lunedì 5 luglio 2010

l’Unità 5.7.10
Intervista a Amos Luzzatto
«Non giriamo la testa. L’indifferenza è un virus, lo dimostra la Shoah»
«Noi ebrei abbiamo sperimentato sulla nostra pelle il principio nefasto del non tocca a me»
L’ex presidente degli ebrei italiani: «Giusto l’appello dell’Unità. L’immigrazione non è un fatto di ordine pubblico. Servono ponti e non Muri»
di U.D.G.

L’indifferenza. Il voltare la testa dall'altra parte “tanto non tocca a me...”, tutto questo noi ebrei lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle con la Shoah. L'indifferenza è un virus letale per la coscienza civile di un individuo, di una comunità, di un Paese. E lo è anche pensare che il tema dell'immigrazione sia in primo luogo un problema di ordine pubblico e non invece, come dovrebbe essere, un problema di soccorso pubblico; d'integrazione e non di respingimenti, di “ponti” da realizzare e non di “muri” da innalzare. Ed è per tutto ciò che trovo lodevole e condivisibile l'iniziativa assunta da l'Unità a favore dei 245 cittadini eritrei detenuti, in condizioni degradate e degradanti, in un carcere libico». Ad affermarlo è una delle figure più rappresentative dell'ebraismo italiano: Amos Luzzatto. «Occorre afferma l’ex presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane sviluppare una iniziativa che metta l’accoglienza ai bisognosi al centro della nostra attenzione e al centro anche degli accordi internazionali che l’Italia sottoscrive». In questa battaglia di civiltà, rileva Luzzatto, un ruolo di primo piano devono averlo i media che «non sono solo espressione dell’opinione pubblica ma al tempo stesso la formano». Duecentoquaranta esseri umani, tra i quali donne e bambini, sono da giorni detenuti in condizioni disperate, sottoposti a violenze fisiche e psicologiche, in un lager libico. Cosa c'è dietro l'indifferenza che circonda questa tragedia?
«C'è il principio, nefasto, che non tocca a me e quindi giro la testa dall'altra parte; un modo di pensare e di
agire che ha avuto il suo peso ai tempi delle deportazioni della Shoah. È un clima, un atteggiamento che non sono ancora passati. L'indifferenza alimenta il pregiudizio e viceversa. Per questo ritengo che un appello all' opinione pubblica quale quello lanciato da l'Unità sia importante e doveroso sostenerlo, soprattutto se è vero che si tratta di persone che, almeno in parte, avrebbero diritto all' asilo politico».
L'indifferenza si rispecchia anche, tranne lodevoli eccezioni, anche sui media. «Un fatto davvero preoccupante. I media, al tempo stesso, esprimono e formano l'opinione pubblica. Sottovalutare o addirittura tacere su eventi drammatici come questo non contribuisce certo a formare una coscienza civica più matura e aperta». Questa indifferenza significa che i più deboli, gli indifesi, fanno meno notizia di altro e altri...
«Non si tratta solo dei più deboli. Si tratta di tutti coloro che non hanno influenza su quello che si ritiene essere l'interesse concreto e materiale del nostro Paese».
Ma non è nell'interesse del nostro Paese salvaguardare i diritti umani in Paesi, come la Libia, con cui l'Italia ha sottoscritto un Accordo di cooperazione?
«Sì, dovrebbe esserlo...».
Ma cosa lo impedisce?
«Due cose: la prima, inafferrabile, è la cultura con la quale si analizza e si reagisce alle notizie internazionali. Questa cultura generale, anch'essa in buona parte indotta, induce molto spesso all'indifferenza e ad una malintesa neutralità. C'è poi un secondo aspetto sul quale ho difficoltà a pronunciarmi...». In cosa consiste questo aspetto? «C'è da chiedersi fino a che punto la nostra politica estera presti attenzione a fatti come quello che l'Unità ha contribuito a far emergere».
La vicenda dei 245 cittadini eritrei riporta di attualità il tema dell'immigrazione. È pensabile poter affrontare e risolvere questo fenomeno solo in termini di ordine pubblico e di sicurezza?
«Direi proprio di no. E lo dico non sottovalutando affatto la questione della sicurezza. Il fenomeno dell'immigrazione non è prioritariamente un problema di ordine pubblico, ma di soccorso pubblico. Finché non si opera questo cambiamento profondo di angolo di giudizio, problemi come quello di cui stiamo parlando, si moltiplicheranno».
Solidarietà. E un termine che ha ancora un senso compiuto, reale, un suo diritto di cittadinanza in Italia? «Io credo di sì, ma ritengo anche che non trovi ancora i canali più adeguati per esprimersi in maniera efficiente, incisiva. È un problema di canali di comunicazione e di iniziativa da costruire, mettendo l'accoglienza ai bisognosi al centro della nostra attenzione e anche degli accordi internazionali che l'Italia sottoscrive».

