mercoledì 23 febbraio 2011

l’Unità 23.2.11
Pd: «Governo grave e inadeguato Percepiti come amici dei dittatori»
Le cose cambieranno, ha promesso Bersani a libici e tunisini con lui al Pantheon: «Il Pd guiderà il prossimo governo e promette ai popoli d’africa in lotta di riprendere insieme un cammino verso democrazia e benessere»
di Federica Fantozzi


Dal governo un atteggiamento «grave». Dal premier Berlusconi e dal ministro degli Esteri Frattini «un’iniziativa politica di drammatica inadeguatezza di fronte alla sanguinaria risposta di Gheddafi alla richiesta di democrazia da parte del popolo libico». La segreteria del Pd ieri con una nota ha criticato la reazione dell’esecutivo sugli accadimenti in Libia. Mentre scoppia la guerra del gas, Gheddafi paragona i rivoltosi a ratti da sterminare, si contano centinaia di vittime civili, bombardamenti e fucilate, si infiamma il Medio Oriente, l’esecutivo indugia-èladenunciadelPd-perle connivenze politiche e imprenditoriali che legano il Cavaliere al rais libico.
E ieri pomeriggio in piazza del Pantheon il partito di Bersani ha organizzato un sit in per fermare la repressione del Colonnello di Tripoli. Per incoraggiare la “primavera” dei Paesi islamici a noi più vicini. Ha detto il segretario Democratico:
«Per tradizione politica e per collocazione geografica, l'Italia è sempre stata un Paese guida per l'Europa nei rapporti con la sponda sud del Mediterraneo. Avremmo dovuto essere noi a dire all'Europa che cosa fare».
CONNIVENZE COL COLONNELLO
Non è accaduto, secondo Largo del Nazareno per le connivenze politico-affaristiche con Tripoli: «Invece
il governo è rimasto inerte, silente, nel tentativo troppo a lungo prolungato di non disturbare anche in circostanze così sanguinose un leader straniero considerato un amico personale. Noi una volta eravamo il paese che indicava la strada all'Europa per rapportarsi ai paesi dell' area mediterranea. Questi giorni invece dimostrano che la nostra politica estera ha perso il passo e che rischiamo di essere percepiti come una nazione amica del loro passato, proprio di quel passato che i giovani in lotta sulle piazze vogliono cacciare via».
Di qui la decisione di manifestare nel centro di Roma con parlamentari e militanti. Per «offrire un sostegno alle popolazioni che in questi Paesi desiderano aprire una fase di miglioramento della propria vita civile, economica, politica». Il Pd sottolinea l’importanza che sulla “primavera” dell'Africa del Nord e del Medio Oriente, nonché sulle ripercussioni per l'Italia sia dal punto di vista dei flussi migratori che sull’economia, ci sia un «confronto tra le istituzioni interessate ed il contributo nelle sedi parlamentari».
IN PIAZZA ARCI E CGIL
Al sit in hanno partecipato Bersani, la capogruppo al Senato Anna Finocchiaro, Rosy Bindi, Piero Fassino, Walter Veltroni, Giovanna Melandri, Valter Verini, Luigi Zanda, Tempestini, Oriano Giovanelli.
Lapo Pistelli ha introdotto gli interventi. C’erano anche esponenti di altri partito, da Ferrro a Nencini. Hanno aderito l’Arci, la comunità libica nella capitale, sindacati e partiti di opposizione tunisini. In piazza bandiere del Pd e della Cgil.
Il senatore Ignazio Marino ha chiesto quale sia la strategia del governo per fermare «un genocidio di violenza raggelante».
Marino ha puntato l’attenzione sui prossimi sbarchi di fuggitivi sulle nostre coste: «Abbiamo gli occhi del mondo addosso e i nostri ministri balbettano. Prima o poi Berlusconi chiederà a Gheddafi o teme di disturbarlo troppo?».
L’UE SI SVEGLI
Anche Bersani ha ricordato il do not disturb del premier al Colonnello, «quella frase ora è su tutti i giornali del mondo, che vergogna per l'Italia». Osservando che nei decenni scorsi i rapporti, non sempre facili, con la Libia e il Medio Oriente erano stati gestiti con «equilibrio», mentre il feeling tra Berlusconi e Gheddafi di cui il comune affidamento a bodyguard di sesso femminile è solo uno degli aspetti più flokloristici ha messo l’Italia in una posizione di sostanziale sudditanza.
Ma Bersani ha sottolineato anche le lacune nella strategia europea: «L'Unione europea è ancora un passo indietro rispetto ai problemi del Nord Africa. Si deve svegliare e spostare il baricentro verso il Mediterraneo, dove ci sono grandi prospettive ma anche grandi rischi. Bisogna imprimere una spinta politica vera verso il Mediterraneo». Fino all’auspicio, stavolta tutto di politica interna: ««Il Pd, che guiderà il prossimo governo del Paese, vi promette di riprendere un cammino comune di pace, democrazia e benessere».

l’Unità 23.2.11
Camusso: «Dal governo comportamento indecente Dica che è un genocidio»


Deve essere forte e decisa la nostra voce nel denunciare il comportamento indecente che il governo italiano ha tenuto fin dalle prime ore». Questa la denuncia che il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, ha lanciato ieri nel corso della sua relazione introduttiva al comitato Direttivo, in merito a quanto sta accadendo in Libia.
«Il fatto che il governo abbia consentito la costruzione di una posizione unitaria europea sottolinea Camusso non lo giustifica dal fatto che continui a dire cose inaccettabili. Peraltro, la stessa posizione europea appare più moderata di quella assunta dall’Onu e troppo legata a vicende contingenti, piuttosto che a una sua necessaria funzione politica». Il segretario della Cgil punta quindi il dito contro la posizione espressa dal ministro degli Esteri, Franco Frattini, che «continua a dire una cosa che non va bene: non si può dire, cioè, che ci sia equidistanza rispetto al fatto che lì possa esplodere una guerra civile. Perché non ci troviamo in presenza di un conflitto interno alla popolazione; in Libia si bombardano le masse nelle piazze e si usano le armi contro la folla». Per questi motivi, «un Paese democratico come il nostro dovrebbe dire con chiarezza che in Libia è in corso un genocidio e che vengono perpetrati crimini contro l’umanità e con altrettanta forza dovrebbe esigere che la si smetta di sparare sulla folla e che il dittatore se ne vada». Infine, quanto all’Europa, il numero uno della Cgil osserva: «Non può limitarsi a essere semplice spettatore o paladino ininfluente della libertà e della democrazia, ma dovrebbe proporre una piattaforma politica che, al di là delle posizioni “equidistanti” assunte dal nostro ministro degli Esteri, favorisca un effettivo processo di evoluzione di quel Paese e di quell’area verso una democrazia laica».

l’Unità 23.2.11
Intervista a Chantal Mouffe
«Il vento del Medio Oriente muterà la nostra idea di Islam»
La politologa: «Non credo che Libia e Tunisia diventeranno come l’Iran. Queste rivoluzioni possono avvicinare i nostri Paesi. Togliendo il “nemico” al populismo di estrema destra
di Federica Fantozzi


