martedì 5 febbraio 2019

Repubblica 5.2.19
Hannah Arendt e la banalità del (nor)male
La Germania nazista, l’abisso dell’amore per Heidegger, Scholem e il difficile rapporto con la tradizione ebraica, la vocazione metafisica, lo studio del totalitarismo. Ritratto della donna che voleva "romantizzare il mondo"
di Pietro Citati


Hannah Arendt (1906-1975) era, secondo Hans Jonas, «una passeggera sulla nave del XX secolo».
Era una bellissima donna, una bellissima ebrea, qualcosa di unico e di indefinibile: aveva una straordinaria intelligenza e una volontà tenacissima, che si alternava a una grande vulnerabilità. Sentiva la determinazione ad essere se stessa, e la perseguiva con forza uguale alla volontà. Possedeva un’intensità, una direttiva interiore, una ricerca della qualità inquieta dell’essere, un modo di andare al fondo delle cose, che diffondevano un’aura magica intorno a lei. Studiò Agostino, sotto la direzione di Karl Jaspers, di cui sarebbe rimasta amica; e si innamorò di Heidegger, del quale subì il terribile fascino: una religione amorosa e passiva, a volte angosciosa e disperata. Leggeva con estrema raffinatezza Kant, mentre aveva dimenticato la tradizione cabalistica ebraica del XVI secolo, cara a Scholem.
Se il rapporto con Kant la lasciò pacifica, quello con Heidegger, che amò, la sconvolse per tutta la vita, senza riuscire a trovare una quiete intellettuale.
Sullo sfondo della sua giovinezza accadevano cose terribili: i tedeschi distrussero il ghetto di Varsavia. Intorno a lei c’erano angosce e suicidi.
Hannah Arendt lasciò la Germania, abbandonando Heidegger, che aveva amato più di tutti. Andò a Parigi e poi negli Stati Uniti. Presto imparò a scrivere benissimo: alternando frivolezza e austerità, procurandosi un’intensità letteraria. Ma non le bastava scrivere stupendamente: volle agire, partendo per gli Stati Uniti, dove diresse il bollettino di studi ebraici della comunità ebraica tedesco-americana, sebbene sostenesse con pervicacia di non comprendere la storia, come del resto tutti gli ebrei. Fu amica di Gershom Scholem, il grande studioso di origine tedesca con cui discorreva a lungo: egli la accusò duramente, di non capire il popolo ebraico, poiché ne ignorava l’immenso passato.
Negli Stati Uniti, curò un’opera fondamentale della sua vita -  I Diari di Kafka -che forse non intese perfettamente, perché mancava della forza metafisica necessaria. La passione politica non la abbandonò mai, e talora abolì, in lei, la sua stessa tensione metafisica. Rinunciò a parte della sua cultura tedesca; e presto, anche per via di amicizie, si adattò alla cultura democratica americana.
Diventò amica di Mary McCarthy - autrice di un libro famosissimo, Il gruppo — anche se possedeva più sottigliezza, inquietudine, passione, tenebra, in confronto a lei. Era costante, ironica: piena di angosce e di dubbi.
Nel fondale della sua cultura stavano Poe e l’antica tradizione ebraica del Cinque-seicento e del Settecento. Era piena di volontà e di ardore; anche dalle discussioni con Scholem dovette acuminarsi la sua idea di principio: quella del male radicale o del male assoluto, su cui la Arendt costruì la sua profonda natura. Quasi tutto, in lei, discendeva da Sant’Agostino: slancio, espansione, forza, sottigliezza, squisitezza, sopratutto armonia.
Le origini del totalitarismo sono un vero e proprio capolavoro. Il celebre La banalità del male - la stupenda polemica con cui distrusse un nazista, Eichmann, un servo di Hitler, nel processo a Gerusalemme - non raggiunge quella straordinaria altezza.
Quando era andata prima a Parigi e poi negli Stati Uniti, aveva scoperto se stessa con un’ironia acutissima. Quale espressione! Quale slancio!
Amava gli antichi romantici e le romantiche tedesche. Adorava Novalis. Amica di Jaspers, la sua mente era ossessionata dall’idea di Dio: forse un Dio ebraico, forse un Dio cristiano nascosto in lei. Il mondo a cui si opponeva era quello della Putrefazione.
Detestava il nazismo e il filosofo geniale e perverso che aveva amato come pochi - Heidegger.
Temeva il turbinio della morte e dietro questo turbine c’erano i campi di concentramento e le camere a gas di Auschwitz. Pur non abbandonandolo, l’interesse politico era, per lei, specialmente giunta negli Stati Uniti, molto meno importante rispetto all’interesse morale.
Ormai l’antica teologia o filosofia classica-ebraica del Sedicesimo secolo l’aveva influenzata intimamente, insieme all’antica teologia della sua terra. Andava sempre più indietro: sempre più lontano; e probabilmente la sua vera forza consisteva nei secoli dell’ebraismo classico.
Nel momento in cui rinunciò a qualcosa della sua cultura tedesca, cancellò almeno in parte anche il suo ebraismo, e negli ultimi anni si sentì una specie di libera "europea". Ma non dimenticò di avvertire la presenza, nel mondo, del male assoluto.
Diventò quasi una italiana.
Aveva esaurito il romanticismo tedesco, che portava nel sangue. La sua prosa diventò festosa e lieta. Alla fine, sembrò liberarsi di tutto, come se avesse dimenticato sia il suo liberalismo, sia il suo conservatorismo. Diventò incredibilmente libera e leggera: sempre più dolce, sempre più quieta, sempre più mite. Ma non riusciva a cancellare il terrore della storia.
Parlò molto spesso della politica di Stalin, che era morto nel 1953, quando il comunismo non sembrava completamente esaurito - il comunismo che si trasformava in Berja, Malenkov, Krusciov, Breznev e gli altri, fino, forse, al recentissimo Putin, nel quale il male radicale continua probabilmente ad essere vivo. Discorreva a lungo di esperimenti politici, ma, in realtà, la sua vera passione era morale, sentita con un profondissimo ardore. Non dimenticò mai la storia del Diciottesimo e del Diciannovesimo secolo — e più remotamente la mistica medievale come la studiò mirabilmente Moshe Idel. Aveva un’ideale: «Il vero popolo divino dei tempi moderni». Come diceva Novalis: «Bisogna romantizzare il mondo»; e lei non rinunciò mai a questo proposito. Andava sempre più indietro, sempre più lontano, appunto, fino all’Antico Testamento, ai secoli prima di Cristo e alle ispirazioni ereticali.

George Grosz

il manifesto 5.2.19
Salvini vuole togliere i fondi ai partigiani
Giorno del ricordo. Polemica per un convegno sulle foibe al quale partecipa l'Anpi di Parma. La presidente nazionale prende le distanze. Ma spiega: nessun finanziamento a fondo perduto all'associazione, solo la partecipazione a progetti approvati dal parlamento
di Andrea Fabozzi


