Ansa.it 3.5.10
Salute: Pillola giorno dopo, un libro per le donne italiane
La pillola del giorno dopo, un farmaco che in molti Paesi d'Europa e negli Usa e' acquistabile liberamente al banco come contraccettivo di emergenza entro le 72 ore successive a un rapporto sessuale non protetto, e' poco nota nei meccanismi alle donne italiane. Con l'obiettivo di diradare questa 'nebbia' e spiegare cosa e' e come funziona il sistema contraccettivo, due ginecologi, Carlo Flamigni e Corrado Melega, presentano in questi giorni un agile libro dal titolo 'La pillola del giorno dopo. Dal silfio al levonorgestrel', nella collana dedicata a medicina e sanita' da L'asino d'oro edizioni. Il volume, sottolineano gli autori, ''offre la possibilita' di una valutazione critica, soffermandosi sulla storia, i vari metodi utilizzati, e i meccanismi di azione del farmaco, un progestinico che agisce inibendo o alterando la qualita' dell'ovulazione. E questo, senza interferire sull'impianto dell'ovulo fecondato sulla mucosa uterina, che avviene cinque giorni dopo la fecondazione''. ''Poiche' la gravidanza inizia con l'annidamento dell'ovulo fecondato nella mucosa uterina - affermano i due autori, che cosi' intervengono nel dibattito in seno al Comitato Nazionale di Bioetica, di cui Flamigni e' membro da 20 anni - non possiamo affermare che il farmaco sia abortivo, non solo perche' non interrompe una gravidanza in atto, ma anche perche' non interferisce sul destino di un ovulo fecondato, cosa che per alcuni e' equiparabile ad un aborto''. In Italia, la pillola del giorno dopo puo' essere venduta con ricetta nominale non ripetibile prescritta da un medico: pertanto, in caso di necessita' e' necessario rivolgersi obbligatoriamente a un medico, con tutte le difficolta', sottolineano infine Flamigni e Melega, sia pratiche che di ordine psicologico che si ricollegano a tale eventualita'.
l’Unità 6.5.10
Intervista a Dimitri Delionalis
«Ribelli e violenti. Non hanno progetti e idealità»
Scrittore e giornalista: Li rafforza la disperazione e la rabbia, oltre che la debolezza della sinistra Tra i leader l’italiano Bonanno, mediocre ideologo
di Umberto De Giovannangeli
uNon hanno alcun progetto insurrezionalista. La violenza è strumento e fine. Sono i figli degeneri di una sinistra
senza più progetto o idealità». A sostenerlo è Dimitri Delionalis, corrispondente dell’Ert, la Tv greca, profondo conoscitore del «pianeta anarchico» greco.
Qual è l’identikit dei gruppi anarchici che stanno incendiando, e non è una metafora, Atene e la Grecia? «Sono gruppi che hanno fatto la loro comparsa dopo la caduta del regime dei colonnelli. All’inizio la gente li guardava con distacco. Era più folklore che altro. Poi però si sono stabilizzati e hanno avuto il loro momento di maggiore vigore nei gravissimi scontri che sono succeduti per una decina di giorni nel centro di Atene nel dicembre 2008, dopo la morte del quindicenne Alexis Grigoropoulos. I gruppi anarchici e dell’estrema sinistra furono i protagonisti di quegli scontri con il sostegno di gran parte del mondo giovanile studentesco che espresse così la sua rabbia per l’uccisione di Grigoropoulos. Da allora quei gruppi sono riusciti ad avere una grande influenza nell’universo giovanile e studentesco, senza però alcun progetto politico. Dietro la violenza, le barricate, le molotov non c’era alcun disegno politico. La violenza era al tempo stesso strumento e fine».
Siamo ad una proposizione del luddismo in salsa greca? «Diciamo che sono gruppi formati da gente che esprime la propria ribellione allo stato di cose esistenti attraverso la pratica della violenza. A questo c’è una riprova clamorosa che unisce Atene a Catania...».
Quale sarebbe questa riprova?
«Uno dei loro principali teorici è un catanese, Alfredo Bonanno, attualmente in carcere in Grecia per rapina. Costui in Italia non gode di grande considerazione, un teorico di serie C, un personaggio assolutamente minore nel panorama estremistico italiano. In Grecia invece le sue teorizzazioni hanno molta presa negli ambienti dell’anarchismo greco». C’è il rischio che questo luddismo possa trasformarsi in vero e proprio terrorismo?
«Si è già trasformato ampiamente. Dopo la ribellione del dicembre 2008 si sono formati nuovi gruppi terroristici che hanno provocato morti. Per capire la caratura di questi gruppi armati, basta pensare che uno dei capi di questi gruppi, Nikos Mansiotis, è un anarchico che nel ‘96 aveva piazzato una bomba fuori da un ministero. La bomba non era esplosa e lui aveva lasciato le sue impronte. È stato arrestato e una volta uscito dal carcere si è posto alla guida dei violenti senza progetto politico. Sono una caricatura delle Br. Se costoro sono ancora in campo è perché ad affrontarli è una polizia incapace. Questo sul piano operativo...».
E su quello politico?
«Sono i figli degeneri di un vuoto progettuale, politico, programmatico della sinistra parlamentare». La grave crisi che investe la Grecia può rafforzare questi gruppi? «Purtroppo vediamo che li sta già rafforzando. C’è un’area di disperazione e di rabbia sociale che non trova altro sbocco se non ricorrere alla violenza. E questo avviene anche perché c’è un deficit di credibilità della sinistra, politica e sindacale, greca. La debolezza dell’area progressista è l’altra faccia di questa degenerazione di piazza».
Repubblica 6.5.10
Parla Daniel Cohn-Bendit, leader del '68 e oggi dei Verdi europei
"Sono soltanto pochi violenti ma chi va in strada vuole giustizia"
Non sono pessimista: chi ha strumentalizzato le proteste ha tirato la corda fino a farla rompere
intervista di Andrea Tarquini
BERLINO - Daniel Cohn-Bendit, leader del ´68 e oggi dei Verdi europei, anarchici, black bloc, violenti hanno espropriato al sindacato greco la guida delle legittime proteste?
