lunedì 6 settembre 2010

l’Unità 6.9.10
Il segretario del Pd «La maggioranza è arrivata al capolinea. Non abbiamo mesi da perdere»
RosyBindi: «Serve una destra europea». Fassino: «Berlusconi venga in Parlamento»
Bersani: «Confermata la crisi Ora basta col gioco del cerino»
La maggioranza è arrivata al capolinea. Lo ha detto Bersani, dopo aver ascoltato Gianfranco Fini a Mirabello. Per Rosy Bindi il discorso dell’ex An è coerente con la costruzione di una destra moderna.
di Maria Zegarelli

La maggioranza è arrivata al capolinea. Ne è convinto Pier Luigi Bersani, dopo aver ascoltato il lungo discorso di Gianfranco Fini a Mirabello. A questo nuovo patto di legislatura, dice il segretario Pd, «non ci crede neanche lui», perché la sostanza di tutto è che «Fini ha dichiarato la fine del Pdl certificando la crisi politica del centrodestra. In questi giorni assisteremo al gioco del cerino, ma con oggi la crisi politica è conclamata». Se i due cofondatori del partito imploso si passano di mano, appunto, il cerino acceso, sfidandosi l'un l'altro ad assumersi la responsabilità di conclamare la crisi di governo davanti al parlamento, è evidente che ormai siamo di fronte «ad un assurdo tentativo di galleggiamento, ma non abbiamo mesi da perdere sennò va a fondo il Paese», un Paese che «non può subire traccheggiamenti». Dunque bisogna fare un passo avanti e guardare al «dopo» e in questo senso, secondo il segretario, l'ex leader di An, attuale leader di Fli, può essere «un interlocutore per le regole del gioco: ha detto delle cose che interessano il nuovo Ulivo, ad esempio, sulla legge elettorale che va cambiata». Bersani rilancia di fatto la fase di transizione che dovrebbe traghettare il Paese verso nuove elezioni ma non con questa legge elettorale e dopo quello che ha detto Fini, trovare la convergenza e i numeri in parlamento per cambiarla, potrebbe essere un obiettivo difficile sì ma non impossibile.
La presidente del Pd, Rosy Bindi, trova «coerente» il discorso di Fini, «che ha confermato la determinazione a costruire in Italia una destra moderna e europea. Fini con la sua battaglia politica offre un contributo importante al superamento dell’anomalia berlusconiana e a far maturare una seria democrazia bipolare, nel solco della nostra cultura costituzionale». Una destra differente e distinta, aggiunge, dal Pd, su «cui competere per il governo del paese», ma che non mette in discussione la Costituzione, come invece fa il premier.
Piero Fassino invita Berlusconi a prendere atto della fine non solo del Pdl ma della stessa maggioranza davanti alle Camere. «Un discorso chiaro ed esplicito quello di Fini dice che certifica il dissolvimento della maggioranza di governo.
Quello che è certo è che dopo questo discorso Berlusconi non può fare finta di niente e cercare di convincere gli italiani che è tutto come prima. Nulla è come prima. Non c'è più il Pdl e dunque non c'è più la maggioranza, Fini ha detto non alle leggi ad personam, ha definito vergognosa questa legge elettorale, il Pdl come una caserma. A questo punto l'unica conseguenza è che Berlusconi venga in Parlamento». Beppe Fioroni si rivolge al Pd: «L’intervento di Fini ci pone di fronte a una maggioranza e a un governo che saranno sempre piu' conflittuali e sempre a maggior rischio di voto anticipato. Per questo il Pd deve trovare la forza di rifondarsi e rilanciare il proprio progetto originario».

l’Unità 6.9.10
«Sergio, datti da fare»
Chiamparino prepara lo sbarco a Roma
Bagno di folla per il sindaco di Torino. Domani in edicola il libro «La sfida», una sorta di manifesto che prepara la candidatura alle primarie del Pd. «Questa maggioranza è finita, prepariamoci»
di M. Ze.

Walter Veltroni lo ha chiamato, «Sergio, mi farebbe piacere presentare il tuo libro». Idem Piero Fassino, con il quale si è incontrato ieri proprio a Torino, alla Festa democratica. Sergio Chiamparino se voleva far discutere c’è riuscito. Martedì uscirà in libreria «La sfida, oltre il Pd per tornare a vincere anche al Nord», scritto con Paolo Griseri ed edito da Einaudi. Analisi amara la sua, il Pd «una somma di gruppi e sottogruppi più o meno accampati a Sant’Andrea Delle Fratte. Quando ci arrivi è come se ci fosse una segnaletica stradale cheti indica i diversi piani e corridoi con i nomi delle correnti e delle loro varie componenti».
Ma quando arriva in Piazza Castello l’attenzione è già puntata avanti, in questa girandola impazzita della politica italiana dove il cofondatore del partito di maggioranza sta dichiarando la morte di quel partito di cui non fa più parte. «Hai sentito Fini? Dobbiamo prepararci, Sergio datti da fare», gli dice un signore che lo avvicina. Ne arriva un altro e un altro ancora, perché l’idea che proprio il loro sindaco possa sbarcare a Roma, be’, «a noi piace e non poco».
Chiamparino risponde che sì, bisogna mettersi al lavoro. Lui è pronto, un ticket con Nichi Vendola, attraverso le primarie, chi vince è il leader, chi arriva secondo fa il vice, proprio come è successo in America, con Obama e Clinton. E chissà che i tempi non si accorcino, dopo il Fini di Mirabello.
«Dai toni che ho sentito ho l’impressione che questa maggioranza di governo è finita dice Chiamparino -. Questo nuovo patto di fine legislatura mi sembra scritto sulla sabbia perché i toni e la durezza non so quanto siano compatibili con la serenità necessaria ad una maggioranza che deve governare il Paese». E allora ecco il ruolo del Pd: mettersi «rapidamente» al lavoro per creare un’alternativa da spendere o «per una campagna elettorale o per un governo di transizione».
I due cerchi di Bersani? «Vanno bene se questo è un modo molto interno per dire che non dobbiamo andare verso la strada dell’Unione e dell’autosufficienza, ma dobbiamo tradurre questo concetto per i mille bar sport dove va la gente comune». Ma prima bisogna uscire dalle logiche autoreferenziali, ripartendo «da chi lavora e non è tutelato, chi sta fuori dal giardino: gli operai, i tecnici, gli imprenditori che vivono esposti alla concorrenza internazionale. Sono loro che combattono tutti i giorni», scrive nel suo libro e ripete qui aggiungendo che deve finire il suo lavoro da sindaco, «poi sono pronto a dare una mano a costruire un dibattito sui contenuti per dare corpo all’alternativa e ad un alleanza».
Ma deve essere il Pd, aggiunge, il perno, «non può essere subalterno né al terzo polo a cui pensa Rutelli», né ad Antonio Di Pietro. «È sempre più difficile costruire una prospettiva di un progetto più ampio se il suo atteggiamento è quello che ha avuto rispetto alle contestazioni dei grillini l’altro giorno qui a Torino. Mi stupisco meno dei grillini, sono nati per quello, mi stupisco di Di Pietro che li difende, ma questo è un suo problema». Chiamparino torna anche su un tema a lui caro, il partito federale, «una forza che le caratteristiche per poter parlare anche al di fuori di se stessa», di uscire dal giardino, appunto, accelerando il processo «di rigenerazione del partito».
Come hanno reagito i big del partito? «Mi hanno chiamato soltanto i miei amici», risponde. Poi, dopo il dibattito sulla sicurezza, se ne va ai Giardini Reali a fare «coccardaggio». Un bagno di folla e di «dai Sergio, non mollare».
I commenti da Roma, invece, sono come al solito complessi. I dalemiani sono critici, anche se, dicono, l’annunciata candidatura del «Chiampa» non sarà un’insidia per la leadership di Bersani, mentre i veltroniani, come Valter Verini lo ritengono un fatto positivo

