martedì 11 maggio 2010

Agi.it 10.5.10
CINEMA: BELLOCCHIO MERCOLEDI' AL VIEUSSEUX, CINEMA POTERE PSICOSI
Roma, 10 mag. - E' il suo momento d'oro: vinto il David di Donatello 2010 come migliore regia con il film 'Vincere', Marco Bellocchio mercoledi' prossimo incontra, nel prestigioso Gabinetto Vieusseux di Palazzo Strozzi a Firenze, il pubblico sul tema 'Cinema, Potere e Psicosi'. L'incontro, promosso dal Gabinetto Vieusseux con la Scuola dottorale in Storia dello Spettacolo dell'Universita' e' ispirato, si legge in una nota, alla vicenda raccontata nel film della relazione fra Benito Mussolini e Ida Dalser e prevede la partecipazione dello storico del cinema Sandro Bernardi e dello psichiatra Stefano Pallanti. "Vincere non e' solo un film sulla Storia d'Italia, ma e' anche e soprattutto un film sull'essenza del fascismo, sia storico che metastorico, ovvero sui micropoteri che reggono la societa' moderna - recita la nota - fra cui e' incluso il potere erotico: la seduzione sessuale come strumento di dominio". Infatti, 'Vincere', e' un film sulla donna: la storia di una donna "plagiata e distrutta da un uomo che aspira solo al potere".
Melodramma e storia convergono cosi' in una sintesi enigmatica: "la seduzione di una persona e la follia di un popolo", prosegue la nota. Nella prima parte, "la seduzione e il plagio della protagonista Ida Dalser sono collegati a un rapporto erotico con un Mussolini giovane, che pero' potrebbe essere un qualunque uomo aspirante al potere (questo l'aspetto melodrammatico, universale). Nella seconda parte, l'unica lotta che la Dalser riesce a sostenere, e' la rivendicazione di essere riconosciuta come moglie del Duce e madre di suo figlio. Interamente plagiata, privata di ragioni e di argomenti, non sa fare altro che rivendicare questo plagio. La sua chiusura in manicomio rievoca il tema bellocchiano della strega (Il diavolo in corpo, 1986; La visione del sabba, 1987), anticamente donna scandalosa e dannata, poi trasformata in isterica nell'800, e successivamente in donna moderna dalla sessualita' mitica e dirompente. Le scene del coito, immerse nell'oscurita', fanno pensare a una donna presa da un demone, e anche la fotografia di Daniele Cipri' fa brillare gli occhi di Mussolini di una luce diabolica. Nella seconda parte Mussolini scompare dietro una cortina di immagini di repertorio (questo e' il lato storico del film, con i cinegiornali Luce). Ma il demoniaco rimane. Come il diavolo spariva dietro una cortina di fumo, anche Mussolini, dopo avere sedotto la Dalser, scompare dietro una cortina di immagini". Il film Vincere! ha ricevuto numerosi riconoscimenti alle premiazioni del David di Donatello 2010, tra cui quello per la miglior regia a Bellocchio. (AGI) Pat

Corriere della Sera 3.4.95
Psicoanalisi e fascismo: un episodio inedito
"All' eroe della cultura Mussolini Con rispetto, Sigmund Freud"
di Massimo Ammaniti