Politologa e filosofa, docente di teoria politica all’università di Westminster, Chantal Mouffe ha analizzato il successo dei movimenti populisti di estrema destra in Europa, lo sviluppo del terrorismo internazionale, e i recenti moti nordafricani. Haider, Le Pen, Bossi, Wilders. Perché l’Europa è sempre più populista?
«Alla base c’è la sostanziale somiglianza tra centrodestra e centrosinistra. Socialisti e conservatori si muovono verso il centro, hanno programmi simili, il confine si assottiglia. In assenza di una vera alternativa che risponda alla globalizzazione, la gente o si disinteressa di politica o crede nel populismo di destra: l’unico in grado di rispondere a domande emotive, di suscitare passioni».
L’Italia ha aspetti anomali?
«La Lega è paragonabile agli altri partiti xenofobi. Berlusconi è altro. È populista: si appella alla gente, bypassa le istituzioni. È buon amico di Gheddafi ma qui esistono i contrappesi istituzionali. Esprime però un conflitto di interessi incredibile e inaccettabile. In qualsiasi altro Paese europeo sarebbe stato costretto a dimettersi».
Perché da noi non succede?
«È un mistero. La pessima situazione della sinistra, forse il Vaticano. I giornali lo criticano, ma la gente non li legge. Si informano con le sue tv. All’estero sappiamo cose di Berlusconi che voi ignorate. La vostra percezione è modificata: c’è una berlusconizzazione delle coscienze, dei valori, del bene e del male. In pericolo non vedo le istituzioni ma la cultura democratica.
Cosa manca alla sinistra: idee o elettori? «Il progetto. Alternativo al neo-liberismo globale. È una crisi diffusa. La terza via di Blair non ha smontato l’eredità thatcheriana: le ha solo dato un volto umano. Ma la gente vuole qualcosa di diverso. Oggi l’unico modello è la Linke tedesca: una sinistra socialdemocratica non estrema, che aspira a governare. E Nichi Vendola, forse: come leader è il più promettente».
Sta dicendo che la destra, oggi, è più moderna? «Finchè la sinistra si identifica con la classe media, lascia scoperti molti settori delle classi popolari. Quelli più minacciati dalla globalizzazione, condannati a essere arcaici e retrogradi. La destra lo ha capito. In Francia il Front National avrà un risultato ottimo. Marine Le Pen è carismatica, intelligente, diversa dal padre. È radicale su diritti, laicità, giustizia sociale. Il problema è che individua nel nemico l’Islam creando xenofobia».
Tra la ridotta padana e il vento del Nordafrica: tra dieci anni l’Europa esisterà ancora? O sarà una fortezza?
«Proprio gli avvenimenti del Medio Oriente possono avere conseguenze cruciali. Cambierà molto. Non sappiamo come, ma dubito che Tunisia e Libia diventeranno come l’Iran. Il vento della democrazia può cambiare la percezione che abbiamo dei musulmani».
In che modo?
«Le nostre paure derivano dall’11 Settembre, da Al Qaeda. La trasformazione di Paesi a noi vicini può farli dimenticare o passare in secondo piano. Un impatto positivo delle rivoluzioni potrà avvicinarci. Certo, i movimenti populisti potrebbero adattarsi, come il virus agli antibiotici, e trovare nuovi nemici: cinesi, rom. Tutto dipenderà dallo sviluppo della sinistra a livello europeo e dalla sua capacità di azione coordinata nei vari Paesi». Sta sognando?
«Bisognerà pur cominciare. Siamo pronti per un mondo multipolare, dove l’Europa giochi un ruolo politico, non più appendice americana. Manca il populismo di sinistra: finora è stato visto in modo negativo, manipolativo. Errore: risponde legittime a istanze popolari. Noi contro loro. Una sinistra moderna contro il neoliberismo globale, banche, multinazionali. Lo Stato pubblico contro l’abuso di privatizzazioni. In Gran Bretagna volevano vendere la foresta di Sherwood: la mobilitazione li ha fermati».

l’Unità 23.2.11
Il Paese che difende i dittatori
Il caso Libia e la nostra politica estera
di Roberto Di Giovan Paolo


La vicenda della Libia mette in luce tutta la pochezza della nostra politica estera. Frattini ha sottovalutato i sommovimenti di popolo, prima in Tunisia e poi in Egitto, e non ha capito che anche in Libia il dado era stato tratto.
Il rialzo dei prezzi dei generi alimentari ha fatto da detonatore a una situazione sociale già da tempo compromessa, che non poteva essere tenuta sotto controllo dal dittatore di turno.
Con la Libia, l’Italia ha firmato accordi, ha considerato il rais un partner affidabile e di lunga durata, senza chiedere nulla in cambio sui diritti umani.
Il gerontocrate Berlusconi, per riprendere il Financial Times, ha saputo solo giocare la carta delle pacche sulle spalle. Per non dimenticare la politica dei respingimenti, considerata l’unica risposta a un malessere dell’Africa che non può essere arginato spostando il problema sempre più a Sud.
L’Italia non ha capito che è caduto un altro Muro di Berlino, e questa “sonnolenza” della nostra politica estera è ancor più grave visto che tutto quanto avviene a poche centinaia di chilometri dalle nostre coste.
Una possibilità di reagire però c’è. E questo non solo da parte dell’Italia, ma anche dei Paesi della Ue. Servono investimenti in loco che facilitino un vero sviluppo, nell’interesse di tutto il popolo, e non opere fantomatiche e faraoniche come l’autostrada della Cirenaica in Libia, che alla fine porterà soldi solo nei forzieri delle imprese italiane. Ma la cosa più importante è fermare il traffico d’armi dall’Italia. Nel 2008 sono stati siglati accordi commerciali con l’Egitto per 38 milioni di euro e ne sono stati autorizzati altri 44. Nel 2009 le nostre esportazioni verso Il Cairo, solo per cannoni, pistole ed altri armi del genere per quasi un milione e 400 mila euro. Nel 2008, le spese militari della Libia sono ammontate a 1,1 miliardi di dollari e il 2% del nostro export di armamenti va proprio verso quel Paese.
Dobbiamo evitare di alimentare, politicamente ed economicamente, il dittatore di turno, come è successo con Gheddafi in Libia e Ben Alì in Tunisia, senza poi nemmeno preoccuparci di quale sia lo stato dei diritti umani in quel Paese, oppure ignorando, volutamente, che milioni di persone vivono in condizioni di povertà.
Insomma, dobbiamo fare il nostro ruolo di Paese europeo, capace di realizzare una rete di parternariati basati sulla credibilità, sulla capacità di creare benessere e giustizia sociale.

