domenica 18 agosto 2019

il manifesto18.8.19
Il team segreto d’Israele che svuota gli archivi di Stato
Nakba fantasma. Il Malmab, squadra della Difesa, da anni nasconde le prove dell’espulsione palestinese. Lo scopo: minare la credibilità di ricerche storiche attraverso la scomparsa dei documenti declassificati
sono spariti centinaia, forse migliaia di fil
di Michele Giorgio


TEL AVIV «La legge in Israele è chiara, afferma che ogni individuo può avere libero accesso agli archivi e può consultare i documenti divenuti disponibili dopo essere stati declassificati, come accade negli altri paesi. Nei fatti solo una percentuale irrisoria dei documenti è accessibile».
A spiegarcelo è Lior Yavne, direttore di Akevot, piccolo e combattivo istituto di ricerca che individua, digitalizza e cataloga varie forme di documentazione sul conflitto israelo-palestinese.
IL FINE È AIUTARE difensori dei diritti umani, ricercatori e docenti attraverso il libero accesso ai file negli archivi israeliani, governativi e privati. E non è facile. «Nell’archivio delle forze armate, il più grande di Israele – ci dice Yavne – sono disponibili solo 50mila dei 12 milioni di documenti che contiene. Negli archivi dello Stato appena l’1% dei file. E restano ancora inaccessibili gli archivi dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno».
Per questo motivo, prosegue, i ricercatori consultano gli archivi privati: «È quella l’arena in cui illegalmente il ministero della difesa agisce per rendere inaccessibili i documenti riguardanti le attività nucleari di Israele o di altri Stati, le relazioni con una serie di nazioni, i palestinesi cittadini di Israele, la Nakba e le comunità palestinesi durante e dopo il 1948. Il ministero della difesa chiede o intima ai responsabili degli archivi di celare alcuni file. Spesso si tratta di documenti che non rappresentano alcun rischio per la sicurezza nazionale ma che hanno un significato politico e storico».
Akevot, grazie ai rapporti che mantiene con ricercatori, docenti e gli impiegati degli archivi, ha scoperto che ci sono «individui» che si muovono da un ufficio all’altro ordinando di far sparire determinati documenti.
«Sappiamo che queste persone si presentano come funzionari degli archivi di Stato ma in realtà non lo sono. Riteniamo che facciano parte degli apparati di sicurezza, più precisamente del Malmab, un dipartimento speciale della difesa», dice Yavne, rivelando che il suo istituto è stato in grado di ottenere le copie di alcuni file spariti. Tra questi un documento di 29 pagine, del 30 giugno 1948, redatto dai servizi di intelligence sui motivi dell’«emigrazione» dei palestinesi dal territorio controllato dal neonato Stato di Israele.
«È UN DOCUMENTO di eccezionale importanza che contraddice totalmente la narrazione ufficiale con cui sono cresciuti gli israeliani a proposito della Nakba («catastrofe») e le cause dell’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi durante la guerra del 1948». Non furono – come da sempre vuol far credere la storiografia ufficiale israeliana e quella in Occidente – gli appelli lanciati dai leader arabi a lasciare la Palestina e ad attendere per rientrarvi la fine «dello Stato ebraico» che spinsero i palestinesi ad abbandonare 219 villaggi, quattro città e a cercare riparo in Libano, Siria, Giordania, Cisgiordania e Gaza.
