l’Unità 4.7.10
Le notizie nel pozzo
di Concita De Gregorio
C’è qualcosa di pavido e di ottuso, qualcosa che parla della paura di guardare nel pozzo da cui si levano grida, nel modo in cui chi fa informazione – cioè ha il dovere di raccontare quel che accade nel nostro paese e nel mondo ignora in modo sistematico certe notizie. Proprio le notizie di chi fonda la sua speranza di salvezza nel fatto che qualcuno si occupi di lui.
Non parlo solo degli eritrei respinti in Libia. A proposito di questa tragedia che segnaliamo da giorni, posso solo registrare con sorpresa, con amarezza il silenzio pressoché totale del sistema dell’informazione. E qua la legge bavaglio non c’entra. C’entrano altre logiche, evidentemente. Ma avremo modo di tornarci.
Parlo delle donne. Della facilità con cui due, tre, a volte quattro omicidi quotidiani vengono incolonnati nella fila delle notizia in breve, magari con un po’ più di spazio se la notizia è sufficientemente “gustosa” – oggi il carabiniere che uccide con l’arma di ordinanza la ragazza mentre a casa la convivente incinta lo aspetta, una specie di Match Point all’italiana, a canone inverso e impagina le altre morti, percosse, minacce a far da cornice nella pagina “a tema”.
Quale tema? La mano più grande che gira il polso a quella più piccola, le braccia più forti che soffocano con un cuscino chi non ha la forza fisica per reagire, la voce più grossa che spaventa, ricatta, perseguita e quasi sempre, alla fine, lascia dietro di sè il silenzio.
C’è qualcosa di colpevole, una colpa di tutti, nel modo in cui si volta la testa e non si vuol sentire, quando si parla di questo: eppure è sotto i nostri occhi, nelle nostre case. Manca lo sguardo degli altri: è questo che rende impuniti, che dà la sensazione di poterlo fare.
Non è mai un raptus. È sempre un crescendo
di violenza nella tolleranza altrui, nell’altrui indifferenza. La donna che (leggete l’articolo di Maria Grazia Gerina) dice: «mio marito minaccia di uccidermi se vado dall’avvocato per la separazione», e che attiva una richiesta di protezione, è una donna privilegiata. Paradossalmente lo è perchè sa di poter andare da un avvocato, sa di poter attivare una richiesta.
Moltissime non sono a questa soglia di coscienza: ne sono molto al di sotto. E tuttavia neppure la consapevolezza dei propri diritti, la conoscenza delle leggi, è sufficiente. La richiesta avanzata nel mese di aprile non provoca l’attivazione di alcun controllo, di alcuna forma di protezione. Arriviamo a luglio. Ancora niente. Eppure i tempi, anche in un passato recente, erano molto più celeri. Il fatto è che nelle questure del governo della “tolleranza zero” ci sono i tagli. Il personale, e le risorse, scarseggiano.
Dunque immaginate: lui minaccia di ucciderla, lei chiede di essere protetta, lui lo sa, lei per mesi è costretta a vivere inerme con un uomo che in ogni momento potrebbe prendere la sua personale arma di ordinanza – un coltello, una corda, una bottiglia ed ucciderla. Sarò la prossima, aveva scritto una donna sulla t-shirt qualche anno fa, dopo trenta aggressioni coniugali senza che nessuno fosse mai intervenuto. Siamo ancora a questo. È una mattanza silenziosa, tollerata.
D’altra parte, anche nei paesi dove la violenza contro le donne è punita con grandissima severità c’è qualcosa di omertoso, una specie di colpevole pudore: non si dice. Al Chelsea hotel di New York una decina di targhe celebra le vite geniali e maledette che si sono consumate qui. Dylan Thomas, Bob Dylan, Allen Ginsberg, Arthur C. Clarke che ci scrisse “Odissea nello spazio”. Nessuna ricorda la ragazza uccisa da Sid Vicius nella stanza numero 100. Aveva vent’anni, era bionda, si chiamava Nancy Spungen.
il Fatto 4.7.10
L’opposizione sonnambula
di Furio Colombo
“Qualcosa di grave sta per accadere in Italia, qualcosa per cui non è esagerato usare la parole golpe”. Ho ascoltato queste parole la mattina del 28 giugno. Le stava dicendo a Radio radicale Marco Pannella, con l’intento esplicito (per esempio il tono insolitamente pacato)di far capire che non stava usando il paradosso, come a volte gli piace fare. Voleva condividere l’esperienza di qualcuno che si aggira da tempo nella vita pubblica italiana ed europea, e ha collezionato molte sconfitte ma – quanto al vedere e prevedere in tempo – non tanti errori.
La frase chiede di proporre almeno una domanda: nessun riferimento a fatti o persone che potrebbero realmente dar vita fra breve a eventi drammatici?
Dunque credo che sia utile un confronto con gli eventi. L’economia è ferma (cioè peggiora), la disoccupazione si allarga, le istituzioni sono spezzate, il conflitto cresce in ogni spazio della vita pubblica, l’illegalità spontanea si aggrega a quella professionale. L'arroganza di chi ha il potere e continua a volere tutto, non accetta più i limiti delle leggi e della Costituzione. La criminalità organizzata detta valori e regole, la politica è debole, succube, smarrita, soggetta a giochi privati interni e a violente pressioni esterne, invasa da leggi personali, segnata da discordie, tensioni e rifiuto di regole fra organi e personaggi dello Stato. Un recentissimo esempio, particolarmente clamoroso, è stato il comportamento – venerdì 1 luglio – dell’avvocato personale di Berlusconi, Ghedini, che è anche membro del Parlamento e autore delle leggi di volta in volta richieste dal suo cliente. Ghedini ha di fatto intimato al presidente della Repubblica di tacere, perché “non eletto”. Come è noto, Ghedini ha negato Costituzione e realtà (il presidente della Repubblica è eletto dalle Camere riunite). Ma ha compiuto la missione, che era di attaccare apertamente il Quirinale. Siamo già entrati nell’emergenza annunciata? Può reggere la struttura istituzionale di una Repubblica così scossa? È bene non dimenticare che appena un giorno prima il senatore Dell’Utri, co-fondatore di tutte le imprese private e politiche di Berlusconi, festeggiato per essere stato condannato “solo” a 7 anni, “solo” per concorso mafioso, ha attratto attenzione con una strana frase, per lui dannosa e non richiesta: “Mangano resta il mio eroe” (Mangano, dopo avere abitato per un certo tempo nella casa di Berlusconi, è morto in carcere, condannato per mafia e per molti omicidi, senza mai rispondere alle domande dei giudici, ndr). “Mi ha colpito di più la conclusione della frase – ha scritto al Il Fatto la lettrice siciliana Rita Trigilo – quando il senatore dice: se finissi in carcere, non so se avrei la forza di fare lo stesso. Nel codice delle persone che il senatore frequentava vuol dire: se vado in carcere, vuoto il sacco”.
