domenica 13 giugno 2010

l’Unità 13.6.10
Roma, in giro per un quartiere (ex) popolare. Di intercettazioni la gente non si interessa
Tutti concordi però: «Il Paese ha altri problemi, era meglio intervenire su scuola e pensioni»
«Legge bavaglio? Boh, non so» Il Paese narcotizzato dalla tv
Distanza dalla politica, disaffezione, stanchezza e insofferenza. Morale: la legge bavaglio passa sulla testa del Paese ma alla gente del mercato della Garbatella, a Roma, non interessa. «Abbiamo altre grane».
di Gioia Salvatori

Ddl intercettazioni, chi è questo sconosciuto? Disinformazione, qualunquismo, proteste. Sabato mattina al mercato rionale romano della Garbatella, quartiere rosso ex popolare, oggi quasi-centro di ceto medio e luoghi trendy: trovarvi un passante che conosca il contenuto della legge che limita la possibilità di indagine per gli inquirenti e cancella da giornali e tv decine di servizi, è come cercare l’ago nel pagliaio. Soprattutto se si cerca tra gli anziani. «Io ho altri problemi, delle intercettazioni poco mi importa, sono altre le leggi che servono: sul lavoro, sull’immigrazione» è il coro dei più, cioè dei tanti che hanno chiuso il giornale da anni, guardano la tv il pomeriggio e considerano la politica “un teatrino salva-poltrona”. Inutile spiegare i risvolti pratici della legge-bavaglio. «Io non ho nulla da nascondere, possono pure intercettarmi» è il mantra unito alla convinzione, nata a furia di sentire “ddl intercettazioni”, che la nuova legge serva a autorizzare i controlli sui telefoni. E la cricca, le inchieste sui grandi eventi, sulla malasanità, non le è interessato sapere che qualcuno rideva mentre l’Aquila crollava? «Sì, vabbè ma che c’entra con questa legge?», è la risposta frequente.
POTERE CATODICO
Eleonora mentre sente i «signora mia io non arrivo a fine mese...» di una passante va su tutte le furie. E’ intorno ai 40, ha i siti web d’informazione sotto mano a lavoro, sa cosa c’è scritto nel ddl intercettazioni ed ha il dente avvelenato «contro certa televisione che non ti fa capire nulla, tanto che mia madre è di sinistra ma l’ho dovuta convincere io, che questa legge è una porcata». Si infiamma e, come tutti coloro che sanno del bavaglio, chiama la piazza, la disobbedienza civile e chiede a Napolitano di non firmare.
Su un punto tutti sono d’accordo, informati e disinformati, favorevoli e contrari, giovanissimi e anziani disinteressati: questa legge per il Paese non è una priorità: «Servono leggi per i precari, per creare lavoro, per i pensionati che non ce la fanno ad arrivare a fine mese», sono le istanze, ognuno la sua, a seconda della posizione sociale. Rosanna, 36 anni, programmatrice europea, è sconsolata: «Bisogna scendere in piazza numerosi, è l’unica cosa che possiamo fare ora. Se la legge passerà così com’è mi auguro che arrivi un referendum abrogativ», dice tra le buste di verdura, in mano un quotidiano. Eleonora, 38 anni, è della stessa opinione: «Mi auguro che Napolitano non firmi, nel frattempo dobbiamo organizzare una specie di rivoluzione da qui in autunno: scendere tutti in piazza, farci sentire. La legge sulle intercettazioni non era indispensabile: io ho due figli e a scuola non hanno la carta igienica: le priorità del Paese sono altre». Luciano che di primavere ne ha almeno 65 e lavora ad un banco del mercato, è uno dei pochi anziani contrari. Cita Zagrebelsky e non ha dubbi: «E’ una legge fatta per coprire la cricca, a me possono intercettarmi 25 ore su 24, non ho nulla da nascondere...».
E lei che sa del ddl intercettazioni? «Io ho due bimbe e un altro figlio in arrivo, non ho tempo per informarmi, mica ho chi me li guarda...» dice una ragazza senza vergognarsi. E poi ci sono Zelinda, 60 anni, che ammette che guarda Italia 1 e al tg solo i servizi di cronaca e della legge bavaglio non ne sa niente, e la verduraia più o meno coetanea col lamento sulla crisi e anche lei col suo “signora mia”: «So solo che se non mi alzo alle quattro ogni mattina, non mangio – dice L’unica cosa che serve è una legge per farci campare un po’ meglio». Istanza non meglio specificata, legge chissà su cosa. La politica, intanto, è sempre più lontana.

l’Unità 13.6.10
Gli italiani sono come le rane
di Beppe Sebaste

Sto parlando nella scuola Roberto Rossellini con un collega, il regista Valerio Jalongo, autore di un bel documentario narrativo sulla deriva del cinema italiano, Di me cosa ne sai, dove si vede tra l’altro la prima spudorata menzogna liftata del premier, allora padrone soltanto di tv, verso l’ultima battaglia culturale (politica) fatta in Italia: quella di Federico Fellini contro la pubblicità che interrompe i film. Jalongo e io abbiamo gli scrutini del corso serale, mentre le prime zanzare del vicino Tevere irrompono nelle aule. Siamo orgogliosi di insegnare in questo istituto professionale di cinema e televisione unico in Italia. Il suo futuro ̆è incerto, grazie alla distruttività del governo, anche se gran parte dei tecnici che lavorano nel cinema e nelle tv di Roma e del Lazio hanno preso qui il diploma. Nato nei primi anni ‘60 in un luogo mitico, gli studi Ponti-De Laurentiis, dove sono stati girati film come La Strada di ̆Fellini, fino a pochi anni fa Aurelio De Laurentiis ne condivideva ̆gli spazi. Di recente il Rossellini è finito sui giornali per il geniale scherzo ai giornalisti di Mario Monicelli, che con la scusa di annunciare il remake de L’armata Brancaleone ha perorato gli studenti a ribellarsi contro i tagli. È qui che ha l’ufficio e il teatro il ̆produttore sognatore de Il Caimano, interpretato da Silvio Orlando.
Ecco, il caimano. Non volevo parlarne, ma è un dovere pedagogico ricordare che, nella Storia, avviene come nel noto esperimento che i ricercatori fecero con le rane: lanciandole in una pentola di acqua bollente saltavano subito fuori per trarsi in salvo. Mettendole al contrario in una pentola d’acqua fredda e riscaldandola in modo lento e costante, le rane si abituano gradualmente alla temperatura senza turbarsi, finché è troppo alta per avere la forza di saltare, e muoiono bollite. Nelle dittature è la stessa cosa.