Determinanti nella maggior parte dei casi furono le intimazioni e gli attacchi armati ai civili lanciati dalle forze ebraiche, regolari e irregolari. Si potrebbe dire, riassume ad un certo punto l’intelligence, «che l’impatto delle azioni militari ebraiche sulla migrazione è stato decisivo, in quanto circa il 70% degli abitanti ha lasciato le proprie comunità ed è emigrato in conseguenza di queste azioni».
IL FILE PRECISA il numero di abitanti in ogni villaggio e città e poi elenca la ragione dello spopolamento. Ad esempio: «Ein Zaytoun, distruzione del villaggio da parte nostra; Qabbaa, nostro attacco contro di loro». E precisa anche la direzione dell’esodo.
Ne esce fuori un quadro che accredita ampiamente la tesi della pulizia etnica della Palestina esposta da Ilan Pappè e avvalora gli studi e le ricerche condotte negli ultimi 30-40 anni da altri «nuovi storici» israeliani: Benny Morris, Hillel Cohen e Avi Shlaim.
Il rapporto diffuso da Akevot ha dato il via all’inchiesta svolta dalla giornalista Hagar Shezaf pubblicata il 5 luglio dall’edizione in lingua inglese del quotidiano Haaretz con il titolo Burying the Nakba: How Israel Systematically Hides Evidence of 1948 Expulsion of Arabs. Inchiesta che include un’intervista con Yehiel Horev, l’ex capo del Malmab incaricato di far sparire i documenti che danneggiano l’immagine di Israele e che potrebbero indebolire il via libera internazionale, dal 1948 a oggi, alle sue azioni e la negazione dei diritti politici (e non solo) dei palestinesi.
HOREV, RISPONDENDO alle domande della giornalista, spiega che il compito del Malmab è fare in modo che la credibilità di determinate ricerche sia compromessa attraverso la scomparsa di documenti ufficiali sulla Nakba che gli storici hanno consultato in passato.
Un chiaro riferimento a chi grazie alla declassificazione di un certo numero di file è stato in grado di confutare la versione ufficiale degli eventi prima, durante e dopo la nascita di Israele e di illustrare le vere ragioni della «miracolosa partenza» dei palestinesi dalla loro terra.
Alcuni di quei file, resi disponibili in passato, sono stati fatti sparire allo scopo, spiega Hover, di rendere inattendibile quanto si legge in un buon numero di libri. Lo spiega bene Hagar Shezaf riferendo un episodio di quattro anni fa. La storica Tamar Novick rimase colpita da documento trovato nell’Archivio Yad Yaari del partito Mapam relativo al massacro di 52 palestinesi e ad abusi gravi avvenuti a Safsaf, in alta Galilea, conquistato dalle forze della Settima Brigata israeliana durante l’operazione Hiram verso la fine del 1948.
NOVICK DECISE di consultare alcuni colleghi, tra cui Morris che in una nota del suo libro The Birth of the Palestinian Refugee Problem, 1947-1949 afferma di aver trovato lo stesso documento nell’Archivio Yad Yaari. Ma quando Novick tornò per esaminare il documento, non c’era più. Alla storica fu poi spiegato che era stato fatto sparire per ordine del ministero di difesa.
«Dall’inizio dell’ultimo decennio – ci dice Hagar Shezaf – i team del Malmab hanno rimosso dagli archivi numerosi documenti che erano stati declassificati, nel quadro di uno sforzo sistematico per nascondere le prove della Nakba». Malmab ha nascosto le testimonianze di generali sull’uccisione di civili e la demolizione di villaggi, oltre alla documentazione dell’espulsione dei beduini durante il primo decennio dello Stato.
SONO SPARITI CENTINAIA, forse migliaia di file che scrivono la storia della Nakba, la vera storia del 1948. Una storia che i palestinesi da 71 anni tentano invano di far emergere in un mondo sempre più indifferente che non vuole più ascoltarli.

