sabato 12 giugno 2010

l’Unità 12.6.10
Cgil oggi in piazza a Roma I dipendenti pubblici diranno i loro no alla manovra che li colpisce
Sfila la rabbia di impiegati e insegnanti
I lavoratori pubblici oggi in piazza con la Cgil, contro la manovra economica che su di loro scarica molto del suo peso e in difesa della sanità, della scuola e degli altri servizi pubblici messi a rischio dai tagli
di Felicia Masocco

La manovra economica va modificata, così com’è non va, scarica gran parte del suo peso sui lavoratori e i pensionati. Quelli pubblici, in particolare. E il peso, lo ricordiamo, è di 24,9 miliardi di euro. A chiedere al governo e al Parlamento di fermarsi e rettificare le iniquità è la Cgil che oggi porta in piazza il lavoro pubblico, in tutte le sue declinazioni. Quelle della sanità, della scuola, dei servizi comunali, degli asili, dell’assistenza sociale, i vigili del fuoco, gli ispettori del lavoro, gli impiegati, i medici e gli altri. Donne e uomini che pagano direttamente i «sacrifici» chiesti al Paese perché avranno gli stipendi bloccati per tre anni, vedranno slittare la pensione di un anno, il Tfr gli verrà dato in tre rate.
CHI PAGA
Pagano perché il loro posto di lavoro viene cancellato: perché il loro ente o istituzione viene soppresso spazzando via anni di precariato che non avranno mai sbocco, oltre a centri che fanno ricerca e controllo. Sono lavoratori che pagano perché c’è il blocco del turn over, chi va via non viene rimpiazzato e chi resta prende in carico il lavoro degli altri. C’è poi chi non viene più messo in condizione di fare bene il suo lavoro: si pensi al divieto di usare per servizio l’auto propria e cosa può significare per un medico condotto che deve visitare un paziente o un ispettore del lavoro che deve raggiungere un cantiere fuori mano. Tutto questo ha interfaccia. Sono i servizi al cittadino utente, al cittadino paziente. Si chiama scuola e sanità pubbliche e sicurezza, visto che anche le forze di polizia sono penalizzate dai tagli. In piazza oggi ci saranno i lavoratori e i cittadini per dire semplicemente «Tutto sulle nostre spalle». Un corteo partirà alle 15 da piazza della Repubblica fino a piazza del Popolo dove dalle 17 parleranno i segretari di segretario della Flc (scuola e conoscenza) Domenico Pantaleo, la segretaria generale di Fp (pubblico impiego), Rossana Dettori e il leader Cgil Guglielmo Epifani. Dalla mattina, inoltre, in piazza del Popolo in cinque gazebo illustreranno ai cittadini gli effetti dei tagli sui servizi.
A fianco della Cgil saranno oggi delegazioni del Pd, di Sel, di Idv, di Pdci e Rifondazione comunista, il giudizio dato alla manovra è da tutti condiviso, è «è iniqua e sbagliata». «Lo è perché colpisce le fasce più in difficoltà nella società: gli statali, gli insegnanti, i ricercatori, i precari. Per questo motivo spiega il senatore Pd Ignazio Marino ho deciso di aderire alla manifestazione». «Il governo aggiunge punta tutto sul privato, abbandonando al degrado più totale il pubblico in tutti i suoi settori». Manifestano gli studenti universi-
tari (Ud) e la rete degli studenti medi. Ci saranno i consumatori e i pensionati dello Spi: è di ieri il dato eloquente sulle pensione degli italiani. il 72% non supera 1 mille euro; nel 45% dei casi non arriva ai 500. È facile immaginare cho cosa significa per loro avere meno servizi pubblici.

l’Unità 12.6.10
Guido Calvi: «Una legge a tempo. Serve ad arginare i danni per chi è sotto indagine»
L’obiettivo di governo è quello di bloccare altri scandali: non vuole danni d’immagine. Sarà bocciata al primo ricorso. Le notizie comunque sul web
di Maria Zegarelli

Sarebbe stato impensabile per i partiti della Prima Repubblica permettere quello che sta accadendo oggi. In questi sessanta anni di storia repubblica mai e poi mai c’è stata la possibilità di costruire un progetto legislativo così scardinante sia per l’intelligence investigativa sia per la stessa informazione democratica». Guido Calvi, docente di Filosofia del diritto, nonché senatore per tre legislature, guarda con grande allarme a quanto sta avvenendo. «Con questo ddl non si mina soltanto la possibilità di indagare, ma si tocca l’impianto democratico del Paese e parte di questa responsabilità è anche di chi in passato, davanti ad un uso dissennato dell’informazione, che a volte ha violato sia la privacy sia talune indagini, non è intervenuto nei tempi giusti con una legge giusta». Allarme, ma anche amarezza, «il problema che doveva essere affrontato è l’uso delle intercettazione. I Ds presentarono un ddl nel 1996 e Mastella ne presentò uno nella scorsa legislatura che fu approvato all’unanimità alla Camera, perché si distingueva tra intercettabilità e uso delle intercettazioni, ma non è mai diventato legge». Professor Calvi, perché formulare una legge che se resta così come è si fermerà davanti alla Corte Costituzionale?«Perché l’obiettivo del governo è quello di bloccare altri possibili scandali proprio in un momento in cui il governo sta chiedendo al paese enormi sacrifici economici. Le ultime inchieste grazie anche alle intercettazioni dal G8, all’Aquila, al caso Scajola, hanno scoperchiato un pentolone da cui escono ogni giorno notizie sconvolgenti: questo ddl serve ad arginare i danni all’immagine di un governo che è già in grande difficoltà e a tutelare molti malfattori che d’ora in poi sapranno come regolarsi. Ma questa maggioranza non tiene in conto un aspetto: sarà impossibile arginare l’informazione sul web e impedire la circolazione delle notizie». Quanto resisterà una legge così prima di arrivare davanti alla Consulta? «Saranno tempi brevissimi perché ci saranno una valanga di ricorsi davanti alla Corte Costituzionale da parte di molti magistrati. Basterà un processo per diffamazione per sollevare la questione di legittimità. Credo di poter dire che se entrasse in vigore a fine luglio, già nei primi mesi del 2011 potrebbe esserci un pronunciamento della Consulta».
La Corte costituzionale, altra spina nel fianco del premier.
«È evidente che uno dei prossimi obiettivi di Berlusconi sarà proprio la Consulta perché è l’ultimo baluardo che rimane alla tutela della legalità. Questa sarà la sua prossima battaglia: abbattere l’ultima frontiera, dopo che, stando al governo, ha paralizzato il Parlamento e la magistratura, imbavagliato la stampa, bloccato l’investigazione. A quel punto non resterebbe che il referendum, uno strumento difficile e dai tempi molto lunghi».
Una legge salva casta in piena regola che però deve fare i conti con l’articolo 21 della Costituzione e la Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Supererà l’esame? «I punti fortemente critici sono tre: l’articolo 21 della Costituzione, sulla libertà d’informazione; l’articolo 10 della Convenzione dei diritti dell’uomo che ha ormai valore di legge costituzionale e il principio di ragionevolezza applicabile dalla Consulta. Le norme di questo ddl, un vero pasticcio dal punto di vista giuridico, che incidono sull’intercettabilità e sull’uso delle intercettazioni, non potranno superare l’esame della Consulta. L’intercettabilità non avrebbe dovuto essere toccata in quanto uno degli strumenti principe dell’investigazione sulla criminalità organizzata e economica. Inoltre, aver stabilito un termine temporale così ristretto e la proroga ogni tre giorni per poter proseguire le intercettazioni è un’offesa all’attività investigativa dei magistrati e alla tutela dei cittadini davanti alla criminalità organizzata».
Come si organizzeranno i criminali?
«Le organizzazioni criminali di fronte alla limitazione della intercettabilità saranno caute nelle prime fasi delle trattative: chiunque si sia occupato di indagini sul traffico internazionale di droga sa quanto lunghe e complesse siano. Penso alle trattative tra ndrangheta calabrese e narcotrafficanti colombiani: per intercettarli occorre seguire un percorso lungo e complesso, tenuto conto che questi criminali cambiano continuamente schede telefoniche. La limitazione del tempo di intercettabilità andrà tutta a loro vantaggio. Questa legge produrrà effetti devastanti per la sicurezza».