l’Unità 23.2.11
Il Vaticano chiama il Governo a rapporto «Sul testamento biologico serve legge»
Incontro inusuale ieri Oltrevere. Il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi dal segretario personale del Papa, monsignor Georg. Quaranta minuti per spiegare la posizione di Palazzo Chigi su testamento biologico e immigrazione.
di Roberto Monteforte


È in modo discreto che ieri in tarda mattinata il ministro del welfare, Maurizio Sacconi ha varcato il Portone di bronzo in Vaticano. Era atteso. A passo spedito ha raggiunto la Terza Loggia. Sì, perché l’ex socialista e fedelissimo del premier Silvio Berlusconi che si è guadagnato sul campo i galloni di interlocutore privilegiato delle gerarchie ecclesiastiche, non aveva appuntamento con i suoi «omologhi» d’Oltretevere. Un suo arrivo non era neanche nell’agenda della Segreteria di Stato. Era alla «terza loggia» del Palazzo apostolico, quella dell’«appartamento» papale, che il ministro Sacconi era atteso. Lo aspettava il segretario personale di sua santità, monsignor Georg Ganeswein, per discutere a quanto pare di testamento biologico e di immigrazione. Temi caldi. Affrontati venerdì scorso nel vertice di Palazzo Borromini, l’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, durante i colloqui ufficiali nell’anniversario dei patti Lateranensi tra il segretario di Stato, cardinale Bertone, il presidente della Cei, cardinale Bagnasco e il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi con i suoi ministri tenutosi in occasione della ricorrenza dei Patti Lateranensi.
L’INTERLOCUTORE EX SOCIALISTA
Le rassicurazioni avute non devono essere bastate a Benedetto XVI che deve aver incaricato il suo segretario particolare, monsignor Georg di approfondire andando alla fonte: chiedendo chiarimenti a persona fidata del governo. Deve essere stata una bella gratificazione per il ministro ex socialista vedersi prescelto, vista la corsa degli uomini Pdl ad accreditarsi Oltretevere come sponda credibile, autonoma e alternativa a quella classica, presidiata dal gentiluomo di «Sua Santità», Gianni Letta.
Sono stati necessari una quarantina di minuti per approfondire i punti di comune interesse. Subito dopo, sicuramente rinfrancato per il servizio reso, il responsabile del welfare è andato all’incontro fissato dalle Acli sulla «social card».
Dopo la vicenda Englaro, che ha visto il ministro scatenato per impedire che venisse interrotta l’alimentazione e l’idradazione forzata alla giovane Eluana per 19 anni in coma, la Chiesa si attende una legge sul testamento biologico che dia «sicurezza», che faccia argine e impedisca altre scelte simili. Vi sarà stato bisogno di chiarire, dopo lo slittamento a marzo della discussione del testo all’esame del Parlamento. Mentre sulla grande emergenza immigrazione resa acutissima con gli sconvolgimenti del nord Africa padre Georg può aver chiesti ragguagli prima della riunione di governo
prevista per la serata a palazzo Chigi con il premier Berlusconi e i ministri. Chissa se monsignor Georg ha ripagato la cortesia offrendo a Sacconi e magari affidandogli una copia da recapitare al premier, il testo del Messaggio di Benedetto XVI per la Quaresima. Vi avrebbe trovato spunti interessanti di riflessione. Soprattutto quando si mette in guardia dalla«tentazione dell’avere, dell’avidità del denaro, che insidia il primato di Dio nella nostra vita» e dalla «bramosia del possesso che provoca violenza, prevaricazione e morte, dalla «idolatria dei beni».

il Fatto 23.2.11
“Bloccare il Parlamento si può, basta volerlo” 

Flores d’Arcais rilancia l’appello: “Non dite che è impossibile”
di C.Pe.

IL GOVERNO Berlusconi e la sua maggioranza parlamentare obbediente “perinde ac cadaver”, è entrato in un crescendo di eversione che mira apertamente a distruggere i fondamenti della Costituzione repubblicana e perfino un principio onorato da tre secoli: la divisione dei poteri. Di fronte a questo conclamato progetto di dispotismo proprietario chiediamo alle opposizioni (all’Idv che si riunisce domani, al Pd che dell’opposizione è il partito maggiore, ma anche all’Udc e a Fli, che ormai riconoscono l’emergenza democratica che il permanere di Berlusconi al governo configura) di reagire secondo una irrinunciabile e improcrastinabile legittima difesa repubblicana, proclamando solennemente e subito il blocco sistematico e permanente del Parlamento su qualsiasi provvedimento e con tutti i mezzi che la legge e i regolamenti mettono a disposizione, fino alle dimissioni di Berlusconi e conseguenti elezioni anticipate. Se non ora, quando?
Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais, Dario Fo, Margherita Hack, Franca Rame, Barbara Spinelli, Antonio Tabucchi, Furio Colombo, Roberta De Monticelli e Marco Travaglio 

 “Una riunione solenne e separata di tutti i parlamentari dell’opposizione, nella quale, di fronte al paese, solennemente si giura che si utilizzerà ogni piega del regolamento per paralizzare i lavori delle camere fino alle dimissioni di Berlusconi, data l’emergenza democratica costituita da un governo eversivo. Questo lo hanno già fatto? Questo non cambierebbe nulla? Per favore!”.
Paolo Flores d’Arcais, primo firmatario dell’appello lanciato ieri dal Fatto Quotidiano, “Bloccate il Parlamento”, chiede nuovamente alle opposizioni un gesto politico a dimostrazione della loro volontà di combattere il governo Berlusconi, sul terreno parlamentare, con ogni mezzo. “Il pregio dell’appello lanciato dal Fatto Quotidiano è   la nettezza – spiega Michele Ventura, vice capogruppo dei deputati del Partito democratico – ci sono occasioni, come il milleproroghe in aula questi giorni, in cui è necessario fare ostruzionismo, e l’abbiamo fatto con forza, fino all’arrivo della lettera di Napolitano. Il governo sta scegliendo la strada dei decreti approvati con voto di fiducia perché non ha i numeri per gestire le votazioni in aula. Per passare dovrebbe tenere i membri del governo incollati ai banchi della Camera ma è impossibile”. Però, sostiene Ventura   “ci sono altri casi, come quando si discute il programma del rientro del debito da presentare all’Unione europea, in cui bisogna lavorare insieme. E poi c’è una parte del calendario in quota all’opposizione, e noi stiamo discutendo quali provvedimenti inserire, soprattutto di carattere economico e sociale, per dimostrare che ci occupiamo dei problemi dei cittadini, per marcare chiaramente la nostra differenza. Anche perché, con quel che sta accadendo nel Mediterraneo, sarebbe per noi necessario avere un governo autorevole che discuta con l’Europea di come sta cambiando il mondo arabo e cosa può comportare   per l’Italia”.
Ma c’è chi, come l’Udc, il blocco del Parlamento non lo prende proprio in considerazione: “Questi metodi sono pensati senza dubbio a fin di bene e per liberare il paese – afferma Roberto Rao, deputato del partito di Casini – ma una volta usati, chiunque può servirsene e noi non vogliamo creare il precedente. La lettera del capo dello Stato sul milleproroghe   ha dimostrato che la nostra Costituzione ha tutta la forza necessaria a evitare eventuali derive dittatoriali. Ci sono sicuramente forme di partecipazione democratica, come la piazza, che ci consentono di esprimere il dissenso. Di certo c’è che bisogna costruire un’alternativa politica che ci faccia battere Berlusconi se vogliamo arrivare alle sue dimissioni”. 
Un’alternativa è necessaria anche per Massimo Donadi, presidente dei deputati dell’Italia dei valori, che però sull’ostruzionismo non la pensa come l’Udc: “Noi l’ostruzionismo lo facciamo quanto più possibile e quasi sempre da soli – spiega Donadi – di certo l’appello della società civile è un’astrazione pienamente condivisibile ma solo in parte realizzabile. Dico così perché purtroppo oggi i regolamenti di Camera e Senato non ci permettono un blocco totale dei rami del Parlamento. Al   Senato è praticamente irrealizzabile. Quello che possiamo fare è chiedere ogni volta la verifica legale del voto, ma serve solo al rallentamento dei lavori, non al blocco. Mentre alla Camera possiamo farlo con i decreti legge, ma su richiesta della maggioranza il presidente può applicare la cosiddetta “tagliola” sospendendo le dichiarazioni dell’opposizione. Non è questo il modo in cui riusciremo a raggiungere i nostri obiettivi. Secondo me, infatti, l’unica cosa che farebbe crollare Berlusconi come un castello di carte sarebbe   la messa in campo di una vera alternativa, con la definizione di una coalizione chiara, con un programma condiviso e un leader che rappresenti tutti”.
Ma il promotore Flores d’Arcais non ci sta: “Tecnicamente potrebbero bloccare ogni ‘calendario condiviso’ (così decide il presidente). E poi fare filibustering nelle conversioni dei decreti, sull’ordine dei lavori, sui verbali, sul rispetto dei regolamenti. Certo, non si può fare se non si è convinti che siamo all’emergenza democratica...”