La macchia di illegalità si allarga, al punto da diventare un vanto. Intanto la Repubblica si spezza (il federalismo fiscale), si frantuma e si svende a pezzi (il federalismo demaniale). Persino le forze dell’ordine, umiliate e offese, partecipano alle proteste e pagano di persona la benzina per le loro “volanti”. Come si vede, un sovrapporsi pauroso di fatti subìti e negati (la crisi economica), fatti creati (le leggi contro la legge), il Parlamento paralizzato, le istituzioni allo scontro, tutto ciò porta a uno stato di sbandamento pericoloso. In questo paesaggio devastato si incrociano strani segnali, strane coincidenze; e l’annuncio di Pannella non resta isolato. Per esempio, la sera del 2 luglio, dopo che l’avvocato-deputato Ghedini ha mandato il suo messaggio al Quirinale, il primo ministro Berlusconi, di ritorno dal suo viaggio con ragazze al G20 di Toronto, a Panama, in Brasile, ha detto al Tg1-Tg5: “La situazione italiana non è tranquilla”. Detto da un primo ministro, è un annuncio grave.
Ma sentiamo anche le altre voci, le voci dell'opposizione, stessi giorni, stesse ore. Enrico Letta, vicesegretario del Pd, afferma: “Questo non va. È una manovra pasticciata”. Bersani risponde a Ghedini: “È stato passato il segno. Nessuno può parlare così, specialmente se è un avvocato”. All’improvviso ieri i toni democratici diventano più forti. Franceschini: “Voteremo tutti gli emendamenti dei finiani sulle intercettazioni”, senza rendersi conto che impegna il suo partito al buio, imbarazza i suoi deputati e i deputati vicini a Fini. Lo stesso giorno, più tardi, Bersani: “Bisognerà pensare a un altro governa , visto che questo non funziona”. Strana dichiarazione che lascia il tempo che trova oppure allude a progetti che non conosciamo. Come vedete è, il più delle volte, un discorrere quieto, di ordinaria routine politica. È scomparsa ogni traccia di legami tra oscura ricchezza, affari di mafia e ascendenza P2. È scomparso ogni riferimento all’ombra sempre più estesa della criminalità organizzata sulla politica, compresa la partecipazione, ricordata da Fini, di malavitosi al governo. Nessun accenno ai nuovi rapporti internazionali che legano l'Italia quasi solo a Gheddafi e a Putin, nessuna memoria dei respingimenti in mare, che continuano senza sapere quanti morti, quanti prigionieri nei campi libici, quanti diritti negati si verificano ogni giorno, a spese e sotto la responsabilità dell'Italia (come ci viene rimproverato da tutte le organizzazioni internazionali) mentre crollano i pilastri della sanità, della scuola, del lavoro, mentre l’attacco alla giustizia diventa furibondo e ci viene detto che la disoccupazione giovanile è al 29.2%.
Non vedere nulla, tranne un governo imperfetto da correggere, modificare, qualche volta sgridare, ma sempre tentando di migliorare la loro merce con qualche volenteroso contributo un po' qua, un po' là, mi appare come un distacco grave e pericoloso dalla realtà. Questo Pd, con la sua voglia forzata di ottimismo e normalità ricorda il triste caso del bambino sonnambulo di Roma. “Ci sono tanti casi – pare che abbiano detto i medici ai genitori – non preoccupatevi, di solito non cadono”. Il bambino sonnambulo di Roma è caduto. Ed è morto.
il Fatto 4.7.10
Predatori a caccia di bambini
Record del turismo sessuale all’Italia: 80mila maschi, un terzo pedofili
di Marco Politi
Estate. Parte la caccia dei predatori sessuali. La vacanza come grande occasione per abusare di bambine e bambini. Anche i Mondiali di Johannesburg sono terreno di manovra di questo ignobile sport. Da mesi gli organismi internazionali di protezione dei minori e le autorità locali hanno lanciato una campagna per tutelare i ragazzi a rischio. Si chiamano Travelling Sex Offenders i predatori con il biglietto aereo. L’Italia detiene un triste record. Primi in Europa sono gli 80 mila maschi italiani. “Ai primi posti in Kenya, Brasile, Thailandia, Cuba, Santo Do-mingo – spiega Marco Scarpati, presidente dell’Ecpat Italia – e quasi un terzo sono pedofili. Una ricerca dell’Università di Parma rivela che dopo i pedofili quaranta-cinquantenni è spuntata una fascia di giovani neanche trentenni, di tutti i ceti, sposati e non sposati, non più esclusivamente di reddito medio-alto, più dell’80 per cento eterosessuali”.
Per il Brasile e la Thailandia, in certe stagioni, partono charter a pieno ritmo. L’Unicef, l’organizzazione Onu per l’infanzia, denuncia che ogni anno un milione e mezzo di bambini finiscono nel giro della prostituzione. Ecpat sta per “End Child Prostitution, Pornography and Trafficking” e Scarpati, professore di Tutela internazionale dei diritti del minore all’Università Bicocca di Milano, descrive ciò che spinge il pedofilo al turismo sessuale: “Il senso di impunità, la convinzione di stare in un luogo sicuro, l’ideologia del compro-pago-mi diverto”. La sensazione di onnipotenza rende voraci. “In due settimane il predatore è capace di avere rapporti con venti partner diversi”. La mappa degli sfruttati è estesa. In Thailandia sono in vendita 300.000 bambini, nelle Filippine 200.000, nel sud della Cina 600.000, in India quasi altrettanti, 370.000 nel Messico. Una vergine impubere, in Cambogia, si affitta per 150 dollari: il trafficante, per portarsela via, può pagare circa 14.000 dollari per poi rivenderla in un bordello giapponese a 80.000 dollari. Il business della tratta (dove gli sfruttati sono all’ottanta per cento bambini) rende alle gang criminali profitti per 32 miliardi di dollari l’anno. Internet ha infranto i tabù, soggiunge Scarpati. La frequenza dei siti pedofili trasmette l’impressione che “lo fanno tutti”. Sui siti a luce rossa c’è un meccanismo di trascinamento verso la pedofilia. Chi clicca su un porno qualsiasi, dopo due-tre schermate viene bombardato da video su minori. E le proposte diventano sempre peggiori. Il viaggio programmato evidenzia l’approccio lucido del pedo-filo. “Le dinamiche dell’abusatore – sottolinea Emanuele Jannini, docente di Sessuologia a L’Aquila – sono studiate a tavolino, non nascono da impulsi né si manifestano in comportamenti abnormi. Al contrario. Dal padre di famiglia al parroco, dall’operatore di centri sportivi al guardiano di camping, il pedofilo è perfettamente integrato nella società. È il marito normale, non ha l’aspetto dell’orco. E perciò è invisibile”. Alla radice il fenomeno, trasversale nella società, non ha niente a che fare con il piacere del rapporto sessuale. Alcuni criminologi sostengono che l’abusatore “si masturba attraverso il corpo del bambino”. Nei paradisi di vacanza del Terzo Mondo (ma anche nell’Est europeo) il pedofilo trova “merce” a prezzi stracciati. Yasmine Abo-Loha, che per l’Ecpat ha girato molto, racconta quante volte siano le famiglie ad avviare alla prostituzione i bambini: “La fame, l’estrema povertà spinge i genitori a vendere i figli. Altre volte sono presi da trafficanti con l’inganno: la promessa di farli studiare o di mandarli a lavorare presso famiglie benestanti”. Le conseguenze sono drammatiche. “Il bimbo è ferito per sempre, si sente in colpa, ha un crollo di fiducia, avrà sempre problemi di socializzazione e difficoltà nei rapporti d’amore”. Uscire dal giro di prostituzione diventa difficilissimo. “Quasi sempre le vittime devono estinguere il debito dei familiari nei confronti dei trafficanti. Altre volte non sanno come sopravvivere. Oppure scappano dai centri di recupero, pensando che la vita di prima fosse meno noiosa”.
