martedì 17 gennaio 2012

il Fatto 17.1.12
L’Italia dei finti poveri
La radiografia del Tesoro: tassisti, baristi e orafi dichiarano meno di 16 mila euro l’anno
di Eduardo Di Blasi


Ascorrere il dettagliato elenco sui redditi medi dei lavoratori autonomi che il Dipartimento delle Finanze del ministero dell’Economia ha messo in rete ieri, si ha l’idea di un Paese poverissimo, dove i cittadini lavorano per il gusto di farlo e non per portare a casa un qualche guadagno. Un Paese, dove, sotto ai notai, ai farmacisti e ai medici, categorie privilegiate, si agita una plebe cenciosa di tassisti, noleggiatori, orafi, sarti, costruttori di barche, ristoratori, negozianti di scarpe, pellicciai, gestori di stabilimenti termali o balneari, albergatori e baristi, che non riesce ad arrivare alla fine del mese.
DALLE COMPLICATE tabelle degli studi di settore relativi al periodo di imposta 2009 (quello delle dichiarazioni dei redditi 2010), fanno capolino gestori di discoteche che invece di fare soldi - come uno immaginerebbe - perdono di media 4.700 euro l’anno, centri benessere e terme, attività già avviate (la statistica non tiene conto del primo anno di esercizio) che stanno aperti solo per perderne 5.300. Noleggiatori che passano ore in auto per portare a casa, a fine anno, una perdita netta di 6.100 euro di media.
Un Paese disgraziato e bizzarro, quello che emerge dai numeri della contabilità della finanza pubblica, dove un negoziante di scarpe, abbigliamento, pelletterie e accessori dichiara un reddito medio di 7.700 euro l’anno (641 euro al mese), che non solo è ampiamente sotto la soglia di povertà (indicata dall’Istat in mille euro al mese, e circa 1600 con due figli a carico), ma è anche sensibilmente più basso di chi, quello stesso lavoro, lo esercita senza avere un negozio. Il commerciante ambulante di calzature e pelletterie dichiara infatti 11.100 euro l’anno. Sempre povero, ma meno povero.
Certo più ricco di chi confeziona abiti su misura. Lavoro che dovrebbe essere considerato alla stregua di un hobby se in un anno porta a un guadagno dichiarato di 7.500 euro (625 euro al mese). Così come gestire un impianto sportivo. In media frutta 100 euro l’anno.
È UN PAESE povero, il nostro. Sono poveri i parrucchieri (11.900 euro l’anno). Sono poveri i baristi (15.800 euro l’anno, quasi meno dei loro dipendenti). Sono poveri gli orafi, che con 12.300 euro l’anno di reddito medio chissà come faranno ad acquistare la materia prima per le loro creazioni. Fanno vita grama i gestori di stabilimenti balneari (13.600 euro l’anno), le profumerie (11.400 euro), i cartolai (10.800 euro), le agenzie di viaggio (11.300). Avere una lavanderia è un bidone. In un anno produce un reddito di 8.800 euro.
POVERI TASSISTI. Il governo si è messo in testa di liberalizzare un settore già ridotto alla fame. Avere un taxi significa portare a casa un reddito di 14.200 euro l’anno, meno di un operaio. Una miseria. Molto peggio dei farmacisti (che almeno 109.700 euro l’anno li dichiarano), dei notai (310.800 euro di media), degli studi medici (68.300 euro), anche degli idraulici (30.500 euro), da sempre considerati evasori d’imposta. I tassisti guadagnano meno dei salumieri (17.100), dei fruttivendoli (15.300), dei pescivendoli (14.300), dei ricchissimi panettieri (25.100). Anche gli erboristi (14.700) e i pasticcieri (19.000) possono dirsi fortunati di non aver pensato, nella vita, di mettersi alla guida di un’auto pubblica.
Gli psicologi dichiarano 20.800 euro l’anno, poco più dei veterinari (19.200). Sono poveri i librai (12.500), i grossisti di mobili (15.900), i venditori di animali (10.300).
Gli architetti, con 30.500 euro l’anno, sono meno abbienti dell’ampia schiera degli avvocati (58.200), dei gestori di sale giochi (41.900), delle agenzie di pompe funebri (48.700).
Sono numeri che, annota il ministero dell’Economia, risentono della crisi di questi anni. E, probabilmente, anche di un certo tasso di furbizia e mancanza di controllo tutta italiana.

La Stampa 16.1.12
Belgio, nuove perquisizioni per l’inchiesta sui preti pedofili

qui
http://vaticaninsider.lastampa.it/homepage/news/dettaglio-articolo/articolo/belgio-belgium-belgica-11742/


l’Unità 17.1.12
Intervista a Colm Tòibin
«La famiglia? Un fardello da cui liberarsi»
Il popolare scrittore irlandese parla del suo nuovo libro: racconti ambientati a Dublino in cui l’istituzione familiare viene presentata nei suoi aspetti più critici. «Oggi crea alle persone più problemi che altro»
di Roberto Carnero

