il Fatto 12.5.10
Da donna a donne: stupratele, tanto abortiscono
A Massa durante un convegno sulla pillola Ru486 l’incitamento da parte delle estremiste di destra
di Giampiero Calapà
Presente anche Roberto Fiore, leader di Forza Nuova Per lui l’aborto è come l’eutanasia
Insulti misogini pronunciati da donne contro altre donne: “Stupratele tanto abortiscono”, violenza con spintoni e la telecamera della tv locale “Antenna3” distrutta, oltre al caos politico con reciproche accuse tra i partiti. L’iniziativa di domenica scorsa sulla pillola Ru486, organizzata al Teatro dei Servi di Massa dalla rivista “Ordine Futuro” (riconducibile a Forza Nuova), lascia questa eredità alla città toscana, non nuova a tensioni e episodi di violenza fra estrema destra e Carc.
Al convegno, a cui partecipavano diversi medici e altre sigle politiche, come i Radicali, il parapiglia è cominciato sulle parole del leader di Forza Nuova, Roberto Fiore: “L’aborto è come l’eutanasia”. A quel punto, racconta la giornalista di Antenna3, Manuela D’Angelo, “un gruppo di donne del comitato ‘Usciamo dal silenzio’ hanno deciso di abbandonare il teatro”. Qualcuna di loro ha
gridato “siete i soliti fascisti”. “Ci avevano già riconosciute mentre entravamo – raccontano una rappresentante del comitato – e alcuni di loro ci hanno detto che quella era la casa dei fascisti, che era il prezzo da pagare alla democrazia che noi abbiamo voluto, una vergogna”. Anche perché fuori dalla sala del convegno, dopo le parole di Fiore, gli insulti si sono fatti più pesanti e quello “stupratele tanto abortiscono” per bocca di una simpatizzante
dell’area di estrema destra ha fatto molto male, proprio perché pronunciato da un’altra donna. “Da parte nostra – precisano al comitato – non c’è stata alcuna provocazione, ma ci siamo sentite dire anche altre cose come: ‘Se non apriste le gambe certe cose non servirebbero’, incitazioni allo stupro gravissime”. Sentite le urla provenienti da fuori la sala del convegno, D’Angelo e il direttore di Antenna3 Andrea Lazzoni, per l’occasione in funzione da operatore, sono accorsi al corridoio d’ingresso, ma “ragazzotti di destra, non sappiamo se tesserati a Forza Nuova o meno, ma comunque simpatizzanti, hanno alzato le mani scaraventando per terra la telecamere e minacciandoci fisicamente”.
A un chilometro di distanza dal Teatro dei Servi, contemporaneamente, andava in scena una manifestazione di protesta delle sigle di estrema sinistra. Intanto la maggioranza in consiglio comunale, che va dall’Udc a Rifondazione ma senza il Pd, si è impegnata a chiedere al sindaco Roberto Pucci di adottare un regolamento che consenta di non concedere spazi pubblici, quel teatro è comunale, a soggetti di evidente ispirazione “xenofoba, razzista, omofoba e fascista”: chiudere le porte di Massa a movimenti come quello di Fiore insomma. Dal Pdl arriva la difesa, invece, dei camerati di Forza Nuova, infatti per il consigliere comunale Stefano Caruso “tutto il caos è stato creato dai comu-
nisti esaltati e anacronistici, altro che apologia di fascismo, l’iniziativa è stata utile per divulgare informazioni rispetto a un argomento poco conosciuto e oggetto di errate interpretazioni: è preoccupante sentire etichettare come antidemocratico chi si propone di fare cultura”. E per Forza Nuova chi ha minacciato o insultato “non è un esponente o iscritto al partito, ci dispiace che nessuno si sia accorto della sala gremita e dei professionisti che hanno preso parte al convegno”. A muso duro contro il sindaco Pucci parte quel Partito democratico che qui non è nella maggioranza di centrosinistra: “Quando si amministra una città medaglia d’oro della Resistenza non si può transigere sui principi fondamentali facendo finta di non vedere”. Francesco Mangiarcina, responsabile di Forza Nuova, replica che “il Pd che si schiera con i Carc lo fa solo per non perdere occasione di attaccare il sindaco Pucci, per loro motivazioni politiche che non ci riguardano”.
