domenica 5 settembre 2010

l’Unità 5.9.10
Contro lo sceriffo Sarkozy in piazza per difendere i rom
Contro la politica xenofoba del governo e le espulsioni dei rom esplode la rivolta in tutta la Francia. Proteste anche nelle altre città europee, compresa Roma, davanti alle ambasciate francesi.
di Luca Sebastiani

Al rientro dalle vacanze, per Sarkozy è già ora di piazza. In attesa di quella di martedì contro la riforma delle pensioni, ieri è stato il turno degli antirazzisti. Del resto dopo la calda campagna estiva contro gli immigrati e i rom, il presidente della Repubblica non poteva aspettarsi niente di meno.

Parigi, Bordeaux, Marsiglia, Montpellier. In tutto 138 manifestazioni che hanno portato in strada migliaia di francesi in ben 130 diverse città d’oltralpe con lo slogan «Contro la xenofobia e la politica della gogna». Sottotitolo: «Liberté, egalité, fraternité».
LA MOBILITAZIONE
Dalle 50mila persone che nella capitale hanno sfilato in un corteo aperto da una quarantina di rom travolti dagli sgomberi voluti da Sarkozy, alle centinaia che si sono assembrate di fronte alle ambasciate francesi d’Europa, Roma compresa, tutti hanno voluto manifestare il proprio sdegno per una politica «disumana» di rimpatrio dei rom e la propria preoccupazione per una svolta populista che rischia di portare il governo fuori del perimetro repubblicano. Presenti all’appello della Lega dei diritti dell’Uomo, decine di Ong, associazioni, sindacati e tutto l’arco della gauche plurielle: dal Ps ai Verdi, dai Comunisti ai trotzkisti dell’Npa. E anche se i sondaggi continuano a rilevare che seppur di poco la maggioranza dei francesi è col presidente, ieri nelle strade c’erano tante persone comuni, compresi i cattolici, che dal discorso di Grenoble sono entrati in fibrillazione.
Quel giorno di luglio nella città alpina il presidente aveva lanciato la nuova politica del governo in materia di repressione della delinquenza puntando il dito contro immigrati e rom. Per riprendere la mano sull’agenda politica travolta dagli scandali che avevano toccato i piani alti della Repubblique e del governo, e per fare diversione da certe rivelazioni giornalistiche che alludevano a bustarelle che avrebbero finanziato la sua campagna presidenziale del 2007, Sarkozy non aveva esitato a sfoderare l’artiglieria pesante.
IL DISCORSO DI GRENOBLE
A Grenoble aveva parlato direttamente e in maniera disinvolta del legame tra delinquenza e immigrazione, aveva ordinato lo sgombero dei campi rom e il rimpatrio dei loro abitanti, e minacciato il ritiro della nazionalità agli stranieri d’origine che si macchiano di certi reati.
Non è la prima volta che Sarkò mostra i muscoli. Anzi, nel 2002, ministro dell’Interno, la sicurezza è stato il trampolino del suo successo. Nel 2007 il suo capolavoro politico è stata addirittura la sottrazione dei voti al Fronte nazionale con l’assunzione dei temi nazional-popolari cari agli elettori di Jean Marie Le Pen. Allora il populismo sicuritario era stato ammantato di nobiltà repubblicana con la giustificazione che si trattava solo di una politica volta a riportare un certo elettorato all’interno dei perimetro della Republique.
Oggi però, a soli tre anni di distanza, sembra più vero il contrario, cioè che sia il sarkozismo ad esser uscito da quello stesso perimetro.
Se n’è accorto Papa Benedetto XVI, che in agosto ha richiamato il presidente francese agli obblighi morali «d’accoglienza» della Francia; e se n’è accorta la Lega dei diritti dell’Uomo, che ha atteso la fine delle vacanze e ha convocato ieri, anniversario della proclamazione della III Republique, una risposta popolare. «Abbiamo deciso di reagire perché un limite è stato attraversato – ha detto Jean Pierre Dubois, presidente della Lega medesima – Ciò che ci riunisce oggi è il nostro comune attaccamento alla democrazia».
Nonostante la risposta della piazza e le voci dissenzienti interne alla maggioranza, in particolare tra i centristi d’ascendenza cattolica e i gollisti ortodossi, Sarkozy ha però già annunciato che non arretrerà di una virgola.
Sondaggi alla mano i suoi esperti strateghi gli hanno infatti spiegato che i due punti di rimbalzo nel consenso popolare che lo hanno attestato intorno ad un gradimento del 34/35%, sono merito della svolta sicuritaria. Più complessa per lui la partita che invece si apre martedì: i sondaggi dicono infatti che sulle pensioni sette francesi su dieci sono con i sindacati e le opposizioni sono già al lavoro per legare la piazza di ieri e quella di dopodomani contro un presidente che rode i diritti di stranieri e lavoratori.

l’Unità 5.9.10
Intervista a Massimo L. Salvadori
«In Francia è forte lo spirito civico L’Italia l’ha perduto»
Lo storico: «Il capo dell’Eliseo ha superato il limite sconfinando dalla sicurezza alla xenofobia È la gauche ha reagito difendendo la tolleranza»
di Umberto De Giovannangeli

La gauche si è fatta interprete di una coscienza del limite” che segna fortemente una parte della società francese. E questo limite, invalicabile, è quello che Sarkozy ha inteso superare, sconfinando dalla sicurezza alla xenofobia. La leva della protesta è uno spirito civico che in Italia è andato sempre più scomparendo». A parlare è uno dei più autorevoli storici e scienziati della politica italiani: Massimo L.Salvadori.
La gauche ritrova forza e unità nel mobilitarsi contro la politica dei respingimenti voluta da Sarkozy. Qual è il segno di questa mobilitazione?
«È la rivendicazione di uno spirito civico, di una cultura della tolleranza che Sarkozy ha fortemente incrinato. La politica della sicurezza è stata un cavallo di battaglia di Sarkozy, che ha utilizzato con successo nella sua “scalata” all’Eliseo. Ma “Sarkò” è andato oltre il limite, determinando una reazione che indica una volontà che supera gli stessi confini della gauche e del partito-guida della sinistra: il Partito socialista...
Qual è questa volontà, professor Salvadori? «È la volontà di non lasciare che, in nome della sicurezza, vengano superati quei limiti oltre i quali la sicurezza apre la strada alla xenofobia, ad una politica di ostilità verso i diversi, e che si intende perciò affermare un principio che nella società francese è profondamente radicato. Certo, in Francia agisce una destra reazionaria, di cui Le Pen è stato l’espressione più significativa, non marginale. ma in Francia esiste un “anticorpo” possente: un tessuto civile, una ideologia repubblicana di lunga radice, in cui sono depositati quei principi di eguaglianza, di solidarietà, di fraternità, di tolleranza, di accoglienza che sono i principi che stanno diventando, in maniera molto energica, una forza di resistenza, di opposizione che vuole non solo porre limiti alla politica di sicurezza intesa alla Sarkozy, ma che intende poi passare al contrattacco, nel senso di rilanciare una politica di segno non solo diverso ma contrario alla politica di cui Sarkozy si è fatto rappresentante, attirandosi le critiche in sede europea, nella stampa americana...Questa mobilitazione delle coscienze che si trasforma in movimento reale, rappresenta un fenomeno molto positivo, che parla a tutta Europa e anche al nostro Paese...».
Ma in Italia esistono «orecchie» pronte ad ascoltare la «lezione» francese? «Non si può rimproverare al centrosinistra di non aver sollevato la propria protesta e di non aver fatto opposizione alle politiche “alla Sarkozy” in versione italiana. Questo rimprovero mi sembra francamente ingeneroso. C’è però da osservare che questa opposizione e questa protesta, in Parlamento e nel Paese, sono indebolite da un fattore su cui bisogna, a mio avviso, attirare l’attenzione...».
Vale a dire?
«Vale a dire il fatto che nel nostro Paese il berlusconismo ha messo a nudo, approfondendole, radici che erano precedenti alla scesa in campo del Cavaliere. Mi riferisco al preoccupante indebolimento dello spirito civile in Italia. Noi siamo il Paese in cui la criminalità organizzata occupa la scena con forza; una criminalità che sfrutta la forza lavoro schiavizzata; una criminalità che introduce un senso, insieme, di sfruttamento economico accompagnato da una ripulsa umana per i diversi, per gli immigrati. A ciò si aggiunge l’intolleranza di certe amministrazioni locali, di certi sindaci, di certi governatori che sono inclini alla politica delle ruspe contro i rom, inclini a circondare gli immigrati con una sorta di “filo spinato” fatto di ostilità, di controlli burocratici e polizieschi. E poi abbiamo il terzo fattore, quello politicamente più pregnante, in negativo...”
Terzo fattore. Qual è il suo nome?
«La Lega. Una forza in costante espansione. La Lega è intimamente parte della xenofobia europea. Ha portato in Italia un approccio di ostilità xenofoba che colpisce sia la popolazione italiana ricordiamo l’antimeridionalismo organico leghista sia gli extracomunitari. Una ostilità che colpisce gli immigrati non solo in quanto “poveracci” da tenere entro certi confini, ma è anche una intolleranza, quella di cui la Lega è la punta di diamante, di carattere culturale, religioso. Basti pensare all’ignobile atteggiamento che i leghisti hanno assunto nei confronti delle minoranze islamiche, negando loro i diritti di culto. Questo precario spirito civile che rafforza il duo B&B (Berlusconi-Bossi) rende ancor più ostico l’agire del centrosinistra, e di quanti hanno a cuore i principi di civiltà, su questo terreno».

il Fatto 5.9.10
I Rom di Roma
“Basta sgomberi, faremo un partito”