«No, no, no! Per favore, non trasformiamo Repubblica e i suoi lettori in vittime delle immagini della Cnn! I black bloc in piazza erano tra cinquanta e cinquecento persone! I dimostranti pacifici, guidati dai sindacati, erano cinquantamila o centomila! Sarebbe totalmente fuorviante equiparare i sindacati o i dimostranti pacifici con quei pochi violenti che hanno lanciato le molotov».
Ma non vede il pericolo che queste forme di protesta violenta assumano un ruolo di leadership?
«Non lo so. Non credo ma non posso dirlo così esattamente. In Grecia si sta svolgendo un processo difficilissimo. Deve portare noi tutti, gli amici greci e tutti gli europei, a riflettere sulla società e sullo Stato. Uno Stato in cui in Grecia non s´identifica nessuno o quasi nessuno. È stato sempre lo Stato degli altri, lo Stato dei ricchi e dei potenti, ognuno lo ha strumentalizzato per sé. È sempre apparso lo Stato di politici corrotti, la gente ha partecipato alla corruzione. Adesso bisogna cambiare tutto questo, ma ci vuole tempo».
Per le prossime ore si teme il peggio sul fronte della piazza. Come deve e può essere gestita la protesta, e quanto è grande il rischio della degenerazione violenta?
«Credo che i greci siano profondamente scioccati dopo il dramma di queste ore. Non mi metto a dir loro come gestire la protesta e come no. Dico che Europa e Fondo monetario hanno commesso un grande errore: concedono aiuti ma non danno al governo il tempo di spiegare l´urgenza dei sacrifici. Che così appaiono un diktat dall´esterno. Il secondo problema è che siamo tutti ipocriti: chiediamo ai greci tagli pesantissimi ma abbiamo guadagnato miliardi vendendole armi. Agli occhi dei greci i paesi europei forti sembrano pensare we want to make money from Greece, come la Thatcher diceva I want my money back".
Il compito dei sindacati non è invidiabile…
«Neanche il governo è da invidiare. Ma molti greci capiscono che i tagli sono inevitabili. Sono ottimista sulle chance di Papandreu, e sulla possibilità che la società lo capisca. Shock come la violenza di queste ore a volte sono salutari».
Quanto sono pericolosi gli estremisti in Grecia?
«Gli estremisti sono pericolosi ovunque se il centro della società non si mobilita. La loro forza non è un dato oggettivo, si misura in proporzione inversa con la mobilitazione o meno delle forze ragionevoli. Ma non sono pessimista. Credo che chi poche ore fa ha strumentalizzato le proteste abbia tirato la corda fino a farla rompere».
La leadership politica greca le sembra all´altezza della situazione?
«Il problema è che Sarkozy, Merkel, Barroso, Berlusconi non sono all´altezza della situazione. Chi cresce e mostra calma e forza straordinarie è Papandreou».
La democrazia è in pericolo nel paese dove nacque?
«Non credo. È una prova decisiva per la democrazia greca, ma non credo sia in pericolo».
Repubblica 6.5.10
Ru486 un mese dopo, pochi ricoveri e la metà delle Regioni resta al palo
Ordinate mille confezioni soprattutto al centro nord. Nel Lazio pillola indisponibile
Il farmaco è stato assunto da circa 350 donne. Quasi tutte hanno scelto di tornare a casa
In Piemonte, la Regione del leghista Cota, sono già state richieste 80 scatole
di Michele Bocci
FIRENZE - Quasi mille confezioni di Ru486 consegnate in meno di un mese agli ospedali italiani. Il bilancio di aprile della diffusione della pillola abortiva rimanda ancora una volta l´immagine di un´Italia divisa in due dal punto di vista sanitario: da una parte il centro nord dove il farmaco sta entrando nella pratica quotidiana di molte ginecologie, dall´altra il sud, ancora fermo quasi ovunque a scrivere linee guida. Le differenze tra le Regioni appaiono così più di carattere organizzativo che politico. In mezzo c´è il Lazio, da dove non sono arrivate nemmeno richieste di informazioni al distributore italiano, la Nordic Pharma. Nella regione governata da Renata Polverini è tutto fermo.
Il tema dell´obbligo di ricovero, su cui tanti scontri si sono combattuti tra favorevoli e contrari all´ingresso del farmaco nel nostro sistema sanitario, sembra superato dalla pratica: quasi tutte le donne dopo aver preso la Ru486 firmano per tornare a casa. Secondo stime non ufficiali, dal 7 aprile, quando è stata consegnata la prima pillola abortiva a Bari, ad oggi le pazienti sono state 350.
Nessuno può costringere le donne a restare ricoverate in ospedale contro la loro volontà. Non può farlo la presa di posizione del Consiglio superiore di sanità, che ha indicato la permanenza in corsia come obbligatoria, e nemmeno quelle sulla stessa linea della maggior parte delle Regioni. Le cose dunque non verranno cambiate nemmeno dalla Commissione creata dal ministero alla Sanità per scrivere le ennesime linee guida in favore del ricovero. Presto lo stesso organismo, incaricato anche del monitoraggio di quanto avviene nelle Regioni, dovrebbe avviare una serie di controlli nelle ginecologie. Troverà poche pazienti ricoverate. A Torino, ad esempio, solo 2 donne su 27 hanno trascorso tre giorni in ospedale dopo la somministrazione.
I Radicali hanno fatto notare nei giorni scorsi il silenzio della Regione Lazio: «Nessun ospedale del nostro territorio ha indicazioni rispetto all´utilizzo della Ru486». Altre sette Regioni - Calabria, Basilicata, Campania, Sicilia, Sardegna, Marche e Umbria - non hanno ancora ordinato il farmaco ma si sono comunque fatte quasi tutte vive con il distributore per avere informazioni sulla consegna. Nel Lazio sembrerebbe esserci una situazione di stallo. La Regione ha fatto delle linee guida ma non sono state comunicate agli ospedali: «Non sappiamo neanche cosa rispondere alle pazienti, che fanno domande. A me sembra una cosa assurda. Credo che debbano anche essere i primari a muoversi», dice Mirella Parachini, ginecologa di area Radicale del San Filippo Neri di Roma e presidente della Fiapac, Federazione internazionale degli operatori di aborto e contraccezione.
