l’Unità 16.1.12
Tra sinistra e destra distacco invariato ma i partiti soffrono
Il paradosso. Cala la partecipazione al voto e cresce la spinta all’impegno politico
Tanti piccoli rivoli invece di grandi contenitori, pochi riferimenti comuni Si diffondono nuove domande e nuove forme di partecipazione che i partiti tradizionali non riescono a intercettare né a interpretare
di Carlo Buttaroni, presidente Tecné
L’indagine è stata realizzata da Tecnè su un campione rappresentativo di italiani maggiorenni. Sono state intervistate telefonicamente, con metodo CATI, mille persone il 13 gennaio 2012. Il margine di errore è pari a +/3,1%.
Il documento completo sondaggipoliticoelettorali.it
Fra teoria e pratica cresce il sentimento dell’antipolitica. Il problema della coerenza tra teoria e pratica come ricorda Antonio Gramsci si pone soprattutto nei momenti storici di rapida trasformazione, quando realmente le azioni domandano di essere giustificate teoricamente per essere più efficienti, o si moltiplicano i programmi teorici che chiedono, a loro volta, un punto di ricaduta pratico.
Il tema è quanto mai attuale. E si ripropone, con evidenza, nell’indagine di Tecnè, nel momento in cui registra, al tempo stesso, una forte spinta all'impegno politico e la diminuzione della partecipazione elettorale, che sembra preannunciare, invece, un abbandono.
Un’apparente incoerenza, che in realtà è il segno più evidente del passaggio da un sistema composto di grandi e stabili attori politici capaci di rappresentare le correnti sociali a un sistema più complesso, dove convivono una moltitudine di soggetti e di temi, attorno ai quali i cittadini si orientano e si mobilitano indipendentemente dai tradizionali partiti.
Una crescita della fluidità e della contingenza che ha il suo punto di ricaduta nell’eclissi dei grandi interpreti e nell’indisponibilità di riferimenti culturali e valoriali che alimentino relazioni fondate su una comune appartenenza.
Il risultato può apparire una complessiva diminuzione della partecipazione politica, mentre in realtà questa è diventata soltanto meno visibile.
Tanti piccoli rivoli anziché pochi grandi invasi capaci di contenerli. Nuove domande e forme di partecipazione che spesso i partiti tradizionali non riescono a intercettare e delle quali faticano a farsi interpreti.
Eppure le pratiche che si moltiplicano avrebbero bisogno di teorie in grado di spiegarle e darne un senso politico.
Così come le buone idee politiche avrebbero bisogno di un’operatività pratica capace di renderle reali e concrete. Anche il nuovo ha bisogno, pertanto, di politica.
Eppure, apparentemente, sembra affermarsi l’idea opposta, quella dell’antipolitica. Un partito “non-partito” con leader, organi d’informazione e liturgie che di democratico, aperto, inclusivo ha ben poco.
L’antipolitica fa leva su un sentimento diffuso, ampiamente giustificato, e lo trasforma in una protesta cieca, senza prospettive e direzioni, favorendo una forma di apatia, quando non di vera e propria ostilità, verso le stesse istituzioni democratiche.
Cresce, infatti, la critica nei confronti dei partiti ma cresce anche l’antiparlamentarismo, il leaderismo esasperato, l’insofferenza verso il confronto e il dibattito.
Questo perché l’antipolitica non è la cura, ma soltanto il segnale d’allarme che invia il corpo di un sistema che vive gli affanni dell’inadeguatezza.
Un virus che si diffonde e si moltiplica perché la democrazia, a diffeenza di qualsiasi altro regime politico, è inerte da se stessa e non può difendersi.
Il carattere dei suoi anticorpi è nella famosa frase di Voltaire «non condivido la tua idea, ma darei la vita perché tu possa esprimerla».
Se lo scopo dell’antipolitica è mettere in luce i difetti del sistema, denunciarli e tentare di correggerli, i fatti dimostrano, che la “cattiva politica” cresce proprio intorno all’antipolitica, alimentandosi a vicenda, giustificandosi l’uno con l’altra, dando luogo a una struttura del potere rovesciata e reazionaria.
Per opporsi alla deriva antidemocratica c’è una sola strada: alzare la qualità dell’agire politico e promuovere la partecipazione dei cittadini.
La storia insegna cosa c’è in fondo alla strada dell’antipolitica e alla scelta di nutrire gli istinti oscuri dell’opinione pubblica.
La maggioranza dei cittadini è in campo con un rinnovato impegno, ma ha bisogno di trovare un terreno comune dove far crescere valori e idee capaci di interpretare le buone pratiche, e dove i principi, le aspirazioni e i nuovi bisogni possano trovare una concreta applicazione.
