mercoledì 15 settembre 2010

l’Unità 15.9.10
Italia-razzismo
«Emergenze», creativi e intellettuali per un futuro di emancipazione
di Pino Di Maula

Molta attesa per l’iniziativa che un gruppo di creativi e intellettuali ha intitolato “Emergenza di identità, migranti, donne e artisti”. Si tratta di un vero e proprio esperimento culturale che si terrà, a Roma, grazie all’interesse dell’XI Municipio nell’Istituto Superiore Antincendi in via del Commercio. Non poteva esserci luogo più congeniale al calore che potrebbero produrre molte delle proposizioni teoriche previste per fondere le scienze economiche e politiche con la ricerca sulla realtà umana. È l’unica via, ragionevolmente irrazionale, per cogliere la sfida sull’emancipazione di migranti e donne. La partecipazione diventa così anch’essa un’arte per dare al futuro un volto finalmente umano. La chiamano “Emergenze” evocando il tema della sicurezza, sapendo che, in verità, ciò che emerge vale più di una rivoluzione, se sa tirar via la cultura dominante dalle sabbie mobili del ’68 e dai limiti teorici del marxismo per elaborare un pensiero nuovo su immagine e identità, massa e classe, libertà e identità, uomo e donna. E chissà cos’altro. In fondo si tratta, appunto, di un esperimento. Che vale la pena ripetere, almeno una volta l’anno. La prima edizione inizia venerdì 17 e termina sabato 25 settembre. L’approccio adottato punta all’interrelazione fra una pluralità di linguaggi e di discipline sia scientifiche che artistiche. In pratica “Emergenze di identità” si articola in una giornata di ricerca, un incontro fra registi, una mostra d’arte e una rassegna di spettacoli. Tra i tanti ospiti attesi: Federico Masini, Giuseppe Vitaletti, Ernesto Longobardi, Luigi Manconi, Guido Melis, Francesco Dall’Olio, Ernesto Maria Ruffini, Annelore Homberg, Shukri Said e Jean Leonard Touadì.

ADNKRONOS 12.9.10
MOSTRE: MIGRANTI E DONNE, 'EMERGENZE D'IDENTITA'' DAL 17 SETTEMBRE = A ROMA, ALL'ISA, VIA DEL COMMERCIO 13
Roma, 12 set. (Adnkronos) - Donne e migranti, uniti dalla necessita' di muoversi. Per emanciparsi e soddisfare una emergenza di identita'. Saranno al centro di un evento culturale ideato e realizzato dall'associazione ComunicAzioni, che unisce arte, letture e performance, in programma a Roma, all'Istituto Superiore Antincendi di via del commercio 13, dal 17 al 25 settembre.
L'approccio adottato punta all'interrelazione fra una pluralita' di linguaggi e di discipline sia scientifiche che artistiche. Secondo gli organizzatori, e' questa l'unica via, ragionevolmente irrazionale, per cogliere la sfida sull'emancipazione di migranti e donne. In pratica, ''Emergenze di identita''' si articola in una giornata di ricerca, un incontro fra registi, una mostra d'arte e una rassegna di spettacoli.
L'obiettivo e' particolarmente ambizioso: si parla di ''Emergenze'' evocando il tema della sicurezza, sapendo che, in verita', cio' che emerge vale piu' di una rivoluzione, se sa tirar via la cultura dominante dalle sabbie mobili del '68 e dai limiti teorici del marxismo per elaborare un pensiero nuovo su immagine e identita', massa e classe, liberta' e identita', uomo e donna. Tra i tanti ospiti attesi: Federico Masini, Giuseppe Vitaletti, Ernesto Longobardi, Luigi Manconi, Francesco Dall'Olio, Ernesto Ruffini, Annelore Homberg, Shukri Said, Guido Melis e Jean Touadi.
(Inf/Ct/Adnkronos) 12-SET-10 12:33

ASCA 13.9.10
SOCIETA': MOSTRA A ROMA SU MIGRANTI E DONNE EMERGENZE DI IDENTITA'