il Fatto 12.6.10
Si può non firmare
Onida: nel ddl limiti incostituzionali
Il Presidente emerito della Consulta: «Ma il capo dello Stato non ha l’ultima parola»
di Silvia Truzzi

Il bavaglio dice: niente foto e dichiarazioni dei magistrati. La funzione è più importante della persona che la esercita. Principio valido per tutte le istituzioni chiamate in causa dalla legge “sulle intercettazioni”: ne abbiamo parlato con Valerio Onida, presidente emerito della Corte costituzionale.
Professore, ravvisa profili di incostituzionalità nel testo licenziato dal Senato?
Si stabiliscono limiti per la pubblicazione di atti non coperti da segreto, che abbiano pubblico interesse e siano verificati: è una limitazione indebita – e secondo me incostituzionale – alla libertà di informazione. Io sono d’accordo sul fatto di contenere le fughe di notizie su persone estranee e su fatti irrilevanti. E anche sul divieto di pubblicazione di foto e dichiarazioni dei magistrati. Ma queste sono questioni se-
condarie. Il punto chiave ovviamente è un altro. Se la legge sarà approvata ci sarà certamente un ricorso alla Consulta.
In casi del genere l’inconveniente è che per il ricorso alla Corte è necessario che si instauri un contenzioso. Cioè che ci sia una violazione della legge. Il nostro sistema non consente un immediato ricorso, come accade per esempio in Francia. Il che secondo me non è solo un difetto, perché il nostro sistema consente di valutare la legge al momento della sua applicazione, mentre l’altro favorisce una maggiore “politicizzazione” del giudizio della Corte costituzionale. Così mentre aspettiamo il giudizio di legittimità restiamo al buio. Che ne pensa?
L’applicazione anche per qualche mese di una legge che appaia restrittiva della libertà di informazione è un vulnus. “Appare” o “è” restrittiva?
In questo punto secondo me lo è. Poi giudicherà la Corte. Il presidente della Repubblica giovedì ha criticato “I professionisti della richiesta di non firma”.
Ha ragione. La firma del capo dello Stato non è la sanzione regia. Il re aveva una volontà deliberativa, il presidente della Repubblica è chiamato esclusivamente alla promulgazione.
Allora perché è stata prevista nella Carta la possibilità del rinvio? La potestà legislativa spetta esclusivamente alle Camere, non è in coabitazione con il Quirinale. E tuttavia è stato pensato per il capo dello Stato – che è collocato super partes e quindi in qualche modo chiamato a esercitare un’influenza su chi decide – questo potere di rinvio. Ma è un veto sospensivo, non l’ultima parola. Il capo dello Stato non può rischiare una riapprovazione che, se diventasse sistematica, si tradurrebbe in una sua delegittimazione. È un potere non un dovere: il presidente della Repubblica non è un giudice costituzionale e nemmeno il capo dell’opposizione.
C’è stata una reazione molto energica da parte dell’opinione pubblica. Sì, una sollevazione che raramente si è vista. Sarebbe auspicabile che accadesse più spesso di fronte a episodi legislativi gravi.
Forse di tutto questo il presidente della Repubblica potrebbe tener conto: non è alla sua persona che ci si rivolge, ma alla sua figura. Certamente, non si deve alterare però il ruolo del capo dello Stato. La sistematica richiesta di “non firmare” trascura questo ruolo. Probabilmente accade perché le leggi o i decreti di cui si occupa il governo mettono in discussione principi fondamentali: l’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge o la libertà di stampa.
Sì, ma bisogna avere riguardo ai caratteri di fondo del nostro ordinamento. Il capo dello Stato, ribadisco, non è un co-decisore. Che effetto le ha fatto sentire il presidente del Consiglio dire che governare con questa Costituzione è un inferno? Queste dichiarazioni, fatte da un rappresentante delle istituzioni sono ridicole. Espongono al ridicolo chi le fa.
I tentativi di strappo ai valori della Carta sono stati tanti: forse per questo le persone non ridono.
Le parole sono spesso dei diversivi, soprattutto in politica. Mi spaventano molto di più i fatti, come questo progetto di legge.

l’Unità 12.6.10
Colloquio con Eric Jozsef
SCOOP a Berlusconia
Il reporter disperato chiede aiuto alla Francia
L’immaginario cronista incontra Eric Jozsef, corrispondente da Roma del quotidiano Libération. E si ricorda di certe sue esperienze birmane...
di Giovanni Maria Bellu

Una notizia censurata vale il doppio o il triplo
Eric Jozsef, classe 1964, è il corrispondente da Roma del quotidiano Libération. Vive in Italia dal 1992 e ha dedicato al nostro paese un saggio che s’intitola “Main basse sur l'Italie, la résistible ascension de Silvio Berlusconi” (A mani basse sull' Italia, la resistibile ascesa di Silvio Berlusconi).

Ha accettato di immaginare questo incontro col disperato reporter di Berlusconia e gli ha fatto capire come uno scoop può diventare doppio e triplo se, oltre alla notizia principale, ne contiene anche un’altra: la sua impubblicabilità nel paese dove la notizia è avvenuta.
Ieri abbiamo lasciato il nostro disperato reporter di Berlusconia nello studio dell’avvocato Paolo Mazzà il quale gli ha detto a chiare lettere che non deve assolutamente pubblicare il suo scoop. Un grosso scoop: un atto giudiziario che contiene la prova della corruzione di un ministro da parte di un imprenditore. Dopo il colloquio col legale, il reporter di Berlusconia ha deciso di far uscire la notizia attraverso un collega francese, Eric Jozsef, corrispondente da Roma di Libération. Lo incontra poco dopo e subito avverte un senso di imbarazzato disagio. Nella sua carriera ha girato il mondo e gli è capitato di incontrare colleghi validissimi che gli passavano notizie che loro non potevano pubblicare. Non aveva mai immaginato di potersi trovare in quella condizione.
Era da un anno che il reporter di Berlusconia ed Eric Jozsef non si vedevano. Più o meno dal tempo del caso delle escort a Palazzo Grazioli. Una vicenda rispetto alla quale Eric non ha condiviso tutte le scelte della stampa italiana. Per esempio non gli è piaciuta la pubblicazione delle “registrazioni rubate” della D’Addario. Ancora oggi ha il dubbio che abbia dato qualche pretesto in più per arrivare a questa legge, che definisce senza mezzi termini “infame”. Insomma, Eric non è un estremista della notizia e questo rassicura il reporter di Berlusconia. Metterà il suo scoop in buone mani, e ciò allevierà almeno in parte il dolore di averne perduto la titolarità.
Dopo un saluto malinconico, viene al sodo. Apre l’atto giudiziario, ne spiega in poche parole il contenuto. Eric Jozsef non ha un attimo di esitazione: «Lo pubblico senz’altro. Anzi di più. Questa per me non è una notizia, ma due...»
Il reporter di Berlusconia in questi giorni è un po’ frastornato. Ha il dubbio di non aver colto qualche passaggio fondamentale dell’atto giudiziario: «Qual è l’altra notizia?», domanda.
«L’altra notizia è che tu non puoi scrivere l'articolo. Che, insomma, questa notizia non può essere pubblicata in Italia».
Al reporter di Berlusconia qualcosa di simile, ma a parti invertite, era successo tempo prima in Birmania.
Però non aveva riflettuto su questo aspetto della “notizia doppia”. Ha un sussulto d’orgoglio.
«Caro Eric, l’avvocato mi ha spiegato che anche tu e il tuo editore potreste correre dei rischi. Se scrivi l’articolo per il sito del tuo giornale non ci sono problemi. Non chiedermi perché, è una complicata questione giuridica che si sostanzia nell’applicazione per analogia di una sentenza della Cassazione su un caso di diffamazione. Ma se lo scrivi per il giornale di carta allora... è diverso».
Il reporter di Berlusconia s’interrompe in attesa di una reazione. Ma Eric Jozsef resta assolutamente imperturbabile.
«Anche voi correte voi dei pericoli riprende il reporter di Berlusconia accalorandosi perché un po’ di copie di Libération arrivano anche da noi, vengono distribuite nelle principali edicole delle grandi città e questo potrebbe essere equiparato alla pubblicazione illegale e quindi sia tua, sia il tuo editore potreste essere chiamati a risponderne... Ma c’è una soluzione...»
«Quale?».
«Semplicissima: il giorno in cui esce il tuo articolo, dite alla distribuzione di non far arrivare il giornale in Italia!»
Ecco, finalmente l’imperturbabile collega ha una reazione. Il reporter di Berlusconia riconosce quella luce che si accende negli occhi di un giornalista quando la notizia che ha tra la mani diventa ancora più grande.
«Sarebbe clamoroso esclama Eric Jozsef Una cosa del genere oggi può succedere solo in certi paesi dove la libertà di stampa e anche di opinione sono controllate dai governi. Ci sarebbe sicuramente un ricorso alla Corte europea. In Francia abbiamo qualche esperienza: a volte succede che Libération, o anche le Monde, non vengano distribuiti perché il contenuto di qualche articolo non piace a chi governa».
«Dove?», domanda il reporter di Berlusconia temendo la risposta.
«Per esempio in Tunisia, in Algeria, in Marocco...».
«Ecco il documento, Eric», sibila il reporter di Berlusconia. E, avvilito e a mani vuote, si avvia verso la sua redazione.