Repubblica 13.6.10
Privacy, trasparenza e diritto di sapere
di Stefano Rodotà

QUALE governo ha drasticamente ridotto la privacy dei dipendenti pubblici, modificando addirittura il primo articolo del Codice che regola questa materia?
Quale governo ha messo nelle mani delle società di marketing la privacy telefonica delle persone, capovolgendo le regole che proprio gli interessati avevano mostrato di gradire? Quale governo ha incentivato il diffondersi della sorveglianza capillare sulle persone? Quale governo ha abbandonato ogni iniziativa sulla tutela della libertà su Internet, che aveva dato all´Italia un significativo primato internazionale? Quale maggioranza ha sfornato e continua a sfornare proposte di legge e emendamenti volti a limitare la privacy di chi naviga in rete? Proprio governo e maggioranza che ora innalzano il vessillo della privacy, invocano l´art. 15 della Costituzione e ricorrono al voto di fiducia.
Questi fatti, incontestabili, non mettono soltanto in luce una contraddizione clamorosa. Consentono di cogliere quale sia l´obiettivo vero dell´improvviso entusiasmo per la riservatezza. Mentre viene sacrificata senza batter ciglio la privacy di milioni di persone, si fanno le barricate proprio là dove la riflessione culturale e l´evoluzione legislativa inducono a ritenere che, per alcune categorie di persone e in situazioni particolari, le "aspettative di privacy" debbano essere drasticamente ridotte. Si tratta delle "figure pubbliche", delle persone indagate, delle attività economiche.
Questi non sono argomenti inventati oggi per dare sostegno a chi polemizza contro "la legge bavaglio". Quando, nel 2003, con una significativa convergenza tra il Garante per la privacy e il Consiglio nazionale dell´ordine dei giornalisti, si misero a punto le regole sul diritto d´informare, l´articolo 6 del Codice di deontologia venne scritto così: «La sfera privata delle persone note o che esercitano funzioni pubbliche deve essere rispettata se le notizie o i dati non hanno alcun rilevo sul loro ruolo o sulla loro vita pubblica». Parole chiarissime, così come è chiara la ragione di questa ridotta "aspettativa di privacy" per tutti quelli che hanno ruoli pubblici. In democrazia non bastano i controlli istituzionali (parlamentari, giudiziari, burocratici), serve il controllo diffuso di tutti i cittadini, dunque la trasparenza.
Si era consapevoli della necessità di non far divenire la privacy uno strumento che, invece di tutelare le sacrosante ragioni dell´intimità, serva a coprire attività che devono essere sempre sottoposte al giudizio di una opinione pubblica adeguatamente informata. Si seguiva così il filone inaugurato nel 1964 da una celebre sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti nel caso New York Times contro Sullivan, quando si riconobbe il diritto della stampa di pubblicare addirittura notizie false e diffamatorie riguardanti "figure pubbliche", salvo nel caso in cui ciò fosse fatto con "actual malice". Questa linea è stata seguita in moltissimi paesi e, in un caso riguardante uno stretto collaboratore del Presidente Mitterrand, la Corte europea dei diritti dell´uomo è andata oltre, affermando che, in un sistema democratico, è legittima persino la pubblicazione di notizie coperte dal segreto, per consentire il controllo su come viene esercitato il potere. Diritto di sapere, esercizio del controllo democratico e trasparenza sono strettamente intrecciati, e neppure il segreto e l´eventuale falsità della notizia possono interrompere questo circuito virtuoso, impedire la circolazione delle informazioni.
Una pur minima cultura della privacy dovrebbe essere provvista di questo bagaglio, che ci avrebbe risparmiato quell´impasto di ignoranza e malafede che ci affligge in questi giorni. Ma la regressione culturale, con conseguente pessima politica, ci avvolge da ogni parte, sì che ogni volta si è costretti a ricominciare dall´abc. Ricordando, anzitutto, che è falso sostenere che la legge appena approvata dal Senato abbia come obiettivo quello di frenare il gossip, di impedire la pubblicità di informazioni irrilevanti o intime. Ripeto quello che è stato detto mille volte, scritto in disegni di legge: questo è un fine, sacrosanto, che si può agevolmente raggiungere, con il consenso di tutti, stabilendo la cancellazione di questi brani delle intercettazioni, irrilevanti per le indagini. Poiché non ci si è fermati a questo punto, ma si è voluto imporre il silenzio totale su notizie rivelatrici di malefatte politiche o amministrative e persino su ammissioni di mafiosi, allora è evidente che l´obiettivo è un altro, quello di mettere a punto una rete protettiva di un ceto che del disprezzo delle regole ha fatto la propria regola. La sintonia tra questo atteggiamento e l´assalto alla legalità costituzionale è del tutto evidente.
E diventa chiarissimo che cosa si avvia ad essere il sistema di tutela della privacy, in un totale stravolgimento del rapporto tra pubblico e privato. Trasparenza crescente per l´inerme persona "comune"; opacità crescente di un ceto per il quale l´esercizio del potere non è più fonte di responsabilità, ma di immunità. Si mette a disposizione di poteri politici, economici, tecnologici la vita quotidiana d´ogni persona, scrutata in ogni momento, "profilata", ridotta ad oggetto di cui si può impunemente disporre. Si sottrae alla democrazia, come "governo in pubblico" una delle sue ragion d´essere, allungando l´ombra dove la trasparenza dovrebbe essere massima. È questa la logica che dev´essere capovolta, restituendo alla privacy l´onore che le spetta come elemento essenziale della libertà dei contemporanei.

«La disobbedienza civile è necessaria quando le leggi sono contro la democrazia e la libertà. Se un vostro articolo dovesse violare la legge pubblicatelo pure con il mio nome»
l’Unità 13.6.10
Intervista a Margherita Hack
Questa legge uccide la libertà di informazione Sono pronta a trasgredire
di Cristiana Pulcinelli