In piazza, con i bimbi e le loro manine sui lunghi striscioni, per chiedere il diritto all’esistenza nella Capitale degli sgomberi e nell’Europa delle espulsioni. Ieri rom e sinti si sono ritrovati a Roma, a Campo de’ Fiori, per chiedere “rispetto e integrazione” e protestare contro le politiche sui nomadi del governo e di Sarkozy in Francia. Poco più di 200 persone tra nomadi e militanti della sinistra radicale, in un torrido e tranquillo pomeriggio. Abbastanza per provocare la stizzita reazione del sindaco di Roma, Alemanno, che da Parigi (mentre migliaia di persone sfilavano per gli stessi motivi) ha parlato di “manifestazione ideologica e poco sostanziale”. Aggiungendo: “In autunno apriremo i cantieri per due-tre campi nomadi”. Molto diverso, nelle assicurazioni, dal campo nomadi abusivo abbattuto pochi giorni fa, dopo la morte di un bimbo in un incendio. Di certo i rappresentanti dei rom devono aver irritato Alemanno, con il loro ennesimo no al suo piano nomadi. “Non ci hanno minimamente coinvolto, fanno tutti da soli” protesta Nazzareno Guarnieri, presidente della fondazione Romanì. Che spiega: “I campi rom a Roma vanno tutti abbattuti, subito. Con quei soldi si potrebbe fare un serio piano case: ma il Comune non ne vuole sapere”. Ma Roma è solo un fronte evidente di un problema nazionale, anzi europeo. Guarnieri propone una soluzione inedita: “Stiamo lavorando a un partito dei rom con intellettuali della nostra etnia e non: speriamo di costituirlo prima della fine dell’anno assieme a una nostra rivista. Sia chiaro, però, non ci schiereremo con la sinistra o con la destra: porteremo avanti solo le nostre idee”. Attorno, diverse bandiere dei partiti della sinistra radicale: niente Pd, niente Idv. Il segretario del Prc, Paolo Ferrero, attacca dal microfono: “Siamo qui contro la bestia peggiore dell’Europa, il razzismo di Stato. Una volta l’obiettivo sono i rom, un’altra gli immigrati”.
AD ASCOLTARE c’è anche Mariana, nomade romena di 32 anni, compiuti proprio ieri. Ha portato con sé i suoi tre bimbi, che giocano con i fotografi. In Italia è arrivata tre anni fa. “Da noi c’era solo povertà, qui abbiamo trovato lavoro” spiega. I tre bimbi vanno a scuola, e si trovano bene. “A loro piace tanto, vanno d’accordo con i compagni”, assicura. Mariana non ha il permesso di soggiorno, ma la prossima settimana verrà ugualmente operata alla tiroide in un ospedale romano. Ammette: “Qualche volta ho paura, perché tanta gente ci vuole male. Ma noi non siamo tutti ladri”. Qualche metro più avanti c’è Gennaro, che avrà 80 anni. Si accalora: “La mia famiglia è rom e abruzzese, stiamo in Italia da sei secoli. Noi siamo italiani, non come quelli arrivati dalla Romania a cui ci ‘mischia’ l’informazione. Certo, molti dei ‘nuovi’ rubano. Ma se li metti nella sporcizia, non li aiuti. La gente la devi integrare”. Da Milano, rimbalzano nuovi numeri sull’emergenza: sei sgomberi di accampamenti nomadi in 24 ore, 12 rom denunciati.

l’Unità 5.9.10
Assalto dei «viola» a Schifani Il Colle: degrado allarmante
Fischi, urla, spintoni per la visita alla Festa del Pd del presidente del Senato Schifani. Un gruppo di grillini ha interrotto il discorso della seconda carica dello Stato. Dure le reazioni, da Bersani a Napolitano.
di Maria Zegarelli

La notizia sarebbe stata un’altra, se non fossero arrivati i grillini e pezzi di popolo viola alla festa democratica del Pd a Torino. La notizia sarebbe stata quella di un presidente del Senato che durante il suo intervento ad un dibattito su «Le istituzioni alla prova», insieme a Piero Fassino, ritiene le elezioni anticipate un danno per il Paese e riserva un richiamo al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi nel momento stesso in cui difende con inusuale energia il Capo dello Stato e la Costituzione, «quella reale quella attuale, alla quale tutti ci dobbiamo inchinare». Sarà perché ospite del Pd, ma va giù pesante anche contro la «politica delle barbarie, dei gossip, delle invettive e degli attacchi personali» di cui il suo partito si è reso protagonista contro il presidente della Camera, Gianfranco Fini. Invece sono i fischi e gli insulti che lo accolgono «fuori la mafia dallo Stato», «mafioso», «vergogna» a conquistare la scena. Spintoni, gente portata via a braccio, tensione che sale alle stelle e che da Piazza Castello si sposta in Corso San Maurizio quando a sera arriva l’ex ministro Cesare Damiano e i grillini ripetono lo schema. Che sarebbero arrivati i contestatori lo si sapeva , già nelle prime ore del pomeriggio la Digos presidia Piazza Castello e il cordone intorno alla sala Norberto Bobbio è serrato. Quando arrivano e cercano di forzare per entrare, urlano contro il Pd, Arduino Salvatore, della lista civica a cinque stelle alle ultime elezioni regionali, fomenta la protesta, alcuni «grillini» imbucati entrano in scena, giacca e cravatta e tailleur di taglio buono. «Fuori la mafia dallo Stato», si alzano le agende rosse di Borsellino. I democratici in platea sono disorientati. Fassino tenta il dialogo: «Provate ad ascoltare...Noi abbiamo definito squadristi quelli che si stavano organizzando per andare a contestare Fini a Mirabello». Poi, Schifani prende il microfono: «Non saranno le vostre intemperanze a impedirmi di parlare in un assise di un partito che rispetto e che ringrazio per avermi invitato. Sono onorato di stare qui». Perde la calma il moderatore, Giuliano Giubileo, del Tg3, che prima urla verso i contestatori «Siete un esempio di antidemocrazia» e poi finisce per dargli dei «fascisti».
LE RIFORME
Ma il dibattito va avanti, riforme costituzionali, istituzionali. «Ci sono convergenze su alcuni punti...», dalla platea viene portato via un provocatore, la polizia blocca i manifestanti che vogliono entrare. «È stata l'estate dello scontro, dell’imbarbarimento«, prosegue Schifani. «...complessa la ricomposizione del Pdl, ma non impossibile...». «Lotta alla mafia...» urlano dal fondo. L’ex segretario del Pd alza la voce: «Noi le lezioni di antimafia non le accettiamo da nessuno, siamo il partito di La Torre, Mattarella», applausi, platea in piedi. «Se non fosse possibile ricomporre continua Schifani tutto torna nelle mani del Capo dello Stato, un grande statista. Lui è garante della Costituzione, lo è sempre stato. Ha dimostrato di esserlo in maniera impeccabile in ogni momento della vita del Paese. È un grande statista, ha un grande senso dello Stato, un grande senso di responsabilità e saprà lui fare le scelte migliori nel caso in cui la maggioranza dovesse andare in crisi...». Alla fine del dibattito si allontana velocemente in auto, tra gli applausi della platea, con un sorriso amaro sul volto. Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, lo chiama al telefono, gli esprime la sua solidarietà «e profondo rammarico per la gazzarra». È stato giusto invitare Schifani? Chiedono i cronisti a Fassino. «Sì che lo è stato risponde noi siamo un partito che si confronta anche con chi la pensa diversamente da noi«. Le agenzie battono la nota del Quirinale con la quale Giorgio Napolitano deplora quanto accaduto. «Il tentativo di impedire con intimidatorie
gazzarre il libero svolgimento di manifestazioni e discorsi politici dice è un segno dell’allarmante degenerazione che caratterizza i comportamenti di gruppi sia pur minoritari incapaci di rispettare il principio del libero e democratico confronto e di riconoscere nel Parlamento e nella stessa magistratura le istituzioni cui è affidata nel sistema democratico ogni chiarificazione e ricerca di verità». Solidarietà anche dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, da Rosy Bindi, che arriva poco dopo a Torino e ci tiene a precisare che non è stato il popolo Pd a contestare. Solidarietà da tutto il mondo politico, ma non da Antonio Di Pietro: «Stiamo dalla parte dei contestatori che sono semplicemente difensori del legalità, della democrazia e degli onesti cittadini. È ora di dire basta a questa ipocrisia imperante». Gasparri evoca il clima di odio fomentato dalla sinistra e da Bersani, che l’altro giorno aveva usato la parola «fogna». Chissà, nel frattempo, se il ministro Brambilla ha smesso di organizzare pullman di squadristi per contestare quello che ancora oggi resta il loro alleato, Fini.

il Fatto 5.9.10
Sì, si può fischiare Schifani
“Fuori la mafia dallo Stato”, “Mafioso” Alla festa Pd di Torino proteste contro il presidente del Senato per i suoi trascorsi siciliani
di Peter Gomez