Repubblica 6.9.10
Il manifesto di Fini per un’altra destra
di Massimo Giannini

Forse è davvero finita un´epoca, per l´anomala destra italiana nata dalle macerie del popolarismo democristiano e forgiata nel fuoco del populismo berlusconiano. Con il Manifesto di Mirabello, Gianfranco Fini varca un confine e politico, ed entra in una terra incognita sulla quale può costruire finalmente un´"altra destra". Compiutamente democratica e liberale, moderata e costituzionale. Nel solco delle grandi famiglie conservatrici europee.
Era enorme l´attesa per questo rientro in campo del presidente della Camera, dopo un agosto trascorso nella trincea di Ansedonia a patire in silenzio l´assalto del "Giornale". Quella di Fini, stavolta, è davvero una svolta radicale. Può ridisegnare geografie e geometrie della politica italiana. E può cambiare il corso della legislatura berlusconiana.
Con un discorso di un´ora e mezzo, degno per toni e per temi di un congresso di fondazione e non certo di un raduno di corrente, Fini ha reciso per sempre le sfibrate e impalpabili radici che ancora lo tenevano unito a Berlusconi. Certo, le vicende personali hanno pesato. La "macchina del fango" messa in moto a Montecarlo dai giornali-fratelli del presidente del Consiglio non può non aver influito sulla reazione durissima messa in scena a Mirabello dal presidente della Camera. Quei "Tg ridotti a fotocopie dei fogli d´ordine del Pdl", quelle "campagne paranoiche e patetiche", quegli "atti di lapidazione islamica" e quegli "atteggiamenti infami rivolti non a me, ma alla mia famiglia": era difficile, se non impossibile, che la rabbia finiana covata in queste settimane ed esplosa ieri dal palco non si traducesse solo in una inesorabile denuncia dell´aggressione subita, ma alla fine sfociasse anche nell´inevitabile rinuncia a proseguire la convivenza politica nel Pdl.
Ma insieme, e oltre alla rottura umana, pesa la rottura politica. Nell´elenco puntiglioso dei motivi che in questi due anni hanno portato al divorzio definitivo tra fondatore e co-fondatore non c´è solo la rivendicazione del diritto al dissenso che dovrebbe costituire l´essenza di un vero "partito liberale di massa". C´è invece la piattaforma identitaria di una destra politica che non è più conciliabile, e forse non lo è mai stata, con quella berlusconiana. Dall´idea malintesa della "riforma della giustizia" fatta nell´interesse di un singolo e del garantismo come "impunità permanente", coltivata da chi al potere si sente forte e crede per ciò di essere "meno uguale" degli altri di fronte alla legge, al disprezzo per le istituzioni e gli organi di garanzia, esercitato da chi usa "il Parlamento come dependance dell´esecutivo". Dalla mancata difesa dei diritti degli "extracomunitari onesti", praticata da chi declina l´immigrazione come pura "guerra ai clandestini", alla mancata difesa dei veri valori dell´Occidente, svenduti per bieca "realpolitik" nella "genuflessione" di fronte a Gheddafi. Nell´aspra requisitoria finiana su ciò che è accaduto nel Pdl in questi mesi, non c´è conflittualità "congiunturale" che non nasconda anche un´evidente incompatibilità culturale.
E questo non vale soltanto per la "cifra" identitaria delle due anime che in questi mesi hanno faticosamente convissuto nel Pdl. Vale anche per l´azione di governo, che per Fini è stata deficitaria sotto tutti i punti di vista. Dai tagli lineari di spesa che hanno generato le "proteste sacrosante" delle forze dell´ordine e dei precari della scuola al ridicolo "ghe pensi mi" col quale si è creduto di riempire il vuoto al ministero dello Sviluppo. Dal federalismo inteso come "favore a Bossi" alle promesse tradite sul taglio delle province, sulle norme anti-corruzione, sugli aiuti alle famiglie. Il presidente della Camera non fa sconti, né al Berlusconi-leader né al Berlusconi-premier. E il dissenso, stavolta, è totale e radicale. Di metodo e di merito. Perché Fini ha finalmente il coraggio di dire quello che era ormai chiaro da almeno sei mesi. Da quando cioè, in quell´incredibile direzione del 22 aprile scorso, andò in onda in diretta su tutte le televisioni lo scontro "fisico" tra i due. E cioè che si sente ormai "altro" da questo Pdl, che il Cavaliere ha ridotto a "contorno del leader", a "coro di plaudenti" o a "popolo di sudditi". Ha fatto regredire a rozzo "partito del predellino", o a versione scadente di "Forza Italia allargata a qualche ex colonnello di An" pronto a servire qualunque generale.
Dunque, quando il leader di Futuro e Libertà dice che "il Pdl è morto il 29 luglio", con quell´atto autoritario di marca "staliniana" con il quale il co-fondatore è stato estromesso, non si limita a chiudere per sempre la breve stagione del Popolo delle Libertà. Fa molto di più. Il suo non è solo l´epitaffio conclusivo di un vecchio ciclo. Ma è anche l´atto fondativo di un nuovo corso. Non c´è ancora l´annuncio ufficiale della nascita del partito, che deve dare forma e sostanza a quello che per ora continua ad essere solo un gruppo parlamentare. Ma c´è già il manifesto di principi e di valori sul quale il nuovo partito sarà edificato. Un partito rigorosamente di destra, questo è chiaro. Pronto a rivendicare il suo Pantheon e a risalire all´Msi di Giorgio Almirante, che Fini non esita a celebrare. Pronto a dimenticare in fretta le tappe di uno "sdoganamento" repubblicano che avremmo voluto assai più sofferto, assai più autocritico. Ma un partito di destra pronto a saldare definitivamente il conto con Berlusconi, e a saldare direttamente la "rivolta di Mirabello" del 2010 con la "svolta di Fiuggi" del 1995. Come se il Cavaliere - in questi quindici anni di "traghettamento" dell´ex Movimento sociale, dalle "fogne" di un tempo alle alte cariche istituzionali di oggi - fosse stato una parentesi. Più o meno felice. Ma ormai chiusa per sempre.
Il presidente della Camera ha cercato in tutti i modi di non vestire i panni del Bruto, capace di accoltellare Cesare in nome di chissà quale congiura di Palazzo. "Né ribaltoni, né cambi di campo", quindi. Ed è stato attento anche a non offrire alibi al Cavaliere, né sulla fine anticipata della legislatura (che sarebbe "un fallimento per tutti noi") né sulla minaccia di elezioni anticipate (che è solo "avventurismo politico"). Non solo: il presidente della Camera ha offerto al premier un "patto di legislatura", per far fare a questo governo tutto quello che ha promesso in campagna elettorale e non è stato capace di garantire ai cittadini. Certo, in un quadro e in un equilibrio politico diverso, dove la maggioranza non poggia più su "un tavolo a due gambe di Berlusconi e Bossi", dove i parlamentari non sono in vendita "come i clienti della Standa" e dove le grandi riforme "in nome del bene comune si fanno anche coinvolgendo l´opposizione". Persino sulla giustizia il leader di F&L si è spinto a dare una sponda estrema al Cavaliere, non certo sul processo breve, ma su un provvedimento che ricalchi il Lodo Alfano e il legittimo impedimento, e gli garantisca "il diritto di governare" senza fare strage dei processi che interessano migliaia e migliaia di cittadini in attesa di giudizio.
Ma è chiaro che, al punto in cui siamo, queste offerte appaiono inutili. Improponibili per chi le formula, e irricevibili per chi le dovrebbe accogliere. Se è vero, come dice Fini, che il Pdl non c´è più, e che "non si rientra in una cosa che non c´è più", allora è ancora più vero che non c´è più neanche la maggioranza che ha vinto le elezioni il 13 aprile di due anni fa. Ancora una volta, la previsione più sensata l´aveva fatta quell´animale politico che risponde al nome di Bossi: "Fini romperà, e allora vedo grossi problemi per il governo: il Cavaliere sarà un premier dimezzato…". Il Senatur è stato fin troppo ottimista. Più che dimezzato, stavolta il presidente del Consiglio sembra finito. Ha di fronte a se soltanto una strada: aprire la crisi, e azzardare la richiesta di elezioni anticipate, che non dipendono da lui ma dalle regole della Costituzione e dalle prerogative del Capo dello Stato. E´ un rischio mortale. Il "pifferaio di Arcore" ha smesso di ammaliare i finiani. E forse comincia a incantare un po´ meno anche gli italiani.
m.gianninirepubblica.it

Corriere della Sera 6.9.10
Bersani: «La crisi è certificata Bene l’apertura sulle regole»
di R. P.

Di Pietro: Fini dovrebbe scegliere ma fa il furbo

MILANO — Per una volta concordano tutti: con il suo discorso di Mirabello, Gianfranco Fini ha ratificato la fine della maggioranza e sarebbe pertanto ora che il premier Silvio Berlusconi riferisse in Parlamento.
Ad un patto di legislatura «non ci crede neanche lui». È questa l’interpretazione del pensiero del presidente della Camera tracciata dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani: «Fini ha dichiarato la fine del Popolo della libertà certificando la crisi politica del centrodestra. In questi giorni assisteremo al gioco del cerino, ma con oggi la crisi politica è conclamata». Quanto alla possibilità che si corra verso le elezioni anticipate, spiega Bersani, «vedo un assurdo tentativo di galleggiamento, ma non abbiamo mesi da perdere altrimenti va a fondo il Paese». Uno spiraglio, però, i riformisti lo individuano nelle parole che l’ex leader di An ha dedicato al sistema di voto: «Il presidente della Camera — sostiene il segretario democratico — può essere un interlocutore per le regole del gioco: ha detto delle cose che interessano il nuovo Ulivo, ad esempio, sulla legge elettorale che va cambiata». Si riapre così la strada a quell’ipotesi di alleanza allargata per «la salvaguardia della democrazia» che il Pd aveva già avanzato nei giorni scorsi: «Quella elettorale è una riforma che non possiamo fare da soli ma con chi è disponibile a restituire la scelta agli elettori».
Francesco Rutelli giudica «largamente condivisibile nel merito» l’intervento dal palco di Mirabello anche se, aggiunge, «Fini resta nella maggioranza e noi all’opposizione. Ma certamente oggi il nuovo polo è piu vicino». L’analisi del leader dell’Alleanza per l’Italia investe la fine del «bipolarismo come lo abbiamo conosciuto in questi anni. E non mi riferisco al ’93, quando io e Fini ci siamo contrapposti a Roma, ma ancora a due anni fa. Nell’attuale coalizione di centrodestra sono ora tre i soggetti — Pdl, Fli e Lega — che definiranno la politica della maggioranza». Chi invece non fa sconti è il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro: «Fini non può giocare a fare il furbo con gli italiani, né non può pensare di essere uno e bino. Deve fare una scelta: o sta all’opposizione o sta al governo. Ha appena criticato la fallimentare politica di questo esecutivo, proprio come fa tutti i giorni l’Idv. Ma con coerenza, noi chiediamo che il governo vada a casa al più presto mentre lui dopo aver denunciato il conflitto d’interessi e il menefreghismo di Berlusconi, il ricatto e il tentativo di comprare i parlamentari, il disastro economico e sociale procurato al Paese, comunica agli italiani che sosterrà il governo, appoggiando i cinque punti che il Cavaliere vuole portare all’ordine del giorno. Si decida: o manda a casa quello che lui stesso ha definito un despota oppure, se rimane in questo esecutivo, è complice anche lui».
Infine, la sinistra radicale invoca subito il ricorso alle urne: «Il Pdl non esiste più — rileva Claudio Fava di Sinistra e libertà —. Fini resta a destra com’era comprensibile, l’attuale Parlamento è sempre più ingovernabile. Il voto adesso sarebbe un atto di verità e di decenza politica».


l’Unità 6.9.10
L’idea Maroni «Espulsioni di comunitari non in regola»
di Salvatore Maria Righi

Oggi a Parigi il ministro dell’Interno avanzerà la proposta in un vertice con colleghi europei
Per il capo del Viminale va cacciato chi non rispetta la direttiva Ue. Milano, un caso Moschea

Pochi giorni dopo il caso Sarkozy-rom, il ministro Maroni a Parigi chiederà ai colleghi europei «gli strumenti» per espellere dall’Italia i cittadini comunitari senza dimora, reddito o autosufficienza.