È un titolo perfetto quello dell’ultimo libro di Colm Tòibin, La famiglia vuota (traduzione di Andrea Silvestri, Bompiani, pagine 290, euro 18,00). Si tratta di una raccolta di racconti di quello che è ormai riconosciuto da critica e pubblico come uno dei maggiori scrittori irlandesi contemporanei. Cinquantasette anni, giornalista, saggista e romanziere, tra i suoi libri tradotti in italiano ricordiamo Sud, Il faro di Blackwater, The Master, Madri e figli e Fuochi in lontananza, pubblicati da Fazi Editore, mentre da Bompiani era uscito nel 2009 il romanzo Brooklyn.
Un titolo perfetto, La famiglia vuota, perché il lettore intuisce ciò che l’autore stesso ci spiega: «Ho voluto proporre per questa silloge di storie brevi un titolo insieme referenziale ed evocativo. Nel primo significato la famiglia è vuota quando non c’è, quando è assente, quando cioè si è soli. Nella seconda accezione la famiglia è vuota nel senso che è in crisi, che non è più in grado di assolvere la propria funzione sociale, che quest’istituzione la quale un tempo offriva sostegno materiale ma anche psicologico agli individui oggi forse crea alle persone più che altro dei problemi».
I racconti affrontano temi e presentano personaggi e situazioni molto diversi tra loro. Una scenografa di successo torna a Dublino per incontrare la seconda moglie del suo grande amore, ora scomparso. Un professore di letteratura si reca per l’ultima volta da sua madre, prima che la donna muoia, per chiederle perdono della propria assenza. Un giovane immigrato pachistano cerca di affermarsi in una città che non conosce. Un attivista politico torna in Spagna dall’esilio londinese per trovare tutto cambiato.
Tòibin, c’è un elemento che unifica le diverse storie?
«Tutti i miei personaggi sono in esilio. Anche quelli irlandesi che vivono in Irlanda. Può essere un esilio fisico, ma anche psicologico, esistenziale, di cui l’essere lontani da casa, eventualmente, è soltanto una metafora».
Un esilio che potremmo definire alienazione?
«Sì, anche se toglierei a questo termine il significato che la teoria marxista gli ha attribuito. In questi racconti non mi interessava tanto affrontare una problematica storico-sociale, ma appuntare la mia attenzione sull’individualità delle storie raccontate. Questi personaggi si trovano tutti, in qualche modo, come poco adatti alla vita perché il loro passato è troppo ingombrante».
Possono essere ingombranti la propria famiglia d’origine, i propri gentori oppure la famiglia che si è andati a formare da adulti. La famiglia, dunque, come un fardello da cui liberarsi? «Da piccoli ovviamente abbiamo bisogno dei nostri genitori: senza di loro non potremmo cavarcela. Quindi cresciamo con l’idea che la loro presenza sia essenziale. Poi, quando maturiamo, e magari a nostra volta mettiamo al mondo dei figli, si pone il problema di come relazionarci ai nostri genitori. La famiglia, come ci insegna la grande letteratura oltre che la psicanalisi, può essere un luogo felice, ma molto più spesso è un carcere da cui ci sforziamo di evadere». Oggi in Occidente la famiglia è in crisi. Eppure una frangia avanzata e progressista come il movimento gay chiede che venga approvato il matrimonio anche tra due persone dello stesso sesso. Un paradosso? «Apparentemente lo è, ma si comprendono facilmente le ragioni. La maggior parte delle persone desiderano vivere in modo normale, nel senso di ciò che è comunemente accettato. Se la normalità sociale è la coppia, la famiglia, la parità dei diritti per gli omosessuali passa necessariamente attraverso la conquista della possibilità di formare una coppia riconosciuta sul piano legislativo, insomma una famiglia. Penso che la politica dovrebbe affrettarsi a rispondere a questa esigenza, soprattutto nei Paesi dove la discriminazione è ancora forte».
La Chiesa che difende la famiglia tradizionale è stata travolta in Irlanda dallo scandalo della pedofilia del clero. Qual è oggi la sua credibilità nel suo Paese?
«Per troppo tempo non si è fatto nulla, perché preti e suore godevano di un rispetto sociale totale, quindi eccessivo. Il Vaticano per decenni ha insabbiato gli scandali e ciò che è accaduto è molto grave. Oggi la gente è molto critica e molto più attenta. Il prestigio della Chiesa in Irlanda è ai minimi storici. Alla messa domenicale ci va soltanto il 14% della popolazione. Il nostro governo ha criticato apertamente il Papa e ha ritirato l’ambasciatore in Vaticano. Ma la Chiesa è comunque ancora forte: ad esempio controlla gran parte delle scuole e degli ospedali. Speriamo però che tutto ciò serva a renderla meno arrogante nell’intervenire, come prima avveniva con una continua situazione di ingerenza, sui temi civili e politici».

Corriere della Sera 17.1.12
L'altra Resistenza nei lager
di Aldo Cazzullo


Le testimonianze dei deportati politici, una diversa forma di lotta
Nei campi di concentramento tedeschi, oltre agli ebrei costretti a portare la stella gialla, furono rinchiusi migliaia di partigiani, antifascisti e resistenti civili, con la tuta a strisce e un triangolo rosso all'altezza del cuore.
Ora la storia dimenticata dei deportati politici italiani viene raccontata per la prima volta attraverso i loro scritti. Centinaia di lettere e diari, documenti quasi tutti inediti, sono stati raccolti nel libro Voci dal lager. Diari e lettere di deportati politici 1943-1945 (Einaudi), di Mario Avagliano e Marco Palmieri, che avevano già raccontato con le medesime toccanti modalità (il mosaico delle scritture private) le vicende degli internati militari e degli ebrei italiani perseguitati.
La memoria della deportazione politica è stata trascurata nel dopoguerra, ma il fenomeno riguardò circa 24 mila persone (1.500 donne) e quasi la metà di loro, oltre diecimila, morirono nei Konzentrationslager nazisti. A Dachau, Mauthausen, Buchenwald, Bergen-Belsen, Flossenbürg e nel lager femminile di Ravensbrück furono deportati, e spesso assassinati, italiani di ogni parte della penisola, antifascisti e partigiani di tutte le fedi politiche, operai colpevoli di aver scioperato e cittadini protagonisti di atti di Resistenza civile e senz'armi.
«Questa, Gemma, è la mia guerra» scrive un deportato dall'interno del campo di Bolzano. «Sopporto rassegnato: il corpo potrà soffrire, l'anima potrà soffrire, ma una cosa non muore: l'Idea. E la Patria è l'idea divina», manda a dire a casa un altro deportato.
Il saggio di Avagliano e Palmieri inizia dal momento della cattura e delle torture subite in carcere — San Vittore a Milano, Marassi a Genova, le Nuove a Torino, il Coroneo a Trieste, Regina Coeli a Roma e così via — per estorcere informazioni sui compagni di lotta. «Mi martellarono in faccia qui al carcere, poi al loro covo» scrive Luigi Ercoli da Brescia. «Siccome non volevo parlare con le buone allora hanno cominciato con nerbate e schiaffi (non spaventarti). Mi hanno rotto una mascella (ora è di nuovo a posto). Il mio corpo era pieno di lividi per le bastonate; però non hanno avuto la soddisfazione di vedermi gridare, piangere e tanto meno parlare», scrive alla famiglia la staffetta partigiana Jenide Russo. Mentre in uno straordinario biglietto clandestino da Regina Coeli, Enrica Filippini Lera ci fa rivivere dall'interno il momento in cui vennero prelevati centinaia di detenuti trucidati dalle SS di Herbert Kappler alle Fosse Ardeatine: «Abbiamo passato ore angosciose che non potremo mai dimenticare. Ho avuto sempre tanta forza e tanto coraggio ma in quel momento ero come distrutta. L'orrore è qualcosa che stritola che distrugge. È come se mi avessero strappato dei figli e sono qui trepidante ancora e vorrei difendere tutti».
Voci dal lager è un'emozionante antologia, ma è anche un saggio politico, incentrato su due concetti non scontati: c'è una continuità tra la repressione del regime e l'occupazione nazista; e la Resistenza non fu solo fazzoletti rossi e «Bella ciao», ma opera di militari, ebrei, donne, civili. Come osservano Mario Avagliano e Marco Palmieri, «non si è ancora riflettuto a fondo sul fil rouge che lega la soppressione delle libertà politiche e civili durante il Ventennio 1922-1943 e la successiva repressione di ogni forma di opposizione armata, politica, sindacale e civile nel tragico epilogo della Repubblica di Salò e dell'occupazione tedesca del 1943-1945».
Un dato esemplificativo: oltre il 25 per cento dei deportati fu catturato in operazioni di rastrellamento e su 716 operazioni di cui si conosce la composizione dei reparti che le eseguirono, ben 224 (il 31,3 per cento) furono condotte da unità militari o di polizia della Repubblica sociale.
Una parte della storiografia fa tuttora fatica a considerare i deportati e i prigionieri politici (nonché gli internati militari) come protagonisti a pieno titolo della Resistenza e della guerra di Liberazione, al pari dei partigiani che combatterono nelle città, sulle montagne o all'estero, nonostante il collegamento diretto tra gli uni e gli altri, che risulta evidente anche dalle lettere e dai diari proposti nel saggio di Avagliano e Palmieri. E se ciò poteva essere comprensibile nell'immediato dopoguerra, quando la Resistenza era considerata esclusivamente come una guerra militare e armata, lo è molto meno oggi, dopo gli studi che hanno analizzato e riportato in piena luce la rilevanza della Resistenza cosiddetta civile e senz'armi in tutta Europa.