Due leggi, una del 1998 sulle “Nuove forme di schiavitù” e una del 2006 sullo “Sfruttamento sessuale”, forniscono un primo strumento per catturare i predatori anche all’estero. Ma i pedofili condannati sono rarissimi. Servirebbe uno spazio giuridico europeo con procedure semplificate oltrefrontiera. L’altro tipo di viaggi, quello meno appariscente, si svolge nelle case italiane. Sui computer. È la nuova frontiera degli adescamenti. Ragazzi che (con i genitori ignari nella stanza accanto) vendono performance erotiche sulla webcam in cambio di una ricarica di telefonino o di figurine del Pokemon. O su Facebook dove vengono iniziati con il pretesto dell’autocoscienza su problemi sessuali e trasformati in appuntamenti. La produzione di siti è incessante. Don Fortunato Di Noto, prete siciliano che da vent’anni fa monitoraggio, afferma di aver scoperto in un solo giorno 600 nuovi siti pedofili: “Dal 2003 al 2009 la mia associazione Meter ne ha denunciati 57 mila alla Polizia postale. Materiale indicibile, torture, catene, anche donne con neonati”. C’è una sorpresa per chi esplora il mondo di “insospettabili della porta accanto”: molti predatori non hanno l’aria braccata. Si muovono da freddi professionisti, occupano ruoli sociali rilevanti oppure pianificano un lavoro per stare accanto ai minori… magari nel reparto giocattoli di un grande magazzino. “Sono soggetti – dice Massimiliano Frassi, master in Criminologia in Inghilterra e presidente dell’associazione Prometeus – che si sentono sempre più pro-tetti e intoccabili. Ci sono reti di solidarietà invisibili, studi legali specializzati nel difendere gli abusatori, associazioni che proclamano di combattere le false accuse e gettano il discredito su chi fa le denunce”.
Neanche Frassi, però, avrebbe immaginato che poche settimane fa (nell’ambito del disegno di legge sulle intercettazioni) gli alfieri del centrodestra Quagliariello e Gasparri potessero presentare un emendamento per cancellare l’arresto in flagranza per chi compie “reati sessuali di lieve entità”. “Un macigno che impedirà il processo per direttissima dei pedofili”, reagì Anna Finocchiaro del Pd. Proteste di massa hanno sepolto l’emendamento. Per ora.
Gli strumenti legislativi
Due leggi, una del 1998 sulle “Nuove forme di schiavitù” e una del 2006 sullo “Sfruttamento sessuale”, forniscono un primo strumento per catturare i predatori anche all’estero. Il centrodestra ha presentato un emendamento al ddl intercettazioni per cancellare l’arresto in flagranza per chi compie “reati sessuali di lieve entità”
l’Unità 4.7.10
Le segnalazioni aumentano, mai tempi di risposta di polizia e magistratura si allungano
Giardullo (Silp Cgil) «Chi dice che si può tagliare garantendo comunque la sicurezza mente»
Ecco come tagli e burocrazia lasciano le donne senza difesa
di Mariagrazia Gerina
Telefono Rosa e Differenza Donna difendono gli strumenti messi a disposizione dalla legge anti-stalking e il ruolo delle forze dell’ordine. «Ma la mancanza di risorse rischia di comprometterne l’efficacia».
Donne che hanno paura di fare la stessa fine delle donne uccise dallo stalker seriale. Figli che hanno paura per le proprie madri: «Non ce la faccio più a vedere mio padre, il suo ex marito, che la tormenta». Persino una anziana donna che a 79 anni vive nel terrore dell’ex marito di 83. Il Telefono Rosa in questi giorni squilla in continuo. L’ultima richiesta di aiuto arriva da una ragazza che ha troppa paura di restare a casa sua. E chiede di essere accolta in una abitazione protetta. La cronaca che ogni giorno sforna nuove morti funziona come un campanello d’allarme. A marzo, a un anno dall’entrata in vigore della legge le denunce erano già più di 7mila. E poi c’è l’estate: «Le amiche partono, i vicini di casa anche e le vittime di stalking si ritrovano più isolate che mai», spiega la presidentessa di Telefono Rosa Gabriella Moscatelli.
Il primo consiglio per le vittime di stalking che vedono a rischio la loro incolumità è chiedere l’intervento immediato del questore. Uno strumento che permette di bloccare subito il molestatore, senza attendere che l’escalation raggiunga gli esiti più drammatici, Utilissimo, a patto che venga applicato in modo tempestivo. «Così avveniva all’inizio», racconta Eugenia Scognamiglio, avvocatessa di Telefono Rosa. Istanze esaminate in pochi giorni, risposte immediate. «Adesso invece le istanze sono aumentate e anche i tempi di risposta, arrivati fino a 3-4 mesi». Un’attesa infernale per una donna che vive una situazione di estremo disagio e di rischio.
