l’Unità 26.8.10
Intervista a Margherita Hack
«Contro una banda di malfattori
una “giornata di passione civile”»
L’astrofisica aderisce alla manifestazione lanciata da Paolo Flores D’Arcais. Appuntamento a Roma il 25 settembre o il 2 ottobre. «Viviamo in una dittatura soft. Difendiamo la Carta»
di Federica Fantozzi
L’Italia civile faccia sentire unanime la sua voce. Scendiamo in piazza». Parole d’ordine: «Fuori Berlusconi. Realizziamo la Costituzione. Via i criminali dal potere. Restituiamo le tv al pluralismo. Elezioni democratiche». Obiettivo: «Difendere la Repubblica, (far) rinascere l’Italia dalle macerie in cui l’ha precipitata un regime di cricche».
È l’appello per una «giornata di passione civile» lanciato da Paolo Flores D’Arcais sulla rivista Micromega, e sottoscritto da Don Gallo, Andrea Camilleri, Margherita Hack. Destinatari: associazioni, testate, cittadini, club, siti, gruppi viola, grillini, militanti di partito (però senza bandiere) esponenti della cultura, della scienza e dello spettacolo, personalità pubbliche. Appuntamento a Roma il 25 settembre o il 2 ottobre (data favorita, perché concomitante con il secondo No B Day del Popolo Viola).
Margherita Hack, astrofisica di fama mondiale, già direttrice dell’Osservatorio astronomico di Trieste,fiorentina di nascita, atea dichiarata, impegnata da sempre nella difesa di principi come la laicità dello Stato e l’uguaglianza dei cittadini senza distinzione di sesso, religione appartenenza sociale e credo politico. Perché una manifestazione adesso? «Perché c’è un’involuzione della democrazia in dittatura soft in cui il premier si arroga il diritto di fare ciò che vuole. Non rispetta la Carta e non tollera obiezioni». È il momento politico dell’”obiezione” di Fini. Se fosse l’occasione di un nuovo governo?
«Che si vada al voto o no, bisogna risvegliare le coscienze civili. La metà degli italiani non si indigna per le 36 leggi ad personam di Berlusconi». Ecco, ma è la stessa metà che non si indigna da vent’anni. Crede che l’ennesima manifestazione cambierà qualcosa?
«I numeri non sono cambiati, è vero, ed è quello che mi meraviglia. Non capisco come non ci si turbi per le malefatte in un momento di crisi, disoccupazione e povertà. Forse quel 50% di italiani che ammira Berlusconi si sente come lui».
Quale parte della Costituzione intendete “realizzare”? «Berlusconi vuole cambiarla per avere mani libere. Ma è stata studiata dopo il fascismo con pesi e contrappesi proprio per evitare che una forza prevarichi le altre».
Secondo lei sarebbe un bene per l’Italia andare al voto in questo momento? «No, c’è un’opposizione inesistente e rivincerebbe il premier. A meno che la gente si svegli. C’è un altro aspetto preoccupante: dov’è l’opposizione? La fanno solo Vendola e Di Pietro, e il Pd gli dà addosso. Servirebbe invece una vera unità di tutti i partiti. Dopodiché, se Berlusconi vuole votare, si dimetta, apra la crisi e il presidente Napolitano deciderà». Ha fiducia nel Fini ribelle? «Non troppa. Mi fa piacere che abbia preso quella posizione perché in democrazia serve la dialettica. Ma qui si tratta di contrastare una banda di malfattori. Speriamo che Fini, Casini, Tabacci, che hanno ancora senso dello Stato, reggano fino in fondo».
Il direttore del Secolo d’Italia Flavia Perina denuncia il linciaggio personale di Elisabetta Tulliani, la compagna del presidente della Camera, e il silenzio delle donne di destra. Lei che ne pensa?
«È un gran pettegolezzaio. Una vendetta. Dicono: noi siamo coperti di fango e lo gettiamo anche sugli altri. La Tulliani faccia denuncia e sarà la magistratura a decidere».
Repubblica 26.8.10
Micromega, già diecimila firme per la manifestazione antipremier
ROMA - In meno di 24 ore hanno già superato quota diecimila le firme in calce all´appello lanciato l´altro ieri sul sito di MicroMega da Andrea Camilleri, Paolo Flores d´Arcais, don Andrea Gallo e Margherita Hack per una grande manifestazione nazionale contro il governo Berlusconi. Lo rende noto Micromega aggiungendo che sono già oltre tremila anche gli iscritti alla pagina Facebook dell´appello.
Procede a pieno ritmo, intanto, la macchina organizzativa del Popolo Viola per la manifestazione da titolo "No Berlusconi day 2" che si svolgerà il 2 ottobre a Roma.
Repubblica 26.8.10
"Addio Unione, ora Nuovo Ulivo e un´Alleanza democratica per sconfiggere Berlusconi"
La svolta di Bersani: è ora di suonare le nostre campane
di Pierluigi Bersani
Il consenso per il Cavaliere è ancora largo ma il rapporto tra promesse e realtà è sempre più labile
Occorre l´impegno univoco di tutte le forze progressiste. Un percorso comune con la forma del Nuovo Ulivo
Caro direttore, dopo anni di illusione berlusconiana l´Italia continua a regredire sul piano economico e sociale e si allontana, alla luce di ogni parametro, dai paesi forti dell´Europa. Nello stesso tempo l´impegno a riformare e a rafforzare le istituzioni repubblicane si sta trasformando in una deformazione grave della nostra democrazia. Ci si vuole trascinare ad un sistema dove il consenso viene prima delle regole e cioè delle forme e dei limiti della Costituzione; dove si limita l´indipendenza della Magistratura; dove il Parlamento viene composto da nominati; dove il Governo ha il diritto all´impunità e ad una informazione asservita e favorevole; dove si annebbiano i confini fra interesse pubblico e privato. I segni di tutto questo li abbiamo potuti valutare in questi anni berlusconiani: regressione dello spirito civico e della moralità pubblica, politica ridotta a tifoseria, allargamento del divario tra nord e sud, nessuna buona riforma sui problemi veri dei cittadini. Il populismo infatti è, per definizione, una democrazia che non decide, specializzata com´è nell´usare il governo per fare consenso e non il consenso per fare governo. Il dato di fondo della situazione politica sta qui, mentre la questione sociale e quella del lavoro sono senza risposte e si drammatizzano ogni giorno. Il consenso per Berlusconi è ancora largo, ma il rapporto fra parole e fatti e fra promesse e realtà diventa sempre più labile anche nella percezione dei ceti popolari. Vengono alla luce degenerazioni corruttive che vivono all´ombra di un potere personalizzato. Gli strappi all´assetto costituzionale non sono più sopportati da una parte della destra attratta da ipotesi liberali e conservatrici di stampo europeo.