È sbagliato paragonare agli “squadristi” i cittadini che hanno rumorosamente contestato la presenza di Renato Schifani alla festa del PD. Ieri a Torino, chi ha tentato di partecipare al dibattito pubblico tra il presidente del Senato e Piero Fassino, senza però poterlo fare a causa del servizio d’ordine, era infatti spinto non solo da una perfettamente legittima e democratica indignazione. A convincerlo alla protesta c’era pure un altro desiderio. Porre delle domande e avere delle spiegazioni. Ottenere dei chiarimenti sul passato della seconda carica dello Stato e sul tipo di attività professionale da lui svolta in favore di personaggi legati a Cosa Nostra. Nell’ultimo anno, del resto, sebbene sul conto di Schifani siano emersi interrogativi di ogni tipo, nessuno in Parlamento ha detto una parola. Il Fatto Quotidiano,assieme a pochi altri, con un duro lavoro d’inchiesta ha ricostruito parte della sua carriera di avvocato civilista e di affari. Ha fornito un primo elenco dei sui assistiti, i cui nomi erano fin qui rimasti segreti. E ha avanzato un quesito squisitamente politico: per il buon nome delle istituzioni è un bene o un male avere alla testa di Palazzo Madama un uomo che oggi si scopre aver fornito consulenze all’imprenditoria considerata mafiosa? È ovvio che gli eventuali aspetti penali della vita di Schifani siano di competenza della magistratura. In Parlamento non si può e non si deve discutere delle dichiarazioni, ancora da verificare, dei pentiti (Spatuzza e Campanella). Si può, e si deve, invece, discutere di fatti. In ogni democrazia che si rispetti il primo potere di controllo su ciò che accade nelle istituzioni e sul loro decoro non è né dei giornali, né dei giudici, ma delle opposizioni. Il Partito Democratico sul caso Schifani (e su molti altri), però non lo ha esercitato. E continua a non esercitarlo. Invitare alla propria festa il presidente del Senato, senza prima avergli domandato di chiarire tutto, magari rendendo nota la lista completa della sua discutibile clientela e dell’attività di consulenza legale e paralegale svolta per essa, vuol dire non capire ciò che chiedono gli elettori. E soprattutto vuol dire venir meno a un proprio dovere. Perché i cittadini leggono, s’informano sul Web, e domandano di essere rappresentati. Non farlo, per la democrazia, è molto più grave di qualche fischio e urlo indirizzato, non verso un avversario politico, ma contro chi ostinatamente siede ai vertici delle istituzioni rifiutando la trasparenza.

il Fatto 5.9.10
Appello ai viola: uniamo le forze
La formula del “No B day” è superata, mentre inedita è la partecipazione di gruppi della Chiesa “di base”. Lavoriamo insieme per la manifestazione del due ottobre
di Andrea Camilleri Paolo Flores d’Arcais Don Andrea Gallo Margherita Hack

Tra quattro settimane dovrebbe svolgersi a Roma una grande manifestazione che dica “basta” a Berlusconi e chieda la realizzazione della Costituzione. Se le divisioni tra i diversi gruppi viola non rovineranno tutto. Per evitare confusioni: vari siti (micromega, ilfatto, ecc.) hanno pubblicato un appello di quattro anziane persone (la più giovane veleggia verso i settanta) che, convinte della nausea crescente di questo Paese verso il regime di Berlusconi e della incapacità dell’opposizione parlamentare di interpretarla e mobilitarla, si sono rivolte alla società civile perché organizzi una grande manifestazione nazionale a Roma. La dizione “società civile” non è restata generica. L’appello si rivolge esplicitamente alla testate
giornalistiche, ai siti Web, ai club e associazioni, ai gruppi viola, e alle personalità della cultura, della scienza e dello spettacolo che godono del privilegio della visibilità pubblica.
MOLTI GRUPPI e molte personalità hanno cominciato ad aderire. Alcuni gruppi hanno chiesto un contatto telefonico diretto (in genere al direttore di MicroMega) a cui nella misura del possibile si è sempre risposto. Le quattro anziane persone sono ovviamente pronte (“da ciascuno secondo le sue possibilità”, come diceva il vecchio Marx) a dare una e anche quattro mani per questa manifestazione auto-organizzata (di cui non sono quindi gli organizzatori) e alle espressioni della società civile che si vogliono adoprare per essa. Tra i gruppi viola sono in corso polemiche, al punto che si parla di due manifestazioni. Sarebbe peggio di zero, sarebbero due fallimenti e un gigantesco regalo al regime. L’Italia che continua a volere “giustizia e libertà” non li perdonerebbe. Invitiamo perciò tutti i gruppi viola, e le numerose altre realtà che si stanno mobilitando (la mera replica del “No B day” è superata, davvero inedita è la partecipazione
(FOTO EPA / PIYAL ADHIKARY / ANSA)
sciagurato viene prontamente lasciato solo. Tutti gli altri, stesso partito, stesso gruppo, stessa motivazione politica, scoprono improvvisamente che – invece di tante discussioni sempre sulla stessa persona (per dire poi sempre le stesse cose, per esempio il noiosissimo conflitto di interessi) – c’è ben altro di cui occuparsi. È un ben altro che per forza dovremmo fare insieme. Ecco l’elenco, dal 1994: innovazione, modernizzazione, meritocrazia, privatizzazione, concorrenza, sostegno alle imprese. Controprova. C’è qualcuno, nel Gotha del Pd, ovvero del maggior partito di opposizione (come si usa dire e sperare) che abbia mai espresso il proprio giudizio morale e politico su Berlusconi come ha scelto di fare Marco Pannella, in una lettera-editoriale a Berlusconi (“Il Fatto”, 1 agosto)? “Sei davvero divenuto uno di quei
di personalità e gruppi della Chiesa “di base”, ad esempio, e di organizzazioni anticlericali) perché si riuniscano al più presto per organizzare insieme la manifestazione del 2 ottobre. Senza escludere nessuno e senza che nessuno si escluda (“di viola e di più”, si potrebbe dire). Se il nostro appello ha infastidito qualcuno se ne può fare carta straccia, purché restino i contenuti essenziali, “fuori Berlusconi e realizziamo la Costituizione”. Se infastidiscono le nostre persone togliamo tranquillamente il disturbo. Purché non si rovini, per incomprensibili particolarismi, l’occasione di una grande mobilitazione dell’Italia civile.

Repubblica 5.9.10
Economia, Pd cauto sull´apertura di Tremonti
Enrico Letta al ministro: "Discutiamo, ma a Berlusconi interessa altro"
Bersani: restano delle criticità Fassina: spirito bipartisan dopo due anni di fiducie
di Luca Iezzi

ROMA - Speranza, ma anche tanta diffidenza arriva dal Pd alle proposte di Giulio Tremonti di aprire un nuovo confronto sulla competitività e le priorità dell´economia. «E´ oggettivamente un fatto nuovo e positivo, Tremonti ristabilisce la realtà - spiega il vice segretario del Pd Enrico Letta - tutto ciò di cui non abbiamo parlato questa estate. È evidente che la sua agenda non è quella di Berlusconi». Presto per capire quale prevarrà: «Tremonti sa che sono gli stessi problemi che agitano gli altri paesi d´Europa: la competitività, la tenuta dei conti pubblici, il nuovo Welfare. Berlusconi invece continua parlare di giustizia, dei magistrati, delle sue vicende personali. A dispetto di tutti» insiste il vicesegretario. Il segretario Pier Luigi Bersani rileva che le proposte del ministro per il rilancio dell´economia sono ancora insufficienti: permangono quelle criticità che non consentono di prendere in considerazione un lavoro bipartisan. Per il vicepresidente dei senatori del Pd Luigi Zanda: «In termini politici siamo già in pieno dopo-Berlusconi. Bossi, analizzando freddamente la situazione attuale, descrive un primo ministro dimezzato». Il responsabile economico del partito Stefano Fassina è più critico: «Di fronte all´agonia della maggioranza e del governo, Tremonti scopre lo spirito bipartisan. Dopo 2 anni e mezzo di decreti e voti di fiducia».
Letta è disposto al confronto, anche se la prospettiva di dialogo supera la tenuta del governo: «Berlusconi prova a fare marcia indietro - dice - dipende probabilmente dei sondaggi che parlano di un Pdl sotto il 30%, penalizzato soprattutto al Sud. La vicenda Fini ha fatto molto male al Cavaliere. Attendiamo di vedere oggi cosa dirà il presidente della Camera, mi aspetto che sancisca la fine della maggioranza come la conosciamo, sarà il loro 8 settembre». Però il discorso sulla competitività è più di lungo respiro, ha fatto capire Tremonti: «Deve valere anche per noi. Le alleanze tra le forze politiche si fanno trovando l´accordo su grandi progetti». Un passo decisivo per il Pd sarà «la nomina del ministro dello Sviluppo e del presidente della Consob». L´apertura di credito verso Tremonti insomma rimane, anche se le distanze sono ampie: «Accorgersi adesso che c´è un problema nazionale di competitività è curioso, sono mesi che Bersani chiede – spiega Letta - di affrontare in Parlamento la questione, ma non è mai stato tra le priorità della maggioranza. Per non parlare del fisco dove veniamo da 15 anni di promesse e di nulla. Ma noi per primi vogliamo essere propositivi. L´8 e 9 ottobre, nell´assemblea nazionale del Pd, proporremo una riforma fiscale ispirata alla parabola dei talenti: punire chi li sotterra e premiare chi li condivide, li mette a frutto. Significa penalizzare le rendite e favorire impresa e lavoro».