La polemica sulle foibe, quest’anno, la innesca Fratelli d’Italia, accusando l’Associazione nazionale partigiani di «sponsorizzare una conferenza negazionista». Siamo a cinque giorni dalla «giornata del ricordo» che dal 2005 è dedicata alle vittime italiane del 1943-45 al confine orientale. Questo in base a una legge votata all’unanimità (esclusi Comunisti italiani e Rifondazione), promossa da un deputato che oggi è vicesegretario del Movimento sovranista di Alemanno e sostenitore di Salvini. Proprio Salvini arriva rapido alle conclusioni della polemica, annunciando che «è necessario rivedere i contributi alle associazioni come l’Anpi che negano le stragi fatte dai comunisti nel dopoguerra».
Non è Salvini a doversi occupare dei contributi all’Anpi. Il ministero dell’interno finanzia ogni anno (e per cifre più sostanziose, in un caso assai più sostanziose) le associazioni delle vittime civili di guerra, dei perseguitati antifascisti e degli ex deportati. L’Anpi riceve i fondi dal ministero della difesa assieme alle altre associazioni combattentistiche. Ma solo a copertura di progetti approvati dal ministero e dalle commissioni di camera e senato: per il 2018 centomila euro. «Non certo per timore delle “minacce” di Matteo Salvini – ha detto ieri la presidente dell’Anpi Carla Nespolo – ma per ribadire chiarezza e obiettività storica, ripeto che le foibe sono state una tragedia nazionale, che copre un amplissimo arco di tempo e va affrontata senza alcuna ambiguità, contestualizzando i fatti. In molte realtà italiane l’Anpi ha collaborato con altre associazioni per ricordare questa pagina tragica della nostra storia. Gradirei molto che chi minaccia di cancellare i contributi alla nostra associazione, abbia la doverosa curiosità di andare a leggere i documenti ufficiali da noi prodotti sul tema».
Il convegno messo all’indica da Fratelli d’Italia – che annuncia l’intenzione di incalzare Salvini fino a quando non definanzierà l’Anpi – si svolge domenica prossima a Parma, come negli ultimi 14 anni. Il titolo è sempre lo stesso: «Fascismo e Foibe», organizza un comitati cittadino antifascista. L’Anpi di Parma firma la convocazione ma – racconta il presidente Aldo Montermini – «non sponsorizza bensì partecipa in piena autonomia, portando le posizioni del comitato nazionale dell’associazione. Non siamo affatto negazionisti, non abbiamo mai negato il fatto storico delle foibe. Essendo un’associazione seria intendiamo contestualizzare gli eventi». Sul manifesto di quest’anno si preannuncia però la proiezione di un video della storica Alessandra Kersevan dal titolo «la foiba di Basovizza: un falso storico». Malgrado non sia stato mai possibile ricostruire il numero degli infoibati (le cifre variano da zero a 2.500), dal 1992 Basovizza è monumento nazionale, Salvini domenica andrà a visitarla. «Mi fa schifo chi nega lo sterminio di migliaia di italiani da parte dei comunisti», ha detto ancora il ministro. Senza nemmeno esagerare troppo sul numero dei morti, visto che in questi anni c’è stato pure chi ha ritenuto utile gonfiarlo a dismisura rispetto a quanto attestato dalle ricerche storiche.
Nel frattempo Fratelli d’Italia e il senatore di Forza Italia Gasparri si contendono il merito della trasmissione su Raitre – venerdì prossimo in prima serata – del film Red Land-Rosso Istria dal dichiarato intento nazionalista. «Norma Cossetto: un caso tutt’altro che chiaro» è invece il titolo di un altro video che sarà proiettato nella conferenza parmigiana dello scandalo, riferito allo stesso episodio al centro del film. «Giovane studentessa istriana, catturata e imprigionata dai partigiani slavi, veniva lungamente seviziata e violentata dai suoi carcerieri e poi barbaramente gettata in una foiba» recita la motivazione con la quale il presidente Ciampi le ha assegnato la medaglia d’oro alla memoria.
Giorni fa, l’Anpi nazionale era già dovuta intervenire per prendere le distanze da un post della sezione di Rovigo in cui di definiva «vergognosa fandonia» la storia della foiba di Basovizza. Ieri Carla Nespolo ha detto che sia quella frase sia l’iniziativa di Parma «non sono condivisibili e offrono uno straordinario pretesto di polemica a chi è molto più amico di CasaPound che dell’Anpi». Ed è appunto intervenuto il segretario di CasaPound Di Stefano, per chiedere a Salvini di togliere veramente i finanziamenti all’Anpi. Anche se, si è cautelato, «ognuno è libero di dire le idiozie che vuole».

Repubblica 5.2.19
Il caso
Foibe, scontro Salvini-Anpi “Le negano, via i contributi”
Il vicepremier contro il convegno revisionista a cui parteciperanno i partigiani di Parma La presidente Nespolo: “ Iniziativa sbagliata, ma le minacce del ministro non ci spaventano”
di Giovanna Casadio


Carla Nespolo, la presidente dell’Anpi, è alla Casa della memoria e della storia a Roma a parlare di rom — «Siamo qui perché amiamo i rom… » — quando apprende dell’offensiva di Matteo Salvini. Via i contributi all’Anpi, che nega le foibe: annuncia il ministro dell’Interno. Si riferisce al convegno revisionista sulle foibe a cui ha aderito il comitato Anpi di Parma e che si terrà il 10 febbraio, Giorno del Ricordo, e a un post negazionista pubblicato sulla pagina Facebook dell’Anpi di Rovigo, una settimana fa.
«È necessario rivedere i contributi alle associazioni, come l’Anpi, che negano le stragi fatte dai comunisti nel dopoguerra — afferma Salvini, e rincara — Le foibe un falso storico. Pazzesco. Mi fa schifo chi nega ancora oggi lo sterminio di migliaia di italiani da parte dei comunisti. Domenica 10 febbraio sarò a Basovizza, vicino Trieste: la Storia non si dimentica, onore ai nostri morti».
Nespolo e tutta l’Anpi nazionale hanno condannato subito e preso le distanze dai comitati di Rovigo e di Parma. Lo ribadiscono: «Hanno sbagliato». Ma il fatto è accaduto. E ieri la presidente dei partigiani invitava tutti a « non offrire pretesti a chi è più amico di Casapound che dei partigiani » . In una nota spiega due cose: la prima è che l’Anpi non riceve contributi, ma fa progetti di ricerca che vengono finanziati dal ministero della Difesa dopo il via libera delle commissioni parlamentari. Quindi non riceve soldi a fondo perduto. La seconda è che « non certo per timore delle minacce di Matteo Salvini ma per ribadire chiarezza e obiettività storica, ripeto quanto già affermato giorni fa dalla segreteria nazionale Anpi: le foibe sono state una tragedia nazionale, che copre un amplissimo arco di tempo e va affrontata senza alcuna ambiguità, contestualizzando i fatti. In molte realtà italiane l’Anpi ha collaborato con altre associazioni per ricordare questa pagina tragica della nostra storia. Gradirei molto che chi minaccia di cancellare i contributi alla nostra Associazione, abbia la doverosa curiosità di andare a leggere i documenti ufficiali da noi prodotti sul tema » . Nespolo poi risponde a chi, come Maurizio Gasparri, la sprona ad andare alla cerimonia del Ricordo sabato a cui sarà presente il presidente Mattarella: «Se sono invitata, ci vado e volentieri ». Ribatte: «È pretestuoso l’attacco che ci muovono e dipende dal fatto che noi critichiamo le politiche razziste e filo fasciste da qualunque parte provengano ».
E interviene duramente anche il presidente dell’Anpi di Parma, Aldo Montermini, al centro delle polemiche: « L’Anpi non è negazionista e chi lo afferma non sa di cosa sta parlando. Il primo e vero negazionismo è stato quello delle destre nei confronti della Resistenza, a partire dal Msi fino alle destre di oggi». Spiega che il convegno “ Fascismo e Foibe” non è sponsorizzato da Anpi. I leghisti via social rilanciano: « Vergogna ». Fratelli d’Italia invita Salvini a passare dalle parole al taglio dei soldi all’Anpi e pensa a denunce e querele, come il deputato forzista Roberto Novelli che ha già presentato un esposto. Condanna del negazionismo sulle foibe arriva dal dem Emanuele Fiano, autore della legge contro l’apologia di fascismo: « Guai ai negazionisti, ma soffocare la voce dell’Anpi ha un significato politico » . In difesa dei partigiani anche Federico Fornaro di Leu.
Il vicepresidente della Camera, Ettore Rosato, triestino, del Pd, avverte: «La tragedia delle foibe è storia del Paese. Nessuno ha diritto di metterla in discussione tanto meno fantomatici storici revisionisti e negazionisti. Gli italiani conoscono quella pagina e per questo celebriamo il Giorno del Ricordo. Domenica sarò a Basovizza con chi sa che quel dramma ha lasciato un segno che nessuno mai potrà cancellare».

Il Fatto 5.2.19
Caso Foibe, il Viminale minaccia: “Via i soldi all’Anpi”
di Lorenzo Vendemiale


Una conferenza controversa, l’ombra del negazionismo delle foibe e i partigiani finiscono nel mirino di Matteo Salvini: il ministro dell’Interno se la prende con l’Anpi e minaccia addirittura di toglierle i 100 mila euro l’anno che riceve dal ministero (ma non dal suo). Tutto nasce da un evento a Parma il 10 febbraio, intitolato “Fascismo e Foibe”, in cui è prevista la proiezione del video “La foiba di Bassovizza, un falso storico”: la partecipazione dell’Anpi locale è diventata un caso nazionale, con le proteste di Fratelli d’Italia e della Lega, seguite dalla minaccia di Salvini. “È necessario rivedere i contributi alle associazioni, come l’Anpi, che negano le stragi fatte dai comunisti nel dopoguerra”. Non è la prima volta, del resto, che i partigiani scivolano sulle foibe (qualche giorno fa sul sito della sezione di Rovigo un post negazionista bollava i massacri come “invenzione dei fascisti”). Come non è la prima volta che da ambienti di destra si mettono in discussione i loro contributi. Adesso lo fa Salvini, che forse aveva il dente avvelenato anche per la recente campagna dell’associazione partigiani contro il suo decreto sicurezza. C’è solo un problema: quei soldi non sono di sua competenza ma del ministero della Difesa, da cui l’Anpi riceve un finanziamento come le altre associazioni combattentistiche (è la più ricca, con 100 mila euro su un milione totale). Poi nel bilancio (che non è pubblico) ci sono i ricavi dal 5 per mille, circa 250 mila euro.
A parte le minacce di Salvini, però, sui fondi non c’è nulla di concreto in cantiere. A scanso di equivoci è comunque arrivata la precisazione dell’Anpi nazionale: “Non per timore delle ‘minacce’ ma per obiettività storica, ribadisco che le foibe sono una tragedia nazionale: sia la frase di Rovigo che l’iniziativa di Parma non sono condivisibili”, la nota firmata dalla presidente Carla Nespolo. Caso chiuso, per il momento.