Dove comandano i governatori che più apertamente e duramente hanno attaccato la pillola, Cota e Zaia, sono già state fatte le prime somministrazioni del farmaco. In Piemonte ne sono già state ordinate 80 confezioni, in Veneto 50. La Regione leader è una di quelle che già distribuiva la Ru486 da qualche anno, in base alla legge sull´acquisto all´estero dei farmaci. Si tratta della Toscana che ha ordinato all´incirca 300 scatole, una scorta che dovrebbe durare alcuni mesi. Al distributore risultano essere addirittura 500, cioè circa la metà di tutte le richieste del nostro paese, ma probabilmente c´è stato un errore di comunicazione: un ordine di 300 compresse (cioè 100 scatole) è stato scambiato per uno di 300 confezioni. Seconda come numero di richieste è la Lombardia, a 160. L´Emilia, una delle poche Regioni a somministrare la pillola in day hospital, è a 50 ordini. Lo stesso numero della Puglia, l´unica realtà del sud dove è disponibile la Ru486. Per questo il policlinico di Bari viene contattato da mezza Italia. «Ho visto donne di Roma, Catania, Latina, Campobasso, oltre che di Lecce e Brindisi», spiega il primario Sergio Blasi. L´ospedale ha dovuto creare una linea telefonica dedicata per rispondere alle domande di chi vorrebbe prendere la pillola e vive lontano dal capoluogo pugliese. Si è già creata una lista d´attesa.
il Fatto 6.5.10
Abusi sui minori
Il Vaticano tace nella giornata mondiale
Basso profilo. Nessuna dichiarazione della Chiesa nella Giornata Mondiale contro la Pedofilia, nessuna partecipazione “ufficiale” alle manifestazioni in Italia. Se ci sono stati sacerdoti o organizzazioni che hanno partecipato in qualche modo, non lo hanno dichiarato. Eppure sono stati 80 i casi di pedofilia del clero in Italia, secondo gli ultimi dati diffusi dall’Associazione Meter di Don Di Noto. Ernesto Caffo, presidente di Telefono Azzurro, ha sostenuto che “la Chiesa si è resa conto dei problemi e ha fatto dei passi in avanti per contrastare il fenomeno degli abusi sui minori da parte dei religiosi”. Il rapporto degli abusi sui minori stilato dal Telefono Azzurro parla di un 1,2 per cento di segnalazioni che riguardano figure di religiosi. Gli abusi sessuali sui minori sono il 4% di tutti i maltrattamenti sui bambini. Tra il primo gennaio 2008 al 15 marzo 2010, su 6.623 casi segnalati alle linee di ascolto dell’associazione quelli relativi ad abusi sessuali sono stati 269. Si tratta di segnalazioni provenienti soprattutto da Lombardia, Lazio e Veneto (30%). Per quanto riguarda le forme di abuso segnalate, molto numerosi (88) sono però i casi di abusi sessuali in cui chi ha fatto la denuncia non riesce a definire l’atto, ma sono presenti comunque segni fisici o comportamentali che fanno sorgere sospetti di abuso. Diffusissimo infine il traffico di materiale pedopornografico su Internet: dal luglio 2007 a febbraio di quest’anno la linea di Telefono azzurro per le segnalazioni web ha ricevuto 4.124 “allerta” su materiale pedopornografico in rete. Il giro d’affari è di oltre 4 miliardi di dollari l’anno.
il Fatto 6.5.10
Storia di Mariangela, stuprata a 10 anni dal suo sacerdote
“Un prete mi ha violentata, la Chiesa ha coperto tutto”
Quindici anni sulle ginocchia di don Cantini
Parla la vittima di un prete pedofilo protetto dalla Chiesa
Don Cantini, protetto dalle gerarchie nonostante le denunce
di Beatrice Borromeo
“Diceva che era tutto normale, che anche la Madonna aveva partorito Gesù a dodici anni: don Cantini mi ha violentata per quindici anni e poi la Diocesi di Firenze ha provato a insabbiare tutto, nonostante le denunce”. Oggi Mariangela Accordi ha 48 anni, è un’insegnante. È sposata. Ma quando ne aveva 10, don Lelio Cantini, il prete della parrocchia fiorentina che frequentava, ha cominciato ad abusare sessualmente di lei. Nel 2005, Mariangela ha denunciato tutto al vescovo ausiliario di Firenze, monsignor Maniago (vedi articolo qui sotto). Non successe nulla. E nella Giornata mondiale contro la pedofilia, Mariangela e le altre vittime si scontrano con monsignor Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, che non le ha mai ricevute e che ha confermato Maniago come suo vice.
Mariangela, l’arcivescovo Betori dice che voi vittime non l’avete mai cercato. È una risposta ignominiosa. Hanno riscritto il Vangelo: le pecore devono andare dal buon pastore, tirargli la camicia e dirgli: “Oh, ci siamo, per favore!”. Se vogliono sapere come sono andati i fatti, devono incontrare le vittime, non evitarle. Perché secondo lei non vi incontra?
Ha paura che gli chiediamo: perché ha riconfermato Maniago, perché non andate fino in fondo? Ieri era la Giornata mondiale contro la pedofilia.
E proprio ieri la Chiesa avrebbe dovuto pensare a noi. Quel poco che è stato fatto, è solo grazie alla nostra volontà di andare avanti. Fosse per la curia fiorentina, si sarebbe insabbiato tutto.
Su quali basi lo dice?
Andai insieme con mio padre e mia sorella dal cardinale di Firenze, Ennio Antonelli, dopo che don Cantini era stato trasferito a Mucciano. Mi disse: “Io cosa ci posso fare?”. Perché don Cantini è stato trasferito?