Corriere della Sera 17.1.12
Un eroe notturno e impavido che ama e uccide soltanto per godere
Mozart si è sforzato di allontanarlo dalle alre grandi figure di seduttori
Il Don Giovanni segreto, cuore nero senza riscatto
di Pietro Citati


Non esiste, forse, personaggio che Mozart abbia rappresentato con più precisione di Don Giovanni:
in testa egli ha un cappello / con candidi pennacchi: / addosso un gran mantello / e spada al fianco egli ha.
La cosa più spiritosa è che questo ritratto non è disegnato dalla spietata Donn'Anna, o dall'appassionata Donn'Elvira, o da Leporello, che è lo storico e il ritrattista in titulo del suo padrone. Chi rappresenta l'ardimentoso e baldanzoso cavaliere dai «candidi pennacchi» è lo stesso Don Giovanni, che verso l'inizio dell'atto secondo guida la torma dei contadini e delle contadine e dei servi che vorrebbero bastonare o uccidere Leporello, mascherato coi vestiti del suo signore.
Un secondo ritratto, che Mozart avrebbe volentieri controfirmato, ci è fornito da Hoffmann, quando, nella meravigliosa parte prima dei Pezzi di fantasia alla maniera di Callot, ci mostra il gentiluomo di Siviglia mentre «apre il manto e si mostra nello stupendo costume di velluto rosso con ricami d'argento». Una figura possente, superba — insiste Hoffmann: viso d'una bellezza virile, naso aristocratico, occhi penetranti, labbra morbide e sensuali.
Non possiamo dimenticare che il cavaliere dalle labbra morbide, che le donne spagnole porteranno per sempre nella memoria, non si vede mai, o quasi mai, alla luce del giorno. Il dissoluto punito, rappresentato per la prima volta, a Praga, nell'ottobre 1787, si svolge nell'atmosfera intensa e calda di una notte spagnola. Tutto è notturno: l'assassinio, i balli, le bevute, le vendette, le macchinazioni amorose, i travestimenti, la festa, il banchetto, l'apparizione finale del Commendatore, il fuoco. Solo una volta si vede la luce della luna, chiarissima sulle statue del cimitero.
Qualcuno potrebbe aggiungere che Don Giovanni non è una figura tenebrosa: tenebrosa è la statua di sasso del Commendatore. Don Giovanni è un fuoco impetuoso, vivace, brillante, che attraversa il palazzo e la campagna. Ma questo fuoco è pieno di notte: emana scintille e barlumi notturni, che verranno spazzati via dal «vortice di fuoco» dell'ultima scena.
Malgrado la precisione del ritratto, il Don Giovanni di Mozart resta misterioso: tanto più misterioso quanto più gli scrittori e gli studiosi cercano di avvicinarlo ad altre figure del tempo. Don Giovanni — viene detto — è un seduttore libertino, o un fratello gemello di Faust. In realtà, Mozart ha fatto il possibile per allontanare il suo eroe dalle figure libertine della storia passata e presente: Don Juan Tenorio di Tirso de Molina, Dom Juan di Molière, Lovelace di Richardson e Valmont di Laclos, che aveva cominciato le sue insidie qualche anno prima.
L'eroe di Tirso chiama orgogliosamente se stesso «l'ingannatore di Siviglia»: vuole ingannare e stuprare; il suo inganno non è una passione sensuale, ma una crudele arguzia intellettuale, che si propone degli scopi, e li realizza a ogni costo, senza provare piacere né divertimento né gioia. L'eroe di Molière è il signore del calcolo, dello stratagemma, della finzione, della dissimulazione, che recita la parte di Tartufo; e insieme a tutti i possibili Tartufi della terra forma una specie di società segreta, che si nasconde dal mondo e conquista il mondo.
Ora, il Don Giovanni di Mozart non ragiona, non calcola, non dissimula, non recita; e solo qualche volta, con una specie di condiscendenza e quasi di pietà verso gli uomini, accetta di ingannare le sue innumerevoli Donne Elvire.
Quanto a Faust, le somiglianze sono ancora minori. Mentre Faust aveva letto tutti i libri e cercava di possedere le chiavi occulte dell'universo, Don Giovanni è vittima e preda di un'incultura totale. Forse non ha mai letto un libro (o soltanto i libracci pornografici che suppongo legga Leporello), non ha idee né dottrine; e non medita mai su quello che fa. Se Faust desidera perennemente l'infinito, inseguendolo in tutte le sue possibili incarnazioni, Don Giovanni ignora qualsiasi forma di infinito. Non conosce l'illimitato, il sovrannaturale, il celeste; o li disprezza. Il mondo, per lui, è materia limitata: quello che si può afferrare, e letteralmente abbrancare con le mani. Faust si trasforma, cambia natura, è sempre un altro, vive in una condizione di perenne metamorfosi, bevendo alle sorgenti venerabili della Natura. Don Giovanni non muta: muta solo il nome e il numero delle sue donne. All'inizio del dramma, è identico al personaggio che diverrà alla fine, malgrado vicende che dovrebbero cambiarlo completamente.
Il segreto di Don Giovanni sta in una parola ch'egli ripete insaziabilmente, furiosamente, freneticamente, come se volesse scavarla e portarne alla luce tutto ciò che contiene. «Non vedete che voglio divertirmi». «Troppo mi premono queste contadinotte. Le voglio divertir finché vien notte». «Giacché spendo i miei danari, io mi voglio divertir»; e poi, sempre girando attorno allo stesso tema, «Vivan le femmine! Viva il buon vino! Sostegno e gloria d'umanità». «Lasciar le donne! Pazzo! — dice a Leporello — Lasciar le donne? Sai ch'elle per me son necessarie più del pan che mangio, più dell'aria che respiro». «Mi pare sentir odor di femmina»; e non smette di fiutare e di odorare quel profumo meraviglioso, quel balsamo incomparabile, che conosce come nessuno.
Cosa significa questa parola: divertimento? Sebbene Don Giovanni non legga libri e non ami riflettere, egli sa, inconsciamente, che contiene moltissime cose, che forse in parte gli sono ignote, ma per le quali sa di possedere «un fertile talento». Come dice l'intelligentissima e amorosissima Donn'Elvira, non è il semplice inganno di Don Juan Tenorio: ma un cimento, cioè una prova, un azzardo, che può impegnare tutta una vita, sino in profondo. Divertirsi significa accelerare, sino quasi alla follia, il ritmo e la velocità della vita; non sostare nemmeno un istante in un luogo o nell'altro, perché ci si diverte sempre altrove; vivere solo nel presente, o in quell'attimo di futuro che si muove subito dopo il nostro attimo; apprendere in ogni amore cose oscurissime, che solo lui e le donne conoscono («voi sapete quel che fa», dice Leporello); percorrere tutte le fasi e le ombre di ogni passione, dal furore alla dolcezza e dalla dolcezza al furore (perché Don Giovanni può essere dolcissimo e tenerissimo); non progettare nè architettare nè prevedere nè anticipare, ma desiderare, gioire, godere, possedere, e poi abbandonare, e poi di nuovo desiderare e gioire, perché il piacere è questa unione incessante e mobilissima di desiderio, possesso e abbandono.
«Voglio divertirmi» significa moltiplicare le donne. In Italia Don Giovanni ne ha avute seicento e quaranta, in Lamagna duecento e trentuna, cento in Francia, in Turchia novantuna, in Ispagna (dove è appena arrivato) mille e tre; e intanto la lista delle donne sta crescendo (o dovrebbe crescere) via via che noi ascoltiamo l'opera, e le danze si scatenano furiosamente sulla scena e dietro la scena. Caccia le donne in ogni luogo, in ogni città, in ogni paese, inseguendo le contadine, le cameriere, le cittadine, le contesse, le baronesse, le marchese, le principesse: la bella e la brutta, la bionda e la bruna, la grassotta e la magrotta, la grande e la piccola, la matura e persino la vecchia e, soprattutto, la giovane principiante.
Il fuoco notturno di Don Giovanni resta sempre acceso e scintillante, quale sia il grado, la forma, l'età, il carattere, il temperamento, la natura delle creature mobilissime e odorose, che egli tiene strette, e qualche volta si soffermano, innamorate, e qualche volta gli scivolano via tra le mani, perché anche la fuga e l'abbandono sono una forma (forse la più incantevole) di divertimento amoroso. È un universo illimitato (se non infinito), dal quale Don Giovanni rischia di restare continuamente travolto. Ogni Zerlina è un rischio; ogni Donn'Anna un pericolo mortale. Ma egli non sarà travolto dalle cose terrene, che adora: soltanto da quelle celesti e infernali, che lo annoiano o non lo interessano affatto.