Repubblica 5.2.19
Cambia la musica in Rai al figlio rapper di Travaglio la sigla di “ Popolo Sovrano”
Freccero commissiona a Trava la stesura di un brano per il trailer del nuovo programma di punta del serale di Rai2
di Goffredo De Marchis


La Marsigliese, prima scelta di Carlo Freccero, è stata scartata. Era sovranismo ma macroniano. Un autogol. Allora si è virato su un testo italiano, giovane, fresco e si è pensato al rap. Tra i candidati per il trailer e probabilmente la sigla del nuovo programma di Rai2 “Popolo sovrano” che andrà in onda il giovedì sera al posto di “ Nemo”, è spuntato così il musicista Trava, nome d’arte di Alessandro Travaglio, figlio di Marco.
Da Rai2 fanno sapere in via informale che l’ipotesi è vera, che domani si terrà la riunione decisiva per il varo del programma (condotto da Alessandro Sortino) e verrà scelto anche l’autore del tema musicale. A Trava, 23 anni, abbastanza conosciuto nel mondo del rap, è stato chiesto infatti di scrivere un testo originale. Adatto a una trasmissione televisiva ma nelle sue corde. Poi verrà girato il trailer. Il rapper non dovrebbe comparire prestando solo la sua voce e la sua musica.
Trava da anni cerca di separare la sua carriera da quella del direttore del Fatto. « Non faccio il giornalista, faccio musica. Non c’entriamo niente uno con l’altro » . In tv è apparso con il padre in una puntata di “ Scherzi a parte” su Canale 5 e ha partecipato a “ Italia’s Got Talent” su Sky ( guadagnandosi anche un buon numero di visualizzazioni Youtube: 2milioni e 200 mila). Anche lì si sono sprecate le domande sulla sua parentela.
In questo caso, però, il rischio di incrociare i due destini esiste, eccome. Freccero e Marco Travaglio condividono infatti l’epurazione dalla Rai berlusconiana dopo una puntata di Satirycon. E oggi sono legati dal giudizio positivo sul governo gialloverde. Travaglio guida un quotidiano molto vicino ai grillini. Gli stessi grillini hanno indicato il nome di Freccero per il ritorno sulla poltrona di Rai2.
Ma nei prossimi giorni il Movimento vivrà un cortocircuito anche sulla tv pubblica. Dopo aver conquistato l’azienda, i 5 stelle annunciano un flash mob di protesta sotto viale Mazzini. Per chiedere cosa? Per chiedere che Fabio Fazio e Bruno Vespa abbassino i loro stipendi, rientrino nei parametri dei giornalisti ( tetto a 240 mila euro), per dimostrare di essere come sempre anti- casta. Di lotta e di governo però perché oggi la Rai è controllata dal governo in cui i grillini hano premier, vicepremier e ministri. Alessandro Di Battista ha lanciato il guanto di sfida domenica, ieri Luigi Di Maio è tornato a parlare di stipendi esagerati e Matteo Salvini ha attaccato di nuovo Fazio.

La Stampa 5.2.19
1938, quando gli ebrei smisero di essere italiani
di Francesca Paci


Quando scoprirono di non essere più italiani, l’imprenditore ebreo Ettore Ovazza e i suoi cari erano fascisti. Poi vennero le leggi razziali del 1938, l’obbligo di cedere la banca di famiglia, l’interdizione dalla professione. Nell’autunno del 1943 furono tutti massacrati dai nazisti sul Lago Maggiore. La storia degli Ovazza, tragicamente analoga a quelle di migliaia di altre, è una delle cinque raccontate da Pietro Suber in 1938: quando scoprimmo di non essere più italiani, il film documentario distribuito da oggi con La Stampa (€ 9,90 più il prezzo del giornale) che ricostruisce il contesto antecedente e successivo alla deportazione dei nostri connazionali attraverso la voce dei protagonisti ma anche degli altri, i responsabili diretti e gli irresponsabili, i troppi rimasti con gli occhi volutamente chiusi per non schierarsi e pagarne il pegno.
Gli Ovazza, dunque, e poi il mitico Moretto, che alzò la voce contro la razzia del Ghetto di Roma e si salvò flirtando con la nipote di un collaborazionista, gli Schenheit, sopravvissuti miracolosamente ai campi di sterminio, l’ebrea di Fiume Lea Polgar nascosta nella casa dell’incisore del Vaticano Aurelio Mistruzzi e il loro alter ego macabro, i carnefici, una famiglia di presunti delatori accusati di aver denunciato ai tedeschi i dirimpettai con cui fino a quel momento avevano vissuto da fratelli. È un viaggio nella coscienza collettiva, tra rare immagini d’archivio e inediti documenti d’epoca passati al setaccio con lo storico Amedeo Osti Guerrazzi, che gettano una luce particolare sul passato e sul presente, sull’ottantesimo anniversario dalla pubblicazione del Manifesto della razza e sulla memoria che ancora inciampa in omissioni, minimizzazioni, revisionismi.
Oltre alla voce dei testimoni di ieri, il film propone quella contemporanea dei nuovi estremisti di destra, i movimenti giovanili che gravitano intorno a Forza Nuova e CasaPound tenendo vivi pregiudizi e stereotipi antisemiti. L’antidoto è ricordare, chiosa la sindaca di Roma Virginia Raggi intervistata per spiegare la decisione dell’amministrazione capitolina di ribattezzare tre strade intitolate a firmatari del Manifesto della razza con il nome di altrettanti scienziati ebrei: affinché, a posteriori, riscoprano di essere sempre stati italiani

il manifesto 5.2.19
Maduro, dall’Europa una stretta all’assedio. E lui scrive al papa
Sale la tensione a Caracas. Scaduto l’ultimatum, Spagna, Francia e Germania riconoscono Juan Guaidó. Anche Londra s’accoda, con altri 13 paesi Ue. Aiuti umanitari, la Croce rossa avverte gli Stati uniti: «Solo d’intesa con le autorità locali, quali che siano». Per Trump l’uso della forza ora è «un’opzione». Rischio di casus belli alla frontiera con la Colombia
di Clauidia Fanti