il Riformista 12.5.10
«O ci chiedi o ci chiudi» dissero
Il comitato di bioetica è stato chiuso
Scadenza. L’organismo consultivo della presidenza del Consiglio chiude i battenti nel disinteresse generale. «Meglio così» dicono molti membri. Ma Palazzo Chigi smentisce il taglio.
di Anna Meldolesi
qui
http://www.scribd.com/doc/31262438/il-Riformista-12-5-10-p6
Repubblica 12.5.10
"Il burqa è contro i valori della Francia"
L’Assemblea nazionale avvia l´iter per vietare il velo integraleVoto quasi unanime Ma nelle Università islamiche si potrà studiare per diventare imam
di Giampiero Martinotti
PARIGI - Il burqa è contrario «ai valori della Repubblica»: l´Assemblea nazionale ha avviato ieri sera l´iter che porterà al bando del velo integrale in qualsiasi spazio pubblico. Lo ha fatto con una risoluzione votata alla quasi unanimità, una convergenza effimera, poiché la sinistra non intende votare la legge proposta dalla maggioranza, ritenuta eccessiva e, probabilmente, incostituzionale. Solo questo primo passo ha trovato tutta la classe politica d´accordo, con la sola eccezione del gruppo comunista, che parla di una «stigmatizzazione della comunità musulmana». Eppure, se la Francia s´incammina sulla strada di un divieto totale per burqa e niqab, lo deve proprio a un deputato comunista, che per primo ha lanciato il dibattito e convinto la destra, ma non i suoi compagni di partito.
Il voto di ieri è stato consensuale e non poteva essere altrimenti, trattandosi di una risoluzione sui principi, un atto solenne ma dal valore puramente simbolico. Nel testo si fa esplicito riferimento al burqa: «Le pratiche radicali che offendono la dignità e l´eguaglianza tra uomini e donne, fra cui il porto di un velo integrale, sono contrarie ai valori della Repubblica». Secondo i deputati, la libertà di espressione non può «affrancarsi dalle regole comuni senza curarsi dei valori, dei diritti e dei doveri che fondano la società». Ma se tutti sono d´accordo sui principi, la loro applicazione è oggetto di forti contrasti e di appassionati dibattiti.
Il capogruppo parlamentare del centro-destra, Jean-François Copé, difende l´idea del divieto globale: «La risoluzione spiega, la legge agisce». Logico, secondo lui, che il consiglio dei ministri vari la settimana prossima un ddl senza ambiguità: «Nessuno può, nello spazio pubblico, portare una tenuta destinata a dissimulare il suo volto». Su questo punto, la destra fa blocco, seguita solo da qualche raro deputato socialista: «Il burqa non è il benvenuto», aveva detto l´anno scorso Nicolas Sarkozy. Senza dare il minimo peso alla marginalità del fenomeno: appena duemila donne, secondo dati ufficiosi, porterebbero il velo integrale su 5-6 milioni di musulmani. Unica concessione alla comunità islamica: in due università pubbliche si potrà studiare per diventare imam. Anche per questo i socialisti presenteranno una proposta di legge più morbida, in linea con le conclusioni cui è giunto, qualche settimana fa, il Consiglio di Stato: il velo integrale va vietato solo nei servizi pubblici, nei trasporti e nei commerci, non per strada.
La maggioranza, tuttavia, ha deciso di andare avanti e di seguire l´esempio del Belgio, che ha già bandito il velo integrale dalle strade. Un´idea che non piace all´assemblea parlamentare del Consiglio d´Europa, che si appresta a bollare il divieto totale come una violazione del diritto alla libertà religiosa.