l’Unità 5.7.10
«Italiani, ribellatevi. O sarete responsabili come nelle colonie»
Dagmawi, protagonista del film di Segre «Come un uomo sulla terra», racconta in prima persona l’inferno della Libia
di Dagmawi Yimer

Mi appello al governo italiano e a quello libico, in nome di tutti gli eritrei, i somali e gli etiopi che in questo momento stanno soffrendo in Libia. So benissimo cosa vuol dire essere nelle mani della polizia libica. Uso le ultime parole che mi rimangono, perché anche le parole finiscono quando non avviene nessun cambiamento. Io l'ho vissuto sulla mia pelle: i maltrattamenti nelle carceri libiche, gli schiaffi, le bastonate, gli insulti dei poliziotti libici. Anche io sono stato deportato dentro un container, durante un giorno e mezzo di viaggio, verso il carcere di Kufrah, con altre 110 persone, ammucchiate come sardine. Con noi c'erano anche otto donne e un bambino eritreo di quattro anni. Si chiamava Adam. Chissà che fine ha fatto quel bambino, chissà se è riuscito a salvarsi dalla trappola italo libica, chissà se sua mamma non è stata violentata dai poliziotti libici davanti a lui... Se è sopravvissuto, ormai avrà otto anni, e comincerà a capire piano piano che razza di mondo è riservato a lui e a tanti altri come lui.
Veniamo da paesi dove l'Italia non ha ancora fatto i conti con i suoi massacri durante il periodo coloniale e dove ancora oggi, dopo mezzo secolo, usa i libici per combattere gli eritrei, come all'epoca delle colonie usava gli eritrei per combattere i libici. È vero che la libertà di questi miei fratelli minaccia il benessere dei cittadini europei? È vero quindi che un accordo per il gas e il petrolio vale di più delle vite umane e della loro libertà naturale? Perché l'Italia, da paese civile, non ha previsto nell'accordo con la Libia il minimo rispetto dei diritti "inviolabili" degli esseri umani invece di chiudere un occhio e vantarsi di aver bloccato l'emigrazione via mare? Mi ricorda la stessa ipocrisia con cui Mussolini fece credere al suo popolo che l'Italia avesse stravinto sugli abissini senza dire nulla sui mezzi che avevano portato a quelle vittorie, ovvero tonnellate e tonnellate di gas utilizzate senza pietà per sterminare i civili. Il tono del governo è lo stesso, oggi come allora, ed è la stessa la reazione della gente.
Se ripenso a Adam il bambino di quattro anni che era con noi sul container, mi chiedo: quale era la sua colpa? Mi ricordo che ogni tanto l'autista del container (Iveco) si fermava per mangiare o per i suoi bisogni, mentre 110 persone urlavano per il caldo infernale del Sahara, per la mancanza d'aria, che a malapena entrava mentre il camion era in movimento. Il piccolo Adam lo tenevamo vicino al buco da dove entrava un po' d'aria da respirare... mentre chi si trovava in fondo al container si agitava disperatamente, urlava, piangeva. È possibile vedere ancora deportazioni di massa dentro i container?
Quando ci hanno arrestato poi, i libici non ci hanno chiesto perché fossimo in Libia e cosa volessimo. Eravamo semplicemente la preda dei poliziotti, eravamo donne da stuprare e uomini da bastonare. Pochi giorni fa ho incontrato una persona che lavora a Tripoli e mi ha detto che tra gli ultimi respinti in mare verso la Libia c'era una ragazza di 22 anni che è stata violentata dai poliziotti libici appena arrestata. Alla fine è riuscita a evadere, corrompendo una guardia, ma ora è incinta e non vuole far nascere un figliastro di cui non conosce nemmeno il padre... Perché tutto questa indifferenza verso la sofferenza degli altri, oltretutto provocata dall'Italia stessa? Dov'è la "civiltà" di un paese che finanzia un soggetto terzo per eseguire il lavoro sporco e lavarsene le mani come Pilato? Quando smetterà l'Italia di essere il "mandante" di queste violenze?
Guarda caso poi, dopo la "deportazione" i poliziotti libici ci vendettero per 30 dinari a testa (circa 18 euro) agli intermediari che poi ci riportarono sulla costa.
Anche noi abbiamo dei genitori che piangono pensando alle sofferenze che viviamo. Ma anche noi avremo giustizia per tutto quello che stiamo subendo. Oggi paghiamo il prezzo che i vostri governi hanno deciso di pagare per far godere al "popolo" la sicurezza energetica. Ma le lacrime e il sangue versato non saranno dimenticati. Uso le ultime parole che mi sono rimaste, l'ultima energia dopo due anni di battaglia su questo tema ma spero di poterlo avere ancora. Ho girato l'Italia, partecipando a centinaia di incontri e di proiezioni (di "Come un uomo sulla terra", ndr.) e ringrazio tutti coloro che mi hanno fatto vedere la loro indignazione e la loro vergogna di essere rappresentati da questi governi ipocriti.
Ma mi chiedo: se io che grido da qui non ho ascolto, figuriamoci i miei fratelli che stanno nella bocca del lupo. Ma continuo a gridare lo stesso e dico: Italia tu che sei civile e potente guarda queste persone e ricordati cosa hai fatto ai loro nonni.

