l’Unità 25.8.10
Fiat, Napolitano con gli operai: «Rispettare lo stato di diritto»
di Luigina Venturelli
Il governo rompe il silenzio. Il ministro delle Infrastrutture: «Le sentenze vanno applicate»
La lettera dei tre lavoratori al Capo dello Stato: «Ci faccia sentire lavoratori, uomini e padri»
Napolitano risponde ai tre operai licenziati: «Profondo rammarico». Anche il governo rompe il silenzio sul caso Melfi. Il ministro Matteoli: «Le sentenze vanno rispettate anche quando non fanno piacere».
L’attesa è durata solo poche ore. I tre operai ingiustamente licenziati dalla Fiat di Melfi avevano scritto al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, chiedendogli di farsi garante del loro diritto al reintegro, della loro possibilità di sentirsi «lavoratori, uomini e padri». E il Capo dello Stato ha risposto loro a stretto giro di posta per esprimere il suo «profondo rammarico per la tensione creatasi in relazione ai licenziamenti che vi hanno colpito e alla mancata vostra reintegrazione».
IL MESSAGGIO DI NAPOLITANO
Un messaggio di vicinanza umana e di rispetto del diritto che Giovanni Barozzino, Antonio Lamorte e Marco Pignatelli hanno ricevuto al termine di un pomeriggio trascorso anche ieri, come promesso, davanti ai cancelli dello stabilimento. Rimettendosi alla prossima decisione dell’autorità giudiziaria, Napolitano ha sottolineato di comprendere «molto bene» come i tre considerino «lesivo della loro dignità percepire la retribuzione senza lavorare», ed ha espresso il «vivissimo auspicio che questo grave episodio possa essere superato» in attesa di «un confronto pacato e serio» sul futuro della «maggiore azienda manufatturiera italiana» e sulla «evoluzione delle relazioni industriali».
Parole non di circostanza, dunque, per i tre operai che al Capo dello Stato si erano rivolti in modo accorato: «Per sentirci uomini e non parassiti di questa società, vogliamo guadagnarci il pane come ogni padre di famiglia e non percepire la re-
tribuzione senza lavorare» si legge nella loro missiva al Quirinale. «In uno Stato di diritto non dovrebbe essere neppure consentito di dichiarare di voler disattendere un provvedimento della Autorità Giudiziaria, mostrando disprezzo per la Costituzione e per le leggi civili e penali del nostro ordinamento giuridico».
PRESSIONI DAL GOVERNO
La prova di forza del Lingotto rischia infatti di trasformarsi in una prova di tenuta per la legalità nazionale, tanto da scuotere addirittura il governo dal silenzio e dall’immobilismo dimostrati finora. A sorpresa, però, non ha parlato il ministro competente, quello del Lavoro, Maurizio Sacconi, sempre trincerato dietro un comodo «no comment», ma il responsabile delle Infrastrutture e dei Trasporti: «Le sentenze vanno rispettate anche quando non fanno piacere. Se il nostro Paese è uno Stato di diritto non lo può essere a fasi alterne» ha affermato Altero Matteoli. «Qui c’è una sentenza e la sentenza deve essere rispettata». Una posizione sostenuta anche dal sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, secondo cui l’azienda deve procedere al reintegro dei dipendenti licenziati, rimanendo così «dalla parte della ragione».
Stessa sostanza ma toni ben più duri assumono le pressioni dei sindacati sulla Fiat. Mentre il leader Cgil Guglielmo Epifani ringraziava il Capo dello Stato per «la sua grande sensibilità nei confronti del mondo del lavoro», la vice Susanna Camusso attaccava l’azienda: «Non c’e nessuno che possa esimersi dal rispettare una sentenza della magistratura con nessuna motivazione, e quelle fonite dalla Fiat sono del tutto pretestuose».
l’Unità 25.8.10
Sempre più in calo la popolarità di Sarkozy. La cacciata dei rom non lo aiuta a recuperare
Prima ministro e poi presidente da anni si occupa di sicurezza senza risolvere i problemi
Parigi, il razzismo logora chi lo alimenta I sondaggi non confortano
Sarkozy. La cacciata dei rom non gli vale un’impennata nei sondaggi. «Parla di sicurezza da 10 anni, non convince più». E la virata xenofoba rischia di trasformarsi in un boomerang
di Marina Mastroluca
Le ruspe hanno abbattuto ieri altri due campi rom, nei sobborghi di Lille, preannuncio di nuove espulsioni. Non c’è stato bisogno di scomodare la forza pubblica, invece, perché intorno al presidente Sarkozy cominciasse a franare il consenso, persino all’interno della sua famiglia politica. La plateale cacciata dei rom dal territorio francese doveva essere la panacea di tutti i mali per puntellare una presidenza traballante, così almeno è stata interpretata. Ma stavolta è come se il meccanismo si fosse inceppato, il giocattolo della paura non ha funzionato. La popolarità di Sarkozy non si è impennata, con variazioni minime i sondaggi la danno intorno al 34-35%. E anche se qualcuno gli concede un 2% di rimonta sull’onda della campagna anti-rom, non cambia la sostanza di un dimezzamento dei consensi dalle elezioni del 2007. E se fosse che a forza di agitare la bandiera della paura, Sarkozy avesse lanciato un boomerang pronto a ripiombargli addosso come pronostica Ségolène Royal?
È stato con qualche sorpresa che a Liberation hanno letto i dati dell’ultimo dei sondaggi periodici commissionati dal quotidiano. Il 55% dei francesi vorrebbe all’Eliseo un socialista. Tra i due schieramenti ci sono 20 punti di differenza a favore della sinistra. I muscoli di Sarkozy non fanno più impressione. «Il che non vuol dire che la politica della sicurezza non serva più a guadagnare consensi. Ma sembra che non serva più a Sarkozy», spiega Eric Jozsef, corrispondente di Liberation a Roma. Dieci anni a schiacciare lo stesso pedale della paura, prima da ministro dell’interno, quando mordeva il freno perché doveva sottostare a premier che non lo assecondavano, e poi da presidente hanno finito per togliergli credibilità. Perchè se il problema sicurezza è ancora sul tavolo, «vuol dire che la sua politica era sbagliata».
EQUAZIONI SBAGLIATE
Stando a un sondaggio della Csa pubblicato il 12 agosto, il 69% dei francesi considera inefficace la politica securitaria del presidente. Il 49% pensa che l’immigrazione abbia «poco o niente» a che fare con l’insicurezza, che per la maggioranza è invece legata a fattori sociali: il lavoro che non c’è, la crisi, l’economia che ristagna. Quando a fine luglio Sarkozy ha annunciato a Grenoble misure anti-rom e la revoca della cittadinanza per i naturalizzati francesi che avessero commesso dei crimini, in piazza è stato fischiato. «Grenoble è uguale a Chicago. E al Capone è uguale a Sarkozy», c’era scritto su uno striscione. Perché, e in questo la politica muscolare di Sarkozy non si discosta poi tanto da quella italiana, nel gran rimestare sulla sicurezza Sarkozy ha prodotto soprattutto molti annunci. «In questi anni sono stati tagliati 9000 funzionari di polizia dice Jozsef ma poi si spettacolarizza l’espulsione di 700 rom. C’è stata una precisa volontà di mettere l’accento su questa pratica: nel 2009 le espulsioni sono state quasi 11.000 e nessuno se ne era accorto. Come quando in Italia si fanno i respingimenti in ma-
re e non si dice che la maggior parte degli immigrati arriva magari con un visto per studiare. Sarkozy è già in campagna elettorale, è in crisi di popolarità e cerca di ripescare voti nella destra estrema, quella di Le Pen».