Corriere della Sera 23.2.11
L’anticonformismo contro le idee futili Ecco Schopenhauer
Un autore fiero di essere «inattuale»
di Armando Torno


Ha ancora senso leggere Arthur Schopenhauer nell’era degli sms e di Facebook? Nell’epoca in cui taluni filosofi dal fiato corto sostengono che le opere del pensiero hanno una scadenza come lo yogurt, i medicinali o i funghi sott’olio? C’è chi la fissa a dieci, chi a quindici anni; comunque sia, le riviste scientifiche che contano sono ormai online, giacché i dati discussi durano in genere qualche mese. Eppure, nonostante questo scenario, proprio oggi ha senso leggere e meditare Schopenhauer. Anzi, è autore da tenere sempre a portata di mano, sul comodino o accanto alla poltrona dove si dovrebbe consultare anche per qualche minuto, dopo aver spento la stupida televisione e quel ladro di tempo che è il computer. Arthur Schopenhauer (1788-1860) è completamente inattuale. Non provò alcun interesse per la patria, la politica, gli strilli dei bambini e il matrimonio, meno che mai per il prossimo. Non modesto, di pessimo carattere, disprezzò Hegel e gli idealisti, rideva dei filosofi di professione e non risparmiò strali ai professori, giacché era convinto che nelle loro testoline non possono entrare le grandi idee dell’umanità (usava espressioni più forti, ma non è il caso...). Non amava la vita mondana, anzi a tale proposito pizzicò Goethe: «Per lei l’attività letteraria è sempre stata cosa secondaria, mentre la cosa principale è stata la vita reale. Per me, invece, è il contrario. Per me ha valore e conta quello che penso e scrivo; invece quello che vivo personalmente e che mi succede è cosa secondaria, anzi me ne faccio beffe» (lettera del 3 settembre 1815). I suoi amori, a differenza di quelli fallimentari di Nietzsche, riusciva a celarli e a tenerli per sé. Fa impressione quel suo magnifico distacco dalle ginnastiche amorose, che espletava e non menzionava, indipendentemente dal fatto che l’oggetto delle sue attenzioni fosse una nobildonna o una signora con tariffa. Nel Curriculum vitae, dove avrebbe potuto accennare ai trastulli veneziani con Teresa Fuga, scrive soltanto: «Post undecim annorum continua litterarum studia, animum peregrinatione recreare statui» («Dopo undici anni di studi letterari, decisi di risollevarmi l’animo viaggiando» ). Da questo punto di vista fu comunque più umano di Kant, che tanto ammirava, il quale delle donne e del sesso non seppe mai cosa farsene. Riproporre Il giudizio degli altri di Schopenhauer, pagine che costituiscono il quarto capitolo dei noti Aforismi per una vita saggia, significa offrire un testo di riflessione sulla felicità; o meglio: un’operina che aiuta a difenderci da quello che gli altri dicono, pensano o scrivono di noi. Anche se è difficile spiegare perché ogni uomo si rallegri nel momento in cui riceve un’opinione favorevole («come il gatto, quando uno lo accarezza, fa, immancabilmente, le fusa» ), Schopenhauer consiglia di «moderare il più possibile» la sensibilità verso quello che giunge dal prossimo, siano cose positive o negative. Insomma, raffreddare entusiasmi e delusioni per non rimanere «schiavi delle idee altrui» . È un esercizio che il filosofo tedesco insegna con impareggiabile mestiere e in una nota sbugiarda i godimenti dei ricchi, che non dipendono da quello che possono o provano, ma dall’opinione che giunge loro: «Le classi più alte, con tutto il loro fasto, il loro lusso, le loro pompe, la loro magnificenza e i loro sperperi di ogni genere, possono dire: "La nostra felicità sta tutta fuori di noi: la sua sede sono le teste degli altri"» . Leggere Schopenhauer, così come Michel de Montaigne, aiuta a diventare adulti. Per questo uno dei pochi veri pensatori italiani del secolo scorso, Piero Martinetti, ha scritto nel suo Breviario spirituale: «Per apprezzare al suo giusto valore l’opinione altrui basta riflettere, come consiglia Schopenhauer, sulla superficialità e futilità dei pensieri, sulla bassezza dei sentimenti, sull’assurdità delle opinioni che si riscontrano nella maggior parte dei cervelli... E allora impareremo a vivere più per noi che per gli altri, con maggior sicurezza e naturalezza, con maggior preoccupazione per i mali reali: così guadagneremo non soltanto in tranquillità d’animo, ma anche in saggezza e in felicità» .