Repubblica 5.7.10
L´incoerenza e il paradosso ecco il sale della vita
di Salman Rushdie

Perché i paradossi sono il sale della vita. E della letteratura
Anticipiamo il testo che lo scrittore leggerà il 10 luglio alla Milanesiana Un omaggio alla ricchezza nascosta nelle nostre incoerenze

Nella commedia di Tom Stoppard, Jumpers, il personaggio eponimo, il filosofo Sir Archibald Jumpers, chiede ai suoi studenti perché, secondo loro, la gente credeva che il sole girasse attorno alla terra. Uno di loro risponde che forse è perché sembra che sia il sole a girare attorno alla terra. "E come sarebbe," gli chiede Sir Archibald, "se sembrasse che fosse la terra a girare attorno al sole?" Si tratta di una splendida battuta che sortisce il suo effetto a scoppio ritardato, suscitando una risata sempre più fragorosa man mano che il pubblico si rende conto che sarebbe esattamente la stessa cosa, perché, dopo tutto, è proprio quello che sta succedendo. È la risata del paradosso, senza il quale la letteratura, e la vita, sarebbero gravemente menomate; a dire il vero, alcuni critici hanno affermato che il legame fra la poesia e il paradosso è talmente intimo che sono la stessa cosa.
La storia del paradosso comincia con la Bibbia, dove l´idea del concepimento verginale incarna la natura paradossale della fede, e continua fino a oggi, dove la più superficiale delle ricerche sulla letteratura della cultura pop rivela studi sul "Paradosso dei Beatles" (e cioè che erano giovani ribelli che entrarono rapidamente a far parte dell´establishment ricevendo l´onorificenza di membri dell´ordine dell´Impero britannico).
Nonché sul "Paradosso di Oprah Winfrey" (ovvero il fatto che, mentre dispensa consigli sulle nostre vite, come se fosse una componente della nostre famiglie, rimane distaccata, misteriosa ed estranea) e sul "Paradosso di Eminem" (ossia il fatto che è e allo stesso tempo non è il vero Slim Shady).
Don Chisciotte è un paradosso in sella a un cavallo sfiancato, il cavaliere errante le cui peregrinazioni smontano l´idea stessa di cavaliere errante, il cavalleresco idiota la cui follia rivela la follia più grande dell´ideale cavalleresco. Il detective Erik Lönnrot nel racconto di Borges La morte e la bussola risolve l´enigma di una misteriosa serie di omicidi e capisce dove e quando avverrà l´omicidio successivo, solo per scoprire, troppo tardi per potersi salvare, che sarà la prossima vittima e che gli altri crimini sono stati commessi per condurlo sulla scena del delitto. Oscar Wilde, che disse di poter resistere a tutto eccetto che alla tentazione, incarna i paradossi dell´edonismo. E nel romanzo di Joseph Heller Gold!, il personaggio dell´assistente presidenziale, Ralph Newsome, l´avatar delle disonestà in politica, parla esclusivamente per ossimori, frasi la cui fine contraddice l´inizio: «Questo Presidente vi appoggerà finché dovrà». «Vogliamo andare avanti il più velocemente possibile con questa faccenda, anche se dovremo procedere lentamente». «Questo Presidente non vuole dei leccapiedi. Ciò che vogliamo sono uomini indipendenti e integri che, una volta che avremo preso le nostre decisioni, concorderanno con ognuna di esse».
A mio avviso, il paradosso più bello è la famosa espressione verso la fine di Il canto di me stesso di Whitman.