Corriere della Sera 16.1.12
Il 55% degli italiani non si fida più dell'euro
Risale il gradimento del governo (56%). Fornero e Passera i ministri più apprezzati
di Renato Mannheimer
Nelle ultime settimane, il governo Monti sembrerebbe avere goduto di un incremento di popolarità, per molti inaspettato.
Se il 13 dicembre il 46% della popolazione giudicava positivamente il suo operato (con una diminuzione di consensi rispetto al 61% del 5 dicembre, prima della manovra), questo livello è risalito nei giorni scorsi al 56%, con un differenziale di ben dieci punti e con un mutamento in positivo specialmente da parte di chi a dicembre era ancora indeciso sul giudizio da dare. All'interno della compagine di governo, risultano particolarmente stimati, oltre al presidente del Consiglio, il ministro del Welfare, Elsa Fornero (48% di giudizi positivi), e il responsabile dello Sviluppo, Corrado Passera (46% di consensi).
Questa crescita di popolarità è probabilmente legata alle modalità comunicative assunte dal governo — e dal presidente del Consiglio in particolare — molto diverse da quelle adottate dall'esecutivo precedente e, al tempo stesso, evidentemente molto efficaci. Il pubblico apprezza in particolare l'immagine di pacatezza, di serietà e, al tempo stesso, di fermezza manifestate dalla squadra guidata da Mario Monti, anche se auspicherebbe una maggiore precisione e un maggior dettaglio sui programmi futuri. Ma l'elemento specifico che sicuramente ha più contribuito al recente miglioramento di immagine del governo è rappresentato dal «blitz di Cortina». Quest'ultimo è ritenuto dalla grande maggioranza degli italiani (72%) «l'inizio di una lotta seria ai grandi evasori». Molti (78%) dichiarano che l'azione della Guardia di Finanza «è stata un modo per far capire che questo governo ha realmente intenzione di combattere l'evasione fiscale». Non mancano naturalmente le voci critiche: poco più del 40% è convinto al tempo stesso che «sia stata soprattutto un'operazione di facciata», aggiungendo — lo dicono con maggiore enfasi i più giovani — che «sarebbero stati meglio dei controlli più discreti, in modo da non danneggiare la località di villeggiatura».
Malgrado questa crescita di fiducia, permane nella popolazione un atteggiamento fortemente negativo verso il futuro dell'economia. Abbiamo già indicato l'esistenza di questo fenomeno nelle ultime settimane dello scorso anno: oggi si è ulteriormente rafforzato, incidendo, come si sa, anche sull'andamento deludente dei saldi di fine stagione, dovuto alle perplessità dei cittadini sull'affrontare comunque nuove spese di fronte ad un futuro difficile. Il quale sembra dipendere anche dal contesto europeo in generale e, specialmente, dalle sorti dell'euro.
Questo clima di opinione è ben evidenziato dal trend di atteggiamenti nei confronti dell'Unione Europea: la fiducia per questa istituzione è andata progressivamente decrescendo nell'ultimo periodo, sino a toccare il livello del 51%, il più basso raggiunto da molti anni a questa parte.
Ma la crisi di consenso maggiore è rivolta specificatamente verso l'euro. Ormai la maggioranza assoluta (55%, con una accentuazione tra gli elettori di centrodestra e, specialmente, di centro) dichiara manifestamente la propria sfiducia nella moneta unica. L'idea prevalente nella popolazione (65%) è che «l'introduzione dell'euro ha portato più svantaggi che vantaggi per l'economia italiana». Va precisato che, malgrado le estese perplessità attuali, gli italiani, nella loro maggioranza (60%), ritengono che «il passaggio all'euro andava fatto e che non si deve tornare indietro», anche se il 37% è scettico su questa affermazione. Chi (31%) dichiara senza esitazione che «sarebbe meglio tornare alle vecchie lire» costituisce una minoranza, ma una minoranza piuttosto consistente.
In definitiva, se è vero che la gran parte (51%) degli italiani si dichiara tuttora soddisfatta dell'introduzione dell'euro, è vero al tempo stesso che si tratta di una maggioranza molto esigua, forse sul punto di divenire minoranza.
È in questo clima di sfiducia e perplessità che il governo si trova ad agire nel contesto italiano e, specialmente, in quello europeo. E, tenendo conto di questo stato di cose, sembra proprio — come ha osservato il presidente del Consiglio Mario Monti — un «miracolo» che l'esecutivo goda nel suo operato di consensi così estesi e in una certa misura crescenti.