Repubblica 12.5.10
I guerrieri delle banlieue giovani, stranieri e soli
di Jenner Meletti
Gang, palazzi-ghetto e poco lavoro la mappa delle banlieue d´Italia
Da Roma a Milano, le zone a rischio. "Troppe frustrazioni per i più giovani"
L´allarme dalla ricerca della Cattolica: "Stanno diventando una polveriera"
"Nelle nostre città manca ancora la capacità di vivere insieme, italiani e immigrati"
Per un anno ha camminato nelle strade romane di Tor Pignattara, è entrata nei palazzi e nei negozi. «Secondo la nostra ricerca questo quartiere è fra quelli più a rischio. C´è un pericolo banlieue perché c´è una seconda generazione di immigrati che è alla ricerca di una propria identità. Sono giovani che subiscono angherie e prima o poi reagiranno. Il disagio si sente, si tocca, e può diventare una polveriera».
Stefania Della Queva è una delle ricercatrici che ha lavorato per la facoltà di sociologia dell´università Cattolica di Milano per studiare «processi migratori e integrazione nelle periferie urbane». Dopo avere letto questa ricerca il ministro Roberto Maroni ha annunciato il rischio-banlieue per l´Italia. Nella relazione presentata dal professor Vincenzo Cesareo si rileva anche che le periferie critiche possono diventare «recruitment magnets», calamite di reclutamento, «ovvero luoghi di incubazione e progettazione di eventi eversivi».
Tor Pignattara è una delle sei aree studiate dai sociologi della Cattolica. «Dal 1997 al 2007 - dice Stefania della Queva - in questo quartiere gli immigrati sono aumentati dell´81%. In alcune strade vedi quasi soltanto bengalesi con negozi alimentari e internet point e cinesi con ristoranti e laboratori. Meno visibili i romeni, impegnati nei cantieri. La tensione è pesante. «Non siamo più a casa nostra», dicono gli italiani, che accusano soprattutto i bengalesi di sporcare la città, di fare chiasso fino a notte fonda davanti ai loro negozi, di infestare i condomini con gli odori di aglio e altre spezie… Ci sono stati assalti ai negozi di stranieri. Finora i giovani bengalesi, in gran parte nati in Italia, non hanno reagito, ma c´è il pericolo che una scintilla provochi l´esplosione. Per i bambini la scuola funziona, anche se la percentuale di stranieri alle elementari Pisacane (l´82,2%) è la più alta d´Italia. Alle medie Pavoni è del 28,5%. I problemi iniziano dopo, quando i giovani non trovano più un luogo dove incontrare gli altri giovani del quartiere e si riuniscono in gruppi etnici».
L´Italia non è la Francia ma i segnali di allarme non mancano. «Le banlieue parigine - racconta Rita Bichi, docente di metodologia della ricerca sociale - hanno la loro ossatura nei palazzoni periferici di edilizia popolare anni ‘50 poi occupati da chi arrivava dalle ex colonie. Là c´è stata una ghettizzazione pesante. Da noi le banlieue sono a pelle di leopardo, occupano pezzi di periferia e anche centri storici. Ma ciò che manca, anche in Italia, è quella che noi sociologi chiamiamo mixité, mescolanza, quella voglia di conoscenza reciproca che caccia gli stereotipi e abbassa le paure. Nel 2005 in Francia protagoniste della rivolta sono state le seconde e terze generazioni di francesi che non si sentivano francesi. Da noi queste generazioni stanno crescendo adesso».
Due le zone di Milano sotto inchiesta: via Padova e San Siro - Gratosolio. «Uno dei problemi più seri - dice il ricercatore Davide Scotti che ha seguito via Padova - è rappresentato dagli adolescenti che arrivano qui tramite il ricongiungimento familiare. Sognano di trovare la ricchezza e si trovano in case fatiscenti, magari con una famiglia per stanza, nelle quali non se la sentono di invitare i compagni di scuola italiani. Qui le tensioni sono soprattutto fra le diverse etnie, in particolare fra magrebini e sudamericani. I rapporti fra italiani e immigrati in questi ultimi mesi sono meno tesi che in passato. Dopo gli incidenti, tutti hanno interesse a tenere un profilo basso. La tensione nasce dalla coabitazione non governata di persone arrivate da tutto il mondo. Qui l´edilizia è soprattutto privata e i privati affittano badando soltanto al denaro. Non ci sono custodi sociali, come nelle case comunali. Un´azienda svizzera affitta stanze in ex albergo. L´hotel degradato è diventato il rifugio dei transessuali. Il presidente della zona 2, che voleva visitare il palazzo, è stato accolto con il lancio di wc dai balconi. Il nuovo si costruisce quando si capisce che l´integrazione non può essere un obiettivo ma una conseguenza. Faccio un esempio: non si organizza un "torneo di calcio per l´integrazione" ma un torneo aperto a tutti. Se va bene, potrà nascere la scintilla giusta».