Forse che mi contraddico?
Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico.
(Sono vasto, contengo moltitudini.)

Salem Sinai, verso l´inizio del mio romanzo I figli della mezzanotte, evoca questa idea nella dichiarazione di ispirazione volutamente whitmaniana: «Per comprendermi, dovrete anche voi inghiottire tutto quanto». Il romanzo che segue costituisce il tentativo di attenersi alle istruzioni di Salem e di inghiottire, se non il mondo, almeno un subcontinente.
La natura umana è contraddittoria, e l´io umano è una cosa capiente e multiforme, «un mostro caotico e informe», se posso appropriarmi della descrizione di Henry James di alcuni generi di romanzo. Noi possiamo avere, e abbiamo, molte personalità simultaneamente; possiamo mostrarci dolci coi nostri figli, ma duri coi nostri dipendenti, possiamo amare Dio e odiare gli esseri umani, possiamo preoccuparci per l´ambiente e ciononostante lasciare le luci accese quando usciamo di casa, possiamo essere persone tranquille che la passione per la squadra del cuore trasforma in individui aggressivi e ogni tanto persino in hooligan. E per quanto possiamo desiderare fortemente difendere la sovranità del nostro io individuale – un´idea nata nel Rinascimento fiorentino che forse rappresenta il dono più grande dell´Italia alla civiltà mondiale – in realtà quell´io è sovrano e al tempo stesso invaso da altre personalità. È sia autonomo che non autonomo. Nessuno di noi viene al mondo con la testa vuota. Portiamo con noi il bagaglio del nostro patrimonio, sia biologico che culturale, ed esso ci limita e al contempo ci apre delle possibilità, ci paralizza e al contempo ci affranca. Possiamo ritenerci liberi di scegliere, e moralmente responsabili delle nostre scelte, ed è giusto considerarci tali, ma non tocca solo a noi stabilire il modo in cui elaboriamo quelle scelte, e proprio quelle particolari scelte che sentiamo di dover fare.
Pertanto siamo creature paradossali, sia individuali che sociali, sia del nostro tempo che immerse nel flusso della storia. Siamo mortali ma, come la Cleopatra di Shakespeare, nutriamo desideri immortali; e la contraddizione è la nostra linfa vitale. Si possono trarre grandi benefici sociali da queste ampie definizioni dell´io, perché maggiore è il numero delle individualità che abitano il nostro io, più facile sarà trovare un punto d´incontro con altre nature umane multiple e molteplici. Possiamo essere di fedi diverse ma tifare per la stessa squadra. Tuttavia viviamo in un´epoca in cui siamo esortati a ridurre e limitare sempre di più la nostra individualità, a comprimere la nostra multidimensionalità dentro la camicia di forza di un´identità nazionale, etnica, tribale o religiosa a una dimensione. Ora che ci penso, questo potrebbe essere il male da cui hanno origine tutti gli altri mali del nostro tempo. Perché quando soccombiamo a un tale rimpicciolimento, quando permettiamo una semplificazione per cui diventiamo meramente serbi, croati, musulmani, indù, allora per noi diventa facile riconoscere nell´altro l´avversario, il Diverso, e i punti cardinali stessi della bussola cominciano ad azzuffarsi, Est e Ovest si scontrano, così come Nord e Sud.
La letteratura non ha mai perso di vista ciò che il nostro rissoso mondo cerca di costringerci a dimenticare. La letteratura si pasce della contraddizione, e nei romanzi e nelle poesie noi cantiamo la nostra complessità umana, la nostra capacità di essere, simultaneamente, sia sì che no, sia questo che quello, senza avvertire il minimo disagio. L´equivalente arabo dell´espressione «c´era una volta» è «kan ma kan», che tradotto significa: «Era così, non era così». Questo grande paradosso è alla base di tutte le opere di narrativa. La narrativa è esattamente quel luogo in cui le cose sono così e non sono così, in cui esistono mondi in cui crediamo profondamente pur sapendo che non esistono, non sono mai esistiti e mai esisteranno. E questa bella complicazione non è mai stata tanto importante quanto nella nostra epoca di eccessiva semplificazione.
I diritti sono stati assolti dalla Milanesiana. © 2010, Salman Rushdie.
Published by arrangement with The Wylie Agency (traduzione di Licia Vighi)