Corriere della Sera 23.2.11
I pensieri dinamitardi con cui Nietzsche demolì ogni certezza
L’unica parola d’ordine: andare oltre
di Nuccio Ordine


«C he cos’è dunque la verità? Un mobile esercito di metafore, metonimie, antropomorfismi, in breve una somma di relazioni umane che sono state trasposte e adornate poeticamente e retoricamente e che, dopo un lungo uso, appaiono a un popolo salde, canoniche e vincolanti» : Friedrich Nietzsche ha meno di trent’anni quando inizia la sua straordinaria opera di demolizione sistematica di ogni forma di conoscenza. «A colpi di martello» , il giovane filosofo aggredisce norme e concetti di un sapere fino ad allora ritenuto consolidato: critica la nozione di verità, l’idea di civiltà moderna, le false visioni del rapporto tra vita e cultura; attacca frontalmente il cristianesimo e i sostenitori della democrazia e dei valori umanitari; rifiuta, senza esclusione alcuna, i secolari dualismi teorizzati dalla filosofia occidentale (forma-materia, anima-corpo, umano trascendente...). Nei tre saggi raccolti nel volume in edicola con il «Corriere» — La visione dionisiaca del mondo, La filosofia nell’epoca tragica dei greci e Su verità e menzogna in senso extra morale, tradotti da Sossio Giametta, che al filosofo ha dedicato importanti riflessioni — è possibile ritrovare alcune questioni centrali della filosofia di Nietzsche. Concepiti e scritti negli anni tra il 1870 e il 1873— quando non ancora laureato l’autore insegna filologia classica nell’Università di Basilea e quando scopre le opere di Richard Wagner e di Arthur Schopenhauer— questi testi si offrono al lettore come un’ouverture: le opposizioni apollineo dionisiaco ed essere-divenire, l’antistoricismo, il percorso solitario dei grandi uomini che fuggono la massa dei mediocri, il ruolo del dolore e del tragico nella vita, le menzogne della metafisica e le finzioni delle verità illusorie si configurano infatti come grandi temi che ritorneranno a più riprese, con diverse variazioni, nei successivi movimenti della filosofia nicciana. Ne La visione dionisiaca del mondo già appaiono le celebri categorie di «apollineo» e «dionisiaco» , che saranno poi risistemate nella Nascita della tragedia (1872). Non è vero che l’arte greca sia espressione di equilibrio e armonia. Dietro la maschera della serenità è in continuo fermento l’elemento vitale del mondo dionisiaco, fatto di istinti e di violenza. L’arte, per Nietzsche, trasforma questo magma incandescente nelle forme pacate e ordinate dell’apollineo. Nelle orge di Dioniso (che non hanno nulla a che vedere, è bene ricordarlo, con i miseri «festini» del nostro presente) le danze dei seguaci ricreano, nel fondersi di individuo e natura, lo stato primordiale che si concretizza nell’eterno ciclo di dissoluzione e rinascita. Solo l’arte greca compie il miracolo, traducendo il dionisiaco nell’apollineo, trasformando il fondo tragico e instabile dell’esistenza nelle forme stabili e rassicuranti della creazione artistica. Si tratta di un inganno che rende la vita più sopportabile. E sugli inganni si fonda soprattutto la creazione di norme e verità che vengono imposte all’umanità come assolute e oggettive. L’uomo, per Nietzsche, «si inventa una definizione delle cose uniformemente valida e vincolante e la legislazione del linguaggio dà anche le prime leggi della verità, giacché qui sorge per la prima volta il contrasto tra verità e menzogna» . Così l’essere umano, facendo passare «l’irreale per reale» , si presenta nelle vesti «di un grande genio costruttore che riesce a elevare su fondamenta mobili e per così dire sull’acqua corrente» . Nietzsche, insomma, critica tutte le promesse di stabilità e di eternità, ipocrite e false, che negano l’incertezza, la finitezza, la limitatezza dell’esistente. La vita non va vissuta in attesa di un futuro migliore o in contemplazione di un passato glorioso. La vita va vissuta nel presente, in un andare sempre oltre, senza avere paura del dolore e del mettere a rischio finanche la vita stessa. Parole di un filosofo o di un poeta? Di un reazionario o di un eversivo? Di un liberatore o di un oppressore? Il pensiero asistematico e paradossale di Nietzsche fa discutere la critica animatamente ancora oggi, con interpretazioni diametralmente opposte. Non a caso, lo stesso filosofo diceva di sé: «Io non sono un uomo, sono dinamite» .

Corriere della Sera 23.2.11
Frida, l’eroina che celava il suo mito
Incidenti e tradimenti dietro la popolarità e il destino della Kahlo
di Ida Bozzi


Come dopo ciascuna delle 32 operazioni chirurgiche che incisero il suo corpo, ancora una volta Frida è tornata. Ed è tornata a modo suo, attirando oggi come allora nella sua cerchia autori e autrici rapiti da una personalità che incarna il senso stesso della lotta, l’irrisione al potere— quello secolare o quello senza tempo della morte — e il grido umano della sofferenza. Almeno quattro novità librarie celebrano infatti, con diverse angolazioni, la vita e l’arte di Frida Kahlo: una biografia nota, celebrata già da libri e film, ma da conoscere ancora meglio, tanto è esemplare. Colpita da una paresi a nove anni, a diciotto anni frantumata, letteralmente, da un incidente d’autobus che le spezzò la spina dorsale e quasi ogni arto, Frida così straziata divenne la più nota pittrice del Novecento (non solo) messicano, attivista politica, madrina insieme al marito Diego Rivera di un cenacolo che comprendeva la Modotti, Eisenstein, Breton, ammirata da Picasso e da Miró, amata da Trotskij. Una donna che, come le disse Georgia O’Keeffe, sapeva dipingere parti, pianti, aborti, lacerazioni, cioè quel «qualcosa che non si guarda» , come racconta con passione il romanzo Il letto di Frida (traduzione di Elvira Mujcic, La Tartaruga, pp. 154, e 18) di Slavenka Drakulic. È interessante il romanzo della Drakulic (già cronista del mondo ex comunista e del conflitto jugoslavo) perché vuol cogliere la voce intima di una donna che definiva sé «la ocultadora» , colei che nasconde e che solo nei quadri si dipingeva come una colonna spezzata in un petto squarciato o una radice sanguinante. Dal letto di morte, a 47 anni, ormai immobile, senza una gamba, scossa dalla febbre polmonare che è solo l’ultimo dei disfacimenti del corpo, l’eroina delle pagine dalla Drakulic racconta, alternando la prima e la terza persona, l’incalzare del dolore: il dolore fisico, nascosto nella vita ed esposto invece nei rovi, nei teschi e nel sangue delle sue tele e quello interiore, l’amore disperato per il marito, maestro riconosciuto dei murales messicani e altrettanto riconosciuto dongiovanni, amante perfino della sorella di Frida, Cristina. La Kahlo ha compreso come «la sofferenza non si potesse esprimere a parole, ma solo con grida incomprensibili» , ha dipinto «quelle cicatrici perché anche gli altri potessero arrivare alla mia solitudine» : e nel libro, che intreccia frasi della Frida storica con lo scavo psicologico ardito dell’autrice, niente è più nascosto. Qui si spiegano «i foulard dai colori vivi» come tentativi di legare a sé il marito. impersonando per lui l’ideale del messicanesimo, la seduzione e il dolore carnale di un viso dolce nelle fotografie e severo nei dipinti, i molti amanti, la tortura della cancrena che trascorre dalle dita alla tela come una delle piante in cui i suoi autoritratti sono spesso avvolti. Fino alla comprensione suprema, sacrificale, dell’arte di Frida: «Per essere lei, aveva bisogno di questo corpo» . E tutta Frida ritroviamo nell’intenso monologo ¡ Viva la vida! di Pino Cacucci (Feltrinelli, pp. 77, e 8), accompagnato dai due scritti «Frida: momenti, immagini, ricordi sparsi» e «Amores y desamores» . Grido dopo grido, qui Frida racconta la sua vita con un ritmo incalzante, a cominciare da quel «corrimano di quattro metri» che «mi era entrato nel fianco» nell’incidente d’autobus: ma il testo teatrale di Cacucci mostra il sangue meticcio di Frida, le sue radici indie e individua nella convivenza di Frida e della sua pittura con la morte, la «Pelona» , la «cagna spelacchiata» , la «Morte irridente della mexicanidad» , l’anima stessa del popolo messicano («Mi piace pensarmi come Tlazoltéotl, dea azteca della purezza e della lordura» ). Spiegando, infine, con una nitidezza rara anche il senso della sua arte: «Perché l’arte non esprime la realtà. La fonda» . Un’arte che è divenuta un simbolo del Messico, spiega Cacucci: Frida aveva addirittura mentito sulla propria età per proclamarsi nata nel 1910, anno della rivoluzione. Un’arte che non smette di appassionare il mondo: dopo la mostra che ha attraversato l’Europa l’anno scorso (nel centenario della sua «falsa» nascita), si susseguono infatti le esposizioni dedicate alla pittrice della Casa Azul (a Baden Baden una permanente che dal 15 gennaio ha aperto anche una stanza dedicata al padre Wilhelm; a Istanbul fino al 20 marzo la mostra dedicata a Frida e a Diego Rivera, con le opere della collezione Gelman). La sua potenza simbolica si riverbera anche nel romanzo La caverna (Mondadori, pp. 580, e 21) di Barbara Kingsolver, in cui il protagonista, Harrison Sheperd lavora come assistente proprio per Frida Kahlo e il marito. Ma tra i libri in cui Frida ritorna c’è anche Mosche d’inverno (Sellerio, pp. 272, e 13) di Eugenio Baroncelli: la sua vita passa in uno dei lampi di Baroncelli, che scrive, evocando la Casa Azzurra di Frida, dove sono esposte le sue protesi e i suoi busti: «Se solo non fosse quello che è, una irrimediabile Camera delle Torture, sarebbe quello che sembra: una abbagliante Camera delle Meraviglie» .