Un’arma a doppio taglio, questa. Perché e le polemiche in Francia lo dimostrano il presidente ha finito per scontentare il suo partito, l’Ump, la destra moderata e sociale, senza contare il Papa. Lo ha attaccato l’ex premier De Villepin e ieri anche Raffarin, che ha ricordato al presidente che «il pensiero politico non deve essere la monocultura della sicurezza». E non è poi detto che Sarkozy convinca l’elettorato del Fronte nazionale, che rivendica la primogenitura degli slogan xenofobi. Perché più che ispirarsi a Maroni, che pretende di aver fatto scuola, l’Eliseo fruga in soffitta. Ma rischia di trovare solo roba che non funziona più.
l’Unità 25.8.10
Intervista a Nadia Urbinati
«La Francia ritrova l’energia civic del no a LePen»
Secondo la studiosa l’opposizione in Italia sbaglia quando va a rimorchio della destra. Non ha senso il baratto fra diritti e sicurezza
di Federica Fantozzi
Nadia Urbinati, dalla Francia arriva una sorpresa: i rimpatri quasi quotidiani di famiglie rom non premiano in
termini di consenso il pugno duro dell’Eliseo. Come se lo spiega? «La Francia è un Paese più civicamente attivo dell’Italia. Ha maggiori energie critiche. Lo si era già visto con l’altolà a Le Pen. E la reazione alla legge che voleva precarizzare il lavoro che obbligò il governo alla retro marcia. Anche se Sarkozy è stato eletto direttamente, secondo il sogno berlusconiano, non è riuscito a fare del Paese un predellino».
La politica del rimpatrio collettiva è legittima? «No, sotto due profili. Viola il diritto di movimento delle persone in Europa: non si dice mai abbastanza forte che i rom sono cittadini europei. E per un motivo più radicale e profondo: toccano una popolazione, una comunità di persone non per ciò che fanno ma per ciò che sono».
Cioè, è una pratica discriminatoria?
«L’art. 21 della Carta Europea dei Diritti vieta discriminazioni fondate su razza, colore della pelle, origine etnica o sociale, caratteristiche genetiche, lingua, religione, appartenenza a minoranze. E l’art. 19 vieta le espulsioni collettive. Sa perché questa norma esiste in Europa e non in America? Da noi ci sono ricordi e voglia di evitare tragedie collettive che, non avranno il nome di Olocausto o pulizia etnica, ma sono sempre possibili».
L’obiezione è che sono atti volontari.
«È una forma “civile” di espulsione, nel senso di non militare, che non ne inficia la natura gravissima. Il biglietto di sola andata è pagato con i soldi dei contribuenti. Ed è ridicolo: tutti sanno che i rom torneranno, a piedi, come hanno fatto nei secoli». Come si esce dal vicolo cieco della paura che alimenta la sicurezza che alimenta la paura, senza nascondersi i problemi della convivenza quotidiana?
«Con l’integrazione e non l’espulsione. Servono politiche sociali. Non gratis: aiuti alle famiglie in cambio di un contributo attivo alla società. È un segno negativo che a ricordarci i diritti umani siano il Papa e la Cei mentre non si alza una voce dalla cultura laica e dalla politica dell’opposizione».
La sinistra su questi temi è in imbarazzo. «Perché non forma l’opinione pubblica ma la segue, dimenticando che essa è stata formata dalla propaganda della destra. Ecco il corto circuito: un’opposizione che è a rimorchio della maggioranza e non fa politica anti-destra. Non basta attaccare Berlusconi se il suo pensiero si è radicato. È molto triste ed è un enorme problema».
Di solito l’azione esemplare colpisce l’immaginario. In Francia non è andata così. Non sembra invece che la Lega subisca lo stesso effetto... «Infatti non solo guadagna voti ma il Pd la corteggia. Sarà colpa dei venti di crisi, della precarizzazione del lavoro, ma è così».
La paura dell’altro, del diverso, il sistema del capro espiatorio funzionano ancora? «Vorrei chiedere a Maroni se ha davvero paura degli zingari. È significativo che la recrudescenza del problema sicurezza torni in questi giorni di crisi di governo. Tra i 5 punti sfornati da Palazzo Grazioli ci sono sicurezza e giustizia. L’intento è evidentissimo: conquistare i sondaggi e mettere in difficoltà i finiani. La giustizia addomesticata per i potenti e gli interessi del capo, e quella arcigna e forcaiola con i deboli. Con la seconda sbandierata per non far notare la prima». Nessuno si accorge degli specchietti per le allodole?
«Gli imprenditori dell’opinione sanno vendere il prodotto sicurezza. Se la tv martella sui rom, il problema viene creato. Su Tg1 e Tg5 la disoccupazione non esiste. Invece ad agosto il ministro dell’Interno riscopre l’emergenza zingari». Come crearsi degli anticorpi? «Smettendo di ascoltare e di alimentare miti negativi. Chi lo fa è un forcaiolo che baratta diritti in cambio di sicurezza come se l’una potesse esistere senza gli altri. Serve una contro-informazione: se trattiamo i rom con violenza loro diventeranno più pericolosi. La politica governativa ci mette in pericolo: vuole la nostra insicurezza, la nostra paura».
L’assalto ai diritti fondamentali è come dopo l’11 Settembre? «C’è una differenza: una maggioranza agisce non contro singole persone bensì contro una minoranza. Rivedere il trattato di Schengen sulla libera circolazione significherebbe la fine dell’Ue e il ritorno alla nazionalizzazione delle frontiere».
l’Unità 25.8.10
Per il magistrato le norme varate da Obama consentono la distruzione di embrioni umani
Polemiche nella comunità medica americana. Soddisfazione in Vaticano
Usa, alt alla ricerca sulle staminali Giudice federale blocca i fondi
Un giudice blocca i fondi pubblici per la ricerca sulle staminali autorizzati da Obama. Protesta la comunità scientifica. Plaude il Vaticano. La Casa Bianca ribadisce l’importanza di quel tipo di ricerche
di Roberto Monteforte
Alt ai finanziamenti pubblici negli Usa per la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Nel marzo 2009 l’amministrazione Obama aveva abolito il divieto imposto da Bush. Ma ora il tribunale distrettuale di Washington ha nuovamente disposto, con una «ingiunzione preliminare», il blocco dei finanziamenti pubblici alla ricerca sulle cellule staminali embrionali. In un testo lungo 15 pagine, il giudice Royce C. Lamberth ha accolto il ricorso avanzato da James Sherley, un ex ricercatore del Massachusetts Institute of Technology e appoggiato da alcuni gruppi cristiani, secondo il quale destinare fondi pubblici agli studi sulle «cellule bambine» violerebbe una legge del 1996 volta a prevenire la distruzione di embrioni umani.
Il precedente ok della Casa Bianca riguardava l'impiego di linee cellulari ottenute da embrioni congelati, rimasti inutilizzati dopo i trattamenti di fecondazione medicalmente assistita. Escludeva che ai potesse finanziare la creazione di nuove linee di staminali, che comportasse la distruzione di embrioni. Per i presentatori del ricorso, la legge del 1996 impedisce di devolvere denaro pubblico a ogni tipo di ricerca in cui embrioni umani vengano distrutti. Il giudice che ha accolto questa tesi, si è spinto oltre. Finanziando la ricerca sulle cellule ricavate da embrioni -scriveil governo penalizza altri filoni di ricerca come quelle sulle cellule staminali estratte dal midollo spinale di persone adulte.
LA PROTESTA DEGLI SCIENZIATI
La decisione ha scatenato le proteste della comunità scientifica. «A lungo termine, l'impatto di questa ingiunzione si traduce in un sostanziale altolà alla maggior parte della ricerca sulle cellule staminali negli Usa», osserva Irving Weissman, direttore dello Stanford Institute for Stem Cell Biology and Rigenerative Medicine. Si dice «profondamente deluso» anche il vice rettore dell’ateneo di Harvard, Kevin Casey. Parla di «passo indietro» anche Leonard Zon, del Children's Hospital di Boston. La cosa peggiore è la confusione che si sarebbe determinata. Vi è, infatti, incertezza sul reale effetto dell'ingiunzione del giudice: devono essere bloccati progetti di ricerca in atto, o la sospensione vale solo su quelli futuri?