Repubblica 12.6.10
Disobbedire, per la democrazia
di Nadia Urbinati

Questa legge va fermata «nell´interesse della democrazia, che deve garantire il controllo di legalità, e che deve assicurare trasparenza di informazione. Non c´è compromesso possibile su questioni di principio, che riguardano i diritti dei cittadini, i doveri dello Stato». Le parole di Ezio Mauro su Repubblica ripropongono il tema della disobbedienza civile, ovvero il limite oltre il quale obbedire può contribuire a riconoscere una legge ingiusta.
E lo ripropongono in un momento nel quale la democrazia costituzionale è a rischio poiché chi ha ottenuto la maggioranza per governare sta accampando pretesti per cambiare le regole: per governare secondo le proprie regole, per i propri desideri e interessi. L´Italia si trova di fronte a un bivio e la proposta di legge bavaglio è una tappa decisiva verso una pericolosissima fase anticostituzionale. Che cosa fare per impedire una nuova stagione liberticida? E prima ancora, come comportarsi di fronte a questa legge, se venisse approvata dal Parlamento?
Se questa legge passasse, molti cittadini si troverebbero fatalmente a dover decidere se rispettare la legge o rispettare la verità, se obbedire alla maggioranza o alla costituzione, poiché chiaramente la contraddizione tra le due è ormai aperta. Come ci ha fatto comprendere il presidente del Consiglio, la costituzione è un impaccio del quale lui vuole liberarsi; un impaccio come la libertà di stampa e l´autonomia della magistratura. Ma quando una decisione politica mette legge e verità, legge e Costituzione in contraddizione tra di loro, è la libertà di tutti a rischio. È su questo semplice ragionamento che si basa la disobbedienza civile, un´azione che è possibile solo dove la politica è sotto lo scrutinio permanente e pubblico dei cittadini e condotta nei limiti della costituzione.
È negli Stati Uniti che si è sviluppata la più ricca e completa teoria della disobbedienza civile: prima contro la schiavitù, poi contro la coscrizione obbligatoria per la guerra del Vietnam. La cornice ideale l´hanno tracciata David Henry Thoreau e Martin Luther King, i quali presero la strada della disobbedienza civile consapevoli che la loro scelta avrebbe comportato la repressione, ma senza per questo desistere. La disobbedienza è «civile» appunto perché fatta rispettando le leggi, perché chi disobbedisce accetta le conseguenze punitive previste. Non è dunque la legge che la disobbedienza civile rifiuta e contesta, ma una specifica decisione di una specifica maggioranza. La quale, quando provoca una reazione così radicale da parte dei cittadini, è davvero contro la legge, fuori della legge.
Thoreau nel 1846 rifiutò di pagare le tasse al governo federale per non contribuire a finanziare una guerra ingiustificata, quella contro il Messico, e una legislazione che sosteneva la schiavitù degli stati del Sud. Spiegò il suo gesto in una lezione al locale liceo pubblico di Concord, nel Massachusetts, che divenne il testo canonico della disobbedienza civile: se la coscienza del cittadino onesto è il sovrano ultimo della democrazia, quando la legge votata da una maggioranza la viola gravemente, la disobbedienza è un atto dovuto a se stessi, un dovere di onestà. Più politica ma non meno radicale la posizione che tenne Luther King, un secolo dopo, questa volta contro la segregazione razziale imposta da decisioni ingiuste. Il leader del movimento americano per i diritti civili scrisse dalla prigione di Birmingham, Alabama, un memorabile discorso-sermone nel quale, affidandosi ad autori religiosi e laici, da San Tommaso a Thomas Jefferson, giustificò la disobbedienza ad una decisione ingiusta con l´argomento che quest´ultima viola il patto fondamentale che tiene insieme la società civile e si mette, lei non i disobbedienti, fuori della legge. Anche per Luther King come per Thoreau, disobbedire era un dovere del cittadino se obbedire significava lasciare che la legge fondamentale venisse calpestata.
Disobbedire voleva dire non solo conservare la propria dignità di cittadini ma anche difendere lo spirito e la lettera della Costituzione. Al dispotismo della maggioranza si risponde riconoscendo obbedienza alla norma fondamentale. Questo principio fu ribadito da John Rawls negli anni della guerra in Vietnam. Rawls, in un saggio memorabile nel quale dettò una specie di statuto della disobbedienza civile, spiegò che questa è l´ultima ratio, una scelta che è fatta dai cittadini singoli e che viene dopo che tutti i passi politici per impedire l´approvazione di una legge sono andati a vuoto: dall´opposizione parlamentare, alle manifestazioni dell´opinione pubblica, al controllo di costituzionalità degli organi competenti. Alla fine, se tutto ció non ha sortito effetto, non resta che la responsabilità di chi individualmente si trova nella condizione di dover decidere se obbedire o no a quella legge.
La disobbedienza civile è per questo un segnale fortissimo di emergenza democratica perché con essa i cittadini si mettono individualmente nelle mani della legge proprio quando la disobbediscono: facendosi disobbedienti restano soli davanti al potere coercitivo dello Stato. Questa estrema ratio, quando necessaria, è una denuncia della situazione di incostituzionalità nella quale si trova a operare la maggioranza con la sua smania dispotica di liberarsi dalle regole. «Vogliamo arrivare a un nuovo sistema in cui non si debbano chiedere più permessi, autorizzazioni, concessioni o licenze», ha detto il Premier, definendo i controlli previsti dalla Carta «una pratica da Stato totalitario, da Stato padrone che percepisce i cittadini come sudditi».
Ma è lui, è una maggioranza che si vuole incoronare sovrana che ci farebbe sudditi e servi se passasse questa pericolosa politica anticostituzionale, se passasse questa legge bavaglio: la madre di tutte le leggi liberticide. Silenziare le opinioni, spegnere la mente dei cittadini rendendoli bambini idioti davanti a una televisione che commercia il nulla: è questa l´Italia che il nostro Premier ha costruito in questi anni, un serraglio di docili sudditi che egli chiama popolo della libertà. Dove si fermerà questo incalzante assalto alle nostre libertà fondamentali?