Corriere della Sera 23.2.11
La meraviglia spiega l’enigma dell’evoluzione
di Edoardo Boncinelli


La scienza nasce dalla curiosità e si nutre di meraviglia. «Questo libro presenta le prove più importanti a favore della teoria dell’evoluzione. Chi si oppone al darwinismo semplicemente per motivi di fede non cambierà idea neppure di fronte a una gran mole di prove, perché la sua opinione non è basata sulla ragione. A chi è incerto o accetta l’evoluzione ma non è sicuro di poter giustificare la propria opinione, questo libro offre una breve sintesi per cui la scienza moderna riconosce l’evoluzione e la considera come un fatto innegabile. Ho scritto questo testo nella speranza di poter condividere con tutti, ovunque si trovino, la meraviglia che si prova di fronte al puro e semplice potere esplicativo dell’evoluzione darwiniana» . Queste parole poste all’inizio del libro Perché l’evoluzione è vera di Jerry A. Coyne (Codice Edizioni, p. 344, e 29) riassumono esaurientemente le intenzioni dell’autore e fanno appello a uno stato d’animo fondamentale per chi si accosta a tutte le avventure della scienza: la meraviglia. La scienza se ne nutre e prospera in ogni circostanza nella quale c’è da alimentare questo sentimento, che per definizione non si appaga mai: c’è sempre qualcos’altro da scoprire e di cui meravigliarsi. Il mondo è il palcoscenico di innumerevoli rappresentazioni e messe in scena delle quali osiamo ambire a comprendere l’essenza e a rintracciare il filo conduttore. Nei tempi più antichi era il cielo stellato con i suoi girovaghi figuranti e i suoi immobili riferimenti a stimolare primariamente la nostra curiosità e a muovere la nostra meraviglia, curiosità e meraviglia magicamente risvegliate oggi dalle immagini che ci vengono dai più moderni strumenti per scrutare il cielo anche a distanze siderali. Tuttavia esiste anche un più modesto ma esaltante palcoscenico terrestre dove nel tempo si sono succedute e date il cambio migliaia e migliaia di specie viventi, dalle amebe alle sequoie, dalle muffe alle antilopi, dai batteri patogeni ai ghepardi. Tante, tantissime specie sono comparse più o meno fuggevolmente, fra loro diversissime ma con la comune stimmata del nascere, crescere, riprodursi e svanire. Riesce difficile per chiunque credere — di qui la meraviglia— che tutte abbiano un’origine comune e che tutta questa immane differenziazione sia dovuta a semplici meccanismi che noi abbiamo compreso. Quello che più ci colpisce, come ricordato sopra dall’autore, è che tutto sia così semplice e che con due o tre principi naturali lo si possa spiegare. Anche per le persone più bendisposte verso la teoria darwiniana e neodarwiniana è questo l’ostacolo principale alla sua accettazione. «Tutto troppo semplice» dicono costoro e non si rendono conto del fatto che qualsiasi enigma della natura, dal moto dei pianeti alla formazione dei diamanti, dalla fioritura primaverile alla luce irradiata dalle stelle, una volta spiegato, assume una forma incredibilmente semplice. O perché l’universo è intrinsecamente semplice o perché la nostra mente è capace di comprendere solo il semplice. O per entrambi le ragioni. Scegliete voi.