(ASCA) - ROMA, 13 SET - DONNE E MIGRANTI, UNITI DALLA NECESSITA' DI MUOVERSI. PER EMANCIPARSI E SODDISFARE UNA EMERGENZA DI IDENTITA': SARANNO AL CENTRO DI UN EVENTO CULTURALE IDEATO E REALIZZATO DALL'ASSOCIAZIONE COMUNICAZIONI, CHE UNISCE ARTE, LETTURE E PERFORMANCE, IN PROGRAMMA A ROMA, ALL'ISTITUTO SUPERIORE ANTINCENDI DI VIA DEL COMMERCIO 13, DAL 17 AL 25 SETTEMBRE. L'APPROCCIO ADOTTATO PUNTA ALL'INTERRELAZIONE FRA UNA PLURALITA' DI LINGUAGGI E DI DISCIPLINE SIA SCIENTIFICHE CHE ARTISTICHE. SECONDO GLI ORGANIZZATORI, E' QUESTA L'UNICA VIA, RAGIONEVOLMENTE IRRAZIONALE, PER COGLIERE LA SFIDA SULL'EMANCIPAZIONE DI MIGRANTI E DONNE. IN PRATICA, "EMERGENZE DI IDENTITA" SI ARTICOLA IN UNA GIORNATA DI RICERCA, UN INCONTRO FRA REGISTI, UNA MOSTRA D'ARTE E UNA RASSEGNA DI SPETTACOLI. L'OBIETTIVO E' PARTICOLARMENTE AMBIZIOSO: SI PARLA DI "EMERGENZE" EVOCANDO IL TEMA DELLA SICUREZZA, SAPENDO CHE, IN VERITA', CIO' CHE EMERGE VALE PIU' DI UNA RIVOLUZIONE, SE SA TIRAR VIA LA CULTURA DOMINANTE DALLE SABBIE MOBILI DEL '68 E DAI LIMITI TEORICI DEL MARXISMO PER ELABORARE UN PENSIERO NUOVO SU IMMAGINE E IDENTITA', MASSA E CLASSE, LIBERTA' E IDENTITA', UOMO E DONNA. TRA I TANTI OSPITI ATTESI: FEDERICO MASINI, GIUSEPPE VITALETTI, ERNESTO LONGOBARDI, LUIGI MANCONI, FRANCESCO DALL'OLIO, ERNESTO RUFFINI, ANNELORE HOMBERG, SHUKRI SAID, GUIDO MELIS E JEAN TOUADI. GAR/MIN/ROB 131228 SET 10

l’Unità 15.9.10
Il segretario chiede al Pd di concentrarsi sui problemi del Paese. «Primarie? Se serve mi candiderò»
Coordinamento fiume. I veltroniani preparano un «documento aperto». Franceschini:«Surreale»
Bersani: la linea è decisa non facciamo regali al premier
di S.C.

Più critiche che consensi all’iniziativa di Veltroni e Fioroni. Marini: «Non è un atto di responsabilità, le nostre divisioni sono un balsamo per Berlusconi». Il veltroniano Verini: «Il miglior regalo al premier è un Pd al 26%».

«Non facciamo regali a Berlusconi», dice Pier Luigi Bersani la mattina incontrando i senatori a Palazzo Madama. «Noi non siamo un partito del predellino, abbiamo una maggioranza e una minoranza, che si sta riorganizzando, ma la maggioranza congressuale ha impostato una linea e su questa si andrà avanti», dice la sera dagli studi del Tg1, rispondendo tra l’altro così alla domanda se si presenterà alle primarie del centrosinistra: «Se servirò, mi candiderò». Poi il leader del Pd si infila nella riunione notturna del coordinamento per discutere con Walter Veltroni, Beppe Fioroni e gli altri che stanno scrivendo un documento per chiedere un cambio di linea, invocando il rilancio dello spirito del Lingotto, l’idea di un partito a vocazione maggioritaria e primarie aperte. Ma a quel punto, quando attorno al tavolo si siedono Bersani, Letta, Bindi, D’Alema, Veltroni, Marini, e tutti gli altri big del Pd, la risposta ai malumori veltroniani è già stata data, da più parti.
«Loro sono in crisi, dimostrano ogni giorno di più di non farcela e noi non possiamo ora tirare la palla da questa parte», è l’esortazione di Bersani. «Concentriamoci sui contenuti, pensiamo ai problemi del paese, coniughiamo cambiamento e rassicurazione, questo è il modo migliore per dimostrare il nostro profilo riformista». Una risposta che lascia insoddisfatto Veltroni. Anche perché, come dice il suo braccio destro Walter Verini in risposta a Bersani, «il miglior regalo che possiamo fare a Berlusconi è un Pd al 26% impegnato più a discutere di molteplici e talvolta contraddittorie tattiche che delle grandi sfide di innovazione riformista di cui l’Italia ha bisogno». L’ex segretario non intende però presentare il documento alla Direzione del 23, né andare alla conta. Spiega Stefano Ceccanti: «È un documento aperto, lo potranno sottoscrivere cittadini, società civile». Non soltanto parlamentari o dirigenti del Pd, dunque. E al momento è poco chiaro quanti deputati e senatori potrebbero firmarlo. Fioroni assicura che saranno «tanti»: «Sarà condiviso da quasi tutta la ex-Margherita. Ci sono Gentiloni, Realacci e buona parte degli ex-popolari».
INCOGNITA FIRME
Materialmente, lo stanno scrivendo i senatori Giorgio Tonini e Mauro Ceruti. Mentre quelli che hanno fatto un primo possibile calcolo delle firme parlano di una settantina di sottoscrizioni. Ma lo stesso ex-popolare Luigi Meduri si mostra scettico sui pronostici di Fioroni: «Bindiani, lettiani, franceschiniani, nessuno di questi lo firmerà». La presidente del Pd Rosy Bindi lo dice chiaramente: «Il congresso è finito da un pezzo e c’è chi l’ha vinto su una chiara linea politica. Il profilo riformista del Pd non è a rischio». Così come Franco Marini, molto duro nei confronti di Veltroni: «Le nostre divisioni sono un balsamo per Berlusconi. Un documento che mi risulta inesistente non è un atto di responsabilità».
Quanto a Franceschini, parlando con i suoi ha definito uno «spettacolo surreale» la situazione: «Mentre la destra si frantuma e la democrazia corre seri pericoli, nel Pd anziché costruire l’unità ricominciano i litigi e i documenti per dividersi». E anche gli esponenti di Area democratica che fanno riferimento a Piero Fassino hanno fatto capire che non seguiranno Veltroni. Né gli farà da sponda la minoranza guidata da Ignazio Marino, che definisce «non utili i documenti»: «Lasciamoli stare, siamo un partito che deve parlare con una voce sola e ha l’ambizione di governo, non un centro culturale o un club amatoriale».