Repubblica 12.6.10
Il cavaliere impunito e la regola del silenzio
di Giorgio Bocca

Giù la maschera. Quello che vuole, che pretende la maggioranza al potere è l´impunità totale, il silenzio sui suoi furti e malversazioni. Ai tempi di tangentopoli la maggioranza al potere si accontentava di far passare i suoi furti per legittima pubblica amministrazione.
Ricordate la tesi del craxiano Biffi Gentili? Se i politici sono chiamati ad amministrare grandi città, grandi problemi con competenze da tecnocrati perché non devono essere pagati come tali? E se non lo sono perché si vuole impedire che si autofinanzino? Oggi la maggioranza al potere non ha più bisogno di questi sofismi. Rivendica il diritto di rubare attraverso la politica come un normale, dovuto diritto di preda. Al tempo di tangentopoli i socialisti craxiani ma anche quelli di altri partiti avevano nascosto i furti per mezzo della politica nei conti «protetti» cioè segreti in Svizzera a Singapore a Hong Kong. E avendo messo il bottino al sicuro si erano tolti anche il gusto di prendere per i fondelli i loro concittadini con la tesi assurda che l´autofinanziamento dei partiti non era solo una necessità ma un dovere di chi si faceva carico di amministrare lo Stato e la democrazia.
Oggi nella Italia berlusconiana il furto attraverso la politica è scoperto, normale. Appena si può si ruba e viene il sospetto che sia avvenuta una mutazione antropologica, che la maggioranza al potere sia convinta che l´uso della politica per rubare sia non solo normale ma lodevole e che le istituzioni abbiano il dovere di proteggerlo. L´Italia un tempo paese dei misteri, delle società segrete, delle congiure massoniche sotto l´egida del cavaliere di Arcore sta diventando una democrazia autoritaria dichiarata e compatta a difesa dei suoi vizi e dei suoi furti. Perché opporsi al bavaglio che viene imposto all´informazione? Non aveva ragione Mussolini ad abolire la cronaca nera e a coprire gli scandali del regime? Esiste un modo più efficace di lavare i panni sporchi in gran segreto senza che le gazzette li mettano in piazza? L´imprenditore Anemone che si rifiuta di rispondere ai magistrati che indagano sui suoi affari non è la pecora nera, l´eccezione ma la norma della società berlusconiana del fare tutto ciò che comoda ai padroni, senza pagare dazio.
La conferma della mutazione antropologica viene dal fatto che i politici presi con la mano nella marmellata mostrano più stupore che vergogna. La loro corruzione era normalissima, candida, da buon padre ladro di famiglia. A uno era bastato pagare una garconnière al centro di Roma, un altro aveva lasciato mano libera agli impresari edili dopo il terremoto in cambio di una revisione in casa sua dei servizi igienici, diciamo del funzionamento del cesso e del bagno. Ad altri ancora la possibilità di avere a spese dello Stato qualche mignotta, insomma la grande crisi della politica italiana, il grande rischio di una democrazia autoritaria, di una dittatura mascherata, morbida starebbe nella banalità del male, nei piccoli vizi nelle piccole tentazioni della cosiddetta classe dirigente.
Un´Italia senza misteri con un capo del governo schietto, schiettissimo. Che vuole? Che pretende? Il minimo di un uomo del fare più che del pensare: di non avere controlli, di non avere intralci e se gli viene in testa di allevare un cavallo nessuno si permetta di obbligarlo a tirar su una mucca. Che cosa ha scoperto il Cavaliere? Quello che avevano scoperto prima di lui tutti gli uomini autoritari del fare, che i controlli sono fastidiosi e a volte insopportabili. In una parola: che la democrazia è più complicata e faticosa della dittatura.

Repubblica 12.6.10
Ecco perché bisogna fermarla
di Roberto Saviano

La Legge bavaglio non è una legge che difende la privacy del cittadino, al contrario, è una legge che difende la privacy del potere. Non intesa come privacy degli uomini di potere, ma dei loro affari, anzi malaffari. Quando si discute di intercettazioni bisogna sempre affidarsi ad una premessa naturale quanto necessaria. La privacy è sacra, è uno dei pilastri del diritto e della convivenza civile.
Ma qui non siamo di fronte a una legge che difende la riservatezza delle persone, i loro dialoghi, il loro intimo comunicare. Questa legge risponde al meccanismo mediatico che conosce come funziona l´informazione e soprattutto l´informazione in Italia. Pubblicare le intercettazioni soltanto quando c´è il rinvio a giudizio genera un enorme vuoto che riguarda proprio quel segmento di informazioni che non può essere reso di dominio pubblico. Questo sembra essere il vero obiettivo: impedire alla stampa, nell´immediato, di usare quei dati che poi, a distanza di tempo, non avrebbe più senso pubblicare. In questo modo le informazioni veicolate rimarranno sempre monche, smozzicate, incomprensibili. L´obiettivo è impedire il racconto di ciò che accade, mascherando questo con l´interesse di tutelare la privacy dei cittadini. Chiunque ha una esperienza anche minima nei meccanismi di intercettazione nel mondo della criminalità organizzata sa che vengono registrati centinaia di dettagli, storie di tradimenti, inutili al fine dell´inchiesta e nulle per la pubblicazione. Il terrore che ha il potere politico e imprenditoriale è quello di vedere pubblicati invece elementi che in poche battute permettono di dimostrare come si costruisce il meccanismo del potere. Non solo come si configura un reato. Per esempio l´inchiesta del dicembre 2007 che portò alla famosa intercettazione di Berlusconi con Saccà ha visto una quantità infinita di intercettazioni di dettagli privati, di cui in molti erano a conoscenza ma nessuna di queste è stata pubblicata oltre quelle necessarie per definire il contesto di uno scambio di favori tra politica e Rai.
La stessa maggioranza che approva un decreto che tronca la libertà di informazione in nome della difesa della privacy decide attraverso la Vigilanza Rai di pubblicare nei titoli di coda il compenso degli ospiti e dei conduttori. Sembra un gesto cristallino. E´ il contrario. E non solo perchè in una economia di mercato il compenso è determinato dal mercato e non da un calcolo etico. In questo modo i concorrenti della Rai sapranno quanto la Rai paga, quindi il meccanismo avvantaggerà le tv non di Stato. Mediaset potrà conoscere i compensi e regolarsi di conseguenza. Ma la straordinaria notizia che viene a controbilanciare quella assai tragica dell´approvazione della legge sulle intercettazioni è che il lettore, lo spettatore, quando comprende cosa sta accadendo diviene cittadino, ossia pretende di essere informato. Migliaia di persone sono indignate e impegnate a mostrare il loro dissenso, la volontà e la speranza di poter impedire che questa legge mutili per sempre il rapporto che c´è tra i giornali e i suoi lettori: la voglia di capire, conoscere, farsi un´opinione. Non vogliamo essere privati di ciò. Mandare messaggi ai giornali, mostrarsi imbavagliati, non sono gesti facili, scontati. Non sono gesti che permettono di sentirsi impegnati. Sono la premessa dell´impegno. L´intento d´azione è spesso l´azione stessa. Il dichiararsi non solo contrari in nome della possibilità di critica ma preoccupati che quello che sta accadendo distrugga uno strumento fondamentale per conoscere i fatti. La legge che imbavaglia, viene contrastata da migliaia di voci. Voci che dimostrano che non tutto è concluso, non tutto è determinabile dal palinsesto che viene dato agli italiani quotidianamente. Ogni persona che in questo momento prende parte a questa battaglia civile, sta permettendo di salvare il racconto del paese, di dare possibilità al giornalismo - e non agli sciacalli del ricatto - di resistere. In una parola sta difendendo la democrazia.
©2010 Roberto Saviano/ Agenzia Santachiara

l’Unità 12.6.10
De Benedetti show: «Berlusconi è il Sordi della politica italiana»
Partito Democratico: «Pensavamo fosse un gatto selvatico è una balena spiaggiata»
L’Ingegnere ne ha per tutti: dal Pd che l’ha «molto deluso» ai sindacati «che a volte non fanno gli interessi dei lavoratori» Il successo del Premier? «La gente è disperata e l’opposizione...»
di S.C.