Don Giovanni ha compreso che la meta, che egli insegue, è molto più vasta del semplice divertimento amoroso, oppure che questo si allarga, si dilata, fino a smarrire ogni confine e a perdersi nell'indistinto. Tutto, per lui, è divertimento: la danza, il fandango, la calabrese, la furlana, il minuetto, la polacca, la seguidilla; ma le danze devono essere condotte, senza ordine e quasi senza ritmo, dagli abitanti colorati della notte, nobili, servi, camerieri e contadini e contadine e giovinotti leggeri di testa, che cantano e bevono senza fine, inseguendo il piacere e obbedendo allo stesso ritmo furibondo del loro signore. Un altro divertimento è il cibo, servito nella casa illuminata di Don Giovanni, mentre gli archi, i flauti, gli oboi, i clarinetti, i fagotti, i corni, le trombe intonano l'allegro vivace, l'allegretto, l'allegro assai.
Ma anche il delitto è un divertimento. Quando Don Giovanni uccide, sempre nella tenebra, il Commendatore, lo fa senza impegno, con un rapido colpo di spada, quasi per gioco, come se dovesse dare la battuta d'inizio della festa scatenata e indiavolata.
Così Don Giovanni, indossando il suo sfavillante costume di velluto rosso e i suoi candidi pennacchi, non rifiuta nessun piacere della terra: «la terra, solo la terra, ma tutta la terra», come scriveva un eccellente critico musicale russo del diciannovesimo secolo. Come direbbero i Greci, è trascinato dalla hybris, divorato dalla hybris, accecato dalla hybris: dal furore e dalla dismisura.
Malgrado questo, Mozart ama la sua creatura seducentissima, come lo ama Donn'Elvira. Segue con una strana simpatia il suo cimento: il divertimento, il piacere, la follia, il furioso coraggio contro le pretese del Cielo e dell'Ade. Ma, al tempo stesso, con la stessa devozione dei Greci, sa che la hybris è fatta per gli dèi, non per gli uomini. Se Apollo pecca e viola tutti i possibili limiti, gli uomini, con discrezione, attenzione, cautela e pazienza, devono rispettare i limiti che le leggi naturali e divine hanno imposto loro.
Nella prima scena dell'opera, Don Giovanni uccide con la spada il Commendatore, che in Tirso de Molina portava il nome di Gonzalo de Ulloa. Il Commendatore moribondo è soltanto un anziano e decoroso gentiluomo spagnolo: la figlia, Donna Anna, adora in lui il padre e la madre; il dolcissimo e tenerissimo fidanzato, Don Ottavio, non placa il suo desiderio di vendetta, né il suo furore di ghiaccio. Verso la fine del dramma, sono passate pochissime ore, il Commendatore riappare. Ora non è più un gentiluomo spagnolo, né il suo spettro; ma la Statua, l'Uomo di sasso, il Convitato di pietra. Sembra che non possegga nessuna passione, nemmeno quella della vendetta: tutto, attorno a lui, respira l'atmosfera remota e assente di un altro mondo, non sappiamo quale. Non è più che voce e passo, entrambi di pietra. Il passo terrorizza persino l'impavida Donn'Elvira. La voce — monotona, solenne, profonda, immobile, fosca — ci sembra la disumana voce di sasso, con la quale si esprime la Morte, quando parla con gli esseri umani.
Don Giovanni viola e offende i limiti tra la vita e la morte: forse non li vede nemmeno; oltraggia profondamente il Commendatore invitandolo a cena, come se fosse soltanto un convitato qualunque, invece che la Morte, o il signore dei morti. L'Uomo di Sasso non tollera questa audacia e questa violenza: non sopporta l'invito a cena, o vuole trasformarlo in una vendetta definitiva; ed esecra il divertimento erotico di Don Giovanni, che non rispetta né le donne nè gli uomini, né il cielo né la misura. A questo punto, non sappiamo se attribuirgli un altro nome. Forse non è la Morte, ma soltanto, o soprattutto, un messo e un vendicatore di Dio, del quale, finora, non abbiamo nemmeno ascoltato il nome. «Non si ha bisogno di luce, quando si è condotti dal cielo», aveva detto nel Festin de Pierre di Molière: «Non si pasce di cibo mortale chi si pasce di cibo celeste», ripete nell'opera di Mozart. Ma non siamo certi del vero nome del convitato di pietra. Quando lo contempliamo sulla scena, e ascoltiamo il suo passo funereo e la sua voce funerea, ci chiediamo se sia davvero un messo di Dio, o un signore degli Inferi e dei fiumi sotterranei, come in Don Juan aux enfers, una delle più antiche e belle Fleurs du mal di Baudelaire.
In questo momento, ci torna alla memoria il testo di Tirso de Molina, dove soltanto alla fine, dopo aver manifestato i suoi rifiuti e le sue furie, Don Juan Tenorio si pente: «Lasciatemi chiamare un prete che mi confessi e mi assolva»; e l'Invitato di pietra annuncia che non c'è più tempo: «ormai è troppo tardi per pentirsi». Don Giovanni, invece, possiede, manifesta e ostenta il proprio coraggio fino all'ultimissimo istante del dramma. Come vogliono Mozart e il Commendatore, e non vuole Don Giovanni, che continua a sognare una vita piena di donne, di danze e di «eccellenti marzimini», l'opera meravigliosa si avvia rapidamente verso la fine. Don Giovanni cena, da solo, nella sua grande sala illuminata; la mensa è preparata, i suonatori suonano, i camerieri portano il fagiano, il vino, e chissà quali altre delizie seguiranno. Come osserva Leporello, Don Giovanni mangia «con barbaro appetito»; è pieno di «divertimento» e di gioia; e ha completamente dimenticato (gli uomini del presente dimenticano volentieri) di aver invitato a cena il Convitato di pietra. Prima Donn'Elvira, poi Leporello escono dalla sala, e gettano un ah! di terrore. Leporello balbetta: «Ah!... signor... per carità... Non andate fuor di qua... L'uom... di... sasso... l'uomo bianco... Se vedeste... che... figura... Se... sentiste... come... fa: Ta, ta, ta, ta». Infine, preceduto da un andante di archi, flauti, oboi, clarinetti, fagotti, corni, trombe, timpani, tromboni, entra il Convitato di pietra: «Don Giovanni! a cenar teco m'invitasti e son venuto... Tu m'invitasti a cena: il tuo dover or sai. Rispondimi: verrai tu a cenar meco?».
Quando il Commendatore chiede in pegno la mano di Don Giovanni, questi gliela porge, senza nessuna pietà verso se stesso. La mano del Convitato di pietra è gelidissima: è il gelo della morte definitiva, che afferra al cuore il cavaliere dai candidi pennacchi, che grida forte. Il Convitato di pietra gli chiede, anzi gli ordina: «Pentiti, cangia vita: è l'ultimo momento! Pentiti, scellerato. Pentiti». Don Giovanni rifiuta: non si pentirà mai, a nessuna condizione, a nessun costo, in nessun tempo futuro. Ma siamo alla fine dei tempi: fuoco, terremoto, vortici pieni di orrore, strazio, smania, inferno, terrore; un coro invisibile di sotterra intona voci cupe, sui temi che fin dall'inizio aveva introdotto il Commendatore. Don Giovanni sprofonda nel fuoco. Il Convitato di pietra sparisce, non sappiamo dove: forse in cielo, forse nel regno dei morti, dove ci aveva introdotto il Don Juan di Baudelaire; forse è un'ombra che sfiora rapidamente Donn'Elvira, che ritorna sulla scena del teatro.
Dopo l'«Ah!» terribile di Don Giovanni, appaiono di nuovo sulla scena Leporello, Donn'Elvira, Donn'Anna, Don Ottavio, Zerlina e Masetto; incalzano, ripetono, abbozzano buffonerie: «Resti dunque quel birbon con Proserpina e Pluton. E noi tutti, o buona gente, ripetiamo allegramente l'antichissima canzon: questo è il fin di chi fa mal!». Qualcuno avrebbe voluto abolire tutto l'allegro assai, sostenendo che la coda distrugge la tragicità della grande opera. Non lo credo. Mozart giunge all'estremo del peccato, della condanna e della tragedia; e poi si riserva un ultimo tocco, un ultimo guizzo di irrazionale buffoneria e letizia, suggerendo che c'è sempre (almeno a teatro, o sul suo teatro) qualcosa di invisibile, che va oltre la notte e il fuoco, senza rafforzarli nè diminuirli.