La palla passa ora al Dipartimento di giustizia: deve decidere se presentare appello o rivedere le linee guida originarie. Se è forte la pressione della comunità scientifica affinché il presidente Obama tenga ferma la sua scelta di apertura alla ricerca sulle staminali «bambine», non nasconde la sua soddisfazione il Vaticano per la sentenza. «Era ciò che si attendeva da tempo dal presidente Obama e dalle autorità politiche che, negli Stati Uniti, hanno capacità di intervento» commenta monsignor Sgreccia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita. Ma per la Casa Bianca, la ricerca sulle staminali, dice un portavoce, resta «cruciale».
l’Unità 25.8.10
5 domande a Maurizio Mori
«Non finisce qua. Credo che Obama andrà avanti»
Il professor Maurizio Mori, presidente della Consulta Bioetica onlus invita alla cautela. Gli Usa non sono come l’Italia, precisa.
In America è arrivato lo stop ai finanziamenti per la ricerca sulle cellule staminali embrionali. Vuol dire che anche lì la ricerca si fermerà?
«Dovrò leggere esattamente il contenuto della sentenza del giudice americano, ma penso che ci si trovi di fronte allo stesso approccio avuto per l’aborto: perché usare fondi pubblici per una cosa, secondo loro, privata? Tuttavia siamo di fronte ad una sospensione temporanea, non è un no definitivo».
Il Vaticano e una parte della politica hanno salutato con grande favore questa sentenza. «In Italia quando si parla di embrioni si perde di vista qualunque distinzione. Il Vaticano, poi, ogni volta ne invoca la sacralità come se si trattasse già di un essere vivente». La comunità scientifica, invece, ha accolto con grande preoccupazione questa sentenza.
«Adesso c’è un giudice che ha bloccato temporaneamente i fondi, mi sembra presto per gridare vittoria da parte di chi vuole dimostrare che anche in America c’è lo stesso atteggiamento che in Italia. Ci sarà un ricorso in appello e vedremo come andrà a finire».
Secondo lei Obama andrà avanti nella sua battaglia? «Sono sicuro che continuerà ad appoggiare la ricerca sulle staminali embrionali. In America non c’è lo stesso approccio imperniato sulla sacralità dell’embrione come qui da noi. Anche se l’esposto può essere partito con l’appoggio di alcuni gruppi di cristiani i giudici si muovono secondo altri criteri».
Però sono riusciti a fermare i finanziamenti. «La ragione giuridica americana non si fonda su questo. Ripeto, basta pensare alla liberalizzazione dell’aborto. Il loro approccio è stato molto chiaro: è un fatto che riguarda la donna e il suo corpo e dunque è una vicenda strettamente privata, che non può avvenire a spese della collettività». m.ze.
il Fatto 25.8.10
Io, ex Brigatista, e Cossiga simili e diversi
“Non ho scoperto mai chi era l’uomo e non so dire esattamente cosa mi unisse a lui. Tutto sembrava separarci”
di Adriana Faranda
Non so dire esattamente cosa mi unisse a lui. Credo sia stata la percezione limpida del dolore che si portava dentro, così diverso e così simile al mio. Tutto il resto sembrava separarci
Politico controverso, Francesco Cossiga. Come i miei sentimenti per lui. Non ho scoperto mai chi era l’uomo. La sua storia e il suo ruolo, che ricoprì fino alla fine, nei nostri incontri lo offuscarono sempre. E forse anch’io, la donna che aveva dismesso gli abiti rivoluzionari per l’anonimato di una vita normale, restai per lui nell’ignoto. In me, rispettava e cercava l’ex-combattente, che aveva impugnato le armi per abbattere quello Stato a cui lui aveva sacrificato tutto. Mentre io andavo in cerca della persona che si celava dietro il fumo dei lacrimogeni e dell’intransigente linea della fermezza. Non so dire esattamente cosa mi unisse a lui. Credo sia stata la percezione limpida del dolore che si portava dentro, così diverso e così simile al mio. Tutto il resto sembrava separarci. Lui, uomo d’ordine e delle istituzioni, deciso a difenderle a qualunque prezzo, profondamente conservatore al di là delle apparenze come si addice a un vero “gattosardo”, fervido estimatore delle forze armate, forte delle sue certezze. Dall’altra parte io, un tempo convinta della necessità della violenza rivoluzionaria, da scagliare contro quel sistema che tanto orgogliosamente lui sosteneva e difendeva, forte soltanto dei miei poliedrici dubbi. Eravamo stati su trincee contrapposte, che si appellavano a una diversità radicale. Eppure, mio malgrado, vedevo tratti comuni. Io portatrice di un manicheismo un po’ demodé, agganciato alle tradizionali opposizioni buono/cattivo, giusto ed ingiusto. Lui di un manicheismo ”funzionale”, obbediente/disobbediente, affidabile e sovversivo.
L’illusione dell’etica
IN ENTRAMBI i casi, due pesi e due misure. Con Macchiavelli, Cossiga mi diceva che le doti etiche nella lotta politica sono pure illusioni. Il dovere di chi governa è vincere e mantenere lo Stato, castigare in modo esemplare. E per un contestatore, un rivoluzionario? “Le norme morali assolute sono del tutto inoperanti. Il giudizio morale è condizionato, come il giudizio politico, dalle necessità interne della lotta” scriveva Trotsky, sintetizzando un principio di quella stessa dottrina che lo avrebbe ucciso. Ragion di stato contro Ragione rivoluzionaria. Questo avvenne in quegli anni. E non soltanto nel caso del sequestro Moro, il cui prezzo terribile fu pagato con la moneta dell’angoscia. Era il clima di una stagione della storia, pervasa dall’ansia di rifondare e trasformare tutto, ma anche da un desiderio malcelato di distruzione e di morte. La lotta, così intesa, non avrebbe potuto che figliare spietatezza, disumanizzazione progressiva, demonizzazione. Cossiga aveva incarnato il nemico peretto, l’incomunicabilità, la repressione militare, la brutalità del potere. Cosa eravamo stati noi per lui? Cosa quei movimenti che agitavano la società? Forse soltanto una minaccia densa di corpi senza volto, privi di storia, identità irrilevanti. Nemicità assoluta. Chiusi i canali del dialogo, tutto si trasformava in guerra, seguendo le sue leggi di crudeltà, trascinando con sé anche arruolati inconsapevoli. Quante domande avrei voluto ancora fargli. Perché aveva dato quelle disposizioni di sapore pasoliniano: “Se vedete operai, giratevi dall’altra parte, ma se vedete studenti, massacrateli senza pietà.” Frutto del suo sentirsi “di sinistra, dalla parte dei lavoratori” o di una convergenza d’intenti col PCI, che chiedeva con forza il nostro annientamento? Forse entrambe le cose. Sta di fatto che nelle fauci della guerra caddero anche quei ragazzi che al tempo nessuno comprese fino in fondo, e che ponevano questioni vitali come libertà, rivoluzione sessuale, comunicazione, nomadismo, rete orizzontale, tutte in seguito riconvertite come funzione di sviluppo e di riassestamento.
L’ultima beffa
COSSIGA se ne è andato con un’ultima beffa. Nessuna lettera, per la gente comune. Vorrei, come molti altri, che venissero portate alla luce le verità ancora coperte da un segreto di Stato senza alcun senso ormai. Ma credo anche che insistere oggi a inchiodare Francesco Cossiga a simbolo del male, sia ripercorrere la stessa logica che ci ha portati nel baratro. Siamo stati figli dei nostri tempi, io degli anni Sessanta, lui della guerra fredda, ciascuno con i suoi miti, le sue storture, i suoi errori ed orrori. Oggi, è un altro tempo. Dico senza imbarazzo che mi ha addolorata la sua morte, e che ho sempre provato rispetto per lui. Sia pure se le nostre strade, opposte e parallele, mi apparvero separate alla fine da un ultimo filo spinato, levato come uno schiaffo sull’ultima curva, coi suoi “consigli” su come contrastare l’onda. Provocazione o confessione pubblica? Non importa saperlo. Mi ferì l’insostenibile “naturalezza” con cui la porse. L’immagine che ne ebbi fu che, mentre io ero riuscita a saltare giù da un treno di guerra ancora in corsa, sia pure con imperdonabile ritardo, lui si mostrava ancora insediato al suo locomotore. Per questo credo che le invettive postume, gli insulti e gli esorcismi non siano utili a nessuno. Forse molto meglio sarebbe scendere tutti giù da quel treno.