Repubblica 15.9.10
Pd, Bersani sfida la minoranza e Vendola "Pronto a correre per Palazzo Chigi"
Tensione per l´offensiva dei veltroniani. Assemblea nazionale l’8 a Varese
Il leader risponde all'ex segretario: "Non facciamo regali adesso a Berlusconi"
di Goffredo De Marchis

ROMA - Sono ufficialmente due i candidati alle primarie del centrosinistra. Sempre che siano vicine. Nichi Vendola ha impugnato da tempo la bandiera della consultazione nei gazebo. Ieri ha rotto gli indugi anche Pier Luigi Bersani. Nello studio del Tg1 delle 20 ha risposto così alla domanda sulla sua corsa: «Se servirò mi candiderò». Decisione annunciata, ma non ancora resa esplicita in questo modo. Bersani adesso è alle prese con alcune critiche interne e la scelta di rendere pubblica la sua intenzione di puntare a Palazzo Chigi serve anche per mettere un punto fermo. La candidatura significa che con ancora più forza il Pd dovrà seguire la linea del segretario. «Noi non siamo un partito del predellino come il Pdl. Siamo un partito europeo che ha una maggioranza e una minoranza. La maggioranza congressuale si è pronunciata, ha proposto una linea e su questa si andrà avanti».
Il messaggio è rivolto a Walter Veltroni, che da giorni ha messo nel mirino il leader colpevole, secondo lui, di aver smarrito lo spirito originario del partito, di tenerlo intorno alle preoccupanti percentuali dei sondaggi (il 26,5, ma secondo dati riservati ancora più in difficoltà), di perdersi nella politica delle alleanze. Veltroni sta lavorando a un documento insieme con Beppe Fioroni che riprende tutti questi temi. Ci lavorano Giorgio Tonini e il cattolico Mauro Ceruti Già oggi dovrebbe cominciare la raccolta delle firme a sostegno tra i parlamentari. L´obiettivo sono 70 adesioni. Questo passaggio segna la costituzione di una nuova minoranza interna che bypassi l´area di Dario Franceschini. Ma la reazione di molti è negativa. Bersani ne parla indirettamente: «Non possiamo dividerci adesso. Non possiamo fare regali a Berlusconi». Durissima la reazione di Franceschini: «È uno spettacolo surreale - ha detto ieri ai suoi collaboratori -. Mentre la destra si frantuma e la democrazia italiana corre seri pericoli nel Pd, anziché costruire l´unità, ricominciano i litigi e i documenti per dividersi». E la riunione notturna del caminetto democratico, con tutti i big schierati, vede schierata una batteria contro il documento. «Non siamo un centro culturale. In un grande partito si discute ma non si presentano testi. Si esce con una linea e una voce sola», dice Ignazio Marino. Il quasi omonimo Franco Marini bacchetta i promotori del "manifesto": «Sono degli irresponsabili. Annunciano un documento che neanche esiste e sbagliano anche nel metodo. Questo è il momento dell´unità e se si vuole discutere c´è la direzione tra pochi giorni». D´Alema si limita a poche parole: «In questo momento dovremmo pensare a vincere le elezioni».
Ma i promotori del documento non si fermano. Fioroni spiega che «il nostro contributo non serve a schierarsi contro qualcuno ma a ribadire le ragioni fondative del Pd». Non sarà limitato all´area dei veltroniani e degli ex ppi. «Lo firmeranno Gentiloni, Realacci e tanti altri», assicura Fioroni. I dirigenti della maggioranza però non ci stanno. «Il congresso è finito da un pezzo e nessuno può riaprirlo», avverte la presidente Rosy Bindi. È anche questa la posizione di Franceschini, sfidante di Bersani alle primarie. «C´è stato un vincitore e uno sconfitto. Anche la minoranza ha il dovere di dissentire ma non di mettersi di traverso». E ieri sera, al "caminetto", ha sostanzialmente condiviso la strategia del Nuovo Ulivo rilanciata dal segretario. Ma i veltroniani respingono le accuse. «Il miglior regalo a Berlusconi è un partito al 26 per cento», osserva Walter Verini. E Sergio Chiamparino invoca una discussione: «Senza rotture ma dobbiamo definire la linea e il rapporto con il terzo polo». Intanto, per incalzare la Lega, Bersani convoca a Varese (8-9 ottobre) l´assemblea nazionale.

l’Unità 15.9.10
La favola delle cellule etiche
Le staminali e l’arte di negare i fatti
di Sergio Bartolommei
Università di Pisa, membro della Consulta di Bioetica