Il ministro dell’Interno non costruisce moschee, ha spiegato Roberto Maroni all’arcivescovo Dionigi Tettamanzi che ne ha chiesta una per le migliaia di islamici che vivono a Milano, in nome dell’elementare principio della libertà di culto. Il ministro dell’Interno fa un altro mestiere ed evidentemente la pensa un po’ diversamente dal presule, sul fatto che l’anima non abbia dogane o cancelli. Se fosse per lui, anzi, bisognerebbe tirarne su altri, e non per la fede, ma per tenere alla larga liberi cittadini di questo continente. Il caso Sarkozy-rom gli ha dato l’assist, e stamattina Maroni avrà un palcoscenico perfetto, proprio in Francia, al Seminario ministeriale dedicato all’asilo e alla lotta contro l'immigrazione clandestina. Il capo del Viminale, dalle intenzioni manifestate ieri, vuole andare molto oltre al titolo dell’appuntamento. Chiedendo ai suoi colleghi degli altri paesi di poter espellere dall’Italia non clandestini, criminali o persone politicamente indesiderate, ma cittadini comunitari. Cioè persone che appartengono legalmente e idealmente al continente che ha abbattuto le frontiere e azzerato le nazionalità. Ha promesso più durezza di quella usata dall’Eliseo contro il gruppo di rom, ma era difficile immaginare dove vuole arrivare il capo del Viminale. Secondo Maroni, basta applicare la direttiva comunitaria del 2004. Il ministro dell’Interno vuole «gli strumenti per applicare», alla lettera, quella normativa che richiede un reddito, una dimora e un’autosufficienza per chi vivere in uno degli stati dell’Unione europea. Li chiederà agli altri ministri seduti al tavolo dell’Assemblea nazionale, sotto la torre Eiffel. Precisando, come ha già fatto a suo tempo, che si parla proprio di una cacciata, non di «rimpatri assistiti e volontari». Ci aveva già provato, Maroni, chiedendo a Bruxelles le mani libere per metterle addosso, viene da pensare, a cittadini dell’area Ue. Il commissario Jacques Barrot gli aveva detto no, perché l’Europa in questi casi ammette al massimo un invito ad uscire dal paese, non certo i calci nel sedere che forse ha in mente il governo italiano e che suona come una bestemmia per la libertà di circolazione su cui è stata costruita la Ue. «Oggi se le condizioni non ci sono, non possiamo fare altro che dire: te ne devi andare» ha ricordato Maroni da Cernobbio.
SVOLTA DA ROMA
Troppo poco, per Maroni, che ribadisce la premessa: «Abbiamo dei cittadini europei che in base alla direttiva Ue non possono risiedere stabilmente in un Paese». Vista l’aria che tira e il polverone Sarkozy, il ministro precisa che non c’entrano i rom e che lui non è affatto malvagio, come magari lo disegna qualcuno. «Non è che il ministro dell'Interno è cattivo, ma ci sono delle regole europee da rispettare e se questo non accade gli Stati sono impotenti. Chiederemo di poter espellere i cittadini comunitari che non rispettano queste regole per poterle applicare veramente». Uno spettro si aggira per l’Europa, insomma, il torpore di Bruxelles sulle leggi. Meno male che c’è Maroni.

l’Unità 6.9.10
L’«amico» Gheddafi riapre la caccia all’eritreo
Ventuno giovani migranti rinchiusi nei lager libici. Due sono invalidi Dimenticati i 205 arrestati a luglio. Qualcuno ha ritentato la fuga in Italia
di Umberto De Giovannangeli

I riflettori si sono spenti. Gli indignati dell’ultima ora sono tornati in letargo. Ma in Libia le retate sono riprese. I lager a riempirsi. Ai «dimenticati di Brak» si aggiungono i deportati di Kuifia. Storie agghiaccianti. Che chiamano in causa, ancora una volta, le responsabilità di un Governo, quello italiano, che dopo aver celebrato gli show romani del Colonnello, continua a ignorare gli appelli disperati che giungono dalla Libia. Dell’odissea degli oltre 200 eritrei segregati per giorni e giorni nel lager di Brak, nel deserto libico, l’Unità ne ha dato conto a più riprese, grazie, soprattutto, al contributo di un sacerdote indomito: don Mussie Zerai, eritreo, responsabile dell’ong Habesha, un’associazione che si occupa di accoglienza dei migranti africani. Don Zerai ci aggiorna sulla vicenda dei 205 «liberati» da Brak: «Alcuni di loro rivela a l’Unità hanno cercato di raggiungere l’Italia. Ma non ce l’hanno fatta». Altri continuano a chiedere di avere un incontro con qualche funzionario dell’Ambasciata italiana a Tripoli, in modo da poter illustrare la loro storia e veder riconosciuto il diritto all’asilo. Ma anche questa richiesta è caduta nel vuoto.
Per il Governo italiano la «pratica è chiusa», Definitivamente. Con affari miliardari in fase di definizione, guai a innervosire l’«amico Muammar» tirando fuori il dossier sui diritti umani. Meglio chiudere gli occhi. E occuparsi d’altro. E poco importa che le retate sono riprese. Che è ripresa la caccia all’eritreo. A Tripoli, a Bengasi...Quella raccontata da Mussie Zerai, sulla base di contatti diretti con alcune delle vittime, è la storia di sedici ragazzi e cinque ragazze di nazionalità eritrea, tutti profughi, prelevati dalle autorità libiche dalle loro abitazioni nella
città di Bengasi: «Li sono andati a cercare sottolinea Zerai andavano a colpo sicuro...». È la sera del 3 settembre. L’incubo ha inizio. E nelle testimonianze raccolte dal fondatore di Habesha, si «arricchisce» di particolari agghiaccianti. «I ragazzi racconta don Zerai mi hanno detto di essere stati messi assieme a persone che hanno commesso reati quali omicidi, stupri, spaccio di droga...Trattati alla stregua di criminali comuni». Questo avviene nel centro di detenzione di Algedya, mentre le cinque ragazze sono state condotte nel carcere di Kuifia, nei pressi di Bengasi. «La situazione più grave prosegue il suo racconto Mussie Zerai riguarda due ragazzi: uno che ha una gamba amputata e ha bisogno di cure continue. Invoca assistenza, che gli viene negata».
L’altra emergenza riguarda un ragazzo con problemi mentali. «Da quanto mi hanno riferito dice il sacerdote eritreo questo ragazzo continua a sbattere la testa contro il muro. È in una condizione di totale confusione. Avrebbe bisogno di cure specifiche, andrebbe tolto da quella cella...». Così non è. Quel ragazzo con disturbi mentali e l’altro con una gamba amputata, e gli altri quattordici loro compagni di sventura, per le autorità libiche sono «migranti illegali» e dunque da trattare alla stregua di criminali.
Non basta. Ad allarmarli ulteriormente è stata una visita indesiderata: quella di un rappresentante dell’Ambasciata eritrea a Tripoli, il quale ha comunicato loro che presto, molto presto, a causa della mancanza di un passaporto valido saranno deportati nel Paese d’origine. Quel Paese da dove erano fuggiti. «Al che i ragazzi hanno chiamato per chiedere aiuto», spiega Mussie Zerai. «Ho parlato con gli esponenti di diverse organizzazioni umanitarie e con Laura Boldrini (portavoce in Italia dell’Unhcr, ndr)afferma il sacerdote -. A tutti loro ho chiesto di attivarsi non solo per impedire la ventilata deportazione di queste persone, ma anche perché si arrivi a una soluzione globale». Una speranza che si scontra con la colpevole inerzia della diplomazia italiana. E del suo responsabile: Franco Frattini. «Tutto questo accade in conseguenza dell’Accordo Italia-Libia, secondo il quale il leader Gheddafi si impegna a fermare nel suo Paese i profughi richiedenti asilo, impedendo loro di beneficiare della Convenzione di Ginevra e di godere dunque dei propri diritti fondamentali», sottolineano Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau, co-presidenti dell’organizzazione per i diritti umani EveryOne. «Chiediamo pertanto aggiungono al Governo italiano, in particolare al ministro Frattini, di attivarsi al più presto per scongiurare un’imminente deportazione che potrebbe mettere in serio pericolo di vita i profughi...».
«La soluzione per noi insiste il responsabile di Habesha continua a rimanere quella di avviare un programma di reinsediamento. Per tutti i rifugiati e i richiedenti asilo che sono in Libia, l’unica soluzione vera è di essere reinsediati in un Paese che garantisce i loro diritti. È quello che continuano a chiedere: vogliamo essere accolti in un Paese democratico che rispetta i nostri diritti di richiedenti asilo e di rifugiati». Tra questi Paesi c’è l’Italia. Un Paese il cui ministro dell’Interno non perde occasione per esaltare i successi (leggi respingimenti forzati) ottenuti con l’Accordo di Bengasi. Un Paese che ha assistito tra l’incredulo, l’indignato e il compiaciuto ai recenti show del Colonnello «convertitore». Un Paese che nel nome degli affari miliardari con Tripoli è venuto meno al rispetto di Convenzioni ratificate e ai più elementari principi di umanità.
Il forziere del Rais. È questo che fa gola. Secondo alcuni, ricorda il corrispondente di El Pais a Roma, Miguel Mora Gheddafi dispone di una liquidità di circa 65 miliardi di dollari, e punta a nuove partecipazioni in Eni, Impregilo, Finmeccanica, Terna e Generali. Oltre ad essere, con il 7% del pacchetto azionario, il primo azionista di Unicredit, il più grande gruppo bancario italiano, che a sua volta controlla Telecom, Rcs e Assicurazioni generali.