il Fatto 25.8.10
Lei e via Fani
di Luca Telese
Adriana Faranda ci ha scritto una lettera sorprendente e anche drammatica sul suo rapporto con Francesco Cossiga e la lotta armata. Una testimonianza, o forse anche solo un’epigrafe sul tempo dell’odio e su come uscire dalla guerra irrisolta degli anni di piombo. Questa missiva è un racconto, in cui ognuno potrà trovare ciò che vuole. A una sola condizione, quella di non dimenticare mai che Faranda era contro l’esecuzione di Moro, ma è stata una dei suoi sequestratori. Si definisce “rivoluzionaria”,
ma non parla delle Br. La storia va scritta senza omissis. Eppure, quella stagione di violenza, va indagata, perché resta un paradigma di ciò che siamo diventati oggi. Il confine fra nemico e avversario rimane sempre troppo sottile in questo Paese. E malgrado il prezzo enorme pagato dalle vittime, nessuna autorità si è ancora posta il problema di come metabolizzare il lutto. La parte più interessante della lettera della Faranda, è la storia del suo rapporto con il suo ex nemico una volta uscita dal carcere. Se qualche brigatista è riuscito a superare la dimensione dell’odio, che aveva portato un pezzo di generazione a combattere lo Stato, forse possiamo farlo pure noi.
il Fatto 25.8.10
“Non possiamo perdere tempo: subito in piazza”
Flores d’Arcais lancia l’appello: tutti uniti a ottobre per difendere la democrazia da Berlusconi
di Chiara Paolin
QUESTO L’APPELLO lanciato da MicroMega: “Il carattere eversivo dell’azione di Berlusconi è ormai dichiarato, la sua volontà di assassinare la Costituzione nata dalla Resistenza è costantemente esibita. Per difendere la Repubblica è necessario che l’Italia civile faccia sentire unanime la sua voce. A questa Italia che vuole rinascere dalle macerie in cui l’ha precipitata un regime di cricche chiediamo di scendere in piazza al più presto, l’ultimo sabato di settembre o il primo di ottobre, per una grande manifestazione nazionale a Roma. Ci rivolgiamo a tutte le associazioni, i club, le testate, i siti, i gruppi “viola”, a tutti i cittadini
che si riconoscono nei valori della Costituzione e nella volontà di realizzarli compiutamente. Ci rivolgiamo al mondo della cultura, della scienza, dello spettacolo, a tutte le personalità che hanno il privilegio e la responsabilità della visibilità pubblica, perché si impegnino tutti, individualmente e direttamente, alla realizzazione di una indimenticabile giornata di passione civile. Fuori Berlusconi; realizziamo la Costituzione; via i criminali dal potere; restituire le televisioni al pluralismo; elezioni democratiche”. Firmato: Don Antonio Gallo, Andrea Camilleri, Paolo Flores d’Arcais e Margherita Hack
“Se Fini ha rotto con Berlusconi è merito anche di tutte quelle persone che sono scese in piazza negli ultimi anni. Ne sono convinto, e adesso occorre uno sforzo in più: per andare oltre la protesta”. Così legge la crisi di governo Paolo Flores d’Arcais, che dalle pagine on line di MicroMega ha lanciato ieri un appello per la democrazia insieme a Don Antonio Gallo, Andrea Camilleri e Margherita Hack. Qual è la proposta, professore? Passare all’offensiva. Berlusconi è stato chiaro, intende dare il colpo finale alla Costituzione italiana. Quindi stavolta non si tratta semplicemente di protestare contro il malgoverno, ma di proteggere un patrimonio democratico unico e prezioso. I cittadini non saranno stanchi di protestare? Quest’anno le piazze sono state piuttosto affollate. E’ un momento decisivo, dobbiamo riuscire a far convergere tutte le forze in campo. Ci rivolgiamo ai gruppi viola, alle associazioni, ai singoli cittadini. Per andare oltre il NoB.Day: una manifestazione molto importante, l’anno scorso, che adesso deve assumere un valore in più. Lavorerete insieme al Popolo Viola? L’appuntamento sarà a Roma il 2 ottobre? L’importante è non perdere tempo, io chiedo di organizzarci al più presto possibile. E quindi a inizio ottobre va benissimo per noi, dev’essere una vera mobilitazione che faccia da base a un’iniziativa politica di ampio respiro, a una rete più stabile. Qualcosa di simile al Movimento 5stelle? Anche Grillo ha chiamato i suoi a raduno nel weekend del 25 e 26 settembre, a Cesena. Le cose nuove nascono dal basso, le lasceremo emergere spontaneamente. Ma è chiaro che a Roma vogliamo invitare tutti i militanti di tut-
ti i movimenti politici. Senza bandiere di partito, però. Veltroni dice che le sante alleanze anti premier non funzionano.
I dirigenti del Pd possono dire qualsiasi cosa, ormai hanno perso qualsiasi credibilità. E non tanto per ciò che hanno detto fin qui, ma per tutto quello che non hanno mai fatto.
Allora torniamo a Nanni Moretti, al mitico “con questi dirigenti non vinceremo mai”. Era il 2002 e secondo il regista servivano almeno due o tre generazioni prima di tornare a governare l’Italia da sinistra. Un pessimista?
La manifestazione di piazza Navona fu fondamentale per aprire una stagione di grande responsabilità civica. Berlusconi conta molto sulla passività delle coscienze per continuare a picconare la carta costituzionale, ma noi dobbiamo impedirglielo a ogni costo. Soprattutto perché il suo stile è contagioso. A chi pensa? Guardate quello che sta succedendo alla Fiat. Sergio Marchionne non vuole più rispettare le leggi italiane, crede di poter riformulare a proprio piacimento i diritti dei lavoratori. Il berlusconismo va fermato come fenomeno culturale perché confligge con la tradizione democratica del nostro Paese. Quali sono gli aspetti che vi preoccupano di più, in questa fase?
Innanzitutto la pluralità dell’informazione, tema ormai accantonato e invece assolutamente centrale. Oltre alla questione delle elezioni, che devono tornare a essere un momento di scelta libera e autenticamente democratica. Oggi non è così. Secondo lei ci avviciniamo davvero alla nascita di un nuovo esecutivo? L’appello di MicroMega non rischia di cadere nel momento sbagliato?
Mi sembra un buon momento per decidere il futuro dell’Italia. In questa crisi di governo, sempre più sguaiata e volgare, i cittadini ci devono essere, e devono essere la voce che conta di più. Per questo l’appuntamento di ottobre diventa cruciale, dare il proprio sostegno stavolta significa completare un percorso lungo e articolato che giunge al punto cruciale. In caso contrario andrà disperso un patrimonio importante.
Repubblica 25.8.10
Tra trono e altare alleanza al tramonto
di Carlo Galli
Che "Famiglia Cristiana" attacchi Berlusconi e la sua politica con argomenti – fondatissimi e di per sé evidenti – che mescolano l´indignazione civile e lo sdegno religioso non ha nulla di "disgustoso". È semplicemente la dimostrazione di una verità quasi bimillenaria: che la Chiesa cattolica è capace di stringere compromessi con ogni potere, di allearsi con potenze mondane di ogni risma – da Costantino a Mussolini, solo per dare un´idea.
Ed è capace di agire con la spregiudicatezza che la politica richiede, trovando sempre (del resto non è troppo difficile) il modo di giustificare il proprio operato, davanti a se stessa e davanti al mondo. Ma che da questi abbracci la Chiesa sa anche sciogliersi per tempo, quando le diventano scomodi.