L’hanno mandato a Mucciano, con la scusa di un prepensionamento, dopo le nostre prime denunce. Gli hanno anche fatto una festa di addio quando si è ritirato! È andato a rimettere a posto la parrocchia del luogo, in più d’estate si occupava dei bambini. E nessuno ha avvertito le famiglie di Mucciano del motivo per cui era stato trasferito. Lì agiva ancora più indisturbato di prima.
E quando lo avete saputo, come avete reagito? Ero incredula. Sono andata a denunciare tutto a monsignor Maniago, che era già vescovo ausiliario di Firenze: “È tutto qui quello che riuscite a fare?” gli ho chiesto. Sono andata dandogli fiducia, sperando che trovandosi davanti una persona che aveva subìto abusi per quindici anni, avrebbe capito.
Cos’ha risposto?
Che non bisogna essere vendicativi.
Il peccatore che viene perdonato. Gli ho detto: “Guarda che per me è stato faticoso non credere più a tutto quello che mi aveva insegnato don Cantini. Io davanti agli occhi ho gli abusi, tu no, caro Maniago. Te lo sto dicendo in faccia che queste cose sono successe”. Io ho dovuto ricominciare la mia vita. L’avevo improntata tutta sugli insegnamenti di don Cantini. A volte viene veramente la voglia di aprire la finestra e buttarmi giù.
E monsignor Maniago?
Lui volle convincermi che tutto quello che ci aveva insegnato don Cantini era giusto. Mi disse: “Don Cantini è un mistero”. Disse di mettere da parte gli abusi e di concentrarsi sul fatto che ci aveva mostrato come pregare, cos’è la Bibbia, come sentire la parola di Gesù. Per lui quella era la verità, e il resto era una semplice debolezza. Don Cantini è stato accusato pure di dominio delle coscienze. Ma Maniago diceva che era comunque un grande uomo.
Insomma, nessuna azione contro don Cantini. Mi sono congelata. Tutto quello che ero riuscita a tirare fuori, monsignor Maniago cercava di ributtarlo dentro.
Cercò di dissuaderla dal denunciare pubblicamente tutto? Disse : “Attenzione, se parli, se scandalizzi chi crede nella Chiesa, sei colpevole quanto il pedofilo”. Poi aggiunse: “Ti conviene davvero perdere la faccia? L’opinione pubblica non ti capirà”. Per reazione ho deciso di andare ad Annozero.
Le cose hanno incominciato a cambiare solo quando la stampa nazionale le ha portate alla luce.
E meno male che un’enciclica dice: “La verità vi renderà liberi”. Non è vero. Loro la verità non la vogliono. Hanno la cultura del silenzio. Sono terrorizzati dal fatto che l’opinione pubblica sappia. Ora che la Chiesa sta cercando di ricostruirsi un’immagine, perché Betori riconferma monsignor Maniago a vescovo ausiliario di Firenze nonostante il suo comportamento omertoso?
Glielo chiedo anch io: perché? Dicono di voler ripulire la chiesa, ma perché non a Firenze? Perché la Chiesa dice ai vescovi di denunciare i pedofili e poi si tiene stretta una persona come Maniago che si è comportata nel modo opposto? Don Cantini abusava solo di lei?
Sono convinta che ci siano passate tutte le altre bambine del catechismo, anche quelle che non l’hanno detto pubblicamente. Ricordo le loro facce davanti a me, quando si era in fila e si aspettava. Quando si aspettava cosa?
Di entrare a colloquio con don Cantini. Mi ricordo quanto tempo stavano e soprattutto le loro facce quando uscivano. Come la mia. Abusava di voi in questi colloqui?
Sì, nel suo studio. Quel maledetto studio dove il prete ci violentava. Ora lo usa il nuovo parroco. Ma come si può continuare a lavorare in un posto simile?
Quanti anni aveva lei quando gli abusi sono iniziati? Dopo la comunione: avevo nove, dieci anni.
Come ha fatto don Cantini a convincervi a non raccontare tutto ai vostri genitori? È stato un lavoro lungo, con noi e anche con le nostre famiglie: si è prima guadagnato la stima dei nostri genitori. Con me faceva così: mi chiamava per darmi lezioni private di catechismo dicendo che ero speciale. Per me e per altre ragazze questo era un onore. Poi ci dava ruoli sempre più importanti, per esempio mi aveva nominata prima corista in chiesa. Nell’ufficio ha cominciato a prendermi sulle ginocchia, poi a chiedermi un bacio sulla guancia. È stata una cosa graduale. Poi ha cominciato a chiudere la porta a chiave. Mi diceva che la Madonna ha partorito Gesù a dodici anni, che faceva tutto quello che il Signore le chiedeva. Quindi non era fisicamente violento?
Lui non ha usato violenza, o almeno io non l’ho riconosciuta come violenza per tanti anni. È ben diverso da uno stupro: è cuocere la tua preda lentissimamente, prenderne via via un pezzetto. Quando mi faceva bere il suo seme, nei rapporti orali completi, diceva che era un atto di comunione incredibile, di quelli che avvenivano solo nel giardino dell’Eden. Era la vera eucarestia, un modo per essere in comunione perfetta con lui. Come ha fatto a ribellarsi?
Mi sono sposata, non l’ho più visto. Da quel momento non faccio più niente se non sono sicura che sia una mia scelta, solo mia.
Il Papa ha ricevuto alcune delle vittime dei preti pedofili a Malta, vorrebbe incontrarlo ? Sì, glielo chiedo qui, ora. M’incontri, mi ascolti, conosca la verità. Sua Santità, faccia chiarezza perché lei si sta dando da fare, ma altri uomini importanti, dentro la sua Chiesa, chiudono gli occhi.
il Fatto 6.5.10
“L’arcivescovo premia chi ha nascosto le violenze”
Monsignor Betori conferma come suo braccio destro Maniago, che sapeva e ha messo tutto a tacere
Nella giornata mondiale contro la pedofilia arriva una polemica tra l’ex segretario generale della Cei monsignor Giuseppe Betori e alcune vittime della pedofilia nella Chiesa. Si tratta delle “Vittime di don Lelio Cantini”, associazione che raccoglie chi ha subìto le molestie di un sacerdote di 87 anni che, fino al 2005, è stato parroco della Regina della Pace a Firenze. Si sono scontrate con l’arcivescovo di Firenze, Giuseppe Betori, che non ha
mai chiesto d’incontrarle. “Perché la pulizia che la Chiesa sta facendo al suo interno sta risparmiando Firenze?” si chiedono Mariangela Accordi, Francesco Aspettati e altri esponenti di questa associazione nata “contro l’omertà”. L’ufficio stampa di Betori si affretta a chiarire: “A malincuore e sorpresi da questi attacchi ingiustificati e reiterati, tramite la stampa, nei confronti della Chiesa fiorentina, si chiarisce, a prova di ogni sincera smentita, che a nessuno di coloro che hanno chiesto udienza a monsignor Betori su cose importanti e per le vie ufficiali, questa è stata negata”.