l’Unità 6.9.10
La violenza contro le donne
di Anna Costanza Baldry, risponde Luigi Cancrini

Da donna e da cittadina, mi domando e domando perché gli uomini si accaniscono così contro di noi. Da psicologa e criminologa, vorrei tanto che almeno uno di questi uomini violenti riconoscesse di avere un problema e si facesse aiutare a capire che la sua violenza è il tentativo di gestire un suo diritto che non c’è.
RISPOSTA La violenza dell’uomo sulla donna nella coppia moderna, è stata spiegata in molti modi. Per ciò che riguarda l’Italia e la Spagna, molto si è insistito sulla brusca mutazione antropologica che ha restituito pari opportunità ai due sessi in tutte le società occidentali: cogliendo impreparati troppi uomini che hanno difficoltà a trasformarsi da mariti in compagni. Nel rapporto con i figli, d’altra parte, quella che è difficile accettare per la donna è la parità rivendicata con fatica e spesso inutilmente dagli uomini: un elemento di conflitto alla base di molti dei delitti più gravi. Difficile, da una parte e dall’altra, aiutare le persone a guardarsi dentro, a riconoscere ed a controllare la irrazionalità dei comportamenti più aggressivi in una situazione in cui il divorzio è un’impresa ed in cui la partecipazione emotiva degli avvocati (e, a volte, dei giudici) tende ad esacerbare la rabbia e l’aggressività di chi, vivendo comunque un fallimento e un lutto, difensivamente ne attribuisce la colpa all’altro. Rendendo impossibile, spesso, il lavoro potenzialmente utile a tutti (e soprattutto ai figli), dei terapeuti: personali e di coppia.

Repubblica 6.9.10
Obama taglia le tasse sulla ricerca
Sgravi da 100 miliardi di dollari alle aziende che investono
di Angelo Aquaro

NEW YORK - Barack Obama ci prova e per rilanciare l´economia americana mette sul piatto il suo piano di tagli alle tasse: un programma di sgravi alle aziende che si impegnano a fare ricerca. Costo? Cento miliardi di dollari. E un braccio di ferro con l´opposizione che sarà inevitabile.
Il meccanismo sarebbe un boccone che in teoria anche i repubblicani dovrebbero imboccare. Gli sgravi sulla ricerca che Obama chiederà al Congresso di approvare sono un ritornello bipartisan, e provvedimenti a tempo sono stati rilanciati dalle amministrazioni di ogni colore negli ultimi trent´anni. Perfino uno studio della Camera di Commercio - l´associazione che corrisponde alla nostra Confidustria e che ha dichiarato guerra alla Casa Bianca - sostiene che il credito sulla ricerca permette la creazione di numerosi «posti di lavoro americani» e ben pagati: perché almeno il 70% dei benefici vanno ai salari di chi fa ricerca e perché gli sgravi sono concessi solo a chi fa ricerca negli Usa.
Ma il clima di tutti contro tutti alla vigilia del voto di novembre rende problematica qualsiasi previsione sul provvedimento. Il presidente è nel mirino per la decisione di non rinnovare i tagli fiscali regalati all´America da Bush che scadranno alla fine dell´anno. Barack ha già annunciato che conserverà soltanto i tagli per il ceto medio: i nuclei familiari che non superano i 250mila dollari all´anno. John McCain dice in tv che questa è "guerriglia di classe", ma il presidente sostiene che gli Usa non possono più permettersi quel regalo ai ricchi che rischia di dissestare ancora di più le casse dello Stato disperatamente bisognose di cash con un deficit pubblico che è ormai un decimo del Pil. I critici dicono invece che i tagli sono necessari per rilanciare l´economia che cresce troppo lentamente: la domanda è inchiodata al palo da una disoccupazione salita in agosto al 9,6%. E i sondaggi minacciano: sei americani su 4 sono delusi da come Obama gestisce l´economia.
Obama aveva già annunciato venerdì che dopo il lungo ponte del Labour Day - oggi l´America si ferma per la festa del lavoro di qui - avrebbe rivelato i suoi piani. E´ stato il New York Times ad anticipare il progetto degli sgravi sulla ricerca. L´Amministrazione pensa anche all´estensione di altri sgravi minori per le medie imprese e a un rilancio delle infrastrutture per favorire l´occupazione. Ma se gli sgravi sulla ricerca sono così popolari perché in tutti questi anni non sono stati istituzionalizzati? Il problema è appunto il loro costo. Ma i tecnici del presidente avrebbero già identificato il bacino dove andare a pescare i 100 miliardi: l´Amministrazione tasserà i guadagni all´estero delle sue multinazionali e colpirà anche le grandi compagnie del petrolio e del gas. Che non godono certo di grande popolarità dopo la macchia nera nel Golfo e che sono già insorte: ieri gli spot miliardari a difesa dell´industria che "crea energia per l´America" hanno inondato le tv.

Repubblica 6.9.10
Francia, oggi la scuola in piazza contro i tagli voluti da Sarkozy
E domani sciopero generale contro la riforma delle pensioni
di A. G.

Il ministro del Lavoro Woerth deve affrontare anche lo scandalo Bettencourt

PARIGI – Una protesta continua. La Francia riscopre la sua voglia di contestazione, in una settimana ad alta tensione per il presidente Nicolas Sarkozy. Le polemiche per il corteo di sabato contro il razzismo non sono ancora terminate, che è già tempo di nuove mobilitazioni. Domani infatti i sindacati francesi hanno indetto lo sciopero nazionale contro la riforma delle pensioni, in discussione al parlamento. Una tappa decisiva per il capo dello Stato. «Non lascerò l´Eliseo – ha ribadito Sarkozy - senza aver prima fatto approvare questa riforma». Già oggi gli insegnanti delle primarie scioperano, mentre le organizzazioni sindacali, spalleggiate dalla sinistra, promettono di portare in piazza due milioni di persone.
Secondo un sondaggio dell´Ifop, sette francesi su dieci sostengono la contestazione di domani, a soli tre giorni da quella contro la cacciata dei rom e la linea dura sull´immigrazione. Sabato, centomila persone hanno sfilato a Parigi e in altre città. Il governo minimizza. «I francesi non hanno creduto ai falsi slogan» dice Eric Besson, ministro dell´Immigrazione, che però ha dovuto spostare la data del suo matrimonio proprio a causa delle proteste. Besson doveva sposarsi il 16 settembre con la sua giovane fidanzata tunisina. Ma un appello su Facebook a manifestare durante la cerimonia lo ha costretto a rinviare. Oggi Besson ha convocato un vertice europeo a Parigi, al quale parteciperà anche il ministro Roberto Maroni. L´obiettivo di alcuni paesi dell´Ue, tra cui Francia e Italia, è riuscire ad applicare in modo più restrittivo il principio di libera circolazione dei cittadini comunitari.
Sull´altro fronte aperto, la riforma delle pensioni, toccherà invece a Eric Woerth andare avanti. Il ministro del Lavoro, al centro dello scandalo Bettencourt, deve difendere in parlamento la nuova legge. La sinistra ha già chiesto le sue dimissioni, i sindacati lo considerano un interlocutore "delegittimato", mentre il 60% dei francesi pensa che non dovrebbe più occuparsi di questa riforma. Il governo vuole innalzare l´età pensionabile da 60 anni a 62 anni entro il 2018. In testa al corteo di domani, i sindacati metteranno le foto della miliardaria Liliane Bettencourt, che ha elargito doni e finanziamenti alla destra. «Sarkozy non è il presidente dei ricchi» commenta il segretario generale dell´Eliseo, annunciando alcune concessioni, per esempio nel caso di lavori usuranti. «Mi aspetto proteste» aveva detto Sarkozy, approvando la riforma. «Ma se dobbiamo ritirare un progetto utile per il paese ogni volta che c´è una manifestazione, non faremo mai niente».

Repubblica 6.9.10
La capienza regolamentare è di 44.000 persone. L'allarme del Sappe: "Alfano ha l'obbligo di trovare una soluzione"
Emergenza carceri, quasi 70.000 i reclusi superato il limite in tutti i penitenziari
di E. V.