I ricercatori hanno lavorato anche lontano dalle metropoli. «Qui ad Acerra - dice Emiliana Mangone - sarà difficile arrivare ad una integrazione fra italiani e immigrati perché c´è divisione anche fra gli italiani. Siamo poco lontano da Napoli e in sette anni la popolazione è aumentata del 19,8%. Migliaia di napoletani sono venuti ad abitare qui e c´è ancora una distinzione netta fra loro e gli acerrani doc. La periferia è cresciuta in modo abnorme, causa "immigrazione" dal capoluogo e anche perché il centro storico, davvero malridotto, è stato abbandonato dagli acerriani. Nei "bassi" ora ci sono soltanto immigrati dell´Est, soprattutto donne, e magrebini. Gli africani sono nelle campagne, pronti a lavorare per pochi euro al giorno. Anche questa potrà diventare una banlieue, quando gli immigrati chiederanno una vita migliore. E anche perché le tensioni della città sono arrivate da noi, ad esempio con la trasferta dei gruppi disoccupati organizzati».
Sesta e ultima inchiesta nella città di Chieri, sulle colline piemontesi. «È stata scelta quasi a caso - spiega Paolo Parra Saiani - per capire cosa succede in una città "normale". Abbiamo studiato i numeri e fatto tante domande. Questa sembra davvero un´isola felice. Non c´è un´alta criminalità, non ci sono ghetti. Ma i residenti doc e gli stranieri arrivati da 70 paesi diversi vivono in mondi paralleli e separati. Lo straniero è arrivato anche qui. La convivenza ancora no».
Repubblica 12.5.10
La postmodernità secondo Bauman
L´ultimo saggio dello studioso polacco spiega in che modo possiamo affrontare un destino senza certezze
È finita per sempre la pretesa degli intellettuali di essere coloro che stabiliscono ciò che è falso e ciò che è vero
di Zygmunt Bauman
Anticipiamo un brano del libro di "Modernità e ambivalenza" pubblicato da Bollati Boringhieri e in uscita in questi giorni
Il crollo delle "grandi narrazioni" (come le definisce Lyotard) – il dissolversi della fede nelle corti d´appello sovraindividuali e sovracomunitarie – è stato visto con timore da molti osservatori, come un invito a una situazione del tipo "tutto va bene", alla permissività universale e dunque, alla fine, alla rinuncia a ogni ordine morale e sociale.
Memori della massima di Dostoevskij «Se Dio non esiste, tutto è permesso», e dell´identificazione durkheimiana del comportamento asociale con l´indebolirsi del consenso collettivo, siamo giunti a credere che, a meno che un´autorità imponente e indiscussa – sacra o secolare, politica o filosofica – non incomba su ogni individuo, il futuro ci riserverà probabilmente anarchia e carneficina universale. Questa credenza ha efficacemente sostenuto la moderna determinazione a instaurare un ordine artificiale: un progetto che sospettava di ogni spontaneità finché non se ne provava l´innocenza; un progetto che metteva al bando tutto ciò che non era esplicitamente prescritto e identificava l´ambivalenza con il caos, con la "fine della civiltà" così come la conosciamo e potremmo immaginarla. Forse la paura scaturiva dalla coscienza repressa che il progetto era condannato fin dal principio; forse era coltivata deliberatamente, dal momento che svolgeva l´utile ruolo di baluardo emotivo contro il dissenso; forse era solo un effetto collaterale, un ripensamento intellettuale nato dalla pratica sociopolitica della crociata culturale e dell´assimilazione forzata. In un modo o nell´altro, la modernità decisa a demolire ogni differenza non autorizzata e tutti i modelli di vita ribelli non poteva che concepire l´orrore per la deviazione e trasformare la deviazione in sinonimo di diversità. Come commentano Adorno e Horkheimer, la cicatrice intellettuale ed emotiva permanente lasciata dal progetto filosofico e dalla pratica politica della modernità è stata la paura del vuoto; e il vuoto era l´assenza di uno standard vincolante, inequivocabile e applicabile a livello universale.