E questo perché la Chiesa non ha mai una politica soltanto, ma ne ha sempre altre di riserva. Ed è "con riserva" che sta nelle cose del mondo, senza sposare mai una causa una volta per tutte: del resto, è la Sposa di Cristo, non di questo o di quel potere. Questa intrinseca duplicità deriva dal fatto che la radice religiosa del messaggio di cui la Chiesa è portatrice ha almeno due lati: quel messaggio è da una parte una volontà di organizzazione del mondo sul fondamento stabile del dogma e del magistero delle gerarchie. E per questo motivo la Chiesa è organismo politico, che si confronta con altri, secondo logiche di potenza. E´ la Chiesa costantiniana, che cerca il potere per essere in grado di esercitare in sicurezza la propria missione. Ma d´altra parte quel messaggio è anche la potenza profetica del Dio che libera dal peccato e dall´oppressione, del Dio che mobilita gli animi, muove le coscienze, e suscita gli scandali. E´ anche questa una Chiesa politica, sia chiaro; ma di una politica caritatevole e battagliera, per nulla diplomatica o benpensante, che nel corso della storia si è sempre affiancata criticamente alla Chiesa gerarchica; e questa, per quanto l´abbia temuta e, per quanto possibile, normalizzata, non ne ha mai potuto prescindere. La Chiesa è entrambe le cose, contemporaneamente; fa coesistere in sé gli opposti. Non è un´azienda in cui regni la volontà unica del padrone, ma una realtà per sua natura complessa e plurima. Anche il rigido centralismo vaticano, il primato del Papa, si confronta con questa ricchezza inesauribile, a cui dà sì una direzione ma non un´uniformità totale.
Non c´è da stupirsi, quindi, se dentro la Chiesa cattolica le posizioni su Berlusconi sono differenziate: su queste differenze ha giocato, del resto, lo stesso premier, che, col caso Boffo, ha sfruttato a proprio vantaggio i contrasti fra la Cei e la Segreteria di Stato; mentre su altre differenze, ora, inciampa. "Famiglia Cristiana", da parte sua, non è nuova a questo esercizio di critica: e quindi non ci sarebbe da stupirsi. Ma forse la destra sta fiutando – nell´asprezza, nella libertà, nella costanza degli attacchi del settimanale – un cambiamento di vento nelle stesse gerarchie, con le quali ha stipulato molti e vantaggiosi (per entrambi) compromessi, scambiando benefici fiscali e acquiescenze verso gli aspetti più chiusi del magistero (sulla bioetica e sulla biopolitica) con un appoggio politico di fatto. Un appoggio per nulla scontato poiché il modello d´uomo e di società proposto dalla destra di Berlusconi e Bossi – per non parlare del troppo laico Fini – non dovrebbe essere gradito alla sensibilità religiosa. In ogni caso, la settimana scorsa, a un analogo attacco di "Famiglia Cristiana" era stato risposto, da parte della destra, con l´invito agli estensori – evidentemente ritenuti ignari – a ripassare i capisaldi della dottrina sociale della Chiesa, e, con un po´ più di verosimiglianza, a non dimenticare i tanti segni tangibili della vicinanza di questo governo alle richieste delle gerarchie.
Nelle risposte davvero sopra le righe a "Famiglia Cristiana" (rea di darsi alla "pornografia politica"), c´è forse solo l´esasperazione di una maggioranza in crisi per ben altri motivi. Ma potrebbe anche esserci la preoccupazione di Berlusconi di perdere, dopo Casini e Fini, e – chissà – Bossi e Tremonti, anche la benevolenza vaticana. Forse il fido Letta non è riuscito a far digerire Oltretevere le nuove minacciate leggi di ispirazione leghista contro immigrati e rom; o forse le gerarchie si rendono conto che dal Cavaliere hanno spremuto tutto quello che si poteva, e che la sua politica ormai di rottura, di lotta disperata per la sopravvivenza, non è più in grado di garantire quello spazio che la Chiesa chiede per sé e per le proprie istanze in Italia. Forse la prospettiva di un clima di divisione permanente – che mette a rischio l´unità dello Stato (tema spesso sollevato ad altissimo livello, in queste settimane) e della società, e che spezza l´unità dei cattolici (come "Famiglia Cristiana" denuncia) – comincia a interessare meno i vertici della Chiesa. Che non vogliono e non possono legare il loro destino a quello di un´avventura politica ormai incerta, e mandano messaggi trasversali come sanno fare. Forse, un´alleanza fra trono e altare – un buon affare per entrambi, ma di solito più per il secondo che non per il primo – sta tramontando, e il trono comincia a temere per la propria stabilità.
Corriere della Sera 25.8.10
Famiglia Cristiana: «Costituzione dimezzata»
Attacco al premier: comanda solo lui. Il Pdl: disgusto
di M. Antonietta Calabrò
ROMA — Nuovo attacco di Famiglia Cristiana contro Silvio Berlusconi. Ed ennesimo botta e risposta con esponenti di primo piano del Pdl.
Direttore Don Antonio Sciortino, 56 anni, sacerdote paolino dal 1980, giornalista, direttore di Famiglia cristiana dal 1999
Questa volta l’editoriale («La Costituzione dimezzata») non è a firma dell’attuale direttore don Antonio Sciortino, ma della firma storica del settimanale dei Paolini, Beppe del Colle: «Dimezza la Costituzione, comanda solo lui», questa in sintesi la contestazione.
Il casus belli che ha scatenato le ire del periodico sono state le recenti esternazioni del premier sui «formalismi costituzionali». Un’affermazione che, prosegue il settimanale dei Paolini, contraddice il dettato della Carta fondamentale. «Così lo sappiamo dalla sua viva voce: in Italia comanda solo lui — scrive Beppe Del Colle — grazie alla sovranità popolare che finora lo ha votato. La Costituzione in realtà dice: "La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione". Berlusconi si ferma a metà della frase, il resto non gli interessa, è puro formalismo».
L’affondo si fa ancora più duro quando si parla del mondo cattolico. «La discesa in campo in Berlusconi», scrive Del Colle, «ha avuto come risultato quello che nessun politico nel mezzo secolo precedente aveva mai sperato: spaccare in due il voto cattolico, (o, per meglio dire, il voto democristiano)».
Infine le parole più dure sulle regole del berlusconismo: «Se promette alla Chiesa di appassionarsi (soprattutto con i suoi atei-devoti) all’embrione e a tutto il resto, con la vita quotidiana degli altri non ha esitazioni: "il metodo Boffo" (chi dissente va distrutto) è fatto apposta».
Un commento che infiamma le repliche del Pdl schierato tutto a difesa di Berlusconi. Il ministro Bondi, che è uno dei coordinatori del Pdl, replica seccato: «Sono offeso come cattolico, provo sconcerto e disgusto». Mentre il sottosegretario Francesco Giro parla di «argomenti indecenti, pornografia politica». «Penso che ormai Famiglia
Cristiana non faccia più notizia. Ogni settimana sembra diventata la fotocopia de Il Fatto e de
l’Unità, e non mi pare che questa sia la caratteristica di un settimanale cattolico», afferma il vicepresidente della Camera, il ciellino Maurizio Lupi.
Mentre il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, rivendica di aver «denunciato per primo anni fa la deriva di Famiglia un tempo Cristiana. Anche la Santa Sede prese le distanze da un giornale che non la rappresenta in alcun modo». Poi lancia un messaggio oscuro: «Sono stato anche il primo a rilevare gli incoerenti stili di vita del direttore del periodico. Il suo è un caso umano collegato ad un’evidente crisi personale. Che va rispettata ma che danneggia il periodico in modo irreparabile». Tanto che Gasparri si chiede come mai don Sciortino sia rimasto ancora alla guida del settimanale, nonostante il crollo delle copie vendute, che, secondo la sua analisi, sarebbe legato proprio alla linea «politica» perseguita da Sciortino.
«Le parole offensive usate dagli esponenti del Pdl contro il direttore di Famiglia cristiana don Sciortino confermano in pieno la correttezza dell’analisi svolta dal settimanale», dichiara il deputato dell’Udc Pierluigi Mantini, componente della commissione affari costituzionali di Montecitorio. Per Luigi De Magistris, eurodeputato dell’Italia dei valori, contro Famiglia Cristiana si è scatenata «un’aggressione tribale».