ROMA - Carceri, è allarme in tutte le regioni. Con 68.345 detenuti presenti il 31 agosto scorso nei 207 penitenziari italiani «si è ampiamente superata la capienza ‘regolamentare´, quella per cui si è stimato che un istituto possa funzionare correttamente seguendo i dettami della Costituzione». Gli spazi sono esauriti. A denunciarlo è Donato Capece, segretario generale del sindacato penitenziario Sappe.
Le celle fatiscenti con quattro detenuti in nove metri quadrati non bastano più: il Consiglio d´Europa ha già richiamato all´ordine l´Italia ma la situazione anziché migliorare si è fatta agghiacciante. Che il rischio di collasso stava per trasformarsi in emergenza nazionale, lo aveva ammesso lo stesso ministro della Giustizia, Angelino Alfano, annunciando in gennaio un piano edilizio per la costruzione di nuovi istituti di pena. La capienza regolamentare di 44 mila detenuti era stata sforata da tempo ma è quest´anno che si è superata la quota di tollerabilità massima. Ammassando i carcerati si ricavavano poco più di 66.550 posti. In marzo erano oltre 67 mila. Adesso in cella non si respira più.
«E´ solo grazie alla professionalità e al senso dello Stato che hanno le migliaia di poliziotti penitenziari, carenti in organico di più di seimila unità, che si riescono a contenere i disagi e le proteste delle quasi 69 mila persone detenute», prosegue Capece, che torna a sollecitare misure urgenti. La previsione del piano Alfano è di investire 1,4 miliardi per 24 nuovi istituti da realizzare con procedure d´emergenza, come quelle piuttosto discusse del G8. Ma si è partiti con 700 milioni e nuovi padiglioni per espandere le strutture già esistenti. La promessa è di 21 mila posti in circa sei anni. Tuttavia basta visitare qualunque galera per capire che il problema non sono solo le strutture. Il sistema penitenziario italiano non regge l´ondata di ingressi, quasi metà dei detenuti è in attesa di giudizio.
«Alfano e i parlamentari che hanno visitato le celle a Ferragosto - scrive il Sappe in una nota - hanno l´obbligo politico e morale di trovare al più presto una soluzione, magari ascoltando anche le proposte di chi, come la polizia penitenziaria, in carcere ci lavora 24 ore al giorno tutto l´anno. Le passerelle non ci interessano».
(e.v.)

Repubblica 6.9.10
Come salvarsi dal populismo nel mondo senza confini
di Ulrich Beck

Il successo del populismo di destra in Europa (e in altre parti del mondo) va inteso come reazione all´assenza di qualsiasi prospettiva in un mondo le cui frontiere e i cui fondamenti sono venuti meno. L´incapacità delle istituzioni e delle élites dominanti di percepire questa nuova realtà sociale e di trarne profitto dipende dalla funzione originaria e dalla storia di queste istituzioni. Esse furono create in un mondo nel quale erano ancora pienamente valide le idee di piena occupazione, di predominio della politica nazional-statale sull´economia nazionale, di frontiere funzionanti, di chiare sovranità e identità territoriali. Lo si può mostrare in relazione a quasi tutti i temi scottanti del nostro tempo. Chi, di fronte alla disoccupazione di massa e all´occupazione precaria in rapida diffusione promuove l´ideale della piena occupazione, offende l´umanità. Chi, nei Paesi in cui il tasso di natalità è sceso sotto la soglia fatidica di 1,3 figli per ogni donna, afferma che le pensioni sono al sicuro, offende l´umanità. Chi, di fronte alla drastica riduzione dei proventi dalle imposte sui profitti vanta i meriti della globalizzazione, che consente ai grandi gruppi economici transnazionali di mettere gli Stati gli uni contro gli altri, offende l´umanità. Chi, nell´era delle catastrofi ambientali e degli avvelenamenti alimentari in atto o incombenti proclama che la tecnica e l´industria risolveranno i problemi da esse stesse prodotti, offende l´umanità.

Per gentile concessione dell´editore anticipiamo parte della premessa dell´ultimo libro di Ulrich Beck "Potere e contropotere nell´età globale" in uscita per Laterza

Noi europei facciamo come se esistessero ancora la Germania, l´Italia, i Paesi Bassi, il Portogallo, ecc. E invece non ci sono più da un pezzo, poiché quelle riserve di potere che sono gli Stati nazionali chiusi in se stessi e le unità nazionali delimitate l´una rispetto all´altra sono diventate irreali al più tardi con l´introduzione dell´euro. Nella misura in cui c´è l´Europa non esistono più la Germania, la Francia, l´Italia, ecc. (anche se questi Paesi continuano a governare nelle teste delle persone e nei libri illustrati degli scrittori di storia), poiché non ci sono più le frontiere, le competenze e gli spazi di esperienza esclusivi su cui si fondava questo mondo di Stati nazionali. Ma se tutto ciò è passato, se il nostro pensiero, le nostre azioni e le nostre ricerche si muovono all´interno di categorie-zombie, quale mondo si sta formando o si è già formato?
(...) Per comprendere il terremoto politico provocato e sfruttato dal populismo di destra occorre mettere in luce le fonti della sua potenza. Esse risiedono nel fatto che qui i temi e i motivi cari al nuovo controilluminismo da cui è connotata la modernità europea – la lotta contro il declino e la decadenza, la rinascita dei vecchi valori e delle vecchie comunità – vengono applicati ai tabù attuali della modernizzazione radicalizzata. In tutto ciò è irritante questa massima del «sia ... sia», che rimescola i fronti del politico. Il cosiddetto «populismo di destra» non è affatto un populismo solo di destra, ma un populismo sia di destra che di sinistra. Esso può essere particolarmente potente e inquietante perché questo tipo di politica lega, assorbe, combina, sintetizza ciò che sembra escludersi: obiettivi di destra con metodi di sinistra, la rottura emancipatrice dei tabù messa in scena dai mass-media, che sprigiona il potenziale tossico del risentimento antimoderno. Ciò si riflette anche nella reazione pubblica. Si denuncia la demagogia dei populisti come un pericolo per la democrazia stabilita – ma, perlomeno in cuor proprio, la si saluta come una terapia d´urto necessaria a scuotere la democrazia dal suo letargo. Pertanto, la potenza dei populisti è direttamente proporzionale alla mancanza di risposte della politica stabilita alle domande di un mondo radicalmente mutato.
Tutto ciò può essere osservato come sotto una lente d´ingrandimento se si prendono in considerazione (come fa questo libro) le conseguenze della globalizzazione (...).
In questo libro la globalizzazione è intesa e sviluppata – riprendendo questi approcci ma nello stesso tempo facendo un passo al di là di essi – come trasformazione storica. Da questa prospettiva emerge che, nello spazio di potere dai contorni ancora indefiniti di una politica interna mondiale, la distinzione tra il nazionale e l´internazionale su cui si era basata la nostra visione del mondo è cancellata (...).
Se ciò che è nazionale non è più nazionale e ciò che è internazionale non è più internazionale, allora il realismo politico prigioniero dell´ottica nazionale è sbagliato. Al suo posto – è questo l´argomento di questo libro – subentra un realismo politico di cui occorre comprendere la logica di potere e che assegna un posto centrale al ruolo decisivo dell´economia mondiale e dei suoi attori nella collaborazione e nel contrasto tra gli Stati, ma anche alle strategie dei movimenti transnazionali della società civile, ivi compresi i movimenti anticivili, ossia le reti terroristiche, che mobilitano contro gli Stati la violenza privatizzata per perseguire i propri obiettivi politici.
Un realismo, ovvero un machiavellismo, cosmopolitico risponde in particolare a due domande. Primo: come e attraverso quali strategie gli attori dell´economia mondiale impongono agli Stati le leggi della loro azione? Secondo: come possono a loro volta gli Stati riconquistare un meta-potere statuale-politico di fronte agli attori dell´economia mondiale per imporre al capitale mondiale un regime cosmopolitico che includa anche la libertà politica, la giustizia globale, la sicurezza sociale e la conservazione dell´ambiente?
L´importanza e la pertinenza di questa nuova politica economica mondiale derivano per un verso dal fatto che essa in quanto teoria del potere è sviluppata nello spazio strategico dell´economia transnazionale e, per un altro, dal fatto che nello stesso tempo essa risponde alla domanda che allora si pone: come può il mondo della politica organizzata per Stati (nei suoi concetti fondamentali, nel suo spazio di potere strategico, nelle sue condizioni di contorno istituzionali) aprirsi alle sfide dell´economia mondiale ma anche ai problemi derivati dalla modernizzazione?
(...) Lo Stato nazionale non è più il creatore di un quadro di riferimento che include in sé tutti gli altri quadri di riferimento e che rende possibili le risposte politiche. Gli attacchi terroristici dell´11 settembre 2001 insegnano, non ultimo, che la potenza non è sinonimo di sicurezza. In un mondo radicalmente diviso la sicurezza potrà esserci solo quando ognuno sarà disposto a – e capace di – vedere il mondo della modernità scatenata con gli occhi dell´altro, dell´alterità, cioè quando l´evoluzione culturale risveglierà in ciascuno questa apertura e quest´ultima sarà diventata quotidiana .
(...) Se si dischiude intellettualmente e politicamente lo spazio di potere mondiale al di là delle vecchie categorie di «nazionale» e «internazionale», si aprono (accanto alle spiegazioni della reazione populistica) prospettive di un rinnovamento cosmopolitico della politica e dello Stato.

Repubblica 6.9.10
La politica della paura
di Anais Ginori

Il catalogo aumenta spaventosamente. Al mercato della paura, l´offerta non manca mai. Nuovi virus, animali impazziti, attentatori sempre più bizzarri. Aziende che non riescono a fermare i suicidi dei loro dipendenti, borse mondiali che crollano in qualche nanosecondo. Sequestri lampo, terremoti, uragani, maremoti, vulcani che si risvegliano. Micro e macro criminalità, senza capire più la differenza. E noi sempre lì, quasi paralizzati. Si chiama "L´administration de la peur", ovvero come il sentimento più umano e irrazionale che ci sia - la paura - viene ormai provocato e strumentalizzato dalla politica. È il nuovo saggio del filosofo Paul Virilio, già studioso della velocità come fattore di cambiamento dell´umanità. Un tempo, ricorda Virilio, le grandi paure erano riservate alle guerre e alle epidemie. Adesso, in un mondo nel quale sono state abolite le distanze, ogni giorno ha la sua dose quotidiana di terrore. In presa diretta con qualsiasi piccola o grande minaccia. Un "live" perpetuo, sul quale si costruiscono leader e governi. Attaccate le cinture di sicurezza, siamo ormai nella democrazia delle emozioni.