Della popolare paura del vuoto, dell´ansia nata dall´assenza di istruzioni chiare che non lascino nulla alla straziante necessità della scelta, siamo informati dai racconti preoccupati degli intellettuali, interpreti designati o autodesignati dell´esperienza sociale. I narratori però non sono mai assenti dalla loro narrazione, ed è un compito disperato quello di provare a separare la loro presenza dalle loro storie. È possibile che in generale ci fosse una vita fuori dalla filosofia, e che questa vita non condividesse le preoccupazioni dei narratori; che se la passasse piuttosto bene anche senza essere disciplinata da standard di verità, bontà e bellezza provati razionalmente e approvati filosoficamente.
È possibile persino che molta di questa vita fosse vivibile, ordinata e morale proprio perché non era ritoccata, manipolata e corrotta dagli agenti autoproclamati della "necessità universale". Ma non c´è dubbio sul fatto che una particolare forma di vita non possa passarsela bene senza il sostegno di standard universalmente vincolanti e apoditticamente validi: si tratta della forma di vita dei narratori stessi (più precisamente, la forma di vita che contiene le storie narrate per gran parte della storia moderna).
È stata soprattutto quella forma di vita a perdere il suo fondamento una volta che i poteri sociali hanno abbandonato le loro ambizioni ecumeniche, e a sentirsi dunque minacciata più di chiunque altro dal dissolversi delle aspettative universalistiche. Finché i poteri moderni si sono aggrappati con risolutezza all´intenzione di costruire un ordine più efficace, guidato dalla ragione e dunque in definitiva universale, gli intellettuali non hanno avuto grande difficoltà ad articolare la loro rivendicazione a un ruolo cruciale nel processo: l´universalità era il loro dominio e il loro campo di specializzazione. Finché i poteri moderni hanno insistito sull´eliminazione dell´ambivalenza come misura del miglioramento sociale, gli intellettuali hanno potuto considerare il loro lavoro – la promozione di una razionalità universalmente valida – come veicolo principale e forza trainante del progresso. Finché i poteri moderni hanno continuato a denigrare, mettere al bando e sfrattare l´Altro, il diverso, l´ambivalente, gli intellettuali hanno potuto contare su un massivo supporto alla loro autorità di giudicare e di distinguere il vero dal falso, la conoscenza dalla mera opinione. Come il protagonista adolescente dell´Orfeo di Jean Cocteau, convinto che il sole non sorgesse senza la serenata della sua chitarra, gli intellettuali si sono convinti che il fato della moralità, della vita civile e dell´ordine sociale dipendesse dalla loro soluzione del problema dell´universalità: dalla loro capacità di fornire la prova decisiva e definitiva del fatto che il "dovere" umano sia inequivocabile, e che la sua inequivocabilità abbia fondamenti incrollabili e totalmente affidabili.
Questa convinzione si è tradotta in due credenze complementari: che non ci sarebbe stato niente di buono nel mondo, a meno che non ne fosse provata la necessità; e che provare questa necessità, se e quando ci si fosse riusciti, avrebbe avuto sul mondo un effetto simile a quello attribuito agli atti legislativi di un governante: avrebbe sostituito il caos con l´ordine e reso trasparente ciò che era opaco.