In questo momento mi dispiace non essere una giornalista perché vorrei partecipare in prima persona a questa battaglia». L’astrofisica Margherita Hack ha appena festeggiato il suo ottantottesimo compleanno a Mercatale Val di Pesa. Ma né l’età, né il clima da vigilia della festa tolgono vigore all’indignazione di Margherita per la legge bavaglio e per i modi in cui è stata approvata.
Cosa ne pensa della legge sulle intercettazioni appena passata al Senato con il voto di fiducia? «E’una vera vergogna. Questa legge è un aiuto per i delinquenti e i mafiosi, perché è risaputo che molti crimini si scoprono proprio grazie alle intercettazioni. Ma, del resto, c’è poco da stupirsi se si guarda chi c’è al governo: i migliori sono ignoranti e deboli, i peggiori una banda di delinquenti».
Abbiamo deciso di chiamare i giornalisti alla disobbedienza civile e di violare la legge. Pensa che sia giusto? «La disobbedienza civile è necessaria quando le leggi sono contro la democrazia e la libertà. C’è il dovere di opporsi a una legge sbagliata. Io spero che tutti i giornalisti disobbediscano, anche quelli di destra che però considerano il loro lavoro un servizio per il pubblico e il loro dovere dare le notizie».
Se le chiedessimo di firmare un articolo sul nostro giornale la cui pubblicazione violi la legge, lo farebbe? «Certamente sì, anzi mi dispiace non essere giornalista perché non posso partecipare in prima persona a questa battaglia». Reporters sans frontieres ha offerto ai giornalisti italiani di pubblicare sul loro sito gli articoli che non potranno essere più pubblicati in Italia e altre testate straniere offrono ospitalità. Pensa sia una forma di lotta utile?
«Sì, però gli italiani non leggono i giornali nella loro lingua, figuriamoci gli stranieri. E’ un’iniziativa che avrebbe un’eco molto ridotta». Cosa direbbe ai giovani per convincerli a fare opposizione?
«I giovani devono essere persuasi che la libertà d’espressione è un diritto a cui non si deve rinunciare. Altrimenti ci si avvia verso una dittatura. Noi che ci siamo passati lo sappiamo: la libertà d’opinione si deve difendere anche a costo di violare la legge. Quando sotto il fascismo furono promulgate le leggi razziali, era doveroso opporsi e violarle. Ora, per fortuna, non siamo a quel punto, ma il principio alla base di questa legge è lo stesso che era alla base delle leggi razziali: violare la libertà. I giovani dovrebbero sentire il desiderio di battersi contro questo». Cos’altro si può fare per far sentire la propria voce?
«Oltre a disobbedire? Andare tutti in piazza, o fare la rivoluzione... »

l’Unità 13.6.10
In «100mila» alla manifestazione della Cgil a Roma. Epifani: «A pagare sempre gli stessi»
Un fiume di persone ha invaso le strade della Capitale: «Tutto sulle nostre spalle»
Statali e insegnanti in corteo I «soliti noti» contro la manovra
Centomila ieri alla manifestazione nazionale della Cgil. Pensionati, funzione pubblica, precari e studenti in piazza contro la manovra del governo. Epifani: «Noi dalla parte dei lavoratori e contro interventi iniqui»
di Maria Zegarelli

«Noi abbiamo il diritto di non essere ingannati. Il governo non dica cose false sul futuro del Paese. Noi non ci chiamiamo Alice e non viviamo nel paese delle meraviglie». Il segretario della Cgil Guglielmo Epifani parla in piazza del Popolo di fronte ad una marea rossa di bandiere e raccoglie lunghi e ripetuti applausi da questo popolo reale, in carne ed ossa, che è venuto a Roma da tutta Italia per dire no alla manovra del governo. Nessun riferimento a questa manifestazione nazionale nei titoli del Tg1 delle 13.30 di Augusto Minzolini, silenzio sul grido di allarme che migliaia di lavoratori e lavoratrici, precari, pensionati, ricercatori, giovani e vecchi lanciano sfilando per le vie della Capitale. Gli organizzatori annunciano dal palco 100mila persone, la Questura 25mila. Sminuire, come ha fatto il governo con la crisi, fino ad ora. Ma questo «fiume rosso», così lo definiscono gli organizzatori, si ingrossa via via, e la piazza diventa sempre più stretta: in fondo è come il dissenso a Silvio Berlusconi, cresce e anche se non tutti lo raccontano prima o poi si imporrà.
Questo non è il paese delle meraviglie: è il paese di Umberto Pugliese, per esempio, che dice, «prendiamo 1400 euro al mese, non evadiamo neanche un centesimo e siamo quelli che pagheranno ancora». Dieci passi più in là c’è una banda che suona l’Internazionale, «siamo qui per Pomigliano D’Arco, cuore del Sud che rischia di fermarsi». Si protesta, si balla, si canta, si marcia. «Peccato che il governo non capisca che investendo sull’energia pulita si creano posti di lavoro e anche da lì può ripartire il Paese. Avrebbero potuto farlo con questa manovra e invece tagliano “linearmente”», commenta Marco, ricercatore di Pisa. A Roma sfilano quelli «che ogni giorno tirano la carretta per dirla con e Epifani e non sanno come arrivare alla fine del mese». «Tremonti questa volta l’hai fatta grossa», urla dal megafono un impiegato con il berretto rosso e la maglietta slogan «Tutto sulle nostre spalle». La ministra Gelmini, invece, è stampata su quelle di studenti, ricercatori e insegnanti. C’è anche una ruota della Fortuna, con sopra i volti dei ministri e di Bonanni della Cisl, sindacato assente, come la Uil, d’altra parte. Il «fiume rosso» scorre lento e si ingrossa sempre di più, qua e là qualche bandiera di Rifondazione, dell’Idv, ma questo è il corteo della Cgil. Qui nessuno nega la necessità di una manovra, non è un popolo di ingenui, ma non è questa la manovra che chiedono. Se solo si fossero fatte prima le cose che si dovevano fare, «qui e in Europa dice Epifani stabilendo regole certe per la finanza internazionale», forse oggi i sacrifici sarebbero meno pesanti. Se solo paghessero tutti «sarebbe un paese più giusto».
CHI C’È E CHI NON C’È
A quelli che non ci sono, Cisl e Uil, la piazza regala un fischio, Epifani si limita a un punto interrogativo: «Dov’è l’equità in questa manovra?». Quanto al Pd: «Ha la sua manifestazione. Ha detto che aderiva a questa nostra iniziativa, ma il mio problema non è chi aderisce, ma chi condivide il cuore dei nostri ragionamenti». Ignazio Marino è meno diplomatico: «Mi aspettavo una delegazione, come annunciato dal segretario, qui oggi non vedo neanche una bandiera del Pd. Vorrà dire che la prossima volta me la porterò da solo». I politici presenti, Cesare Damiano, Vincenzo Vita, Filippo Penati, Stefano Fassina, David Sassoli, (Pd) Gennaro Migliore e Paolo Ferrero (Sel), e l’Idv di Di Pietro, si confondono tra la folla. Ci sono delegazioni sindacali arrivate da tutte le regioni: lavoro, Costituzione, diritto allo studio, alla salute, libertà d’informazione, tutto tenuto insieme nella Costituzione. Di questo senti parlare sfilando con loro. Sono quelli che alla fine si salutano cantando e ballando insieme sulle note di «Bella Ciao».