Corriere della Sera 17.1.12
Nicola Chiaromonte, lo «straniero in Italia» che affascinava Camus
di Giovanni Russo


Il 18 gennaio di quarant'anni fa moriva Nicola Chiaromonte, uno dei pochi intellettuali di levatura internazionale che ha avuto l'Italia nel Novecento. Ma Chiaromonte non è stato solo un intellettuale. Chi, negli anni Cinquanta, lo incontrava nella redazione del «Mondo», il settimanale diretto da Mario Pannunzio, non avrebbe mai sospettato che fosse stato uno dei piloti della squadriglia aerea guidata da André Malraux durante la guerra di Spagna, che proprio a lui e al suo coraggio si ispira nel tratteggiare uno dei protagonisti del romanzo La speranza (pubblicato in Italia da Mondadori).
Di questo suo passato di eroico combattente non parlava mai, per una sorta di pudore che gli veniva dalla terra di Lucania nella quale era nato il 12 luglio 1905. Era cresciuto a Roma, dove suo padre, medico, si era trasferito dalla Basilicata. A Roma, aveva collaborato al «Mondo» di Giovanni Amendola, a «Italia Letteraria», a «Solaria», aveva stretto un'amicizia destinata a durare sempre con Alberto Moravia. Legato a Giustizia e Libertà, nel 1935 si era rifugiato a Parigi per sfuggire all'arresto della polizia fascista.
Dopo Parigi, dove incontra Carlo Rosselli e conosce il socialista libertario Andrea Caffi che ebbe su di lui un grande ascendente, in seguito all'occupazione tedesca si rifugia in Algeria e in Marocco, per poi raggiungere New York. Frequenta la Mazzini Society, Salvemini e Sforza, entra a far parte di quel gruppo di scrittori e critici che fanno capo alle riviste di avanguardia «Partisan Review», «Politics» e «The New Republic» alle quali collabora con saggi su Tolstoj, Roger Martin du Gard, Stendhal, Pasternak, Camus, Sartre, raccolti nel 1971 nel libro Credere e non credere e stringe amicizia con il critico Paolo Milano e con Mary McCarthy. Lo storico Maurice Nadeau lo definisce uno degli ultimi «maestri segreti» di tutta una generazione di intellettuali europei e americani.
Nel 1947 ritorna a Parigi, dove stabilisce un legame fraterno con Albert Camus che aveva conosciuto in Algeria. Nel 1950 ritorna a Roma, e inizia a collaborare al «Mondo» come critico teatrale: articoli che sono il pretesto per riflessioni di carattere filosofico, storico e culturale e giudizi di costume sulla società italiana. Fu proprio qui, nel 1951, che lo incontrai per la prima volta.
Dal 1956 al '68 dirige insieme con Ignazio Silone la rivista «Tempo Presente», che svolge un ruolo importante durante la crisi ungherese e quella cecoslovacca; pubblica memorabili interventi sulla malafede degli intellettuali che avevano cercato la copertura del Partito comunista per far dimenticare di essere stati fascisti. Le sue considerazioni sul fallimento del marxismo, che a suo avviso conteneva un'insidia totalitaria, sono esemplari: «Quanto a me, tutto quello che posso dire, è di essere giunto alla conclusione che bisogna risolutamente gettare il marxismo alle ortiche se si vuole arrivare a un inizio di chiarezza», scrive. È «Tempo Presente» a far conoscere le prime testimonianze del dissenso sovietico con gli scritti di Sinjavskij e di Gustaw Herling, proibito in Polonia.
Fra di noi nacque un'amicizia: ci incontravamo spesso in via Sistina nella redazione di «Tempo Presente», alla quale collaboravo. Ricordo Silone e Chiaromonte nella stessa stanza, seduti alla scrivania, legati da una sorta di dialogo silenzioso, anche se, soprattutto negli ultimi tempi, i dissapori non mancavano. Ricordo i colloqui fra Pannunzio e Chiaromonte a proposito dei movimenti di contestazione del Sessantotto: entrambi avevano intuito la deriva terroristica che poteva nascerne. Ricordo le sue riflessioni sui grandi temi morali, estetici e ideali, piuttosto rare in un mondo intellettuale spesso frivolo e superficiale, che mi hanno fatto riflettere sulle ragioni della sua intensa amicizia con Camus: Nicola Chiaromonte è stato e ancora oggi è rimasto «straniero» in patria.