Corriere della Sera 14.1.12
Schulz: basta egemonia delle agenzie di rating
Il presidente designato del Parlamento europeo: risarcimenti se hanno violato le norme
di Ivo Caizzi
BRUXELLES — A farlo conoscere in Italia fu l'allora premier Silvio Berlusconi, che in un clamoroso scontro nell'Aula di Strasburgo lo paragonò a un kapò nazista. Ma il leader degli eurodeputati socialisti S & D, il tedesco Martin Schulz, sta ora per diventare noto in tutta Europa. Domani mattina a Strasburgo deve essere votato presidente dell'Europarlamento al posto del popolare polacco Jerzy Buzek. La tradizionale spartizione a metà del mandato tra i due principali partiti, i popolari Ppe (a cui aderisce il Pdl) e S & D (che accoglie il Pd), lo rende di fatto l'unico candidato con una maggioranza.
Negli ultimi mesi Schulz ha promosso l'opposizione dell'Europarlamento alle politiche di austerità con cui il Consiglio dei governi e la Commissione Europea intendono affrontare la crisi. «Rilancio della crescita e dell'occupazione, più soldi nelle tasche dei lavoratori, potenziamento del welfare, tassa sulle transazioni finanziarie, regole più rigide anti-speculazione anche per le banche e le agenzie di rating, aumento del fondo salva-Stati, emissioni di eurobond». Questo è il pacchetto di misure che ha indicato al Corriere e che ha un consenso maggioritario a Strasburgo grazie all'appoggio del Ppe, dei Verdi e in parte anche dei liberali. Potrebbe portare alla bocciatura in Aula del patto di più rigida disciplina di bilancio, concordato dai governi su pressione dell'asse franco-tedesco composto dalla cancelliera Angela Merkel e dal presidente Nicolas Sarkozy, entrambi del Ppe, ma ormai nel mirino degli eurodeputati di molte aree.
«La mia prima sfida da presidente dell'Europarlamento sarà con il Consiglio — dice Schulz —. Intendo far capire ai capi di governo che gli eurodeputati vogliono vedere attuati sempre di più gli interessi collettivi dei 500 milioni di cittadini dei 27 Paesi membri. Decidere per l'Europa divisi in tre livelli — prima l'asse franco-tedesco, poi i 17 dell'Eurozona e poi l'Ue a 27 membri — è un errore».
Di fatto però a decidere quasi tutto a livello Ue è sempre la Merkel con Sarkozy…
«E non va bene. Negli ultimi 5 o 6 summit anti-crisi è stato annunciato un risultato storico, che poi non era tale e ha richiesto un vertice successivo. Anche ora attendiamo il summit di fine gennaio. Molti cittadini non votano alle elezioni europee proprio perché spesso non produciamo quello che promettiamo».
L'Unione Europea continua a spendere principalmente per salvare le banche e non per rilanciare la crescita e l'occupazione. Sembrano quindi prevalere le lobby potenti...
«Insisteremo con i capi di governo perché senza più crescita e occupazione non si esce dalla crisi. Serve anche più coraggio contro la speculazione. Vanno aumentate le restrizioni iniziali sollecitate proprio dall'Europarlamento».
Il suo partito ha chiesto di vigilare sui finanziamenti della Bce a bassissimo costo per le banche e ha attaccato le agenzie di rating anglo-Usa...
«Ho scritto alla Commissione Europea per porre fine al monopolio di quelle agenzie di rating. Ho poi chiesto all'Autorità europea di supervisione di indagare sulle loro ultime valutazioni sugli Stati membri. In caso di violazioni della normativa Ue vanno avviate azioni risarcitorie. È un buon segno che Merkel e Sarkozy nell'ultimo summit, nonostante l'irrigidimento del premier Cameron, abbiano respinto le richieste britanniche in difesa delle banche e delle altre entità finanziarie della City di Londra».
Anche l'Europarlamento ha le sue colpe…
«Ma abbiamo dimostrato che possiamo essere decisivi. Abbiamo imposto una versione del six pack, sulla più rigorosa disciplina di bilancio, più efficace di quella concordata dai governi, sebbene il mio gruppo già allora avesse denunciato l'assenza di misure per la crescita. E' stato il nostro no all'accordo Ue-Usa sull'accesso alle informazioni finanziarie del sistema Swift a produrre una revisione più rispettosa dei diritti dei cittadini europei. Il nostro obiettivo è moltiplicare questi interventi decisivi nell'interesse dei cittadini».
Le lobby potenti restano però troppo influenti a Bruxelles e anche nell'Europarlamento...
«Quando scoppiò lo scandalo degli emendamenti pagati da lobbisti ho espulso in 24 ore dal mio partito un eurodeputato coinvolto. Poi abbiamo varato nuove regole più rigorose, che ritengo valide. Se si rivelassero insufficienti a evitare deviazioni nel rapporto con le lobby, le potenzieremo».
La presidenza danese di turno dell'Ue porta l'esempio di un mercato del lavoro con flessibilità bilanciata da adeguati sussidi di disoccupazione e corsi di formazione per il ricollocamento…
«Quel modello fu lanciato dall'ex presidente degli eurosocialisti Poul Rasmussen quando era premier della Danimarca. Poul premetteva la particolarità del suo Paese. Ma ha sempre sostenuto che tutte le altre soluzioni anti-disoccupazione alla fine risultano più costose. Io condivido in pieno».