A questo punto per Berlusconi la scelta è fra ripiegare o alzare la posta. Per l´Italia la scelta non riguarda più solo un governo, ma finalmente una idea di democrazia e di società. La prossima scadenza elettorale, più o meno anticipata che sia, comporterà in ogni caso una scelta di fondo. Rispetto a tutto questo, la proposta alternativa soffre ancora di debolezze che devono essere rapidamente superate. Il venir meno di una promessa populista produce sempre, direttamente o specularmente, fenomeni di distacco dei cittadini dalla politica, una spinta alla radicalizzazione impotente, espressioni vere e proprie di antipolitica che possono insorgere da ogni lato. Il compito dell´alternativa è quello di trasformare grande parte di queste forze disperse in energia positiva, collegandole ad un progetto politico capace di sorreggere non solo una proposta di governo ma una proposta di sistema. Tocca al PD innanzitutto, come maggiore forza dell´opposizione, indicare una strada che colleghi efficacemente l´iniziativa di oggi alla sfida radicale e dirimente di domani.
Rendendoci disponibili oggi ad un governo di transizione non cerchiamo né scorciatoie né ribaltoni. Sfidiamo piuttosto la destra a riconoscere la realtà e ad ammettere l´impossibilità di mandare avanti l´attuale esperienza di governo e ad introdurre correttivi, a cominciare dalla legge elettorale, che consegnino lo scettro ai cittadini, per tornare poi in tempi brevi al voto. Sarebbe questo un tradimento del mandato elettorale? L´elettore in realtà è stato tradito da chi non è più in grado di rappresentare la sua coalizione e mantenere le promesse del suo programma. Sarebbe questo uno strappo costituzionale? Qui siamo all´analfabetismo o alla sfacciata malafede. E´ l´esclusione in via di principio di questa ipotesi, il vero strappo costituzionale!
Chi ha rispetto della Costituzione della Repubblica e del suo Presidente deve considerare invece tutte le possibilità. Noi lo facciamo. Noi consideriamo la possibilità che il Governo provi a sopravvivere con una specie di respirazione artificiale, rifiutandosi di prendere atto della sua crisi politica. Una soluzione che non porterebbe lontano e alla quale risponderemmo con una opposizione netta. Riteniamo infatti doveroso che la destra in disfacimento certifichi la sua crisi in Parlamento. Consideriamo altresì la possibilità che la situazione precipiti verso un vuoto politico e verso elezioni svolte con questa sciagurata legge elettorale, in una situazione economica, sociale e finanziaria di acutissima criticità. In questo caso la nostra proposta avrebbe la stessa ispirazione che oggi ci fa proporre un governo di transizione; una ispirazione cioè che deriva dall´analisi di fondo cui ho accennato. Noi proporremmo un´alleanza democratica per una legislatura costituente. Un´alleanza capace finalmente di sconfiggere una interpretazione populista e distruttiva del bipolarismo, capace di riaffermare i principi costituzionali, di rafforzare le istituzioni rendendo più efficiente una salda democrazia parlamentare (a cominciare da una nuova legge elettorale) e di promuovere un federalismo concepito per unire e non per dividere. Sto parlando di una alleanza che può assumere, nell´emergenza, la forma di un patto politico ed elettorale vero e proprio, o che invece può assumere forme più articolate di convergenza che garantiscano comunque un impegno comune sugli essenziali fondamenti costituzionali e sulle regole del gioco. Una proposta che potrebbe coinvolgere anche forze contrarie al berlusconismo che in un contesto politico normale (come già avviene in Europa) avrebbero un´altra collocazione; una proposta che dovrebbe rivolgersi ad energie esterne ai partiti interessate ad una svolta democratica, civica e morale. Come si vede, questa idea nasce dalla convinzione che la fuoriuscita dal berlusconismo non sia un processo lineare, cioè legato ad una semplice alternanza di governo in un sistema che funziona. Si dovrà uscire, lo ribadisco, da una fase politica e culturale e non solo da un governo, verso una repubblica in cui alternanza e bipolarismo assumano la forma di una vera fisiologia democratica.
Per dare l´impulso decisivo a questo cruciale passaggio occorre l´impegno univoco, leale, convinto e coeso di tutte le forze progressiste, che sono adesso chiamate a mettersi all´altezza di una responsabilità democratica e nazionale. Come potrebbero queste forze essere credibili se in un simile frangente non dessero per prime una prova di consapevolezza, di unità e di determinazione comune? Ecco allora la proposta di un percorso comune delle forze di centrosinistra interessate ad una piattaforma fatta di lavoro, di civismo, di equità, di innovazione e disponibili ad impegnarsi ad una progressiva semplificazione politica e organizzativa che rafforzi il grande campo del centrosinistra. Un simile percorso dovrebbe lasciarci definitivamente alle spalle l´esperienza dell´Unione e prendere semmai la forma e la coerenza di un nuovo Ulivo. Un nuovo Ulivo in cui i partiti del centro sinistra possano esprimere un progetto univoco di alternativa per l´Italia e per l´Europa e mettersi al servizio di un più vasto movimento di riscossa economica e civile del Paese. Dunque, un nuovo Ulivo ed una Alleanza per la democrazia. Su queste proposte il Pd vuole esprimere la sua funzione nazionale e di governo.
Su queste basi politiche il Partito Democratico organizzerà per l´autunno una grande campagna di mobilitazione sui temi sociali e della democrazia. E´ giunto il tempo infatti di suonare le nostre campane.
Repubblica 26.8.10
E il Pd blinda il segretario "È il nostro candidato premier"
Dalla segreteria del Pd uno stop alla candidatura di Chiamparino. Vendola contro l´ex segretario
ROMA - Confronto aperto sulla linea politica e, anche, dibattito sulla candidatura a premier che prende quota fra i democratici. Se, finora, dopo la discesa in campo di Vendola e Chiamparino, i sostenitori del segretario si erano mossi sotto traccia, adesso i "bersaniani" escono allo scoperto: «Bersani è il candidato del Pd». La corsa alla premiership del centrosinistra del segretario del partito è dunque ufficialmente aperta. Prende posizione Piero Fassino, ex leader dei Ds, che sostiene: «Sono favorevole allo schema europeo: il candidato è il leader del principale partito della coalizione. Le primarie è giusto farle, e il Pd ci va con Bersani candidato premier». Alla guida, spiega Fassino in un´intervista a Europa, di una coalizione larga, «non penso che un´alleanza che vada dall´Udc alla sinistra passando per il Pd sia un´ammucchiata. L´abbiamo sperimentata due volte: alle regionali e al secondo turno delle amministrative del 2009». Uno stop alle candidature di Vendola e Chiamparino arriva da Filippo Penati, capo della segreteria del Pd, che non ha dubbi: «Bersani è il nostro leader. E´ l´unico che è stato scelto con il metodo delle primarie. Non ci sono altri partiti nella sinistra, anche di quelli che parlano tanto, che hanno usato questo metodo. Vorrei ricordarlo a tutti». E, in un intervista ad Affaritaliani. it, avverte: «Chi si candida si assume la responsabilità di aver diviso questo partito in un momento in cui bisogna invece cercare l´unità». Le alleanze? «Nessuno pensa di fare una grande ammucchiata, ma dobbiamo chiudere il pericoloso periodo eversivo di Berlusconi».