Repubblica 5.9.10
Libro-intervista del sindaco di Torino: "E´ fallito il progetto di fusione tra Ds e Margherita"
Chiamparino: "Un partito allo sbando io in ticket con Vendola per salvarci"
di Sergio Chiamparino

"Siamo nelle mani di correnti, salotti, caminetti che hanno perso il polso del Paese"
"Dopo le regionali Bersani avrebbe dovuto scuotere il partito. Invece tranquillizza"

«Abbiamo perso tre elezioni di fila in tre anni. Tra l´altro assortite tra di loro. Si è votato per il Parlamento nazionale, per le europee, per le provinciali e per le regionali. Tre sconfitte inframmezzate da pareggi comunali perché abbiamo vinto qualche città e ne abbiamo perse altre. Tutto questo è accaduto con tre segretari diversi, per cui non puoi nemmeno accusare noi del Pd di esserci intestarditi a mantenere lo stesso allenatore nonostante i risultati. Cambiano le poste in gioco, cambiano i segretari, cambiano persino le alleanze… L´unica costante è che perdi sempre... Il Pd, diciamolo, ha perso la sfida che stava alla base della sua nascita: è inutile girarci intorno, è fallita la scommessa primordiale, quella che aveva portato alla fusione tra Ds e Margherita».
Il welfare
«Oggi viviamo in una società che consente a quote crescenti di pensionati (non tutti, ovviamente) di farsi la vacanza all´estero e impedisce a quote crescenti di giovani di progettare un futuro: i primi vivono ancora nella stagione della società pre-globale, i secondi sono investiti in pieno dalla concorrenza al ribasso dei loro colleghi cinesi o indiani. Il sistema di welfare che abbiamo oggi, così com´è, è un lusso perché non è possibile estenderlo a tutti. Per una ragione molto semplice e amara: perché non c´è, né credo possa più esserci, lo sviluppo economico che lo potrebbe sostenere. Accade che oggi sia la destra a rappresentare meglio chi vive fuori dal giardino del welfare e subisce i rischi del mercato internazionale del lavoro. Questo è un paradosso perché a queste persone la destra propone una protezione dal resto del mondo che poi non potrà garantire, interpreta le loro paure piuttosto che risolvere i loro problemi.. I leader della destra sono stati capaci di presentarsi come la forza di contestazione del sistema. Sono loro che prendono il palazzo d´Inverno. E noi siamo lo zar che difende i privilegi e ammassa i comò contro la porta nell´estremo e disperato tentativo di fermarli. Noi siamo spesso identificati con la difesa dello statu quo… Noi siamo vissuti come se fossimo i rappresentanti in Italia dei banchieri della Bce. E siccome la Bce è quella che detta i vincoli e i limiti, siamo vissuti, in fondo, come fossimo i gendarmi della creatività italiana, i vigili urbani che danno la multa a chi lascia l´auto in doppia fila perché deve correre a prendere i figli a scuola…»
Il Pd
Oggi che cosa è il Pd?
«Non riesco a raccontarlo in un modo diverso se non come una somma di gruppi e sottogruppi più o meno accampati a Sant´Andrea delle Fratte. Quando ci arrivi è come se ci fosse una segnaletica stradale che ti indica i diversi piani e corridoi con i nomi delle correnti e delle loro varie componenti. È un problema logistico prima ancora che politico. La cosa, devo dire, non mi stupisce più di troppo. Anche alla fine della Prima Repubblica i gruppi e le fazioni sono diventati più importanti del partito stesso. È comprensibile, perché quello è il modo con cui ciascuno tenta di difendere il piccolo potere che ancora detiene….Saremmo probabilmente all´inizio di una storia nuova se Veltroni, dopo il discorso del Lingotto di avvio della sua candidatura, fosse riuscito a essere coerente con le parole dette. Invece purtroppo non è stato così. Sono tornati i caminetti, gli accampamenti dei valorosi, ognuno con le sue truppe….Se io fossi stato al posto di Bersani, dopo le regionali avrei fatto l´esatto opposto di quel che ha fatto lui. Avrei drammatizzato la crisi del partito, perché se tu la drammatizzi magari qualche risorsa sopita o nascosta viene anche fuori. Se invece tranquillizzi siamo sempre al punto di partenza: chi vive nel Palazzo d´Inverno sta sempre più sicuro e blindato nella sua stanza di Sant´Andrea delle Fratte e chi sta fuori starà sempre più fuori….Proviamo a immaginare che si vada a votare in primavera. Come è pensabile che la leadership che esprimerà il centrosinistra non sia un riferimento per un´area che va dal Veneto al Piemonte e che ha le dimensioni e il sistema economico di un medio stato europeo? L´alternativa è quella di lasciare queste plaghe totalmente in mano al centrodestra in uno scenario che per la sinistra non è dissimile da quello postapocalittico descritto da Cormac McCarthy nel suo La strada: chilometri e chilometri di desolazione. Ci vuole qualcuno che tenti, come il figlio del protagonista del romanzo, di salvarsi dalla disperazione.. Troverei utile se Bersani aprisse questo Pd avviando una discussione sulla leadership e il programma per le politiche coinvolgendo personaggi dentro e fuori il partito. Uno c´è già ed è Nichi Vendola, altri si possono aggiungere».
È ipotizzabile un ticket Chiamparino - Vendola per le politiche del 2013?
«Be´, io credo che tutto il tema dei diritti civili, ad esempio, sia molto sentito al Nord, forse più che al Sud e che Vendola sia certamente una persona che su quegli argomenti ha molto da dire. Così come è una persona che ha ben presente che cosa è la responsabilità dell´amministrare. Quanto ai ticket è noto che nascono dopo che le primarie hanno avuto il loro esito. In America accade così: Obama ha battuto Hillary Clinton alle primarie e poi è nata la collaborazione tra loro due. L´importante è che si riesca ad aprire un percorso in cui chi ha delle carte da giocare provi a giocarle. Non è che voglio sfuggire. Certo, se si aprisse un processo del genere ci penserei seriamente a provare a essere protagonista e a candidarmi. Perché penso che al Nord, e forse non solo al Nord, la mia figura possa rappresentare qualcosa nell´area del centrosinistra».


l’Unità 5.9.10
La distribuzione di ricchezza
E' possibile sopportare che, nel paese dove la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 30%, si facciano contratti con compensi di 1.800.000 euro l'anno ad una presentatrice (Antonella Clerici) mentre, per guadagnare la stessa cifra, un lavoratore con stipendio annuo di 30.000 euro - un privilegiato - impiegherebbe 60 anni?
RISPOSTA La distribuzione diseguale delle ricchezze è la base naturale del conflitto sociale ed è al centro dello scontro politico ormai da due secoli. Accettarla o favorirla da posizioni di destra inasprisce il conflitto e lo scontro: con esiti imprevedibili. Annullarla con la forza (l’esperimento staliniano) porta ad un appiattimento verso il basso che Marx tacciava di “comunismo rozzo”. Una proposta più ragionevole è quella di uno Stato che redistribuisce le risorse: utilizzando i proventi di una tassazione progressiva per investire nell’istruzione pubblica (che favorisce la mobilità sociale), nella sanità e nella previdenza. Molto al di là delle pagliacciate di governo, il problema del nostro paese, oggi, è quello di una riforma del fisco che obblighi chi guadagna molto a pagare un po’ di più, che tassi le rendite finanziarie e che obblighi chi compra spendendo molto (dal Suv alla barca, dalle ville all’appartamento di lusso: in Italia o all’estero) a documentare da dove (patrimonio o guadagno) ha preso i soldi. Difficile, se non si parte da qui, dire che si vuole essere coerenti con il principio costituzionale delle pari opportunità.

l’Unità 5.9.10
Atrocità di ieri e di oggi
di Ezio Pelino

Lo storico del colonialismo italiano, Angelo Del Boca, ha da tempo sbugiardato la rassicurante autorappresentazione: “italiani brava gente”, documentando le atrocità commesse in Libia ed Etiopia, con l’ impiego massiccio di armi chimiche, con le deportazioni e uccisioni di massa, la creazione di veri e propri campi di concentramento e di annientamento. Sono le vergogne del regime fascista che abbiamo prima negato e per le quali, poi, abbiamo dovuto chiedere scusa. Ora la storia si ripete. L’antico carnefice si allea con le antiche vittime per annientare le nuove vittime. Gli ultimi della Terra che fuggono la fame, le malattie, le guerre fratricide. Il trattato italo-libico, trofeo leghista-berlusconiano, ha autorizzato la costituzione di campi di concentramento per i migranti africani. Il trattato non prevede che l’Italia o l’Europa possano effettuare controlli sulle condizioni dei prigionieri, mentre è notorio che si tratta di feroci luoghi di detenzione e di morte. Un’alleanza cristiano-islamica nel nome del dio degli affari.

l’Unità 5.9.10
«Chi s’incatena per insegnare ha una passione che va compresa»
Gli scrittori del Campiello e la protesta dei precari Gad Lerner: un dramma sociale, umano ed esistenziale da cui non possiamo distogliere gli occhi
di Roberto Carnero

La protesta dei precari della scuola ha tenuto banco anche al premio Campiello, assegnato ieri a Venezia. È naturale che le sorti della cultura stiano particolarmente a cuore a chi, dei libri, ha fatto la propria scelta di vita. Così nella conferenza stampa della mattinata i cinque finalisti del prestigioso riconoscimento letterario (quest’anno alla sua quarantottesima edizione) non hanno mancato di stigmatizzare l’atteggiamento del ministro dell’istruzione Maristella Gelmini. Durissimo Gad Lerner, in cinquina con Scintille. Una storia di anime vagabonde (Feltrinelli): «Quello dei 200 mila precari della scuola è un dramma sociale, umano ed esistenziale da cui non possiamo distogliere gli occhi. Sono rimasto basito quando ho sentito la Gelmini affermare che non avrebbe parlato con loro perché, a suo dire, fanno politica. Ma scusi, signor ministro, lei invece cosa fa dalla mattina alla sera? È una reazione che non ha senso. La protesta dei precari non è solo la difesa sindacale, pure assolutamente legittima, di un posto di lavoro. È anche il segnale di un malessere diffuso nella scuola italiana, da troppo tempo penalizzata da tagli indiscriminati».
La critica più forte è che senza risorse e senza investimenti non è possibile offrire un’istruzione di qualità. È per questo che Laura Pariani, finalista con Milano è una selva oscura (Einaudi), da ex insegnante di Lettere in un istituto professionale lombardo, racconta come e perché ha deciso di lasciare la scuola circa una decina di anni fa: «La scuola non mi sembrava più un luogo di formazione e di educazione, ma il regno della burocrazia. Ed è chiaro che se non si investono denaro e attenzione in questo settore così strategico per il futuro del Paese le cose non potranno che peggiorare. Non crescerà la cultura, ma la barbarie. Per questo servono insegnanti motivati. Forse bisognerebbe capire che chi si incatena davanti a Montecitorio per chiedere di poter continuare a insegnare dopo molti anni che lo faceva rivendica anche tutta la passione per quel lavoro».
È d’accordo Gianrico Carofiglio, autore per Sellerio del romanzo Le perfezioni provvisorie, nonché attualmente senatore del Pd: «La miopia di questo governo sta nel pensare che ciò che non produce un reddito immediato, come la cultura, valga poco, cioè non valga la pena investirci troppo. Anzi, si taglia. Invece le cose stanno proprio all’opposto: nei momenti di crisi e di difficoltà economiche generali, è nella formazione e nella cultura che bisogna investire. Come stanno facendo governi più lungimiranti del nostro: in Spagna, Francia, Regno Unito, Germania». E anche Michela Murgia (Accabadora, Einaudi) sottolinea che la cultura non può mai essere vista come un valore antitetico a quelli economici: «L’ho capito in questi giorni qui a Venezia, parlando con gli industriali veneti che organizzano il Campiello: esempio di un’economia che valorizza la cultura. Cosa che non si può certo dire di Berlusconi, di Tremonti o della Gelmini». Silvia Avallone, vincitrice del Campiello opera prima con Acciaio (Rizzoli), si spinge ad affermare che se non fosse stato per questo suo fortunato romanzo (tra l’altro, anche secondo allo Strega) probabilmente oggi sarebbe anche lei tra gli insegnanti precari che manifestano in piazza: «Mi sto laureando in Lettere perché da sempre sogno di insegnare nella scuola secondaria. Purtroppo gli amici che si sono laureati in questi ultimi tempi, mentre io rallentavo il ritmo degli esami per scrivere il romanzo, non sono riusciti ad approdare alla scuola, a causa dei tagli agli organici. Mi ritengo fortunata, perché grazie al mio libro sono riuscita a sopravvivere, inventandomi, per così dire, un altro lavoro. Ma mi chiedo che cosa sarà domani. Anche perché non ho rinunciato al mio sogno di diventare professoressa».