Repubblica 25.8.10
No agli assemblaggi
"Primarie subito, poi le alleanze parlando anche coi cattolici"
Vendola: positiva la candidatura del sindaco di Torino
intervista di Mauro Favale
No ad assemblaggi di piccoli e grandi cespugli, ognuno proteso all´autopromozione. Così è finito il governo Prodi
ROMA - «Se è vero che sulle primarie sono caduti i veti, allora evitiamo di passare dal momento in cui si diceva che era prematuro discuterne a quello in cui saremmo già in ritardo se la situazione precipitasse. Organizziamo ora le primarie, subito. Perché più breve è il lasso di tempo che avremo a disposizione tanto più forte sarà il bisogno di immettere nel motore elementi propulsivi». Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, leader di Sinistra ecologia e libertà, ha già lanciato la sua candidatura per la leadership del centrosinistra.
Primarie ora? Anche se non si sa se o quando ci saranno le elezioni?
«Le primarie non vanno vissute come una mossa sulla scacchiera del politicismo ma come l´apertura di un processo virtuoso. Scendano in campo personalità e progetti per l´Italia che vogliamo. Intorno a noi c´è uno scenario verminoso fatto di poteri inquinanti e inquinati che hanno riempito l´Italia di veleni, dossier, ricatti. Dobbiamo dire che c´è un´Italia migliore di questa».
In campo ci sono anche Bersani e Chiamparino.
«Sarà una competizione interessante. Oggi è vitale aprire un´interlocuzione con soggetti sociali larghi, fare quella grande operazione porta a porta di cui parla Bersani».
C´è già chi pensa a un ticket Vendola-Chiamparino.
«Chiamparino è un grande amministratore, la sua candidatura è un fatto positivo. Ma quando si attiva un processo democratico come questo, sai come si apre e non sai come si chiude. Vediamo cosa riusciamo a suscitare e cosa decide il popolo».
E le alleanze? Per Franceschini c´è quella "costituzionale".
«Penso sia sbagliato costruire delimitazioni ideologiche di quello che può essere il campo di una coalizione alternativa alle destre. Per me la priorità assoluta è la costruzione del cantiere e questo si fa attraverso le primarie».
Ma arriverà anche il momento di ragionare sulle alleanze?
«Le alleanze vanno costruite con sapienza, con curiosità culturale. Sapendo che se il filo con cui vengono cucite è il trasformismo esse vivranno di una precarietà di fondo. Se invece il filo di una grande alleanza è quello della responsabilità nazionale e di una visione euromediterranea, una maggioranza può tenere».
E basta per tenere insieme Casini, il Pd, l´Idv, magari anche Fini?
«Io non ho paura di discutere con nessuno. Mi interessa dire che oggi ci sono 10 milioni di italiani, vecchi e bambini, che vivono a rischio di abbandono: sono soggetti fondamentali per l´idea di società che abbiamo? È possibile che su questi temi non si possa costruire una coalizione che innerva anche l´arcipelago cattolico? Partiamo dai guasti dell´Italia, parliamo con i soggetti sociali, con le famiglie, con le imprese, con gli insegnanti. Questo è il cantiere che ho in mente. Non ci impicchiamo all´albero dei pregiudizi».
Quindi qual è la sua ricetta di coalizione?
«Non dobbiamo chiamare mago Merlino che ci dia la pozione magica della coalizione vincente. So, invece, cosa non bisogna fare».
Cosa?
«Non bisogna replicare una coalizione in forma di assemblaggio di grandi e piccoli cespugli, ognuno proteso all´autopromozione. Così è finito il governo Prodi che pure era partito con una buona idea, quella fabbrica del programma che puntava a un´idea di futuro. Dobbiamo essere in grado di fornire una nuova narrazione. Solo così si batte Berlusconi».
Che però è ancora forte nel Paese.
«La forza di Berlusconi sta nella debolezza del centrosinistra. La critica a Berlusconi, come quella a Marchionne, è credibile se è critica a un modello di precarizzazione, di governo selvaggio delle risorse naturali. Se l´antiberlusconismo resta critica fenomenologica rimarrà staccato dalla vita vera. Il centrosinistra ha il dovere di vincere perché il Paese sta andando alla deriva. Ma lo farà solo se metterà in campo un´idea nuova di lavoro, di vita sociale, di rapporto con la natura».
Quando si andrà a votare?
«Per la prima volta Berlusconi è roso dal tarlo del dubbio che possa perdere. La sua storia e la sua psicologia indurrebbero a pensare, però, che non ce la farà a giocare di fioretto, avendo costruito se stesso come un bombardiere politico e mediatico».
Corriere della Sera 25.8.10
«Lettera al Paese», Veltroni fa discutere il Pd
Lodi da Chiamparino ed ex ppi. Franceschini: l’alleanza anti premier serve. I dalemiani: populismo
ROMA — Walter Veltroni scrive una «Lettera al Paese» e la segreteria del suo partito, il Pd, reagisce con distacco, freddezza, anche irritazione. Si approfondisce il solco con Dario Franceschini, già suo vicesegretario. Ma Veltroni ottiene l’approvazione della parte popolare e cattolica del partito e perfino di alcuni prodiani, che di solito lo identificano come promotore della caduta dell’ultimo governo di centrosinistra. Ma anche un uomo considerato grande risorsa del Pd, Sergio Chiamparino, sindaco di Torino e anche Ignazio Marino, che guida una minoranza nel partito, sono vicini a Walter.
Veltroni ieri, in una pagina sul Corriere della Sera, ha proposto il rafforzamento del bipolarismo contro ogni «patto col diavolo». Alleanze basate solo su programmi comuni e al massimo — in caso di crisi di governo — una soluzione d’emergenza per riscrivere la legge elettorale e affrontare i nodi economici. Il giorno prima Franceschini aveva invece avanzato l’idea di un’«Alleanza costituzionale», da Vendola all’Udc. E ieri ha replicato secco al suo ex segretario: «Berlusconi è un pericolo per la democrazia ed è utile ricordare come i nostri padri durante la Resistenza non persero tempo a domandarsi a vicenda se erano liberali, comunisti, per la legge proporzionale o maggioritaria...». Contro «alleanze confuse» si esprimono invece alcuni deputati Pd di cultura ex popolare, capitanati da Enrico Gasbarra: «Il Pd deve rappresentare una coraggiosa, seria e chiara alternativa di governo che non guardi soltanto alle prossime elezioni, ma alle prossime generazioni». Il prodiano Barbi dice che non bisogna avere paura del voto e che in questa prospettiva va resuscitato «lo spirito dell’Ulivo guidato da Prodi e Veltroni, che condusse alla prima vittoria del centrosinistra nel 1996». Vero è che un altro prodiano, Franco Monaco, accusa Veltroni di aver affossato l’Ulivo, di non aver fatto autocritica sulla sconfitta del 2008.
Dal Palazzo di Città di Torino, Sergio Chiamparino mostra molto interesse per la lettera di Veltroni: «Le "alleanze contro" non hanno mai funzionato né per vincere né per governare. Il Pd deve costruire il programma attorno a cui fare le alleanze. Deve essere però un programma serio, non a "maglia bernarda", come diciamo qui, cioè che si allunghi e allarghi a piacimento». Chiamparino viene spesso candidato come leader del centrosinistra. Anche Veltroni, con la sua lettera ora si candida? «Non mi pare. Credo voglia dare un contributo ed è bene che lui e altri restino protagonisti».
Neanche Matteo Orfini , membro della segreteria del partito e già portavoce di Massimo D’Alema, crede che la lettera sia una candidatura di Veltroni alle future primarie: «Confido nel suo buon senso. Ha già fatto il leader, ha già provato a unire i riformisti e i treni non ripassano. Il candidato lo abbiamo, è Bersani». D’Alema ieri è tornato da un tour a vela in Adriatico e in serata non aveva ancora letto la pagina di Veltroni. Ma Orfini usa parole chiare. Quello di Veltroni è «populismo di sinistra» e «leaderismo», quasi un «armamentario berlusconiano». E poi: «Quando il Pd ha trovato una sintesi e ha deciso di fare appello alle forze costituzionali c’era anche lui ed era d’accordo. Ora che fa, sfascia tutto?». Quanto ai 14 milioni di voti che Veltroni ricorda di aver preso, Orfini ricorda che quegli italiani «misero la croce su un progetto politico e non su un nome».