Corriere della Sera 6.9.10
Frustate a Sakineh, «condanna eseguita»
di Cecilia Zecchinelli

Il figlio accusa: «Una atrocità che mi indigna»
«La condanna è già stata eseguita » , ovvero Sakineh Mohammadi Ashtiani ha già ricevuto la punizione di 99 frustate per aver «sparso corruzione e indecenza» diffondendo una sua foto col capo scoperto. Foto non sua — si è poi scoperto —, di cui lei non sapeva niente, pubblicata per errore da un giornale di Londra a migliaia di chilometri dal carcere di Tabriz dove la prigioniera più famosa d’Iran attende l’esecuzione da quattro anni. Ma tant’è, il regime reagisce con rabbia alla campagna mondiale per liberarla e si vendica, ancora una volta.
La notizia dell’avvenuta flagellazione è stata data ieri da una ex compagna di cella di Sakineh, intervistata da Radio Farda e unico contatto dell’avvocato e dei figli con la prigioniera. «E’ stata un’atrocità ingiustificata», ha detto all’Adnkronos il primogenito 22enne Sajad, che non vede né sente la madre da 20 giorni ma riesce ad avere sue notizie dalle detenute liberate. Sajad dice di vivere nel terrore. «Ho paura per me e per mia sorella soprattutto. Abbiamo ricevuto in questi giorni varie telefonate del ministero dell’Intelligence, ci chiedeva di presentarci alla sede di Tabriz ma per ora non l’abbiamo fatto perché abbiamo paura, non sappiamo cosa ci vogliano fare».
Il giovane, che ha avuto il coraggio e la bravura di dare il via a una campagna internazionale ogni giorno più vasta, aggiunge che lui di giorno lavora ma la sorella Farideh, 17 anni, «resta in casa da sola e ogni volta che esco spero non le succeda niente». E poi, ancora un volta, si appella alla comunità internazionale perché non si tiri indietro: «In Iran siamo soli, nessuno ci sostiene tranne il nostro avvocato Javid Kian», nominato dalle autorità ma poi convintosi dell’innocenza della donna condannata per adulterio e complicità nell’omicidio del marito. «Non ci sono sviluppi processuali — conclude Sajad — ma sembra che vogliano ancora lapidarla: mia madre è sola la prima vittima, stanno usando il suo caso per spianare la via ad altre esecuzioni e valutare le reazioni internazionali».
Reazioni che si stanno facendo sempre più dure: non solo per Sakineh e (molto meno) per i 22 iraniani (tra cui 4 uomini) in attesa della lapidazione. Ma per l’arroganza del regime che critica e minaccia tutti. Anche ieri Ahmadinejad, dal Qatar, ha tuonato contro Israele sostenendo che «qualsiasi attacco all’Iran porterà alla distruzione dell’entità sionista». Pochi giorni fa aveva «profetizzato» la cancellazione dalle carte geografiche dello Stato ebraico. Perfino il coinvolgimento del Cairo e di Amman nei negoziati sulla Palestina sono stati definiti «tradimenti» da Teheran, con toni e contenuti che nemmeno i Paesi arabi tollerano più.

Repubblica 6.9.10
Parla la storica della psicanalisi Roudinesco, firmataria dell´appello per la donna iraniana
"È un simbolo dell´oppressione porta su di sé il peso della barbarie"
Quello che accade non è Medioevo, perché in quell´era almeno le idee potevano circolare. È vero oscurantismo
di Anais Ginori

PARIGI - «Novantanove frustate?». Elisabeth Roudinesco fa una leggera pausa, come se stesse provando ad immaginare l´orrore della pena corporale inflitta a Sakineh. «Ma non è il Medioevo, perché almeno in quel periodo potevano circolare alcune idee. Questo è l´oscurantismo, piuttosto». La storica della psicoanalisi, autrice di una biografia di Lacan, ha firmato l´appello per salvare la donna iraniana, insieme ad altri intellettuali europei. Un appello che ha già raccolto oltre 110mila firme sul sito di Repubblica. Roudinesco non è sorpresa. «E´ diventata un simbolo – dice - ma non dimentichiamoci che è anche una donna in carne e ossa».
La mobilitazione cresce. E´ intervenuto anche il Vaticano. Sarà possibile salvare Sakineh?
«E´ una domanda che non bisogna mai porsi. Non credo alla prudenza in queste situazioni. Certo non firmerei una petizione contro il piano nucleare iraniano, perché è una questione delicata, tra l´altro al centro di complessi negoziati diplomatici. Ma questo è un caso emblematico, davanti al quale non ci si può tirare indietro. Sakineh porta su di sé il peso della barbarie».
Cosa accomuna tutte le persone che stanno protestando attraverso il mondo?
«Io non ho avuto esitazioni, anche se ho firmato l´appello insieme a persone che magari non la pensano come me su altri temi. Ci sono molte aspetti orribili in questa vicenda. Sakineh è stata condannata per adulterio, un delitto che per fortuna non esiste più in Occidente. Le autorità iraniane hanno estorto da lei una confessione con metodi degni dell´Inquisizione».
Qual è la sua conoscenza dell´Iran?
«So per esempio quello che scrivono di personaggi come Freud, Sartre, Simone de Beauvoir. Ne ho parlato nel mio libro Retour sur la question juive. Per loro, sono intellettuali che rappresentano Satana. L´Iran è un paese che non autorizza la libertà sessuale. Una società ancora patriarcale, nella quale donne e omosessuali sono perseguitati. Anche Darwin è bandito in Iran, dove si insegna ancora il creazionismo. Per questo non mi stupisce la reazione che ha avuto la stampa di regime nei confronti di chi si mobilita».
Fa riferimento agli insulti e alle minacce a Carla Bruni?
«Se la sono presa anche con Simone Veil e Martine Aubry, che pure avevano espresso il loro sostegno a Sakineh e sono persone molto diverse dalla Bruni. Guarda caso, però, si tratta sempre di donne. Come Sakineh. Credo veramente che lei possa rappresentare il segnale di una svolta. E se anche Sakineh fosse lapidata, non bisognerà mai arrendersi. Sono convinta che l´Iran sarà costretto ad abbandonare una barbarie ormai fuori dal tempo. Ci vorrà del tempo, ma accadrà. E´ inevitabile».

Corriere della Sera 6.9.10
Nietzsche, profeta senza enigma
di Armando Torno

Fu un erede della cultura classica tedesca insofferente a bugie, ipocrisia e illusioni

Ma Così parlò Zarathustra di Friedrich Nietzsche è opera filosofica o profetica? L’inizio di una nuova mitologia o il sogno di un solitario innamorato dei greci? Una risposta non c’è, ma si può cominciare a cercarla ricordando quanto scrisse quell’esibizionista di Thomas Edward Lawrence, agente segreto, militare, archeologo, autore de I sette pilastri della saggezza, noto ai più come Lawrence d’Arabia: lo considerava uno dei cinque libri titanici dell’umanità. Noi aggiungiamo che è una sorta di vangelo della purezza, concepito per combattere quello cristiano, fondato invece sulla caritas; in esso si canta l’esaltazione della vita nella sua tragica caducità, contro ogni forma di trascendenza. Il nome dello studioso che ci ha suggerito tali parole? Sossio Giametta. A sua cura è appena uscita una notevole edizione di Così parlò Zarathustra, con saggio introduttivo e un commento senza eguali (Bompiani, «Il pensiero Occidentale», testo a fronte, pp. 1.228, 30).
Oltre ad aver curato edizioni di Schopenhauer, Spinoza e Goethe, Sossio Giametta è autore di numerosi libri e dagli anni Cinquanta si occupa di Nietzsche. Formidabile conoscitore del tedesco, Giorgio Colli e Mazzino Montinari lo chiamarono nel gruppo che a Weimar lavorò sui manoscritti del filosofo, realizzandone la prima edizione critica, oggi punto di riferimento. Di Nietzsche ha tradotto e chiosato otto volumi per Adelphi, tre nei «Classici» Utet, nove nella Bur, un Ecce homo per la Biblioteca di via Senato di Milano. E ora questo Zarathustra dal superbo commento.
I più accreditati esegeti amano ripetere che Nietzsche è autore difficile; Curt Paul Janz e Karl Jaspers, Rüdiger Safranski o il fascinoso poeta e scrittore Gottfried Benn credettero che non bisogna cercare di capirlo, giacché non è riducile. Giametta sostiene l’op-posto. Sottolinea che c’è un criterio unitario che lo spiega: questo pensatore, di animo nobile, fu un erede della cultura classica tedesca insofferente a bugie, ipocrisia e illusioni. Il meccanismo che muove le sue idee è la ribellione contro le falsificazioni (da intendersi: sistemi filosofici, religioni, tradizioni, istituzioni). Con una radicalità scevra da compromessi, ha creato un terremoto. Atteggiamento — vera e propria dismisura teutonica — che lo portò a risultati disastrosi. Si mise in mente di scrivere un’opera fondamentale per porsi accanto ai sommi, ma naufragò in quel marasma di frammenti che è la Volontà di potenza. Giametta lo vede più come moralista e poeta nutrito di pensiero tragico, giacché non possedeva i mezzi del filosofo nel senso concettuale del termine. Puntò tutto sulla vita nella sua caducità — i tentativi contrari portano al nichilismo — con la medesima lealtà del figlio che non giudica la madre. Era, tra l’altro, convinto che da Copernico in poi l’uomo rotoli dal centro verso una «X», e questa incognita sarebbe la realtà, che non è pensabile, non è conoscibile.
Negando la realtà come una qualsiasi costituzione stabile delle cose, Nietzsche ritenne che la verità non esiste, e quella che chiamiamo con questo nome è l’errore di cui abbiamo bisogno per sopravvivere. Si scagliò contro la logica considerandola una macchina autoaffermativa, che rende pensabile quello che tale non è, ovvero la realtà. Giametta ricorda un altro elemento per il quale resta un enigma: si è notato che seguì un percorso strettamente solitario e filosofico, ma non si è capita la sua coincidenza con la crisi dell’Occidente. Nietzsche, tolto il valore a realtà e verità, afferma il bisogno di gerarchia e selezione naturale; urta gli animi ricordando che è necessaria la schiavitù come condizione di ogni alta civiltà, anzi è indispensabile per il suo innalzamento; esalta lo sfruttamento, accetta la sopraffazione. Se si viola il gioco selvaggio della natura, si i mpedisce l a nasci t a del l a grandezza. Trasfigurò la crisi storica del mondo occidentale in visione poetica, dionisiaca; ma, così facendo, l’ha legittimata, accelerata.
Nietzsche non fu il precursore ma il costruttore del cuore del fascismo.