La disponibilità da parte delle forze di polizia non c’entra: le domande sono tante e probabilmente il personale a disposizione è troppo poco, spiegano le associazione. «A Roma, per esempio, abbiamo fatto un grande lavoro di sensibilizzazione insieme alla Squadra Mobile», ricorda Anna Baldry, di Differenza Donna, responsabile dello sportello anti-stalking istituito nel 2007 prima ancora che entrasse in vigore la legge, che ha allargato ulteriormente il margine di intervento delle forze di polizia. Fondamentale non solo nel caso in cui la donna non abbia ancora sporto denuncia ma anche per affrontare il lungo periodo che intercorre eventualmente tra la notizia di reato e il giudizio. Tanto più che i giudici, che pure potrebbero adottare misure cautelari a difesa della donna spesso sottolinea Baldry scontano una mancanza di «strumenti adeguati alla valutazione del rischio». Il punto è che anche il questore per firmare l’ammonimento ha bisogno che venga esaminata la raccolta dei fatti e questo richiede tempo e personale. Lo sportello Anti-stalking ha anche creato una «Agendalba» per guidare le donne nella raccolta di tutti i dati che possano essere utili alla loro causa. Ma il problema resta.
«Quando si riduce il personale, i mezzi, le ore di straordinario è evidente che diminuiscano le capacità di contrasto anche in un campo sensibile come il contrasto alla violenza», rilancia la denuncia delle associazioni Claudio Giardullo, del Silp Cgil: «Chi racconta al paese che si possono mantenere gli stessi livelli di sicurezza in presenza di una riduzione della spesa dice il falso».
il Fatto 4.7.10
Ti picchio ma solo un po’
di Silvia Truzzi
Leggere con attenzione la seguente storia, come si fa con le avvertenze dei farmaci (gli effetti collaterali sono particolarmente spiacevoli). Sandro F. era stato condannato in primo grado dal Tribunale di Sondrio, nel settembre 2005, e anche la Corte d’appello di Milano, nell’ottobre 2007, lo aveva ritenuto colpevole di maltrattamenti ai danni della moglie Roberta B. Pena: 8 mesi di reclusione con le generiche. Motivazioni della Corte d’appello: “La responsabilità dell’imputato era provata sulla base di sue stesse ammissioni, anche se parziali, e sulla testimonianza di medici, conoscenti e certificati medici, da cui si ricava una condotta abituale di sopraffazioni, violenze e offese umilianti, lesive della integrità fisica e morale” della moglie sottoposta a “continue ingiurie, minacce e percosse”. Sandro F. decide di appellarsi alla Suprema Corte in cerca di giustizia. E finalmente la trova. Perché “i fatti appaiono risolversi in alcuni limitati episodi di ingiurie, minacce e percosse nell’arco di tre anni (per i quali la moglie ha rimesso la querela), che non rendono di per sé integrato il connotato di abitualità della condotta di sopraffazione necessaria alla configurazione del reato di maltrattamenti”. Ciliegina sulla torta: “La condizione psicologica di Roberta B. per nulla intimorita dal comportamento del marito, era solo quella di una persona scossa, esasperata, molto carica emotivamente”. Condanna annullata. È tutto vero, come il caldo che in questi giorni è piombato sulla Capitale e sui cervelli di chi ci vive e sentenzia. Se per caso sei una donna equilibrata e forte due ceffoni te li puoi anche prendere. Senza “intimorirti”, al massimo ti esasperi un po’. È assai curioso che per definire l’esistenza di un reato e quindi la colpevolezza (soprattutto in caso di violenza) si utilizzi l’atteggiamento psicologico della vittima: l’elemento soggettivo di norma riguarda chi il reato lo commette e non chi lo subisce. Ma sarà un caso di giustizia creativa, come quello dello stupro impossibile con i jeans. Altrettanto stupefacente è che ingiurie, minacce e percosse – se si verificano in alcuni “limitati” episodi non siano giudicate gravi. Se ti picchio solo qualche volta - non proprio tutti i giorni come il famoso proverbio cinese - allora va bene. Altro proverbio: “Tra moglie e marito non mettere il dito”. Aggiornamento della Cassazione: “Nemmeno se lui alza le mani”
l’Unità 4.7.10
Le minacce nel lager
«Se ci provate di nuovo possiamo ammazzarvi»
Dal campo di detenzione libico di Brak il racconto delle torture psicologiche subite dai prigionieri eritrei. L’ottimismo dell’inviata di Frattini, Margherita Boniver. «Prevarrà l’equilibrio tante volte dimostrato dalle autorità libiche»
di Umberto De Giovannangeli
Potete ritenervi fortunati. Se ci provate di nuovo, se osate protestare, vi ammazziamo legalmente. Per noi non è un problema...». Il responsabile del lager di Brak li ha riuniti nella notte. Gli aguzzini in divisa hanno fatto la conta, e visto che c’erano hanno ripreso a manganellarli. Poi li hanno condotti in una sala attigua alla stanzetta fetida in cui da tre giorni sono rinchiusi in novanta. Non bastano le percosse. Non bastano il cibo e l’acqua centellinati; non basta aver negato qualsiasi cura medica a diciotto di loro feriti. Le torture sono anche psicologiche. E anch’esse lasciano il segno. Cronaca da un inferno. L’inferno del carcere di Brak, nel Sud della Libia, dove sono stati deportati oltre 200 eritrei. Fortunati. Lo ripete il capo del lager. con un ghigno che fa paura a chi è già attanagliato dal terrore. . Fortunati per non essere stati fatti fuori subito. La loro colpa è aver osato ribellarsi. E chi lo fa, nella Libia del «caro amico Muammar» (Berlusconi dixit) puoi finire, dimenticato, in un carcere speciale, dove puoi morire senza che nessuno lo venga a sapere.
Chi ha potuto parlare con qualcuno di loro, riferendolo a l’Unità, racconta di una situazione che resta drammatica. Il cibo scarseggia. Così l’acqua. Nessuna assistenza medica per i feriti. Privati di ogni cosa, nudi, senza neanche una coperta per coprirsi. Le notizie si accavallano. Alcune sono drammatiche: tre feriti sono stati portati via. Di loro non si ha più notizia dall’altra notte. C’è chi spera che siano stati portati in ospedale. C’è chi tema che siano morti. «Se vi va bene, tra qualche giorno vi rimanderemo da dove siete venuti...», ripete il capo del lager. Deportati in Eritrea, da dove avevano cercato di fuggire. Se vi va bene...E se va male, finirete in un carcere speciale, perché, ripete il capo del lager, «voi siete un pericolo per la sicurezza nazionale» della Libia. Un pericolo da cancellare. Distruggere. con ogni mezzo.