Si stringe sempre di più l’assedio attorno al governo bolivariano. Scaduto l’ultimatum di 8 giorni lanciato da Francia, Spagna e Germania al presidente Maduro per costringerlo a convocare nuove elezioni presidenziali, i tre paesi, più Gran Bretagna, Austria, Olanda e Svezia, a cui in serata si aggiungeranno altri nove paesi, hanno provveduto a riconoscere ufficialmente Juan Guaidó come presidente ad interim del Venezuela.
Cioè un oscuro e semisconosciuto deputato materializzatosi dal nulla, appartenente a un gruppo di estrema destra, Voluntad popular, fortemente screditato nel paese, persino all’interno dello schieramento di opposizione, per i suoi stretti legami con le guarimbas, le violente proteste che hanno insanguinato il paese nel 2014 e nel 2017. Un puro prodotto made in Usa da cui sarebbe impossibile attendersi un impegno a favore della democrazia in Venezuela.
«CONSIDERIAMO che Juan Guaidó abbia la legittimità per indire delle elezioni presidenziali», ha dichiarato il ministro degli Esteri francese Jean-Yves Le Drian, aggiungendo, in maniera involontariamente grottesca, considerando la rivolta dei gilet gialli in corso da dodici settimane, che «il popolo è in strada, il popolo vuole il cambiamento». «Guaidó deve convocare il prima possibile elezioni libere perché il popolo del Venezuela deve poter decidere del proprio futuro», ha dichiarato dal canto suo il non eletto Pedro Sánchez. Mentre il ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt si è augurato che tale riconoscimento «ci porti più vicino alla fine di questa crisi umanitaria», benché a tale crisi la Gran Bretagna stia contribuendo con il blocco delle riserve auree di proprietà venezuelana pari a 1,2 miliardi di dollari.
E nel momento in cui va in scena l’ipocrisia dell’Europa, diventa sempre più forte, fuori e dentro i confini venezuelani, il rullo dei tamburi di guerra.
IN UN’INTERVISTA ALLA CBS, alla domanda sull’uso della forza militare statunitense in Venezuela, Trump ha dichiarato apertamente che «è un’opzione», senza però aggiungere altro. Un’affermazione ancor più sinistra del ritornello «tutte le opzioni sono sul tavolo» ascoltato a più riprese negli ultimi giorni. E altrettanto sinistra è suonata la dichiarazione dell’autoproclamatosi presidente ad interim, secondo cui «il 90% dei venezuelani non teme una guerra civile perché vuole un cambiamento».
IL CASUS BELLI potrebbe venire dall’invio dei cosiddetti aiuti umanitari garantito dal responsabile della sicurezza Usa Bolton «su richiesta di Guaidó», il quale, durante la manifestazione di sabato a Caracas, aveva annunciato «una coalizione mondiale per gli aiuti umanitari» con tre punti di raccolta – uno a Cúcuta, l’altro in Brasile e il terzo in un’isola dei Caraibi – e una mobilitazione per esigere che la forza armata bolivariana ne consenta il passaggio.
E se si può prevedere che un eventuale ingresso degli “aiuti” avvenga a Cúcuta, zona di frontiera caratterizzata dalla forte presenza del paramilitarismo colombiano e delle mafie del contrabbando, dunque ideale per scatenare un’azione destabilizzante, non è chiaro, tuttavia, senza autorizzazioni del governo Maduro, in che modo potrebbero entrare concretamente e con quale tipo di azione.
NON PER NIENTE la Croce rossa ha messo in guardia gli Usa dal rischio di inviare aiuti umanitari in Venezuela senza l’approvazione del governo, dichiarando, attraverso il direttore delle operazioni globali Dominik Stillhart, di poter partecipare a tali «sforzi» solo «con l’accordo delle autorità venezuelane, quali che siano tali autorità». Gli Stati uniti, tuttavia, non sembrano preoccuparsene, pubblicando, attraverso l’account twitter dell’amministratore della Usaid (l’agenzia Usa per lo sviluppo internazionale) Mark Green, una serie di foto di casse, pronte per il trasporto, con tonnellate di alimenti destinati ai «bambini denutriti».
NEPPURE IL MINISTRO della Difesa canadese, Harjit Sajjan, ha scartato l’ipotesi di un intervento militare, pur definendola «prematura». E del rischio è ben consapevole Maduro, se è vero che, in un’intervista concessa al programma Salvados della tv spagnola, ha affermato, riguardo alla possibilità di una guerra civile, che «tutto dipende dal livello di follia e di aggressività dell’impero del nord».
MA È SUL DIALOGO CHE PUNTA ancora il presidente, come ha ribadito nell’intervista rilasciata ieri a Sky TG24, affermando di aver inviato una lettera a papa Francesco per chiedergli «il suo miglior sforzo per aiutarci nella strada del dialogo».
«Io scelgo il dialogo, sempre il dialogo, dialogo per difendere la democrazia, dialogo per difendere la pace e superare i problemi», ha dichiarato il presidente, mettendo però in guardia dal rischio di trasformare il Venezuela in nuovo Vietnam: «Non permetteremo mai – assicura – che sia toccato un palmo del territorio nazionale».

il manifesto 5.2.19
La rete sotterranea per le donne polacche
Polonia. Una piattaforma di dottori e studenti di medicina che fornisce assistenza per la pillola del giorno dopo, associazioni che aiutano a praticare l’interruzione di gravidanza, viaggio nel network pro-choice che aggira le restrittive leggi del paese sull’aborto
di Francesco Brusa, Alice Chiarei


VARSAVIA. Aleksandra Krasowska su Facebook, mi sono precipitata a contattarla». Natalia è una giovane specializzanda in ematologia di Varsavia e non ci ha pensato due volte a entrare a far parte di Lekarze Kobietom (medici per le donne). «Nel 2017 il governo polacco ha deciso di restringere l’accesso alla contraccezione d’emergenza (liberalizzato due anni prima sulla scorta di una decisione europea, nda). Con la nuova legge, per ottenere la pillola del giorno dopo occorre avere la ricetta e il medico può avvalersi dell’obiezione di coscienza». La stretta effettuata dal partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS) di Jarosław Kaczynski ha avuto conseguenze immediate: in alcune aree i medici che rilasciano ricette si contano sulle dita di una mano.
Lekarze Kobietom è una rete informale di dottori e studenti di medicina polacchi, che ha il preciso obiettivo di limitare i danni di questa legge. Nata su iniziativa della psichiatra Aleksandra Krasowska, riunisce volontari e volontarie da varie regioni del paese. «In Polonia la percentuale di obiettori è altissima», spiega Natalia, «e c’è quindi il rischio di non riuscire a trovare in tempo un medico che firmi la ricetta. La cosa più utile è stata allora “mappare” su tutto il territorio le cliniche e gli studi pronti a farlo. Abbiamo attivato un sito web dove le donne possono chiedere consigli, ma soprattutto ottenere sostegno per procurarsi la contraccezione d’emergenza. Indirizziamo chi ci contatta verso i dottori della nostra rete, disponibili a fornire la pillola del giorno dopo». Un servizio che in teoria dovrebbe essere garantito dallo stato, ma che invece viene portato avanti da un gruppo di attivisti. «In Polonia la contraccezione e l’aborto sono un tabù, soprattutto per la classe medica. In alcune facoltà non viene nemmeno insegnato come praticare un’interruzione di gravidanza» racconta Natalia.
Non tutte infatti entrano in contatto con Lekarze Kobietom per richiedere la pillola del giorno dopo. Capita molto spesso che le donne scrivano quando hanno già bisogno di praticare un aborto e qui la faccenda si fa più complicata.
La legge polacca in vigore dal 1993 (una delle più restrittive d’Europa) prevede l’interruzione di gravidanza in soli tre casi: in conseguenza di stupro o incesto, se sussistono rischi di salute per la madre e in presenza di gravi malformazioni del feto. Inoltre, si può essere perseguiti per aver “aiutato” una donna ad abortire. «È una norma molto vaga», dice Liliana Religa di Federa (Federazione polacca per le donne e la pianificazione familiare), associazione che si occupa di diritti femminili fin dagli anni ‘90. «La nostra paura è che venga utilizzata dal governo per ostacolare le realtà che sono a favore del diritto di scelta, impedendo anche solo di dare informazioni generali. Oppure la si usa per punire chi è solidale: una persona è stata recentemente denunciata per aver accompagnato con la propria macchina una donna che andava ad abortire in Germania. Insomma, si fa di tutto per rendere difficile l’accesso ai servizi contraccettivi e all’interruzione di gravidanza».
Occorre dunque aggirare norme e problemi, trovando “vie sotterranee” per esercitare la libera scelta. Se si richiede sostegno per praticare un aborto, dal sito di Lekarze Kobietom si viene spesso indirizzati verso Kobiety w Sieci (donne in rete). «Si tratta di un gruppo cui ci si può rivolgere per qualsiasi informazione pratica» spiega Liliana. «Alcune delle donne che vi fanno parte hanno avuto esperienze con l’aborto farmacologico e condividono con chi le contattata dubbi e consigli». Attraverso Kobiety w Sieci (che a sua volta si appoggia alle reti internazionali di Women on Web e Women on Waves) è possibile ordinare la pillola abortiva, recapitata direttamente all’indirizzo di casa. Le spedizioni avvengono con semplici pacchi postali (anche se la Polizia di Frontiera sta intensificando i controlli) o, in alcuni casi, addirittura per mezzo di droni. Secondo i ricercatori dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i servizi di telemedicina come Women on Web sono considerati metodi di aborto sicuro, anche se i problemi di questa soluzione sono molti. Innanzitutto le tempistiche. Se la pillola viene sequestrata prima di arrivare a destinazione, la donna potrebbe ritrovarsi in uno stato della gravidanza già troppo avanzato. Inoltre, c’è la tensione psicologica legata all’assunzione. «Non dimenticherò mai la paura, quando la mia fidanzata ha dovuto ingerire questa pillola dal mittente ignoto, senza alcuna assistenza medica su come si sarebbe svolto l’aborto farmacologico e senza garanzie riguardo a ciò che stava assumendo», racconta un ragazzo che preferisce restare anonimo e che, però, anche a partire da quell’episodio ha iniziato a prendere parte alle lotte per i diritti riproduttivi.
Un’alternativa, certamente più costosa, è quella dell’aborto all’estero. Nei paesi confinanti con la Polonia esistono infatti cliniche ginecologiche private per l’aborto chirurgico che si prendono carico di tutto il processo, dal viaggio fino al rientro a casa per una cifra che va dai 400 ai 600 euro (in Polonia il salario medio è di 830 euro). Ci sono linee dedicate per prendere appuntamento e anche gli infermieri e i medici parlano polacco. «La partenza avviene di mattina presto, praticamente col buio» dice Marta Syrwid, che si è sottoposta all’intervento in Slovacchia e ha poi deciso di rendere pubblica la sua esperienza. «È difficile descrivere la sensazione che si prova a essere trasportati oltre la frontiera, per un’operazione così intima, su un pulmino guidato da sconosciuti. È tutto molto strano e asettico. Appena arrivata alla clinica, mi hanno fatto firmare un foglio scritto in un polacco sgrammaticato: dovevo dichiarare di essere andata lì perché avevo un aborto spontaneo in corso». Le normative di Slovacchia e Repubblica Ceca, principali destinazioni delle donne polacche, sembrano infatti essere contraddittorie. L’interruzione volontaria di gravidanza è in teoria riservata solo a chi risiede permanentemente nel paese e la dichiarazione di un aborto spontaneo in corso sarebbe dunque un espediente per agire nella quasi-legalità. La pratica non viene tanto sbandierata, né dai governi né dalle cliniche, anche per non guastare le relazioni diplomatiche con la Polonia.
Non così, se ci si orienta più a ovest: è il caso di movimenti come quello di Ciocia Basia, a Berlino, o dell’Abortion Network Amsterdam, nella capitale olandese, gruppi di volontari e volontarie uniti a sostegno di donne, persone trans, non-binarie o queer. Il loro obiettivo è garantire a chiunque un aborto sicuro, al di là delle possibilità economiche, e offrono oltre all’intervento chirurgico anche supporto psicologico e logistico.
Sia dentro che fuori i confini, comunque, il punto centrale rimane quello della consapevolezza. «L’aborto è Ok» recitavano i cartelloni in testa al corteo del 30 settembre scorso a Varsavia.
In quell’occasione, le donne sono scese in strada manifestando per la prima volta a favore della libera scelta e non solo contro i tentativi di restrizione dell’accesso all’interruzione di gravidanza da parte del PiS. Una lunga colonna di dimostranti ha attraversato Most Poniatowskiego, il ponte sulla Vistola, mentre alcuni picchetti di cattolici pro-life provavano a contrastarli. «Chi ha partecipato alla Marcia per l’Aborto Legale e Sicuro di settembre è stato molto coraggioso», afferma Liliana di Federa, che come associazione ha sostenuto l’iniziativa. «Il clima non è certo dei migliori. Lo slogan “l’aborto è ok” ha destato scandalo, anche all’interno dello stesso movimento femminista e le organizzatrici del corteo sono state definite talvolta “troppo radicali”. Ma è un inizio promettente. Credo che le proteste degli ultimi anni stiano aprendo gli occhi a tanti. Secondo alcuni sondaggi, la maggioranza della popolazione è ora a favore di una completa legalizzazione dell’aborto e dei diritti riproduttivi».
Ciò che manca è la volontà politica di ascoltare tali richieste. Le ultime elezioni regionali hanno confermato l’egemonia del PiS nelle zone più rurali del paese e il partito di Kaczynski sembra deciso a mantenere le sue posizioni autoritarie e conservatrici. «Fino a oggi, abbiamo ricevuto più di diecimila domande d’aiuto», precisa l’attivista di Lekarze Kobietom Natalia. Al dato si aggiungono, secondo le stime, quasi altre centomila cittadine polacche costrette ad abortire illegalmente o all’estero. «Questo è un governo che odia le donne. Ma con la nostra rete abbiamo finalmente capito di essere in tante e di poter fare qualcosa di concreto».