Repubblica 13.6.10
Berlino verso la stangata sui ricchi
Tassa già decisa da Spagna, Francia e Regno Unito. L´Italia non la prevede
Siamo anche uno dei pochissimi Paesi a non colpire le rendite di tipo finanziario
di Roberto Pietrini

ROMA - L´euroausterity non è fatta solo di tagli alla spesa pubblica e sacrifici per gli statali, ma arriva anche l´aumento delle tasse. Per ora solo l´Italia sembra smarcarsi dalla nuova tendenza continentale, che attraversa trasversalmente destra e sinistra, e che per recuperare risorse e per dare il senso dell´equità alle manovre di bilancio, non esita a ritoccare le aliquote per i redditi alti, ad elevare il prelievo su rendite finanziarie, stock option e superstipendi. A rompere il tabu anche il governo di centrodestra tedesco di Angela Merkel: proprio ieri il ministro delle Finanze Schaeuble non ha escluso un aumento dell´aliquota Irpef più alta oggi ferma al 42%. Gordon Brown, prima di cedere il passo al conservatore Cameron, nei mesi scorsi aveva già provveduto ad introdurre una nuova aliquota massima del 50% oltre le 150 mila sterline di reddito e il nuovo governo non sembra intenzionato a fare retromarcia. I due leader socialisti di Spagna e Portogallo, Zapatero e Socrates, hanno già applicato o stanno per varare nuove aliquote sui redditi alti. Sarkozy, in Francia, ha dovuto annunciare un prelievo straordinario sui più ricchi. Solo in Italia l´aliquota sopra i 75 mila euro resta inchiodata al 43%.
In un periodo in cui la finanza è nel mirino per il ruolo avuto nella recente crisi internazionale, le grandi banche e i manager dagli stipendi d´oro non potevano rimanere fuori. La Francia e il Regno Unito hanno annunciato tasse straordinarie sulle banche, il Portogallo ha già varato un´imposta del 2,5% sugli utili degli istituti di credito. La Germania ha tassato le società energetiche: anche in questo caso il nostro paese, spiegando che il nostro sistema bancario non ha avuto bisogno di aiuti durante il crac del 2007-2009, ha evitato nuove addizionali sul credito.
Quanto alle remunerazioni speciali di banchieri e uomini della finanza, l´Italia - come dimostra un rapporto dello Studio Maisto di Milano - ha agito: nella manovra è stata introdotta una addizionale del 10% su bonus e stock options che superino di tre volte lo stipendio base ma che molti giudicano un´arma destinata a colpire solo una manciata di manager. Più dura la mano della Francia (che ha varato un´imposta straordinaria del 50% per i bonus oltre il tetto di 27.500 euro), del Regno Unito (che ha deciso un tassa del 50% oltre 25 mila sterline per i dirigenti di banche) e della Germania (che ha imposto un tetto ai compensi manager di banche salvate dallo Stato).
Mentre in Italia ancora si discute se uniformare al 20% le tasse su titoli di Stato e rendite finanziarie, in Europa i governi sull´onda della crisi si sono già mossi: in Spagna è stato varato un aumento dell´aliquota sui redditi da capitale dal 18 al 19-21%. In Portogallo è stata introdotta una tassa del 20% sulle plusvalenze azionarie, e una stretta è in atto in Inghilterra. Mentre in Francia si è preferito adottare una ritenuta alla fonte del 50% per chi si stabilisce nei paradisi fiscali.
Infine i redditi dei pubblici funzionari. In Italia i funzionari dello Stato sono stati sottoposti ad un prelievo del 5-10% oltre i 90 mila euro di stipendio annui. In Spagna, in Portogallo e Francia sono state introdotte misure simili. Forse non è finita qui e i tempi della Thatcher oggi sembrano preistoria.


l’Unità 13.6.10
Le tute blu della Cgil si preparano a confermare il no al documento del Lingotto
Ma rilanciano: «Per investire in Italia non serve derogare ai contratti e alle leggi dello Stato»
Pomigliano, Marchionne attacca «La Fiom gioca con 5mila posti»
«Passaggio storico
Il contratto nazionale messo sotto scacco»
L’analisi «Il modello è Detroit. L’azienda punta a un sistema di relazioni industriali come quello americano» spiega il docente della Bocconi
di Luigina Venturelli

Non solo la salvaguardia dell’occupazione a Pomigliano e la garanzia dei diritti dei suoi lavoratori. La posta in gioco tra il Lingotto e i sindacati, anche nel lungo periodo, non potrebbe essere più alta: «Siamo ad un passaggio storico nelle relazioni industriali del nostro Paese, si va verso il superamento del contratto nazionale di categoria» spiega Giuseppe Berta, docente di Storia contemporanea all’Università Bocconi di Milano. Lei crede nell’offerta dell’azienda per il rilancio della fabbrica o teme, come la Fiom, che cerchi la rottura? «Io credo che si tratti di un’offerta reale. Dal piano industriale del gruppo Fiat, l’Italia potrebbe diventare la base produttiva per tutta l’Europa. Il Lingotto non ha altre basi europee, ma avendo diversi stabilimenti in patria, può permettersi di scegliere quelli più efficienti. E a Pomigliano vuole un accordo immediatamente operativo, altrimenti l’abbandono sarà nei fatti».
Solo di questo si tratta? Di efficienza?
«Di un forsennato recupero di efficienza aziendale. Entro la fine di quest’anno Marchionne vuole portare in Borsa la Chrysler e, per farlo, deve dimostrare di adottare la stessa politica di relazioni industriali in tutto il gruppo, senza trattare l’Italia come un soggetto privilegiato. Il modello è Detroit, dove l’azienda ha ottenuto dal sindacato Uaw condizioni molto favorevoli e tagli cospicui di personale. Chi ha ottenuto tutto questo negli Stati Uniti, in aggiunta ai finanziamenti di Washington, difficilmente accetterà di meno in Italia, dove il governo non ha nulla da scambiare, né aiuti né incentivi».
Nel testo Fiat non ci sono anche clausole ideologiche, che nulla hanno a che fare con la produttività? «La fabbrica di Pomigliano d’Arco ha sempre riscontrato problemi di assenteismo che non si verificano negli altri stabilimenti Fiat. Ma la questione è più ampia: la proposta dell’azienda è concepita per un sistema di relazioni industriali molto diverso da quello italiano, più all’americana, con un unico sindacato e con precise sanzioni in caso di violazioni agli accordi sottoscritti, anche per sciopero».
Che fine farebbe, in un simile contesto, il contratto nazionale di lavoro? «Da questo punto di vista ha ragione la Fiom: con la firma dell’accordo su Pomigliano d’Arco si aprirà una crepa profonda nella contrattazione nazionale che, nel tempo, potrebbe condurre al superamento del contratto di categoria. Vale a dire, ad una situazione in cui i grandi gruppi industriali negozieranno contratti diversi l’uno dall’altro, a seconda della loro forza, mentre le intese nazionali negoziate in Confindustria serviranno solo alle imprese medio-piccole». Una svolta epocale, dunque. «Siamo ad un passaggio storico, simile a quello dell’ottobre 1980, ma al contrario: stavolta è l’azienda ha fare rivendicazioni, non i lavoratori. Oggi la Fiat è un gruppo globale, potrebbe produrre all’estero senza difficoltà, e questo cambia completamente i termini della trattativa. Anche i tradizionali strumenti di lotta sindacale non funzionano più come una volta».

