron alle prese con problemi anche in tema di appetiti alimentari. A quell'età il poeta, alto un metro e 74, pesava 90 chili e non era soddisfatto del suo aspetto. Così iniziò la discesa verso l'anoressia
S crive Byron: «Ho perso otto chili negli ultimi tempi usando ogni mezzo, mi vedo troppo grasso. Vorrei pesare 76 chili, poi smetterò di digiunare e fare esercizio». Passa poco tempo e Byron scrive di voler scendere a 70 chili, poi a 65 (aggiungendo che si sparerà se non dovesse riuscirci). Arrivò a 61 chili e la sua magrezza fu fonte di una specie di esaltazione: nulla lo gratificava di più che sentirsi dire quanto fosse magro pur essendo in salute (almeno, lui credeva di esserlo); sosteneva di vedersi anche più alto e il suo aspetto era così cambiato che qualcuno non lo riconosceva al primo sguardo, come il poeta raccontava non senza una punta di soddisfazione gloriandosi di essere «quasi trasparente».
Per mantenere il suo peso piuma Byron si costringeva a una dieta ferrea che di fatto consisteva quasi solo di verdure: per lunghi periodi non toccava neppure il vino e si privava di qualsiasi tipo di pesce o carne (che presto abbandonò del tutto, pensando che mangiare carne gli "trasferisse" in qualche modo istinti ferini). Quando cenava fuori ordinava acqua e biscotti o al massimo patate condite con aceto; per colazione prendeva un tè verde senza né zucchero né latte, accompagnato da un tuorlo d'uovo crudo, perché sosteneva che la sua digestione fosse troppo inefficace per mangiare qualcosa di diverso dalle verdure più di una volta al giorno.
Nonostante questo, Byron ai suoi tempi era famoso per dare feste in cui i cibi non mancavano, anzi: è rimasto nei carteggi il menu di una cena organizzata dal poeta a Pisa, il 2 gennaio 1822, in cui furono presentati ben diciotto piatti diversi che andavano dal salame con lenticchie, spinaci e prosciutto al cappone bollito, dal manzo con patate al pollo in fricassea. Peccato che lui non toccasse cibo.
Non amava che altri lo vedessero mangiare (tanto che il più delle volte rifiutava gli inviti), né tollerava troppo la vista di altri che masticavano. Scriveva: «Sopporto a stento di vedere una donna mentre mangia o beve, a meno che non si tratti di aragosta e champagne». Sua moglie Annabella rivelò che non voleva mai cenare con lei, e quando una volta il pasto fu servito loro allo stesso tavolo il poeta chiese che gli fosse portato in un'altra stanza.
I l gastroenterologo che ha studiato le carte di Byron ritiene che probabilmente egli si abbuffasse in segreto, per poi costringersi a vomitare, alternando periodi di anoressia alla bulimia. Più di una volta emerge dai suoi scritti la voglia di abbandonarsi alle tentazioni culinarie, e quando la fame lo sopraffaceva mangiava come un «cane affamato» pastoni di riso, pesce, patate sommersi dall'aceto. Subito dopo, però, il senso di colpa e l'idea che il suo corpo non riuscisse a tollerare poco più che qualche grammo di cibo lo costringevano a rimediare con digiuni forzati, lassativi, litri di aceto per ridurre l'appetito: ammetteva infatti che i suoi momenti migliori li viveva quando in un modo o nell'altro si era «svuotato». Anche il fumo era per lui un modo per «togliere di mezzo la fame».
I l medico gli aveva consigliato un'alimentazione più nutriente, ma Byron dichiarò che se avesse mangiato in abbondanza sarebbe diventato stupido, perdendo la sua chiarezza intellettuale. Purtroppo, per costituzione tendeva a mettere su peso, così dopo aver ripreso alcuni chili ammise di essersi addirittura messo una sorta di museruola sul viso per digiunare e «costringere il corpo a mangiare il suo grasso, come gli animali ibernati».
Sempre allo scopo di perdere peso, faceva attività fisica come un forsennato pur di consumare calorie, tanto che, secondo il gastroenterologo inglese, proprio questa sua furia lo portò alla morte. Mentre si trovava in Grecia, nell'aprile del 1824, una febbre fatale lo colse proprio dopo che si era inzuppato di pioggia nel corso di una delle sue lunghissime cavalcate.