L´effetto più spettacolare e durevole dell´ultima battaglia della verità assoluta non è stato tanto la sua inconcludenza, derivante come direbbero alcuni dagli errori di progetto, ma la sua totale irrilevanza per il destino mondano di verità e bontà. Questo destino è stato deciso molto lontano dalle scrivanie dei filosofi, giù nel mondo della vita quotidiana dove infuriavano le lotte per la libertà politica e dove si spingevano avanti e si ricacciavano indietro i confini dell´ambizione statale di legiferare sull´ordine sociale, di definire, segregare, organizzare, costringere e reprimere.
Repubblica 12.5.10
"Draquila, la Guzzanti denuncia la deriva autoritaria d´Italia"
di Maria Pia Fusco
Le frasi-choc del catalogo ufficiale sul film
CANNES. Se l´ignaro spettatore, senza nessuna conoscenza del nostro paese, leggesse la presentazione di Draquila-L´Italia che trema al festival di Cannes contenuta nel catalogo ufficiale che accompagna le proiezioni, avrebbe l´impressione di un´Italia sull´orlo della dittatura. «Perché gli italiani votano Berlusconi? La virulenza della propaganda, l´impotenza dei cittadini, un sistema economico precario, giochi di potere illegali, una città devastata dal terremoto: sono questi - si legge nel catalogo nella presentazione del film in programma domani - i fattori che, combinati insieme, possono spiegare come la giovane democrazia italiana sia stata assoggettata». E ancora «la caricatura di Berlusconi - una delle imitazioni più celebri dell´attrice - passeggia nella tendopoli dell´Aquila e vaga nella città deserta, come un imperatore alla fine di un regno... «. Perfino più pesanti le considerazioni della rivista Le film français: l´Aquila, devastata dal terremoto - si legge - «diventa lo spazio ideale per raccontare la deriva autoritaria dell´Italia, l´imbroglio dei ricatti, gli scandali, la corruzione e l´inerzia di una classe politica, dei media, degli abitanti e di tutto ciò che paralizza il paese».
Parole forti, che gettano benzina sul fuoco delle polemiche che in Italia hanno già reso il film un "caso", già infuocate dopo la decisione del ministro Bondi di prendere le distanze dal film rinunciando a una visita al festival. Secondo la rivista Le film français, Draquila risponde non solo alla domanda sulle ragioni del voto a Berlusconi, ma anche al «perché gli italiani non considerano la democrazia un sistema adatto al governo della nazione» o «perché credono di più a quello che dice la televisione piuttosto che alla realtà di quello che vedono». E ancora: «Perché gli abitanti dell´Aquila hanno scambiato ciò che avevano di più prezioso, la loro comunità, una città dinamica piena di studenti e di opere d´arte, con un piccolo appartamento fornito da Berlusconi nelle periferie?».
Anche le recensioni del film non vanno per il sottile: Screen International, analizzando le tesi della Guzzanti, sottolinea che «in nome dell´emergenza, si è permesso alla Protezione civile di agire senza controllo e al di fuori della legge». E secondo Screen questo fatto «dovrebbe avere come conseguenza processi ed arresti».
Altrettanto partecipe la critica di Variety: «Un tragico terremoto, scioccante corruzione e gigantesco abuso di potere. Anche per gli italiani abituati agli scandali del loro paese Draquila è un pugno nello stomaco». La rivista riconosce alla Guzzanti il merito di essere «scrupolosamente corretta. Non ignora i fan di Berlusconi ed è pronta a denunciare l´inefficienza dell´opposizione. Tuttavia il ritratto di questo disastro e il modo in cui Berlusconi ha convinto la maggioranza degli italiani del suo benevolo paternalismo, suscita un profondo disturbo. E soprattutto, dando voce all´Aquila, suggerisce che le sofferenze della città dopo il terremoto siano il risultato di una deliberata politica di disinformazione».