Repubblica 17.1.11
Desidero dunque sono
“Liberiamo la fantasia dalla logica del capriccio"
Massimo Recalcati a colloquio con Luciana Sica


Il nuovo saggio dello psicoanalista Recalcati offre una lettura politica di come si è modificato ciò che vogliamo
"Se la spinta al godimento diventa compulsiva e non conosce limiti viene meno l´idea di legame sociale"
"Quella che stiamo vivendo è un´angoscia di fronte all´eccesso: come se ci mancasse un progetto, una prospettiva"
"Bisogna ritrovare una dimensione creativa rispetto ai nostri slanci per allontanarci dall´omologazione"

«Una sedia a rotelle fatta viaggiare a una velocità ingovernabile... Lacan ha proposto un´immagine alla Hitchcock per raffigurare un´economia che già negli anni Settanta considerava destinata fatalmente a scoppiare. Non parlava certo da economista e in più era un liberale conservatore, eppure sul "discorso del capitalista" è stato di una chiaroveggenza speciale. Perché ne coglieva la dimensione "pulsionale" con il trionfo del narcisismo e il culto dell´homo felix impegnato nella ricerca del proprio benessere individuale. Qualcosa di "folle", di "infernale", di "insostenibile"».
Massimo Recalcati parla dell´aspetto "politico" del suo nuovo libro che declina le varie sfaccettature del desiderio, con tutto il peso affidato dalla psicoanalisi a questa sua parola chiave. Ma è evidente tra le righe la consapevolezza del passaggio epocale che viviamo e sullo sfondo il naufragio dei grandi ideali collettivi della modernità occidentale. Anche a dispetto della dedica in codice «a Jacques Lacan, mon a-mur» – omaggio al maestro scomparso trent´anni fa – Ritratti del desiderio non è destinato solo agli specialisti del lacanismo (Cortina). Proprio perché è scritto da un analista che nella sua riflessione sui movimenti inconsci dell´esperienza umana non rinuncia a mantenere uno sguardo critico sui grandi cambiamenti sociali, sui nuovi modi di pensare e di vivere.
Lei scrive che la grande crisi dell´economia capitalista – questa sorta di implosione dell´Occidente – "non è solo finanziaria ma innanzitutto etica". Perché?
«Perché questa è una crisi che evidenzia il disprezzo e il misconoscimento del Bene comune, l´accaparramento senza freni delle risorse di tutti: il lavoro, le leggi, le istituzioni, la natura... Quando la spinta al godimento diventa compulsiva e non conosce limiti, quando l´avidità non ha più fondo, è la stessa idea di comunità che viene meno. Per dirla in termini analitici, è la pulsione di morte che prevale e travolge la dimensione del legame sociale».
C´è un´angoscia particolare che accompagna questi "anni terribili" di impoverimento anche emotivo, anche intellettuale?
«L´angoscia contemporanea non è l´angoscia di fronte al nulla di cui parlano i filosofi, ma piuttosto è l´angoscia di fronte all´eccesso: come se mancasse una prospettiva, un progetto. Non sorge dalla mancanza ma da un troppo pieno, dalla sensazione di essere imprigionati in un sistema che ci avvolge e ci comprime e sembra non permettere – nemmeno nella fantasia – di un altro mondo, di un altro orizzonte... Il nostro è senz´altro il tempo di un immiserimento materiale e mentale diffuso, è un tempo di precarietà dove l´angoscia – come dimostra la diffusione epidemica del panico – è di massa. Ma io tendo a escludere che sarà una condizione permanente».
La notte buia che viviamo potrà diventare "un fattore di rigenerazione", permetterci di riconoscere finalmente "il punto luminoso del desiderio": non è un catastrofista, lei. In cosa ripone la sua fiducia?
«L´angoscia non si limita a paralizzarci, ma può diventare la causa di un nuovo desiderio. Tutta questa circolazione cieca di godimento è senza soddisfazione, tende a produrre solo distruzione, ma ora il declino del "discorso del capitalista" può aprire a nuove possibilità di vita. Nella nostra esperienza clinica l´angoscia non è mai solo un vicolo cieco, ma segnala sempre la prossimità del soggetto alla verità (rimossa) del proprio desiderio, mettendolo di fronte a ciò che abitualmente cerca di evitare».
Ma, per dirla con Carver, di che cosa parliamo quando parliamo di desiderio?
«Intanto di una forza inconscia che spinge alla relazione con l´Altro e che sempre implica un inciampo, uno sbandamento, una perdita di padronanza... Non sono "io" che decido il mio desiderio, è il desiderio che decide di me, mi rapisce e mi anima. Secondo la lezione lacaniana, non è necessariamente infelice e neppure è riducibile a un sentimento di mancanza. L´insoddisfazione è un tratto strutturale dell´isteria, non del desiderio che è piuttosto una potenza, uno slancio che mostra come la vita diventa umana solo attraverso l´Eros, il legame, il riconoscimento della dipendenza, della differenza, della vulnerabilità. Certamente va messa in conto anche una certa quota di solitudine nel movimento di separazione, di distacco, di rottura e di sovversione dell´ordine familiare. E neppure esiste una misura giusta per definire un desiderio "normale" in quanto unico e irripetibile, inventivo e incomparabile, devianza singolare che sfugge, resiste, ad ogni tentativo di omologazione autoritaria».
Desiderio invidioso, amoroso, sessuale. Desiderio dell´altro, d´altro, di niente... La sua è una singolare galleria di esperienze che nella vita s´impastano. Ma perché il desiderio assoluto – quello "puro", come nel caso dell´intransigenza di Antigone – è destinato allo scacco?
«Lacan affermava che la sola vera colpa dell´uomo è quella di venire meno al proprio desiderio. La clinica psicoanalitica conferma che l´infelicità è spesso legata al fatto che la nostra vita non è coerente con ciò che desideriamo. E invita ad essere responsabili rispetto al desiderio che non può essere mai associato al capriccio, perché ogni volta che sono chiamato a scegliere "ne va della mia esistenza", come direbbe Heidegger. È senz´altro il caso di Antigone che persegue il suo desiderio – dare una sepoltura degna al fratello – senza esitazioni e contro ogni Legge, ma perdendo tutto, morendo sepolta viva. La sua tragedia svela come non ci sia mai nessuno, né un dio né un padre, a garantire che l´assunzione del desiderio sia generativa e non si riveli destinata allo smarrimento».
Un´ultima domanda: il Censis di De Rita ha fatto un abbondante uso di metafore utilizzate nei suoi lavori, segno che le interpretazioni rituali non bastano più per capire in profondità quel che succede. Allora si ricorre al pensiero di un analista tutt´altro che estraneo alla dimensione "politica". Lei che ne pensa?
«È importante che le categorie della psicoanalisi escano dalla così tanto decantata "stanza dell´analisi" ed entrino nel mondo storico e politico. L´isolamento della nostra disciplina non è "splendido" – come diceva Freud a Jones – ma rischia di manifestare solo la mummificazione dell´analista come pezzo del museo delle cere dell´Ottocento. La psicoanalisi può invece dare prova della sua efficacia sia come una terapeutica alternativa a quelle pratiche di normalizzazione e di medicalizzazione della vita oggi alla moda, sia come una teoria critica della società. In un tempo abitato da monadi che godono senza limiti di una libertà triste, è chiamata a essere una sentinella della dimensione creativa del desiderio, che già nel suo etimo indica un cielo aperto... Se infatti sidera in latino vuol dire stelle, sarà proprio di questo che si parla: dell´attesa e la ricerca della propria stella».