il manifesto 5.2.19
In Libia campi come lager ma l’Italia è cieca
Storie. In un libro scritto da giuristi, L’attualità del male, l’atto di accusa contro i nostri governi e la Ue. La storia di un aguzzino condannato a Milano grazie alle testimonianze dei connazionali
di Antonella Romeo


«Ho chiuso gli occhi per non vedere chi moriva accanto» ha raccontato in Procura ad Agrigento uno dei tre uomini sopravvissuti quell’ultimo naufragio di gennaio rimasto privo di soccorsi. Le donne con i loro bambini, anche un neonato, sono andati a fondo per primi. Liliana Segre scriveva nelle sue memorie del campo di Auschwitz: «Per uscire dall’incubo l’unico modo era voltare la faccia dall’altra parte, non vedere».
NEL MEDITERRANEO E IN LIBIA il male è sempre di grande attualità. «L’attualità del male. La Libia dei lager è verità processuale», a cura di Maurizio Veglio, (Edizioni SEB27), è il titolo di un libro scritto da giuristi. Il volume è un atto di accusa contro prassi politiche perseguite dai governi italiani e dall’Unione Europea in spregio ai diritti umani, purché i migranti restino o vengano riportati in Libia. Gli autori del volume analizzano la sentenza pronunciata dalla corte d’Assise di Milano il 15 ottobre 2017 alla luce del presente e di un passato più o meno recente (i crimini nazisti, la guerra in Jugoslavia).
DUE GIUDICI TOGATE insieme ai giudici popolari della corte di Milano avevano condannato all’ergastolo il cittadino somalo Matammud Osman. Era stato fermato da altri suoi connazionali nei pressi della Stazione Centrale di Milano, che avevano riconosciuto in lui l’aguzzino che nel campo di Bali Walid in Libia li stuprava e torturava, costringendo i parenti a sentire le loro urla al telefono. Un sistema di ricatto collaudato, l’attività imprenditoriale più lucrativa oramai da tempo in Libia. Per la prima volta una Corte di giustizia di un Paese dell’Unione Europea ha scritto nero su bianco quello che in questi anni sta succedendo ai migranti nei centri di detenzione libici e condannato uno dei carnefici, accusato da tredici uomini e quattro donne di indescrivibili crudeltà.
LA SENTENZA STABILISCE non solo la verità processuale, ma anche la verità storica di accadimenti che proseguono in Libia. Il documento descrive con rara chiarezza le stazioni della via crucis delle vittime fino al loro arrivo in Italia. Tremenda la descrizione del campo di Bali Walid, «dotato di un grandissimo hangar all’interno del quale venivano tenute recluse circa 500 persone. Intorno a questo capannone c’era un cortile sorvegliato da uomini libici armati . I migranti dormivano tutti insieme, uomini e donne, ed erano così ammassati che non c’era neanche lo spazio per muoversi. L’hangar non era areato, le condizioni igieniche erano del tutto scadenti, c’erano pidocchi ovunque, molti migranti soffrivano di malattie della pelle. Non potevano lavarsi, il cibo fornito era scarso. I profughi erano costretti a rimanere chiusi dentro al capannone giorno e notte, senza nemmeno poter parlare fra di loro».
L’ACCUSATO PRELEVAVA i reclusi ogni giorno, li portava in una stanza delle torture, dove li tormentava con scariche elettriche, gli faceva colare addosso plastica incandescente; li appendeva per le mani e li colpiva con bastoni di gomma e spranghe di ferro, li lasciava per ore incaprettati a disidratarsi sotto il sole. Per terrorizzare tutti, ne uccideva alcuni, lasciando i cadaveri esposti per giorni. Quotidianamente prendeva le ragazze anche minorenni e le sottoponeva a interminabili, gravissime violenze sessuali, ancora più penose per le quelle infibulate. Una lettura insostenibile, ma è necessario far conoscere questa sentenza perché tali crimini continuano a essere perpetrati in Libia su sempre nuove vittime.
L’ASSOCIAZIONE DEGLI STUDI giuridici sull’immigrazione (ASGI) – che difende i diritti civili e umani dei migranti – si era costituita parte civile nel processo con l’avvocato Piergiorgio Weiss, che scrive ne «L’attualità del male»: «Dopo questa sentenza non possiamo più continuare a girarci dall’altra parte la domanda è: possono l’Italia e l’Europa ignorare tutto ciò, possono far finta di non sapere che riportare in Libia i profughi significa portarli in lager dove sono praticate le peggiori torture?». Continua Pierpaolo Rivello che è stato pubblico ministero in molti processi contro i crimini compiuti dai nazisti in Italia: «La pronuncia conferma che attualmente i campi di prigionia libici possono essere considerati dei veri e propri lager. Gli orrori che si perpetrano sono assimilabili a quelli che si verificarono a Treblinka o ad Auschwitz. Alla luce di questa sentenza appaiono ancora più gravi le conseguenze delle scelte adottate dalle autorità del nostro Paese, volte a favorire il contenimento del flusso dei migranti».
IL MINISTERO DEGLI INTERNI tiene con acribia il computo degli sbarchi: sono diminuiti a gennaio 2019 dell’95,58 per cento rispetto allo stesso periodo del 2018 e del 95,54 per cento rispetto al 2017. Di questo dato il governo va fiero, ma si dimentica di ringraziare per questi dati quello precedente che il 3 febbraio 2017 ha firmato con la Libia un Memorandum: per «la lotta all’immigrazione clandestina e il controllo dei confini», dare «supporto tecnico e tecnologico agli organismi libici incaricati della lotta contro l’immigrazione clandestina come la Guardia costiera» e proseguire l’«adeguamento e finanziamento dei centri di accoglienza già attivi», formarne il personale libico oltre che predisporne altri. Il governo italiano, con appoggio e finanziamento dell’Ue, ha delegato il lavoro alla Guardia costiera libica. Il Consiglio europeo il 28 giugno 2018 ammoniva le Ong: «Tutte le navi operanti nel Mediterraneo devono rispettare le leggi applicabili e non interferire con le operazioni della Guardia costiera libica».
L’AVVOCATO LORENZO TRUCCO, Presidente dell’Asgi, spiega ancora ne «L’attualità del male» che questo Memorandum, come altri recenti accordi, sono giuridicamente «deleghe di respingimento. Ricordiamo – dice Trucco – che la Libia rimane un paese che non ha ratificato le più fondamentali convenzioni in materia di diritto d’asilo e di rispetto dei diritti umani». Tali violazioni sono denunciate nell’ultimo report dell’Unhcr sulla Libia (settembre 2018), comprese quelle compiute dalla Guardia costiera libica. A novembre del 2017 l’Alto commissario per i diritti umani dell’Onu Zeid Ra’ad Al Hussein aveva scritto: «L’Unione europea e l’Italia stanno fornendo assistenza alla Guardia costiera libica per l’intercettazione di barche di migranti nel Mediterraneo, comprese le acque internazionali», nonostante tale aiuto condanni «sempre più migranti a detenzioni arbitrarie e senza limite temporale durante le quali verrebbero esposte a torture, stupri, lavoro forzato, sfruttamento ed estorsione». È proprio quello che hanno raccontato i 17 cittadini somali durante il processo di Milano, e almeno quella corte gli ha reso giustizia.
LA LIBIA È UN INFERNO e la Guardia costiera non risponde alle chiamate di soccorso. «La Guardia costiera è un’invenzione – dice Domenico Quirico – che ha scritto la prefazione del libro. «La Polizia libica non esiste, il controllo dell’ordine pubblico è affidato a milizie di diverse gradazioni, islamisti, non islamisti, banditi, canagliume puro. La strada è stata aperta da Minniti quando è andato a fare accordi, legittimando dal punto di vista politico e giuridico persone che dovrebbero stare in galera per i reati menzionati dalla sentenza della Corte di Assise di Milano».
«I MIGRANTI – scrive ancora Trucco – vengono considerati non più un problema, ma nemici, e coloro che li aiutano, le navi delle Ong, essendo loro alleati devono essere combattuti. I soldi della cooperazione vengono deviati per rafforzare i controlli dei confini in Libia come in Niger. C’è una forma di razzismo istituzionale evidente, queste persone non contano sono di rango inferiore, sono non-persone».
LE VITTIME CHIUDONO gli occhi per non farsi sopraffare dalla disperazione. Per dirla con le parole di Primo Levi, fino a quando saremo sordi, ciechi e muti di fronte a tanto, «una massa di invalidi intorno a un nucleo di feroci».