Il premio Balzan di quest’anno va a Yamanaka, lo scienziato giapponese che ha inaugurato una nuova tecnica per la riprogrammazione delle cellule adulte che vengono ricondotte a uno stadio simile a quello delle staminali embrionali. Secondo alcuni osservatori cattolici questa e solo questa sarebbe “vera” scienza e le cellule così ottenute le uniche e autentiche “cellule etiche”. Il cerchio verrebbe chiuso: gli embrioni, nuove incarnazioni del Sacro, sarebbero salvi, e la ricerca pure.
Sembravano lontani i tempi in cui, in Unione Sovietica, si discriminava con Lysenko tra vera e falsa scienza mettendo al bando la genetica e le sue teorie e suddividendo in buoni e cattivi gli scienziati in base alla tecnica da questi utilizzata per raggiungere certi risultati. Nonostante i disastri allora prodotti dalle pretese del controllo ideologico della scienza, la lezione non sembra essere servita a certi cattolici nostrani. Essi plaudono alla necessità di dettare norme morali per la ricerca sulle cellule staminali riducendo il numero delle opzioni disponibili solo a quella (le staminali “adulte”) che all’etica cattolica non certo alla comunità scientifica internazionale, peraltro raffigurata come esposta alle sirene del nihilismo etico appare la sola “promettente”.
Si dice: la vita dei vegetali su cui pontificavano i “materialisti dialettici” non aveva certo l’importanza che ha la vita degli embrioni umani. Il seme di una pannocchia non è “uno di noi”, un embrione sì. In verità, che l’embrione sia persona, una realtà spirituale, è solo il prodotto di una convinzione morale o di una credenza ideologica. Nessuna analisi di laboratorio potrà mai certificare il carattere di “persona” neppure di “persona in miniatura” di una blastocisti di quattro giorni e poche cellule. Chi fa uso della parola “embrione” per evocare una realtà “più che” biologica sta usando questo termine, non nel significato scientifico di “prima tappa dello sviluppo umano”, ma nel significato retorico che suscita pietà e commozione in chi legge o ascolta. Non c’è poi da meravigliarsi, dato l’uso disinvolto del linguaggio, che nel definire “etiche” le cellule ottenute dalla riprogrammazione delle adulte si trascuri di dire che lo stesso Yamanaka ha dovuto modificare geneticamente le adulte (“contaminando” così la purezza dell’ “Umano”), mettere a confronto queste con quelle embrionali e utilizzare le conoscenze di base conseguite con queste ultime per portare avanti la ricerca sulle prime. Che di ciò si taccia è una prova ulteriore del fatto che in Italia ideologia e teologia fanno aggio sulla scienza, imponendo autoritariamente proprio come Lysenko cosa cercare e come.
L’autore è membro della Consulta di Bioetica

l’Unità 15.9.10
Ribellarsi è giusto: la battaglia degli «schiavi» di Rosarno
di Paolo Calcagno

Milano Film Fest «Sangue verde» di Andrea Segre protagonista dell’«Immigration Day»
Il regista «Non siamo capaci di gestire l’immigrazione, si risponde col silenzio o con le armi»

Dopo il premio a Venezia, Milano: «Sangue verde» di Andrea Segre è stato ieri al centro dell’« Immigration Day» del Milano Film Festival. Il documentario racconta la rivolta degli immigrati di Rosarno.

In Italia, nel 2009, sono stati oltre 55mila i lavoratori stranieri (per la maggior parte africani), con permesso e senza, a essere sfruttati nella raccolta dei campi. A ricordarcelo è Sangue Verde, il documentario intenso di Andrea Segre, 34 anni, proiettato ieri al 15mo Milano Film Festival e in onda stasera su Raitre, intorno alle 23, per la serie «Doc 3»”.
Sangue Verde ricorda con immagini di repertorio i fatti di Rosarno, quando nel gennaio di quest’anno gli «schiavi» extracomunitari si sono ribellati alle angherie dei proprietari terrieri e alle imposizioni della ‘ndrangheta, stanchi di vivere in capannoni abbandonati, di dormire su giacigli improvvisati, di patire il freddo e perfino di vedersi negare, talvolta, i pochi soldi di compenso per il loro massacrante lavoro nella raccolta delle arance. Come si ricorderà, gli scontri di Rosarno condussero agli arresti di 30 «caporali» del posto e all’esodo forzato dei braccianti africani, minacciati di espulsione dal ministro degli Interni Maroni che li fece trasferire a Crotone e a Bari.
«Poi, a telecamere spente, quella gente fu abbandonata e molti ritornarono a lavorare nei campiracconta Segre -. Purtroppo, nel nostro Paese manca una politica capace di gestire questo fenomeno, giacché lo Stato, anziché fissare delle regole per l’utilizzo dei lavoratori stranieri dei campi e per la loro integrazione nel tessuto sociale, risponde con il silenzio o con la polizia. Noi ci accorgiamo della loro esistenza soltanto quando gli “schiavi” si ribellano alle continue vessazioni, non esclusa “la caccia all’uomo”, e decidono di scendere in strada a spaccare tutto».
Dopo aver vinto il premio «Cinema Doc» per il miglior documentario nella sezione Giornate degli Autori della recente Mostra di Venezia, Sangue Verde, ieri, è stato al centro dell’«Immigration Day» della rassegna cinematografica milanese che per il terzo anno esplora e analizza il mondo dell’immigrazione, con particolare riflessione al versante dell’integrazione socio-culturale.
Segre, che da anni si dedica alle storie migratorie, in Italia e all’estero (A Sud di Lampedusa, girato nel deserto del Teneré, tra Niger e Libia, è stato fra i suoi documentari più apprezzati; e in novembre girerà il primo ciak del suo film dedicato alla storia autentica de La Cinese, una giovane che si ritrova a lavorare in un’osteria della laguna veneta), ha approfondito i moti di Rosarno realizzando un mosaico di testimonianze, fra le quali quelle di 7 africani di 5 Paesi diversi.
«Sono braccianti che hanno lavorato nei campi del Sud: vengono dalla Costa d’Avorio, Ghana, Senegal, Burkina Faso, Congo spiega Andrea Segre -. Tutti hanno raccolto le arance in Calabria e tutti hanno subito intimidazioni da parte di piccoli gruppi, riconducibili alla mafia calabrese».
Fra i testimoni vi è anche un italiano, Giuseppe Lavorato, ex deputato ed ex sindaco pds di Rosarno dal ’96 al 2002.
«Lavorato, in qualche modo, costituisce la memoria storica dell’entità contadina di Rosarno e delle lotte per la terra dei braccianti calabresi, negli anni Cinquanta precisa Segre -. Si configura, così, una situazione parallela fra i braccianti africani di oggi e quelli italiani di ieri. Purtroppo, però, quei braccianti di ieri, oggi, sono diventati piccoli proprietari e anziché solidarizzare con chi viene sfruttato, come capitò a loro, spesso hanno persino preso parte alle spedizioni di “caccia all’uomo”, organizzate dalla ‘ndrangheta contro gli “schiavi” ribelli. Per fortuna, però, non tutti sono diventati razzisti e qualcuno è solidale con quei ragazzi neri che si sono rimboccate le maniche e sono scesi in piazza, come un tempo avevano fatto i braccianti italiani».