Però Antonio Di Pietro, prima delle primarie e della scelta del leader, vuole il programma. «In un sistema bipolare si devono mettere insieme tre componenti: la coalizione, il programma e la leadership. Individuare il leader senza sapere con quale squadra deve giocare e per realizzare quale obiettivo a me pare un controsenso». Così il presidente dell´Italia dei Valori conferma l´impegno del suo partito a partecipare alle primarie, ma chiede che da subito si stabilisca quali partiti facciano parte della coalizione e su quale programma. Nichi Vendola, che alle primarie si è già autocandidato, prende di mira invece il «mito» veltroniano della vocazione maggioritaria del Pd, «ci portò alla sconfitta». Il 2008, l´anno della tornata elettorale affrontata dal centrosinistra secondo lo schema di Walter Veltroni, ha segnato una drammatica battuta di arresto perché «ha seppellito una breve esperienza di coalizione di centrosinistra con una grande presunzione illuministica: il mito dell´autosufficienza». In un´intervista al manifesto, il presidente della Regione Puglia spiega di provare «simpatia e rispetto per la volontà innovativa» di Veltroni, però «molti si autoproclamano narratori del riformismo. Ma ci sono diversi riformismi. E´ difficile capire perchè sarebbe riformista dar ragione a Marchionne». Alla sinistra radicale e all´Idv che fanno appelli all´unità porta aperta ma a qualche condizione: «Certo, serve che ci si rimetta insieme, ma che insieme si cerchi un´alleanza con il popolo largo».
(u.r.)
l’Unità 26.8.10
Maroni, i clandestini e quelle bugie sui complimenti Ue
Il ministro dell’Interno al Meeting afferma che anche l’Unione apprezza l’accordo con la Libia sui respingimenti. Ma mente
di Umberto De Giovannangeli
Una rivendicazione imbarazzante. Numeri sparati a raffica. Citazioni clamorosamente sbagliate. L’accordo fra Italia e Libia sull’immigrazione ha ridotto gli sbarchi di immigrati clandestini, proclama il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, parlando al Meeting di Cl a Rimini, in vista del vertice della prossima settimana fra Berlusconi e Gheddafi. «Quell’accordo sottolinea Maroni è un ottimo accordo che ha risolto un'emergenza seria, che erano gli sbarchi dei clandestini in Italia....».
A sostegno della tesi, il ministro snocciola i numeri: «Nell'ultimo anno, finito dal 1 agosto 2009 al 31 luglio 2010, sono sbarcati in italia complessivamente 3.499 irregolari, nell'anno precedente, ne erano arrivati 29.076, per una riduzione complessiva dell'88%». Rispetto agli arrivi, Maroni ne conta nell’ultimo anno 403, dalla Libia, mentre «l'anno prima sono stati 20.665 per una riduzione del 98%». Il titolare del Viminale mette quindi sul piatto «i 20.262 irregolari in meno quest'anno non sono stati respinti, non li hanno fatti partire». Quelli effettivamente ricondotti in Libia «sono stati 850». Il calo rilevante degli sbarchi «non è frutto del caso, nè del maltempo ma è il frutto dell’accordo con la Libia». Un accordo modello, esulta Maroni. E guai a contraddirlo. L’Unità lo fa. Poco importa al ministro-contabile che dietro quei numeri dei «20.262 irregolari» che il regime libico «non ha fatto partire», vi sono uomini, donne, bambini che fuggivano da guerre, violenze, pulizie etniche.... E nulla importa al ministro leghista che, come denunciato ripetutamente dalle più autorevoli organizzazioni umanitarie, migliaia di quei respinti o «non partenti» avessero i requisiti per ottenere il riconoscimento dello status di rifugiati. L’Unità ha fatto i suoi calcoli, sulla base di approssimazioni in difetto: le vittime acclarate dei disperati viaggi verso l’Italia dal 1990 al 2009 sono 4.772. Di queste, 2500 avevano diritto all’asilo. Più della metà. Verifiche incrociate, portano a una conclusione agghiacciante: almeno il 30% dei 20.262 esseri umani che, per vanto di Maroni, non «sono stati fatti partire» dalla Libia. avevano i requisiti per ottenere asilo: 6mila persone. Che fine hanno fatto? In quali lager sono state segregati? Quanti tra loro hanno perso la vita? Quanti hanno fatto la fortuna dei trafficanti di uomini? Domande a cui il ministro Maroni, impegnato ad esaltare l’Accordo con Gheddafi, non ha dato, né intende dare, risposta.
Ma nel suo show a Rimini, il ministro Maroni si è cimentato anche in una citazione clamorosamente errata. La seguente: «L’accordo con la Libia è stato lodato dalla Commissaria europea Cecilia Malmstrom, Affari interni, come moderno, che dovrebbe utilizzare anche l’Europa...».
Le cose non stanno così. Anzi, stanno opposto. Al ministro-smemorato conviene rileggere quanto affermato, in data 29 aprile 2010, dalla Commissaria agli affari interni della Ue. «Siamo ben lungi da un accordo con la Libia» in materia di immigrazione, ma un’eventuale intesa dell’Ue con Tripoli «non sarebbe sul modello di quella tra Italia e Libia». E ancora: «In caso di accordo è chiaro che per la Libia la conditio sine qua non sia l’adesione alla Convenzione di Ginevra o a quella equivalente tra gli Stati africani» sui diritti dei rifugiati politici. Così Malmstrom in conferenza stampa a Roma (fonte: agenzia Ansa). «L’Ue mira a raggiungere un accordo con la Libia sull’immigrazione, ma ad oggi si è ben lungi anche solo dall’aver avviato un dialogo. E comunque,qualora le trattative dovessero andare a buon fine, l'accordo tra Ue e Libia non ricalcherebbe certo il modello italiano... A spiegarlo scrive l’agenzia Agi è la Commissaria europea agli Affari interni,Cecilia Malmstrom, in una conferenza stampa al termine dei vari incontri che ha avuto con il ministro degli Esteri italiano, Franco Frattini, il sottosegretario Alfredo Mantovano, alcuni rappresentanti della società civile e di Ong...». «Si deve comunque evidenzia ancora in quell’occasione Malmstromrispettare il diritto di richiedere asilo quando si è in mare...». Domanda finale al ministro Maroni: ma di quale lode sta parlando? Ha forse sbagliato persona o cos’altro?».
l’Unità 26.8.10
Il ministro degli Esteri israeliano rigetta la richiesta palestinese: «Abbiamo già fatto regali»
Una sfida al presidente degli Usa, Barack Obama a una settimana dal summit di Washington
«Nessuno stop alle colonie» Lieberman silura il dialogo
Dopo il 26 settembre, Israele riprenderà la realizzazione di nuove unità abitative negli insediamenti in Cisgiordania. Parola di Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri dello Stato ebraico. Un siluro ai negoziati.
di Umberto De Giovannangeli
Il silenzio è durato pochi giorni. Poi, ha ripreso la parola. Sfidando il presidente degli Usa, Obama, il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmud Abbas (Abu Mazen) e lo stesso primo ministro d’Israele, Benjamin Netanyahu. Il falco vola sui negoziati diretti israelo-palestinesi che avranno inizio il 2 settembre alla Casa Bianca. Il «falco» è Avigdor Lieberman, ministro degli Esteri dello Stato ebraico e leader di «Israel Beitenu», terza forza politica israeliana. In una intervista a Radio Gerusalemme Lieberman ha ribadito che dovrà terminare come preannunciato il 26 settembre prossimo la moratoria di dieci mesi fissata da Israele nella costruzione di nuovi progetti edili in Cisgiordania: «Abbiamo dato ai palestinesi dieci mesi per tornare al tavolo dei negoziati. Se loro tornano all'ultimo momento, non possono certo pretendere da parte nostra altri gesti di buona volontà». «Non è pensabile che dobbiamo pagare un nuovo prezzo per il piacere di conversare con i palestinesi», rimarca il ministro degli Esteri.