Salvarli è una corsa contro il tempo. Una corsa ad ostacoli. «RispedirciinEritrea-diceunodiloro-ècome condannarci a morte. Se vogliono deportarci, che sia fatto in un Paese terzo, disposto ad accoglierci». Questo Paese potrebbe, dovrebbe essere l’Italia. È una speranza. Che non va lasciata cadere nel vuoto. Il «vuoto» che rischia di inghiottire 245 vite umane. «Il governo italiano ha attivato tutti i canali utili» affinché la vicenda dei detenuti eritrei in Libia «si concluda positivamente», assicura Margherita Boniver, presidente del Comitato Schenghen e inviato speciale per le emergenze umanitarie del ministro Frattini. Ma nel presente dei disperati di Brak la parola «speranza» non esiste. Il presente è un sonno inquieto, spezzato ogni due ore nella notte da agenti della sicurezza libici che irrompono nella stanza, fanno la conta e picchiano. E le cose non sono migliori nel Centro di detenzione di Misratah, dove sono rimasti una parte di loro: 32 uomini, 13 donne, 7 bambini, alcuni dei quali neonati. Don Mussie Zerai l’infaticabile sacerdote e animatore dell’agenzia Habesha, Ong che si occupa dei migranti africani è riuscito a raccoglierne la testimonianza: «I nostri cacerieri raccontano continuano a picchiarci, a insultarci...Il cibo è poco e quello che ci danno non va bene per i bambini...». Chissà se queste testimonianze riusciranno a incrinare le granitiche certezze di Margherita Boniver: « Siamo certi afferma l’inviata del ministro Frattini ha concluso che ancora una volta prevarrà l'equilibrio e la capacità di gestire situazioni complesse tante volte dimostrati dalle autorità libiche». Di «equilibrio» nel lager di Brak non c’è traccia. E «capacità di gestire situazione complesse» fatica a intravedersi nella vicenda di 245 immigrati eritrei trasferiti a forza da Misratah a Brak oltre mille chilometri di distanza ammassati come bestie in 2 container di ferro, in condizioni inumane e degradanti per l'alta temperatura, il sovraffollamento e la mancanza d'aria. «Continuano a picchiarli riferisce a l’Unità un giovane un eritreo in contatto con alcuni di loro temono di non sopravvivere». «Ci sono donne e bambini svenuti qua in mezzo...ci manca l’aria», aveva raccontato uno dei deportati al collega Gabiele Del Grande. Donne e bambini. Anche loro sono un «pericolo per la sicurezza» del Colonnello Gheddafi...E sarà per ragioni di sicurezza», che ai 245 immigrati eritrei sono stati portati via gli indumenti, quel poco di denaro che avevano con sé, gli orologi, i cellulari...
“Siete fortunati, potevamo ammazzarvi legalmente...Questa è la «legge» che vige nel lager di Brak. Per i disperati senza diritti è un’altra notte di paura. Di non vita...
l’Unità 4.7.10
Radicali: «Subito una missione parlamentare in Libia»
Il Parlamento invii una missione in Libia per verificare la situazione dei 300 eritrei. Lo chiede il senatore Marco Perduca, co-vicepresidente del senato del Partito Radicale Nonviolento. «L'ennesima notizia tragica che proviene dalla Libia deve trovare una pronta risposta istituzionale, basata sul rispetto della parola data e il tradizionale spirito umanitario italiani», dice. «Infatti, in occasione della scellerata ratifica del trattato Italia-Libia al Senato, il Governo spiega espresse parere favorevole su un ordine del giorno del Presidente Marcenaro che chiedeva il coinvolgimento del Parlamento nel monitoraggio dell' applicazione dell'accordo con Tripoli. Considerato che l'Italia, seppur nella sua restrittiva interpretazione della convenzione sui rifugiati del '51, ritiene comunque gli eritrei tra i popoli a rischio persecuzioni, credo che Camera e Senato debbano chiedere al Governo di mantenere la parola data e inviaresenza indugio una delegazione in Libia conclude Perduca per valutare la situazione».
Repubblica 4.7.10
Pedofilia in Belgio il Grande Inquisitore tra i Cardinali
Angeli e demoni
di Andrea Bonanni
Una cattedrale, una cripta, due tombe violate alla ricerca di prove. Blitz della polizia, dossier confiscati. Anatemi del Vaticano e lettere del Papa. Nel Belgio cattolico e laico, fiammingo e vallone, una storia che sembra scritta da Dan Brown. Protagonista, un uomo misterioso: il sostituto procuratore che mette sotto inchiesta la chiesa per pedofilia
Di Wim De Troy si sa poco o nulla Si è occupato con successo di tratta di esseri umani
In passato ha fatto arrestare un collega accusato di passare informazioni alla malavita
Le tombe di due eminentissimi cardinali, Jozef-Ernest Van Roey e Leon-Joseph Suenens, defunti arcivescovi di Mechelen-Bruxelles, perquisite nella cripta della cattedrale di Saint-Rombaut. Cinquecento dossier riservati sui casi di pedofilia nella Chiesa confiscati. L´intera conferenza episcopale sequestrata per nove ore dalle forze dell´ordine durante una perquisizione nella sede dell´arcivescovado. I vescovi che si vedono requisire il telefonino. Il nunzio apostolico che viene rilasciato solo dopo aver invocato l´immunità diplomatica di rappresentante dello Stato Vaticano. Il computer dell´ex primate del Belgio, cardinal Danneels, sequestrato e sottoposto a perizia per ricostruire i file rimossi. Gli anatemi del segretario di Stato vaticano e le accorate lettere del Papa. Un uomo, un solo uomo dietro tutto questo. Un magistrato, un sostituto procuratore del re, una versione laica e secolare di grande inquisitore. Si chiama Wim De Troy.
C´è un po´ di romanzo gotico d´appendice e molto di Dan Brown nella vicenda dei preti pedofili in Belgio, degenerata in una spirale di sospetti velenosi. Il giornale fiammingo De Morgen scrive che i magistrati sospettano la Chiesa belga di aver volutamente e sistematicamente coperto i sacerdoti accusati di pedofilia e ipotizzano contro i vertici religiosi nazionali una incriminazione per associazione a delinquere. Il quotidiano cattolico La Libre Belgique parla apertamente di un complotto della massoneria «che avrebbe per obiettivo la distruzione della Chiesa» e di cui il sostituto procuratore a capo dell´inchiesta sarebbe un esponente.
Le gerarchie ecclesiastiche e gli esponenti politici cercano di mantenere il sangue freddo. Ma in un Paese che, oltre alla tradizionale divisione tra fiamminghi e valloni, è anche attraversato da una profonda spaccatura tra una cultura cattolica molto radicata e un laicismo duro, dai toni risorgimentali, la tensione innescata dall´inchiesta della magistratura è difficile da controllare. «Non bisogna cedere alla tentazione di gridare al complotto - dice a Repubblica padre Eric De Beukelaer, portavoce della Conferenza episcopale belga - Capisco la collera e l´irritazione per il sequestro dei dossier e per la violazione delle tombe dei cardinali. Ma in una situazione come questa occorre che la ragione prenda il sopravvento. Fino a prova contraria dobbiamo avere fiducia nel nostro sistema democratico».