l’Unità 5.9.10
Tubi rotti e lavagne multimediali
Così faremo scuola a Palermo
Da quarant’anni (provvisoriamente si fa per dire) un magazzino è stato adibito a succursale dell’istituto dove io insegno. L’estate non è bastata per aggiustare,
nemmeno i vetri...
di Mila Spicola

Prima ora: lezione di federalismo. A partire però dal mitico «caso concreto». Qualcuno potrebbe obiettarmi: in queste ore di urgenze ed emergenze, di protesta del mondo della scuola che monta e cresce, tu te ne vieni fuori con l’argomento più ammosciante, incomprensibile, da addetto ai lavori che esista in Italia? Vi riporto dal cielo alle fogne.
A chi tocca aggiustare la mia scuola? Come dire: è meglio approcciare il problema da un punto di vista sistemico o cartesiano oppure meglio ancora ripartire dai vissuti fenomenologici? Il fatto è che nel corridoio della succursale della scuola dove insegno, e io insegno esattamente nella succursale, ebbene, in quel corridoio esalano i tubi rotti che provengono dai bagni dei maschi. Tra la questione «federalismo» e «il tubo rotto» ci sta in mezzo tutta una galassia. Cominciamo dall’inizio e spero di farla breve: a Palermo su 280 scuole di pertinenza comunale (ormai sono ferratissima in materia: pertinenze, competenze , fondi, finanziamenti, rimbalzi), e cioè elementari e medie, 81 sono in locali in affitto. Quando va bene si va avanti, quando va male va malissimo. Il problema è che va quasi sempre malissimo. La mia succursale è proprio in un locale in affitto. Momentaneamente da quarant’anni: un ex magazzino trasformato in scuola: un ingresso, due corridoi lunghi, ai due lati le aule, in fondo i bagni. Potrebbe essere una camerata di un esercito, un ospedale, un manicomio, un campo di concentramento. Con
nera ironia potrei dire che a volte è un po’ di tutto ciò.
Da quarant’anni nessuno si è preso la briga di effettuare manutenzione ordinaria. Apri oggi, apri domani, anche l’infisso più bello si rompe, l’intonaco si scrosta, i bagni diventano latrine. Lo scorso anno abbiamo avuto la visita di diversi personaggi: scarafaggetti, un topino morto, muffe, e poi riscaldamenti a singhiozzo, e vabbè. Vetri rotti, e vabbè. Acqua dal cielo: sia ringraziato il cielo che ce la manda. Ed è iniziato il minuetto delle responsabilità. Sotto a chi tocca aggiustare tutto ciò: al proprietario? No. Al Comune. No. Alla Regione? No. Allo Stato? No. Ricominciamo dall’ultimo banco. A chi tocca? Al proprietario? «guardi che non vi paghiamo l’affitto», intima il Comune. Ecco. Forse tocca al proprietario. Intanto siamo a febbraio. Piove, fischia il vento, urla la bufera e noi stiamo lì. Intanto il ministro ci manda due bellissime lavagne multimediali. Fatto sta che non abbiamo in questo istante l’aula dove metterla, in succursale almeno. La piazziamo nella sala professori?
Ma sì, dietro la fotocopiatrice guasta, accanto al tavolone, con intorno sedie tutte diverse. No, non è design scandinavo: mancano proprio le sedie e a volte mi capita di trascinarmela dietro, la mia sedia. A me come ai ragazzi. E pure il banco. Manco fosse quello di Marx alla British Library, ancora lì col suo nome e cognome.
La preside inizia a far il suo tipo di rumore: un fax dai toni allarmanti indirizzato al prefetto, al sindaco, all’edilizia scolastica, al patrimonio, al consiglio comunale, al presidente della regione Sicilia, eccetera, eccetera, eccetera.
E poi viene maggio e giugno e la scuola è finita. Durante l’estate li fanno questi lavori è vero, ma solo ieri abbiamo visto cosa, delle cose che ci servivano è stato fatto... Si prospettano guai, doppi turni, riunioni sindacali, genitori allarmati e fax. Fiumi di fax. Si prospettano ragazzini dimenticati in modo ignobile. Qualcuno mi spieghi meglio e bene: il federalismo, il titolo V della Costituzione Italiana (quello della delega amministrativa delle competenze alle regioni anche in materia scolastica), la questione meridionale (saremmo a statuto speciale qua in Sicilia, speciale non si capisce bene in cosa... è una battuta), l’antimafia, la furbizia, il senso del dovere, la saggezza e l’umile buon senso. Entro cinque minuti però, sennò ve lo spiego io. E altro che cinque in condotta. Sarebbero da espulsione da tutte le scuole del regno, come si diceva una volta. Io invece in quella scuola ci devo entrare e ci devo stare. Con 300 ragazzi dal 15 settembre.

l’Unità 5.9.10
L’allarme del figlio di Sakineh: accelerano, vogliono lapidarla
La pena di morte a cui è condannata, sospesa per le pressioni internazionali, potrebbe essere eseguita da un momento all’altro. Lo denuncia il figlio insieme alla sparizione del dossier sull’omicidio del padre.
di Rachele Gonnelli

«Se non ci fossero le pressioni internazionali mia madre sarebbe già morta». Il figlio di Sakineh Ashtiani, la donna iraniana condannata alla lapidazione, da quattro anni nel braccio della morte del carcere di Tabriz, non esclude che l’esecuzione ufficialmente sospesa possa però avvenire nelle prossime ore. Sajjad Ghaderzadeh, 22 anni, ha inviato una lettera di denuncia al sito ito «The International Committee Against Executions» e ha concesso una lunga intervista al quotidiano della sinistra francese Libération. In base alle informazioni ottenute dall’avvocato d’ufficio trramite il passa-parola delle altre detenute pare che Sakineh sia stata anche condannata ad una pena ulteriore per una foto pubblicata da Times di Londra a capo scoperto, cioè senza indossare l’hijab d’ordinanza. Condannata 99 frustate per aver diffuso corruzione e indecenza.
L’IMBROGLIO
Peccato che oltretutto la foto in questione non ritraesse Sakineh ma, a quanto racconta il figlio, un’altra donna. Sajjad non sa spiegarsi perchè il rigoroso quotidiano britannico, che pure si è scusato pubblicamente dell’errore, abbia sbagliato foto che gli sarebbe stata fornita dall’ex legale di Sakineh, l’avvocato Mohammad Mostafei che proprio per aver difeso sua madre è stato costretto a lasciare l’Iran e a rifugiarsi in Norvegia. Il figlio di Sakineh non nutre rancore verso Mostafei neanche per aver recentemente avanzato anche lui dubbi sulla colpevolezza della donna nella complicità per l’omici del marito, il padre di Sajjad. Il ragazzo è fermamente convinto dell’innocenza della madre. E racconta tramite la giornalista franco iraniana che l’ha intervistato di aver perdonato anche il vero assassino di suo padre, Taheri, che ha confessato in lacrime a lui e a sua sorella la verità. L’uomo, con cui secondo la giustizia iraniana Sakineh aveva una relazione adulterina, è libero. Ma questo per Sajjad è giusto, essendosi sposato e padre di una bambina di tre anni.
Sajjad che fa il bigliettaio a Tabriz, la città dove la madre è detenuta ma non può vederla -, scusa tutti. Per lui l’avvocato Mostafei «ha fatto un buon lavoro» e i suoi dubbi sulla colpevolezza della madre sono solo frutto della paura per ciò che può succedere alla sua famiglia in Iran. Non sono basati su prove perché de-
nuncia Sajjad il legale non ha avuto accesso al fascicolo dell’inchiesta sulla morte del padre. Quel fascicolo infatti sarebbe sparito dagli archivi. Il suo nuovo avvocato, Houtan Kian, non sarebbe riuscito a trovarne una copia neanche negli archivi del villaggio di Oskou da dove è originaria la sua famiglia. Per il giovane Sajjad la sparizione delle prove sarebbe la dimostrazione che le autorità iraniane stiano tentando di «aggiustare» il caso per giustificare una sentenza sbagliata e non coprirsi di ridicolo di fronte al mondo. Sajjad sa, sempre dalle altre detenute che i carcerieri minacciano continuamente la madre di morte. Ora le prospettano altre 99 frustate. Sajjad era presente, aveva 16 anni, nel 2006 quando fu sottoposta alla prima fustigazione nel 2006. In carcere da allora poteva visitarla una volta a settimana, il giovedì. Ma i colloqui sono stati sospesi da quando un mese fa è comparsa in diretta nella tv di Stato e ha confessato tutti i crimini di cui è accusata. Una confessione estorta con le torture, il figlio ne è certo. Così come è sicuro che il regime subisce le critiche. Ieri Teheran ha punito il capitano della Roma Francesco Totti per le sue rose a sostegno della campagna per Sakineh. Un mese di oscuramento della squadra per «l’interferenza».