Repubblica 23.2.11
È la matematica il grande motore della civiltà
di Piergiorgio Odifreddi


Il sistema oggi in vigore in Occidente è stato "inventato" in India nel V secolo e poi tramandato dagli arabi agli europei
Risultati geometrici, astronomici e architettonici molto importanti sono stati raggiunti da vari popoli in epoche e luoghi diversi
Un saggio di Bellos mostra come, dall´abaco alle tabelline, lo sviluppo dell´uomo sia legato al saper contare

Se avesse voluto apporre un´epigrafe al suo libro Il meraviglioso mondo dei numeri (pubblicato da Einaudi Stile Libero), Alex Bellos avrebbe potuto usare la duplice domanda del neurofisiologo Warren McCulloch: «Che cos´è il numero, che l´uomo lo può capire? E che cos´è l´uomo, che può capire il numero?». Perché il suo sterminato ed enciclopedico libro è appunto un tentativo, divertente e riuscito, di rispondere a entrambi gli interrogativi, e di mostrare come le storie del numero e dell´uomo siano in realtà intrecciate in maniera inestricabile, e i progressi e regressi dell´uno siano andati di pari passo coi progressi e regressi dell´altro.
L´espressione "mondo dei numeri" del titolo si riferisce dunque non soltanto al concetto oggettivo di numero da una parte, e alle sue rappresentazioni soggettive nello spazio geografico e nel tempo storico dall´altra, ma anche alle facoltà intellettuali dell´uomo. In particolare, al fatto che la scrittura alfabetica e la notazione numerica hanno sempre fecondamente intessuto, in teoria e in pratica, un rapporto di mutua stimolazione e derivazione.
Non stupisce quindi che il libro di Bellos sia in realtà una storia delle civiltà mascherata, osservata e raccontata dai complementari punti di vista del numero, delle cifre e del calcolo: tre aspetti di un´unica realtà, che costituiscono le versioni aritmetiche del pensiero, della scrittura e del linguaggio. Né stupisce che il libro mostri che, come le idee sono legate alla lingua in cui vengono espresse, e le parole sono legate alla scrittura con cui vengono registrate, così le varie civiltà abbiano affrontato e risolto in maniera diversa i problemi di definire filosoficamente i numeri, rappresentarli semioticamente e manipolarli matematicamente, rispondendo in maniera diversa alla domande su che cosa essi siano, come si possano indicare e come li si possa maneggiare.
Naturalmente, non tutte le civiltà hanno trovato "la soluzione" di questi problemi, che consiste in una ricetta che combina i seguenti quattro ingredienti. Primo, scegliere una base arbitraria ma conveniente: ad esempio, dieci. Secondo, indicare tutti i numeri positivi minori della base con segni differenti: ad esempio, le cifre da 1 a 9. Terzo, rappresentare i numeri maggiori mediante un sistema posizionale, in cui le cifre hanno un valore diverso a seconda di dove si trovano: ad esempio, assegnando allo stesso 1 il valore di uno, dieci o cento, e allo stesso 2 il valore di due o venti, nelle espressioni 1, 12 e 123). E quarto, aggiungere una cifra (ad esempio, 0) per rappresentare allo stesso tempo sia un posto vuoto nella precedente rappresentazione, sia il numero zero corrispondente a una quantità nulla.
Anzi, questa "soluzione" è il lascito culturale all´umanità di un´unica, grande civiltà: quella indiana della dinastia Gupta, che regnò nella valle del Gange e dei suoi affluenti tra il terzo e il sesto secolo della nostra era, ed è ricordata anche nella storia dell´arte per i suoi capolavori, primi fra tutti le pitture e le sculture delle grotte di Ajanta. La più antica registrazione dell´uso del sistema numerico indiano viene dalla Lokavibhaga: un´opera del 458, la cui datazione stabilisce un limite temporale superiore alla nascita del sistema numerico che oggi è universalmente in vigore nel mondo intero, dopo essere stato adottato dagli Arabi, e da essi tramandato agli Europei.
I quali, come ricorda Bellos, non soltanto l´hanno accettato con grandi e secolari resistenze, ma ancor oggi lo usano in maniera impropria. Ad esempio, privilegiando alcune potenze della base dieci come il mille, il milione o il miliardo, e non assegnando alle potenze intermedie nomi propri, bensì nomi composti come diecimila e centomila, o dieci milioni e cento milioni, che trattano quelle potenze come basi aggiuntive al dieci e macchiano la purezza del relativo sistema decimale. Una stonatura che invece gli indiani seppero evitare.
Come racconta Bellos, il massimo numero per il quale gli indiani coniarono un nome fu quello delle gocce di pioggia che potrebbero cadere in diecimila anni sull´insieme dei mondi, valutato dal Buddha in dieci alla centoquaranta e da lui chiamato asankhya: una parola sanscrita che significa letteralmente "innumerabile" o "incalcolabile". In Occidente soltanto Archimede poté competere con queste imprese: per rimediare alla pochezza della lingua greca, che aveva come massimo nome di numero la miriade, pari a diecimila, nell´Arenario egli inventò un modo sistematico per parlare di grandi numeri e lo applicò al calcolo del numero dei granelli di sabbia che potevano riempire l´universo, da lui valutato in dieci alla sessantatrè.
Ma non solo i Greci non avevano nomi per i grandi numeri: non avevano neppure le cifre, e usavano le lettere al loro posto. Poiché l´alfabeto classico aveva ventiquattro lettere, aggiungendone tre cadute in disuso essi ottennero un sistema di ventisette lettere, che divisero in tre gruppi di nove ciascuno: le prime nove per le unità, le seconde nove per le decine, e le ultime nove per le centinaia. Questo permise divertimenti come la composizione di poemi isopsefi, "a stesso calcolo", in cui tutti i versi avevano la stessa somma numerica delle lettere. O paranoie come la lettura simbolica di numeri quali l´apocalittico 666, variamente interpretato nei secoli come il nome di Nerone, Diocleziano, Lutero o il Papa.
Ma non facilitò le operazioni aritmetiche, per le quali si dovette ricorrere a vari tipi di abaco: una letterale "tavoletta" che poteva essere di sabbia, di cera o a gettoni, e che permetteva di compiere in maniera analogica le operazioni che il sistema indiano permette invece di fare sulla carta in maniera digitale, manipolando le cifre con l´ausilio delle "tabelline´´. Bellos ci narra che l´abaco fu usato, in qualche forma, da tutti i popoli che non possedettero un adeguato sistema numerico che permettesse di fare i "calcoli": una parola, questa, che significa letteralmente "pietruzza" (come nel caso dei calcoli al fegato o alla cistifellea), e richiama l´origine primordiale dei numeri.
È in queste molteplici origini che si trovano le tante albe del numero di cui trattano i vari capitoli del libro di Bellos. Il sistema sessagesimale additivo dei Sumeri, ad esempio, di cui rimangono vestigia nel nostro computo dei secondi in un minuto, dei minuti in un´ora e dei gradi in un angolo giro. Il sistema decimale posizionale dei Babilonesi, che introdusse lo zero come posto vuoto. Il sistema vigesimale posizionale dei Maya, che arrivò a considerare lo zero come numero indipendente. E soprattutto il sistema completo di tutti gli ingredienti degli Indiani, che condividono con i Babilonesi, i Cinesi e i Maya l´introduzione del sistema posizionale, con i soli Maya l´invenzione dello zero, ma con nessun altro l´intuizione della necessità di indicare in maniera indipendente tutti i numeri minori della base.
Analogamente all´evoluzione biologica dell´uomo, o all´evoluzione linguistica dell´alfabeto, non bisogna però guardare all´evoluzione numerica del sistema indiano come a una teleologia. Da un lato, infatti, la constatazione che solo una civiltà è arrivata alla "soluzione" mostra che quest´ultima non può essere vista come un´inevitabile necessità, e dev´essere piuttosto considerata come una fortunata contingenza. E, dall´altro lato, i risultati geometrici, astronomici e architettonici raggiunti rispettivamente dai Greci, dai Maya e dai Romani, che possedevano solo sistemi numerici parziali e incompleti, mostrano che il progresso matematico, scientifico e tecnologico può evolversi in direzioni multiple e complementari, di molte delle quali Il meraviglioso mondo dei numeri narra le affascinanti vicende.