Corriere della Sera 15.9.10
Giorello, lezioni di ateismo liberale per chi rifiuta una fede intollerante
di Armando Torno

Lo scopo: «Liberare Dio da quelli che ne parlano troppo. E a vanvera»

Domani uscirà il saggio di Giulio Giorello, epistemologo ed erede di Ludovico Geymonat all’Università di Milano, Senza Dio. Del buon uso dell’ateismo. Noto per le sue tendenze laiche e, tra l’altro, per aver partecipato alla Cattedra dei non credenti istituita a suo tempo dal cardinale Carlo Maria Martini, non ha scritto un libro — se ne contano dozzine — che cerca di demolire con ogni mezzo l’idea di Dio, ma si ricorda come essa sia viva nell’uomo da quando è apparso sulla terra. Non fa dell’ateismo basso o volgare, di quel genere che crede di liberarsi dal problema con formule o battute, cerca piuttosto — di autore in autore — una via. Nelle sue pagine vi sono figure di atei convinti quali Sade o Feuerbach, non disdegna però di mettere in gioco le proprie convinzioni con Pascal o Kierkegaard. Il filosofo a cui guarda con più simpatia è Spinoza, che non si può certo definire ateo. Questo lo pensavano Bayle — che comunque credeva alla possibilità di una società di atei diversamente da un Voltaire che riteneva necessario il vincolo religioso — e pochi altri.
L’ateismo di Giorello si basa su una scelta di vita: egli rappresenta l’uomo che non sopporta alcuna autorità sopra di sé. Accetta Dio come amico, non come padrone. Il suo è ateismo pratico. Non nasce da deduzioni epistemologiche ma da quelle — il termine è inattuale, in tal caso però vale la pena spenderlo — esistenziali. Nel quarto capitolo lo chiama «ateismo metodologico», perché prova una forte indifferenza verso ogni assoluto (in tal caso riprende uno spunto di Jean Petitot). Si direbbe anzi che il fine a cui tende quest’opera non sia quello di liberarci da Dio, ma di liberare Dio da quelli che parlano troppo sovente a vanvera nel suo nome e, in tale veste, fanno la loro parte per dar forza agli argomenti dell’ateismo volgare. Inoltre vengono denunciate tutte le «chiacchiere» sulla religione civile, ultimo esercizio da salotto televisivo. È altresì vero che Giorello prova una discreta dose di nervosismo anche nel sentir nominare la religione della libertà (con il dovuto rispetto a Croce).
Insomma, il libro è rivolto a un mondo senza imposizioni. In esso l’ateo può essere compagno di strada del credente e diventa un fatto naturale chiedersi come si possa vivere, agire, lottare, morire quando si conta solo su se stessi. È la sfida per un nuovo Illuminismo, nel quale si avverte il bisogno d’amore a cui un tempo si dava il nome di Dio. Da «ateo protestante» (così si è dichiarato l’autore), Giorello non cerca di dimostrare l’assenza dell’Essere Assoluto, ma di definire l’orizzonte di un’esistenza senza di esso, rifiutando rassegnazioni e reverenze, ritrovando i piaceri della sperimentazione nella scienza e nell’arte, riscoprendo infine la libertà, soprattutto quando essa appare eccessiva alle burocrazie di qualsiasi «chiesa». Morale: Giorello spinge il lettore verso un ateismo non dogmatico, utilizzabile anche da un credente stanco dei vari fondamentalismi, gli stessi che alla Grazia del Signore hanno sostituito la repressione e l’intolleranza. Una sua battuta? «Non credo molto a slogan tipo Comunione e liberazione; se proprio devo sceglierne uno, preferisco Libertà e individualismo».