Nel libro Freud e la ricerca psicologica (a cura di R. Canestrari e P. Ricci Bitti, ed. il Mulino), c' e' da segnalare un episodio poco noto raccontato nel capitolo scritto dallo psicoanalista Glauco Carloni, che ripropone, in una luce probabilmente diversa, il rapporto fra psicoanalisi e fascismo. Lo scenario del racconto e' Vienna, anche se l' antefatto e la conclusione sono ambientati in Italia. E' il 1933, a Vienna serpeggia un clima di allarme, perche' si avverte anche in Austria il pericolo di una svolta autoritaria e antisemita, come da poco e' successo in Germania con l' avvento di Hitler. La comunita' ebraica e' in allarme, anche se non tutti condividono queste preoccupazioni confidando nell' intervento della Societa' delle Nazioni. Ma torniamo allo scenario viennese. Tre persone provenienti dall' Italia giungono a un indirizzo divenuto storico, Berggasse 19. E' un grigio e austero edificio asburgico dove abita con la sua famiglia Sigmund Freud, l' eminente psicoanalista ebreo. Freud, molto avanti negli anni e consumato da un tumore con cui sta combattendo da tempo, e' ancora molto attivo, svolge la sua attivita' clinica e di ricerca e scrive saggi scientifici con cui allarga la conoscenza del mondo psichico. Dei tre uno e' un quarantenne allievo di Freud di origine triestina, Edoardo Weiss, con cui il maestro intrattiene da tempo un fitto scambio epistolare. Insieme a lui c' e' un personaggio che non ha nulla a che fare con la psicoanalisi, e' Giovacchino Forzano, uomo di teatro molto legato al regime fascista, che ha scritto addirittura delle opere teatrali in collaborazione con Mussolini. Con loro c' e' una giovane donna che e' la figlia di Forzano. Che cosa fanno tutti e tre davanti al portone dello studio di Freud? La soluzione la possiamo trovare in una lettera che Freud aveva inviato a Weiss il 12 aprile, in risposta a una lettera del suo allievo che faceva riferimento a "una malata isterica grave, figlia di un importante personaggio politico". Weiss aggiungeva che la paziente, nonostante avesse gia' raggiunto importanti miglioramenti, aveva manifestato reazioni cosi' negative verso di lui da allarmare il padre, che aveva sollecitato un consulto con Freud. A questa richiesta Freud rispondeva nella lettera del 12 aprile: "Per quanto riguarda la sua paziente sono pronto a fare qualsiasi cosa per giovare alla cura della signorina. Ma lei sa che questo giovamento ci si puo' aspettare sempre solo se la paziente stessa desidera ardentemente l' incontro. Se si lascia solo accompagnare e poi mi tratta come fa con lei, non possiamo che fare del danno". Non sappiamo che cosa si dissero durante il consulto e se soprattutto fu proprio la figlia di Forzano a volere l' incontro, o se intervenne con insistenza l' autorevole padre. Quello che sicuramente sappiamo e' che al termine dell' incontro Forzano, probabilmente affascinato dall' autorevolezza del vecchio maestro, gli chiese un suo libro per portarlo a Mussolini con una dedica indirizzata al Capo del Governo Italiano. Freud prese dalla sua grande libreria un libro che aveva pubblicato l' anno precedente "Warum Krieg?" (Perche' la guerra?) e di suo pugno scrisse la dedica, naturalmente in tedesco: "A Benito Mussolini coi rispettosi saluti di un vecchio che nel Governante riconosce l' eroe della cultura". E' difficile dare un' adeguata interpretazione della dedica di Freud cosi' apertamente encomiastica nei confronti di Mussolini. Weiss ritornando su questo argomento molti anni dopo riferi' che lui si era sentito "imbarazzatissimo", perche' sapeva che Freud non l' avrebbe rifiutata "per amor mio e della Societa' Psicoanalitica Italiana". Ma la versione di Weiss era di parte, la sua preoccupazione era quella di dimostrare che "Freud non aveva simpatia per Mussolini" e che lui era sempre stato un antifascista. Quello che rimane e' la dedica sicuramente calorosa su un libro molto particolare come e' "Perche' la guerra?". Il libro, pubblicato proprio nel 1933, e' un carteggio fra Einstein e Freud sul pericolo della guerra, stampato per conto della Societa' delle Nazioni, in un momento storico in cui si cominciano ad addensare i pericoli di una nuova guerra mondiale. Probabilmente Freud confermo' con il suo comportamento le sue teorie sulla contraddittorieta' della psiche umana. Infatti con la mano destra scriveva una dedica particolarmente positiva, mentre con la sinistra porgeva al dittatore un libro che richiamava i pericoli della violenza e dell' ostilita' nei rapporti fra i popoli. Purtroppo dopo qualche anno anche Freud fu vittima della violenza nazista, quando la Germania invase l' Austria. Nel 1938, ormai ottantaduenne e allo stremo delle sue forze, dovette assistere alla perquisizione della sua casa da parte della Gestapo e due suoi figli furono arrestati. Il clima di Vienna era diventato irrespirabile e Freud prese la decisione di abbandonare l' Austria. Ma il suo espatrio fu ostacolato dal nuovo governo nazista e fu necessaria una mobilitazione internazionale di uomini di stato, fra cui Roosevelt, ambasciatori e uomini di cultura per ottenere l' autorizzazione a partire. E' qui che in modo inatteso ricompare Forzano. Forse memore dell' incontro e forse ancora riconoscente per l' interessamento di Freud, o forse anche per l' intervento della figlia, Forzano si decide a scrivere a Mussolini una lettera in cui ne sollecitava l' intervento: "Raccomando a Vostra Eccellenza un vecchio glorioso di 82 anni che tanta ammirazione ha per l' Eccellenza Vostra: e' Freud, ebreo". Ancora una volta ci manca il riscontro se la lettera di Forzano ebbe un esito positivo. Molti anni dopo Weiss escluse un intervento diretto di Mussolini, mentre Ernst Jones, il biografo ufficiale di Freud, sembrava convinto che Mussolini in persona si fosse dato da fare per salvare il grande maestro viennese. Secondo quest' ultima versione i rapporti fra psicoanalisi e fascismo verrebbero ad assumere sfaccettature piu' complesse di quelle che siamo abituati a riconoscere, ulteriore riprova dell' assunto di Freud che la natura umana e' profondamente contraddittoria e forse per questo imprevedibile.

l’Unità 11.5.10
Forza Nuova. Pillola Ru486
Donne contro donne: «Stupratele, che abortiscono»
di A.C.