l’Unità 13.6.10
Secondo i Cobas il blocco è stato attuato in sette regioni. Domani e martedì in tutta Italia
LaFinanziaria prevede tagli del 10% sulle buste paga e il blocco dei contratti per tre anni
Scuola, sciopero contro i tagli
Bloccati oltre 4mila scrutini
In sette regioni d’Italia bloccati oltre 4mila scrutini. la protesta parte dal basso. Domani e martedì, secondo i Cobas, si estenderà anche nelle altre regioni. La Finanziaria prevede tagli sulle buste paga del 10%.
di Cosimo Cito

Lo definiscono «un massacro», attanagliati dall’ansia di un dopo che sta arrivando a suon di sforbiciate, «di decapitazioni», e non è una rivoluzione, ma una restaurazione. La scuola pubblica langue sotto la mannaia di una Finanziaria che prevede tagli del 10% circa sulle buste paga di insegnanti e ausiliari. Si stimano circa 40mila euro in meno nelle tasche di ogni lavoratore della scuola pubblica nell’arco di un’intera carriera. Tagli nel personale, blocco degli scatti automatici di carriera, blocco dei contratti per tre anni. La ricetta è semplice, ma gravida di conseguenze. Nell’ultimo anno circa 600mila euro di finanziamenti sono passati dalla scuola pubblica a quella privata, tagliati di netto.
La lotta è quindi spostata nella forma più estrema e definitiva: il blocco degli scrutini. Se ne contano già circa 4000 in scuole di Puglia, Veneto, Marche, Lazio. Lunedì e martedì il secondo tempo, nelle regioni più grandi. Il blocco è determinato dall’assenza di un insegnante per legge uno scrutinio per essere valido deve prevedere la presenza di tutto il corpo docente a turno. La protesta, dilagata dal basso, con Cobas e precari della scuola in prima linea, ha anche la piazza, adesso. Piazza del Popolo, che nel sole di giugno è un forno ed è infiammata di rosso Cigl. A centinaia, insegnanti e personale Ata portano le loro storie sotto il palco, raccontano, si commuovono, denunciano. Vengono dalla Brianza, come Emanuela Tavornina, insegnante di Cavenago, «incazzata, e lo scriva con tre z» incazzata al cubo, insomma -, che racconta, a voce alta: «La scuola pubblica in Brianza è sempre stata negli ultimi anni un modello di efficienza, di capacità, di oculatezza nella gestione, spesso difficilissima, delle risorse. Questa Finanziaria ci taglia l’erba sotto i piedi. Nella nostra scuola – la primaria “Ada Negri” -, due posti sono stati tagliati, ora i bambini hanno in media meno di due insegnanti per classe, e quindi non possiamo più garantire il tempo pieno, il sostegno, il recupero degli scolari in difficoltà». E poi, il paradosso: «Nella scuola delle tre I – continua Emanuela -, l’inglese, una delle supposte priorità, è affidata a incredibili stratagemmi: ci sono corsi di aggiornamento di 40 ore per insegnanti della primaria in cui si dà loro un’infarinatura d’inglese. Con questo pezzo di carta quindi si può insegnare la lingua ai bambini. E gente laureata in lingue, con esperienza, competenze, cultura e capacità didattiche resta fuori. Una situazione imbarazzante, deprimente». E una risposta al ministro Gelmini, che vorrebbe la scuola chiusa a settembre per motivi “turistici”: «Noi insegnanti siamo disposti ad andare anche a luglio a lavorare. Noi siamo professionisti della cultura e non abbiamo problemi di sorta. Le sparate non servono, a noi servono finanziamenti».
SPOSTAMENTO
Il blocco degli scrutini è una forma estrema di protesta. Anche loro, gli uomini, le donne che lottano, preferiscono la parola “spostamento”. Gli scrutini sono solo spostati di due giorni – oltre, per legge, c’è il precetta mento e il decurta mento degli stipendi -, e le ultime classi di medie e superiori non vengono toccate per non compromettere gli esami di maturità. Tuttavia la protesta è larga tutto un Paese. A Bari Sergio, «insegnante di italiano e latino, a tempo indeterminato, ma sono tra i pochissimi alla mia età – 39 anni – a poterlo dire» vede nuvole nere all’orizzonte, «un futuro in cui la scuola sarà relegata sempre più a un ruolo subalterno», del resto il presente è quello che è, con «i soldi della Comunità europea, e solo quelli, ad aiutarci ad alimentare le attività pomeridiane, così importanti e formative». Il fronte di lotta è largo, ed è una linea del Piave che deve necessariamente tenere.

l’Unità 13.6.10
Le sbarre della psichiatria
Risponde Luigi Cancrini

È alla discussione nei meandri delle commissioni parlamentari il disegno di legge Ciccioli, un “superamento” della legge Basaglia, con un punto “qualificante”: i trattamenti sanitari obbligatori della durata di sei mesi non in ospedale ma in “strutture residenziali”.
Aldo Lotta, Associazione il Gabbiano

RISPOSTA C’era una volta, tanti anni fa, una ragazza che credeva di essere un uccello e cinguettava guardando la finestra grande e gonfia di sbarre della Neuro. Sognava di volare via, come gli uccellini che si affaccendavano sui rami di un grande platano, ed io mi sono affannato per cinquantanni, credo, ad aiutare quelli come lei combattendo contro i colleghi che senza saperlo le rinforzano, le sbarre, perché hanno paura e non sanno come comportarsi con le persone che parlano il linguaggio dei sogni e dei desideri, la complessità dell’inconscio e la tortuosità delle comunicazioni travestite da sintomi dei loro pazienti. C’è un intero mondo, mi dico, di esseri normali (malati e ingombranti, spaventati e aggressivi) che si pone di nuovo tra sbarre e libertà ora che sembra così lontano il tempo in cui Basaglia insegnava che i pazienti devono essere liberati proprio dalle sbarre: Basaglia di cui ci si è dimenticati nella legge all’esame oggi del Parlamento che evita (come il diavolo evita l’acqua santa) la parola psicoterapia e che ripropone, insieme ai manicomietti privati, una cultura solo medica del disturbo mentale.

l’Unità 13.6.10
Radio3, lunedì a colori Il direttore Sinibaldi: «Siamo tutti stranieri»