Premette che è qui a “Nord Camp” per parlare del tema delle tasse, sul perché puntare a ridurle e inserire una patrimoniale è di sinistra, ma fa sapere che è anche pronto a una chiacchierata più “light”. E però poi Carlo De Benedetti assesta fendenti a destra e manca, infierendo su Silvio Berlusconi «leader ex carismatico», «l’Alberto Sordi della politica italiana», uno che «è bugiardo ma è talmente fuori di testa da convincersi davvero in qualche momento di fare il bene del paese» ma non risparmiando batoste anche al Pd, partito che l’ha «profondamente deluso». Lui che fino al 2008 ha votato «quel che c’era, Pds, Ds» e poi dopo aver aspettato «finalmente questa innovazione nella politica italiana» si è ritrovato a pensare quello che Churchill disse dello sbarco degli alleati ad Anzio, che per il timore di imboscate da parte dei tedeschi commisero un grave errore e rimasero due mesi fermi prima di avanzare verso Roma: «Credevamo di aver sbarcato un gatto selvaggio, ci siamo trovati una balena spiaggiata».
L'editore del Gruppo l'Espresso è a Pacengo di Lazise per spiegare la sua ricetta sul fisco: «Bisogna abbassare le tasse alle imprese e ai lavoratori, e per tenere in equilibrio il sistema tassare le rendite e i patrimoni in modo di verso da oggi». Ad invitarlo è stato Enrico Letta, e l’Ingegnere vuole subito spazzare il campo da “dietrologie”, perché sa già che qualcuno dirà che è qui perché vuole «sostenere Letta come prossimo leader del Pd», per il quale confessa comunque «stima e amicizia». E poi, con Antonello Piroso che lo intervista, si lascia andare senza trattenere battute al vetriolo su Carlo Caracciolo («era molto tirchio»), Giampaolo Pansa («voleva diventare direttore dell’Espresso e invecchiando è andato in aceto»), i sindacati che «sono troppo legati alla politica e non sempre hanno fatto gli interessi dei lavoratori» e in particolare le organizzazioni (leggasi Cgil) che decidono di scioperare: «Gli scioperi ormai non servono a nulla, sono dei modi per penalizzare il lavoratore. L'unica certezza è la riduzione della busta paga, che già non è ricca».
In platea, tante persone rimaste tutta la mattina a lavorare su proposte riguardanti il fisco, l’immigrazione, il federalismo che ora ridono o applaudono, con Letta in prima fila e accanto a lui il ministro leghista Maroni che prima aveva detto di voler ascoltare un po’ De Benedetti prima di ripartire e poi decide di rimanere fino alla fine a godersi lo spettacolo. Che ha comunque nell’antiberlusconismo l’ingrediente principale. «Io ho sempre avuto una ritrosia personale ad essere cooptato», risponde l’Ingegnere a Piroso che gli domanda se nel capitalismo italiano si abbia successo solo per questa vira. Questo la accomuna a Berlusconi? E lui, secco: «Bè, no, lui è della P2». Poi racconta dell’ultima volta che ha incontrato il premier, invitato a colazione a casa di Gianni Letta. «Berlusconi mi accoglie e mi fa: “perché non mi vuoi bene?”. Ma come cazzo vuoi che ti voglio bene? Mi hai fregato sulla Sme, mi hai fregato sulla Mondadori e vuoi anche che ti voglia bene?». E se ha ancora tanto consenso tra gli italiani, la ragione non può essere che una: «Sono disperati». Perché l'opposizione è quella che è e Bersani «persona che stimo, ottimi ministro, persona perbene e caro amico, però, andiamo, qualche volta vorrei vederlo con un po’ più di entusiasmo».

l’Unità 12.6.10
Il potere politico attacca informazione e giudici perché garanti della legalità
Il procuratore di Milano: gli attacchi di Berlusconi hanno passato il segno, meriterebbero forse una risposta istituzionale. I magistrati sono sottoposti solo alla legge, non al governo
Intervista ad Armando Spataro

La magistratura e l’informazione sono sotto il tiro del potere politico perchè rappresentano la tutela della legalità e la trasparenza, sono i poteri di bilanciamento di una democrazia. È un brutto periodo per chi ha a cuore la democrazia in Italia, ma sono fiducioso: passerà anche questo».
L’appuntamento con Armando Spataro, procuratore aggiunto a Milano, è a casa sua. Prepara il caffè. Bisognerebbe parlare del suo libro, «Ne valeva la pena» editore Laterza, bisognerebbe chiedere a Spataro, protagonista di 34 anni di vita della Procura di Milano, di svelare se ancora ci sono dei buchi oscuri nella storia del terrorismo rosso o perchè governi di sinistra e di destra si sono comportati allo stesso modo quando si è trattato di bloccare l’inchiesta sul rapimento di Abu Omar. Ma si finisce per parlare dell’aggressione di Berlusconi alla giustizia, all’informazione, alla Carta costituzionale.
Spataro, i rapporti tra potere politico e magistratura sono mai scesi così in basso? «No, mai. Lo testimoniano anche i fatti di questi giorni. Francesco Saverio Borrelli diceva che il controllo della legalità esercitato dalla magistratura in modo autonomo non può essere gradito al potere politico, qualunque sia il colore della maggioranza di turno. Il potere della magistratura è infatti eccentrico rispetto ai programmi ed agli interessi di chi governa, ed è la Costituzione che ha scelto questo modello di magistratura: noi siamo sottoposti solo alla legge ».
Quando è iniziato questo processo di deterioramento? «Edmondo Bruti Liberati, nuovo procuratore capo a Milano, ha ben ricostruito la storia di questa crisi. Il peggioramento dei rapporti è iniziato negli anni Novanta con le inchieste della magistratura sulla corruzione, sulla commistione indebita tra politica ed economia, con Mani Pulite. In quegli anni è emersa l’estraneità della magistratura rispetto agli interessi della politica, quello è stato il punto di svolta. Da almeno 15-16 anni il potere politico si è messo di traverso, cercando di ostacolare o condizionare l’attività della magistratura».
Le parole di Berlusconi?
«Lo ha detto anche il CSM. Non si tratta di esercizio del diritto di critica, ma di “espressioni denigratorie che incidono sull’indipendente esercizio delle funzioni dei magistrati e ne delegittimano l’operato”. Avevo pensato di rinviare la pubblicazione del libro e di aggiornarlo con le aggressioni sistematiche alla magistratura, ma attacco dopo attacco non avrei mai finito».
Cosa si aspetta, ora?
«Gli attacchi hanno passato il segno da tempo e messo in crisi il principio della separazione dei poteri. Meriterebbero, forse, una risposta istituzionale adeguata al più alto livello». Perchè si è messo a scrivere, perchè ci consegna questo “verbale” da 600 pagine?
«Ho iniziato a scrivere di slancio, all’improvviso, spinto dall’amarezza e dalla delusione provate dopo che due governi, di diverso orientamento politico, avevano dato la stessa risposta su un caso importante come l’inchiesta Abu Omar. Opporre il segreto di stato in un caso drammatico di violazione dei diritti umani è stata una decisione politica che mi ha ferito. Ho scritto perchè avevo voglia di buttare fuori tutto quello che avevo dentro, una scelta forse autoterapeutica. E, forse con presunzione, ho pensato che il racconto di quanto ho visto nei miei oltre trent’anni di lavoro in magistratura potesse essere utile anche ad altri».
Quello del magistrato è un lavoro o una missione? «Il mio è un lavoro non una missione. Ma ho sempre ben presente la lettera che il mio collega e amico Guido Galli, assassinato dai terroristi, scrisse al padre per spiegare la sua scelta della magistratura, per fare qualche cosa per gli altri, per il paese, per le istituzioni. Ho sempre fatto il magistrato cercando di svolgere il mio lavoro al meglio delle mie capacità e competenze. Non mi è mai piaciuto, invece, l’approccio del magistrato come moralizzatore della società». Perchè è stato grave usare il segreto di stato nell’inchiesta Abu Omar? «Perchè con questa inchiesta l’Italia avrebbe potuto dare l’esempio, assumere un ruolo trainante in campo internazionale nella tutela dei diritti umani. Avrebbe potuto guidare quel cambiamento che solo oggi, grazie a Obama, inizia faticosamente a prendere corpo. Il caso Abu Omar ha invece segnato uno spartiacque: da quel momento il segreto di stato, la cui opposizione non può che essere un fatto eccezionale, è entrato in tanti altri processi. Opposto nel processo Telecom di Milano dall’imputato Mancini, nel processo di Perugia da Pollari e Pompa accusati di peculato, è comparso persino in un processo per diffamazione a carico di Magdi Allam. E sempre il Presidente del Consiglio ne ha confermato la sussistenza».
Lei ha fatto tutta la sua carriera a Milano, cos’è la Procura di Milano? «È casa mia. La Procura di Milano ha un’anima, forte e radicata nei magistrati che ci lavorano. Qui hanno lavorato e hanno lasciato il segno dell’impegno per la difesa della democrazia e delle istituzioni i miei amici Emilio Alessandrini e Guido Galli. Quando il potere politico attacca la Procura di Milano, ogni cittadino dovrebbe ricordarsi di questi uomini. Mi considero fortunato di aver fatto questa esperienza, di aver incontrato tanti valorosi colleghi. Milano, per me, è stata fondamentale, mi accolse che non avevo nemmeno trent’anni. C’era il terrorismo, ma era una città vivacissima piena di fermenti culturali e politici. A 28 anni mi trovai immerso nelle inchieste sulle Brigate rosse, gli omicidi. Sono cose che non si dimenticano». Lei è un personaggio pubblico, un magistrato molto noto, per i suoi critici “troppo potente”. Qual è la giusta dimensione della presenza pubblica di un magistrato, nel suo rapporto con i media? Non le pare che alcuni suoi colleghi esagerino?
«Il giudice vive e lavora da solo. Questa è la condizione generale. L’esposizione mediatica del giudice, la sua presenza pubblica, secondo un politico sensibile come Virginio Rognoni, è spesso la conseguenza del rilievo sociale del suo lavoro. Ovviamente diversa, e non la condivido, è la ricerca narcisistica dell’esposizione mediatica per la creazione del personaggio, una strada che porta alla demagogia e al populismo».
Cos’è la riforma della giustizia?
«E chi lo sa? Una cosa che trovo insopportabile è la retorica delle riforme condivise. Questa formula, molto usata negli ultimi tempi nel mondo politico, nasconde solo la debolezza e la frammentazione di quella politica che nelle riforme condivise trova la mediazione delle proprie divisioni a scapito dei principi. Dal 1989 ad oggi sono state approvate 83 riforme del codice, e oggi siamo ancora qui a discutere di riforme condivise. E quali sarebbero? Il processo breve, la separazione delle carriere o la separazione della sezione disciplinare dal Csm dallo stesso consiglio come chiede Luciano Violante? Volete ridurre il numero delle sedi giudiziarie come dicono da decenni a destra e a sinistra? Bene fatelo. In Piemonte ci sono 16 tribunali, eredità del passato sabaudo. Tagliate questi sprechi. E invece non succede nulla, salvo voler condizionare, per non dire di peggio, le inchieste della magistratura».
Anche il pd chiede la riforma della giustizia. Cosa ne dice? «Ho letto le proposte di Andrea Orlando, responsabile giustizia del pd: sono una serie di enunciazioni perfette in nome proprio delle “riforme condivise”, anche se non capisco cosa ci guadagnerà la giustizia».
In conclusione, valeva la pena scegliere la magistratura? «Sì, ne valeva la pena. Anche se viviamo anni difficili, le cose cambieranno, non possono non cambiare.Dobbiamo avere fiducia».