D onne che inneggiano allo stupro di altre donne. È successo anche questo domenica a Massa, a margine di un rovente dibattito con il leader di Forza Nuova Roberto Fiore sulla pillola Ru486. Una decina di donne di associazioni pro 194, di tutte le età, ha deciso di partecipare al dibattito, in una sala concessa dal Comune tra mille polemiche all’associazione Ordine futuro, legata a Fn. All’ingresso i primi insulti. Alle donne che chiedevano un programma, due giovanotti hanno risposto: «Il programma è che oggi le compagne fanno i pompini ai fascisti». E ancora: «Siete venute nella casa dei
fascisti, oggi comandiamo noi». Due ragazze, a quel punto, hanno deciso di andarsene, una in lacrime. Altre hanno scelto di restare, hanno ascoltato la discussione e hanno anche avuto uno scambio di opinioni, corretto, con Fiore. «L’aborto è come l’eutanasia», ha tuonato il leader di Fn, «è un diritto», hanno risposto. Quando il gruppo ha deciso di andarsene, altre due donne,simpatizzanti dell’estrema destra (Forza Nuova sostiene che non sono iscritte) le hanno aggredite verbalmente: «Stupratele che tanto poi abortiscono». I toni si sono arroventati, altri simpatizzanti dell’estrema destra sono corsi a dare manforte, con nuovi insulti: «Assassine», «Compagne bagasce». A una ragazza incinta sono stati rivolti commenti pesanti sulla sua gravidanza. Nessun contatto fisico, anche grazie alla massiccia presenza di forze dell’ordine che presidiava la sala, il Teatrino dei Servi, mentre fuori a distanza manifestavano varie sigle di sinistra, dai Carc al Prc, contro la decisione del sindaco Pucci (che guida una maggioranza di sinistra senza Pd) di concedere la sala all’estrema destra. Un cameraman della tv locale Antenna Tre, che stava riprendendo il parapiglia, è stato aggredito: un giovane ha tentato di strappargli la telecamera, ma lui ha difeso il suo strumento di lavoro. Una delle donne aggredite racconta: «Ho chiamato io la Digos per difenderci, ma gli agenti hanno deciso di accompagnarmi fuori». Nella maggioranza si levano voci per portare in Consiglio una “carta dei valori” che in futuro dovrebbe essere firmata per poter avere in uso le sale del Comune. Il Pd rivendica la primogenitura della proposta e critica il sindaco: «Non si doveva dare la sala a un’associazione che inneggia al razzismo». E il segretario Brizzi ricorda: «Nella lista Udc a sostegno del sindaco era candidato anche Francesco Mangiaracina, referente locale di Forza Nuova...».

Repubblica 11.5.10
Quei funerali contro l’aborto
Risponde Corrado Augias

Gentile Augias, il 7 maggio a Cremona è stato celebrato il funerale di un feto abortito. Quelli di cui non viene richiesta sepoltura o cremazione sono presi in carico, per un accordo con l'Azienda ospedaliera e l'amministrazione comunale, da un'associazione religiosa che si occupa a proprie spese dell'inumazione. L'interramento è accompagnato da un rito con preghiera e benedizione. Al funerale di cui parlo un violinista ha eseguito un brano toccante, c'erano rose bianche e soprattutto, per dare valore politico alla cerimonia, il vicesindaco Pdl e esponente di Cl, nonché l'assessore ai servizi cimiteriali, leghista. L'associazione "Difendere la vita con Maria" è un'organizzazione di volontari che operano, negli ospedali dove si fanno aborti, con la finalità di promuovere il seppellimento dei feti non venuti alla luce per aborto spontaneo o procurato. L'associazione combatte la legge 194 con pressioni 'trasversali', esibendo spirito caritatevole, certo non verso le donne e la loro vita, ma per equiparare, nel sentire comune e poi nella giurisprudenza, il feto ad una persona dotata di diritti. Il passo successivo è breve: se il feto è soggetto giuridico, l'aborto è un omicidio. È evidente il carico di colpa che si vuol gettare sulle spalle delle donne che hanno affrontato l'immenso dolore dell'interruzione di gravidanza.
Annamaria Abbate annamariabbate@yahoo.it

Leggo su un giornale locale questo 'sommario' posto in testa al servizio: "Il rito celebrato al civico cimitero è stato seguito da una piccola folla Preghiere, raccoglimento e nessuna sbavatura . C'era anche una mamma: Per me oggi è una giornata di luce. Ora so finalmente dov'è mio figlio Una volontaria depone una rosa". Dare sepoltura ad un feto abortito sarebbe in sé un atto pietoso se non si trasformasse invece, per le modalità con cui viene eseguito, in un gesto intimidatorio. In questo paese c'è, al momento, una legge confermata da referendum popolare che consente, in determinati e limitati casi, di abortire. Le autorità comunali che partecipano al rito portando rose bianche accompagnate dal canto mesto di un violino trasformano la cerimonia d'inumazione in un manifesto politico. Nessuno si chiede per quale seria, forse drammatica, ragione quella madre ha voluto, dovuto, interrompere la gravidanza. Nessuno precisa di quante settimane fosse quel feto. In queste circostanze l'intenzione di deprecare la legge, di far sentire colpevole la donna che ha manifestato quella volontà, supera di gran lunga la pietà verso le povere membra chiuse nella minuscola bara, diventa una truce affermazione di principio. Vorrebbe sembrare pietà e invece è un gesto avvelenato dall'ideologia.