Lunedì 14 giugno per Radio3 sarà una giornata particolare: a condurre i programmi saranno cittadini stranieri. Alcuni di loro immigrati, altri nati in Italia. Ce ne parla il direttore di Radio3, Marino Sinibaldi: «L’idea nasce da molte suggestioni: partendo dai fatti di Rosarno fino ad arrivare al modo in cui quotidianamente viene rappresentato il fenomeno migratorio. Qualche giorno fa c’è stata una polemica sulla scelta di far dipingere il Drappo del Palio di Siena ad un pittore musulmano. Ecco, è da episodi come questo che abbiamo preso spunto, con un intento che vuole essere provocatorio e autoprovocatorio insieme. Provocatorio perché ci stupiamo della strumentalità con cui si affrontano certi argomenti e troviamo scandalosa la demonizzazione dello straniero, visto come simbolo del Male. Autoprovocatorio perché siamo curiosi di sapere come, per una volta, saranno gli altri a giudicare la nostra realtà, costringendoci ad accogliere il punto di vista di chi guarda con altri occhi. Può essere un buon modo per sconfiggere le nostre pigrizie e i nostri automatismi. Ecco, mettere questa radio in mano agli stranieri è per noi un modo di dimostrare in maniera non retorica quanto possano essere una risorsa. Parteciperanno scrittori, insegnanti, scienziati, manderemo in onda storie molto diverse tra loro, proprio perché vogliamo raccontare esperienze diverse, che siano altra cosa rispetto all’etichetta che così facilmente gli appiccichiamo sopra. Etichetta che è solo strumentale, insufficiente a definire la varietà delle differenze che gli stranieri rappresentano. Forse è piccola cosa, ma ascoltandole, queste persone, ci renderemo conto che, in realtà, stranieri lo siamo tutti».

l’Unità 13.6.10
Intervista a Li Qiang
«Operai-macchina. In Cina lo sfruttamento porta al suicidio»
Il direttore di China Labor Watch: «Nella fabbrica Foxconn di Shenzhen il salario è 130 dollari al mese e si lavora 12 ore al giorno E la minaccia di scioperi a catena ora allarma il governo di Pechino»
di Massimo Franchi

Da una parte le multinazionali Apple, Dell e Hewlett-Packard che sfruttano il bassissimo costo del lavoro. Dall’altra il governo cinese alle prese con la patata bollente del primo sciopero organizzato e della pressione internazionale. In mezzo, a prendere botte da entrambi, i 300 mila lavoratori della Foxconn, fabbrica taiwanese di Shenzhen, megalopoli cinese, distrutti dalle condizioni del lavoro al punto di suicidarsi (dieci nell’ultimo anno più altri tentati). A far scatenare tutto il putiferio
c’è il China Labor Watch, un’associazione con base a New York che ha dato le notizie sui suicidi e si batte per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori cinesi.
Il fondatore è Li Qiang, combattivo attivista cinese del Sichuan che dal 2000 non può più entrare nel suo Paese, considerato “indesiderato” dal regime di Pechino. Per la prima volta parla con un giornale italiano. Signor Li Qiang, quando e perché ha iniziato ad occuparsi della Foxconn?
Quali sono le condizioni di lavoro a Shenzhen? Perché questa escalation di suicidi? «Il salario base è di meno di 130 dollari al mese. Non è sufficiente per vivere e allora gli operai sono tutti costretti a turni massacranti: 12 ore al giorno per 28 giorni al mese, con solo due giorni di riposo al mese». Steve Jobs qualche giorno fa ha detto che la Foxconn «non è così male, ci sono anche ristoranti e piscine»...
«È vero che ci sono piscine e ristoranti. Ma gli operai lavorano così tanto che non hanno certo il tempo per usarli. Mr. Jobs ha parlato così perché non conosce bene la situazione. Gli operai lavorano come delle macchine, si tratta senza ombra di dubbio di una sweatshop una fabbrica sfruttatrice in tutto e per tutto».
A questo proposito voi chiedete a consumatori occidentali di inviare una lettera alle multinazionali in cui denunciate le condizioni dei lavoratori di Shenzen. Proponete un boicottaggio degli I-Phone, il gioiello della Apple? «Un boicottaggio potrebbe essere controproducente. La lettera che chiediamo di mandare a tutti i clienti di Dell, Apple e Hewlett-Pacward, a chiunque abbia comprato un I-Phone invita queste aziende a farsi carico delle “condizioni di lavoro deplorevoli e dello stile militaresco del management della Foxconn” e a chiedere “al loro fornitore” di “cambiare drasticamente strada” ridando “dignità ai lavoratori” e “rispettando le norme di lavoro cinesi e internazionali”. Sottolineiamo che “la Foxconn è un’azienda è l’azienda più grande al mondo nella produzione di componenti elettronici” e che “ha tutte le possibilità economiche e di organizzazione per migliorare la situazione”. Specifichiamo che “la Foxconn ha bisogno del vostro aiuto”, “di piani di cooperazione con il suo management” e che “questa è l’unica strada” per “assicurare il rispetto delle norme di diritto del lavoro cinesi”. Niente boicottaggio, quindi. Solo la giusta denuncia e pressione nei confronti di questi giganti mondiali che rischiano di sfruttare una situazione gravissima facendo finta di non conoscerla».
Intanto però la situazione però sta peggiorando. Ad inizio settimana la Foxconn ha deciso, in caso di suicidio di un lavoratore, di non dare più alcun compensazione alle famiglie.
«È un’altra decisione incredibile. La cosa assurda è che l’azienda pensa che i lavoratori si suicidino perché vogliono finanziare le proprie famiglie con le compensazioni e, non pagandole più, pensa di prevenire i suicidi. Ma è una pazzia. È una forma di discriminazione perché non c’è nessuna relazione tra le due cose. Gli operai si tolgono la vita perché non riescono più ad andare avanti: hanno troppa pressione, problemi psicologici e non ricevono alcuna cura da parte dei medici dell’azienda. L’azienda arriva a dare la colpa dei suicidi agli stessi operai morti che non possono più parlare e spiegare le loro ragioni».
Ma l’azienda intanto sbandiera a tutto il mondo l’aumento del 70 per cento dei salari... «L’aumento dei salari è certamente positivo ed era una delle nostre richieste. Ma se non si riduce anche l’orario di lavoro e l’organizzazione del lavoro le cose non cambiano di molto. L’azienda però usa l’aumento in modo strumentale per mettere la sordina alle denunce che noi facciamo sui suicidi e sulla situazione nell’azienda».
I media cinesi però hanno parlato dei suicidi... «In realtà all’inizio sì. Poi la Foxconn ha fatto pressioni sul governo perché censurasse le notizie, ma il regime ha seguito l’indicazione solo in parte e la censura non è stata totale. Dal 26 maggio c’è stata una stretta ulteriore ma la ragione sta nel fatto che il governo ha paura delle possibili conseguenze dell’aumento dei salari concesso dalla Foxconn. Per il regime di Pechino il rischio che tutti i lavoratori cinesi scioperino per chiedere gli stessi aumenti è troppo grande».
Quindi si profila uno scontro fra Foxconn e governo cinese?
«L’azienda sta cercando di scaricare la colpa dei suicidi sul governo sostenendo che non faccia abbastanza per prevenirli. Ma poi ha cercato di risolvere la questione con l’aumento dei salati e, in un momento di crisi, solo la Foxconn e poche altre si possono permettere di farlo: le altre aziende sono molto spaventate per il rischio che anche i loro lavoratori chiedano lo stesso trattamento. E il governo cinese si trova in difficoltà allo stesso modo».
Secondo voi come evolverà lo scenario? Ora la Foxconn minaccia addirittura di chiudere gli stabilimenti e di spostarli a Taiwan.
«La vicenda Foxconn sarà cruciale per i futuro dei lavoratori cinesi. Siamo in un momento delicatissimo che potrebbe essere di svolta per la storia della Cina. La minaccia di chiusura degli stabilimenti è un ricatto nei confronti del governo cinese: il rischio di perdere investimenti esteri e fabbriche di questo livello fa breccia nel regime. Il governo cinese affronta questo dilemma: lasciare che i lavoratori scioperino e protestino con il rischio che le aziende estere lascino la Cina o risposta dura. Un possibile scenario è quello che tutte le aziende di Honk Kong e Taiwan che hanno concordato con il governo cinese situazioni di vantaggio sul costo del lavoro cinese facciano pressione sul regime e che il governo non difenda più anche quei pochi diritti conquistati dai lavoratori cinesi in questi anni: la repressione interna alle fabbriche sarà fortissima e il passo indietro molto grande».
E l’altro scenario?
«L’altro è quello che prevede aumenti di salario senza annunci, senza farlo sapere all’esterno. Il basso profilo porta direttamente alla censura totale per evitare conseguenze peggiori. Ma l’annuncio degli aumenti da parte della Foxconn rischia di renderla meno percorribile».
In questo contesto, quale futuro vede per il suo Paese? «Io lotto perché la ricchezza prodotta negli ultimi anni di crescita economica sia distribuita anche agli operai, che invece non hanno visto la loro vita migliorare. Se il regime collasserà è probabile che le condizioni dei lavoratori migliorino. Ma non è così sicuro».