TRIPLICE SFIDA
Per Lieberman all’indomani della scadenza del 26 settembre dovranno essere riaperti i cantieri edili ebraici sia a Gerusalemme est («dove sono state approvate già 1600 unità abitative») sia in Cisgiordania, dove dovranno essere realizzate altre 2000 unità abitative. Per evitare attriti in merito fra Israele e Stati Uniti occorrerà concordare, secondo il capo della diplomazia dello Sta-
to ebraico, che l’espansione delle colonie e dei rioni ebraici nelle aree contese avverrà sulla base della «crescita demografica naturale» della popolazione ebraica. Riferendosi ai negoziati di Washington, «Avigdor il falco» avverte: «Si tratterà di un altro evento ancora, come quelli avvenuti a Madrid (1991), ad Annapolis (2007) ed in una lunga serie di altri incontri». Dunque, aggiunge Lieberman, è consigliabile per tutti «abbassare le aspettative».
La destra oltranzista affila le armi. A pretendere la fine della moratoria nella realizzazione di nuovi progetti edili ebraici in Cisgiordania è anche la leadership del movimento dei coloni.
Secondo Canale 7, la radio del movimento dei coloni, Dany Dayan -uno dei leader del movimento oltranzistaha scritto al premier Netanyahu ricordando che la durata della moratoria approvata dal suo governo è di soli 10 mesi e che essa terminerà il 26 settembre. Di conseguenza, a suo parere, il primo ministro deve assolutamente respingere le energiche pressioni esercitate in questi giorni dal presidente Usa Obama e dal presidente dell'Anp Abu Mazen affinché Israele continui il congelamento di fatto negli insediamenti, per non turbare l'andamento delle trattative.
COLONI IN FERMENTO
In parallelo il movimento dei coloni ha chiesto l'aiuto di alcuni dirigenti del Likud -il partito di Netanyahuche, come loro, ritengono che la moratoria debba cessare nelle prossime settimane. Il primo settembre, in occasione della apertura dell'anno scolastico, il presidente della Knesset (Parlamento) Reuven Rivlin sarà così ospite della colonia cisgiordana di Efrat, mentre la ministra della Cultura, Limor Livnat, sarà accolta dai coloni di Maaleh Adumim. Per il 26 settembre i coloni stanno inoltre organizzando alcune manifestazioni al termine delle quali porteranno numerose ruspe sul terreno e daranno il via a lavori edili. «L’uscita di Lieberman è un palese tentativo di sabotare sul nascere gli sforzi del presidente Obama dice a l’Unità il capo dei negoziatori dell’Anp, Saeb Erekat -. Pace e colonizzazione sono tra loro inconciliabili aggiunge Erekat . A Washington lo ribadiremo con forza».
il Fatto 26.8.10
Kermesse democratica
Torino si veste a festa, per due settimane
di Stefano Caselli
“A gricoltura, istruzioni per l’uso”, martedì 31 agosto alle 17. Sarà l’unica occasione per vedere alla Festa democratica di Torino (in programma dal 28 agosto al 12 settembre) un esponente del governo Berlusconi. Giancarlo Galan, da pochi mesi titolare del dicastero dell’Agricoltura, non se l’è presa a male (lui, ex presidente del Veneto) se gli organizzatori si sono “dimenticati” di Roberto Cota e non ha dato forfait, a differenza dei colleghi Tremonti, Calderoli e Maroni.
Non mancherà – come già trapelato nei giorniscorsi–RenatoSchifani,attesoil 4 settembre in compagnia di Piero Fassino, per discettare sul tema “Istituzioni alla prova”. Chissà se il presidente del Senato avrà il tempo (e la voglia) di ascoltare il dibattito immediatamente successivo “Vedi alla voce legalità” con Gherardo Colombo, Rosy Bindi e Antonio Padellaro.
Sarà una festa anomala, quanto meno per la location, la centralissima piazza Castello per i dibattiti e i vicini giardini Reali per tutto il resto. Una scelta non casuale per una kermesse dedicata ai 150 anni dell’unità d’Italia: in queste vie (palazzo Carignano, sede del primo Parlamento, è a poche centinaia di metri) l’Italia è nata. E di sicuro, in tempi di crisi, nuovi governi ed elezioni possibili, sarà una festa coi riflettori puntati addosso. La resa dei conti nel centrodestra – e l’oceano interrogativo del centrosinistra – diranno quali incontri saranno più attuali, se “Una nuova stagione per l’Italia” con Nichi Vendola intervistato da Mario Calabresi (se ne parlerà anche con Antonio Di Pietro) o “Un altro governo è possibile” con Pierferdinando Casini ed Enrico Letta (per non parlare del vertice Rutelli-Finocchiaro sullo stesso tema di Vendola...). Non meno interessante sarà osservare l’accoglienza che il popolo democratico riserverà ai “reprobi” finiani Fabio Granata (atteso il 9 settembre per discutere di riforme con Luciano Violante) e Benedetto Della Vedova (sul palco il giorno precedente a confronto con Paola Concia su omofobia e diritti); e se quello stesso popolo chiederà (ancora una volta!) a Massimo D’Alema (intervistato il 2 settembre de Gianni Riotta) di dire qualcosa di sinistra .
Sul palco di piazza Castello, tra gli a ltri, si alterneranno anche Oscar Luigi Scalfaro, Walter Veltroni, Dario Franceschini, Giuseppe Pisanu, Emma Bonino e tre segretari di Cgil, Cisl e Uil. Manifestazione di chiusura, ovviamente, affidata al segretario Pier Luigi Bersani il 12 settembre. A quella data sarà passato quasi un mese e mezzo dalla sentenza del Tar del Piemonte che ha disposto il riconteggio di 15 mila schede delle elezioni regionali e di cui ancora nulla si sa. Per Roberto Cota è un cruccio assai maggior che non un mancato invito alla Festa nazionale del Pd.
il Fatto 26.8.10
Ridotti alla fame per la scuola, la protesta silenziosa dei precari
Digiuno volontario a Palermo, Pordenone e Pisa
di Michele De Gennaro e Caterina Perniconi
“Il mio corpo è la mia unica arma. Sono già un uomo morto, senza la dignità di un lavoro”. Pietro Di Grusa è un docente precario della scuola in sciopero della fame, che protesta da dieci giorni davanti al provveditorato di Palermo. Ieri ha avuto un altro collasso. E’ intervenuto il 118 e c’è voluta una flebo per tirarlo su, ma ha rifiutato, seppur cardiopatico, il secondo ricovero ospedaliero in una settimana. L’insegnante è voluto restare presente al presidio per incontrare il presidente della regione, Raffaele Lombardo. Vive sotto un gazebo, cammina molto lentamente, affaticato, trascinando i piedi e sostenendosi ai due colleghi che protestano insieme a lui, Salvo Altadonna e Giacomo Russo.
