Ricerche. Un volume di Cesare Vetter analizza i termini chiave dell'ideologo francese
Robespierre, lessico per una rivoluzione
Il raggiungimento della felicità? Passa inevitabilmente dal Terrore
di Giovanni Belardelli
L a politica ha il potere di renderci felici? Ed è davvero auspicabile che cerchi di farlo? A sollevare di nuovo queste domande fondamentali è un volume sul lessico di Robespierre, curato da Cesare Vetter, che parte, necessariamente, dai modi opposti con i quali la questione venne affrontata alla fine del secolo XVIII sui due lati dell'Atlantico ( La felicità è un'idea nuova in Europa. Contributo al lessico della rivoluzione francese, a cura di Cesare Vetter, Edizioni Università di Trieste, pp. 269, e 20). Nel 1776, infatti, la Dichiarazione d'indipendenza degli Stati Uniti d'America proclamava il diritto inalienabile di tutti gli uomini al «perseguimento della felicità». Una tale formula, dovuta alla penna di Thomas Jefferson, avrebbe avuto un successo straordinario contribuendo «più di qualsiasi altra cosa — come ha scritto Hannah Arendt — a una ideologia specificamente americana». Contemporaneamente, era destinata a sintetizzare una differenza fondamentale tra la democrazia liberale e le varie forme di democrazia radicale che si sarebbero sviluppate successivamente nel continente europeo, dal giacobinismo fino alle ideologie socialiste e comuniste.
Nel 1794 era proprio pensando alla formula americana che Saint-Just affermava: «La felicità è un'idea nuova in Europa». Ma la sua importazione in Francia avveniva in realtà sotto un segno radicalmente diverso. Mentre la felicità di cui avevano parlato i rivoluzionari americani era essenzialmente una felicità privata, quella proclamata dai giacobini si realizzava interamente nella dimensione pubblica.
Non solo: mentre l'espressione coniata da Jefferson poneva l'accento più che sul risultato (la felicità) sulla libera ricerca che ciascuno aveva il diritto di compiere, stabilendo autonomamente gli scopi della propria vita, la traduzione che ne fecero i giacobini non solo trasformava la felicità da privata in pubblica, ma postulava al contempo il sacrificio di ogni libertà di scelta individuale.
Il libro curato da Vetter, mentre presenta una minuziosa descrizione delle parole chiave del lessico di Robespierre, ottenuta attraverso una strumentazione informatica, mostra bene nel saggio introduttivo come questa idea di felicità rigorosamente pubblica costituisse un po' la chiave di volta della visione politica giacobina. A cominciare dall'idea che, per il buon cittadino, felicità e interessi privati come tali non esistano, poiché debbono sciogliersi e confondersi nella felicità e negli interessi pubblici. La «virtù», un concetto così centrale nel lessico di Robespierre, è anzitutto la capacità del singolo di rinunciare alla propria dimensione privata e ai «vizi» che la contraddistinguono, riuscendo a concepirsi soltanto come parte di un corpo collettivo.
In questo quadro, il cittadino è tanto più felice, cioè interamente dedito alla dimensione pubblica, quanto più i beni di cui dispone si limitano all'essenziale, a una vita sobria e frugale, di «povertà onorevole» come scrive Robespierre il quale, come molti suoi contemporanei, pensa che la ricchezza possa solo essere meglio distribuita, neppure immaginando lo straordinario aumento di beni che avverrà di lì a qualche decennio in tutta Europa. Senonché, e qui cominciano i guai, affinché si raggiunga una comunità di cittadini poveri, virtuosi e felici occorre appunto eliminare la possibilità che siano i singoli a cercare, attraverso tentativi ed errori, la propria felicità, occorre ottenere che ciascuno si adegui a «un modello di esistenza sociale postulato come unico, vero, razionale».