Repubblica 13.6.10
Genova ’60
La lunga estate della rivolta
di Wanda Valli

Cinquant´anni fa la città si ribella al congresso del Msi. Ex partigiani, camalli, studenti si infiammano alle parole di Pertini: "Difendere la Resistenza, costi quel che costi". Il 30 giugno la Celere di Tambroni viene travolta dai "ragazzi con le magliette a strisce". È in quelle giornate che si disegnerà il futuro dell´Italia Tra aperture alla sinistra e tentazioni autoritarie

La macchia è ancora lì, rossastra, a due passi dal palazzo della Regione, in piazza De Ferrari, cuore di Genova. Hanno provato a ripulirla nel tempo, più e più volte, ma senza riuscirci. Quasi che la storia volesse lasciare un suo segno. La macchia è quel che rimane di una camionetta della Celere di Padova rovesciata e incendiata dai manifestanti, il 30 giugno del 1960. Il giorno in cui Genova brucia, si ribella, si rivolta contro il Msi, fresco alleato del governo Tambroni, che vuole tenere nella città medaglia d´oro della Resistenza il suo congresso il 2 luglio. E vuole che a presiederlo sia Carlo Emanuele Basile, l´uomo delle torture alla Casa dello studente, l´uomo che nel 1944 fece deportare milleseicento operai delle fabbriche e del porto.
Genova non ha dimenticato. È una calda giornata d´estate, il 30 giugno 1960, c´è maccaia, quel tempo umido con le nubi che velano il sole. «Scimmia di luce e di follia» la definirà molti anni dopo Paolo Conte, poeta della canzone. La città vive una calma apparente. Ma ci sono già stati cortei e scontri con la polizia: il 25 è il giorno della prima manifestazione, il 28 giugno Sandro Pertini, con il discorso del bricchettu (del fiammifero) dà il via all´incendio finale. Tutto è incominciato quasi un mese prima, il 2 giugno, festa della Repubblica. Gli ex partigiani si incontrano a Pannesi, sulle alture sopra Genova, lo stesso posto da dove sono partiti per andare a combattere in montagna. Giorgio Gimelli, ex partigiano, nel 1960 è presidente provinciale dell´Anpi. È lui a parlare con Umberto Terracini, amico di Gramsci, compagno di prigionia di Pertini a Ponza, poi deputato eletto in Liguria per il Pci. Terracini è stato il presidente dell´Assemblea costituente, è sua la firma, nel dicembre del 1947, sotto il testo della Costituzione. Quel giorno, a Pannesi, Terracini di fronte a tremila persone lancia la mobilitazione. Il resto dell´Italia ignora quanto sta per accadere, il governo minaccia di mandare l´esercito e spera che tutto finisca così. Il tam tam, invece, avvolge la città. A tenere i contatti tra Roma e Genova, sono la Cgil attraverso la Camera del lavoro, e soprattutto l´Anpi, l´associazione dei partigiani.
I protagonisti saranno i giovani, i ragazzi con le "magliette a strisce", operai, portuali, moltissimi studenti dell´università. Paride Batini, leader dei portuali scomparso un anno fa, nel giugno del 1960 ha venticinque anni, è uno di quelli con la maglietta a strisce: «Le portavamo tutti, perché costavano poco» spiegò l´unica volta in cui ruppe il silenzio su quei giorni. Raccontò, Batini, che il 30 giugno ´60 fu la rivolta dei giovani: «Il miracolo economico lo stavano costruendo sulla nostra pelle, noi volevamo giocarci il futuro». In prefettura tentano una mediazione. Fulvio Cerofolini, ex sindaco socialista di Genova, poi deputato, ora è presidente provinciale dell´Anpi: «Il prefetto propose di spostare il congresso del Msi a Nervi e a noi di manifestare al Righi, sulle alture, una specie di anticipazione della teoria degli opposti estremismi». Che non passa.
Per il 30 giugno la Camera del lavoro prevede uno sciopero di sole due ore, ma due giorni prima, il 28, sono la passione e la foga oratoria di Sandro Pertini di fronte a ventimila persone a scaldare gli animi. Il futuro presidente della Repubblica ricorda gli ideali che hanno unito l´Italia: «Libertà, giustizia sociale, amor di patria. Noi siamo decisi a difendere la Resistenza. Lo consideriamo un nostro preciso dovere: per la pace dei morti e per l´avvenire dei vivi, lo compiremo fino in fondo. Costi quel che costi». Così andrà.
Il 30, quei pochi delegati del Msi che si presentano negli alberghi vengono respinti, i tassisti li lasciano nei posti più impensati, sui tavoli dei ristoranti ci sono volantini antifascisti. Il corteo parte un po´ in anticipo. Raccoglie, via via che attraversa la città, una folla di centomila persone. In piazza della Vittoria arriva l´ordine di scioglimento. Molti ritornano in piazza De Ferrari, ma c´è anche chi non si muove da lì. Il nucleo di polizia della Celere di Padova è schierato con le jeep e prova a mandar via la gente, a partire da chi si è arrampicato sulla fontana al centro della piazza. Uno di questi è Giordano Bruschi, allora aveva trentacinque anni, era segretario dei marittimi della Cgil: «Dopo il primo carosello, io con molti altri, finisco nell´acqua, mentre le camionette vengono posteggiate sotto i portici», là dove oggi c´è la macchia. Le cariche si susseguono, si fugge lungo i vicoli, e lì la polizia si ritrova impotente. Bruschi: «La gente tirava vasi, acqua calda e olio dalle finestre», i poliziotti risalgono in piazza De Ferrari, proprio mentre almeno in cinquemila, soprattutto portuali e operai, vanno all´assalto delle jeep. Vengono sollevate di peso dai camalli, gli scaricatori del porto, e rovesciate. Il comandante della Celere finisce nella fontana, lo salvano i portuali e i partigiani, lo portano in un bar, a prendere un caffè.
Quando lo scontro sembra diventare sanguinoso, Giorgio Gimelli va in Questura a parlare con il commissario Costa. Insieme, il partigiano e il commissario, corrono in via XX Settembre dove la gente ha eretto barricate. Lì c´è anche Raimondo Ricci. Avvocato, oggi presidente nazionale Anpi, ricorda: «Le prime cariche, la gente che lanciava tavolini e seggiole. C´erano i lacrimogeni, ci coprivamo con i fazzoletti». Alla fine si riesce a convincere tutti ad andare a casa. In prefettura si tratta. Il centro della città resta presidiato. All´una di notte, il segretario della Cgil, Pigna, annuncia: «Il congresso del Msi è stato annullato». Genova ha vinto ancora.