l’Unità 12.6.10
La Costituzione secondo Berlusconi
L’inferno del demagogo
di Nicola Tranfaglia

Sapevamo da tempo che il presidente del Consiglio non ama la Costituzione repubblicana. Negli ultimi vent’anni o quasi, a partire dal marzo 1994 in cui ha vinto per la prima volta le elezioni politiche nazionali, l’imprenditore milanese ha sempre parlato il peggio possibile della carta costituzionale. Gli italiani ricorderanno che anni fa la definì una “costituzione sovietica” perché troppo attenta alle esigenze delle masse lavoratrici italiane e, giorni fa, ha sottolineato che in essa si parla di lavoro ma non di imprese e tanto meno di mercato: cioè delle due parole che hanno fino a ieri contrassegnato la sua vita. Avrebbe forse potuto aggiungere che la costituzione non parla neppure di “amici degli amici”: espressione particolarmente cara a chi si iscrive negli anni Settanta alla Loggia massonica coperta P2 di Licio Gelli e a chi ha come amico particolarmente caro un uomo come il senatore Marcello Dell’Utri che di amici siciliani si intende molto,a leggere gli atti che lo riguardano nei processi di Palermo.
Ma oggi non è il caso di polemizzare con le strane amicizie di Silvio Berlusconi quanto di constatare che la sua concezione dello Stato e della democrazia è del tutto incompatibile con i principi e i valori della Costituzione repubblicana come altrettanto incompatibili appaiono i comportamenti dei suoi ministri leghisti che non festeggiano l’anniversario della Repubblica. Peccato che Berlusconi,come del resto i ministri Maroni e Calderoli,abbiano giurato fedeltà al testo costituzionale e dovrebbero comportarsi in maniera coerente: se se ne ha un giudizio negativo o non si riesce ad osservarne i dettami,l’unica soluzione è lasciare il proprio incarico e presentare le dimissioni al Capo dello Stato.
Ma non ci troviamo,a quanto pare,di fronte a persone coerenti e preoccupate della tenuta democratica del paese. Siamo al contrario di fronte a un demagogo populista che da tempo vuole svuotare gli articoli fondamentali della Costituzione e trasformare il nostro Paese in una sorta di regime autoritario dominato dalle televisioni e dai giornali asserviti al governo e alla sua ampia maggioranza parlamentare.
Sicchè gli attacchi alla Costituzione fanno parte della campagna di propaganda che dovrebbe servire a convincere sempre di più la maggioranza degli italiani che la Carta è inutile o peggio dannosa e che Berlusconi ha ragione a lamentarsi sempre di più per i lacci e i lacciuoli che il testo contiene impedendogli di fare tutto quello che vuole come “unto del popolo”. Basterebbe in fondo eliminare dalla Costituzione che all’articolo 1 recita «La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione» quell’affermazione pignola sui limiti e le forme.

il Fatto 12.6.10
Dati del 2007. E non c’era lo scandalo pedofilia
L’Otto per mille in caduta libera
Punizione terrena per la Chiesa
Il fisco sfiducia di fatto le politiche del Vaticano
di Marco Politi

Il 62 per cento degli italiani è convinto che le autorità ecclesiastiche nascondano gli abusi sessuali