Repubblica 5.9.10
"Ecco casa Freud tra papà Lucian e l’ombra di Sigmund"
Esther Freud, ritratto di famiglia
di Enrico Franceschini

Sigmund, il bisnonno, inventò la psicanalisi: "Dai vecchi mobili salta ancora fuori qualche suo foglietto". Ernst, il nonno, fu un grande architetto. Suo padre, Lucian, è uno dei maggiori pittori viventi: "Davvero ha avuto quaranta figli?". Lei, scrittrice, qui si confessa: "Non mi sveglio al mattino pensando al mio cognome"

Chissà cosa avrebbe commentato il suo celebre bisnonno, considerato che la casa in cui Esther ha traslocato, ad Highgate, è vicina a quella in cui visse il fondatore della psicoanalisi, ad Hampstead, ora diventata un museo. Una coincidenza? Non è lontana nemmeno la casa di Ernst Freud, uno dei figli di Sigmund, a St. John´s Wood, e in fondo anche la casa-studio in cui abita il figlio di Ernst, il pittore Lucian, a Notting Hill, appartiene alla medesima zona di Londra: la parte settentrionale dell´immensa metropoli, la più intellettuale, progressista, influenzata e attraversata nel tempo dalla presenza ebraica.
Sigmund Freud arrivò a Londra da Vienna nel 1938, l´anno in cui l´Austria fu annessa al Terzo Reich, mentre nella Germania nazista esplodeva l´antisemitismo, presagio dell´Olocausto e della Seconda guerra mondiale: sarebbe morto appena un anno più tardi, nella capitale britannica. Suo figlio Ernst Ludwig Freud era un affermato architetto a Berlino, quando nel 1933 sentì che l´aria era pericolosamente cambiata e precedette il padre a Londra, dove ricominciò subito a lavorare con successo: fu lui a restaurare la casa di Hampstead in cui si trasferì Sigmund, quella che adesso è un museo. Ernst morì trent´anni fa. In Germania gli erano nati tre figli, di cui due maschi, uno dei quali, Clement, deceduto a Londra lo scorso anno, è stato un uomo politico e notissimo commentatore radiofonico nel Regno Unito; l´altro, Lucian, nato a Berlino nel 1922, immigrato in Inghilterra con i genitori quando era undicenne, è considerato uno dei maggiori pittori viventi. I suoi quadri di parenti, amici, personalità dello spettacolo, della moda, dell´alta società, spesso ritratti nudi, distesi su un letto o su un divano, a tinte fosche, cariche di drammatico erotismo, sono un´icona dell´arte contemporanea.
L´erotismo che lo contraddistingue non si limita al suo atelier di artista, dove quando è al lavoro rimane chiuso per ore, giorni, indossando un lungo grembiule da macellaio macchiato di vernice, e talvolta poco altro sotto di quello. Lucian Freud ha pure fama di insaziabile dongiovanni, o predatore secondo i maligni. La leggenda afferma che ha avuto quaranta figli, all´incirca da altrettante donne. Mesi fa lo incontrai a un party della Londra bene: c´erano l´attrice Christine Scott Thomas, il cantante Brian Eno, tanti vip, ma la vera star della serata era lui, che a ottantotto anni si aggirava silenzioso fra gli invitati, sguardo rapace, camicia di fuori e cravatta penzolante, seguito da una giovane donna che gli andava dietro come un cagnolino.
«Quaranta figli?», sorride Esther, che è una di loro. Non pare imbarazzata, casomai divertita. «Non saprei il numero esatto. Di certo siamo tanti. Con molti mi sono incontrata, con alcuni abbiamo creato un bel rapporto. Ma sono consapevole che ve ne sono altri di cui nemmeno conosco l´esistenza. Penso che ci incontreremo tutti soltanto dopo la morte di mio padre, davanti a un notaio, alla lettura del testamento».
Esther Freud ha praticamente conosciuto suo padre soltanto dopo avere compiuto sedici anni. Sua madre ebbe una breve relazione con Lucian: «Non stavano già più insieme quando io sono nata», ricorda. «Da piccola andavo a trovarlo un paio di volte l´anno. Ma solo quando sono cresciuta abbiamo cominciato a frequentarci regolarmente e a sviluppare un vero rapporto padre-figlia». I suoi due romanzi più famosi hanno una forte chiava autobiografica: Innamoramenti (pubblicato in Italia da Voland) è la storia di una sedicenne che impara a conoscere il padre; e Marrakech (di prossima uscita per la stessa casa editrice) è il ricordo del tumultuoso viaggio e delle impreviste avventure in Marocco, negli anni Sessanta dei figli dei fiori, di una bambina di cinque anni con la madre, proprio come accadde a lei da piccola. Un libro, quest´ultimo, che in Gran Bretagna la fece entrare nella classifica dei «venti scrittori giovani più promettenti» stilata dalla rivista Granta.
Nonostante i suoi successi nella narrativa e il matrimonio con un affermato attore inglese, David Morissey (l´interprete di Basic Instinct 2 accanto a Sharon Stone), Esther è abituata a suscitare curiosità per il suo cognome. «Del mio bisnonno, naturalmente, ho solo sentito parlare», racconta. «E neanche molto. Mio padre aveva diciassette anni quando Sigmund Freud morì. Si ricorda del nonno, ma ne parla di rado. Dice che era buffo, divertente. Tirava i denti a lui e ai suoi fratelli, quando erano bambini, per gioco. Scherzava volentieri, almeno con loro. Non so quanto il nome Freud abbia pesato su mio padre, se e quanto si sia interrogato sul nonno. Una volta mi disse di avere scoperto un foglietto di carta, apparentemente nascosto in un vecchio tavolo che era stato nella casa di Sigmund e poi era finito nella sua. C´era scarabocchiato qualcosa in tedesco, mio padre lo fece tradurre pensando che potesse contenere un messaggio, magari, fantasticava, le ultime parole di Freud sulla psicoanalisi, dall´aldilà: invece era solo una lista della spesa, o qualcosa del genere, senza importanza, e probabilmente nella fessura del tavolo ci si era ficcato per sbaglio».
Lucian non ha nulla del nonno, secondo sua figlia. «Ne è l´antitesi. Sigmund è lo scopritore dell´inconscio, fruga nei significati reconditi dietro ogni nostra azione. Mio padre è l´uomo più istintivo che io conosca. Per questo non si può criticare il suo comportamento privato, con le donne o con altri: tutto quello che fa, lo fa a pelle, di getto, con incredibile naturalezza. Mio padre non ha mai fatto analisi, non è mai stato da uno psicoterapeuta, non è il tipo». La sessualità, però, è stata un tema al centro degli studi di Freud ed è un elemento cruciale anche dei quadri di Lucian. «È vero. Ma le confido un curioso aneddoto su mio padre. In uno solo dei miei romanzi ci sono pagine di sesso, che descrivono esplicitamente una coppia che fa l´amore. Poiché il protagonista è un artista, lo diedi da leggere a mio padre, per sapere se il personaggio era realistico. Mi disse che l´artista andava benissimo, ma che le scene di sesso, secondo lui, erano troppo esplicite, e non aggiungevano nulla alla storia. Suggerì di tagliarle».
Esther è stata a casa di Sigmund Freud solo dopo che l´edificio era diventato un museo. «La prima volta mi ha fatto un effetto strano. La sentivo estranea e familiare al tempo stesso. Non sono una che si sveglia al mattino pensando: mi chiamo Freud. Eppure, in quella casa, provai un brivido». Ernst Freud morì quando lei era una bambina di sette anni: «Credo di averlo visto in tutto un paio di volte il nonno. Più tardi visitai la nonna, nella casa di St. John´s Wood, volevo sapere di più su di loro, e sul padre di Ernst, su Sigmund. Il genio, e la sregolatezza che spesso l´accompagna, forse si sono tramandati saltando una generazione, nella nostra famiglia: da Sigmund a mio padre Lucian, saltando Ernst, che era un architetto stimatissimo ma una persona molto ordinata e regolare, proprio come me. Mio nonno avrebbe potuto essere un ottimo rabbino, se fosse stato religioso, senonché suo padre, Sigmund, aveva respinto totalmente la fede e la religiosità, e i figli sono cresciuti alla stessa maniera».
Nella casa di Highgate, Esther apre un cassetto, estrae un vecchio quaderno: elenchi di nomi, appunti sparsi, il menù di una cena del 1928, vergati con bella calligrafia da suo nonno Ernst. Dalle pagine ingiallite salta fuori un foglietto piegato a metà: «Una lettera di Sigmund Freud a suo figlio Ernst, avevo dimenticato di averla, non so nemmeno cosa ci sia scritto, né ricordo come l´ho avuta». Cerca di tradurre qualche parola, con il poco di tedesco che ha imparato: una lingua che ha voluto studiare, un legame anche quello con il bisnonno, con il passato. Alle sue spalle, appesa al muro, c´è una grande fotografia: ritrae suo padre Lucian che sta facendo il ritratto a suo figlio Albie. In un angolo della foto si intravede un piede, una gamba: «È la mia, ero seduta per terra nello studio di papà, a Notting Hill, stavo leggendo l´Hobbit a mio figlio, per distrarlo nella lunga seduta di posa». Si sofferma in silenzio a guardarla. È il ritratto di suo padre, grande pittore? O di suo padre che ritrae suo figlio, il più piccolo dei Freud, sebbene porti il cognome del padre? Oppure il vero soggetto dell´immagine è quello fuori quadro, è quello che guarda non visto dall´esterno, è lei, Esther Freud? «Forse è il ritratto di tutti e tre. Non capita spesso che più generazioni della nostra famiglia si ritrovino insieme, nella stessa casa». Casa Freud. La casa che Esther infine ha trovato, e che ha smesso di sognare.