Corriere della Sera 24.8.10
«Scrivo al mio Paese e vi dico che cosa farei. No a sante alleanze anti premier, così si perde»
Lettera di Veltroni: intervengo perché due anni fa quasi 14 milioni fecero una croce sul mio nome
di Walter Veltroni
Si va incontro a suggestioni di democrazia autoritaria proprie del sistema russo o cinese
Corriamo il rischio che questa monarchia livida sia sostituita da una pura difesa dell’esistente
Caro Direttore, scrivo al mio Paese. Scrivo agli italiani che tornano a casa, a quelli che non si sono mossi perché lavoravano o perché non possono lavorare. Scrivo agli imprenditori che fanno e rifanno i conti della loro azienda chiedendosi perché metà del loro lavoro di un anno debba andare a finanziare uno Stato che non riesce a finire da sempre la costruzione di un’autostrada come la Salerno-Reggio Calabria o che alimenta autentici colossi del malaffare come quelli emersi in questi mesi. Scrivo ai lavoratori che sentono che si è aperto un tempo nuovo e difficile, in cui, per resistere alla pressione di una globalizzazione diseguale, dovranno rinegoziare e ritrovare un equilibrio nuovo tra diritti e lavoro. Scrivo ai nuovi poveri italiani, i ragazzi precari, che arrivano a metà della vita senza uno straccio di certezza, senza un euro per la pensione, senza un lavoro sicuro, senza una casa, senza la sicurezza di poter mettere al mondo dei figli. E senza che politica e sindacati si occupino di loro.
Scrivo ai lavoratori che sentono che si è aperto un tempo nuovo e difficile, in cui, per resistere alla pressione di una globalizzazione diseguale, dovranno rinegoziare e ritrovare un equilibrio nuovo tra diritti e lavoro. Scrivo ai nuovi poveri italiani, i ragazzi precari, che arrivano a metà della vita senza uno straccio di certezza, senza un euro per la pensione, senza un lavoro sicuro, senza una casa, senza la sicurezza di poter mettere al mondo dei figli. E senza che politica e sindacati si occupino di loro.
Il simbolo Walter Veltroni vicino al logo con il quale nel 2008 il Partito democratico invitava a votarlo come presidente del Consiglio: Veltroni ha ricordato che «quasi 14 milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome». Un argomento simile a quello usato da Berlusconi quando si parla di una possibile crisi di governo e della ricerca di una nuova maggioranza in Parlamento
Mi permetto di scrivere agli italiani solo perché sento di avere un minimo di titolo per farlo. In fondo due anni fa, un secolo di questo tempo leggero e bulimico, quasi quattordici milioni di italiani fecero una croce sul simbolo che conteneva il mio nome come candidato alla presidenza del Consiglio. Se un milione e mezzo dei 38 milioni di votanti avesse scelto il centrosinistra riformista invece di Berlusconi ora saremmo noi a guidare il Paese. Ma non è successo, per tanti motivi. Come cercherò altrove di approfondire, credo più per ragioni profonde e storiche che per limiti di quella campagna elettorale che si concluse con il risultato elettorale più importante della storia del riformismo italiano. Non è successo e dopo alcuni mesi io mi feci da parte. Forse è questo l’altro titolo per il quale sento di potermi rivolgere al mio Paese. Sono stato tra i pochi che si sono fatti da parte davvero (caricandomi responsabilità certo non solo mie). Non ho chiesto alcun incarico, non ho fatto polemiche, non ho alimentato veleni. Ho semmai taciuto e ingoiato fiele, anche di fronte a varie vigliaccherie.
Cosa sta succedendo a noi italiani? Abbiamo trascorso la più folle e orrenda estate politica che io ricordi. Una maggioranza deflagrata, un irriducibile odio personale e politico tra i suoi principali contraenti, toni e giudizi che si scambiano non tra alleati ma tra i peggiori nemici. E poi dossier, colpi bassi, una orrenda aria putrida di ricatti e intimidazioni che ha messo in un unico frullatore informazione, politica e forse poteri altri costruendo un mix che non può non preoccupare chi considera la democrazia come un insieme di regole, di valori, di confini. Il Paese assiste attonito allo sfarinarsi della maggioranza solida che era emersa dalle urne, a ministri che sembrano invocare freneticamente la fine della legislatura, nuovi voti, nuovi conflitti laceranti. Mentre stanno per essere messe in circolo emissioni consistenti di titoli pubblici per finanziare il nostro abnorme debito pubblico chi governa questo Paese sembra dominato dal desiderio della instabilità. E, tutto, senza una parola di autocritica. Chi ha vinto le elezioni e ne provoca altre neanche a metà delle legislatura vorrà almeno dichiarare il proprio fallimento politico? L’alleanza di centrodestra sembra immersa nello scenario dei Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Prima l’abbandono di Casini, ora la irreversibile crisi con Fini. Le forze più moderate hanno abbandonato uno schieramento sempre più dominato dalla logica puramente personale degli interessi di Berlusconi e dallo spirito divisivo di una Lega che alimenta ogni forma di egoismo sociale con lo sguardo solo al tornaconto elettorale immediato. Con effetti che già registriamo nel sentire diffuso e nei comportamenti. Un Paese che smarrisce il suo senso di comunità, la sua anima solidale, la sua coscienza unitaria finisce con lo sfarinarsi violentemente.
Quella che stiamo vivendo è una profonda crisi del nostro sistema. Era la mia ossessione quando guidavo il Pd. Mi angoscia l’idea che la democrazia rischi sotto la pressione delle spinte populistiche e dei conservatorismi di varia natura. E la crisi di questi mesi rafforza una distanza siderale tra la vita politica e i reali bisogni dei cittadini e della nazione. Berlusconi forza costantemente e pericolosamente i confini immaginando di vivere in un regime che non esiste. Se ci fosse un semipresidenzialismo lui certo non potrebbe disporre, ciò che è già una insopportabile anomalia oggi, di giornali e tv con i quali promuovere se stesso e randellare i suoi avversari. Ma neanche quella che su questo giornale è stata giustamente definita la «repubblica acefala» può fare sentire al Paese che il sistema politico tempestivamente ascolta, comprende, decide. Indeterminatezza di tempi, modalità, sedi di decisione hanno accompagnato anche altre stagioni politiche.
Questo è il rischio che corriamo, l’alternativa tra una monarchia livida e una pura difesa dell’esistente. E tra i cittadini rischia di rafforzarsi l’idea che di fronte alla velocità del nostro tempo, dei suoi repentini mutamenti sociali e finanziari, a essere più «utile» sia un sistema che decide, qualsiasi esso sia. Il rischio è che si faccia strada, anche in Occidente, quella suggestione di «democrazia autoritaria» che è già una realtà in sistemi, come quello russo o, in forma diversa, in quello cinese, che stanno segnando il tempo della fine dei blocchi. La possibilità che la società globale porti con sé un principio di disunità e che questo reclami poteri centrali forti e semplificati è molto di più di un rischio. Rimando per una analisi più compiuta al volume di John Kampfner Libertà in vendita o al bellissimo lavoro di Alessandro Colombo La disunità del mondo. In una società globale una democrazia che non decide è destinata a soccombere. Ma in una società globale la suggestione autoritaria si scontra con una irrefrenabile esigenza di libertà, libertà di sapere, dire, pensare. Dunque l’unica strada che i veri democratici devono percorrere è quella di una repubblica forte e decidente. Ma questa comporta profonde e coraggiose innovazioni, nei regolamenti delle Camere, nell’equilibrio dei poteri tra governo e Parlamento, nelle leggi elettorali, nella riduzione dell’abnorme peso della politica, nella soppressione di istituzioni non essenziali. Bisogna semplificare e alleggerire, bisogna considerare il tempo delle decisioni come una variante non più secondaria. E, soprattutto, l’Italia, tutta, deve ingaggiare una lotta senza quartiere alla criminalità che succhia ogni anno 130 miliardi di euro alle risorse del Paese. Non basta che si arrestino i latitanti. La mafia è politica, è finanza. La mafia compra e condiziona. La mafia invade tutto il territorio e credo che ora, guardando le cronache di Milano o di Imperia, ci si accorga finalmente che non è un problema della Kalsa di Palermo o una invenzione di Roberto Saviano, ma una spaventosa realtà che altera il mercato, distorce la concorrenza, limita la libertà delle persone.