Corriere della Sera Salute 1.4.12
Anoressia e bulimia si curano meglio quanto più l'intervento è tempestivo


Byron non avrebbe mai ammesso di avere disturbi di alimentazione. E oggi come ieri il problema è lo stesso: chi è anoressico non pensa di essere malato, anzi vede l'anoressia come la via per la realizzazione di sé. Nel caso di bambini e adolescenti anche i genitori spesso non realizzano che il disturbo esiste ed è grave finché non è troppo tardi. Tanto che, come spiega Maria Gabriella Gentile, direttrice del Centro dei disturbi del comportamento alimentare all'ospedale Niguarda di Milano: «Un caso su tre arriva da noi quando la situazione è compromessa e si rischiano conseguenze serie, perfino fatali. In media per il primo intervento si aspettano tre anni dall'esordio dei sintomi: molti credono a torto che l'anoressia "si risolva da sé"».
Per la bulimia una cura tempestiva è perfino più difficile: i pazienti "nascondono" ancora meglio il problema, perché all'apparenza mangiano come gli altri o addirittura di più. «Non c'è una sola causa per i disturbi alimentari, ma è tipica di tutti i pazienti la bassa autostima e la sensazione di non essere all'altezza degli altri o dei propri compiti: aderire a un modello estetico ritenuto vincente sembra il modo migliore per superare paure e inadeguatezza — spiega Gentile —. Oggi si può guarire, a patto di intraprendere percorsi multidisciplinari, in cui si tenga conto degli aspetti fisici della malattia ma anche dei correlati psicologici; bisogna coinvolgere i familiari e modificare l'intervento nel tempo per seguire l'evoluzione verso la guarigione». All'inizio infatti i malati non collaborano; quando però, grazie al supporto psicologico, capiscono che è possibile vivere meglio e volersi bene, le cose cambiano e la terapia deve adeguarsi. «Se si interviene presto, a volte bastano pochi mesi per risolvere i disturbi alimentari; aspettando, tutto diventa più difficile e sono ancora diffusi i casi in cui è necessario un iniziale ricovero per tenere sotto controllo gli scompensi d'organo (ad esempio, le patologie cardiache) dovuti a un'anoressia non curata — dice Gentile —. L'accesso alle cure è frenato anche dalla scarsa conoscenza delle strutture cui rivolgersi, insufficienti e sparse a macchia di leopardo. Per sapere qual è il centro di riferimento più vicino si può chiedere consiglio al medico di base o al pediatra: chi arriva, come accade, otto o dieci anni dopo i primi sintomi, inevitabilmente deve affrontare cure più lunghe e complicate».

Corriere della Sera Salute 1.4.12
I maschi oggi rischiano la «vigoressia»


L'anoressia colpisce anche gli uomini: le stime parlano di un caso al maschile ogni nove donne ammalate, con la tendenza all'aumento. I malati sarebbero infatti triplicati dal 2000 a oggi, ma il numero di chi chiede aiuto è tuttora molto inferiore rispetto a quello delle pazienti: lo ha denunciato una ricerca pubblicata sull'International Journal of Eating Disorders, nella quale si auspicavano studi più approfonditi sui disturbi alimentari nell'uomo. Questo perché l'anoressia al maschile è meno conosciuta e pure la diagnosi è più difficile: i malati si vergognano ad ammettere un problema che ritengono "da donne" e soprattutto manca il campanello d'allarme classico, la scomparsa del ciclo mestruale. Così, i ragazzi arrivano a curarsi con ancora maggior ritardo e non a caso il quadro clinico è mediamente più serio. Nel sesso maschile i disturbi arrivano in genere un pò più tardi, dai 18 anni in poi (ma non mancano casi nell'infanzia), e più frequenti sono la bulimia o il binge eating disorder, l'abbuffata compulsiva in cui si ingurgitano migliaia di calorie in pochi minuti. Tipica degli uomini, poi, è la "vigoressia": ossessionati dall'idea del corpo perfetto, ragazzi e adulti passano ore e ore in palestra, nutrendosi quasi esclusivamente di beveroni zeppi di integratori o, peggio, di anabolizzanti.