Repubblica 5.7.10
Il Belpaese della disuguaglianza metà ricchezza al 10% degli italiani
La crisi ha aumentato le distanze sociali. Classe media frantumata
Peggio di noi, tra le nazioni svilup-pate, solo Messico Turchia, Portogallo Usa e Polonia
Al Lazio il primato della regione più diseguale d´Italia Il Friuli quella messa meglio
Gli italiani più ricchi hanno un reddito dodici volte superiore a quello dei più poveri
di Roberto Mania

ROMA - Don Paolo Gessaga la spiega così, quasi con uno slogan pubblicitario: «La povertà non è più "senza fissa dimora"». La povertà è accanto a noi. Diffusa e afona, al pari della diseguaglianza. «È meno apparente, ma è più profonda», aggiunge il sacerdote che ha fondato la catena degli empori della Caritas. Dalla sua parrocchia di San Benedetto in via del Gazometro a Roma, nel quartiere popolare Ostiense, questo cinquantenne arrivato dal varesotto, vede, e tocca, da vicino le nuove povertà e le nuove diseguaglianze, coda velenosa della Terza Depressione mondiale come l´ha chiamata il premio Nobel per l´economia Paul Krugman. La crisi ha accentuato le diseguaglianze e frantumato anche la middle class italiana. Siamo diventati tutti americani. E l´Italia, in termini di reddito, è un paese sempre più diseguale: ricchi e poveri, giovani e anziani, uomini e donne, nord e sud. L´eguaglianza non c´è più, né si ricerca, e le distanze si allargano. Lo dice Don Paolo, lo certificano l´Ocse e la Banca d´Italia. Peggio di noi, tra le nazioni cosiddette sviluppate, solo il Messico, la Turchia, il Portogallo, gli Stati Uniti e la Polonia.
E forse non è neanche più un caso che l´indice per misurare il tasso di diseguaglianza nella distribuzione del reddito sia stato definito nel secolo passato da uno statistico-economista italiano: Corrado Gini. Forse era già quello un segno premonitore. Ecco, il "coefficiente Gini" ci dice quanto siamo peggiorati. E peggioreremo ancora se è vero che la discesa ha subito un´accelerazione con la recessione precedente, quella dei primi anni Novanta. Meno profonda di questa e più celere nell´abbandonarci, però. «L´esperienza del 1992-93 quando l´economia italiana attraversò una fase severamente negativa, suggerisce che a una crisi economica può seguire un persistente aggravamento della diseguaglianza», ha scritto l´economista della Sapienza di Roma Maurizio Franzini, nel suo recente libro "Ricchi e poveri" (Università Bocconi editore). Basterà aspettare i prossimi mesi.
Più basso è l´indice Gini più eguale è la società. Il nostro indice Gini arriva a 35. In Polonia è 37, negli Stati Uniti 38, in Portogallo 42, in Turchia 43 e in Messico 47. La Francia ha un coefficiente del 28 per cento e la Germania, nonostante gli effetti della riunificazione est-ovest, è al 30. In alto i paesi dell´uguaglianza, l´Europa del nord: la Danimarca e la Svezia con un coefficiente Gini del 23 per cento.
C´è anche un altro modo per misurare la diseguaglianza, dividendo la popolazione in decili: il 10 per cento più ricco e il 10 per cento più povero per poi calcolare quante volte il reddito del primo gruppo supera il secondo. Anche qui siamo messi male, malissimo: gli italiani più ricchi hanno un reddito superiore di dodici volte quello dei più poveri. Certo, in Messico questo rapporto sale a 45, ma nella vecchia Europa ci supera solo la Gran Bretagna con un rapporto che sfiora il 14, mentre la Germania è al 6,9, la Spagna al 10,3, la Svezia al 6,2. Conclusione di una ricerca dell´Ires appena uscita ("Un paese da scongelare", di Aldo Eduardo Carra e Carlo Putignano, edito da Ediesse): «In Italia i ricchi sono più ricchi, il ceto medio è più povero e i poveri sono molto più poveri». E così, in un decennio le diseguaglianze si sono accresciute di oltre cinque punti. Il coefficiente Gini era 29 nel 1991, poi è salito al 34 nel 1993. E ora - si è visto - è al 35. Ma nulla fa pensare che si fermi lì. Anzi: tutto fa pensare il contrario. Altri paesi - la Spagna, per esempio - si sono mossi in direzione esattamente opposta.