Le culture di progresso non possono declinare solo un verbo: difendere. Agli italiani non sembra di vivere in un Paese da conservare così come è. Un Paese che non ha una università tra le prime cento del mondo (dopo averle inventate), che ha una metà, meravigliosa, di sé sotto il condizionamento di poteri criminali, che ha evasione altissima e altissima pressione fiscale, che ha una amministrazione barocca e il primato dei condoni, che scarta come un cavallo l’ostacolo ogni volta che deve sfidare sondaggi e corporazioni. Un Paese fermo, che ha bisogno di correre. Che ha bisogno di politica alta, ispirata ai bisogni della nazione. Non è retorica. Parri, De Gasperi, Moro, Ciampi, Prodi e altri hanno dimostrato che si può stare a Palazzo Chigi per servire gli italiani. Bene o male, ma servire gli italiani. Non se stessi.
Spero che si concluda rapidamente l’era Berlusconi. Ma forse con una visione opposta a quella di alcuni protagonisti della vita politica italiana. Spero che finisca questo tempo non per tornare a quello passato. Non per mettere la pietra al collo al bipolarismo e riportare l’orologio ai giorni in cui pochi leader decidevano vita e morte dei governi, quasi sessanta in cinquanta anni, come l’andamento del debito pubblico testimonia in modo agghiacciante. Anche perché quei partiti avevano storie grandi che affondavano nel Risorgimento o nelle lotte bracciantili e quei leader avevano fatto, insieme, la Resistenza o la Ricostruzione. Berlusconi è stato un limite drammatico per il bipolarismo, perché la sua anomalia (una delle tante, troppe della storia italiana) ha costretto dentro recinti innaturali, pro o contro, una dialettica politica che avrebbe potuto e dovuto esprimersi nelle forme tipiche della storia del moderno pensiero politico occidentale. Senza Berlusconi in Italia potremo finalmente avere un vero bipolarismo, schieramenti fondati sulla comunanza dei valori e dei progetti, capaci di riconoscersi e legittimarsi reciprocamente in un Paese con una politica più lieve e perciò più veloce ed efficiente nella capacità di decisione del suo sistema democratico. Solo così sarà possibile affrontare, in un clima civile, l’indifferibile esigenza di ammodernamento costituzionale per dare alla democrazia la capacità di guidare davvero la nuova società italiana. Se saremo invece tanto cinici da pensare che il declino di Berlusconi possa aprire la strada a un nuovo partitismo senza partiti e alla sottrazione ai cittadini del potere di decidere il governo, finiremo con l’allungare l’agonia del berlusconismo e l’autunno italiano.
In questa estate orrenda non per caso la frase più citata dai leader politici è stata «Mi alleo anche con il diavolo pur di...». Lo ha detto Calderoli parlando del Federalismo, lo hanno detto alcuni leader del centrosinistra parlando della necessità di una santa alleanza contro Berlusconi. Io rimango dell’idea che invece le uniche alleanze credibili, prima e dopo le elezioni, siano quelle fondate su una reale convergenza programmatica e politica. In fondo il repentino declino del centrodestra conferma proprio questo. È giusto semmai che, in caso di crisi di governo, si cerchino soluzioni capaci di fronteggiare per un breve periodo l’emergenza finanziaria e sociale e di riformare la legge elettorale dando forma, per esempio attraverso i collegi uninominali e le primarie per legge, a un moderno e maturo bipolarismo. Perché poi, alle elezioni prodotte dal dissolvimento della destra, si presenti uno schieramento alternativo capace di assicurare all’Italia quella stagione di vera innovazione riformista che questo nostro Paese non ha mai conosciuto. Perché questo Paese deve uscire dall’incubo dell’immobilità che perpetua rendite e povertà. Deve conoscere un tempo di radicale, profondo cambiamento. È questo, da decenni, il frutto dell’alternanza nei diversi Paesi europei.
Il nostro è un meraviglioso Paese. Amare l’Italia e gli italiani dovrebbe essere una precondizione per partecipare alla vita politica. Chiunque alzi gli occhi nella Cappella Palatina di Palermo o nella galleria di Diana di Venaria Reale non può non sentire tutto intero l’orgoglio di essere figlio di questo Paese e della sua straordinaria e travagliata storia. Lo stesso orgoglio che si prova pensando agli italiani che lavorano per la nazione, imprenditori od operai, insegnanti o poliziotti. Per questo il nostro Paese merita di più. Merita di più dei dossier e dei veleni. Di più della politica ridotta a interesse di un leader. Di più delle alleanze con il diavolo. Il nostro Paese deve smettere di vivere dominato solo da passioni tristi. È difficile. È possibile.
Repubblica Firenze 25.8.10
Le cartelle cliniche di San Salvi all´Archivio di Stato
di Michele Bocci
Un piano per salvare l´archivio delle cartelle cliniche di San Salvi dalla muffa e dall´umidità che lo stanno compromettendo. La memoria delle vite dei matti che sono stati ospiti del grande manicomio sarà conservata grazie all´Archivio di Stato e potrà lasciare lo scantinato dove è stata parcheggiata da qualche mese. A breve la documentazione verrà trasferita.
In viale Giovane Italia andranno solo le cartelle più antiche, quelle precedenti al 1970. Le altre verranno trasferite nell´archivio della Asl, che si trova a Pisa. La legge prevede infatti che le aziende sanitarie conservino i dati dei pazienti per metterli a disposizione di chi li richiede, lo stesso interessato o i parenti, per 40 anni. Dopo quel termine diventano documenti storici accessibili a tutti.
Il grosso della documentazione finirà comunque all´Archivio di Stato, che la custodirà a titolo gratuito senza acquisirla. La memoria di San Salvi si trasferisce ma per essere meglio conservata, questa la filosofia dell´operazione. La documentazione potrebbe così essere una delle tracce di quello che fu il manicomio destinate a restare, in mezzo a tanta storia ormai perduta. «Niente esclude, se verrà deciso di fare nell´area un luogo di studio, ricordo e quant´altro, di far rientrare le cartelle a San Salvi», commenta il direttore del dipartimento di salute mentale dell´azienda sanitaria fiorentina Andrea Caneschi.
Nell´archivio non ci sono solo cartelle ma anche documenti come provvedimenti delle questure, richieste di trasferimento, relazioni, dichiarazioni di morte e quant´altro. Il valore è soprattutto storico. Tra l´altro c´è anche materiale precedente all´apertura di San Salvi, cioè di quando il manicomio fiorentino era l´Ospedale Bonifazio, dove oggi ha sede la questura.
L´azienda sanitaria non è riuscita a trovare uno spazio adeguato a tutte le carte, che oggi si trovano nel sottosuolo del padiglione che ospita, tra l´altro, la biblioteca, e la farmacia. Muffa e umidità riempiono l´area delle tre stanze con gli scaffali pieni di faldoni, schedari e antichi volumi. San Salvi è stato aperto nel 1891 e chiuso nel 1998. In certi anni ha ospitato fino a 2.500 malati, scesi a circa 250 dopo l´approvazione della legge Basaglia nel 1978. Un enorme patrimonio di storie troverà spazio all´Archivio di Stato. Nei prossimi anni l´area vicino a piazza Alberti andrà incontro a grandi cambiamenti. La Asl, attraverso il Comune, la metterà in vendita e verranno fatte abitazioni. Si deve ancora discutere di che tipo di intervento si tratterà, se ad esempio verranno conservate le aule universitarie e alcuni uffici dell´azienda sanitaria, se verrà creato un luogo della memoria e come. Sul futuro di San Salvi si è aperto un dibattito, mentre il Comune ha assicurato che non scompariranno tutte le tracce del manicomio.