Il Fatto 5.2.19
Sfida aperta in Israele Benny Gantz, il generale che assedia “Re” Bibi
Elezioni il 9 aprile - Jeans e camicia, schivo, sguardo penetrante: nell’affollata arena politica, il partito del militare “Resilienza per Israele” è dato già al 36%
di Fabio Scuto


Jeans portati con disinvoltura, la camicia aperta sotto la giacca, con la sua faccia rassicurante si affaccia sui telegiornali, nelle interviste online. Lo sguardo penetrante ma sereno sembra voler dire a tutti gli israeliani: “Rilassatevi, adesso ci sono qui io”. Nell’affollata arena politica israeliana dominata finora dalla personalità del premier Benjamin Netanyahu, l’ex generale Benny Gantz – l’ultimo dei novizi della politica – vola nei sondaggi. Con il suo partito “Resilienza per Israele” – la forza e la resistenza – guadagna terreno ogni giorno su Netanyahu e ormai nel gradimento come leader lo ha raggiunto al 36% dei consensi.
Sarà lui l’avversario da battere e il nervosismo a Balfour Street, la residenza ufficiale del primo ministro, è già assai palpabile. Sessanta anni ben portati, ex attaché militare negli Usa, Gantz è stato Chief of Staff dal febbraio 2011 al febbraio 2015 con in mezzo due guerre con Hamas nella Striscia di Gaza. Di carattere schivo, ha resistito a lungo alle lusinghe della destra, poi infine ha scelto la sua strada, fondando un suo partito e sfidando direttamente Bibi.
Per la prima volta in un decennio, l’opposizione a Netanyahu ha qualcuno con autorità ed esperienza militare, cosa che finora ha dato al premier un decisivo vantaggio sui suoi sfidanti. In molti vaticinano la fine “dell’era Netanyahu”, la cui longevità alla guida del Paese ha superato per tempo quella di David Ben Gurion, il padre dello Stato di Israele. Ma “King Bibi” è un perfetto animale politico, in grado di rovesciare le sorti della sfida come fece nel voto del 2015 quando con il Likud nell’ultime due settimane riuscì a recuperare 10 punti percentuali sull’Unione Sionista – l’alleanza fra laburisti e centristi di Tzipi Livni – e vincere ancora una volta.
Certo oggi l’uomo che la metà di Israele ha amato e l’altra metà ha amato odiare, è appesantito da 4 inchieste che lo vedono colpevole di corruzione, frode, truffa, tangenti, scambio di favori. Lui si difende come un leone – “è un vasto complotto contro di me” – ma su due casi l’istruttoria è pronta e il Procuratore generale Avichai Medelblit deve solo decidere quando mandarlo sotto processo, se prima o dopo il voto del 9 aprile. I partigiani di Bibi sono ancora molti e lui ha ancora in pugno il partito, il Likud, che è accreditato più o meno degli stessi seggi (30) che occupa attualmente alla Knesset (120 seggi). Ma non basta. La nuova alleanza che si è formata tra il partito di Benny Gantz e Yesh Atid – il partito centrista guidato dall’ex telegiornalista Yair Lapid – è accreditata di prendere 35 seggi e cresce ancora nei consensi. Sulla collocazione nel centrodestra di “Resilienza” non si discute ma l’apparizione e il successo di Gantz ha spazzato via le aspettative di altri leader di partito – come Lapid o Avi Gabbay del Labour – che rivendicavano la guida del campo anti-Netanyahu.
Non è solo l’esperienza militare e diplomatica che Gantz ha, ma è anche la sua capacità di andare dritto al problema; come le critiche mordaci al primo ministro, allo stile della sua famiglia, alla sua corte e i suoi amici miliardari o alla sua alleanza con i partiti religiosi. Nessun altro finora era riuscito ad affinare un messaggio del genere. E anche nel suo primo discorso pubblico a Tel Aviv non ha mancato certo di franchezza. “Netanyahu non è un re, il suo governo semina divisione e provoca incitamento”, e ancora “un primo ministro non può guidare il Paese quando è sotto gravi accuse e pronto per andare sotto processo”. Difendere Israele da ogni minaccia interna e esterna è il suo mantra. Ha anche parlato del fronte di Gaza, dicendo che permetterebbe “il passaggio degli aiuti umanitari ai residenti della Striscia” e sostenere “uno sviluppo economico ma certo non il passaggio con valigie piene di dollari come avviene ora”.
Al fianco di Benny Gantz è comparsa una figura chiave come quella Moshe Yaalon. Un altro ex soldato, generale, capo di stato maggiore e infine anche ministro della Difesa. Il suo giovane movimento – Telem – si è fuso con “Resilienza”. Due Gatekepeer, altri due guardiani di Israele, che si inseriscono nel solco tracciato da Moshe Dayan, Yitzhak Rabin, Ehud Barak e Ariel Sharon. Ma la nostalgia non è sufficiente per vincere le elezioni, anche se i primi risultati appaiono promettenti. Per battere Netanyahu, Gantz in questi due mesi prima del voto dovrà fare un corso accelerato in politica. Dovrà schierare una squadra con nomi noti. Per evitare che il suo partito “Resilienza” possa sembrare un ramo dello Tzevet – l’associazione degli ufficiali dell’Idf in pensione – dopo essersi alleato con i centristi di Yesh Atid, dovrà cercare di imbarcare il Labour e forse anche il partito Kulanu di Moshe Kahlon. Dovrà includere nelle sue liste elettorali donne, giovani e mizrahim – gli ebrei provenienti dal mondo arabo. L’obiettivo supremo e principale è sostituire Netanyahu e se la tendenza continua, e Gantz non commette errori lungo la strada, anche gli elettori di centrosinistra possono votare strategicamente per lui il prossimo 9 aprile e mettere così fine al lungo regno di “King Bibi”.