Repubblica 11.5.10
Legge 40, dopo le modifiche 700 bimbi in più ogni anno
di Letizia Magnani

Al congresso di Riccione riunite le otto sigle che si occupano di salute riproduttiva A dodici mesi dalla sentenza della Corte Costituzionale una ricerca segnala molti progressi: più embrioni impiantati, meno aborti, una nascita ogni 52 transfert
Sembra diminuito il numero di parti plurigemellari Costi e problemi per le over 45

Una delle battute più frequenti ai congressi medici sulla riproduzione è quella che i bambini è meglio farli alla vecchia maniera, sotto le coperte e non sul lettino di un ambulatorio, ma la procreazione medicalmente assistita (Pma) in realtà è molto più che una alternativa per numerose coppie che incontrano problemi a diventare una famiglia con prole in maniera naturale.
È questo uno degli argomenti che hanno tenuto banco anche a Riccione, dove si è concluso il secondo congresso unificato delle società italiane di medicina della riproduzione. Sono otto e mettono assieme 400 esperti di biologia, andrologia e ginecologia.
Al centro del congresso, che si è concluso con l´annuncio della nascita della Federazione delle società che si occupano di salute riproduttiva (la notizia verrà ufficializzata a Roma, nel corso del congresso europeo di medicina riproduttiva, dal 27 al 30 giugno), ci sono stati alcuni temi fondamentali per la salute riproduttiva. Primo fra tutti quello dei passi in avanti fatti ad un anno dalla sentenza della Corte Costituzionale sulla legge 40, che attribuisce agli operatori della procreazione assistita maggiore autonomia nella scelta delle tecnica migliore per offrire più possibilità alla coppia infertile. Al centro c´è la madre, la sua salute. Poi vengono le esigenze dell´embrione e, anche, la possibilità di optare sul congelamento, solo nel caso in cui, però, tutte le altre possibilità siano state infruttuose.
Da qui i risultati della prima analisi italiana su coppie trattate prima e dopo la sentenza 151 della Suprema Corte. Sono 6.976 in tutto i cicli presi in esame. Con un numero superiore di embrioni trasferiti dopo la sentenza, una diminuzione percentuale degli aborti e un bambino nato ogni 52 transfert. «Il che ha spiegato Filippo Maria Ubaldi, curatore assieme ad Andrea Borini e Paolo Emanuele Levi Setti della ricerca significa circa 700 bambini in più all´anno. Dopo la sentenza c´è stata la possibilità di preferire morfologicamente gli embrioni nel 48% dei cicli, con l´aumento di gravidanza evolutiva». La ricerca, condotta dall´Istituto Clinico Humanitas, da Tecnobios Procreazione e da G.en.e.ra., per conto di Sifes, una delle società italiane che si occupa del tema, mette in evidenza come sulle donne dai 30 ai 35 anni bastino meno di due embrioni trasferiti per il buon esito della terapia. Mentre maggiori problemi incontrano le donne dai 35 ai 39 anni, dove pure, dopo la sentenza, c´è stato «un aumento significativo delle gravidanze, con un bambino nato ogni 28 transfert».
È inoltre parere di tutti gli esperti che «i medici fertilizzano il numero di ovociti necessari per avere bambini, cioè non hanno creato embrioni in più dopo la sentenza». Questa la sintesi di Guido Ragni, portavoce delle società organizzatrici del Congresso. La sentenza serviva anche a tutelare le madri dai parti multigemellari indesiderati, ma al momento i dati italiani non danno indicazioni utili, anche se pare che sui casi considerati ci sia una netta diminuzione di questa possibilità.
Uno dei grandi limiti alla procreazione rimane il fattore età. Per Marco Costa, del Galliera di Genova «le donne dovrebbero essere ben informate e non seguire i miti mediatici, come Madonna o altre super donne che cercano la maternità anche oltre i 45 anni. Da uno studio australiano emerge infatti che nelle donne di 40 anni nasce un bambino dopo 8 tentativi, con un costo, nel caso di procreazione medicalmente assistita, che varia dai 40 ai 60mila euro. Costo che arriva a 700mila euro nel caso di madri di 45 anni, che riescono ad avere un bambino solo dopo 167 tentativi». Se non si hanno portafoglio e tenacia, insomma, meglio desistere.

il Fatto 11.5.10
Il cardinale attacca Sodano, ma l’obiettivo è il futuro conclave
Le parole di Schönborn si rivolgono al “dopo Ratzinger”
Da Vienna inizia la guerra ai “reazionari” e la difesa dell’azione del Papa contro gli abusi nel clero
di Marco Politi