DI GRUSA, 49 anni, brizzolato, scavato in volto e indignato, è un precario della scuola da 25 anni. “Pietro – racconta Giacomo Russo – è uno dei tanti lavoratori precari che non ha raggiunto i requisiti per la disoccupazione, dunque non gode di alcun ammortizzatore sociale e si trova in una situazione economica disastrosa: ha uno sfratto esecutivo, una moglie anch’essa precaria e due figli da mantenere. L’unico aiuto che riceve proviene dalla Caritas. A confronto io, che non ho una famiglia, sono fortunato. Ma mi chiedo: che razza di Stato è quello in cui un cittadino si può dire fortunato perché non ha ancora messo su famiglia?” . I tre docenti in sciopero della fame non sanno se la loro protesta servirà a convincere il governo a una modifica della legge Gelmini, sperano almeno di sensibilizzare l’opinione pubblica. In Sicilia, secondo Giusto Scozzato, segretario regionale Flc Cgil, il tempo pieno occupa appena il 3 per cento dei docenti, contro il 90 per cento della Lombardia. “Vogliamo che i cittadini si sveglino da questo torpore – dichiarano i precari – che scendano in strada con noi, perché questa è una lotta di tutti per il futuro di tutti”. E forse ci sono riusciti. Perché l’eco del loro caso ha spinto molti precari italiani ad emularli per protestare contro i tagli agli organici della scuola, imposti dal ministro dell’Istruzione Maria Stella Gelmini, che quest’anno lascerà a casa quasi 20mila insegnanti supplenti dei 135 mila in attesa d’incarico.
IL DIGIUNO volontario verrà presto attuato, infatti, anche a Pordenone e a Pisa. Maria Carmela Salvo, supplente di 55 anni abilitata ad insegnare nella scuola d’infanzia e primaria, è una delle migliaia di precari che rischia di non vedersi confermata la supplenza annuale a causa delle riduzioni di organico disposte dal Miur. Per la maestra di Pordenone, il cui compagno è stato licenziato da poco, le chance di essere convocata per firmare un contratto di lunga durata sarebbero davvero minime: “Dal primo setembre – ha dichiarato – inizierò lo sciopero della fame fino a quando non riceverò l’incarico”. Infatti il problema, oltre ai posti, sono i tempi. Molti dei 120 mila supplenti che avranno una cattedra non saranno nominati fino alla seconda settimana di settembre. Buona parte di loro quindi, non riuscirà ad essere in classe all’avvio delle lezioni.
Sotto la torre pendente Rocco Altieri, insegnante di diritto ed economia al corso serale di un istituto professionale, protesta invece contro la decisione del ministero dell’Istruzione di non formare una classe prima, coordinata secondo gli indirizzi economico-aziendale e alberghiero. “In questo modo – spiega Altieri – malgrado sia stata appurata negli anni la funzione sociale dell’istituto superiore nei confronti dei lavoratori immigrati, viene improvvisamente cancellato un diritto, sebbene vi siano state diverse richieste di iscrizione”.
PERCHÉ I TAGLI non riducono solo gli organici, ma anche le classi. Sono sempre più numerose le aule che ospiteranno 30 bambini, nonostante una circolare del ministero che ne impone al massimo 20 in presenza di alunni disabili o disagi. Eppure il numero dei professori di sostegno è confermato a 90 mila nonostante il trend di iscrizioni indichi un aumento di necessità. “Dopo aver contrastato in ogni modo l’approvazione della legge in Parlamento è arrivato il momento di ulteriori iniziative – ha dichiarato il senatore del Partito democratico, Giuseppe Lumia, in visita ai precari in sciopero della fame a Palermo – questa è una battaglia di civiltà che bisogna combattere tutti insieme: forze politiche, sindacali, economiche e sociali, operatori scolastici e i cittadini. Il diritto all’istruzione è una conquista preziosa per lo sviluppo e il progresso”.
il Fatto 26.8.10
Staino contro (la centrale) De Benedetti
di Chiara Paolin
Potenza della grafica. Ieri sulle pagine di Libero campeggiava un montaggio niente male: titolone sui guai di De Benedetti per le accuse di insider trading rivolte dalla Consob ad alcuni suoi parenti strettissimi, e poi a latere una bella colonna dalla dicitura “La sinistra contro l’Ingegnere” con un lunghissimo elenco di nomi vip. Grillo, De Magistris, Pannella, Diliberto, Ferrero, Hack e molti altri. Tutti arrabbiati per i pasticci in Borsa di De Benedetti? No, tutti firmatari di una protesta contro l’impianto a carbone di Savona di cui la famiglia De Bendetti è proprietaria (tramite Cir e Sogenia), una struttura che si teme possa inquinare in modo irrimediabile un’ampia area intorno a Vado Ligure, e far ammalare migliaia di cittadini. Tra le firme anche quella di Sergio Staino, storico vignettista dell’Unità nonché caustico osservatore dell’Italia pre e post berlusconiana.
Perché ha firmato?
Mi è arrivata questa specie di questionario a De Benedetti, dieci domande sullo stile di quelle rivolte a suo tempo a Berlusconi. Ho fatto qualche telefonata agli amici e ho chiesto: ma è vero? Vogliono raddoppiare la centrale? Non mi sembra proprio una buona idea, e allora ho firmato.
Insomma, la sinistra che va contro la sinistra. Io guardo ai contenuti, se una cosa non va bene mi interessa poco sapere l’orientamento politico del responsabile: lo dico e basta. Anche se in Italia è praticamente impossibile lavorare con un editore puro: tranne voi del Fatto, tutti hanno alle spalle un gruppo industriale, una banca, un partito o un imprenditore forte. Non per questo si deve tacere. Quindi anche la famiglia De Benedetti avrà la sua dose di contestazione. Sulla faccenda dei parenti che giocavano in Borsa non mi esprimo, so quello che è uscito sui giornali. Certo è stato un po’ malizioso associare le due questioni in quella paginata, mettendo a mo’ di ponte l’elenco dei firmatari contro la centrale a carbone.
Perché ormai se non c’è uno scandalo familiare i giornali non sanno di che parlare. E’ una guerra tutti contro tutti?