La ricchezza è saldamente nelle mani di pochi e lì ci rimane, impedendo la mobilità sociale, condizionando le carriere, costruendo pezzo per pezzo una parte della nostra gerontocrazia. Secondo l´ultimo dato della Banca d´Italia contenuto nella periodica indagine su "I bilanci delle famiglie italiane", il 10 per cento delle famiglie più ricche possiede quasi il 45 per cento dell´intera ricchezza netta delle famiglie. Un livello rimasto sostanzialmente invariato negli ultimi quindici anni.
Partecipiamo non sempre consapevolmente a un processo di divaricazione che spinge la classe media verso il basso, i super-ricchi verso l´alto e affonda i più poveri. «Che oggi sono anche in giacca e cravatta, basta guardare come sono cambiate le persone che almeno una volta al giorno vengono a mangiare alla Caritas», racconta Don Paolo da quello che è un osservatorio strategico anche perché Roma è fondamentale nell´attribuire al Lazio il primato negativo della regione più diseguale d´Italia con il 33,9 di coefficiente Gini. Pesano, nella Capitale, ma non solo qui, il caro-casa e la precarietà del lavoro. In alto, la regione italiana dell´eguaglianza è il Friuli Venezia Giulia, regione a statuto speciale, laboriosa e dal benessere diffuso. L´eguaglianza è anche questo. E, probabilmente, è anche uno dei fattori che porta la provincia di Trieste a un triplo primato: l´età media più elevata tra le province del nord-est, la più alta percentuale di anziani oltre il 65 anni (30,2 per cento), e l´incidenza più elevata di residenti con 80 anni e più (11,2 per cento). Anche nel 2028 - secondo la Fondazione Nord-Est - Trieste manterrà i primati. Perché l´eguaglianza - è la tesi originale che Richard Wilkison e Kate Pickett illustrano nel loro "La misura dell´anima" (Feltrinelli) - migliora «il benessere psicologico di tutti noi». Di più, secondo i due studiosi: «Tanto la società malata quanto l´economia malata hanno le proprie origini nell´aumento della diseguaglianza». E infatti due economisti come Jean-Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz pensano che all´origine della grande crisi provocata dai mutui subprime ci sia proprio l´aumento delle diseguaglianza che, ad un certo punto, ha fatto implodere il sistema finanziario.
Di certo tra i frutti di questa "economia malata" ci sono i working poor, i lavoratori poveri, più tute blu che colletti bianchi, ma ci sono anche - lo abbiamo visto - gli impiegati, la classe di mezzo. Un fenomeno che in Italia non avevano ancora conosciuto in queste dimensioni ma che è anch´esso conseguenza di una diseguaglianza crescente. Tra gli operai i "poveri" sono il 14,5 per cento. Percentuale che si impenna fino a sfiorare il 29 per cento nelle regioni meridionali. Il "caso Pomigliano" ha fatto riscoprire la classe operaia e anche la distanza abissale di reddito tra l´amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e i suoi turnisti: il primo guadagna 435 volte di più dei secondi.
Nemmeno la recessione è stata, ed è, uguale per tutti. I giovani stanno pagando più caro. È l´Istat che lo certifica nel suo Rapporto annuale: «La crisi ha determinato nel 2009 una significativa flessione dei giovani occupati (300 mila in meno rispetto all´anno precedente), i quali hanno contribuito per il 79 per cento al calo complessivo dell´occupazione». Un giovane su tre è senza lavoro. Un giovane - ricordano Tito Boeri e Vincenzo Galasso nel loro "Contro i giovani" (Mondadori) - guadagna il 35 per cento in meno di chi ha tra i 31 e i 60 anni (era il 20 per cento negli anni Ottanta). Ecco: così, partendo dal basso, si costruisce un paese diseguale.