In realtà la chiesa cattolica, nel pieno della bufera per i casi di pedofilia che stanno emergendo un po´ dovunque, dagli Stati Uniti alla Germania, dall´Italia all´Irlanda, per la prima volta si trova di fronte a una giustizia che procede a perseguire i reati senza alcuna considerazione per l´istituzione in seno alla quale sono stati commessi. L´accordo che era stato raggiunto tra i vertici dell´episcopato belga e il ministero della Giustizia, per consentire il lavoro della commissione indipendente creata dai vescovi, è saltato di fronte alla determinazione del sostituto procuratore De Troy.
Di lui si sa poco o nulla. Per nulla incline ai riflettori, tantomeno alle interviste, il giudice che ha distrutto l´aura di intoccabilità della chiesa cattolica, ha fama di uomo integerrimo. In passato non ha esitato a far arrestare un collega accusato di passare informazioni alla malavita sulle inchieste in corso. Perfettamente bilingue, è stato a lungo il portavoce della procura di Bruxelles. Da quando ha assunto l´incarico di magistrato inquirente, quattro anni fa, si è occupato con successo di numerosi casi di droga, di omicidi e di tratta di esseri umani. Nulla trapela della sua vita privata, foto introvabili, niente dichiarazioni, niente di niente. Come se la sua funzione e la sua carica esaurissero da sole la sua figura. Anche la politica ha dovuto piegarsi di fronte all´indipendenza della magistratura perfettamente incarnata da De Troy. «I giudici agiscono in piena autonomia e hanno il dovere di perseguire le indagini sui crimini di cui sono venuti a conoscenza utilizzando tutti i mezzi che ritengono necessari», ha ammesso il ministro della Giustizia Stefaan De Clerck.
Così il grande inquisitore va vanti per la sua strada. Di fronte a lui ci sono due alti prelati che rappresentano i due volti del cattolicesimo belga. L´uomo accusato di aver protetto i pedofili in seno alla Chiesa è il cardinale Godfried Danneels, fiammingo, per trent´anni primate del Belgio ed esponente di spicco dell´ala più progressista dell´episcopato europeo. Le sue posizioni sulla contraccezione, sui preservativi, considerati «un male minore» rispetto al pericolo dell´Aids, lo hanno spesso visto in contrapposizione a Ratzinger. L´anno scorso ha lasciato l´incarico per limiti di età, ma resta comunque una personalità influente nella Chiesa belga e un punto di riferimento per il cattolicesimo progressista.
Il suo successore è monsignor Leonard, di origini francofone, docente di filosofia, perfettamente allineato con la posizioni conservatrici di Benedetto XVI. Considera l´omosessualità un comportamento anormale, frutto di una distorsione dello sviluppo psicologico normale. E Le Soir riporta sue dichiarazioni che definiscono l´epidemia di Aids «una sorta di giustizia immanente» a causa dei comportamenti sessuali devianti. Appena nominato primate del Belgio, Leonard ha fatto sua la nuova politica vaticana di tolleranza zero verso i casi pedofilia in seno alla Chiesa. E subito si è trovato a dover gestire le dimissioni del vescovo di Bruges, reo confesso di aver avuto rapporti con un minore. Di fronte all´esplodere di sempre nuovi casi di abuso in seno al clero, in particolare nelle Fiandre, Leonard non ha esitato a chiedere perdono alle vittime in nome della Chiesa e a criticare «la sottovalutazione» del fenomeno da parte del suo predecessore. Ma certo ora, dopo le perquisizioni e i sequestri e mentre il Vaticano grida alla persecuzione, deve trovare una difficile convivenza con il grande inquisitore che sta perseguitando i crimini di pedofilia senza guardare in faccia nessuno.
Repubblica 4.7.10
Quando Cesare vuole giudicare Dio
di Agostino Paravicini Bagliani
I rapporti tra la Chiesa e la giustizia, che accompagnano la storia del cristianesimo fin dalla sua affermazione storica sotto l´imperatore Costantino († 337), hanno conosciuto da sempre oscillazioni e situazioni conflittuali. Pur considerando il cristianesimo religione di stato, Costantino ordinò che le cause dottrinali dei donatisti fossero portate davanti al giudice imperiale. L´imperatore Giustiniano intervenne in modo ancor più incisivo nella vita interna della Chiesa, garantendo sì protezione ma anche il rispetto di sanzioni in caso di violazione della legge. Il suo Codice (533) regolava in modo dettagliato i problemi disciplinari anche di preti e diaconi. L´imperatore permise persino a ciascuno di denunciare all´imperatore contravvenzioni alla legge.
Costantino aveva però anche concesso ai vescovi di poter giudicare le cause civili riguardanti i semplici chierici, e così si comporteranno i concili fin dal Quarto secolo. Il Concilio di Ippona (393), di cui Agostino era il vescovo, minacciò di deporre il chierico che avesse sottomesso una causa, civile o criminale, al giudice secolare. Nacque dunque già nel Quarto secolo quello che i giuristi del Medioevo e dell´età moderna chiameranno il «privilegio del foro». Anche Carlomagno legiferò con i suoi numerosi "capitolari" sulla disciplina del clero, pur concedendo ai vescovi ampi spazi giurisdizionali. La situazione cambiò radicalmente nell´Undicesimo secolo, in seguito alla volontà del papato romano di liberarsi dalla tutela dei grandi signori laici. Uno dei punti fermi della lotta contro le investiture fu proprio la "libertà della Chiesa" anche in termini giurisdizionali. Papi come Alessandro III (1159-1181) e Innocenzo III (1198-1216) estesero alle autorità ecclesiastiche tutte le cause civili e criminali riguardanti il clero, lasciando alle autorità civili il diritto di giudicare le cause di natura feudale. Nacquero così nuovi gravi conflitti con i poteri laici che tentarono sovente di opporsi, giungendo in molte regioni dell´Europa medievale a una sorta di compromesso. Si distinse infatti tra la deposizione e la degradazione dei chierici colpevoli dei più gravi delitti. La deposizione, che non comportava la perdita dei privilegi, fu riservata alla giustizia ecclesiastica. Con la deposizione si sanzionavano crimini come la lussuria. La degradazione, ancora più severa, veniva invece decisa anche da giudici laici. Il rituale prevedeva che con un coltello o un vetro si raschiasse la pelle delle dita del chierico (che servono a consacrare l´Eucarestia) e si scalfisse con delle forbici la tonsura (simbolo della sua dignità). L´esecuzione della sanzione finale (generalmente il rogo) spettava all´autorità civile.