Repubblica 17.1.11
Potere transgender
Nati in un corpo che non li rappresenta, conquistano sempre più spazio nella moda, nello spettacolo, nel lavoro. E rivendicano l’identità del "terzo sesso”. Con orgoglio vogliono essere al tempo stesso uomini e donne
di Vera Schiavazzi


Sono trentamila i transgender italiani Rappresentano l´avanguardia del movimento per i diritti e le libertà sessuali. Lanciano campagne pubblicitarie e lottano contro gli ostacoli di politica e burocrazia. Sono testimoni di un cambiamento che potrebbe avere risvolti sociali imprevedibili
"Vorremmo poter modificare i dati anagrafici anche senza sottoporci ai bisturi"

Per i trentamila transgender italiani, persone che hanno già cambiato o vorrebbero cambiare la propria identità sessuale, o che rivendicano il diritto di non dichiararla affatto, il serbo Andrej Pejic è un simbolo. Modello (o modella) scelto da Jean-Paul Gaultier per la sua superba e androgina bellezza fuori dal tempo e dagli schemi, ha sfilato vestito da sposa per le collezioni primavera-estate del 2011, posato per Vogue, dichiarato candidamente di salire in passerella «per guadagnare» e di ritenersi «un rischio calcolato» per le grandi firme della moda. E il Courrier International l´ha messo in prima pagina: un mezzo busto senza veli, conturbante e stimolante, per introdurre un´ampia inchiesta sul fenomeno nel mondo.
Anche se la realtà di tutti i giorni è dura, e qualche volta durissima, per chi nasce con caratteristiche fisiche che non corrispondono ai propri sentimenti e alle percezione di sé (un uomo su 30mila, una donna su 100mila), i simboli sono importanti. Non solo nella moda, ma in politica, con parlamentari come la polacca Anna Grodzka o la spagnola Carla Antonelli, nell´arte (la danzatrice cinese Jin Xing), nell´economia (la manager americana Margaret Stumpp). Persone di successo che hanno avuto il coraggio, e la possibilità, di dichiarare senza timidezza la propria trasformazione. Transgender è bello? Ed è un caso che siano proprio le persone dall´identità volutamente ambigua, difficile da definire, "terza" rispetto ai generi tradizionali, a rappresentare oggi l´avanguardia del movimento per i diritti e per le libertà sessuali?
Qualcosa del genere, in effetti, sta accadendo anche in Italia, dove i transgender rappresentano oggi la punta avanzata di un fronte, quello dei gay e delle lesbiche organizzati, che altrimenti potrebbe apparire alquanto stanco. Perché sono loro a affermare che "il re è nudo", e che non esiste alcuna ragione per obbligare le persone a collocarsi, da una parte o dall´altra, o a sottoporsi a lunghi e dolorosi interventi chirurgici per poter avere il nome che vogliono - quello che sentono e che li definisce davvero - sulla carta di identità. Come racconta Fabianna Tozzi Daneri, forse la più nota tra gli attivisti-transgender, donna-immagine del movimento: «Ci battiamo perché la legge del 1982 che consente di modificare i propri dati anagrafici sia estesa anche a chi non sceglie la riattribuzione chirurgica del sesso. E nello stesso tempo chiediamo che questa proceduta, che in Italia è inserita nel sistema sanitario e dunque dovrebbe essere gratuita, venga praticata correttamente e sia davvero accessibile a tutti».
Fabianna, che ha iniziato a lavorare come parrucchiera in un teatro lirico («ero brava, e ho avuto la fortuna di vivere in un ambiente dove la diversità è più accettata che altrove»), è, anche, una politica dotata di grande pragmatismo: «Perché la nostra condizione sia accettata in Italia dobbiamo essere noi, per primi, a renderci conto che non siamo i soli a subire discriminazioni. Tutti hanno problemi di lavoro, oggi, e la vita è difficile per tutti. Il nostro diritto a non essere discriminati deve andare di pari passo con quello di ogni persona a avere condizioni di vita e di impiego dignitose».
Nascono così campagne pubblicitarie (come quella che ha avuto per modelli la stessa Fabianna insieme a Gabriele Dario Belli, altro transgender famoso grazie anche alla sua partecipazione a un´edizione del Grande Fratello, o ad un´altra, di questi giorni, che dà voce a genitori e colleghi di gay) che puntano ad uscire dal vittimismo e a restituire all´identità sessuale di ognuno la propria "normalità". E mentre in Australia la battaglia vinta da un transgender per essere individuato sul passaporto come persona "del terzo sesso", né maschio né femmina, è stata salutata tra gli applausi, in Italia una simile possibilità è guardata con sospetto: «È una soluzione che ci spaventa, perché non va d´accordo con le leggi e la cultura del nostro paese - dice Fabianna - Io credo invece che quando non ce n´è bisogno, a partire dai documenti di identità, sarebbe di grande sollievo per tutti noi non indicare il genere. E proteggerebbe le persone transgender anche quando si trovano a viaggiare in paesi dove le libertà sono più ristrette».
Gli stessi paesi, dall´Afghanistan all´Iraq, dai quali è in atto da qualche anno una ristretta e silenziosa, ma spesso drammatica, "migrazione sanitaria" verso l´Italia: chi può, abbandona casa e famiglia per spostarsi dove il cambiamento di sesso è possibile e sicuro. Trieste, Roma, Torino sono le città dove esiste un ospedale che - tra un taglio e l´altro ai bilanci, tra una polemica e un attacco - ha mantenuto e fatto crescere la propria specializzazione nell´aiutare gli uomini che vogliono diventare donne (una tecnica chirurgica oggi relativamente semplice e destinata al successo nel 90 per cento dei casi) o le donne che vogliono diventare uomo (anche questo è possibile, ma il percorso è difficile e sofferto, ed è soprattutto pensando a questi pazienti che si chiede di poter scollegare la mutazione anagrafica da quella fisica).
Intanto anche il mondo dello spettacolo, e del cinema dopo che la tv lo aveva già fatto, si apre al mutamento. «Sarò tra i protagonisti del nuovo film di Marco Bracco, Il tempo delle mimose, insieme a un grande cast, con Fabio Testi, Simona Autieri e Anna Galiena - annuncia con un certo orgoglio Gabriele Dario Belli - Ovviamente, il mio sarà un ruolo maschile. Ma le persone come noi sanno che la transizione non finisce mai. Ho 40 anni, ed è da quando ne avevo 3 che so di essere nato maschio in un corpo di donna: non una lesbica, ma un uomo eterosessuale. Mi sentivo un alieno, fino a quando non ho sentito un altro raccontare una storia uguale alla mia. Mi hanno aiutato anche il mio lavoro (è responsabile del marketing in una grande azienda, ndr) e la mia compagna, che mi ha incoraggiato a mostrarmi in tv. Mi sono detto: ok, lo faccio, ci vado e mostro a tutti che esiste un "prodotto" che non conoscono, una donna che ha scelto di essere uomo. E, credetemi, non lo ha fatto per i vantaggi che ancora oggi essere maschi comporta, ma perché quello era il modo di avvicinare il suo corpo alla sua mente». I risvolti sociali sono, e restano, imprevedibili: «Ci avete mai pensato? A certe aziende piace assumere donne lesbiche, perché sanno che non resteranno a casa in maternità», suggerisce Gabriele.
Persone come Fabianna e Gabriele, o Valentina, Marco sui documenti (lavora come camallo al porto di Genova) sono i testimoni di un cambiamento che potrebbe preludere a un´esplosione del fenomeno: lo dice la moda, con colori, tessuti e tagli sempre più indistinti, lo dice il mondo dei cosmetici, con prodotti e make up progettati senza distinzione, lo dice l´esitazione di moltissimi ragazzi che non vogliono aderire a stereotipi maschili o femminili nei quali non si riconoscono più. Evviva la neve (Mondadori, 2011), il libro di Delia Vaccarello (giornalista e blogger, lavora per il Comune di Venezia come consulente anti-discriminazioni) raccoglie alcune storie drammatiche di cambiamento, compresa quella che l´ha fatta entrare in sala operatoria a Trieste, ed è stato un grande successo anche al di fuori del mondo trans.