C'è bisogno di più crescita e occupazione anche nella politica anti-crisi del governo Monti?
«Monti ha davanti un compito difficile. Non è un mago che può risolvere tutto di colpo. Sa bene che, senza la crescita, non si supera la crisi».
Le sue tante critiche all'ex premier Berlusconi rendono inutili ulteriori giudizi. Ma non gli è anche un po' grato per la popolarità ottenuta con quell'incidente a Strasburgo?
«Non credo di doverlo ringraziare per aver pronunciato quell'insulto inaccettabile. Berlusconi cercò di sfuggire a una domanda delicata attaccando un tedesco per il passato della Germania. Questo non funziona più in Europa».
Quel giorno Berlusconi accusò gli eurodeputati di essere dei “turisti della democrazia”. Perfino nella prima audizione del presidente della Bce Mario Draghi l'aula era vergognosamente semideserta…
«L'assenteismo, in eventi di grande rilevanza, è inaccettabile. Nel mio gruppo ho sempre cercato di contrastarlo. Continuerò a farlo da presidente dell'Aula. Ma Berlusconi non ci può chiamare “turisti della democrazia” solo perché il nostro compito impone viaggi continui».
Si aspetta un atteggiamento ostile dal Pdl?
«Assolutamente no. Ho già incontrato la delegazione Pdl e solo un membro ha un po' ecceduto. Il capogruppo Mario Mauro fu il primo a inviarmi una lettera sincera quando i giovani socialisti furono uccisi da quel folle sull'isola norvegese di Utoya».
il Fatto on line 14.1.12
Cosentino, tra amicizie e segreti da custodire
La rete dell’omertà che garantisce l’impunità
Nick ‘o Americano’ è difensore di interessi, depositario di segreti, collante di intrecci, che ne hanno fatto per anni l’uomo politico più potente di Forza Italia e del Pdl in Campania
qui
http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/01/14/cosentino-amicizie-segreti-custodirela-rete-dellomerta-garantisce-limpunita/183898/
Repubblica 16.1.12
Scuola, i tecnici sanno fare le nozze con i fichi secchi
di Mario Pirani
La caciara, abituale di questi tempi, nel mondo scolastico quest´anno stranamente si tace. Un silenzio sotteso alla sensazione che l´intervento inedito di un governo tecnico abbia introdotto un uso parco della protesta e una percezione più concreta dell´agire. O addirittura indotto al convincimento – in realtà errato – che un governo, chiamato al proscenio per evitare il fallimento finanziario ed economico del Paese, di nient´altro debba occuparsi. Per cui si è persino smarrita la percezione che sono all´opera e chiamati a renderne conto ministri addetti al funzionamento della Giustizia, della Pubblica istruzione, della Difesa, dell´Ambiente, degli affari Interni ed Esteri e via via degli altri settori della amministrazione statale. Una assenza mass mediatica nel suo assieme, di cui vorremmo, quanto meno, segnalare l´assurdo. A cominciare, appunto, dalla scuola dove tre personaggi, di orientamenti culturali diversi, noti fra gli educatori ma non fuori dalla loro cerchia, il ministro Francesco Profumo, già rettore del Politecnico di Torino e i sottosegretari, Elena Ugolini, preside di Cl, esperta nei metodi di valutazione scolastica, e Marco Rossi Doria, docente elementare, molto conosciuto soprattutto a Napoli e nell´entroterra campano per aver promosso e diffuso nell´ultimo trentennio il movimento dei "maestri di strada" per aiutare gli insegnanti e i ragazzi soprattutto nei quartieri di maggior disagio, questi tre esperti che mai avrebbero immaginato di entrare al governo, stanno dando prova di saper congiungere le loro diverse esperienze per un difficile recupero di un apparato scolastico profondamente dissestato.