LA VICENDA. In una lettera indirizzata a Papa Benedetto XVI, le vittime definiscono don Lelio Cantini “responsabile di abuso plurimo e aggravato nei confronti di minori, del delitto di sollecitazione a rapporti sessuali compiuto nei confronti di più persone in occasione della Confessione e dell’abuso nell’esercizio della potestà ecclesiastica nella formazione delle coscienze”. Tutto comincia con la denuncia di Mariangela Accordi, che è stata violentata dal prete per quindici anni. Gli abusi su di lei sono cominciati quando ne aveva appena dieci. Mariangela ha raccontato la sua storia al vescovo ausiliario di Firenze, monsignor Claudio Maniago, che si è formato nella parrocchia di don Cantini, suo maestro. Il risultato però è stato soltanto silenzio. Don Cantini è stato trasferito in un’altra sede, ma ha continuato a celebrare messa e a stare in contatto con bambini. Mariangela ha poi svelato la storia prima a Repubblica e poi ad Annozero. Solo allora, quando lo scandalo è diventato noto a livello nazionale, è stato fatto un processo canonico, conclusosi nell’ottobre 2008 con la riduzione allo stato laicale del prelato.
IL VESCOVO. Monsignor Maniago, classe 1959, è divenuto il più giovane vescovo italiano nel 2003 dopo una rapidissima carriera. Nel 2005 ha tentato di convincere Mariangela e i suoi parenti a non divulgare la notizia degli abusi subiti per non nuocere all’immagine della Chiesa. A gennaio di quest’anno, Betori, che è arcivescovo di Firenze, ha confermato come suo braccio destro fino al 2015 proprio Maniago. “Maniago – scrivono nella lettera le vittime di don Cantini – ha saputo degli abusi e ha cercato di mettere tutto a tacere. Perché riconfermare proprio lui, se la chiesa vuole fare pulizia?". Al Fatto Quotidiano, che ha cercato di contattare Betori per chiarire i motivi della nomina di Maniago, il suo ufficio stampa ha risposto: “L’arcivescovo di Firenze in questi giorni non è in sede e quindi non è in grado di rispondere alle domande”. I firmatari del documento sostengono che la “condanna” di don Cantini non basta, perché di fronte agli abusi del sacerdote e di Rosanna Saveri, sedicente veggente che per anni è stata al fianco di don Cantini, “una intera Chiesa avrebbe taciuto, sottovalutato, non voluto vedere”.
Vista la passività di monsignor Maniago, Mariangela si rivolge al cardinale di Firenze Giacomo Antonelli, il quale le risponde di “non avere il potere per intervenire”. Ora l’appello è rivolto direttamente al Papa, “l’ultimo, e l’unico, che può fare giustizia”.
(Bea. Bor.)
l’Unità 6.5.10
Al congresso nazionale della Cgil
Calore per Bersani, cortesia per Di Pietro ma la star è Vendola
L’assemblea dei delegati accoglie con calore il leader Pd che rilancia «iniziative straordinarie sull’occupazione». Delegati in fila per salutare il presidente della Regione Puglia
di Luigina Venturelli
La lista degli amati e degli odiati dalla platea dei delegati Cgil campione di rara attendibilità per intuire gli umori del tradizionale elettorato nazionale di centrosinistra rispetta tutti i pronostici della vigilia. I politici e gli ospiti illustri vengono nominati e salutati dal palco del congresso uno dopo l’altro. L’applausometro si presta a facili confronti.
La platea congressuale saluta con calore il segretario del Partito democratico Pierluigi Bersani, con cortesia il leader Idv Antonio Di Pietro, con grande affetto e riconoscenza il presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, che i delegati Cgil accolgono come infaticabile difensore della Costituzione mentre l’indispettito Sacconi lo definisce «vecchio democristiano». A cogliere alla sprovvista gli osservatori esterni, piuttosto, è l’unica vera ovazione della giornata, quella riservata a Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, leader di Sinistra e Libertà, e soprattutto politico dai toni lirici e radicali, che riesce con fatica a scambiare qualche battuta con i colleghi a causa della fila di delegati che vogliono stringergli la mano e fotografarlo.
Gli applausi della Cgil, va detto, sono applausi ricambiati. «Una relazione bella e seria, che ha messo al centro il tema dei temi, quello del lavoro, e che ha dato indicazioni piuttosto precise sul modo in cui procedere. Raccolgo l’esigenza di dar luogo con il contributo di tutti a un’iniziativa straordinaria sui temi dell’occupazione. È giusto che le forze sociali si esprimano, bisogna che il governo si decida che il problema c’è e che si deve fare qualcosa» afferma Bersani al termine della relazione di Guglielmo Epifani.
«È un programma di governo alternativo a quello dell’attuale governo che noi intendiamo fare nostro e sostenere in parlamento» commenta Di Pietro. «I sindacati sono un architrave della vita democratica, tanto più in tempi di inquietudine, crisi, incertezza politica sociale culturale economica. E la grande Cgil è un punto di riferimento non solo per le questioni di stretta pertinenza sindacale, ma della civiltà democratica del nostro paese» sottolinea a margine Vendola.
Toni critici solo dal segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero, rimasto ai margini dell’attenzione del congresso Cgil: «Nella relazione di Epifani ci sono tante cose giuste, ma non c’è una strategia per contrastare l’attacco pesantissimo ai lavoratori e al sindacato di classe che il governo e la Confindustria hanno scatenato».