Il clima è pesante, ma le distinzioni vanno fatte eccome. Il conflitto d’interessi della famiglia Berlusconi è imparagonabile rispetto a qualsiasi altro grumo di potere. Silvio è un gigante davanti a tutto e tutti.
Che ne pensa della manifestazione lanciata da Micromega? Ha ancora senso chiedere le dimissioni al premier perché non rispetta il pluralismo o sono solo pie illusioni di piazza? Guardo con grande simpatia tutti questi movimenti che credono nel cambiamento. Al di là dei riferimenti culturali, politici o partitici. Gli steccati non han-
no senso. Io per esempio mi considero membro provvisorio di un partito provvisorio: si chiama Pd, al momento si occupa di fare opposizione, ma stiamo ancora aspettando che diventi un’alternativa vera.
E la tessera numero uno ce l’ha mai avuta De Benedetti secondo lei? Questo fa ridere, in effetti. Ma occorre serietà. Ora ci sono tanti nomi che possono funzionare bene: Vendola, Chiamparino, Marino. Purché si cambi marcia davvero.
il Fatto 26.8.10
Giochiamo un’altra partita
Secondo i sondaggi Berlusconi potrebbe, al netto degli indecisi, rivincere le elezioni: ma potrebbe essere battuto, ripristinando le regole del gioco
di Elias Vacca
Berlusconi non ha numeri per proseguire. In 300 neppure alle Termopili hanno resistito due anni e mezzo. Per fortuna di tutti noi mancano dunque i numeri per le vagheggiate grandi riforme cioè la parte tuttora inattuata del programma della P2 e per somma sfortuna della Lega anche le risorse per l’attuazione del federalismo. Per questo Bossi ripete come un mantra al voto, al voto. Secondo i sondaggi Berlusconi potrebbe, al netto degli indecisi, rivincere le elezioni. Nel rastrellamento del voto degli indecisi in campagna elettorale egli è poi maestro, come disgraziatamente ogni campagna dal 1994 ad oggi ha dimostrato, anche quando, per due volte, è stato
sconfitto da Prodi e da coalizioni di centrosinistra. La dinamica della campagna elettorale è chiara: le regole della partita comunicativa sono truccate. I meccanismi che regolano il consenso fluttuante sono perlopiù nelle mani del grande imbonitore.
Premi e sbarramenti
LA LEGGE ELETTORALE inoltre tra premi di maggioranza e soglie di sbarramento premia oltre misura la maggiore coesione del blocco Pdl-Lega, che è in assoluto largamente minoritario nel Paese, ma relativamente maggioritario tra i votanti. Berlusconi ci tiene in scacco con la maggiore e più coesa delle minoranze. La nomina diretta degli eletti ne rafforza ulteriormente il potere e la furia devastatrice. La disinvoltura dissolutiva del Pdl sarebbe tale se i suoi candidati dovessero misurarsi a colpi di preferenze, se lo scioglimento delle camere fosse per ciascuno un salto nel buio e per alcuni un mandato di cattura? Quindi la legge elettorale cui aspiriamo dovrebbe eliminare sbarramenti e premi, consentire una scelta tra i candidati, impedire la candidatura ai gaglioffi. Non altro per carità. Ripristinate le regole Berlusconi può essere battuto. Siamo però sospesi ed incerti tra il dovere della attuale opposizione parlamentare di provare a ripristinare le regole del gioco democratico, e l’esigenza di affrontare a breve termine la competizione elettorale. Se la sfida parlamentare fosse vinta, anche se personalmente ne dubito non poco, andremmo ad elezioni in condizioni tali da potere giocare un’altra partita.
La casa dal tetto
MA ANCHE se non si dovesse riuscire e non ci vuol molto a constatarlo, andremmo comunque ad elezioni in condizioni migliori di quelle attuali. Quanto accaduto nella notte elettorale dell’aprile 2006 non è facile dimenticarlo. Piuttosto domina l’ansia per la individuazione del primus inter pares, vuoi anche attraverso le primarie. Un po’ come fare la casa dal tetto. Vendola all’indomani delle elezioni pugliesi ha aperto le danze. Bersani era già in campo per statuto, poi sono giunti a mezzo stampa Bonino e Chiamparino e, last but not least De Magistris, le cui dichiarazioni meritano un capitolo a parte. Ci interessano e interessano i cittadini. Quali contenuti possono tenerci insieme non tanto e soltanto per battere Berlusconi, che è cosa buona e giusta, ma per governare il Paese? E qual è su quei contenuti il perimetro della coalizione? Non possiamo permetterci un programma eclettico di centinaia di pagine, dico tre cose determinanti per l’atteggiamento degli elettori della Federazione della Sinistra. Una azione forte per la tutela di tutti i lavoratori nei fatti subordinati per il superamento della condizione di vita precaria cui sono soggetti anche a causa della degenerazione globale del capitalismo. Un investimento massiccio di attenzione e di risorse nell’istruzione pubblica e nella cultura per sconfiggere il rincoglionimento (proprio così voglio chiamarlo) mediatico e l’analfabetismo sostanziale, brodo di coltura della criminalità organizzata al sud e del populismo al nord. Un’azione coraggiosa e riequilibratrice sulla leva fiscale, ispirata agli articoli 1 e 3 della Costituzione. Come comunisti ed ancor prima come cittadini che vivono solo del proprio lavoro denunciamo il fatto che i lavoratori subiscono una imposizione fiscale almeno doppia rispetto a chi lucra su titoli e speculazioni finanziarie. Un ordine di priorità programmatiche, perché fare seriamente politica è dire cosa farai prima e cosa dopo, nel tempo che ti è concesso e con le risorse date, per sapere da chi quelle priorità possono essere portate avanti. Non vogliamo essere tardo-comunisti, né stare alla finestra e lanciamo la sfida dei contenuti, a partire da tre cose qui sopra. Abbiamo portato nel terzo millennio i simboli del lavoro e dell’uguaglianza, trasformiamoli in contenuti condivisi. Il nome del leader sarà conseguenza delle cose. Anche fuori dei soliti schemi.