La prima notizia è che dopo tre anni di tagli per un ammontare di 8 miliardi, con sospensione degli scatti e delle anzianità, quest´anno, almeno finora, neppure un euro è stato sottratto al bilancio educativo, una "non notizia" che indica una felice inversione di tendenza. A questa svolta si è accompagnata nelle parole sobrie del ministro e dei suoi collaboratori una evoluzione lessicale: al vocabolo "spesa" si è sostituito volutamente quello di "investimento" e così sono state eliminate tutte quelle definizioni sprezzanti, auto distruttive, irrispettose per ristabilire, con piemontese puntiglio, un linguaggio che valorizzi "la funzione civile degli insegnanti". Fare una buona politica con pochi mezzi è l´imperativo di questi tecnici al governo: così questo ministro piemontese ha voluto ripartire con un gesto meridionalista, investendo il primo miliardo degli aiuti europei di cui si rischiava la perdita, per sovvenzionare i bisogni più urgenti delle scuole pugliesi, calabresi, campane e sicule. Si è messa in piedi una azione regionalistica, definita, però, centralmente in accordo col ministro per lo Sviluppo, Barca. È stato così concordato di destinare un primo miliardo alle scuole, senza distribuzioni a pioggia ma puntando in quattro direzioni specifiche: a) edilizia scolastica, messa a regime e restauro di edifici non completati; b) investimenti integrati in nuove tecnologie informatiche, accompagnati da corsi formativi in merito sia per insegnanti che per studenti, così che le innovazioni siano utilizzate a pieno; c) iniziative contro la dispersione scolastica; d) interventi di recupero e aiuto nelle zone di più accentuata povertà sociale con speciale attenzione all´analfabetismo digitale.
Colpisce la concreta minuzia di queste indicazioni di lavoro che legano strettamente, senza astruserie pedagogiche, l´opera del ministero alla vita del più sperduto istituto elementare. Una riflessione che ci è tornata ascoltando da uno dei sottosegretari l´elenco, in apparenza semplicistico ma decisivo, del "controllo delle competenze irrinunciabili": saper leggere e comprendere una frase, saperla scrivere, apprendere i fondamenti elementari della matematica e i primi rudimenti di una seconda lingua. Un ritorno storico ai contenuti primi dell´insegnamento, privo finalmente di orpelli ideologici.
l’Unità 16.1.12
Sullo Spiegel la ricerca dello storico tedesco Felix Bohr sull’eccidio di 335 italiani a Roma
Le accuse: «Alla fine degli anni 50 intesa tra i due Paesi per sottrarre alla giustizia i responsabili»
Fosse Ardeatine «Patto Roma-Bonn per salvare i nazisti»
Il caso Kappler. Il comandante della Gestapo fu condannato ma fu aiutato a fuggire
Lo storico tedesco Felix Bohr denuncia il patto tra Italia e Germania alla fine degli anni 50 inizio 60, per sottrarre alla giustizia i responsabili della strage delle Fosse Ardeatine. La ricerca sullo Spiegel
di Paolo Soldini
Non c’è stato solo l’armadio della vergogna, quello in cui la giustizia militare italiana seppellì le prove di tanti eccidi nazisti nel nostro Paese. Ora si scopre che anche il più brutale degli atti contro la popolazione civile perpetrati dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale fu coperto da un vergognoso patto “politico” tra le autorità dei due Paesi tra la fine degli anni 50 e l’inizio dei 60. Lo Spiegel che esce oggi in Germania riferisce di una lunga e accuratissima ricerca condotta dallo storico Felix Bohr negli archivi dell’Auswärtiges Amt, il ministero degli Esteri federale, dalla quale risulta che le diplomazie e le amministrazioni di Italia e Germania lavorarono insieme per sottrarre alla giustizia i responsabili della strage delle Fosse Ardeatine.
Per quell’orrenda rappresaglia, in cui furono uccisi 335 italiani, soltanto due tedeschi sono stati incriminati: il comandante della Gestapo a Roma Herbert Kappler, che poi fu aiutato a fuggire dal carcere, e, in tempi più recenti, il suo luogotenente Erich Priebke.
In realtà almeno altri tre ufficiali nazisti, che avevano avuto responsabilità precise e gravissime nell’eccidio, erano conosciuti e rintracciabili, ma vennero “risparmiati” in base a un accordo segreto tra Bonn e Roma. Si trattava di Carl-Theodor Schütz, l’uomo che aveva comandato il plotone di esecuzione, che nel 1959, quando fu stipulato il patto, lavorava nei servizi segreti della Repubblica federale, di Kurt Winden, che aveva stilato con Kappler la lista degli ostaggi da fucilare ed era il responsabile dell’ufficio legale della Deutsche Bank a Francoforte e il graduato delle Ss Heinz Thunat.
Bohr ha ricostruito i fatti partendo da una relazione inviata a Bonn nel 1959 dal consigliere d’ambasciata tedesco a Roma Kurt von Tannstein, cui il passato di iscritto al partito nazista dal 1933 non aveva ompromesso la carriera diplomatica. Nel suo rapporto Tannstein scriveva apertamente che l’obiettivo «auspicato insieme da tedeschi e italiani» era di «addormentare» le indagini sulla strage.