È necessario in un certo senso che la rivoluzione democratico-giacobina combatta proprio la rivoluzione americana e la sua promessa di un diritto per ciascuno di perseguire, ma come meglio crede, la propria felicità. In questo quadro l'educazione, intesa come pedagogia politica tesa a plasmare individui che infine pensino e vogliano ciò che «debbono» volere e pensare, è appunto la leva indispensabile ad attuare una tale idea, radicalmente «antiamericana», di democrazia. Si tratta di un'educazione inevitabilmente costrittiva, giacché non mira a sviluppare le facoltà individuali ma piuttosto a sopprimerle, con lo scopo di plasmare individui che abbiano tutti la stessa volontà e siano perciò egualmente «felici». In questo senso, nota giustamente Vetter, così come è concepito da Robespierre «il raggiungimento della felicità passa inevitabilmente attraverso il Terrore». Ed è per questo, per l'impossibilità di accettare gli esseri umani come sono e per la conseguente pretesa di plasmarli come invece dovrebbero essere, che nel progetto giacobino possiamo già vedere in nuce non pochi degli «esiti nefasti» del Novecento, dovuti a sistemi politici (i regimi comunisti e non solo) disposti a tutto pur di liberare gli esseri umani dalle loro imperfezioni (dai loro vizi, avrebbe detto Robespierre) per renderli partecipi di fini indiscutibili e perciò, così si pretendeva, «felici».
Repubblica 2.1.07
Intervista a Luciano Canfora
Il mondo greco e quello moderno
Congiure e rivolte scorre il sangue di re
di Simonetta Fiori
La storia greca. L'assassino del tiranno era universalmente considerato un eroe. Ma il più celebre tirannicidio nascondeva una storia d´amore
La chiesa Tommaso d'Aquino elaborò una complessa formulazione sulla legittimità del tirannicidio. Le sue tesi hanno resistito fino al Novecento
Chiunque pone la sua mano su di me per governarmi è un usurpatore e un tiranno, e dichiaro che egli è un mio nemico
Non c'è tirannia più crudele di quella che è perpetrata sotto lo scudo della legge e in nome della giustizia
L'albero della libertà deve essere rinvigorito di tanto in tanto con il sangue dei patrioti e dei tiranni. Esso ne è il concime naturale
Con l'uccisione dei governanti pronti alla guerra, si salvano le vite di migliaia di persone innocenti
«Il più celebre tirannicidio della storia greca, l´atto eroico su cui si fonda tutta la retorica classica, fu in realtà un delitto privato, una vicenda di gelosia sentimentale». Luciano Canfora, lo studioso che alla tirannide ha dedicato saggi fondamentali, ripercorre la storia del tirannicidio dall´età classica a quella contemporanea, mostrando anche gli aspetti più avventurosi di una nutrita mitografia.
L´archetipo di tutti i tirannicidi, quello commesso da Armodio e Aristogitone, fu dunque un falso?
«Sì, niente altro che una creazione ideologica. Ma suggerirei di procedere per ordine. Nella cultura greca antica, la maschera del cattivo s´identificava nel tiranno. In Omero, ad esempio, già Agamennone aveva i tratti del despota, con quel viziaccio di appropriarsi delle donne altrui. L´ira di Achille nasceva proprio dal fatto che gli voleva portare via Briseide. Dunque la liberazione dal despota era di per sé atto glorioso».
Sta dicendo che nella cultura classica il tirannicidio era considerato qualcosa di molto nobile.
«L´assassino del tiranno era universalmente considerato un eroe. Questo modello nacque intorno all´uccisione d´un figlio di Pisistrato a opera di due giovanotti coraggiosi che vi lasciarono anche la pelle. I due eroi si chiamavano Armodio e Aristogitone. Per secoli ha resistito una vulgata secondo la quale Armodio e Aristogitone avrebbero messo fine alla tirannide esercitata dal figlio di Pisistrato. Il mito fu tramandato ai romani, che vi trassero ispirazione per altri tirannicidi. Testimonia la loro fama il successo della statuaria ispirata dalla celebre coppia».
Non si trattò di un atto politico?
«No, tutt´altro. Fu una sofferta vicenda sentimentale: la vittima, Ipparco, s´era innamorato di Armodio, che era l´amante di Aristogitone, il quale sicuramente non gradì tutte queste attenzioni. Insomma, Aristogitone e Armodio sistemarono la faccenda facendo fuori Ipparco. Ma la cosa ancor più grave è che Ipparco era sì figlio di Pisistrato, ma non quello che esercitava la tirannide, ossia il maggiore Ippia. In conclusione, dopo la morte di Ipparco, Ippia continuò a fare il tiranno peggio di prima».