Corriere della Sera 15.9.10
Il giallo di Edoardo Agnelli
Un’inchiesta tv riapre il caso

Programma di Minoli a 10 anni dalla scomparsa

MILANO — Un «insofferente che soffriva», uno che «non vedeva possibilità a una vita felice» (Lapo Elkann, nipote). Un «adolescente perenne», un «Pollicino che si doveva confrontare con la grande storia di una grande famiglia» (Vittorino Andreoli, psichiatra). Uno che «si ribellava verso le cose costituite» (Lupo Rattazzi, cugino).
Edoardo Agnelli, figlio di Gianni e Marella Caracciolo, era di tutto questo un po’. Classe 1954. Un uomo stretto fra solitudine e filosofia, affascinato dalle religioni, deluso dalla vita. La mattina del 15 novembre 2000 si alzò di buon’ora nella sua villa, collina torinese. Infilò la giacca sul pigiama e «scappò» dalla scorta, si mise alla guida della sua Croma, imboccò la Torino-Savona e tirò dritto fino al chilometro 44,800. In quel punto — territorio di Fossano — c’è un viadotto alto 73 metri. Ed è fra i ciottoli e le erbacce ai piedi dei suoi pilastri che il corpo di Edoardo viene trovato, quella stessa mattina, dal pastore Luigi Asteggiano.
Sono passati dieci anni ma è come se il tempo si fosse fermato. Le domande restano le stesse. È stato un suicidio? E come mai nessuno lo ha visto quando ha accostato, è sceso, ha scavalcato il guardrail e si è buttato? Perché non è stata fatta l’autopsia? E se invece fosse stato un omicidio? Seguendo quest’ipotesi si finisce negli orari che non tornano: per esempio il pastore che dichiara di averlo trovato fra le otto e le otto e mezzo mentre il telepass dell’autostrada segna il passaggio della Croma alle 8.59. Poi c’è la scorta che non lo segue: come mai?
La lista delle domande senza risposta è ben più lunga. Le ha messe tutte in fila Giovanni Minoli con la sua La storia siamo noi. La puntata di giovedì 23 settembre si intitolerà L’ultimo volo ( Raidue, ore 23.30) e sarà dedicata al giallo di Edoardo Agnelli, alla sua vita bruciata e a quel che resta del suo ricordo. Sette, il magazine del Corriere della Sera in edicola domani, anticipa l’inchiesta tivù con un lungo servizio (Decennale di un suicidio presunto).

il Fatto 15.9.10
Oh, mio Dio!
Il Papa in Gran Bretagna ma in Europa i cattolici sono sempre più in crisi. L’immigrazione salverà la Chiesa?
di John Hooper, Riazat Butt, Rory Carroll e Xan Rice