"La scuola intontisce"
n realtà non crediamo alla possibilità di una visita a Vienna da parte di Oli e di Henni, anche se li vedremmo volentieri. Il mio viaggio per il matrimonio a Berlino è infatti molto incerto.
Se devo ritagliarmi tre mesi di ferie, qui non posso perdere nemmeno un giorno per la carriera.
A casa tutto bene. Anna è senz´altro molto allegra, benché nel suo futuro non veda nulla di ciò che desidera. Heinele cresce bene, in generale ci si chiede se la scuola riuscirà a intontire anche questo bambino. Harry si sta riprendendo dall´itterizia per un´influenza.
L´ultima foto di Henni con Gabriel non era buona, mostra una decadenza dell´arte di Oli. Quanto a Michael, in lui non c´è ancora nulla di autentico.
Per il resto Vienna è molto ripugnante.
Cari saluti a te e, tramite te, a Lux
Tuo padre
(Traduzione di Alessandra Henke. Trascrizione di Harald Toniatti. Si ringrazia per la collaborazione l´Archivio di Stato di Bolzano)

Repubblica 5.9.10
La cultura e l’aria di libertà
di Adriano Prosperi

Vorrei dire due parole sulla questione aperta – e chiusa – da Vito Mancuso. Lo faccio sfidando consapevolmente un forte senso del ridicolo. Che l´opinione di qualche saggista e di qualche professore sulla propria collaborazione con le edizioni Einaudi e Mondadori possa avere un qualche interesse per i lettori o addirittura un peso politico è – secondo me – un seducente autoinganno. Ma il problema soggettivo e morale esiste: e vorrei spiegare come l´ho personalmente affrontato. Lo faccio in pubblico perchè mi preoccupa il clima che sta montando intorno a un ambiente di lavoro che conosco e che mi è caro: quello, appunto dell´Einaudi. Anni fa , quando avvenne il passaggio di proprietà della Mondadori e dell´Einaudi, la scelta di andarsene da parte di autori storici come Carlo Ginzburg e Corrado Stajano pose anche agli altri il problema della compatibilità tra il lavoro intellettuale e il rapporto con la proprietà di Berlusconi. La mia scelta privata, privatissima, fu quella di continuare in una collaborazione da cui avevo avuto ben più di quanto potessi sperare di riuscire a dare. Pensai allora che la corruzione di un sistema si ostacola cercando di contendergli il terreno, di salvare quello che vale la pena di trasmettere. Avevo in mente il modo in cui Benedetto Croce aveva risolto il problema – ben più grave – del suo rapporto con l´Italia fascista: espatriare o restare? Un problema che qualcuno si è posto di nuovo in questi anni e che forse potrebbe diventare attuale se andranno in porto le «riforme» della giustizia, l´informazione, la scuola e l´università concepite dal regime attualmente dominante. Arginare la corruzione, salvare gli strumenti e la memoria del lavoro culturale. Questa fu la giustificazione morale che mi detti e che ancor oggi mi sembra valida. L´Einaudi valeva la pena. Einaudi era allora - e continua a essere oggi - una casa editrice con una identità scolpita nel suo catalogo, con una storia speciale nel contesto della cultura italiana: una storia condivisa e mantenuta in vita da una folla di dirigenti, redattori, impiegati, collaboratori, autori, traduttori, correttori di bozze e – non certo ultimi – da una rete di librai e di venditori rateali, tramite prezioso con la comunità dei lettori. Farne parte, sia pure a livelli minimi, era – è – un onore: un onore per se stessi, un qualcosa che rincuora, non una patacca di appartenenza a una scuderia di cavalli di razza. Perché una cosa va detta a scanso di equivoci: non si è «autori di qualcuno»; non si è una merce posseduta da un padrone. Nell´umbratile campo dove lavoro l´unica cosa di cui si ha bisogno è la libertà. Quell´aria di libertà che ho ritrovato nell´ambiente di «Repubblica» non è diversa da quella che si è respirata all´Einaudi in tempi ben più difficili di quelli presenti e che ancora vi si respira.

Repubblica 5.9.10
Gli italiani di Mazzacurati cialtroni ma pieni di passione
Il regista firma una commedia amara con Orlando e Battiston
di Paolo D’Agostini

VENEZIA - Una banda di disgraziati, un´accozzaglia di cialtroni, un raccogliticcio gruppo di tipi votati alla sconfitta. Ma qualcosa in fondo a loro li fa sentire uniti e uomini, li costringe almeno per il soffio di un momento a riscattare la propria dignità. Vi suona? È quello che avete già visto, riso e pianto, parecchie volte nel cinema italiano. I soliti ignoti, La grande guerra, I compagni, L´armata Brancaleone. I film di Mario Monicelli. Carlo Mazzacurati, come Paolo Virzì, cura con la passione (già, La Passione, recita il titolo: più "parola chiave" di così) di un figlio riconoscente ma anche deciso a fare di testa sua l´eredità che gli è toccata. Che si è scelta.
Silvio Orlando è (come nel Caimano) un regista fuori corso e fuori mercato, fuori tutto e insomma alla canna del gas. Si chiama Gianni Dubois. Mentre spunta la miracolosa e pietosa offerta di ideare una storia per una divetta televisiva (Cristiana Capotondi) decisa a farsi nobilitare dal grande schermo, succede che Dubois deve scapicollarsi nel bel paesino toscano dove, chissà come lui così spiantato, possiede una bella casetta antica. L´impianto idrico fatiscente della bella casetta confina purtroppo con la parete affrescata del duomo. Con il più disarmato dei sorrisi e le più accattivanti professioni di ammirazione per lui, la sindachessa (Stefania Sandrelli) e l´assessore (Marco Messeri) lo ricattano: o "il maestro" si presta ad allestire l´annuale e consueta sacra rappresentazione del Venerdì Santo oppure parte una denuncia alle Belle Arti. Mancano cinque giorni. Disperato, Dubois, dice sì. Arrampicandosi sugli specchi con quelli che aspettano la storia per la divetta e che lo trattano come una merda.
Il materiale umano a disposizione è quello che è. Il più cane di tutti è la star della tv locale (Corrado Guzzanti), attore cane che recita da cane anche le previsioni del tempo, suo cavallo di battaglia. Dovrà essere lui (ma, colpo di scena finale, non sarà) Gesù. La svelta camerierina polacca del bar (Kasia Smutniak) teneramente attratta dallo sgualcito Dubois, farà la Maddalena. Fido assistente sarà Ramiro (Giuseppe Battiston più grande che mai), ex galeotto conosciuto da Dubois quando il regista ha tenuto un seminario in carcere, provvidenzialmente incontrato mentre gira da queste parti con un suo miserevole spettacolino di strada. Si può immaginare il vortice di malintesi. E si può immaginare il sentimento di Dubois, schifato per essere finito tanto in basso.
Ma ci siamo. La processione deve partire, le strade e le stazioni dove la processione si fermerà per rappresentare i vari quadri, inclusi ovviamente l´Ultima Cena e il Golgota, sono gremite di gente. L´attore cane è fuori uso dopo un incidente. C´è da sostituire Gesù. L´abbraccio tra Orlando e Battiston porta in sé la commozione e la solidarietà dell´ultimo estremo gesto che affratella i fanti infingardi Busacca e Jacovacci. Non cambieranno le loro vite, tantomeno cambierà la Vita e la Storia. Ma una luce, un lampo di riscatto c´è stato e resterà indimenticabile.
Non è un "film serio", è tutto per scherzo. Ed è tutto così mediocremente rinchiuso dentro la futilità del fare spettacolo, oltretutto a livelli meno che bassi. Ma Il Grande Dittatore non era uno scherzo? E Vogliamo vivere di Lubitsch non era una pagliacciata? Un bel film dedicato a tutti coloro che "ci mettono l´anima". Di qualsiasi cosa si tratti, è una questione di principio. E di dignità.

Corriere della Sera 5.9.10
Il saggio di Yerushalmi
Spagna, 1492: l’antisemitismo prima di Hitler
di Stefano Jesurum