I COLLOQUI RISERVATI
La prova di questa volontà era nel colloquio (anch’esso ricostruito da Bohr) avvenuto nell’ottobre del ’58 tra l’ambasciatore Manfred Klaiber e il capo della Procura militare di Roma, colonnello Massimo Tringali. Questi – risulta agli atti dell’Aa – avrebbe «espresso l’opinione che da parte italiana non c’è alcun interesse a portare nuovamente all’attenzione dell’opinione pubblica il problema della fucilazione di ostaggi italiani, in particolare di quelli delle Fosse Ardeatine». Il motivo di questo «disinteresse» era di natura tutta politica. Il governo italiano dell’epoca riteneva che rivangare l’eccidio avrebbe favorito la «propaganda comunista» e che sarebbe stato un precedente pericoloso per Roma, che era oggetto di varie richieste di estradizioni di criminali di guerra italiani, specialmente da parte della Jugoslavia. Il più famoso era il generale Mario Roatta, autore di ferocissime repressioni, «da attuare senza false pietà», in Croazia e in Slovenia.
L’ambasciatore Klaiber, anch’egli ex iscritto al partito nazista, aveva scritto per il ministero degli Esteri di Bonn una nota in cui appoggiava la «ragionevole posizione italiana» e invitava a sostenere la tesi secondo cui non sarebbe stato possibile rintracciare il luogo di residenza dei responsabili, ammesso che «fossero ancora in vita». In realtà Schütz, Winden e Thunat erano non solo vivi, vegeti e nient’affatto pentiti, ma erano anche perfettamente rintracciabili: il primo era addirittura un dirigente dei servizi segreti federali. Le autorità italiane finsero di credere a questa «impossibilità». Diciotto anni dopo l’unico responsabile nelle mani della giustizia italiana, Herbert Kappler, fu fatto fuggire dall’ospedale militare del Celio.
Repubblica 16.1.14
"Roma chiese ai tedeschi di insabbiare le indagini sulle Fosse Ardeatine"
I documenti su Spiegel: la Dc temeva di favorire il Pci
Lo storico Bohr "I governi italiani non vollero dare la caccia ai criminali di guerra nazisti"
di Andrea Tarquini
BERLINO - I governi democristiani del dopoguerra chiesero alla Germania di Adenauer di fare di tutto per insabbiare le indagini sul massacro delle Fosse Ardeatine. Roma e Bonn agirono da complici, e l´iniziativa venne da parte italiana. La grave accusa viene lanciata dallo storico tedesco Felix Bohr, già noto per aver documentato in un libro la sistematica adesione e correità della diplomazia tedesca con il Terzo Reich.
Le prove, scrive Bohr su un portale online degli storici (www. clio-online.de) sono tutte nell´archivio dello Auswaertiges Amt, il ministero degli Esteri federale. Un epistolario scioccante, egli commenta. Dopo il processo e la condanna del colonnello delle SS Kappler nel 1948, l´obiettivo comune era «un insabbiamento auspicato dalla parte tedesca come da quella italiana», annotò soddisfatto undici anni più tardi il consigliere d´ambasciata Kurt von Tannstein. Uno dei tanti ex nazisti "sdoganati" nella Germania Ovest di Adenauer sullo sfondo della guerra fredda: si era iscritto alla Nsdap, il partito nazionalsocialista di Hitler, nel 1933, ed era entrato nella carriera diplomatica sotto Joachim von Ribbentrop, il ministro degli Esteri del Reich. L´iniziativa partì dalle autorità italiane, nei tardi anni Cinquanta. «Non appena il primo criminale di guerra tedesco verrà consegnato», avvertì in una missiva un diplomatico italiano secondo la ricostruzione di Bohr, «arriverà una valanga di protesta da ogni paese che richiede l´estradizione di criminali di guerra italiani». In guerra a fianco di Hitler dal 1940 all´8 settembre 1943, come è noto, l´Italia si macchiò di crimini di guerra nell´allora Jugoslavia, in Albania, in Grecia.
Nel 1958, cominciò secondo Bohr l´eliminazione o l´archiviazione di documenti compromettenti negli uffici della giustizia militare. L´anno dopo i giudici cominciarono a indagare sulle Ardeatine. Il procuratore Massimo Tringali, scrive Bohr, visitò l´ambasciata della Repubblica federale per portare formali richieste d´indagine. Secondo l´ambasciatore Manfred Kleiber «fece chiaramente capire che da parte italiana non c´era interesse a riportare in pubblico il problema dell´esecuzione di ostaggi e specie alle Fosse Ardeatine (…) non era ritenuto auspicabile per generali motivi di politica interna (…) per questo egli sarebbe soddisfatto se gli uffici competenti tedeschi, dopo verifiche doverose, saranno nella posizione di confermare alla Procura militare di Roma che nessuno degli indagati è più in vita oppure che risultano non rintracciabili, oppure non identificabili per imprecisa trascrizione del loro nome. Altrimenti, fu detto da parte italiana ai tedeschi, Bonn sarebbe stata libera di dire di non poter fornire le richieste informazioni».