Dorcas Gichane percorre a passo svelto per le strade del centro di Nairobi intorno a mezzogiorno, ora di punta per il traffico. Come centinaia di altri fedeli kenioti, approfitta della sua pausa pranzo per raggiungere la basilica cattolica della Sacra Famiglia. Alcuni fedeli attendevano l’inizio della messa curiosando in libreria. Altri recitavano una breve preghiera nella “sala dell’adorazione” dove era appeso un poster che ritraeva Gesù e i suoi discepoli, tutti neri. Dopo aver inviato un breve sms ad un’amica, Gichane, broker di assicurazioni elegante e dall’aspetto molto curato, svanisce nella cattedrale di cemento elevata al rango di basilica nel 1982. Dalle colonne pendono alcuni televisori a schermo piatto. Appoggiati alle pareti diversi tamburi. Gichane è cattolica come il 25% della popolazione del Kenya. Ogni giorno va a messa e la domenica mattina può scegliere tra una delle cinque chiese dove la messa viene celebrata in inglese o in Kiswahili.
Il bisogno di fede resta forte nel mondo
“MOLTI KENIOTI hanno frequentato scuole cattoliche ed è lì che inizia il nostro percorso nella fede”, dice. “Inoltre molti ospedali sono finanziati dalla Chiesa”. L’arcivescovo di Nairobi, il cardinale John Njue, offre una spiegazione più spirituale: “John S. Mbiti, uno studioso nato in Kenya, ha detto che gli africani sono notoriamente religiosi. E questo è vero. Non è una cosa imposta dall’esterno. La fede è un dato naturale. I missionari non ci hanno portato Dio, ma un diverso rapporto con Dio”. In Africa l’idea di cattolicesimo prevalente in Europa occidentale – vale a dire l’idea di una religione reazionaria e in declino – appare incomprensibile. “La chiesa è aperta”, protesta Gichane. In Nigeria l’arcivescovo Matthew Ndagosa di Kaduna osserva un orizzonte che farebbe morire di invidia i prelati occidentali. “Le chiese sono piene. I giovani vanno in chiesa”. L’esperienza africana mette in luce alcuni aspetti che corrono il rischio di essere ignorati nella polemica sulla visita di Papa Benedetto XVI nella sempre più laica Gran Bretagna. Uno di questi aspetti è che, mentre i cittadini dell’Europa occidentale abbandonano la religione, questo non avviene nel resto del mondo. Non possiamo affermare che i musulmani si stiano allontanando da Allah. Gli Stati Uniti restano un Paese profondamente religioso. Nei Paesi ex comunisti dell’est europeo milioni di persone hanno riabbracciato la religione ortodossa. E in molte parti dell’Asia, il ceto medio emergente trova proprio nella religione il contrappeso spirituale del benessere materiale appena conquistato.
Meno sacerdoti nel Vecchio Continente
SECONDO il World Christian Database la percentuale della popolazione mondiale che professa una delle quattro principali fedi (cristianesimo, Islam, induismo e buddismo) ha subito un notevole incremento negli anni ’70 e da allora non ha mai smesso di aumentare. Nel 2005 la percentuale era del 73%. Forte nei Paesi in via di sviluppo dove elevato è il tasso di natalità, il cattolicesimo ha ottenuto risultati egregi. Secondo le stime il numero dei cattolici battezzati ha toccato 1 miliardo e 166 milioni alla fine del 2008 con un incremento dell’1,7% rispetto all’anno precedente. Certo è discutibile il metodo seguito dalla Chiesa cattolica secondo cui chi viene battezzato rimane cattolico per sempre, ai fini statistici. Ma adottando altri sistemi di rilevamento non si può negare che il cattolicesimo sia in espansione. Continua ad aumentare il numero dei sacerdoti cattolici che alla fine del 2008 erano quasi 410.000. Ma
mentre nel 2008 il numero degli aspiranti al sacerdozio è cresciuto in Africa, Asia e Oceania ed è rimasto stabile nel continente americano, è diminuito del 4% in Europa. Qui veniamo alla sfida principale del cattolicesimo: la secolarizzazione del vecchio continente. Era questo il problema che più assillava cinque anni fa i cardinali riuniti in conclave a Roma per eleggere il successore di Giovanni Paolo II. Decisero che il più indicato ad affrontare il problema fosse il collaudato collaboratore del Pontefice appena deceduto, Joseph Ratzinger. A cinque anni dalla elezione di Benedetto XVI, per il Vaticano la situazione della Chiesa cattolica in Europa perè è diventata un incubo. Una serie di scandali che hanno visto coinvolti sacerdoti accusati di molestie e, a volte, di violenza carnale nei confronti di bambini ha indotto migliaia di cattolici europei a mettere in dubbio o ad abbandonare la fede. Le conseguenze sono visibili più che altrove in Germania, Paese natale del Pontefice. Secondo i dati pubblicati ad aprile di quest’anno dal quotidiano Die Welt, nella maggior parte delle diocesi il numero di cattolici che nel mese precedente avevano abbandonato la Chiesa era il doppio rispetto allo stesso mese del 2009. Ma lo scandalo pedofilia, a lungo tenuto nascosto, ha semplicemente accelerato una tendenza già in corso. La Chiesa cattolica tedesca era in declino da anni: tra il 1990 e il 2008 il numero dei cattolici registrati era diminuito dell’11%. Sebbene il declino negli altri Paesi non possa essere quantificato con altrettanta precisione, alcuni segni sono inconfondibili: scarsa presenza alle cerimonie religiose, seminari semivuoti. L’unico fattore che ha rallentato questa deriva è stata l’immigrazione che in molte parti d’Europa è costituita da persone in larghissima misura cattoliche. In Gran Bretagna gli immigrati provenienti dall’Europa orientale, dal Sud America e dall’Africa occidentale hanno riempito i banchi delle chiese. Ma l’esperienza svizzera fa capire che l’effetto immigrazione è temporaneo. Da uno studio condotto tre anni fa dal Schwizerisches Pastoralsoziologisches Institut è emerso che mentre nel 1970 quattro quinti degli immigrati erano cattolici, nel 2000 la percentuale era scesa al 44%. Il dato va attribuito in parte al crescente numero di immigrati provenienti da Paesi non cattolici, ma riflette la tendenza, rilevata anche in altri Paesi, degli immigrati ad abbandonare la loro religione di origine quando si integrano nelle società europee sempre più secolarizzate. Assai dannosa, in termini di numero dei fedeli, è stata la silenziosa emorragia di milioni di cattolici la cui fede arrivata al punto di rottura per la contraddizione tra gli insegnamenti del Vaticano e la realtà di tutti i giorni.