La Stampa 5.2.19
L’imam Yahya Pallavicini, presidente della Coreis (Comunità religiosa islamica italiana)
“Grazie al Pontefice, inizia la cooperazione tra fedi diverse”


L’imam Yahya Pallavicini, presidente della Coreis (Comunità religiosa islamica italiana), è il rappresentante del Italia al convegno di Abu Dhabi sulla “Fratellanza”, promosso dal Consiglio Musulmano degli Anziani in occasione della visita di papa Francesco negli Emirati Arabi Uniti.
Qual è l’importanza di questa iniziativa?
«Rappresenta un nuovo passo mai visto, se non forse 800 anni fa con san Francesco d’Assisi e il sultano a Damietta. E’ l’azione di un pontefice aperto al dialogo che riesce a incontrare nel mondo arabo islamico sia cristiani sia musulmani che convergono da diversi orientamenti culturali, nazionali, filosofici, spirituali. In un clima di riconoscimento che esorta a smetterla con i settarismi e invita a convergere e cooperare fraternamente per le sfide sociali del mondo contemporaneo».
Che significato ha il luogo della visita del Papa?
«Gli Emirati Arabi Uniti stanno vivendo un processo di trasformazione e sono anche autori di un coinvolgimento regionale in questa trasformazione. Da 5 anni sono la capitale di un confronto teologico tra sapienti musulmani, in parte guidato dall’Egitto dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyb, ma anche con altri saggi sia del mondo arabo islamico sia del mondo non arabo musulmano, delle minoranze islamiche occidentali, americane ed europee».
Dopo l’incontro con Francesco, ora qual è la principale responsabilità delle fedi?
«La coerenza. Il fatto di non permettere che questo evento sia riassorbito in un teatrino. Bisogna portare con determinazione e coerenza il riflesso di queste giornate sul piano delle responsabilità istituzionali, delle relazioni con la politica, dell’educazione e formazione delle nuove generazioni. I politici di oriente e occidente, grazie a questo avvenimento e alla generosità di papa Francesco, hanno una carta da giocare fondamentale: quella di stimolare la cooperazione, la fratellanza, il riconoscimento delle diversità come patrimonio e la collaborazione reciproca. Rispettando le diversità di grammatiche, di culture, di identità spirituali, però lavorando insieme per un bene comune universale. Non a parole ma nei fatti».
dom. aga.

La Stampa 5.2.19
Il rabbino di New York Marc Schneier
“Ebraismo e islam devono affrontare la sfida del dialogo”


Il rabbino di New York Marc Schneier è stato invitato ad Abu Dhabi per incontrare il Papa in riconoscimento della sua opera di costruzione e rafforzamento della comunità ebraica nel Golfo.
Che responsabilità sente?
«Il dovere di condividere con il Vaticano gli enormi passi avanti nel promuovere le relazioni musulmano-ebraiche in un momento in cui la Chiesa sta intraprendendo un obiettivo simile con il mondo musulmano».
Qual è la cosa più importante che il Papa sta facendo per la pace?
«Tendendo la mano alle comunità di fede in tutto il mondo, sta dando l’esempio».
Gli Emirati Arabi Uniti hanno dichiarato il 2019 “Anno della tolleranza”: che cosa ne pensa?
«È entusiasmante vedere come le attività previste promuovano tutte la pacifica convivenza. In primis, la visita di Francesco ad Abu Dhabi: è un fatto senza precedenti. È l’inizio di una nuova era per i rapporti interreligiosi».
Qual è la via principale per la riconciliazione?
«Riconoscere che tutti gli uomini e le donne - in quanto figli di Dio - hanno il diritto di essere trattati con la dignità, la giustizia e la compassione che rivendichiamo per noi stessi. Tenendo questo a mente, raggiungeremo la pace nel mondo e lo renderemo migliore».
Come descrive il rapporto tra ebrei e musulmani?
«Dobbiamo considerarci reciprocamente figli di Dio. Senta questa storia: abbiamo avuto una profusione di solidarietà e compassione dopo il massacro nella sinagoga di Pittsburgh nell’ottobre 2018, dove sono morti 11 fedeli. La comunità musulmana americana di Pittsburgh ha raccolto 200mila dollari per le sepolture delle vittime ebree. Negli Usa stiamo vivendo tempi importanti per la costruzione di ponti e della coesistenza. Sono rimasto molto colpito dal fatto che subito dopo la strage, la prima telefonata che ho ricevuto è stata dello sceicco Nahyan: ha chiamato per esprimere le sue condoglianze e la sua più profonda vicinanza a me e alla grande comunità ebraica».
Quanto è importante il dialogo tra le fedi monoteistiche?
«È una manifestazione degli antichi profeti: l’umanità riconoscerà l’unicità di Dio».
dom. aga.

La Stampa 5.2.19
Netanyahu prepara la prima visita a Casablanca
di Giordano Stabile


L’offensiva diplomatica di Benjamin Netanyahu nel mondo arabo-musulmano si prepara al colpo grosso in Marocco. Il premier israeliano si appresta alla prima visita nel Paese del Maghreb «attorno al 30 marzo», cioè a ridosso delle elezioni del 9 aprile. Sarebbe una spinta notevole nel duello con l’ex capo delle Forze armate Benny Gantz, in rimonta nei sondaggi. Israele e Marocco non hanno rapporti diplomatici, nonostante le relazioni cordiali fin dai tempi Mohammed V, il sovrano che ha portato all’indipendenza il regno nel 1956. Non è un problema, perché Netanyahu ha già visitato lo scorso 25 ottobre l’Oman, un’altra nazione araba senza relazioni ufficiali con lo Stato ebraico.
Ora il sito marocchino in lingua francese Le Desk ha rivelato che il consigliere alla Sicurezza nazionale Meir Ben-Shabbat «sta lavorando» con il pieno appoggio americano a un incontro fra Netanyahu e re Mohammed VI. La visita, secondo la tv israeliana Channel 12, dovrebbe svolgersi negli ultimi giorni di marzo, subito dopo quella di Papa Francesco. Per il “Times of Israel”, le chance di successo sono alte, perché Rabat conta sull’appoggio di Washington per farsi riconoscere le proprie rivendicazioni sull’ex Sahara spagnolo, occupato nel 1975. In cambio, fra l’altro, è pronta a offrire la normalizzazione dei rapporti con Israele.
La delegazione repubblicana
I preparativi per la visita di Netanyahu hanno subito una accelerazione con l’arrivo di una folta delegazione di esponenti repubblicani dall’America. Il gruppo comprendeva i leader della Jewish Coalition Norm Coleman e Matt Brooks, il diplomatico di lungo corso Elliot Abrams, l’ex portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer, oltre al lobbysta pro-Marocco Andrew King. Subito dopo sono cominciate le indiscrezioni, ora confermate dai media, anche se sia il governo israeliano che quello marocchino hanno evitato di commentare o ufficializzare.
Per Netanyahu sarà un tassello importante nella sua politica di penetrazione diplomatica in Medio Oriente e Nord Africa. Oltre alla visita in Oman c’è stata quella in Ciad, Paese che aveva rotto i rapporti diplomatici nel 1972 e ora li ha riallacciati. Nel Golfo Israele adesso può contare anche su relazioni «semi-diplomatiche» con Arabia Saudita ed Emirati Arabi, visto che funzionari governativi e degli apparati di sicurezza si scambiano visite sempre più frequenti. E il leader di un’altra nazione musulmana, il primo ministro del Mali Soumeylou Boubeye, arriverà il prossimo mese in Israele. Lo scopo, come ha spiegato lo stesso Netanyahu durante l’incontro con il presidente ciadiano Idriss Déby a N’Djamena, «è aprire una breccia nel cuore del mondo musulmano».