L’attacco al cardinale Sodano apre il tavolo del futuro Conclave. Con la sua mossa Schönborn pone il problema dell’organizzazione del potere ai vertici della Chiesa e sottolinea l’urgenza di una riforma.
La sortita straordinaria dell’arcivescovo di Vienna non è una rissa tra porporati. Triplice è la sua traiettoria: sostenere l’operazione pulizia di Benedetto XVI, salvaguardare la memoria di Wojtyla, porre le basi per il dopo-Ratzinger. Il cardinale di Vienna Schönborn, sollevando il caso del suo predecessore Groër costretto alle dimissioni per pedofilia, mira in realtà allo scandalo del fondatore dei Legionari di Cristo, Maciel, la cui condotta ignominiosa è stata certificata da un recente documento della Santa Sede. Mai nella storia della Chiesa si è assistito a un tale cinico, lurido, paranoico sdoppiamento tra la pretesa di porsi come Grande Padre di un movimento per il Regno di Cristo e una pratica di vita immorale con un potere spirituale totalitario usato a fini predatori. Chi tocca i fili di una vicenda del genere, muore. E le accuse di Schönborn al cardinale Sodano sono implacabili. Se l’ex segretario di Stato viene catalogato fra coloro che hanno impedito l’indagine sui crimini di Maciel, la sua credibilità crolla. In gioco viene messa automaticamente la posizione di Sodano quale decano del Sacro Collegio, cui tocca in caso di Conclave la presidenza delle riunioni preparatorie dei cardinali-elettori. Papa Wojtyla, benché malato di Parkinson, rimase lucido sino alla fine nel tracciare la sua strategia geopolitica. Ma per il resto ha sempre lasciato ai suoi più stretti collaboratori la gestione della macchina cur iale, la nomina dei vescovi, gli affari correnti. Sodano – con il segretario papale Dziwisz e lo stesso Ratzinger – rappresentava la cerchia interna degli intimi collaboratori di Wojtyla. Indicandolo tra gli oppositori delle inchieste volute da Ratzinger, Schönborn solleva una questione cruciale: come è stato informato o disinformato Giovanni Paolo II su Groër, Maciel e altri casi similari? Che tipo di disinformazione gli è stata fornita su altre vicende ecclesiali? Domanda esplosiva. Che rimanda all’uso del potere nelle stanze segrete della Curia. C’è anche un aspetto di allarme attuale. Sotto la pressione degli eventi, che hanno toccato le sue convinzioni morali, Benedetto XVI è stato costretto negli ultimi mesi ad una perestrojka accelerata all’interno della Chiesa: decapitazioni di vescovi, pubbliche autocritiche, ammissione della necessità di affidare ai tribunali statali i preti colpevoli (in controtendenza alla pratica secolare di mantenere all’interno della propria giurisdizione i casi sporchi), sconfessione delle pratiche secolari di omertà, accettazione di responsabilità dinanzi alle vittime e all’opinione pubblica. Non tutti nei ranghi ecclesiali sono d’accordo con questa eclatante tolleranza zero. La rivolta clamorosa del cardinale Castrillon Hoyos che a Murcia, in Spagna, poche settimane fa ha esibito tra tonanti applausi una sua lettera del 2001 al vescovo francese Pican, lodato perché non aveva “consegnato” alle autorità statali un prete pedofilo, ha rivelato in modo allarmante questa opposizione sotterranea. Specie perché tra gli entusiasti sostenitor i di Castr illon Hoyos, fattosi forte di un’autorizzazione di papa Wojtyla, c’era anche il cardinale di Curia Antonio Canizares, da poco chiamato a Roma dallo stesso Benedetto XVI per guidare la Congregazione per il Culto. L’intervento pasquale del cardinal Sodano, che ha derubricato a “chiacchiericcio” la documentazione dei mass media sugli abusi del clero, ha aggravato la situazione. L’intervento del cardinale Schönbor n mira a bloccare il sabotaggio anti-Ratzinger. Però con la sua mossa audace il cardinale di Vienna guarda – oltre lo scandalo pedofilia – al futuro della Chiesa. Il porporato, grande elettore di Ratzinger al conclave del 2005, sa che l’elezione di Benedetto XVI è avvenuta in uno “stato di emergenza”. Dinanzi alla necessità di riempire rapidamente il vuoto enorme lasciato dalla scomparsa del carismatico Wojtyla (e in assenza del candidato r ifor matore Martini, fuori gioco per malattia) venne scelto Joseph Ratzinger come unica personalità di alto livello intellettuale e spirituale, dotata di prestigio internazionale. Fu portato da una maggioranza moderata e conservatrice, desiderosa di un pontificato “di pausa” e di garanzia dottrinale.
Ma all’interno di questo schieramento esiste un blocco reazionario, supercentralista, ottusamente anti-moderno, che Schönborn con la sua sortita senza precedenti vuole portare alla luce e isolare per impedirgli di pesare sul futuro Conclave. Perché quello che nel pensiero ratzingeriano è pessimistica meditazione di un monaco, che vede l’Europa cristiana desertificata dall’arrivo di nuovi barbari, nella visione del blocco reazionario è soltanto desiderio ossessivo di una rivincita sul moder no.
Schönborn , e con lui molti vescovi nei vari continenti, sono invece convinti che la Chiesa abbia bisogno di riforme e che dopo l’intervallo del pontificato ratzingeriano sia inevitabile sciogliere molti nodi. Nel 2005, per responsabilità di Ratzinger allora decano del Sacro Collegio, fu impedito ai cardinali elettori – nelle settimane antecedenti al Conclave – di discutere apertamente in interviste e riunioni pubbliche l’agenda dei problemi della Chiesa. Come invece era avvenuto nel 1978. Questa volta Schönborn , e non è il solo, ritiene che vadano affrontate le sfide sul tappeto. A partire dall’organizzazione del potere nella Curia e dalla collaborazione tra papa ed episcopato mondiale. Non a caso, conversando con i giornalisti austriaci, ha definito “urgente” la riforma della Curia, ha evocato “considerazione” per le coppie omosessuali stabili, ha riparlato dei divorziati risposati. Di recente aveva anche proposto un riesame del celibato del clero. Come il cardinale Martini, del resto.
La partita è appena iniziata. Sarà di lungo respiro e riserverà colpi di scena.