Ma la tradizione patriottica ateniese celebrò Armodio e Aristogitone come i grandi liberatori.
«Certo, però gli storici sapevano bene che non era così. Tucidide fece del sarcasmo. Secondo la retorica ufficiale, invece, quel tirannicidio fu l´atto fondativo della democrazia ateniese. Un modello così forte da ispirare i successivi tirannicidi in epoca romana. Anche Bruto e i senatori congiurati che si armarono contro Giulio Cesare si sentivano un po´ Aristogitoni e Armodi».
Fatti diversissimi accomunati da una stessa retorica ingannevole.
«L´assassinio di Cesare fu un deliberato atto politico, che ebbe conseguenze nella storia di Roma. L´uccisione di Ipparco fu invece un totale fallimento. In questo sì, due vicende lontane, classificate però entrambe come tirannicidi. Anche qui interviene l´arbitrio della definizione, che rimane relativa. Come per il tiranno, anche per il tirannicidio è una questione di interpretazione. Thomas Hobbes, un filosofo inglese molto approfondito da Bobbio, sosteneva che tra il re e il tiranno c´è poca differenza: usiamo il termine tiranno quando ci sentiamo danneggiati e il termine re quando ne siamo sostenitori».
Sta dicendo che il tirannicida da eroe può divenire parricida, a seconda del punto di vista?
«Accadde agli uccisori di Cesare, che al momento della sconfitta furono liquidati come assassini. Il giudizio è sempre provvisorio. Potrei fare anche altri esempi».
Il più celebre?
«Mi viene in mente il caso di Enrico IV, esempio luminoso di tolleranza religiosa. Morì per mano di un fanatico ultracattolico, François Ravaillac, il quale fu considerato dai suoi come un coraggioso liberatore dall´odioso despota. Come vede, l´opinione è relativa».
Anche la Chiesa cattolica ammetteva il tirannicidio?
«Un suo sostenitore era Tommaso d´Aquino, il quale elaborò una complessa formulazione sulla legittimità di quell´atto. Le sue tesi hanno resistito nella Chiesa fino al Novecento. Non dimentichiamo che l´attentato contro Hitler nel luglio del 1944 fu ordito da un gruppo di cattolici. L´eliminazione fisica di un distruttore di vite come Hitler era quasi un comandamento. Anche i fedeli che parteciparono alla lotta partigiana si richiamavano a questa clausola etica».
Nel caso di Saddam Hussein la posizione espressa dalla Chiesa è stata di segno contrario.
«Ma l´impiccagione di Saddam non può essere considerata un tirannicidio. La definizione regge quando si colpisce un satrapo che esercita ancora il potere. Saddam è stato ammazzato da prigioniero».
Anche Luigi XVI fu ghigliottinato da prigioniero.
«Ma non fu giustiziato in quanto tiranno, ma per aver tradito la Francia nel tentativo di propiziare l´invasione nemica del suo paese. Il capo d´imputazione era molto diverso. Il paragone non mi sembra appropriato».
Quale le sembra più appropriato?
«Credo che si possa parlare di tirannicidio solo quando un pugno di eroi insorge contro il tiranno al potere».
Allora secondo lei non lo si può usare per Mussolini, a proposito del quale la cultura antifascista s´è espressa a ragione in termini di tirannicidio.
«Alt, la definizione mi sembra più che appropriata. Il duce cercò di ingannare le forze di liberazione che ne avevano chiesto la resa. Da qui la decisione del Comitato di Liberazione Nazionale dell´Alta Italia di giustiziarlo, come lucidamente ha più volte ricordato Claudio Pavone. È un altro caso ancora di tirannicidio. La vicenda di Mussolini, però, niente ha a che vedere con quella di Saddam, catturato dall´esercito di un altro paese che poi l´ha processato e deciso l´impiccagione. L´analogia usata dai governanti iracheni mi è sembrata davvero forzata».
In una storia universale del tirannicidio, quale personaggio meriterebbe la copertina?
«Quello più forte sul piano dell´immaginario rimane Bruto. Mi viene in mente la battuta che Pier Paolo Boscoli, artefice della congiura contro i Medici, pronunziò in cattività: "Toglietemi dalla testa questo Bruto"».