In cima alla graduatoria dei malvisti c’è il ministro del Welfare Maurizio Sacconi che, oltre al difficile ruolo istituzionale, sconta l’impegno profuso di recente per riformare il diritto e il processo del lavoro e il rifiuto di estendere gli ammortizzatori sociali: il suo nome viene subissato da fischi. Contestata anche la controparte per eccellenza, la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, accompagnata dal vice Alberto Bombassei e dal direttore Giampaolo Galli.
Come da copione anche le contestazioni ai leader di Cisl e Uil, firmatari dell’accordo separato sui contratti, e quelle alla fu sindacalista Ugl Renata Polverini, migrata alla politica nelle vesti di governatrice del Lazio per il Pdl.
l’Unità 6.5.10
È il corpo delle donne la merce più redditizia del libero mercato
di Nawal El Saadawi
Medico e attivista denuncia gli abusi e le violenze
Religione e politica Fondamentalismo e neocolonialismo sono due facce della stessa medaglia
Un solo sistema Viviamo in un mondo dominato unicamente dal capitalismo patriarcale militare
Questo testo di Nawal El Saadawi è uno dei contributi del dossier «Potere e differenze» del n. 103 di «Lettera Internazionale», rivista culturale europea diretta da Biancamaria Bruno.
La violenta opposizione contro i diritti delle donne e dei poveri è universale, e non un fenomeno particolare della regione araba o dei paesi islamici.
La Christian Coalition non è soltanto contro i diritti delle donne, ma attribuisce ai movimenti di liberazione delle donne la colpa per la crisi della famiglia. Essa sostiene i cosiddetti «valori della famiglia» e la «verginità» delle ragazze prima del matrimonio. Promuove anche i balli della purezza, in cui prevale una doppia moralità: i padri portano le loro figlie a questi Purity Balls per proteggere la loro verginità e per conservarle per il matrimonio, ma non contempla eventi che coinvolgano madri e figli maschi.
Il concetto di verginità è insito nell’ebraismo e nel cristianesimo. Per esempio, la Vergine Maria è la madre ideale, e le suore portano il velo. La pratica di coprire le donne con il velo in Europa era limitata tradizionalmente alle comunità ebraiche e a quelle islamiche. Oggi, è sempre più comune tra i migranti islamici che vivono in Olanda, in Francia, in Inghilterra, in Belgio e in altri paesi.
In alcuni casi, la pratica di coprire le donne con il velo è accompagnata dalle mutilazioni dei genitali. Entrambe queste pratiche sono considerate dai leader religiosi e politici di queste comunità come una parte dell’identità islamica, legittimata sotto le spoglie del cosiddetto «relativismo culturale». L’inganno del relativismo culturale è andato avanti per tre decenni come forma di violenza esercitata sulla mente. La «mutilazione» della mente non è meno criminale di quella genitale femminile o maschile che sia, anzi è ancora più pericolosa. È usata per mutilare il corpo e l’anima, per giustificare la violenza contro le donne e contro i poveri. C’è anche chi pensa ancora che i diritti delle donne siano un attacco diretto alla legge di Dio, ai valori morali e alle sacre scritture.
Gli scrittori dissidenti uomini e donne stanno combattendo contro la mutilazione della mente senza riguardo per le differenze religiose o culturali o per la sedicente Identità Autentica. Ma sono pochi, e sono torturati, imprigionati, esiliati o, nel migliore dei casi, ignorati.
Le persone non comprendono il mondo capitalistico-patriarcale in cui tutti noi viviamo; sono ingannate dalla parola democrazia; sono pronte a uccidersi in difesa di questa parola che le uccide o che, nel migliore dei casi, le spoglia dei diritti umani brandendo lo slogan della protezione di quegli stessi diritti.
Noi viviamo in un unico mondo, non in tre, dominato da un solo sistema, il sistema del capitalismo patriarcale militare violento. Ogni super potenza a questo mondo può uccidere e spogliare la gente delle sue risorse naturali accampando scuse diverse: dalla «protezione» nelle prime guerre coloniali, alla democrazia e alla liberazione delle donne nel nostro XXI secolo postmoderno.
Il cosiddetto Libero Mercato non è altro che la libertà dei potenti di sfruttare i più deboli; il Libero Mercato non ha religione, non ha Dio se non il profitto, a»umentandolo con ogni mezzo, inclusa la guerra militare e la guerra contro la mente condotta dai media, dai sistemi scolastici, dalla cultura e dalla religione. Sono questi gli strumenti e i servitori obbedienti del sistema capitalistico-patriarcale e del suo Libero Mercato. La principale fonte di profitto del Libero Mercato proviene dalla vendita delle armi: armi che uccidono individui o sterminano intere nazioni, armi di distruzione di massa, armi nucleari, armi chimiche e altri strumenti di morte postmoderni.
Il maggiore profitto del Libero Mercato viene dal corpo delle donne; coperto o scoperto, nudo o velato aumenta il profitto: cosmetici e make up, pubblicità e commercio intorno al corpo delle donne servono solo a soddisfare i bisogni sessuali dei patriarchi.
L’occhio, lo sguardo del Libero Mercato è principalmente sulle donne, come anche lo sguardo dei fondamentalisti religiosi maschi. Se non ci fossero più guerre né donne, crollerebbero entrambi: il Dio del libero mercato e il Dio dei gruppi religiosi fondamentalisti. Sono infatti gemelli, due facce della stessa medaglia, sono l’uno al servizio dell’altro, a dispetto delle false differenze o dei conflitti temporanei che scoppiano quando i loro interessi economici collidono.
Per mantenere vivo e vegeto il Libero Mercato, le guerre militari devono essere fatte comunque, meglio se in nome di qualcosa. E il nome di Dio è in assoluto il migliore da usare o il suo Verbo. Nel nome della Sua Terra Promessa del Vecchio Testamento, quanti milioni di persone sono state uccise in Palestina fino a oggi?