il Fatto 11.5.10
É definitivo: don Cerullo è un pedofilo
Sei anni e otto mesi in Cassazione per il prete arrestato in flagranza di reato
L’avvocato: “Il vescovo di Aversa non ha mai pronunciato una parola di pietà per la vittima”
di Vania Lucia Gaito

Sei anni e otto mesi. È questa la pena, confermata dalla Corte di Cassazione, per don Marco Cerullo, vice parroco di Casal di Principe e insegnante di religione a Villa Literno, arrestato in flagranza di reato dalle forze dell’ordine il 19 dicembre 2007, mentre in macchina abusava di un suo alunno di 11 anni. La vittima raccontò che don Marco lo aveva allontanato dalla scuola con la scusa di comprare i colori del presepe e aggiunse che già altre volte aveva abusato di lui, anche a casa del bambino.
La Cassazione ha sostanzialmente confermato la sentenza di Corte d’Appello, compresa la provvisionale già disposta di 50.000 euro. Ma finora il sacerdote non ha pagato neppure un centesimo. E qualsiasi azione legale per la richiesta di risarcimento rischia di cadere nel vuoto: il sacerdote, infatti, risulta nullatenente. Al momento dell’arresto di don Marco, il vescovo di Aversa monsignor Milano dichiarò che preferiva aspettare i tempi della giustizia. “La giustizia ha fatto il suo corso ma monsignor Milano non ha ancora pronunciato una parola” afferma Sergio Cavaliere, l’avvocato della vittima. “Non una parola di pietà per la sorte della vittima in questi due anni e cinque mesi. Eppure si è preoccupato della sorte di don Marco, promettente teologo”.
In questi due anni e cinque mesi, don Marco Cerullo è stato agli arresti domiciliari presso una comunità religiosa, nel frusinate, che accoglie anche giovani e giovanissimi. “Non sappiamo se nella comunità protetta si sia astenuto da ogni ufficio o servizio in strutture frequentate da minori come prescritto dal gup Chiaromonte il 19 novembre 2008” sostiene l’avv. Cavaliere. “E non sappiamo se don Cerullo continuerà a dir messa, scontata la reclusione”.
Sul conto di don Marco e della diocesi di Aversa rimangono aperti molti interrogativi. Don Marco ha frequentato il seminario minore di Aversa, dove accedono bambini delle scuole medie e ragazzi delle scuole superiori. Ed è proprio in quel seminario che è celebre il “gioco dello scarpone”, una metafora, neppure troppo velata, per l’atto dell’abuso sessuale. In quel seminario don Marco è tornato, in seguito, come assistente spirituale dei giovanissimi allievi. È stato poi trasferito come parroco a Villa Literno e da lì, appena un mese prima dell’arresto, trasferito come viceparroco a Casal di Principe.
Possibile che la diocesi non abbia mai ricevuto segnalazioni sul conto di don Marco, sospetti, chiacchiere, insomma, qualcosa che inducesse a una maggiore attenzione sull’operato del sacerdote? In fondo, certe “inclinazioni” non si manifestano improvvisamente.
“Non ho ricevuto mai alcuna segnalazione, sul conto del sacerdote” afferma il vescovo di Aversa, monsignor Milano. “È un grande dolore che sopporto ormai da quando ho saputo dell’arresto. Tuttavia la cattiva condotta di un sacerdote non deve inficiare l’opera dei sacerdoti che invece compiono quotidianamente il proprio dovere nei confronti della Chiesa e dei fedeli.”
Le disposizioni del Papa, in merito alle accuse di abusi sessuali nei confronti di sacerdoti sembrano essere piuttosto chiare e prevedono un procedimento canonico. “Il procedimento è già stato aperto – sostiene monsignor Milano – Si tratta di una indagine della Congregazione per la Dottrina della Fede, cui spetta la competenza per questi casi particolari. La Chiesa segue le direttive del Santo Padre, che è un faro lungo il nostro percorso spirituale.” Le persone abusate hanno necessità di rivolgersi a specialisti per tentare di superare il trauma e le cure sono piuttosto costose. Don Marco non ha mai risarcito la vittima e risulta nullatenente. Forse la diocesi, per dovere se non altro morale, potrebbe in qualche modo provvedere al risarcimento, o comunque all’assistenza della vittima. “Queste sono decisioni che un vescovo non può prendere da solo – prosegue il vescovo Milano – sarà vagliato il problema dalla collegialità e sarà presa una decisione”. Non una parola sulla possibilità di incontrare la vittima, almeno per offrire le scuse e il conforto spirituale alla famiglia.
Don Marco Cerullo, che non era presente alla sentenza, sarà probabilmente tradotto in carcere a breve. Ha scontato 2 anni e 5 mesi agli arresti domiciliari. Gli restano 4 anni e 3 mesi da trascorrere in carcere, ma con lo sconto della pena per buona condotta (3 mesi l’anno) il sacerdote probabilmente finirà col restare in carcere poco più di due anni e mezzo. La sua vittima, invece, resterà segnata dagli abusi subiti per tutta la vita.