Repubblica 2.1.07
Il nuovo libro di Renata Pisu "Il drago rampante"
I mille volti della Cina
L'atteggiamento iconoclasta nelle nuove generazioni di Pechino e Shanghai
Le espressioni del post maoismo: dalla politica all'economia alla cultura
di Federico Rampini
Forse nessun altro periodo è così importante per capire la Cina di oggi, quanto il primo Novecento: la caduta della dinastia imperiale Qing la cui decadenza è accelerata dalla pressione dell´Occidente; l´instaurazione della Repubblica; il rigetto del passato e la tormentata ricerca di valori nuovi su cui fondare la modernizzazione; il rischio che l´appuntamento con il progresso stravolga l´antica e ricca identità culturale del paese. Sono temi che si riaffacciano in vari modi nei decenni seguenti: da Mao Zedong fino all´integrazione vincente della Cina nell´economia globale del XXI secolo, la nazione più grande del mondo continua a girare attorno allo stesso dilemma che non ha risolto all´inizio del Novecento: quanto può restare se stessa mentre accetta la sfida del cambiamento. Giustamente ai tumultuosi avvenimenti di cent´anni fa Renata Pisu dedica un capitolo del suo bel libro Cina il drago rampante (Sperling & Kupfer, pagg. 290, euro 16). Ricorda che l´Occidente si presentava allora con un volto odioso - la politica delle cannoniere - «ma anche con tante proposte nuove», proprio mentre un ceto dirigente antico di secoli crollava travolto dalla propria inefficienza e corruzione, e trascinava con sé nella stessa fine anche il prestigio del confucianesimo. «Era un´epoca strana - scrive la Pisu - di disperazione ma anche di effervescenza: tutte le teorie venute dall´Occidente erano avidamente assimilate da intellettuali che avevano studiato in Giappone, in Europa, negli Stati Uniti.. Tutti gli «ismi» dell´Occidente erano appassionatamente discussi e abbracciati o rigettati: darwinismo, romanticismo, anarchismo, populismo, socialismo. Scienza e Democrazia erano però i due concetti d´obbligo per ogni discorso». Nelle nuove generazioni di Pechino e Shanghai assetate di modernità all´inizio del Novecento «prevale un atteggiamento iconoclasta, che mette in dubbio o addirittura nega la necessità di conservare l´essenza cinese».
Quell´atteggiamento si sviluppa in correnti diverse: Shanghai si trasforma economicamente ed anche urbanisticamente modellandosi su New York; c´è chi guarda con interesse alla restaurazione Meiji, le riforme con cui il Giappone dal 1898 si lancia alla rincorsa dell´Occidente. Dopo decenni di guerra civile prevale la via marxista adattata da Mao, l´innesto di un pensiero rivoluzionario di matrice europea transitato attraverso la Russia di Lenin.
Proprio in Mao sopravvive a lungo uno dei tratti della generazione progressista del primo Novecento: l´ansia di liberarsi del passato, di scrivere una storia nuova trasformando la Cina in una pagina bianca, usando il suo popolo come materia grezza da plasmare ex novo, una tendenza che degenera negli autodafè e nella follìa distruttiva della Rivoluzione culturale degli anni Sessanta. Il libro di Renata Pisu racconta soprattutto la Cina post-maoista, che l´autrice conosce bene in tutte le sue espressioni e che percorre con vivacità e ritmo narrativo: la politica e l´economia, la cultura, l´evoluzione dei costumi, la vita quotidiana, i rapporti fra uomini e donne, il conflitto generazionale. Il filo conduttore è sempre quello, costante dal primo Novecento: la ricerca di una nuova identità che consenta di traghettare la Cina verso lo sviluppo e la conquista di un benessere diffuso, e al tempo stesso risponda alla richiesta di valori stabili, di un collante sociale, di un «senso» al percorso che si sta facendo. Si può dire che la Cina sta ancora digerendo gradualmente quell´immenso choc che fu il primo contatto brutale con l´apertura