l’Unità 12.5.10
Emilia, il caso Ronchi travolge i vendoliani
«Logiche di potere»
A migliaia su Facebook i sostenitori dell’ex assessore alla cultura sostituito da un altro dirigente di Sel: la vicenda rilanciata da Fofi Lui accusa il suo partito e i grillini: fanno vecchia politica
di Adriana Comaschi
È l’ultima “ferita” lamentata a Bologna dal popolo di sinistra, già scosso dall’addio con scandalo dell’ex sindaco Flavio Delbono. Questa volta a fare rumore è la mancata riconferma dell’assessore regionale alla Cultura, Alberto Ronchi, nella giunta guidata per la terza volta consecutiva da Vasco Errani: da sempre nei Verdi, anticonformista (non ha il cellulare), apprezzato in modo trasversale per il suo lavoro negli ultimi cinque anni, Ronchi è rimasto a casa. «Triturato» dice lui, dalle logiche di spartizione che ormai affliggono tutti i partiti. Anche a sinistra: un’accusa rilanciata domenica sulle pagine dell’Unità da Goffredo Fofi.
Accusa che per Ronchi trova conferma nelle parole del suo successore, Massimo Mezzetti, entrato nella squadra di Errani “in quota” Sel (di cui era coordinatore regionale): «Anche noi vendoliani avevamo diritto a un posto». Un dibattito che in Emilia non è confinato ai salotti della politica: a chiedere un secondo mandato per Ronchi è stato pratica-
mente tutto il mondo della cultura in regione. Con un appello sottoscritto da 3500 persone su Facebook, tra cui 170 intellettuali e artisti: da Guccini a Giuseppe Bertolucci, da Lucarelli a Fresu.
Ronchi stesso dirà la sua, questa mattina in una conferenza stampa in cui sono attese diverse “anime” della sinistra cittadina, molta società civile, operatori culturali. Obiettivo, svelare i “retroscena” della sua esclusione, lanciare «un progetto» in dieci punti per Bologna, scagliarsi contro quella che chiama «politica spettacolo», virus di origine berlusconiana dilagante «anche in Emilia-Romagna». È la politica «fatta di dichiarazioni, di frottole» raccontate ai cittadini mentre nella pratica di tutti i giorni si fa tutt’altro: «Nella retorica quotidiana della sinistra si insiste su merito, esperienza, cultura, ruolo della società civile. Nella realtà, di queste cose non importa nulla». Nel caso emiliano, ecco allora una Sel «che a livello nazionale, con Vendola, parla di poesia nella politica, di fabbriche, ma che poi si muove secondo la vecchia logica delle “componenti interne”, dei posti. Vedi le affermazioni di Mezzetti, a cui peraltro auguro buon lavoro di cuore».
Il paladino di teatri, fondazioni, biblioteche, musicisti e di una miriade di associazioni assicura di non serbare rancore. Non ce l’ha con Errani, precisa, «lo stimo come prima delle elezioni e penso che senza di lui qui ci sarebbe stato un altro Piemonte. È uno dei pochi che non fa politica spettacolo, non va nei salotti tv ma sta sul territorio». Certo l’ex assessore si dice dispiaciuto, «poteva dare un segnale diverso con la mia riconferma, non ha voluto o potuto farlo». Le stilettate più forti vanno dunque a Sel, ma anche ai grillini: «Sono comunque un partito su base leaderistica e dal linguaggio mass mediatico, l’unica differenza è che usano internet invece che giornali e tv». La prova? Il «pasticcio» andato in scena dopo il voto, quando a scegliere il secondo eletto da portare in Regione «è stato il leader bolognese, che ha voluto un proprio uomo scavalcando la seconda più votata».
I vendoliani danno un’altra versione dei fatti. E invitano a valutare cosa sarebbe successo se ogni assessore “forte” della giunta Errani avesse fatto “campagna” su Facebook per la riconferma.
Al di là delle vicende personali il rischio all’orizzonte, nell’affaire Ronchi, è quello di una nuova fuga dalla politica. «In parte sono d’accordo con Fofi. E cioè sul fatto spiega la scrittrice Grazia Verasani, firmataria del documento pro Ronchi che il Pd oggi a Bologna non ha più il concetto di diversità. Se va avanti così però a votare non vado più».