il Fatto 11.5.10
Chiesti 5 anni per il parroco di Arese
di V. L. G.

Il pm di Milano, Giancarla Serafini, ha chiesto una condanna a 5 anni di reclusione per don Marco Redaelli, salesiano, parroco 75enne di Arese, accusato di violenza sessuale aggravata nei confronti di una bambina di 7 anni. La bambina raccontò prima alla nonna e poi al padre quanto aveva subito, e ha poi confermato il racconto, con descrizioni precise, durante l’incidente probatorio. Il sacerdote, ex missionario in Africa e in America Latina, si è sempre professato innocente. Secondo la difesa, le accuse sarebbero state montate dal padre della vittima per speculare sulla vicenda. Anche gli aresini si sono schierati dalla parte del sacerdote, ritenuto un prete caritatevole. La famiglia della bambina è stata costretta a trasferirsi a seguito della manifesta ostilità dei propri concittadini. E, davanti ai giudici, il padre della vittima ha raccontato: “Non hanno nemmeno permesso a mio figlio maggiore di iscriversi all’oratorio”. Lo stesso oratorio dove il 24 settembre 2007 sarebbero avvenuti gli abusi sulla piccola.

L’Express 10.5.10
Marco Bellocchio fait sa leçon de cinéma
qui
http://www.lexpress.fr/culture/cinema/marco-bellocchio-fait-sa-lecon-de-cinema_890976.html

Repubblica 11.5.10
La democrazia come stile di vita
di Carlo Alberto Dalla Chiesa

"La libertà non può prescindere dal rispetto che dobbiamo avere l´uno per l´altro"
"È il cittadino che deve sollecitare i suoi rappresentanti sollevare battaglie, porre problemi"
Alla rassegna che apre giovedì verrà presentato il libro-intervista a Scalfaro e Caselli È dedicato all´importanza e alle prospettive della Costituzione e della Repubblica
L´ex capo dello Stato invita i giovani a impegnarsi in politica e nelle istituzioni

Anticipiamo alcuni brani del libro "Di sana e robusta Costituzione" (Add editore). Nel volume Oscar Luigi e Scalfaro e Gian Carlo Caselli rispondono a , figlio di Nando, sui problemi e l´attualità della nostra Carta costituzionale. Pubblichiamo alcune delle risposte del presidente emerito della Repubblica Scalfaro