(* ) Ufficio politico nazionale Pdci
Corriere della Sera 26.8.10
Quando Roosevelt chiese aiuto al boss Lucky Luciano
Dal carcere, il capo dei capi garantì la protezione del porto di New York
di Ennio Caretto
Due febbraio 1942. In piena seconda guerra mondiale, il transatlantico francese Normandie, la più grande nave del mondo, s’incendia e si capovolge nel porto di New York. Per l’Fbi, la polizia federale, e per l’Oni, l'Office of naval intelligence, è opera di 007 nazisti nascosti nella Grande mela, o degli U boats tedeschi immersi nelle sue acque. Nei due mesi successivi al bombardamento giapponese di Pearl Harbour, il 7 dicembre 1941, il nemico ha già affondato 48 mercantili americani nell’Atlantico. La catastrofe della Normandie conferma che è urgente difendere i quasi mille km del fronte del porto dagli attentatori e dai sabotatori. Da esso passa ben un quarto dei commerci degli Stati uniti e partono centinaia di migliaia di soldati e tonnellate di armamenti, e a esso approdano masse di rifugiati anonimi e celebrità come Marc Chagall e Salvator Dalí. Se il porto venisse bloccato, si rischierebbe di perdere la guerra. Un’inchiesta successiva stabilirà — ma sarà vero? — che l’incendio della Normandie fu accidentale. Ma non cambierà l’ordine dato nel frattempo dal presidente Franklin Delano Roosevelt di proteggere con ogni mezzo il fronte del porto. Come, lo svelerà un rapporto segreto dell’FBI. «La Procura di New York e il DIO o Dise manovre eversive della Milizia cristiana, una delle progenitrici di quelle attuali, alle battaglie tra l’American German Bund, un’associazione schierata con Hitler, e i giovani ebrei americani. Pochi newyorchesi ebbero sentore della «Operation under world», come l’OSS, l’Office of strategic services, che svolse una funzione chiave in Italia, e da cui sarebbe poi nata la CIA, battezzò la mobilitazione della mafia. Il successo della operazione, condotta dalle autorità «turandosi il naso», indusse lo stesso OSS a servirsi di «Lucky» Luciano per lo sbarco del 1943 in Sicilia, la sua terra natale, sempre con il consenso di Roosevelt. Il capo dei capi, trasferito in un più comodo carcere, si rivolse all’omologo siciliano Calogero Vizzini per l’intelligence e la logistica. Casse di armi, munizioni, medicinali e viveri con la scritta cubitale «L. L.» vennero paracadutate in Sicilia, informazioni e guide vennero fornite al Pentagono. Più tardi, la liberazione dell’isola fruttò a Vizzini il grado di colonnello onorario dell’esercito Usa e a «Lucky» Luciano l’estradizione. In una lettera del 1946 a Thomas Dewey, il tenente Charles Haffenden, uno 007 della marina, ne caldeggiò la causa: «Gli dobbiamo molto, ci ha permesso di cogliere il nemico di sorpresa». Sebbene libero, il gangster lasciò malvolentieri gli Stati uniti. In Helluva town, Richard Goldstein non segue le sorti del «padrino» in Italia. Si sofferma invece sulla condotta dei newyorchesi, che lavorano più intensamente del solito per dare un contributo «ai ragazzi al fronte», ma che non rinunciano al cinema, al teatro, ai ristoranti, neppure davanti alla minaccia degli U boats e degli attentati, e ristrict intelligence organization della marina» scrive l’FBI «hanno preso contatto con la mafia che controlla il traffico portuale e il sindacato». Il loro tramite è Meyer Lansky, il gangster ebreo socio e amico di Charles «Lucky» Luciano, il capo dei capi. Dal 1936, L.L., com’è anche chiamato, sconta in un carcere di massima sicurezza dai 30 ai 50 anni per sfruttamento della prostituzione. Ma è disposto ad adoperarsi per l’America. E ordina a uno dei suoi fidi, Albert Anastasia, di vietare scioperi, di inserire ufficiali di marina tra i portuali, e di fare presidiare il porto dai mafiosi. Di questa straordinaria collaborazione tra Roosevelt, i servizi segreti americani e il governatore dello stato di New York Thomas Dewey da un lato (Dewey è l’ex procuratore speciale che ha incastrato «Lucky» Luciano) e cosa nostra dall’altro, parla Richard Goldstein, un giornalista del New York Times, in un nuovo libro intitolato Helluva town, o Diavolo di città come diremmo noi. Il titolo del libro viene da un musical di Leonard Bernstein, On the town, del dicembre 1944, che racconta delle 24 ore trascorse da tre marinai nella Grande mela. Il libro è un affresco della vita in una New York tenuta oscurata a causa della guerra, Statua della libertà compresa, dove 60 mila volontari sorvegliano il mare e il cielo per dare l’allarme in caso di attacchi. Ma rende chiaro che se il porto di New York, «il bersaglio numero uno» di Hitler, esce indenne dal conflitto, il merito è in gran parte della mafia. Che «Lucky» Luciano avesse collaborato con Roosevelt e il Pentagono era noto. Goldstein aggiunge tuttavia che cosa nostra partecipò alla difesa anche degli altri principali porti dell’Atlantico e del Pacifico, alla cattura di agenti della Abwehr, il potente spionaggio militare nazista, e al repulisti dei fascisti e dei comunisti dai sindacati. E che garantì la sicurezza portuale a New York, mentre altrove in città scoppiavano gravi disordini, dagli scontri razziali di Harlem nel 1943 alle pericolomane un polo d’attrazione per l’America. Il giornalista narra che quando un poliziotto ferma un autobus, e ordina ai passeggeri di scendere in un rifugio nel corso di una esercitazione, essi protestano di «non avere tempo da perdere», e l’autobus riparte con tutti a bordo. La città che non si ferma mai è coerente a se stessa e Luciano ne sente la mancanza. Il padrino, che durante la guerra in Italia si tiene sempre in contatto con i comandi americani, non abbandona l’attività mafiosa. Dall’Italia, si reca clandestinamente a Cuba, dove divide i proventi dei casinò con il dittatore Fulgencio Batista, nel tentativo di riprendere il controllo di cosa nostra in America, passata sotto la gestione dal «consigliere» Frank Costello. Muore, ufficialmente d’infarto, all’aeroporto a Napoli nel 1962, all’età di 65 anni, mentre sta partendo per l’America, e viene sepolto a New York, come aveva chiesto.
Corriere della Sera 26.8.10
Genio e fragilità: Pirandello recita se stesso
Grande scrittore, padre discutibile, amante attempato, sostenitore del fascismo
di Antonio Debenedetti
Pirandello, in questo racconto dove la vita si fa teatro e il teatro si fa vita, recita Pirandello. Il Maestro, nelle pagine di più forte presa, arriva a dare sincero spettacolo delle sue debolezze. Si esibisce come genio della letteratura e subito dopo come discutibile padre dei suoi figli. Si espone alla maldicenza quale irragionevole i nnamorato d’una donna troppo più giovane di lui. Abbraccia il fascismo con ingenuità sorprendente. Ben consapevole della complessa vicenda umana, che viene rappresentando, Matteo Collura ( Il gioco delle parti. Vita straordinaria di Luigi Pirandello, edito da Longanesi) alterna ai più inoppugnabili documenti epistolari le ricostruzioni sceneggiate. Fa parlare, dove occorre, le opere pirandelliane (illustrandone i contenuti) senza negare spazio alle testimonianze. Non mancano le affabilità, le note di colore. I lettori meno esperti apprenderanno, fra l’altro, che Pirandello nutriva un’esagerata fiducia nei confronti degli indovini e non perdeva occasione di dar loro udienza. «Un messicano jeri a Montmartre mi ha detto... che la mia mano predice grandi cose: che la mia vera ascesa comincia adesso... che il mio riconoscimento sarà totale e vivrò 79 anni. Troppi!».