Corriere della Sera 6.9.10
Nuova frontiera della morfina. Farmaco etico o solo una droga?

La morfina sembra rallentare la crescita del tumore. Avrebbe un potere anti-angiogenesi, bloccherebbe cioè lo sviluppo dei vasi sanguigni che il cancro crea ex novo per «alimentarsi». Un sospetto agli specialisti in terapia del dolore era già venuto, la conferma sperimentale viene ora da uno studio pubblicato in agosto dalla rivista scientifica The American Journal of Pathology. Notizia passata inosservata, non come per altri farmaci con lo stesso effetto che hanno sempre trovato ampio spazio sui media. Perché? Forse perché si tratta di morfina (la cultura oppiofobica è diffusa, specie in Italia, perfino nel campo del dolore) o forse perché alla fine la morfina come cura costa poco o nulla?
Un passo indietro. Che cosa si è visto in alcuni Hospice per malati terminali canadesi e statunitensi? Semplice: la vita dei pazienti trattati precocemente con morfina o suoi derivati, prima cioè che il dolore comparisse in modo insopportabile, si allungava rispetto alle attese. Dosi più basse, pazienti attivi e non «intontiti», e giorni in più guadagnati. Si pensava fosse il risvolto di una qualità di vita prolungata. Si è invece scoperta una dote inaspettata: la morfina, potente anti-dolorifico, sembra essere anche un’arma «intelligente» contro il tumore. In dosi clinicamente rilevanti è stata somministrata a topi geneticamente modificati in modo da avere il carcinoma del polmone di Lewis.
I risultati? Rallentata significativamente (se non bloccata) la crescita del cancro, rispetto al gruppo trattato con il placebo (niente farmaco), grazie alla riduzione, sia in lunghezza sia in ramificazione, dei vasi sanguigni tumorali. Bene anche la controprova con un farmaco che blocca l’azione della morfina a livello cellulare: l'effetto anti-angiogenesi svanisce. Il meccanismo? La morfina sembra inibire la chinasi p38, una proteina attivata dalla mancanza di ossigeno a livello cellulare e che comanda la formazione di neo vasi.
Se funziona anche sull’uomo, si avrebbe un buon farmaco a basso costo. E, allora, la morfina verrà finalmente «nobilizzata» a farmaco etico? O resterà solo e sempre demonizzata definendola, e pensandola, solo come droga (e non riferendosi al concetto di farmaco)?

Corriere della Sera 6.9.10
Ebook, l’editore cambia mestiere
di Antonio Carioti

«Una nuova missione per riscoprire il nostro ruolo creativo»

Nulla sarà più come prima per l’editoria con la rivoluzione digitale. Tra gli addetti ai lavori è diffusa la consapevolezza che, come osserva Paolo Zaninoni, direttore editoriale di Rizzoli, «entriamo in una fase di sperimentazione ricca d’incognite». A suo avviso però è anche un ritorno all’antico. «Bisogna recuperare — sostiene Zaninoni — il ruolo creativo che l’editore aveva una volta e si era in parte smarrito con il prevalere di logiche industriali. Con l’ebook ridiventa prioritaria la ricerca del talento e della qualità, mentre perdono importanza obiettivi come stampare più in fretta, distribuire in modo rapido e capillare, riempire gli scaffali dei rivenditori. L’editore del futuro sarà un produttore di contenuti declinati in forme diverse, non più soltanto testuali. Ad esempio con Dada, una società della Rcs specializzata in multimedialità, svilupperemo un’applicazione per iPad con i contenuti delle Storie della Bibbia, un’opera che abbiamo realizzato con i migliori disegnatori di libri per ragazzi».
Tra i meglio piazzati in fatto di ebook c’è il gruppo Giunti: «Abbiamo un catalogo digitale di un centinaio di titoli — spiega il vicepresidente Bruno Mari — e contiamo di superare i 700 entro la fine dell’anno. Siamo partiti in anticipo perché crediamo che sia in corso una trasformazione profonda. Nel 2009 si diceva che ci sarebbero voluti dieci anni perché l’ebook raggiungesse una quota del 10 per cento del mercato. Oggi nessuno ripeterebbe una valutazione così limitativa. Ma l’aspetto più interessante è la possibilità di organizzare nuovi for-mati editoriali, disponibili su supporti mobili agevolmente trasportabili, che offrano gli stessi contenuti complessi del volume di carta, ma con caratteristiche di ipertestualità , multimedialità e interattività. Per esempio noi stiamo lavorando a una guida turistica di Roma per smartphone con tutti i contenuti di quella classica del Touring Club, più diverse opportunità multimediali e interattive. Tutto il settore della manualistica si presta a un numero sconfinato di applicazioni. Di fatto dovremo imparare un altro mestiere».
Un compito non facile, secondo Ernesto Ferrero, direttore del Salone del libro di Torino: «Ho colto notevoli preoccupazioni tra gli operatori perché l’avvento dell’ebook tende a conferire un’assoluta libertà di manovra agli autori di bestseller. Se gli scrittori più redditizi potranno gestirsi da soli, come ha prospettato in America Andrew Wylie, instaurando un rapporto diretto con la distribuzione per via telematica, gli editori si vedranno sottrarre una parte consistente dei loro guadagni».
Tuttavia Gian Arturo Ferrari, presidente del Centro per il libro del ministero dei Beni culturali, invita a diffidare degli scenari apocalittici: «Al momento il business dei libri riguarda in larghissima prevalenza la carta e lo scenario non cambierà a breve termine, diciamo per i prossimi cinque anni. Però si avvicina una radicale trasformazione, nella quale il ruolo degli editori non verrà meno, ma sarà insidiato da altri soggetti come gli attori della tecnologia e gli agenti letterari. La funzione mediatrice tra chi crea e chi fruisce della creazione non scomparirà, anzi verrà esaltata dall’aumento della complessità, ma bisogna vedere come cambierà. Ci attende una fase di transizione che va affrontata senza troppa paura. Anche il pericolo della pirateria digitale nel campo dei libri, che qualcuno paventa indicando l’esempio della musica, mi sembra lontano finché il mezzo elettronico resta minoritario in fatto di consumo dei libri».
Il problema però, sottolinea Riccardo Cavallero, direttore generale di Mondadori Libri Trade, va oltre il passaggio dalla carta ai bit: «In realtà l’ebook è un singolo aspetto di una rivoluzione nella quale a divenire digitale non è soltanto il libro, ma soprattutto il rapporto con il pubblico. Il nostro lavoro consiste sempre più nell’interagire con comunità di lettori sorte sul Web: gruppi in continua trasformazione, poco sensibili alla promozione pubblicitaria o alle recensioni sulla stampa. Per l’editore si pone l’esigenza di fornire agli autori un sostegno efficace nel loro sforzo di comunicare con questa platea esigente e frammentata. Inoltre diventa fondamentale conferire un’identità riconoscibile non solo ai diversi marchi di un gruppo come Mondadori, ma anche alle singole collane, che devono parlare direttamente al pubblico. Ciò esige mutamenti anche nella organizzazione aziendale, che va ripensata puntando sulle piccole unità».
Una svolta che Daniele Di Gennaro, fondatore dell’editrice Minimum fax, sostiene di aver anticipato: «Per noi si tratta di proseguire sulla strada che abbiamo intrapreso sin dal 1992. Abbiamo capito che l’editore non poteva più porsi in modo autoritario, come colui che cala la cultura dall’alto, ma doveva piuttosto mettersi in ascolto, sondare gli orientamenti del pubblico, cogliere la nascita di nuovi linguaggi, recepire le esigenze manifestate dai lettori e i loro suggerimenti. Il Web ha moltiplicato le opportunità e l’ebook è un ulteriore passo in avanti. C’è il rischio che si sviluppi la pirateria digitale, ma sarebbe un errore chiudersi a riccio. Bisogna invece accettare la sfida e puntare sulla qualità: attraverso la cura della grafica si può fare del volume cartaceo un oggetto importante, con cui si sviluppa un legame affettivo. E poi occorre esaltarne al massimo le potenzialità, senza paura di contaminare le forme comunicative: intorno a un buon libro si può organizzare un evento, quindi ne può nascere uno spettacolo teatrale da cui si può trarre un dvd e così via».
Più scettico Elido Fazi, fondatore dell’omonima casa editrice: «L’ebook sembrava all’ordine del giorno già nel 2000. All’epoca creai una società, Libuk, che doveva curarne lo sviluppo, ma non ebbe alcun successo e ho finito per cederla. La rivoluzione digitale nel campo dei libri sarà epocale, ma in Italia e in Europa, rispetto ai ritmi incalzanti degli Stati Uniti, avrà uno sviluppo molto più lento. In ogni caso è sbagliata l’idea di Wylie che gli agenti letterari possano scavalcare gli editori e vendere direttamente sul Web le opere dei loro autori in formato ebook. Questo può valere per libri già lanciati o di personaggi famosi. Non certo per le novità».
Intanto l’editore Mursia, nell’era della virtualità, ha cercato il contatto fisico con il lettori, girando l’Italia con la libreria mobile Passpartù: «Andare controcorrente — nota la presidente Fiorenza Mursia — è un po’ una nostra caratteristica. Le nuove tecnologie rendono più facile confezionare libri e c’è il rischio che i distributori online tendano a rubarci il mestiere come fanno le catene di supermercati, che mettono in vendita pasta e biscotti con il loro marchio accanto a quelli dei produttori storici. Di fronte alla rivoluzione digitale non ci si deve preoccupare tanto dell’ebook quanto del potenziale utente, di quello che potremmo chiamare e-lettore: chi è, che cosa si aspetta? Per me la priorità è lavorare sul catalogo, puntare sulla riconoscibilità di una linea editoriale. Il libro non è un prodotto standardizzato, perciò la capacità progettuale dell’editore resta un fattore fondamentale».