Repubblica 23.2.11
I preraffaelliti
Burne-Jones e Rossetti innamorati dell’italia
di Cesare De Seta


Da domani, alla Galleria Nazionale d´Arte Moderna di Roma, i maestri inglesi dell´800 che si ispirarono ai grandi del nostro Rinascimento
C´è chi era cresciuto leggendo Dante e nei suoi lavori sognava di imitare Raffaello Tra i modelli tutti i pittori veneti, da Tiziano a Veronese
Tra i partecipanti al gruppo anche Ruskin che si era sempre interessato alla storia dell´arte del Paese studiandola direttamente a Firenze

William Mollard Turner (1775-1851) era figlio di un barbiere e divenne, nel corso di un´operosa vita, uno dei grandi protagonisti della pittura di paesaggio: fu anche fortunato perché il giovane John Ruskin (1819-1900), ancora del tutto sconosciuto, ebbe l´ardire di scrivergli perché l´accettasse come suo mentore e, difatti, ne divenne un sostenitore assai intelligente.
Il rapporto di entrambi con l´Italia fu strettissimo, e non vale contare le volte che, l´uno e l´altro, soggiornarono nella penisola. Erano convinti che l´arte vittoriana fosse un relitto del passato, e bisognasse ricrearla alla radice: le strade che perseguirono furono parallele e anche divergenti. Turner andò alla scoperta di Claude Lorrain, e si spinse ben oltre la frontiera che il pittore aveva sperimentato. Lo si vede bene nell´Arco di Costantino, 1835, dove il baluginare della luce si diffonde fino a mangiarsi la sagoma del monumento: dopo i primi soggiorni del 1819 e del ´35, tornò nel ´40 e nel ´46 e scoprì Venezia con memorabili tele e acquerelli in cui la pennellata fluida si sfalda del tutto. Sono paesaggi d´atmosfere che volgono le spalle a Canaletto.
Talune prove si vedono nella mostra Dante Gabriel Rossetti –Edward Burne-Jones. Il mito dell´Italia nell´Inghilterra vittoriana (fino al 12 giugno), curata da Maria Teresa Benedetti, Stefania Frezzotti, Robert Upstone (catalogo Electa). Ruskin che a Venezia fu legato da un´intensa passione, dedicandole pagine memorabili, seguì un itinerario diverso: andò alla scoperta del Medioevo, che aveva cominciato ad amare a Firenze, e i suoi disegni e acquerelli assai garbati testimoniano la passione per Beato Angelico, per i primitivi e per l´architettura medievale. Un lungo Medioevo quello di Ruskin che precorre quello teorizzato da Jacques Le Goff nel nostro tempo.
Fu questa propensione al Gothic Revival l´anello di congiunzione con la compagine dei Preraffaelliti: dinanzi all´ostentata opulenza dei vittoriani alla Alma Tadema, costoro scoprirono un mondo la cui sofisticata innocenza aveva una sua verità spirituale (Giotto e Crivelli fanno da contrappunto in mostra), intrisa di sensualità. La Confraternita si costituì a Londra nel 1848 per iniziativa di Hunt, Millais e Dante Gabriel Rossetti (1828-1882) che aborrivano la Royal Academy, la borghesia, l´industria e la metropoli. Contropelo rispetto ai gusti dominanti, Rossetti assunse ruolo leader nel gruppo. Suo padre insegnava italiano ed era un cultore di Dante, termine a quo di questo pittore-letterato che pose Raffaello ad acme della sua arte.
Angeli che guardano la corona di spine, 1848, rimandano per eleganza di tratto a Ford Madox Brown (1821-1898). Intorno agli anni Sessanta aderì al gruppo Edward Burne-Jones (1853-1898) che divenne dioscuro di Rossetti. Ruskin fu loro compagno di strada con la sua penna brillante e la conoscenza appassionata dell´arte italiana; altro amico fedele fu William Morris, socialista umanitario, scrittore prolifico e artista originale. Nel 1861 Burne-Jones dipinge il trittico con l´Annunciazione e Adorazione dei Magi, una tela ad olio di grandi dimensioni destinata a una chiesa Gothic Revival a Brighton progettata da Carpenter.
Nello stesso anno Rossetti dipinge un acquerello con Lucrezia Borgia: vestita come una dama del suo rango, si lava le mani per detergersi dal veleno destinato al marito, accanto ha una caraffa col vino venefico e un papavero, simbolo di droga: sul fondo, come nei dipinti fiamminghi, il padre e il marito avviato alla morte. Il Medioevo di Rossetti si spinge fino al Cinquecento veneziano, come si vede nella veste e nella capigliatura di Lucrezia. L´interesse suo e di Burne-Jones per la Borgia è sollecitato dal poeta Swinburne e dall´opera di Donizzetti più volte rappresentata al Covent Garden.
Frederich Leighton (1830-1896) ha toni più severi e la Nanna, 1859, è una statuaria ragazza della campagna romana che assomiglia molto a quelle dipinte dai tedeschi della Lukasbund. Il Medioevo è il filo che lega le due confraternite. Tornato in patria, Leighton dipinge una Signora nobile di Venezia e qui il registro cromatico e compositivo oscilla tra Tiziano e Veronese. Mentre Rossetti rende il suo omaggio a Dante con Beatrice, poi divenuta La Sposa, perché egli stesso si rende conto che il soggetto ha una femminilità assai lontana dallo Stil novo. La sposa è al centro di un serto di bellezze muliebri e, in primo piano, c´è un ragazzo moro come in certi affreschi di Veronese. La compagine volge decisamente verso il Rinascimento veneto e opere di Carpaccio, Tiziano, Veronese e altri fanno pendant in mostra: le opere di Rossetti – disegni, guaches, oli – sono ritratti di amiche sublimate dai toni letterari e mitologici: fino a Pandora, 1871, simbolica figura intensamente problematica, e Proserpina, 1878, regina dell´Ade, come spiega lui stesso in una lettera a Turner che ne possedeva una versione. Il frutto proibito in mano, in basso una lampada che brucia incenso, simbolo di divinità. La figlia di Giove e Cerere è bellissima, immersa nei pensieri e nei ricordi. La modella è quasi sempre Jane Burden, la moglie di Morris. Fiammetta, con una sfavillante veste porpora è già un´eroina Liberty: un gusto e una cultura patrocinata da William Morris che nella Red House ad Upton, progettata da John Web, aveva voluto creare una casa e una bottega medievale, all´origine delle Arts & Crafts. Gli intrecci amorosi tra i preraffaelliti sono tali che possono dar luogo a un romanzo o a un bel film di Ivory.