Gli italiani bocciano la politica della Chiesa con l’arma fiscale. Per il secondo anno di seguito calano le adesioni all’8 per mille destinato alla Chiesa cattolica.
L'ultimo censimento registra quasi centomila “firme” in meno. E diminuiscono di un dieci per cento anche le offerte deducibili dalle tasse, passando da 16 milioni e mezzo di euro a 14,9. E’ il segno del malumore verso le scelte politiche della gerarchia ecclesiastica: dal sabotaggio del referendum sulla fecondazione assistita fino al veto contro una legge sulle coppie di fatto. In base al sistema di computo del ministero delle Finanze sono dati che si riferiscono a tre anni fa. Cioè alle dichiarazioni fiscali del 2007 (per i redditi del 2006). Ora negli ambienti ecclesiastici si diffonde la paura che quando arriveranno i dati del 2010 – l'anno dei grandi scandali sugli abusi sessuali del clero – crescerà il rifiuto dell'8 per mille alla Chiesa. D'altronde (sondaggio Demos&Pi-Repubblica) il 62 per cento degli italiani si dice convinto che le autorità ecclesiastiche “nascondono e minimizzano” gli abusi sessuali. In Germania già da tempo i fedeli usano il fisco per punire i vertici ecclesiastici, in Italia stanno imparando. Ieri, chiudendo l'Anno sacerdotale, papa Ratzinger è tornato sull'argomento. Dinanzi a quindicimila preti riuniti in piazza San Pietro ha evocato i “peccati di sacerdoti: soprattutto l'abuso nei confronti dei piccoli”. Nell'omelia Benedetto XVI ha esclamato: “Chiediamo insistentemente perdono a Dio e alle persone coinvolte”. Poi ha soggiunto: “Intendiamo promettere di voler fare tutto il possibile affinchè un tale abuso non possa succedere mai più”, anche vigilando sulla selezione dei candidati al sacerdozio. Il pontefice ha persino evocato il “bastone” del pastore contro i “comportamenti indegni” del clero. Ancora una volta, però, si è parlato di peccati e non di crimini. Chi si aspettava che Benedetto XVI desse solennemente indicazioni precise, riassumendo pronunciamenti dei mesi scorsi (necessità di assicurare giustizia alle vittime e impegno a deferire ai tribunali i preti colpevoli) è rimasto deluso. Ma – come vanno ripetendo da tempo le associazioni di vittime in vari Paesi – ormai “non bastano più le dichiarazioni di pentimento, contano solo i fatti concreti”.
Ed è qui che si vanno profilando, specie in Italia, nuovi scandali. Per l'occasione sono giunti a Roma rappresentanti della più grande organizzazione americana di “Sopravvissuti agli abusi del clero”: lo Snap. Peter Isley, uno dei dirigenti, ha affermato alla vigilia della cerimonia: “Chiediamo un'opzione chiara per la tolleranza zero, cioè l'annuncio che i preti-predatori saranno rimossi. Chiediamo la rimozione di ogni copertura e insabbiamento. Chiediamo piena trasparenza sui dossier degli ultimi trent'anni”. Nessuno dei tre punti è stato toccato dal discorso di Benedetto XVI. Gli archivi vaticani restano chiusi, impedendo che si faccia luce sui gravi insabbiamenti dei decenni trascorsi. E soprattutto la Conferenza episcopale italiana, che dipende praticamente dalle indicazioni papali, è clamorosamente alla retroguardia rispetto ad altri episcopati americani ed europei nelle misure concrete per scoprire gli abusi e punire i colpevoli. La diocesi di Roma, di cui è vescovo il Papa, non ha annunciato nessun numero verde, nessun referente ufficiale a cui possano rivolgersi le vittime. In Italia, di cui il Papa è direttamente la più alta autorità religiosa in quanto “Primate”, l'episcopato non ha voluto aprire nessuna inchiesta nazionale. E nemmeno sono stati creati centri di monitoraggio nelle varie diocesi. Ieri l'associazione di vittime “Caramella buona” ha ricordato pubblicamente che il “cardinale Bagnasco non ha mai risposto alla richiesta di un appuntamento”. E’ chiaro che l'istituzione ecclesiastica sta seguendo la politica del quaeta non movere, cioè non agitare le acque. In altre parole, se emergono abusi si interverrà. Ma non c'è nessuna direttiva perché le vittime – e ve ne sono tantissime che vivono in silenzio il trauma e la vergogna – si vadano a cercare e a scoprire.
Non meraviglia che l'indice di gradimento degli italiani nei confronti della Chiesa cattolica sia drasticamente calato. L'inchiesta Demos&Pi-Repubblica l'ha mostrata scesa al 47 per cento. Di pari passo, negli ultimi anni, è calata la fiducia al momento di compilare la dichiarazione dei redditi. Sul totale delle crocette, che ciascuno mette sulla sua dichiarazione, l’ultimo triennio calcolato dal ministero delle Finanze registra un calo costante delle adesioni cattoliche. Erano l'89 per cento nel 2005, sono scese all'86 nel 2006 e sono ulteriormente calate all'85 per cento nel 2007. Ma – sia ben chiaro – le firme espresse si riferiscono soltanto ad un terzo del numero totale dei contribuenti. Dunque quando si parla di un 80 per cento di “crocette” alla Chiesa cattolica ci si riferisce in realtà soltanto ad un trenta per cento circa delle dichiarazioni Irpef. E’ solo grazie al meccanismo truffaldino escogitato nel 1984 (meccanismo che ignora la volontà di fatto di due terzi dei contribuenti di lasciare i restanti soldi Irpef nel bilancio dello Stato) che nelle casse della Cei affluisce un ottanta per cento dell'8 per mille del gettito Irpef. Con il risultato che, stante la crescita del gettito fiscale, la Chiesa cattolica incassa sempre di più anche quando diminuiscono i “votanti” a suo favore. In concreto quest'anno va alla Cei ben un miliardo e 67 milioni di euro. Cento milioni più del 2009.

Repubblica 12.6.10
Scuole, scrutini bloccati così i prof contestano i tagli
Stop alle valutazioni finali in 4mila classi delle superiori
di Salvo Intravaia

Oggi ultimo giorno di lezione. Ma la protesta dei docenti prosegue anche lunedì e martedì
A rischio le prove d´esame: quella nazionale per gli alunni delle medie e la maturità

ROMA - Centinaia di scrutini deserti anche ieri in Puglia, Marche, Veneto, Umbria e Sardegna. E oggi si replica. Per fare saltare una riunione basta l´assenza di un solo professore e lo sciopero di Cobas e precari per denunciare i tagli a stipendi e organici scolastici sta avendo un successo inaspettato. Oltre 40 mila posti di lavoro in meno e una pesante decurtazione salariale hanno indotto molti docenti, amministrativi, tecnici e personale ausiliario a incrociare le braccia. «È andata molto bene e siamo soltanto al primo tempo: la maggior parte sciopererà lunedì e martedì», spiega Piero Bernocchi, leader dei Cobas. Secondo le rilevazioni del sindacato, lunedì e martedì in Emilia-Romagna sono stati bloccati gli scrutini in più di una classe su cinque. Buona anche l´adesione ieri in Veneto (12 per cento) e in Sardegna (26 per cento). «Complessivamente sono almeno 4 mila - afferma Bernocchi - le classi delle superiori dove non è stato possibile tenere gli scrutini».
L´iniziativa proseguirà lunedì e martedì in Abruzzo, Basilicata, Campania, Lazio. Liguria, Lombardia, Molise, Friuli Venezia-Giulia, Piemonte, Sicilia, Toscana, Valle d´Aosta e provincia di Bolzano. E, a questo punto, che possa essere intralciata la prova nazionale Invalsi del 17 giugno per gli allievi di terza media o l´esame di maturità, al via il 22 giugno con il compito di Italiano, è un´ipotesi tutt´altro che remota. «Dopo le nostre diffide - spiega il leader del sindacato di base - la maggior parte dei presidi, per non ostacolare l´effetto della protesta, ha convocato le riunioni dopo la fine delle lezioni, e non prima. Nelle classi dove non si sono potuti svolgere gli scrutini occorrerà ripeterli»,. In 12 regioni italiane le lezioni si chiudono oggi e solo dopo sarà possibile iniziare gli scrutini: lo sciopero potrebbe far slittare tutto in avanti. Complessivamente - tra elementari, medie e superiori - le classi da scrutinare quest´anno sono oltre 207 mila.
Intanto, con un fronte sindacale spaccato e con i leader che litigano, nel Paese la protesta contro i tagli prende anche altre forme. A Milano duecento tra insegnanti, genitori e studenti hanno improvvisato un "flash mob" in piazza Duomo. A Firenze, piazza Santissima Annunziata è stata trasformata in un´aula con tanto di banchi, cattedra e lavagna. A Torino, l´altro ieri è cominciata l´occupazione dell´ex istituto magistrale Regina Margherita da parte dei docenti. Mentre ieri a Cagliari si è svolto un sit-in di protesta davanti i locali dell´Ufficio scolastico regionale. I più colpiti dai tagli imposti da Tremonti saranno i soggetti più deboli, i docenti non di ruolo. Con la scomparsa di 40 mila posti già dal mese di settembre si troveranno in difficoltà 15 mila precari: i pensionamenti, appena 30 mila, indorano soltanto la pillola. E con la manovra da 25 miliardi varata pochi giorni fa il governo «mette le mani nelle tasche degli insegnanti», dicono i sindacati.
Tre gli effetti sugli stipendi di prof, maestri e personale non docente: niente rinnovo del contratto, blocco degli automatismi stipendiali e pesanti ripercussioni sulle pensioni. È la stessa relazione tecnica allegata alla legge di conversione del decreto che chiarisce i termini della questione. Il blocco degli scatti automatici (ogni 6 anni) peserà per quasi 19 miliardi di euro e produrrà effetti fino al 2048. Ogni addetto alla scuola, docente e no, perderà dal 2011 a fine carriera dai 29 mila ai 42 mila euro che non potrà più recuperare e avrà una pensione più "leggera". Oggi, supportata dagli studenti, sarà in piazza a Roma con due cortei la Flc Cgil. Lunedì 15, Cisl scuola, Uil Scuola, Snals Confsal e Gilda degli insegnanti manifesteranno sempre nella capitale e il 25 giugno sarà la volta dello sciopero generale indetto dalla Cgil.