Il Libero Mercato produce armi di distruzione di massa per sradicare armi di distruzione di massa. Questo non è un scherzo. È la realtà del Libero Mercato. La guerra principale, quella in Iraq, è esplosa in questo XXI secolo uccidendo migliaia di persone ogni anno fino ad oggi sotto il segno di una grande menzogna: armi di distruzione di massa in Iraq. Nemmeno una parola sul Petrolio in Iraq...
La guerra in Afghanistan negli anni Ottanta del secolo scorso è esplosa sotto il segno di un’altra grande menzogna: combattere gli infedeli, i non credenti, i comunisti dell’Unione Sovietica una guerra tra dio e il demonio per amore del libero mercato. Il sistema capitalistico-patriarcale non può vivere senza un nemico, come dio non può vivere senza satana o il diavolo.❖
Traduzione di Nicoletta Di Placido © per l’edizione italiana, Lettera Internazionale 2010
l’Unità 6.5.10
Barenboim: «Tagli alla musica danno enorme»
L’ALLARME Dalla Scala per l’Oro del Reno al Maggio, è un diluvio di prove aperte e gratuite di opere e concerti stoppati dagli scioperi contro il decreto Bondi. I musicisti e i teatri spalancano le porte mentre dal ministero il titolare si sottrae e ci mette la faccia il sottosegretario Giro, mentre il governatore della Puglia Vendola chiede un occhio di riguardo per il Petruzzelli e la maggioranza gli risponde che ci sta già pensando. E il direttore Daniel Barenboim fa rimbombare la sua voce dalla Scala con parole che dovrebbero mettere i brividi a tutti: «Ci sono cose non accettabili che faranno un danno enorme alla qualità della Scala e alla vita musicale di questo Paese. È un segnale molto negativo per l'Italia». E, affinché chi ha responsabilità politiche intenda: «La musica è considerata elitaria solo perché non è disponibile, lo vedo con i bambini di Ramallah in Palestina, non è qualcosa che accompagna la pubblicità in tv, è un’espressione fisica dell' anima: anche i problemi finanziari diventeranno più facili se, invece di tagliare solamente, si faranno investimenti nell'educazione». Parole semplicemente sacrosante. STE. MI.
l’Unità Firenze 6.5.10
Maggio
Gli scioperanti aprono le prove al pubblico
di Josè Astarita
Il blocco resta. Niente rappresentazioni del 73 ̊ Maggio musicale fiorentino fino al 10 maggio, e stop anche alla prima del «Ratto dal serraglio» in programma il 14. Gli scioperanti del Maggio, però, eseguiranno cinque prove aperte «anche per dimostrare che lo sciopero non è contro il pubblico, ma contro il Governo e il decreto sulle Fondazioni lirico-sinfoniche». La decisone è stata presa ieri dopo un incontro tra i rappresentanti dei sindacati Slc-Cgil, Fistel-Cisl, Uilcom-Uil, Fials-Cisal con il sovrintendente del Maggio, Francesco Giambrone. Le aperture alla cittadinanza riguarderanno la prova di giovedì 6 maggio (ore 17 al Teatro Goldoni) della ballerina Alarmel Valli, quella di domenica 9 (alle 15) e la generale di mercoledì 12 (alle 20.30) del «Ratto dal serraglio» al Teatro Comunale olterché le prove di giovedì 13 e venerdì 14 (ore 14.30 al Goldoni) del balletto Impermanence. I lavoratori del Maggio hanno spiegato che lo sciopero «va avanti» e che attendono l’esito dell’incontro di oggi col ministro per i Beni culturali, Sandro Bondi.
Ai lavoratori, intanto, è arrivata ieri la solidarietà dell’assessore alla cultura del Comune di Firenze Giuliano da Empoli. «Siamo solidali con il Maggio rispetto a un provvedimento che è stato scritto coi piedi ha detto anche perché ha messo in difficoltà i soggetti che voleva aiutare». L’assessore ha poi aggiunto che «forse lo
sciopero non era la risposta più indicata» dicendo di sperare che «si possa lavorare per far svolgere gli spettacoli che erano previsti». Alle critiche, sul decreto, dell’assesore comunale si aggiungono anche quelle della consigliere regionale, della Federazione della Sinistra-Verdi, Monica Sgherri. «La crisi economica ha messo a dura prova le grandi come le piccole industrie spiega ma adesso grazie al governo nazionale viene messa in crisi anche la cultura, a causa di un decreto come quello di Bondi che colpisce le fondazioni come il Maggio musicale fiorentino». Sgherri ha infine annunciato che chiederà «al presidente della Regione Enrico Rossi di riferire al Consiglio regionale gli esiti dell’incontro fissato per il 12 con i sindacati del Maggio».
l’Unità 6.5.10
Intervista a Norma Rangeri
«Il mio “manifesto” corsaro per aiutare la sinistra ad uscire dall’angolo»
Editoria Da ieri sulla poltrona di Pintor e di Parlato c’è la corsivista dei “Vespri”: «La sfida è creare nuovi strumenti di comunicazione»
di Roberta Brunelli
Certochefareildirettoredi un giornale di sinistra è tutt’altro che semplice di questi tempi... «Davvero? Come ti viene in mente questa cosa?». Norma Rangeri se la ride, anche se ha di fronte una sfida notevolissima. Eletta dal collettivo di tutti i dipendenti del quotidiano, è da martedì il nuovo direttore del manifesto. Oggi inizia una nuova storia: dalla poltrona che fu di Luigi Pintor, Valentino Parlato, Riccardo Barenghi e, più di recente, Gabriele Polo, lei firma di spicco e celebre per la sua assai caustica rubrica televisiva, «Vespri», che tiene sin dal ‘92 dovrà affrontare un bel manipolo di crisi: quella della carta stampata, quella, più in generale, della sinistra, quella economica... Direttore, cambierà «il manifesto»? E come?
«Il manifesto ha bisogno di cambiare, glielo chiedono le edicole, sia pure nella continuità, come direbbe un vecchio dirigente del Pci. E se campa da 40 anni vuol dir che ha nel suo Dna qualcosa che lo tiene in vita a lungo, una famiglia politica e giornalistica lunga. Tuttavia bisogna aprirsi di più, guardare con curiosità, avere maggiori capacità d’ascolto».