Come ebbe ad affermare Gregorio VII (1075-1084), «il papa non poteva essere giudicato da nessuno» (Dictatus pape). Soltanto in caso di eresia, poteva però essere deposto da un concilio. Ed è proprio per farlo deporre da un concilio che Guglielmo di Nogaret, in compagnia di Sciarra Colonna, catturò ad Anagni (settembre 1303) papa Bonifacio VIII (1294-1303) cui aveva rivolto fin dal 1302 gravissime accuse, come quella di adorare gli idoli, di essersi dato a pratiche magiche e quant´altro. Accuse storicamente insostenibili ma che avrebbero permesso al re di Francia di trasformare il concilio parigino in un vero e proprio tribunale. L´affermarsi del diritto canonico medievale, e poi il Concilio di Trento, confermarono l´eccezionalità delle prerogative giurisdizionali ecclesiastiche, dovendo però sempre fare i conti con forti resistenze e tradizioni locali. Del resto, anche il Codice di diritto canonico del 1917 prevedeva la possibilità di deroghe locali che tra Otto e Novecento furono sovente oggetto di negoziati concordatari.
Repubblica 4.7.10
La sessualità secondo la Chiesa di oggi
risponde Corrado Augias
Gentile Augias, qualche giorno fa una ragazza di 22 anni va in chiesa per confessarsi. L'anziano sacerdote la interrompe per chiederle se è fidanzata. Imbarazzata lei risponde di sì. Il prete le dà un foglio, con una serie di precetti da osservare durante il fidanzamento. Poi le chiede se è vergine; lei risponde di sì. Sta mentendo, lo fa per non sentirsi giudicata, offesa nella sua intimità. Purtroppo la ragazza si è disfatta del documento. Ne ho cercato una copia ma senza riuscire. Il luogo è la Basilica di San Nazaro Maggiore, parrocchia al centro di Milano, pochi passi dal Duomo. Uno dei concetti che più mi ha colpito (non riporto testualmente ma solo il senso) è che le manifestazioni di affetto devono limitarsi a bacio, carezza o abbracci, purché non talmente intimi da provocare polluzione o orgasmo. Ricordo che quando frequentavo il catechismo, per ricevere la cresima, una delle perplessità più forti, in tema di dogmi cattolici, era sul mistero della Madonna, rimasta incinta per opera dello spirito santo. Mi chiedevo: è davvero così inconciliabile, per un credente, immaginare la Madonna unita carnalmente a suo marito Giuseppe? Capii che non sarei diventato un buon fedele proprio perché incapace di accettare quei dogmi. Sicuramente, la prima qualità che deve avere un cattolico, è credere a prescindere, io non ce l'avevo.
Erminio Cervello erminio.ce@libero.it
I rapporti della Chiesa con la sessualità sono sicuramente travagliati ma opzioni diverse da quelle del prete milanese sono possibili. Una concezione tendenzialmente sessuofobica si trova a competere con una visione ormai prevalente nel mondo che è opposta, vorrei dire esageratamente opposta. La signora Francesca Ribeiro ( ribesca@tiscali.it ) mi segnala per esempio: «La Curia torinese ha bocciato la delibera di iniziativa popolare che dice sì alle unioni civili affermando: "In sintonia con il magistero del Papa e dei vescovi italiani, non ci stancheremo di proporre alle giovani generazioni il modello millenario di famiglia che Gesù Cristo ha confermato come il progetto di Dio valido fin dal principio". Quale modello? Maria e Giuseppe non avevano rapporti coniugali. Per Gesù (Mt 12, 49-50) i suoi discepoli erano madre e fratelli "chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi mi è fratello, sorella e madre". La sua preoccupazione era l'amore, da lì viene la vera famiglia». C'è per fortuna anche una corrente di teologia più aggiornata. Per il prof. Vito Mancuso ad esempio: «Ci sono credenti che aderiscono alla verità non per obbedire ma per amore della verità stessa e del bene del mondo. Deve finire, forse è già finita, l'epoca dei teologi e dei cristiani sotto tutela». Voglio credere, spero, che Mancuso abbia ragione.
Repubblica 4.7.10
Disegnare il tempo
Storia occidentale di un enigma
di Umberto Galimberti
Gli antichi greci ricordavano il succedersi delle Olimpiadi, i romani i governi dei consoli. Persiani ed ebrei elencavano i loro re Rappresentare lo scorrere dei secoli è stato da sempre uno degli assilli dell´uomo Adesso, un gruppo di storici delle università di Princeton e dell´Oregon raccoglie e analizza per la prima volta in un volume gli esperimenti di cartografia cronologica realizzati dal Medioevo al Novecento
Quando è iscritto in un disegno, il tempo acquista un senso, e quando il tempo è fornito di senso, nasce la "storia" Non c´è infatti nel tempo ciclico che ripete se stesso, e neppure in quello progettuale che si esaurisce nel raggiungimento dello scopo
l tempo è un enigma. Ogni popolazione, ogni cultura, ogni civiltà se ne sono fatte una figurazione. Noi occidentali, che abbiamo le nostre radici nella grecità e nella tradizione giudaico-cristiana, abbiamo elaborato sostanzialmente tre concezioni del tempo, riferite rispettivamente alla natura, all´uomo, a Dio.
1. I greci, che considerano la natura come quell´orizzonte immutabile che, al dire di Eraclito, «nessun uomo e nessun dio fece», elaborano una prima figura del tempo che chiamano «ciclico», e che noi possiamo immaginare come successione delle stagioni dell´anno - primavera, estate, autunno, inverno e poi il ciclo ricomincia - o come successione delle stagioni della vita: nascita, crescita, maturità, vecchiaia, morte, perché la natura necessita della morte dei singoli individui affinché altre vite possano vivere. Nel tempo ciclico non c´è futuro che non sia la pura e semplice ripresa del passato. E perciò i vecchi che hanno visto più cicli, sono per questo i depositari del sapere.
2. Accanto al tempo ciclico della natura i greci individuano anche quel tempo tipico dell´uomo che anticipa degli scopi e si propone di raggiungerli. Chiamano questo tempo «scopico», da skopéo che significa «guardare, avendo ben in vista il bersaglio che si vuol raggiungere». Anche le parole italiane: micro-scopio, tele-scopio, endo-scopia, ribadiscono la qualità di questo sguardo che tende a uno scopo. Il tempo scopico, che possiamo chiamare anche "progettuale", perché l´uomo pro-getta, getta innanzi, anticipa lo scopo che vuole raggiungere, non guarda il passato, ma il futuro. Non un futuro lontano, ma un futuro prossimo, perché solo la prossimità traduce le cose in "mezzi" e in "fini". Infatti, se dispongo di denaro sufficiente per comprare una casa, ma sul mercato non ci sono case, quel denaro non è un "mezzo" per comprare una casa; allo stesso modo se ci sono case, ma non denaro per acquistarle, quelle case non sono un fine, ma un sogno. Perché qualcosa sia mezzo e qualcosa sia scopo è necessario che i due siano temporalmente vicini, per cui il tempo scopico è un tempo breve, oggi e domani. È il tempo tipico della tecnica, che si propone di raggiungere il massimo degli scopi con l´impiego minimo dei mezzi.