l’Unità 12.6.10
Gramsci e Machiavelli profeti d’oggi
L’anticipazione Un’indagine insolita, un viaggio nelle viscere del pensiero dell’autore del «Principe», la metafora del «prigioniero disarmato»: un duello a distanza tra due giganti in cui leggere le radici e le sconfitte del presente
di Giulio Ferroni

Oggi siamo in grado di guardare al pensiero di Gramsci oggi non tanto e non soltanto per l’elaborazione di modelli politici direttamente applicabili, ma per seguirne il movimento drammatico, il processo di una scrittura che fa i conti con le più varie sollecitazioni dell’esperienza, mettendo continuamente in causa i propri orizzonti: segno eccezionale di resistenza entro la condizione carceraria e di risposta alla sconfitta della lotta politica e rivoluzionaria; interrogazione delle possibili strade di uscita dalla situazione storica, con ipotesi e svolgimenti che non possono non modificare e correggere linee di condotta e programmi energicamente prospettati negli anni precedenti.
Quella dei Quaderni del carcere è allora una originalissima dimensione saggistica, dialogo intellettuale ed esistenziale con la realtà contemporanea, vista attraverso la riflessione sulla precedente esperienza, le letture e gli studi che il prigioniero riesce ora a fare, il filtro e la distanza che il carcere impone: in questa scrittura vediamo così svolgersi un pensiero sempre «in situazione», che oggi non possiamo valutare come un funzionale strumento politico, ma piuttosto sollecita, come i grandi classici, atti di interpretazione, agendo dinamicamente con una forza di mediazione, di sollecitazione problematica. Questo pensiero non offre insomma (e comunque non ci può offrire ancora oggi, dopo i crolli finali del XX secolo) regole e modelli diretti di comportamento, indicazioni per l’azione: ma si impone con la sua lucidissima sfida alle difficoltà che il carcere poneva all’esercizio di un giudizio sul mondo, alla riflessione sulla realtà.
Questa ottica, e non certo quella del prontuario politico che cedettero di ricavarne i machiavellici nostrani, si rivela tanto più essenziale nel caso del rapporto con Machiavelli. Del resto nella storia del pensiero e nella pratica politica l’opera del segretario fiorentino è stata spesso recepita (e continua ad essere da molti recepita) come modello e suggerimento di comportamenti politici, di presunte regole ‘scientifiche’ della politica: io credo invece che la sua forza più autentica sta proprio nella sua spinta di mediazione, di sollecitazione problematica, addirittura di suggestione mitica (...); e proprio in questa chiave essa agisce nella riflessione di Gramsci.
Scendere nel cuore concreto della scrittura di Machiavelli porta a verificare che, più che elaborare norme per la gestione del potere, egli viene a registrare una situazione si sconfitta e di perdita, si scontra con una serie di difficoltà a cui risponde cercando rimedi adeguati o superandole con dei veri e propri ‘salti’ teorici, con appassionate diversioni verso l’immaginazione mitica. Io credo che proprio questo Machiavelli agisca più in profondità nel pensiero e nella scrittura di Gramsci. (...) Gramsci tende con forza a ricavare dalle distinzioni delle diverse prospettive in atto nell’opera di Machiavelli una linea di sintesi, di integrazione organica; egli vede in atto degli opposti necessari che devono convergere in un nesso tanto più produttivo, in quanto fulmineo, segnato da guizzante vitalità. (...)
Nella condizione dell’ex segretario fiorentino, nella concentrazione del suo impegno individuale, senza nessun esercito da condurre, Gramsci vede specchiata la propria stessa condizione di prigioniero, escluso dalla diretta lotta politica, dalla conduzione delle lotte in cui è impegnato il partito «moderno Principe».
REALTÀ & AZIONE
La nota già citata sul rapporto tra essere e dover essere ha uno svolgimento significativamente diverso nel Quaderno 8, 84, e nel Quaderno13, 16. Così essa prosegue (...) insistendo sull’opposizione Machiavelli-Savonarola, nel Quaderno 8, 84: «L'opposizione Savonarola-Machiavelli non è l'opposizione tra essere e dover essere, ma tra due “dover essere”, quello astratto e fumoso del Savonarola e quello realistico del Machiavelli, realistico anche se non diventato realtà immediata, ché non si può attendere che un individuo e un libro mutino la realtà, ma solo la interpretino e indichino la linea dell'azione. Né il Machiavelli pensava o si proponeva di mutare la realtà ma solo e concretamente di mostrare come avrebbero dovuto operare le forze storiche concrete per mutare la realtà esistente in modo concreto e di portata storica. (Il Russo ha accumulato molte parole a questo proposito nei Prolegomeni ma il limite e l'angustia del Machiavelli consiste poi solo nell'essere il Machiavelli un singolo individuo, uno scrittore e non il capo di uno Stato o di un esercito, che è pure un singolo individuo, ma avente a sua disposizione le forze di uno Stato o di un esercito e non solo eserciti di parole)» (Q 990-991). (...)
Nelle battute aggiunte con la difesa di Machiavelli dalla qualifica di «profeta disarmato» e nel reciso rifiuto di Gramsci verso quello «spirito a buon mercato» possiamo leggere un drammatico scatto difensivo nei confronti della propria stessa condizione e dello svolgimento del proprio pensiero: respingere i limiti del pensiero di Machiavelli significa respingere anche il pericolo di veder vanificato il proprio così determinato impegno teorico e politico, la sovrumana tensione del prigioniero solo e “disarmato”, senza Principe e senza esercito.

l’Unità 12.6.10
Così lo Stato e la Chiesa “sterilizzano” la scienza
di Antonio Gramsci

Le correnti filosofiche idealistiche (Croce e Gentile) hanno determinato un primo processo di isolamento degli scienziati (scienze naturali o esatte) dal mondo della cultura. La filosofia e la scienza si sono staccate e gli scienziati hanno perduto molto del loro prestigio.
Un altro processo di isolamento si è avuto per il nuovo prestigio dato al cattolicesimo e per il formarsi del centro neoscolastico. Così gli scienziati «laici» hanno contro la religione e la filosofia più diffusa; non può non avvenire un loro imbozzolamento e una «denutrizione» dell'attività scientifica che non può svilupparsi isolata dal mondo della cultura generale.
D'altronde: poiché l'attività scientifica è in Italia strettamente legata al bilancio dello Stato, che non è lauto, all'atrofizzarsi di uno sviluppo del «pensiero» scientifico, della teoria, non può per compenso neanche aversi uno sviluppo della «tecnica» strumentale sperimentale, che domanda larghezza di mezzi e di dotazioni.
SACRIFICI INAUDITI
Questo disgregarsi dell'unità scientifica, del pensiero generale, è sentito: si è cercato di rimediare elaborando, anche in questo campo, un «nazionalismo» scientifico, cioè sostenendo la tesi della «nazionalità» della scienza. Ma è evidente che si tratta di costruzioni esteriori estrinseche, buone per i Congressi e le celebrazioni oratorie, ma senza efficacia pratica.
E tuttavia gli scienziati italiani sono valorosi e fanno, con pochi mezzi, sacrifici inauditi e ottengono risultati mirabili. Il pericolo più grande pare essere rappresentato dal gruppo neoscolastico, che minaccia di assorbire molta attività scientifica sterilizzandola per reazione all'idealismo gentiliano.
da «Note di cultura italiana. 1) La scienza e la cultura»