Quali sono i costumi, i comportamenti negativi che stanno prendendo piede nella nostra società? E quali sono gli anticorpi necessari per contrastarli?
«Mettiamoci intorno a un tavolo e chiediamoci: che cosa pensiamo della persona? Che abbia dei diritti, o che non li abbia? Che cosa pensiamo della libertà? Arriva fino al punto di permettere che ognuno faccia ciò che vuole o è una libertà limitata da quella degli altri? Discutiamone.
Possiamo essere tutti liberi, ma bisogna che ognuno di noi abbia rispetto dello spazio dell´altro. Se uno pensa solo a se stesso e basta, questa è prepotenza. Su queste cose si sconfina con facilità e la grave tragedia di oggi è il qualunquismo(...)».
Lei accennava al qualunquismo che sta sempre più prendendo piede nel nostro Paese; come ribatte a quanti sostengono che estraniarsi dalla vita politica è una scelta legittima?
«La politica è un´attività obbligata, necessitata, dell´uomo. L´uomo nasce politico, nella polis, nella civitas, nasce nella comunità. Nasce come animale sociale: la tribù, la famiglia, la comunità, il paesello, la provincia. Così nasce l´uomo, e ha bisogno di tutti e di tutto. Così è il bambino, dopo la nascita. Quando qualcuno dice: "Basta! Non ne voglio sapere! Non voto più! Non vado! Sono contrario!", questo qualunquismo, che è pericoloso, questo disinteressamento, che è molto pericoloso, sono in realtà posizioni politiche: chi dice simili cose, mentre le dice sta prendendo una posizione politica che ha conseguenze politiche negative su tutta la comunità. Questo dimostra che la politica è necessitata, non c´è niente da fare. Perciò non consente contestazioni, questa è la realtà».
Lei, che ha ancora negli occhi quell´Italia da cui è sorta la nostra Repubblica, conserva la saggezza e la capacità di analisi di chi ha lottato per far uscire il Paese dalla guerra e dalla dittatura in cui era sprofondato. Chi oggi di fatto fa professione di qualunquismo sembra invece non rendersi conto delle conseguenze portate da tale posizione. Presidente, quali sono i rischi di questo allontanamento dalla politica?
«In una storia non lontana abbiamo assistito a situazioni in cui non ha vinto la parte che aveva la maggioranza, e la maggioranza è rimasta a guardare, speculando su certi interessi: "la dittatura mi serve perché tiene a bada quel settore o quest´altro; e io ho a che fare con questi settori…"; infatti la dittatura ebbe poi aiuti da settori ben chiari che avevano soprattutto un concreto interesse materiale finanziario. Oggi votare non è facile; ma perché non votare? è meglio chiamarsi fuori o è doveroso cercare una soluzione magari poco soddisfacente, ma comunque una soluzione? Quali sono le alternative alla partecipazione? Disinteresse? Lavarsene le mani? Da magistrato posso ricordare un collega famoso che fece questo gesto: si chiamava Ponzio Pilato, magistrato romano. Per quel gesto, Gesù Cristo andò sulla croce. Dico sempre: per chi ha il potere, il primo male è non esercitarlo. È di gran lunga questo il male peggiore. Chi esercita male il potere fa un danno grave, ma intanto lo esercita. E mi dà anche la possibilità di fare battaglia. Invece il non esercitarlo e chiamarsi fuori è la cosa peggiore al mondo. Allora, che dirvi? Questo tempo è vostro. Non ve lo dico come un´accusa, ve lo dico con tanto amore. Questo tempo è vostro. Gli anni dal 1940 al 1945 erano tempo nostro, mio. E non sapevamo, a volte, dove mettere le mani. Ogni volta che parlo, specie ai giovani, dico: ho vissuto l´inverno del 1944. Non ho ceduto e ringrazio Dio, che mi ha impedito di farlo. (...) Quel tempo era nostro. Non che questo non lo sia, perché fin quando uno è al mondo deve sentire la responsabilità della propria presenza. Ma questo tempo è vostro. Non state immobili a guardare. La Costituzione è da scrivere con la vostra vita. Ve lo dico, perché ci credo fino in fondo: la Costituzione è da amare. E per amarla bisogna conoscerla e viverla, attuarla e sentirla propria. È una pagina che non abbiamo affrontato, ma che voi scriverete. Sono certo che la scriverete bene. E vi ringrazio».(...)
La Carta costituzionale ha tanto da insegnarci per vivere il presente che ci è stato dato in sorte e per continuare a mettere le basi per il futuro della nostra società; quali insegnamenti possiamo quindi trarre per il futuro?
«La democrazia deve rimanere vitale nei punti focali. Se il parlamentare ha un vincolo diretto con il cittadino, è il cittadino che pone le questioni, gliele trasmette e lui porta avanti questa battaglia, solleva i problemi.
La democrazia è uno stile di vita, universale e completo. È scomodo. Molte volte ho letto che la democrazia è scomoda, ed è vero. Siamo entrati da tempo in una forma di diseducazione. Non si deve avere una visione disastrosa, perché è sbagliato…
Non arrendetevi mai! Quando fate una battaglia sui princìpi, non arrendetevi mai! (...)».
Si sente spesso parlare delle nuove generazioni come di giovani senza sogni, senza valori, apatici, indifferenti… Come definirebbe i giovani di oggi, visto che spesso è a loro che si rivolge? Sono una risorsa o un problema?
«I giovani sono sia una risorsa sia un problema. Rappresentano una risorsa, se siamo in grado di valorizzarli e di dare spazio alle loro capacità e ai loro talenti. Il tema del lavoro è un esempio significativo delle difficoltà che i giovani devono affrontare nella società odierna: ai miei tempi, finiti gli studi si avevano di fronte diverse possibilità di impiego tra cui scegliere; oggi invece la situazione è molto pesante, anche se devo dire che ho conosciuto molti giovani che, dotati di una volontà straordinaria, non si sono arresi mai».