Genio, passione e, lo ripetiamo, grande ingenuità sono nell’esistenza di Pirandello una miscela irripetibile. Proprio l’ingenuità giustifica (come si accennava) la sua adesione al Regime. Collura dà conto, attraverso quanto lo stesso Luigi veniva scrivendo alla Abba, di più d’una visita al Duce. Lo incontrava a Palazzo Venezia, lasciandosi incantare dall’accoglienza riservatagli. Un esempio? Il Capo, così lo definiva familiarmente, lo accoglie in piedi, gli stringe la mano, comunicandogli vigore e rispettoso affetto. Tanto basta. L’artista, che ha rivoluzionato la nostra scena, è pronto a lasciarsi infinocchiare. Espone i progetti relativi alla creazione d’un Teatro Nazionale di prosa e il Dittatore lo lascia sperare. «Ho avuto l’impressione che la cosa sia fatta» riferirà più tardi. Invece è fumo, solo fumo. Il Regime lo sfrutta, lo inganna e Pirandello riconoscente arriva a definire Mussolini «un poeta della politica». Si spinge a dichiarare che gli italiani «non lo ammirano... mai abbastanza».
Altro è tuttavia il tema dominante del libro, quello che gli conferisce tensione emotiva. Collura fa emergere con progressiva e incalzante drammaticità, citando passi di lettere imbarazzanti nella loro infiammata passionalità, l’adorazione (non c’è altra parola) di Luigi per Marta Abba. È bella, ha talento. Così lui, pur sapendo di non poter ottenere quel che vorrebbe, non cessa di glorificarla, «per convincerla a sentirsi la prima donna del mondo, l’eletta, l’indiscussa regina del teatro». Si rimane sorpresi, perfino sconcertati leggendo parole come queste: «...Ajutami, ajutami, per carità, Marta mia, non mi lasciare, non mi abbandonare... ho tutta la mia vita in Te, la mia arte sei Tu; senza il tuo respiro muore». Collura non si sbilancia in superficiali interpretazioni, strizzando l’occhio alla psicoanalisi (sarebbe troppo facile) o riportando (cosa ancora più facile) gli inevitabili pettegolezzi circolati all’epoca. Mostra invece, cosa assai più utile, quali furono le conseguenze dell’incontro con Marta Abba sulla produzione teatrale pirandelliana.
Il libro si legge con profitto, insegna e cattura. Quanto alle ragioni del titolo, scelto da Collura riprendendo quello di una commedia di Pirandello usata anche quale motivo d’innesco dei Sei personaggi in cerca d’autore, rimandiamo per saperne di più alla pagina 201. Non disturba tuttavia pensare che, risolvendosi spesso l’esistenza in un «gioco delle parti», proprio quel gioco si sia prestato a intitolare la biografia d’un personaggio dalla vita straordinaria quale Luigi Pirandello. verso il traguardo che sognava. E lui le aveva letto nel pensiero. Non soltanto quella giovane donna era bella, straordinariamente sensuale e desiderabile: era soprattutto un corpo, un volto, un carattere in attesa di un autore che li valorizzasse. Era una meravigliosa materia prima nata per essere plasmata, uno spirito eletto che ora aveva trovato il suo maestro, la sua fortuna più grande.
Era un uomo dall’apparenza fragile, colui che lei aveva salutato con un inchino educato e pudico, quel pomeriggio a Roma. Un uomo già vecchio, che fuori da quel contesto, senza nulla conoscere di lui, non avrebbe neppure degnato di uno sguardo. Tutto, nella sua persona, faceva pensare alla vecchiaia, quasi mostrasse una patina di senilità in cui sembrava essere nato. Esistono persone che appaiono consumate nel fisico anche da giovani: Pirandello era una di queste. Tutto appariva vecchio in lui, tranne gli occhi, lo sguardo; e fu quello che alla giovane attrice seppe indicare il destino; fu quello sguardo a dischiuderle in un lampo orizzonti infiniti, a dirle che sarebbe stata lei la regina di quel mondo ancora tutto da esplorare, fatto solamente di arte, di magie immaginarie e immaginifiche.
Il Maestro era rimasto in bilico, come quando, precariamente sospesi, si può saltare giù, in un baratro o, con una spinta contraria, tenersi ancorati al suolo. Qualcosa di straordinario era avvenuto in quel momento. Aveva atteso da sempre quella giovane donna. Non era un’avventuriera che veniva a turbare i sensi di un anziano seduttore. Era il destino che aveva preso l’aspetto di una castigata ragazza dai capelli rossi e dallo sguardo magnetico. Viveva per il teatro, quella creatura; si avvertiva, si vedeva, lei riusciva a comunicarlo con l’intero suo corpo, con ogni gesto e soprattutto con lo sguardo. Viveva per il teatro come il magro e nervoso capocomico che le stava davanti, il sorriso tra impacciato e sorpreso.
Quel pomeriggio, su un palcoscenico, il destino, fattosi fiamma imperiosa nello sguardo di una giovane attrice, aveva impartito i suoi ordini. D’un colpo egli aveva assaporato una dolcezza dei sensi che non aveva mai conosciuto. La moglie pazza, i figli rimasti aggrappati alla sua vita, la stessa Lietta, adorata creatura con cui avrebbe dovuto dividere il tedio dei suoi rimanenti anni, tutto, come per incanto, era sgusciato via dalla sua esistenza. Era un uomo libero, ora. E quella ragazza sembrava averlo intuito, perché lo avvinceva al suo sguardo e senza alcuno sforzo lo spingeva a saltare giù, in un mondo che prometteva felicità. Sì, lo aveva fatto all’istante quel salto, i suoi cinquantotto anni miracolosamente annullati al cospetto di quella giovane creatura che l’ineffabile mistero della vita aveva voluto donargli.
Corriere della Sera 26.8.10
E lo sguardo vellutato di Marta gli fece dimenticare tutti gli affanni
L’incontro con la Abba quando aveva 58 anni
di Matteo Collura
In quel palcoscenico tenuto in una luce fioca, gli era apparsa la donna che aveva atteso per tutta la vita: la sua attrice. Ne aveva avuto conferma pochi giorni dopo, quando, sulla porta del camerino a lei assegnato, Marta Abba aveva fatto appendere un cartello con scritto «Dea»: il nome della protagonista della commedia. Era un chiaro indizio, quel cartello, della sua idea di recitazione: uno straordinario amalgama di immedesimazione e di dedizione all’arte teatrale.
Quel pomeriggio, sul palcoscenico del Teatro Odescalchi, lei si era istintivamente affidata a quell’uomo magro e curvo, vecchio nei suoi cinquantotto anni: vecchio, sì, perché se no lei avrebbe sentito il bisogno, nel ricordare quell’incontro, di affermare il contrario? Si era lasciata guardare, consapevole di dover essere esaminata. Ma non la stava esaminando, Pirandello; stava assaporando lo stupore che provava nell’osservare quel giovane corpo di donna, lasciandosi accarezzare dal suo sguardo di velluto che, intuiva, avrebbe potuto farsi di ghiaccio, a comando, come le vere attrici sanno fare.
Lei aveva repentinamente intuito che quell’uomo tutto nervi l’avrebbe saputa guidare