L´ambasciatore Klaiber era stato anche lui membro della Nsdap dal 1934 e diplomatico sotto Hitler. Inviando le richieste italiane, appoggiò di suo pugno la «comprensibile richiesta» italiana di una «replica se possibile negativa». Il messaggio trovò il destinatario giusto a Bonn, al ministero degli Esteri: Hans Gawlik, anch´egli nazista dal 1933, e difensore di molti criminali nazisti al processo di Norimberga. Gawlik si adeguò al consiglio. Risultarono irriperibili responsabili delle Ardeatine come ad esempio Kurt Winden, che allora lavorava come responsabile giuridico della Deutsche Bank. I governi dc italiani, scrive Der Spiegel citando lo storico, si decisero a questa linea per non ravvivare la memoria della Resistenza, guidata soprattutto dal Pci, loro avversario politico.
l’Unità 16.1.12
La battaglia contro il socialismo di Stato di Lassalle e Rodbertus
Riscoprire Marx ostile al socialismo di Stato
«Mega2» È il titolo della prima edizione critica che raccoglie tutti gli scritti editi e inediti del filosofo di Treviri. A partire dalla sua lettura Musto scrive un importante contributo sul profilo teorico e umano del pensatore
di Franca Izzo
Karl Marx, il suo pensiero e l’enorme mole di inediti che stanno progressivamente vedendo la luce, sono di nuovo al centro dell'interesse nel mondo. Per i lettori italiani che ne volessero sapere di più è appena giunto in libreria un volume (Marcello Musto, Ripensare Marx e i marxismi, Carocci, ottobre 2011) che dà un importante contributo all’inconsueto profilo teorico ed umano del pensatore di Treviri offerta dalla nuova edizione critica dei suoi scritti editi ed inediti.
«Nonostante l’affermazione delle sue teorie, trasformate nel XX secolo in ideologia dominante e dottrina di Stato per una gran parte del genere umano, e l’enorme diffusione dei suoi scritti, egli rimane, ancor oggi, privo di un’edizione integrale e scientifica delle proprie opere» (p.189).
L’autore, attualmente docente presso la York University di Toronto (data la ormai ben nota incapacità della nostra università di dare prospettive a valenti studiosi pur formatisi al suo interno) ha seguito il lavoro dell’équipe di studiosi che sta approntando a Berlino la Mega2, ovvero la prima vera edizione critica della sterminata produzione di Marx, formata sia dagli inediti che dagli scritti ordinati e pubblicati postumi da Engels, a cominciare dal secondo e dal terzo libro del Capitale.
LO SCARTO CON ALTRE EDIZIONI
Unendo alle competenze filologiche solide conoscenze teoriche e della storia delle interpretazioni, Musto in questo lavoro illumina un’immagine di Marx lontana sia dalla monumentalità irrigidita del fondatore di un’ortodossia,cche dal frammentarismo accademico. Quella che emerge dalle pagine di Musto è la figura del pensatore geniale che ha svelato le radici storiche, quindi modificabili, del suo e del nostro presente spiegando i meccanismi di sviluppo a scala mondiale del modo di produzione capitalistico; ma anche del ricercatore frenetico, mai pago dei risultati del proprio lavoro, sempre pronto a seguire nuove piste di studio, ad aprire nuovi orizzonti di ricerca, lasciando di fatto incompiuto il progetto della sua vita.
Attraverso alcune analisi esemplari, come quella condotta sui cosiddetti Manoscritti economico filosofici scritto giovanile dove compare per la prima volta il concetto di lavoro alienato che ha tanto animato le polemiche tra gli interpreti Musto ci introduce in quel laboratorio, ribollente di idee originali, riassunti o commenti di opere altrui, che sono gli scritti marxiani. Il lettore può verificare lo scarto che si apre tra la presunta opera compiuta, come le precedenti edizioni ce l’avevano consegnata e l’effettivo stato dello scritto che così ci consente di penetrare nel processo del lavoro creativo di Marx, nella sua officina di pensiero.
Ai saggi di impianto biografico e filologico, accompagnati da appendici di utilissime tabelle cronologiche , si intrecciano nel volume studi dedicati alla «odissea della pubblicazione» degli scritti marxiani e alla storia delle interpretazioni, in particolare dei Manoscritti, dei Grundisse e del Manifesto del Partito comunista. Mentre è di rilievo teorico il saggio sull’Introduzione del 1857, una delle poche opere pubblicate da Marx. Si tratta di un testo assai noto, di carattere metodologico nel quale sono delineati i tratti generali del metodo di esposizione e della concezione materialistica della storia, che ha attirato l’attenzione di innumerevoli interpreti e critici. Musto lo analizza con grande puntualità mettendone in luce la complessa architettura, la struttura aperta e il suo straordinario valore teorico.