I nazionalismi c’entrano poco o nulla, i processi politici o l’affermazione di una visione secolarizzata e laicizzata della Storia pure. Ciò che conta veramente è «il sangue», la discriminante «fisica», quell’essere, e proprio quello, uomo e donna, vecchio e bambino. Non è dunque vero che antigiudaismo religioso (cristiano) e antisemitismo razzista siano momenti storico-ideologici disgiunti: insomma, è stata l’Europa moderna la grande incubatrice di Auschwitz. Di conseguenza, il pregiudizio razziale, l’incubo del «meticciato» — con cui ancora oggi ci troviamo spesso a fare i conti — sono il nucleo di un percorso che agisce nel profondo della (nostra) cultura. Ecco perché il monitoraggio continuo diventa obbligo, etico prima ancora che politico. È questa la dirompente lettura lasciataci da Yosef Hayim Yerushalmi (lo storico della Columbia University di New York scomparso l’anno scorso) nel suo Assimilazione e antisemitismo razziale: i modelli iberico e tedesco (traduzione di R. Volponi, introduzione di D. Bidussa, Giuntina, pp. 74, 8). Una lezione che dice come tra la Spagna della Grande Espulsione (1492) e la Germania di Hitler o l’Italia di Mussolini esista una comunanza tragica, la pretesa purezza della stirpe. Lo sottolinea Bidussa: «La limpieza de sangre non è l’ultimo residuo premoderno di un’Europa altrimenti volta verso la modernità. È parte del processo di costruzione dell’Europa moderna, dell’idea di nazione che la caratterizza». Ne discende che se alla base della violenta unificazione religiosa attuata in Spagna e Portogallo da Isabella la Cattolica c’era una concezione dell’ebreo identificato non su basi religiose ma fisiche, quello è l’imprinting su cui, consciamente o no, ci muoviamo a tutt’oggi nei confronti delle minoranze. Lo spiega Yerushalmi: «Nel Medioevo l’intera Europa cristiana aveva percepito il suo problema ebraico essenzialmente in una stessa ottica: quella della conversione. Gli ebrei erano un gruppo a sé perché rifiutavano ostinatamente di accettare la verità cristiana dominante. Se si fossero convertiti, sarebbero scomparsi come entità distinta e il problema, per definizione, avrebbe cessato di esistere. Di tutti i Paesi, la Spagna era quello che era giunto più vicino a realizzare il sogno paneuropeo. Per ironia della sorte, solo a quel punto un numero crescente di spagnoli cominciò a capire, con una sensazione di forte trauma, che, ben lungi dall’aver risolto il problema, le conversioni di massa lo avevano solo acerbato. Fino a quando erano rimasti all’interno della loro antica religione si era anche potuto contenerli attraverso leggi restrittive, entro limiti ben definiti. Ora, all’improvviso, l’intero corpus della legislazione antiebraica non era più applicabile nei confronti dell’enorme gruppo di conversos. Tecnicamente e legalmente cristiani, essi potevano fare ciò che volevano, e per molti spagnoli ciò era intollerabile». Il «nemico» da «esterno» si era tramutato in «interno». Lezione importante per il dibattito sulle integrazioni possibili.

Corriere Fiorentino 5.9.10
Primo giorno di scuola, ed è subito assemblea: Cgil contro la Gelmini
Tagli e precari: lezioni nel caos il 15 settembre
di Alessio Gaggioli

Il primo giorno di scuola non sarà il 15 settembre, ma il 16. Cgil, Cisl (i sindacati più forti tra gli insegnanti) e Gilda hanno indetto proprio per il 15, e non caso, l’assemblea sindacale aperta a tutto il personale docente e ata di tutti gli ordini della scuola statale di Firenze e provincia. Quattro ore— dalle 8,30 alle 12,30— di quella che non sarà una semplice riunione, perché la sede dell’assemblea sarà il Saschall. Non si tratterà formalmente di uno sciopero, ma la chiusura delle scuole nel giorno della riapertura è pressoché sicura. Proprio in questi ultimi giorni, infatti, viste le adesioni di insegnanti e bidelli, stanno informando le famiglie dell’obbligato posticipo dell’inaugurazione dell’anno scolastico delle scuole dell’infanzia, elementari, medie e superiori.
«La scelta di fare l’assemblea il primo giorno del nuovo anno scolastico ha un forte valore simbolico— dicono i sindacati sul volantino che circola da settimane nelle scuole— perché vogliamo dare all’opinione pubblica un segnale chiarissimo del forte ridimensionamento della scuola statale causato dalla politica governativa, tesa da un lato alla sua destrutturazione e dall’altro a favorire la privatizzazione del servizio». La protesta riguarda ovviamente l’eccessivo numero di precari e il presunto taglio degli organici. Di questo si parlerà nell’assemblea del 15. Da cui però ha deciso di tirarsi indietro la Uil— e la Cisl che aderirà solo all’assemblea del Saschall e a Pisa, «le due situazioni più problematiche, due scelte mirate salvo ripensamenti perché abbiamo notizie di stampa che in questi giorni ci sarebbe stato un adeguamento degli organici», spiega la segretaria regionale Cristina Zini— che a Firenze organizzerà un’assemblea sindacale lo stesso giorno, ma alle 17 — per non incidere sul servizio — nella sede di via Corcos.
«Stavamo lavorando di comune accordo su una iniziativa di protesta— spiegano i responsabili della Uil, Cristiano Di Donna e Alessandro Rizzello — ma non interrompere il servizio e soprattutto organizzare una manifestazione di quel tipo: un po’ troppo politica per i nostri gusti e a cui parteciperanno anche assessori che interverranno (annunciata anche la presenza dell’onorevole del Pd Rosa De Pasquale, ndr) ». Al Saschall ci saranno gli assessori alla scuola del Comune Rosa Maria Di Giorgi e della Provincia Giovanni Di Fede. «Sono molto perplessa sulla forma che è stata scelta che produrrà un forte disagio alle famiglie. Ma sono stata invitata e ci sarò perché ritengo — spiega Di Giorgi— si debba fare pressione contro quella che non è una riforma, ma solo una manovra economica».
«Non aderisco alla manifestazione, partecipo e basta — replica Di Fede — perché è giusto che io segua un dibattito sui problemi dell’istruzione. Esercito comunque un ruolo politico, ma istituzionale che va oltre gli schieramenti. E dunque cerco di fare il bene della scuola. Se interverrò spiegherà cosa stiamo facendo sulla Provincia, non terrò certo un comizio». Assemblea o manifestazione (politica) con il capro espiatorio Gelmini? «La politica sta in tutto, anche in quello che mangiamo— risponde Antonella Velani, segretaria provinciale per la Cisl— noi abbiamo invitato i nostri interlocutori istituzionali che sono gli assessori, a prescindere dal colore di appartenenza».

Il Sole 24 Ore Domenica 5.9.10
Dietrotogie
Hitler, leggende e Dna
L'uso idelogico della scienza arriva a manipolare lke teorie genetiche per affermare la divisione in razze e le origini ebraiche del Fuhrer
di Anna Foa

La notizia apparsa nei giorni scorsi su alcuni giornali che Hitler avesse origini ebraiche è una di quelle leggende che da decenni riappaiono periodicamente sulla stampa. Essa attrae immediatamente l'attenzione dei lettori per il suo carattere dietrologico, qualità che piace immensamente ai più, sempre ansiosi di scoprire quali sono le cause occulte delle cose. In più essa ha un evidente carattere antisemita, vuole cioè dimostrare che gli ebrei si sono sterminati da soli, che era ebreo anche chi ha concepito la Shoah. Argomentazione, sia detta en passant, che è stata fatta anche a proposito dell'Inquisizione spagnola, ovviamente un'invenzione ebraica, e del sommo inquisitore Torquemada, di cui si è indagata la possibilità di una sia pur lontana origine ebraica. Anche in questo caso, sarebbe stato ebreo, sia pur convertito, tanto chi saliva sui roghi che chi accumulava la legna per il rogo! Idea che ben corrisponde all'immagine prettamente antisemita di un ebraismo onnipresente e tentacolare, all'origine di ogni evento. Un antisemitismo, inoltre, in qualche modo inconsapevole, che non odia gli ebrei, ma si limita a svelarne l'inquietante presenza. E una tesi che conforta perfino l'idea, diffusa questa nel mondo ebraico, dell'esistenza di tanti ebrei antisemiti e negatori di sè stessi.
A rendere però più discutibile e pericolosa questa ennesima versione della leggenda è l'abito scientifico che riveste: secondo il «Daily Telegraph» che riprende a sua volta la rivista belga «Knack», uno studio condotto sul Dna di 39 parenti di Hitler, sulla cui identità viene tenuto un rigoroso segreto per non esporli al pubblico ludibrio, ma che hanno gentilmente prestato la loro saliva per questa ricerca, ha individuato nel loro Dna un cromosoma raro fra gli occidentali e comune fra gli ebrei e i berberi. Il problema non è l'evidente malafede dell'operazione, rna l'uso che viene fatto della scienza: invece di essere la dimostrazione dell'infinito meticciato degli esseri umani, il Dna diventa così il sostegno scientifico alla teoria di una divisione degli esseri umani in razze. Anche Sarrazin, ricordiamolo, nelle sue affermazioni che gli sono costate il posto e la reputazione ha usato l'espressione "un unico gene" per attribuire agli ebrei una diversità naturale. Dietro il linguaggio scientifico male interpretato riemerge una cultura della razza che credevamo sconfitta per sempre dai suoi terribili esiti nella Shoah ma che nel secolo precedente aveva egemonizzato la cultura europea.
Eppure, le recenti teorie genetiche portano nella direzione opposta. L'indagine sul genoma ha dato un'immagine unitaria del genere umano: l'origine è una sola, le differenziazioni appartengono alla storia. Gli studi dei genetisti dimostrano che ci sono differenze genetiche più sensibili tra un ragioniere di Cmno e il suo vicino di casa, che fra lo stesso ragioniere e un cinese. Le differenze, ci spiegano, sono tra individui, non tra "razze". Il colore della pelle è solo una tra le infinite variabili della diversità fra individuo e individuo. Eppure, se mi capita di toccare l'argomento a lezione, i miei studenti si stupiscono. Semplicemente, non lo sanno, nessuno gliel'ha mai spiegato a scuola. Se questo succede in una facoltà universitaria umanistica, figuriamoci a livello di cultura diffusa. Nella testa dei più, le argomentazioni della scienza forniscono il supporto a un'immagine dell'umanità sostanzialmente simile a quella di un secolo fa. Scienza è uguale a natura, a immutabilità, a necessità. La sfera della libertà e della infinita mutabilità è, nell'immaginario dei più, quella dello spirito, dell'etica, della religione e non altra. Si può essere antirazzisti per motivi etici e religiosi, ma non scientifici: se si parla di Dna ecco che si riaffaccia l'idea di razza, l'idea che i geni dimostrino la diversità di questo o quel gruppo. E un problema di mentalità oltre che di vera e propria ignoranza, e per cambiare le mentalità ci vogliono tempi lunghi. Nel frattempo, non stupiamoci di vedere geni e Dna utilizzati come armi improprie, forse per dimostrare, dopo Hitler, che anche Goebbels ed Eichmann erano ebrei e che i geni degli ebrei, portatori di una diversità immutabile, serpeggiano occulti tra noi.