Repubblica 5.7.10
Bruxelles, appello del ministro della Giustizia Stefaan De Clerck
"La Chiesa deve risarcire le vittime dei preti pedofili"

BRUXELLES - La chiesa belga deve prendere iniziative per incontrare le vittime degli abusi sessuali commessi da preti, e per risarcirle in modo adeguato. È quanto chiede il ministro uscente della Giustizia Stefaan De Clerck. Il risarcimento «potrebbe essere un indenizzo pecuniario, ma la Chiesa dovrebbe studiare caso per caso il modo migliore per dare alle vittime un risarcimento di quanto hanno subito», ha dichiarato De Clerck al quotidiano fiammingo «Het Nieuwsblad». Il ministro riferisce che la grande maggioranza dei 475 dossier sequestrati durante le ultime perquisizioni, il 24 giugno scorso negli uffici della commissione Adriaenssens (creata nell´ambito della chiesa per il trattamento delle vittime di pedofilia) riguarda fatti che risalgono a 30, 40 e 50 anni. Fatti che quindi non possono essere perseguiti dalla giustizia in quanto reati prescritti. Per De Clerck dunque è la Chiesa che dovrebbe assumere l´iniziativa di andare incontro alle vittime: «Se non è possibile applicare la giustizia, la Chiesa deve incontrare le vittime, testimoniare loro rispetto e confessare gli errori commessi», suggerisce De Clerck. Ciò può essere fatto in modi diversi: con la punizione dei preti colpevoli, il loro licenziamento, il versamento di un indennizzo alla vittima. «Gli abusi sessuali su bambini non potranno mai essere cancellati, ma un risarcimento economico - rileva De Clerck - potrà favorire il processo di riparazione».
Una posizione, quella di De Clerck, condivisa da gran parte dei magistrati belgi, molti dei quali sospettano che la Chiesa fiamminga abbia voluto sistematicamente coprire i sacerdoti pedofili. Intanto è stato confermato che il cardinale Godfried Danneels, ex primate del Belgio, sarà presto interrogato. Durante il blitz della polizia del 24 giugno scorso all´arcivescovado di Bruxelles, era stata perquisita infatti anche l´abitazione di Danneels, in carica dal 1979 al 2009. Danneels sarebbe chiamato in causa per il caso di abuso di un minore da parte del vescovo di Bruges, Roger Vangheluwe.

Repubblica 5.7.10
Ora anche il divorzio può diventare contagioso
di Enrico Franceschini

Lo afferma una ricerca dei sociologi e degli psicologi delle università di Harvard, Brown e California Aumenta fino al 75 per cento la probabilità di dirsi addio quando parenti o conoscenti fanno altrettanto

Separarsi è contagioso si imitano gli amici single
Il test durato 32 anni su un campione di entrambi i sessi ha dimostrato che le coppie sono meno condizionate in presenza di figli