all´Occidente. All´inizio del Novecento l´impatto pose un problema inedito, quello di definirsi come nazione. Un concetto nuovo, imposto dalla forza dei nazionalismi europei. «Nel corso della sua lunga storia - scrive la Pisu - il problema nazionale non aveva mai toccato la Cina, che non si era mai pensata come identità da affermare rispetto ad altre identità nazionali. La civiltà cinese non era mai venuta in contatto con altre civiltà portatrici di valori con la stessa pretesa universale». Non è molto diverso il problema con cui il paese e la sua classe dirigente si misurano in questi ultimi trent´anni, da quando Deng Xiaoping ha sposato l´economia di mercato e ha riaperto una stagione ricca e fruttuosa di relazioni con il resto del mondo. Il capitalismo e la globalizzazione hanno ridisegnato stili di vita, consumi, mode, l´etica collettiva, oltre a creare una nuova gerarchia tra le classi, nuove tensioni sociali. Più la Cina è in mezzo a noi, ci penetra e ci condiziona, più essa stessa accetta di cambiarsi e di lasciarsi contaminare. Riscopre il suo passato, torna a nutrire orgoglio per la sua storia, ma non ha ancora scelto fra Confucio e Darwin, fra Adam Smith e il tao. La costruzione di una nuova memoria storica, funzionale a definire l´identità nazionale, viene seguita con molta attenzione dal regime autoritario che investe risorse nella propaganda patriottica, nella riscoperta del confucianesimo, nel rilancio di un buddismo addomesticato. Ma è una questione destinata a riesplodere continuamente in nuove forme. Il giorno in cui la Cina diventerà democratica, potremmo scoprire dentro la sua società civile delle correnti nazionaliste spontanee, forse perfino più radicali di quanto sospettiamo.
Repubblica 2.1.07
L'attendibilità del libro di Corrado Augias e Mauro Pesce
Gesù di Nazareth, la divinità e gli storici
Le critiche uscite sono largamente ingiustificate
I miracoli, la condanna a morte, i vangeli
di Enrico Norelli
L´Inchiesta su Gesù di Corrado Augias e Mauro Pesce è una risposta seria alla necessità di proporre i risultati delle complesse ricerche degli specialisti a un pubblico più largo, il quale dispone per lo più di trattazioni orientate da un´opzione di fede o di libri che promettono, più o meno esplicitamente, di rivelare «tutto quel che la chiesa ha sempre voluto nascondere» mentre s´ispirano al più avvilente dogmatismo.
Ho trovato questo libro corretto, misurato, intelligente: un aiuto reale per chi, non essendo uno studioso delle origini cristiane, s´interroghi sulla figura storica di Gesù. Certo, contiene affermazioni che si possono discutere. Ma credo che le dure critiche che mi è avvenuto di leggere non solo siano largamente ingiustificate nel merito, ma soprattutto contengano errori di metodo, che danneggiano, essi sì, il lettore non specialista.
Che cosa si può conoscere storicamente di Gesù? La conoscenza storica, qual è praticata oggi, ha le sue regole. Una di esse è che non è lecito allo storico pronunziarsi sulla realtà di Dio e sulla sua azione nella storia. Chi fa storia metterà in luce le maniere in cui donne e uomini hanno sviluppato credenze religiose, caratterizzerà tali credenze, i loro presupposti, le loro trasformazioni e le conseguenze che hanno prodotto; spiegherà in che modo determinati gruppi hanno creduto che la divinità agisse nel mondo, e in quali maniere hanno creduto di mettersi in rapporto con essa. Ma non assumerà Dio come attore dei processi storici, perché l´esistenza di un Dio non lo riguarda, diversamente da quella di Alessandro il Grande o di Lenin. Da poeta cristiano, Alessandro Manzoni ha potuto chiedersi se e come Dio avesse agito in Napoleone; ma uno storico che volesse spiegare l´attività di Napoleone affermando che Dio si è servito di lui susciterebbe, a ragione, l´ilarità generale.