Repubblica 12.5.10
Rivelazioni del leader radicale: la mia compagna non è mai stata gelosa
Sesso, le confessioni di Pannella "Ho amato tre, quattro uomini"
di Antonello Caporale
"Non mi sono mai sposato, ci andai vicino ma lei era troppo innamorata"
"Non ho mai avuto voglia di un figlio, ma credo che ci sia un cinquantenne che mi somiglia"
ROMA - «Io alle tre di notte esco per la città perché ho voglia di piangere e amare», spiegò Marco Pannella ai compagni raccolti attorno a lui in un congresso a Napoli.
Della essenza della vita e del valore, «anche politico», delle «carezze» Marco ha variamente illustrato. Ora dal palco, ora ai microfoni di radio radicale, e anche nelle stanze del partito, durante le chilometriche riunioni in via di Torre Argentina. Oppure a casa sua, dietro Fontana di Trevi. Una casa aperta nel senso letterale, avendo egli deciso, lo rivela Filippo Ceccarelli ("Il letto e il potere", Longanesi) di lasciare per anni senza serratura la porta d´ingresso e così rendere plateale la sua idea di convivenza plurima e felice.
Perciò Benedetto Della Vedova, ora deputato amico di Fini ma fior di ex per essere stato dentro la trincea radicale, ha letto senza stupore il flash d´agenzia che riportava il "coming out" pannelliano, e i "tre, quattro uomini che ho amato molto". «Solo chi è lontano da quel mondo si stupirebbe. Io no».
Eppure, ad ottant´anni e qualche giorno, Pannella ha voluto rievocare, in un´intervista a Clemente Mimun che oggi pubblica il settimanale Chi, anche il carattere bisessuale della sua inesauribile e polimorfa personalità. «Sono legato da 40 anni a Mirella (Paracchini, ndr), ma ho avuto tre, quattro uomini che ho amato molto. Non c´è mai stata alcuna gelosia con lei. Potevamo avere, e avevamo, anche altre storie».
Tre o quattro uomini. O cinque o anche sei e più. Certo tutti particolarmente giovani, e particolarmente militanti, decisamente coinvolti e rapiti dall´idea di contribuire alla sovversione dell´ordine e al ridisegno di valori finora destinati a colorare di grigio per tanti la vita striminzita e borghesuccia. Era, è anzi sempre risultata temeraria ma avvincente l´idea pannelliana di fare sesso come complemento e pratica politica, in qualche modo ideologizzarlo. E quindi è divenuto usuale, naturale abbracciare, anche come compimento finale di un ragionamento, i corpi in casa sua, nella stanza accanto a quella dove per esempio poteva capitare dormisse la propria compagna.
«Labile e deformato il confine tra politica e amore, linea d´ombra, segno indistinto», dice Marco Cappato, anch´egli espressione della straordinaria fucina di giovani talenti radicali. Militante semplice, ma presto segretario e poi eurodeputato. Un cursus honorum simile ai tanti coetanei che hanno raccolto dalla bocca di Pannella le prime parole d´ordine, e sfidato, avanzato, issato e poi ammainato la bandiera. Alcuni tradendola. Si ricordano solo i volti più noti: quello di Francesco Rutelli, o anche di Giovanni Negri («ma adesso mi occupo di vino e non di Pannella»), o di Daniele Capezzone, oggi portavoce di Berlusconi, o il belga Jean Fabre, uno dei primi segretari del partito divenuto "trasnazionale".
«L´amore come topos definito», afferma Della Vedova che si è aggiunto a quel mondo senza mai troppo mischiarsi. E´ questo Pannella. E anche quest´altro.
«Non mi sono mai sposato, ma arrivai alle pubblicazioni con Bianca, una ragazza che conobbi a Pavia. Però era troppo innamorata, pendeva dalle mie labbra, non poteva funzionare». E sulla mancata paternità: «Con Mirella ci abbiamo riflettuto tanto ad avere un figlio. Ma io non ne ho mai avuto voglia. Anche se ho un forte dubbio su una ragazza che conobbi tanti anni fa, Gabriella. Chissà se non ci sia un cinquantenne in giro che mi somiglia fin troppo». Ecco, un piccolo Pannella sarebbe una notizia. E una novità eccessiva e insopportabile: per il figlio putativo e forse anche per suo padre.