Chi va con lo zoppo, impara a zoppicare, afferma il vecchio proverbio. Vale anche per chi va con i divorziati. Avere un amico, parente o collega che divorzia, aumenta considerevolmente la probabilità che una coppia si separi, secondo uno studio scientifico pubblicato in questi giorni.
In altre parole, sostengono gli autori della ricerca, il divorzio è «contagioso»: proprio come un virus. Condotto da sociologi e psicologi di tre importanti università americane (Harvard, Brown e la University of California), lo studio ha riscontrato che il divorzio di un amico intimo o di un parente stretto accresce di un incredibile 75 per cento le chances di divorziare tra chi lo conosce. Il divorzio di un «amico di un amico», di un conoscente, di un collega che si conosce solo di vista, aumenta la probabilità di divorziare del 33 per cento. La presenza dei figli ha un effetto moderatore su questa forma di «contagio sociale», come la definiscono gli scienziati statunitensi: l´influenza di un divorzio nella cerchia ristretta di amici si riduce in proporzione al numero di bambini che una coppia ha. Insomma, più figli si hanno, minore è l´effetto di vedere che amici e colleghi si separano. Il divorzio non ha bisogno di avvenire nelle vicinanze: anche la fine di un matrimonio a migliaia di chilometri di distanza, ma in una coppia di amici o parenti, può spingere a fare altrettanto.
Gli studiosi americani hanno basato le loro rivelazioni su statistiche riguardanti un ampio gruppo di persone di entrambi i sessi per un periodo di ben 32 anni. «Il divorzio andrebbe studiato e compreso come un fenomeno collettivo che si estende ben al di là di coloro che ne rimangono direttamente coinvolti», si conclude la ricerca, diretta da Rose McDermott, James Fowler e Nicholas Christakis, docenti di sociologia e psicologia nelle tre prestigiose università americane. Commentando lo studio, un giornale britannico, l´Observer, trova un immediato riscontro della teoria in un noto gruppo di amici: il «Primrose Hill set», ossia il gruppo di attori, cantanti e celebrità, tutti sposati, che vivevano nel quartiere alla moda di Primrose Hill, a Londra. Jude Law e Sadie Frost, Noel Gallagher e Meg Mathews, Liam Gallagher e Patsy Kensit, «avevano tutto, erano ricchi, belli, famosi e ottimi amici», osserva il domenicale, «eppure oggi nessuno di loro è ancora in coppia». Liam Gallagher e Patsy Kensit hanno divorziato nel 2000, Noel Gallagher e Meg Mathews nel 2001, Jude Law e Sadie Frost nel 2003. Si può obiettare che le celebrità divorziano più spesso. Ma la teoria del «divorzio contagioso» trova un´altra conferma nel comportamento di tante coppie sposate che, quando qualcuno dei loro amici si separa, interrompono ogni rapporto con i divorziati e in generale si guardano bene dall´invitare a cena dei single divorziati. Finora si pensava che fosse per non avere un «cattivo esempio» (o una piacevole tentazione) davanti agli occhi. Adesso è chiaro: cercano disperatamente di evitare il contagio.

l’Unità 5.7.10 pag.3
5 risposte da Nichi Vendola
di Camilla Furia

Presidente Regione Puglia
1. Manovra economica
In Italia abbiamo toccato quota 120 miliardi di euro di evasione fiscale e 60 miliardi di corruzione. E il Governo si accanisce sul mondo degli invalidi e su chi si stava affacciando alla finestra per andare in pensione.
2. Lavoro pubblico
Il Governo si accanisce sui lavoratori statali che prendono 1.200 euro al mese. Si accanisce sul welfare. Mette le dita negli occhi dei più poveri.
3. Recessione
Questa manovra è terribilmente iniqua e recessiva perché non chiama in causa i grandi patrimoni, le grandi rendite.
4. Crisi
Questa crisi che il Governo Berlusconi nasconde da due anni, ma che l’Istat ha ben fotografato, quando terminerà avrà lasciato sull’asfalto una vittima; un’intera generazione che rischia di non trovare più una collocazione nel mondo produttivo.
5. Deporre le armi
Le dispute introspettive all’interno delle tante sinistre non hanno più senso. Bisogna deporre le armi di una contesa intestina e nevrotica per armarsi d’intelligenza e capire il perché della sconfitta civile, culturale e sociale della sinistra per mettere in piedi il cantiere dell’alternativa a un berlusconismo che declina ma che può fare ancora molti danni al Paese.