Repubblica 6.9.10
Rigoletto in tv, grande spettacolo così la lirica fa 3 milioni di ascolti
La mondovisione dell´opera da noi sabato ha avuto il picco con il saluto di Napolitano
di Angelo Foletto

Una media di quasi tre milioni di spettatori (2milioni e 659mila), il 14.30% di share. Non un trionfo ma un buon risultato quello del Rigoletto a Mantova, l´opera realizzata per la mondovisione che da noi si è vista su RaiUno sabato col primo atto e ieri con gli altri due (per queste le percentuali di ascolto si sapranno oggi): certo, su Canale 5 Le Velone hanno fatto in contemporanea il 21,7 per cento, ma i primi numeri (si aspettano anche quelli della mondovisione) soddisfano gli sforzi dell´eccellente cast da Placido Domingo a Vittorio Grigolo e della produzione che ha ideato questo kolossal in diretta mondovisione con 148 reti collegate e una platea virtuale di 5miliardi (la stima realistica è di 1 miliardo). Operazioni spettacolari precedenti, Traviata e Tosca, avevano fatto registrare qualcosa più in fatto di ascolti, rispettivamente il 21% e 16%. Ma Andrea Andermann, il produttore, sta già lavorando alla prossima opera, Cenerentola (alla Reggia di Venaria), con la regia di Luca Ronconi e la direzione di Riccardo Chailly.
Preziosamente anticata dalla fotografia di Storaro, la Mantova scelta dal regista Marco Bellocchio per questo Rigoletto ha dato fascino d´ambiente al racconto verdiano e l´ha resa un set cinetelevisivo perfetto. Senza fare cartolina turistica; sfruttando le sale affrescate e i cortili di Palazzo Te o stanze e corridoi del piano nobile di Palazzo Ducale (per il II atto, ieri pomeriggio) come scenografie solenni ma non soffocanti: la macchina da presa è stata usata in chiave quasi intimista, non mollando i primi piani sui protagonisti. Così anche la fatica fisica e i sudori del protagonista Placido Domingo, gran debuttante nel ruolo baritonale, erano parte intensa del racconto, preparando le lacrime del finale, già intraviste nel secondo drammatico duetto con la figlia.
La macchina tecnica messa in campo per questo Rigoletto in diretta (oltre 50cinquanta addetti e 30 telecamere) ha volutamente lasciato i particolari ambientali dentro l´opera, come il volo dei pipistrelli che hanno contrappuntato il duetto Rigoletto-Sparafucile (Domingo e Ruggero Raimondi) o i fastidiosi insetti che hanno disturbato il "Caro nome" di Gilda (Novikova, voce sorprendente e presenza di notevole efficacia). Quel che conta è che alla fine la musica di Verdi in questo modo s´è rivolta a una platea che corrisponde a quasi 200 tutti esauriti all´Arena di Verona o 1300 in Scala. Molti forse avranno ascoltato la prima volta il capolavoro ambientato a Mantova: a questi in particolare era destinata la proposta. Come ha ricordato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel messaggio d´augurio introduttivo (picco d´ascolto 3 milioni e 268mila, pari al 19,01 per cento), «l´opera è patrimonio nazionale: un biglietto da visita unico della vocazione dell´Italia a essere paese d´arte».

Corriere della Sera 6.9.10
Rigoletto, un kolossal che non sfonda in tv
Parte con 3,5 milioni di telespettatori, poi cala
di Chiara Maffioletti

MILANO — Gli ascolti non sono stati certo da kolossal, ma il giorno dopo la messa in onda di «Rigoletto a Mantova», la Rai ha parlato comunque di «buon risultato». Sabato, il primo atto (gli altri due sono andati in onda ieri) del film in diretta da Mantova nei luoghi e nelle ore dell’opera verdiana è stato seguito da 2 milioni 659 mila spettatori, pari al 14,3% di share.
Numeri che saranno anche buoni visto che si parla di opera lirica — genere a cui il pubblico della tv è di certo poco addomesticato — ma comunque ben lontani dal 21,7% fatto registrare alla stessa ora (le 20.30) da «Velone», su Canale 5. Anche i precedenti esperimenti di film tratti da opere, sempre firmati da Andermann, avevano convinto di più: nel 2000 «La Traviata» toccò il 21,39% (il primo atto era andato in onda sempre di sabato alle 20.30 ma era durato mezz’ora) mentre nel 1992, il primo atto della «Tosca» (in onda un sabato dalle 12 alle 12.30) arrivò al 16,88%. L’altro ieri, calato il sipario sul primo atto, il protagonista, Placido Domingo, aveva sospirato: «È meraviglioso, speriamo che il pubblico abbia apprezzato». Scorrendo i dati si scopre che i telespettatori hanno amato di più le prime arie, seguite da oltre 3 milioni 500 mila telespettatori. Numeri a cui si devono però aggiungere anche quelli (non calcolati) del web: nonostante il criptaggio della Rai, poche ore dopo la diretta tutti i filmati di «Rigoletto a Mantova» erano stati caricati da pirateschi fan su YouTube. E in alta definizione.

Corriere della Sera 6.9.10
Spettacolo ibrido, ma la Rai fa bene a sostenerlo
Bellocchio evita ampollosità e ghirigori. Purtroppo il mezzo televisivo aggiunge enfasi al racconto
di Aldo Grasso

Chiariamo subito una cosa: la Rai fa benissimo a sostenere un’operazione come «Rigoletto a Mantova», spalmandola su due giornate e fregandosene degli ascolti (Raiuno, sabato sera in prima serata, domenica alle 14 e alle 23.30). Preceduta da un messaggio del presidente Giorgio Napolitano la celebre opera di Giuseppe Verdi è stata trasmessa in diversi Paesi e ben 148 se ne sono assicurati i diritti. Altro è promuovere il melodramma, altro è, invece, dare spazio a operazioni culturalmente modeste come i «Promessi sposi» di Michele Guardì.
Negli anni, Andrea Andermann ha messo a punto un format da evento mediatico. Tutto è iniziato nel 1992 a Roma con la messinscena di «Tosca nei luoghi e nelle ore di Tosca», è proseguito nel 2000 con «La Traviata à Paris» e si conclude, per ora, con «Rigoletto». L’idea di fondo è questa: per ridare vita all’immagine un po’ appannata dell’opera lirica (almeno nel gradimento popolare), il format di An-dermann prevede che gli interpreti cantino e recitino in diretta usando come location non il teatro ma i luoghi storici in cui si immagina sia stata ambientata la storia che Francesco Maria Piave e Giuseppe Verdi hanno tratto da «Le roi s’amuse» di Victor Hugo.
Dunque, mentre dal teatro Bibiena il maestro Zubin Metha dirige con le cuffie in testa l’Orchestra nazionale della Rai (una volta ce n’erano tre modeste adesso finalmente ce n’è una buona), i cantanti si muovono nelle splendide cornici di Palazzo Ducale, di Palazzo Te, della Rocca di Sparafucile, antico presidio militare dei Gonzaga, di alcune strade cittadine, anche se, per la diffusione delle note, ai moderni auricolari sono stati preferiti i più tradizionali altoparlanti. La regia è di Marco Bellocchio, meno incline rispetto a Franco Zeffirelli («Tosca») e Giuseppe Patroni Griffi («Traviata») all’ampollosità scenografica.
Andermann parla di film live, un film in diretta, che suona un po’ come un assurdo; forse televisione gli pare troppo poco. Ma questa è tv, ibridata con altri media, ma pur sempre tv. Ciò che cambia è la convenzione drammaturgica: la compressione teatrale (ambientazione, tempi e modi) si snoda qui per le strade di Mantova, in una sorta di turismo culturale, di divulgazione animata.
«Rigoletto a Mantova» è il superamento del concept «Arena di Verona», ovvero la ricerca di quel difficile punto di incontro tra la musica «colta» e il pubblico generalista; è una forma raffinata di kitsch, se così si può dire, ma è pur sempre kitsch. Niente di male, s’intende; più correttamente si potrebbe far riferimento a quella sensibilità «camp» su cui ha scritto pagine definitive Susan Sontag.
La tv, infatti, non fa che aggiungere l’enfasi del primo piano al già necessario decorativismo dell’opera lirica, con le sue macchine piene di addobbi, colori, movimenti mimici, ingegnose scenette a latere, figuranti: un esercizio di naturalismo spinto, anche nelle scene più «intime», agli estremi. Per fortuna la fotografia di Vittorio Storaro e la regia di Marco Bellocchio si sono dimostrate rispettose della lettera del discorso musicale, non eccedendo mai in inutili ghirigori.