I TESTI SUCCESSIVI
«Nelle opere successive (all’Introduzione...) Marx scrisse delle questioni di metodo non più nella forma aperta e problematica che aveva caratterizzato lo scritto del 1857, bensì in modo compiuto e senza lasciar trasparire la complessa genesi della sua elaborazione. Anche per questa ragione, le pagine (dell’Introduzione)... sono straordinariamente rilevanti» (p.149).
Sostenuta dalla rete di queste robuste conoscenze c’è una forte passione che guida la ricerca di Musto, la passione per il suo autore, per Marx che ciclicamente si vuole trattare come un «cane morto», al pari del suo amato Spinoza e che ciclicamente viene riscoperto come indispensabile a comprendere i fenomeni del mondo globalizzato.
«Si è aperta una stagione contraddistinta dai molti Marx. Dopo il tempo dei dogmatismi, non sarebbe potuto accadere altrimenti... Tra i molti Marx che continuano ad essere indispensabili, se ne segnalano almeno due...quello critico del modo di produzione capitalistico. L’analitico, perspicace e instancabile ricercatore che ne intuì e analizzò lo sviluppo su scala mondiale e, meglio di ogni altro, ha descritto la società borghese...L’altro Marx...è il teorico del socialismo. L’autore che ripudiò l’idea di “socialismo di Stato”, al tempo già propugnata da Lassalle e Rodbertus» (pp.218-9).
Corriere della Sera 16.1.12
Il paradosso dell'arte In malora ma di Stato
Beni culturali in rovina pur di non accettare il contributo dei privati
di Pierluigi Battista
C he fortuna: nel labirinto burocratico-giudiziario, nel paradiso dei ricorsi e dei commi, l'Italia sta scaraventando via 25 milioni degli odiosi privati di modo che i pezzi del Colosseo in via di sgretolamento per mancato restauro restino saldamente nelle mani dello Stato. Che fortuna: grazie agli acrobati del cavillo, agli ideologi del dirigismo statalista che non scende a patti con quel mostro sociale che sono i «privati», l'Italia non diventerà come gli altri Paesi civili, dove i privati, addirittura incentivati da una demenziale e capitalistica politica di detrazioni fiscali, contribuiscono alla manutenzione e al buon funzionamento di musei, biblioteche, opere d'arte, gioielli architettonici. Poveri ma di Stato, rimarremo sempre.
Le opere d'arte in malora, ma in malora pubblica, nell'attesa che una sentenza del Tar confermi la sentenza di un altro Tar, che si appoggi su una sentenza della Corte dei Conti e che a sua volta si ispiri a una sentenza del Consiglio di Stato: il tutto in una manciata di inutili e paralizzanti lustri.
Volete mettere il lamento straziante di chi è professionalmente adibito a mungere l'assistenzialismo di Stato, a supplicare per un'elargizione pubblica, una sovvenzione, una clientela foraggiata, una burocrazia culturale più pingue? Bisogna occupare il Teatro Valle per chiedere piogge di denari statali alla cultura, mica usare quei 25 milioni di euro che il gruppo di Della Valle ha messo a disposizione per restaurare il Colosseo e salvarlo dal cedimento che quel grande anfiteatro sta vivendo ogni giorno, pezzo dopo pezzo. Dovessero mai altri privati, altri borghesi danarosi, emulare quell'esempio e contribuire a salvare, chissà, Pompei, o i musei che chiudono con le casse vuote, oppure le chiese e i palazzi e i capolavori dell'arte di cui è ricca l'Italia e che si stanno dissolvendo, nell'indifferenza generale ma, per fortuna, nella mani dello Stato impotente e onnipotente, squattrinato e in rovina ma pur sempre «pubblico».
C'è sempre la carta bollata di un ricorso, per fortuna del nostro Paese in disfacimento artistico ma pur sempre disfacimento pubblico, a bloccare nei piccoli borghi, nelle cittadine più decentrate, una borghesia diffusa che forse, chissà, per senso del prestigio, per vanità, per dare un segno della propria presenza, per consegnare il proprio nome alla posterità, per senso civico, potrebbe pur contribuire a un moderno mecenatismo che sopperisca alla mancanza di fondi dello Stato e in più fornisca carburante a un senso dell'appartenenza, della comunità, ormai sbiadito. C'è sempre un'«istanza superiore» a bloccare tutto, ma non il degrado delle rovine che si disfano per l'incuria pubblica, per la piccineria culturale di un ceto politico e sindacale (è la Uil che ha bloccato tutto) che manda in malora i beni culturali pur di conservare il feticcio del monopolio di Stato. Nella distruzione dei monumenti che muoiono ogni giorno. Pubblici però, non privati.
Repubblica Affari e Finanza 16.1.12
Modello Africa. Ora la Cina vuole esportarlo anche in Europa
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http://www.repubblica.it/supplementi/af/2011/12/13/villaggioglobale/012estest.html