Il Fatto 5.2.19
Turkmenistan, gli affari dell’Italia con la dittatura: dal 2012 ad oggi vendute armi per 257 milioni (il 76% dell’export Ue)
Secondo le leggi di Bruxelles, i paesi che reprimono le libertà individuali non dovrebbero ottenere licenze per le armi europee. Ma il business, da sette anni, fa comodo a entrambe le parti: per l'Italia il commercio è stato un primo passo per allacciare relazioni politico-commerciali con un Paese ricchissimo di gas; dal punto di vista turkmeno, le armi sono servite a tenere il passo dell’escalation militare, cominciata proprio nel 2012. Italian Arms, gruppo di ricercatori e giornalisti, è riuscito tramite fonti aperte a tracciare gli armamenti forniti, nonostante documenti incompleti e poca trasparenza
di Lorenzo Bagnoli

qui

Corriere 5.2.19
Al Museo Egizio Cinquant’anni fa il «trasloco» del faraone a opera di Salini Impregilo. Un libro ricorda l’impresa
Abu Simbel, la sfida italiana che mise in salvo i templi di Ramses
di Cecilia Bressanelli


Torino Tra il 1964 e il ’68 i templi di Abu Simbel vennero smontati e rimontati 180 metri più indietro e 65 metri più in alto, per essere salvati dalle acque della diga di Assuan che avrebbero sommerso gran parte del patrimonio archeologico delle Nubia tra Egitto e Sudan. Il 22 settembre 1968, grazie a una grande opera di ingegneria che coinvolse un consorzio europeo e attirò l’interesse di tutto il mondo, i due templi fatti costruire nel XIII secolo a.C. dal faraone Ramses II si trovavano a riparo nella nuova collocazione che conservava anche l’originale orientamento rispetto agli astri.
Il gruppo Salini Impregilo — che con la Impregilo fu una delle società protagoniste —, celebra il 50° anniversario dell’impresa con il libro Nubiana. The great undertaking that saved the temples of Abu Simbel, realizzato in collaborazione con il Museo Egizio di Torino (edito da Rizzoli).
Il volume, che mostra centinaia di immagini provenienti dall’archivio del gruppo, infografiche ed esperienze in realtà aumentata (su smartphone si accede a video e contenuti aggiuntivi), è stato presentato ieri a Torino all’interno della Galleria dei Re del Museo Egizio, proprio accanto alla statua del faraone Ramses II.
«Fu un lavoro visionario, che ha rappresentato una frontiera nel nostro settore», ha affermato Pietro Salini, ceo di Salini Impregilo, durante la presentazione. «Paesi da tutto il mondo hanno unito le loro forze per salvare un patrimonio che sentivano parte di una storia condivisa. Culture e capacità tecniche uniche si sono unite per vincere una sfida per le generazioni future».
Tra le sfingi e la statua del dio Ptah, sono intervenuti anche Evelina Christillin, presidente della Fondazione Museo Egizio, e Christian Greco, direttore del Museo. Christillin ha sottolineato come il volume si inserisce nella «mission» del museo: «La ricerca fa vivere le nostre collezioni». Greco — che con Beppe Mosio e Tommaso Montonati ha contribuito alla parte storica del volume — ha ricordato di come, quando l’Unesco nel 1960 lanciò l’appello per salvare il patrimonio della Nubia, «l’Italia rispose pure con importanti campagne archeologiche a cui partecipò anche il Museo Egizio sotto l’illuminata direzione di Silvio Curto. Si dovette agire in fretta, molto fu salvato, ma molto andò perduto. L’impresa faraonica di Abu Simbel ci ricorda che il patrimonio culturale è di tutti; ma è fragile e richiede cura e ricerca continue, anche con le più moderne tecnologie».
L’Unesco era rappresentato ieri da Ana Luiza Thompson-Flores, direttore dell’Ufficio regionale dell’Unesco per la Scienza e la Cultura in Europa. «Questo intervento», ha ricordato, «rappresenta un esempio eccezionale di come monumenti antichi possano essere consegnati ai posteri, grazie all’azione della comunità internazionale».
Mentre la prima parte di Nubiana è un viaggio nel passato ai tempi di Ramses II, nella seconda — a cui si arriva dopo aver sfogliato gli acquerelli del taccuino di Stefano Faravelli — sono descritti i dettagli della colossale impresa che permise di spostare, dividendoli in 1.070 blocchi, i due templi pesanti 265 mila e 55 mila tonnellate. Vennero coinvolti 2 mila lavoratori, per un totale di 40 milioni di ore di lavoro (e un costo di 40 milioni di dollari). Impregilo si occupò dello smontaggio coinvolgendo nel compito (svolto soprattutto a mano) alcuni marmisti di Carrara. Tra loro Luciano Paoli, anche lui a Torino: «Quando sono partito per Abu Simbel avevo 26 anni». Oggi ne ha 78. «Fu un’impresa eccezionale, ma per noi non fu molto diverso dal tagliare il marmo». Ogni Paese portò la sua esperienza. In una «catena internazionale» in cui ognuno aveva il suo compito.

Il Fatto 5.2.19
Romolo e Remo diventano re di Bollywood
di Pietrangelo Buttafuoco


Il primo vero Re è Remo, Romolo ne eredita il regno. Tante sono le possibilità di lettura de Il Primo Re, il film di Matteo Rovere con Alessandro Borghi e Alessio Lapice, ma nell’Italia dei Remolo & Romolo dell’indistinta apnea dei Sette Nani tutti ignoranti questa pellicola informa in tema di origine e – in ragione del meritato successo – dà forma alla possibilità di alzare il tiro: fare una Bollywood nel Mediterraneo.
Come con Giovanni Paolo II che a fine proiezione di The Passion di Mel Gibson – il film sul martirio di Gesù – poté dire: “Racconta la Passione di Cristo per com’è veramente accaduta”, con tutte le conseguenze politiche e teologiche, così oggi con questo Re, con Roma che – va ricordato – preesiste al cristianesimo, ci si restituisce alla fonte del sacro.
La tragedia di due gemelli reciprocamente saldi nell’Orma Amor di Roma, costretti al fratricidio per l’imperscrutabile volere del Divino, perpetua la luce di Troia, la città di Enea, ed è il nostro Bhagavad-Gita se vale un tanto quanto tra il deposito classico greco-romano e il lascito millenario indiano tutto di commercio, industria e pop.
Quel tributo di sangue sul limitare del Tevere – ancora prima di ciò che i cristiani riconoscono nella Croce – è raccontato da Rovere per com’è veramente accaduto nell’irruzione dell’Eterno nella storia. E non è una fola da liceo, infatti, quella dei due orfani allevati dalla Lupa, bensì il respiro a noi più prossimo, il canto rammemorante per tramite di fotogramma senza più i peplum, senza i gladio di latta dei finti centurioni, e con una Roma giammai romanesca, inedita e vera.
Non c’è nulla in questo film che, con rispetto parlando, faccia pensare a Francesco Totti, ad Alberto Sordi e tantomeno a Ridley Scott. Non c’è niente di già visto ed è un Romulus perfetto questo dell’orfano che ubbidisce agli Dei nel farsi assassino per come se l’immaginano al mondo: un archetipo irresistibile in soldoni e non certo in erudizione.
Tra i tanti piani di lettura del film che strappa applausi spontanei al pubblico che magari nulla sa del fuoco di Vesta ce n’è dunque uno, inaspettato, quello del suo esito commerciale. L’eleganza della fotografia – tutta la malia di Daniele Ciprì – la scenografia sfacciatamente anti-pittoresca e la recitazione degli attori (degna della migliore scuola, quella dell’Inda, ovvero l’Istituto nazionale del dramma antico di Siracusa, ben viva nella ipnotica presenza di Tania Garibba, nel ruolo della vestale, o di Vincenzo Pirrotta) gettano le premesse di un filone che non è un genere ma un preciso progetto industriale: una Bollywood da realizzare in Italia, un centro di produzione che sia tale e quale a quello di Mumbai, una fabbrica di mobilitazione creativa inesauribile dell’audiovisivo che attinga, prima che la scuola italiana ne faccia noia, alle risorse tutte trasfigurate nell’immaginario.
Una strada oltretutto spianata nella solidità fattuale di una geografia – è solo qui, non altrove – dove ambientare quella parola viva che oggi cerca set, casting e scrittura quando perfino molte produzioni italiane vanno ad adattarsi nel Maghreb, un pochino nei Balcani e poi ancora nelle foreste d’Europa. Non era una scena vichinga, per come segnalava ieri Repubblica, quella de Il Primo Re. Era propriamente Farfa, era Viterbo, era un Lazio come solo il numinoso sa rappresentare ed è la ghiotta unicità di un genius loci. Non a caso si chiama “industria cinematografica”, ed è l’unica possibile Fiat. È l’unico reddito derivato dalla cittadinanza – per sceneggiatori, attrezzisti, tecnici per così mettere a frutto – nel solco di una scuola pubblica qual è l’Inda, una macchina teatrale sbanca botteghino – quel vantaggio ereditato dal passato che ci procura il futuro. È industria di Stato. “Ed è quello che la Rai, per esempio”, mi dice Giancarlo Cancelleri, leader del M5S a Palermo, “proprio qui, in Sicilia, può già fare”.


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