Il caso di Gesù di Nazareth non è diverso. Lo storico non si pronunzia sulla sua divinità, per la semplice ragione che si tratta di una questione estranea al suo campo e ai suoi mezzi d´indagine. E´ dunque letteralmente priva di senso l´obiezione di P. Giuseppe De Rosa su Civiltà cattolica, di aver negato la divinità di Gesù. Se Pesce e Augias avessero negato la divinità di Gesù, avrebbe avuto ragione di protestare, ma non per la negazione, bensì perché se ne sarebbero occupati; allo stesso modo avrebbe dovuto biasimarli se l´avessero affermata. Per la medesima ragione non condivido le considerazioni del P. Raniero Cantalamessa nell´Avvenire del 18 novembre, là dove afferma che fede e incredulità condizionano la ricerca storica allo stesso modo, anzi la seconda «enormemente di più». Se per «incredulità» intende la ricerca di spiegazioni accettabili dai paradigmi delle «scienze umane», questo atteggiamento è compatibile con il metodo storico. Del resto, la foga polemica conduce talora Cantalamessa a presentare in maniera distorta il pensiero di Pesce. Nel contesto ora citato, afferma che, se ci si accosta a Cristo da non credente, «i miracoli [non potranno che essere] frutto di suggestione». Pesce afferma il contrario, basta leggere a p. 134: «io stesso mi sono convinto che è necessario ammettere l´esistenza di persone in grado di compiere guarigioni considerate "miracolose", per le quali non esiste una spiegazione scientificamente verificabile. (...) La sua effettiva capacità taumaturgica (...) La sua capacità di fare miracoli (...)». Anzi, Pesce cita anche episodi come le resurrezioni, il controllo delle forze della natura, la moltiplicazione del cibo, commentando: «sono convinto che questi episodi non siano stati inventati, ma che i suoi seguaci furono realmente convinti di avere assistito a quei fatti straordinari». La foga mi sembra anche trascinare il Raniero Cantalamessa a errori evidenti, come quando se la prende con «la tesi della totale estraneità delle autorità ebraiche alla morte di Cristo», evidentemente dimenticando quanto Pesce afferma alle pagg. 160-161 sull´appoggio di una parte delle autorità di Gerusalemme alla condanna di Gesù. Tale foga è responsabile anche della furibonda tirata di Cantalamessa contro gli apocrifi, che si stenta a ricondurre a uno studioso competente come lui nel campo della letteratura cristiana antica. Come si può affermare che i critici più arditi «arrivano, con congetture, a datarli (= gli apocrifi) all´inizio del III o a metà del II secolo», quando citazioni da parte di autori ben datati, o papiri databili paleograficamente, consentono di assegnare praticamente con certezza al II secolo una quantità di apocrifi, tra cui il Vangelo di Pietro, il cosiddetto Protovangelo di Giacomo, i vangeli degli Ebrei e degli Egiziani, il Vangelo di Tommaso (abbiamo frammenti di due copie degli inizi del III secolo), la Predicazione di Pietro, l´Apocalisse di Pietro, e altri, senza menzionare quelli che si possono attribuire con enorme probabilità al II secolo sulla base del loro contenuto, come l´Ascensione di Isaia? E come si può affermare che «i vangeli apocrifi professano tutti [sic!], chi più chi meno, una rottura violenta con l´Antico Testamento», quando tra quelli ora menzionati, questo si può dire al più, e con molta incertezza, per il solo Vangelo di Tommaso, dove comunque tale tema non è minimamente esplicito? Non si dovrebbe accusare altri di distorcere i fatti e la valutazione delle fonti mentre si fa lo stesso, contribuendo a mantenere nei lettori un´immagine distorta degli apocrifi, dei quali si è scoperta negli ultimi decenni l´importanza fondamentale.
Un punto cruciale, cui non a caso dedicano ampio spazio sia Cantalamessa che De Rosa, è l´ebraicità di Gesù. Nessuno dei due la nega, né potrebbe, ma entrambi sottolineano la continuità tra Gesù ebreo e il cristianesimo; ora però, siccome «ebreo» non è «cristiano», sono obbligati a mettere l´accento sulle novità dell´insegnamento di Gesù. Questo finisce con il condurre a vere acrobazie, soprattutto nel caso del P. De Rosa.
In conclusione faccio notare come proprio quella che è divenuta l´ortodossia cristiana ha sempre affermato l´umanità di Gesù e, se è così, il credente non può rinunziare a cercar di capire Gesù come essere umano, sul piano storico. Anche vero, per contro, che la ricerca storica non potrà mai «dimostrare» la divinità di Gesù. Sono convinto che i cristiani, non meno degli altri, abbiano gran bisogno di un libro come questo, dovrebbero esserne grati agli autori.
* è Professore di storia del cristianesimo delle origini all´Università di Ginevra