Da anni si discute in Italia sui “toni” alti o bassi tenuti dall’opposizione nei confronti di Berlusconi, si dice che la sinistra stenta a trovare il linguaggio giusto. «Il manifesto» versione Rangeri come si pone?
«Non mai stati un giornale timido, anzi. Certo, prendiamo le cose sul serio guardandole in modo ironico non a caso Vauro è una nostra firma di prima pagina il che però non significa essere timidi o subalterni. Invece la timidezza della sinistra c’è tutta, dettata anche dal fatto che non c’è una visione del mondo diversa da proporre. Stenti a trovare credibilità se usi lo stesso vocabolario non dico della destra ma della società per come è e per come si esprime. Eppure il capitalismo non se la passa tanto bene: in questa situazione la sinistra dovrebbe avere delle capacità di proposta gigantesche».
Sei diventata celebre come critico televisivo. Che fine faranno i «Vespri»?
«È un problema: non me ne voglio separare perché è una passione vera. Forse però dovrò diradare le rubriche. Ma come si fa... è una tentazione continua! Prendete l’altra sera il D’Alema furente a Ballarò: ci vogliono i talk show per rianimare i leader pd. Per un attimo D’Alema è tornato umano. E l’altra sera ad Annozero Bersani ha ritrovato la sua vena polemica: anche loro hanno sentimenti, è così che tornano a essere credibili».
A proposito. C’è chi pensa che a sinistra vi sia stata una sottovalutazione tragica del fenomeno televisivo... «È vero: non si è capita la forza del berlusconismo. Quando Berlusconi scese in campo si disse “dura poco, è di plastica”, senza comprendere che lui era in politica già da vent’anni con la televisione: è quella la sua base di consenso. È questo profondo deficit culturale della sinistra a non averle consentito di affrontarlo con armi affilate. Ha solo proceduto con la lottizzazione del servizio pubblico e oggi se ne ritrova ai margini. La sinistra deve riprendere l’iniziativa. Deve inventare, creare strumenti di comunicazione alternativi, uscire dall’angolo».
Un giornale di sinistra per forza di cose è di tipo identitario. Basterà di fronte alla crisi della carta stampata? «Ho visto giusto ieri i recenti dati sull’aumento di lettori di alcuni quotidiani. La crisi c’è, ma non sono tra quelli che ne celebrano il funerale. Certo, bisogna saper ascoltare, ognuno con il suo timbro e con la sua matrice. Invece siamo schiavi dell’agenda, dell’autoreferenzialità, si fanno ancora i giornali in modo ottocentesco, con l’antica separazione dei vari servizi in esteri, interni, cultura e via dicendo: insomma, bisogna cambiare il modo di lavorare, fare un giornale senza troppi steccati interni. Anche dentro la redazione c’è voglia di tornare a divertirsi, di tornare a essere propositivi. Non possiamo fare come i grandi giornali: un giornale di poche pagine deve per forza muoversi in modo più corsaro».
l’Unità 6.5.10
La maternità secondo Gelmini
di Iaia Caputo
Capita che le cattive notizie si mimetizzino nella leggerezza di una lettura distratta, quella che per esempio si potrebbe riservare all’intervista rilasciata a Io Donna da Maria Stella Gelmini, inflessibile ministro dell’Istruzione e implacabile tagliatrice di risorse finanziarie a quella scuola pubblica che, come tutti noi genitori sappiamo, scialava, fino al suo provvidenziale arrivo, nello spreco di denaro e nell’anarchia di troppi maestri. A stare attenti, per la verità, la sciagura si annunciava fin dal titolo: «Stare a casa dopo il parto è un privilegio», che tuttavia si poteva interpretare come una compiaciuta riflessione su quel che la signora, mamma da dieci giorni, grazie a una legge dello Stato, poteva permettersi.
Sbagliavamo. Dopo averci informate che dalla fine di questo mese sarà al lavoro con figlia al seguito (immaginiamo e le auguriamo, con il conforto di una nursery attigua al suo ufficio e di una tata), sibila minacciosa: «dovrebbero farlo tutte». Per quale ragione, signora? Ed è qui che l’assunto del titolo si dispiega in tutta la sua arcigna perentorietà. Perché stare a casa, decreta Gelmini, «lo giudico un privilegio». Un privilegio? Non è un diritto? Chiede allibito l’intervistatore. Non proprio. Certo, accondiscende lei, per una «donna normale» (crediamo alluda a una donna normostipendiata senza possibilità di tata e nursery), è più difficile. «Ma sono poche quelle che possono davvero stare a casa per mesi. Bisogna accettare di fare sacrifici.»
È la parola che mette i brividi. Per quegli echi vagamente puntivi. Per il resto, a chi non piacerebbe, vivendo in un Paese normale, discutere di libertà vecchie e nuove, di inediti problemi e di leggi, eventualmente, più consone ai tempi e alle donne che cambiano. Che magari, oggi, più dei cinque mesi a casa, preferirebbero un bonus da spendere a secondo del bisogno nei primi tre anni di vita dei figli. Ma questo non è un Paese normale. È un luogo dove per effetto di un brutto sortilegio la classe politica che ci governa, post-ideologica, post-moderna e post-democratica appartiene a un’antropologia umana decrepita travestita con maschere della contemporaneità. E interpreta il presente con le lancette dell’orologio spostate all’indietro di almeno cinquant’anni. Come il ministro Gelmini, wonder-mother devota a Dio Padre e Famiglia, che quando cercava di abolire il tempo pieno, immaginava milioni di bambini attesi a casa per pranzo da mamme Invernizzi che, evidentemente, non lavoravano affatto; e ora che è diventata madre sostiene che restare lontane dal lavoro per alcuni mesi dopo il parto sia un privilegio. Da abolire, naturalmente. In nome di che? Ma dei sacrifici che ogni donna deve fare, ovvio. Non ve lo insegnavano le nonne e i padri della Chiesa?