3. La tradizione giudaico-cristiana introduce nella cultura occidentale una figura del tempo assolutamente imprevista dalla cultura greca. Si tratta del tempo «escatologico» dove alla fine (éschaton) si realizza quello che all´inizio era stato annunciato. A differenza del tempo ciclico e di quello progettuale, il tempo escatologico iscrive la temporalità in un "disegno" che va dall´origine alla fine del mondo. Quando è iscritto in un disegno, il tempo acquista un "senso", e quando il tempo è fornito di senso, nasce la "storia". Non c´è infatti storia nel tempo ciclico che ripete se stesso, e neppure nel tempo progettuale che si esaurisce nel raggiungimento dello scopo.
Il cristianesimo, annunciando all´uomo una sopravvivenza ultraterrena, ha immesso nella cultura occidentale un´enorme carica ottimistica investita sul futuro. Per il cristianesimo infatti il passato è male (colpa originaria), il presente è redenzione, il futuro è salvezza. Questa differenza qualitativa delle figure del tempo la ritroviamo pari pari nella scienza, per la quale il passato è ignoranza, il presente è ricerca, il futuro è progresso. Lo stesso si può dire per la sociologia prima illuminista e poi marxista, per le quali il passato è ingiustizia, il presente rivoluzione, il futuro giustizia sulla terra. Così ragiona la psicoanalisi: il passato è trauma o nevrosi infantile, il presente è analisi, il futuro è guarigione.
Tutto è cristiano in Occidente, perché, in ogni sua espressione, questa cultura è percorsa da una carica ottimistica orientata al futuro, promossa dall´annuncio della salvezza, di cui il progresso scientifico, la giustizia sociale, la guarigione della malattia sono le sue figure laicizzate. Ne consegue che quando papa Ratzinger invoca il riconoscimento delle radici cristiane dell´Occidente, a mio parere chiede troppo poco, perché non solo le radici, ma il tronco, i rami, le foglie, i frutti, tutto è cristiano in Occidente, per effetto della concezione escatologica del tempo, dove alla fine si realizza quello che all´inizio era stato promesso.
Ma Nietzsche, circa un secolo e mezzo orsono, ha annunciato che «Dio è morto». Che significa? Significa che se nel Medioevo l´arte è sacra, la letteratura è inferno, purgatorio, paradiso, persino la donna è donna-angelo, Dio è vivo, perché crea un mondo che non riuscirei a capire se togliessi la parola "Dio". Ma se tolgo la parola "Dio" dal mondo contemporaneo, lo capisco ancora? Direi di sì. Non lo capirei se togliessi la parola "denaro" o la parola "tecnica". Ciò significa che Dio è morto, che il mondo accade a prescindere da Dio. E, con la morte di Dio, muore la visione ottimistica sul futuro che rintracciamo in ogni espressione della storia d´Occidente. Dove si vede che la fisionomia delle civiltà dipende rigorosamente dalla concezione che esse si sono fatte del tempo.
Repubblica 4.7.10
Tra mappe celesti e teatri della memoria
di Gabriele Pantucci
il Tempio del tempo (Temple of Time) realizzò in America nel 1846 quello che l´umanista italiano Giulio Camillo Delminio (1480-1544) avrebbe voluto realizzare tre secoli prima. Delminio aveva ideato il Teatro della memoria: che in modello ligneo avrebbe contenuto l´impronta mnemonica di tutta la conoscenza universale. Lo spettatore, dal centro del palcoscenico avrebbe appreso i principi del neoplatonismo, del mito, dell´astrologia... ogni componente dello scibile. Li avrebbe ricordati grazie alle rispettive posizioni: su un gradino, in una nicchia, sul soffitto... perché noi siamo predisposti a ricordare le cose nel contesto del luogo, come aveva scritto Cicerone. Un´educatrice americana, Emma Willard, grazie ai suoi studi classici aveva ricordato il principio, realizzandolo sulla grande tavola del Tempio del tempo con la proiezione tridimensionale della cronografia storica. Le colonne a destra coi secoli nel vecchio mondo: decorate dai nomi dei grandi che li avevano dominati. Quella dimezzata del secolo in corso indicava già Napoleone nella sua parte inferiore. Sulla sinistra quelle del nuovo mondo. Le cinque lunghe corsie del soffitto erano carte biografiche: statisti, filosofi e inventori, teologi, poeti e pittori e guerrieri. Sul pavimento la carta dello scorrere storico del tempo. La tavola, in colori brillanti su sfondo nero, ebbe successo e molti studenti americani avrebbero ricordato per il resto delle loro vite le successioni storiche grazie all´intelligente concatenazione.
Lo spirito pratico del diciannovesimo secolo si profuse nella creazione di strumenti che contribuissero alla diffusione del sapere rispondendo all´antico quesito: come si rappresenta il tempo? I greci incidevano sulle lapidi il succedersi delle Olimpiadi, i romani quello dei consoli, mentre ebrei e persiani elencavano i re. Soltanto nel quarto secolo il teologo cristiano Eusebio di Cesarea stese la prima linea del tempo. Due storici americani - Anthony Grafton della Princeton University e Daniel Rosenberg della University of Oregon - hanno osservato che i problemi formali e storici posti dalle rappresentazioni grafiche del tempo sono stati largamente ignorati. Col volume Cartographies of Time: A History of the Timeline (Princeton Architectural Press: www.papress.com), ricco di riproduzioni, hanno documentato quanto di più significativo si è fatto dal Medioevo. Il New York Times lo ha già definito «il libro più bello dell´anno». Dal monaco Hermann Rolewinck (Colonia 1502) che per primo sviluppò una cronaca del mondo in forma di codice di genealogia all´umanista tedesco Petrus Apianus (1495-1552) che creò una sorta di "computer astronomico", al domenicano Giovanni Maria Tolosani che introdusse nel 1537 prove astronomiche nelle sue tavole cronologiche. Ma è negli ultimi duecentocinquanta anni che si è sviluppata soprattutto in America una mini industria della riproduzione del tempo. Dalle mappe dell´atlante storico di Edward Quin, ai giochi di carte, al ventaglio di James Ludlow, fino all´umoristica interpretazione di Francis Picabia. Non va ignorato il Mark Twain´s Memory Builder che lo scrittore creò e fece brevettare per irrobustire la memoria dei connazionali .