Repubblica 13.6.10
Leoni in piazza volpi a Palazzo
di Filippo Ceccarelli

Fu questo dei moti di Genova e del luglio ´60, «a mio parere - come scrisse Aldo Moro nel suo memoriale dal carcere delle Br - il fatto più grave e minaccioso per le istituzioni intervenuto a quell´epoca». Tale il clima, dopo i tre morti di Melissa, Palermo, Catania e i cinque di Reggio Emilia; tanto angosciosi i boatos dopo la tregua proposta a sorpresa dal presidente del Senato Merzagora e il simultaneo sventolio di dossier tra potenti democristiani, specie da parte dello stesso presidente del Consiglio Tambroni, che per qualche giorno l´allora segretario della Dc preferì dormire fuori casa. Giulio Andreotti, del resto, che rispetto a Moro aveva meno ragioni di temere, più che l´aria di golpe si è poi divertito a descrivere la scena «da film americano» dei ministri della sinistra Dc che acrobaticamente cercavano di consegnare le loro lettere di dimissioni nelle mani di Tambroni, il quale a sua volta ingaggiò i più ingegnosi esercizi fisici per non accoglierle. Perché come spesso accade in Italia c´era il dramma, la rabbia e la paura, ma anche da ridere: così una sera, durante una riunione a piazza del Gesù, quando dalla strada risuonò un improvviso rumore di cavalli al galoppo, un anonimo notabile diede voce al comune sentimento: «Non saranno mica venuti ad arrestarci?».
E insomma: insorta Genova, e manganellati dalla Celere parecchi deputati comunisti a Porta San Paolo, lo scudo crociato non smetteva di traccheggiare di fronte alla scelta del centrosinistra, Tambroni lasciava maliziosamente capire di sapere tutto di tutti («Li conosco uno per uno e al momento giusto li metto a posto») e il presidente della Repubblica Gronchi, terrorizzato dal primigenio complotto comunista, con tale grottesca insistenza pretese un aumento della vigilanza da indicare i requisiti degli agenti di Ps da disporre a tutela della sua persona: «Di alta statura, complessione atletica e rotti - recitava la formula - a tutti gli sport».
Di queste strambe e turbinose manovre, di questo carosello che arrivò a lambire anche la Santa Sede e la Cei, che non mancarono di mettere in campo dispute pure di ordine dottrinale, fece alla fine tesoro l´altro cavallo di razza della Dc: Amintore Fanfani, il grande sconfitto di due anni prima, in tale frangente chiamato a una delle sue consuete, repentine e impetuose resurrezioni.
In realtà già prima della fatidica estate genovese, «il Rieccolo», come di lì a poco l´avrebbe designato Indro Montanelli, aveva cominciato in gran segreto a tessere la sua trama per aprire le porte al Psi con l´ovvia collaborazione di La Malfa e Saragat. Il dato rimarchevole, e se si vuole pure significativo degli usi e costumi della Prima Repubblica è che l´imminente governo Fanfani - poi detto «delle convergenze democratiche» o secondo la più metafisica lectio morotea «delle convergenze parallele» - venne comunque prefigurato in un pranzo tenutosi in una remota trattoria dell´Acqua Acetosa, "Da Giggetto il Pescatore"; dove quella piovosa domenica, insieme agli illustri cospiratori erano capitati almeno un paio di giornalisti, oltre all´incolpevole figliola del presidente Tambroni, che poi era la vittima designata di quella conviviale congiura.
Seguirne con gli occhi di oggi le logiche politiche e le tatticissime sottigliezze tattiche è praticamente impossibile, se non vano. Con ragionevole semplificazione, a mezzo secolo di distanza, è abbastanza evidente che a partire dalla sollevazione antifascista di Genova si giocò in Italia una partita di leoni e di volpi, un passaggio che combinava ruggiti di piazza e tagliole di palazzo. Di quel luglio anche sanguinoso scrissero a caldo Carlo Levi e Pier Paolo Pasolini, Antonio Delfini vi dedicò una poesia (Genova è in rivolta, Torino ascolta), mentre il giovane Fausto Amodei compose una canzone destinata a diventare celebre, Morti di Reggio Emilia. Ma nel cuore del potere e nel suo immaginario quella mezza insurrezione, proprio in quanto favorì l´affermarsi del centrosinistra, rimase inscritta anche come un potenziale pericolo: di qui probabilmente la redazione del controverso Piano Solo da parte dell´Arma dei carabinieri.
Dotatosi di un suo quasi personale servizio segreto, ma a sua volta spiato dal Sifar che riferiva a Moro, Tambroni non aveva né le intenzioni né la stoffa per portare alle estreme conseguenze l´avventura autoritaria. Allo stesso modo l´allora leader del Msi, Arturo Michelini, mancava di statura per inserirsi in quel gioco rischioso. La stessa storiografia di destra (a cominciare dal saggio di Adalberto Baldoni, Due volte Genova, Vallecchi, 2004) appare piuttosto tiepida, se non dubbiosa, rispetto all´ipotesi che se la sommossa di Genova non avesse impedito quel congresso, il Msi avrebbe anticipato il processo di costituzionalizzazione del neofascismo compiuto da Gianfranco Fini con An tra il 1993 e il 1995.
Vero è che la storia non si fa con i se. Fra gli angosciosi presentimenti di Moro, gli arguti ricordi andreottiani e la rapinosa abilità di Fanfani ce n´è abbastanza perché Genova resti nella memoria collettiva, con la sua energia anche gloriosa, ma anche, come succede, con le sue ambiguità.