Repubblica 17.1.11
Con orgoglio vogliono essere al tempo stesso uomini e donne
Anticonformisti per non sentirsi più prigionieri
di Michela Marzano


Chi sono i transgender? Si può essere al tempo stesso uomini e donne? Esiste un "terzo sesso"? Come spesso accade nella vita, la risposta a questo tipo di domande è tutt´altro che semplice. A meno che non ci accontenti della solita scelta secca tra il "sì" e il "no". La famosa logica dualistica che pensa il mondo in modo binario: il bene e il male, il vero e il falso, l´anima e il corpo, gli uomini e le donne. Peccato che quando si parli di identità di genere, tutto sia molto più complicato. Perché in ogni persona esistono degli elementi di femminilità e di mascolinità, anche se poi, nel corso della propria vita, si ha tendenza a stabilizzarsi all´interno di un genere specifico. A parte i transgender certo, che a differenza dei transessuali, non rivendicano affatto il diritto di cambiar sesso, ma quello all´indeterminazione sessuale.
Per i transessuali, lo scopo è riconciliare "identità psicologica" e "sesso anatomico": si tratta di persone convinte, fin dalla più tenera età, di appartenere all´altro sesso. Per un brutto scherzo della natura, alcune donne si ritrovano in un corpo d´uomo e alcuni uomini in un corpo di donna, e allora cercano solo di "rimettere le cose a posto". A differenza di tutti coloro per i quali il sentimento di appartenenza all´uno o all´altro genere coincide con la propria conformazione genitale e il proprio corredo cromosomico, i transessuali soffrono a causa dell´esistenza di un divario tra "corpo" e "identità", di uno "sfaldamento" cui vogliono mettere fine, per non sentirsi più prigionieri di un "corpo" o di un "nome" che non riconoscono. Da questo punto di vista, i transessuali non hanno alcuna intenzione di sovvertire l´ordine delle cose: vogliono solo adeguarsi all´immagine che, da sempre, hanno di loro stessi. Ecco perché anche coloro che non vogliono sottoporsi ad un intervento chirurgico, vogliono poter modificare il proprio nome sulla carta di identità. Per diventare agli occhi di tutti quello che loro sanno di essere fin da piccoli.
Rispetto ai transessuali, i transgender sono molto più sovversivi. Rifiutando ogni opposizione binaria, vogliono mettere in scena la dualità uomo/donna senza scegliere a quale sesso appartenere: vogliono essere al tempo stesso uomini e donne. È per questo che la maggior parte dei transgender rivendica l´etichetta queer - letteralmente strano, bizzarro, eccentrico - e trovano all´interno della teoria queer quegli strumenti necessari per rivendicare il diritto di vivere al di fuori delle categorie di genere tradizionali. A differenza dei transessuali, i transgender non si definiscono come prigionieri di un "corpo sbagliato". Non cercano un "vero corpo". L´idea che possa esistere una "verità" legata alla materialità del corpo viene completamente rigettata. Tutto è artificio, protesi, impianto, trucco, vestito… Tutto pur di arrivare a un "corpo accettabile", ossia a quell´apparire ambivalente e androgino, che è poi l´unico ad incarnare il "compromesso".
È per questo che la cultura transgender rifiuta drasticamente l´idea di un passaggio definitivo: la transizione da "lui" a "lei", o da "lei" a "lui", non sarebbe altro che la prova dell´assoggettamento di un individuo ai discorsi e alle pratiche che cercano di normalizzarne l´esistenza assegnandolo ad un´identità specifica. Essere transgender vuol dire, per definizione, incarnare l´eccentrico, sfuggendo a ogni ambito sociale e a qualunque dispositivo istituzionale, anche al linguaggio: il fatto stesso di parlare "del" o "della" transgender significherebbe d´altronde tradirne l´identità multipla. Il/la transgender è sempre "uomo e donna", "né uomo, né donna". Un "terzo sesso" allora?
Ognuno di noi vive come può il rapporto con il proprio corpo. Ognuno organizza la propria identità cercando di accettare le proprie contraddizioni. Rivendicando la possibilità di passare da un sesso all´altro (transessuali) o il diritto di non scegliere a quale sesso appartenere (transgender), i (le) trans ci spingono in fondo a interrogarci non solo sulla nostra identità sessuale, ma anche sui limiti intrinseci della nostra corporeità. E in questo, sono profondamente sovversivi. E hanno ragione. Perché è forse l´unico modo per uscire definitivamente dagli atavici dualismi ontologici. Si può, tuttavia, essere e volere veramente "tutto"? Nel momento in cui rifiutiamo il nome che ci è stato dato e ne scegliamo uno nuovo, non finiamo lo stesso con l´identificarci ad un genere ben preciso? E poi, c´è veramente bisogno di "ontologizzare" un terzo sesso per vivere fino in fondo le ambivalenze della nostra identità de genere?