Contraddizione tra precetti e realtà del movimento progressista laico Wind Sind Kirch, la vede però in modo diverso. “I vertici della Chiesa hanno perso il contatto con la comunità ecclesiale”, sostiene. “Non si tratta solo di secolarizzazione. La Chiesa che ha perso il contatto con queste persone”. Weisner indica i due principali motivi di conflitto. Il primo fu creato nel 1968 dall’enciclica di Paolo VI Humanae Vitae che proibiva il controllo delle nascite. “Ciò indusse molti cattolici, compresi diversi buoni cattolici, a prendere atto che la Chiesa non era dalla parte della gente”, dice Weisner. Il secondo motivo di conflitto va individuato nell’atteggiamento nei confronti delle donne. Il Vaticano vieta ai sacerdoti si sposarsi e vieta alle donne il sacerdozio. Lo stridente divario tra il pensiero dei vertici della Chiesa cattolica e quello dei suoi fedeli emerse nel 1996 da uno studio americano sui cattolici degli Stati Uniti, delle Filippine e di quattro Paesi europei. In America e in tutti i Paesi europei, con l’eccezione della Polonia, la maggioranza era favorevole al matrimonio dei sacerdoti e al sacerdozio femminile. E il dato riguardava anche Paesi ritenuti conservatori quali l’Irlanda e l’Italia. In Irlanda il dato a favore del matrimonio dei preti, l’82%, era il più elevato in assoluto. In Italia il 58% dei cattolici si dichiararono favorevoli al sacerdozio delle donne. Le speranze di molti cattolici europei di un ripensamento della Chiesa su questi tem sono naufragate quando a marzo, quando sull’onda degli scandali sessuali un cardinale ha detto che forse era venuto il momento di rivedere la questione del celibato. Benedetto XVI ha replicato con un discorso che tesseva le lodi del
celibato come “espressione del dono di sè a Dio e agli altri”.
Ratzingere e la teoria della “minoranza creativa”
QUESTE PRESE di posizioni sembrano denotare un atteggiamento di indifferenza alla sensibilità di molti cattolici il cui attaccamento alla Chiesa è ormai appeso ad un filo. Ma, come dice Andrea Tornielli, autore di Attacco a Ratzinger, un pamphlet appena pubblicato su Benedetto XVI, il Papa “non pensa alla ri-cristianizzazione dell’Europa in termini di riconquista di tipo militare. Non è una questione di numeri”. Tornielli è convinto che per capire cosa pensa il Pontefice sia necessario riflettere su una frase da lui usata: “Minoranza creativa”. In un discorso pronunciato lo scorso anno, Benedetto XVI ha sostenuto che “sono generalmente le minoranze creative che determinano il futuro e, sotto questo profilo, la Chiesa cattolica deve ac-
cettare di essere una minoranza creativa che ha un patrimonio di valori che non appartengono al passato, ma rappresentano una realtà viva”. Alcuni sono convinti che il Papa voglia una gruppo di credenti più piccolo, ma teologicamente più omogeneo in attesa di tempi migliori. Vedendo la realtà in questi termini, la Gran Bretagna non è dopo tutto un luogo così ostile per il Papa. Il suo cristianesimo tradizionale si è già rivelato irresistibile per molti anglicani conservatori. E quando parla di minoranze creative, può anche darsi che pensi a gruppi come quelli di “Gioventù 2000”, che organizzò a Walsingham un meeting di 5 giorni di cattolici di età compresa tra i 16 e i 30 anni. All’evento parteciparono circa 1.000 persone che ebbero modo di parlare di Vangelo. Obiettivo dichiarato del gruppo è di “ricondurre” i giovani a Dio. Padre Stephen Wang, sacerdote londinese e preside del seminario di Allen Hall, dice che molti giovani cattolici “vogliono essere radicati nella fede cattolica”. Per le generazioni precedenti cresciute nella fede la sfida consisteva nel costruirsi un’identità laica. Per i giovani cattolici di oggi è vero il contrario. A Città del Messico, all’interno della Basilica di Nostra Signora di Guadalupe si vede un approccio meno intellettuale alla fede. I genitori di bambini malati, gli studenti che debbono sostenere un esame e i contadini che temono un cattivo raccolto fanno la fila davanti a una piccola scatola di stagno giallo nella cui fessura mettono la letterina ripiegata che chiede a Dio il miracolo. La Basilica apparentemente dovrebbe essere un motivo di consolazione per Benedetto XVI. Ogni anno circa 20 milioni di persone vengono qui per ammirare un telo sul quale sarebbe impressa l’immagine della Vergine Maria.
Il sindaco di Città del Messico contro il cardinale
MA IN MESSICO ci sono i segni di ciò che il Vaticano teme di più: che l’erosione di cattolici in Europa altro non sia che l’inizio di un declino generalizzato. Il dominio della Chiesa vacilla. Dal Rio Grande fino alle Ande, le anime si allontanano dai precetti della Chiesa. Nel corso di un feroce polemica sulla legalizzazione del matrimonio gay e dell’aborto, il sindaco di Città del Messico, Marcelo Ebrard, ha denunciato il cardinale Juan Sandoval per diffamazione. Nel quartiere gay “Zona Rosa”, responsabile di una associazione civica che garantisce analisi gratuite per accertare l siepositività, Martin Luna, sembra riprendere le critiche care ai progressisti europei secondo cui “la Chiesa in tutti questi secoli non è cambiata”. Ma l’America Latina rimane anche fedele alla sua tradizione cattolica. Persino la retorica marxista di Hugo Chavez è cosparsa di riferimenti al cattolicesimo. L’aborto è illegale nella maggior parte dei Paesi. Ma la marea della secolarizzazione monta. Una popolazione sempre più urbana e istruita non si inginocchia più dinanzi al pulpito. Il presidente cileno Sebastian Pinera ha promesso maggiori diritti alle coppie omosessuali. Dilma Roussef, che ha buone probabilità di diventare ad ottobre il prossimo presidente del Brasile, è favorevole alla legalizzazione dell’aborto. Dice David Stoll, antropologo degli Stati Uniti: “Se fossi il Papa, l’America Latina sarebbe per me motivo di grande inquietudine”.
Copyright The Guardian; Traduzione di Carlo Antonio Biscotto