il manifesto18.8.19
«Sulla Nakba Tel Aviv corre ai ripari, ma è troppo tardi»
Nakba fantasma. Intervista allo storico palestinese Salim Tamari: «Le autorità israeliane comprendono che l’immagine di Israele si sta incrinando, non presso i governi stranieri quanto nel mondo accademico internazionale»
di Michele Giorgio


GERUSALEMME Delle rivelazioni fatte da Akevot e Haaretz abbiamo parlato con lo storico palestinese Salim Tamari, dell’università di Harvard, autore di testi sulla Palestina e i palestinesi prima e durante la creazione di Israele, tra i quali The Great War and the Remaking of Palestine.
È rimasto sorpreso dalla scomparsa di documenti ufficiali israeliani sulla Nakba?
In passato più volte si è saputo della sparizione di un certo numero di file sulla Nakba. Stavolta è davvero preoccupante. Abbiamo appreso dell’esistenza di un dipartimento, il Malmab, della Difesa israeliana incaricato di occultare certi documenti, evidentemente ritenuti molto compromettenti. Una parte rilevante dei materiali scomparsi riguardano le vicende di palestinesi, in prevalenza contadini, che subito dopo la nascita di Israele provarono a tornare (dall’esilio) per coltivare i loro campi, per controllare lo stato delle proprietà. Persone convinte che presto sarebbero rientrate nelle case da cui erano state cacciate o che avevo dovuto abbandonare. Israele non lo ha mai permesso. Moltissimi di loro furono uccisi senza tanti scrupoli dalle forze armate israeliane. Lo affermano anche i documenti fatti sparire. Nei suoi primi anni di vita lo Stato ebraico usò il pugno di ferro contro quelli che definiva «infiltrati», ma che quasi sempre erano civili che provavano a tornare nella loro terra.
Lo storico palestinese Salim Tamari
Quei documenti e tanti altri negli archivi israeliani smentiscono la narrazione tradizionale del 1948. Il mondo però non pare interessato ad accertare la verità storica sulla Nakba.
Questo atteggiamento è vero. Già trent’anni fa i nuovi storici israeliani avevano messo in discussione la narrazione ufficiale della nascita dello Stato ebraico. E i palestinesi sono stati in grado di fare altrettanto con la storia orale, le testimonianze di chi ha vissuto in prima persona la Nakba. Ma la reazione politica e diplomatica della comunità internazionale è stata molto limitata. Quest’ultima vicenda aggiunge nuovi particolari a una storia che tutte le persone di buon senso e obiettive conoscono o che hanno ricostruito da tempo e che invece resta ancora oggi coperta da un pesante velo.
Nel mondo accademico si storce ancora il naso di fronte alla affidabilità della testimonianza orale.
Le cose stanno cambiando. Tanti nuovi ricercatori, palestinesi e non solo, uno di questi è Adel Manna, autore del saggio Nakba e sopravvivenza, stanno irrobustendo la credibilità della storia orale perché dimostrano in vari modi l’autenticità e la sincerità del racconto del testimone, della vittima di crimini e abusi. Tanti studiosi che prima rifiutavano in linea di principio la storia orale perché non fondata su prove materiali, adesso comprendono che ha un fondamento e deve essere considerata con attenzione.
Perché l’occultamento di certi documenti si è accelerato in questi ultimi anni?
Le autorità politiche israeliane comprendono che l’immagine di Israele si sta incrinando, non tanto presso i governi stranieri quanto nel mondo accademico internazionale, tra gli intellettuali, coloro che guardano con obiettività alla vicenda. E corrono ai ripari, ammesso che sia ancora possibile. Lo storico israeliano Benny Morris, che pure non è un progressista, ha scritto un lungo articolo in cui ridicolizza la decisione di alcuni funzionari statali di far sparire ora documenti che sono stati disponibili per anni, lui stesso li ha usati per i suoi studi, e che tanti ormai conoscono.
Quanto è libero l’accesso agli archivi israeliani per gli studiosi e i ricercatori palestinesi?
Per i ricercatori stranieri gli archivi israeliani sono accessibili ma con limitazioni. Per i palestinesi non è mai semplice. Quelli con la cittadinanza israeliana sono facilitati ma anche loro hanno problemi. Quelli che vivono in Cisgiordania e Gaza devono fare i conti tra le altre cose con l’obbligo di avere un permesso per entrare in Israele o a Gerusalemme. Di grande aiuto è la possibilità di consultare gli archivi online ma i documenti disponibili sono pochi.

il manifesto18.8.19
La strage di Safsaf tra memoria orale e diari israeliani
Nakba fantasma. La nonna di Dareen Tatour e le note delle Haganah: «Legarono più di 50 abitanti insieme e gli spararono, poi li seppellirono in una buca». E un file dell'intelligence del 1948 ammette: «Il 70% dell'intera popolazione palestinese fuggì a causa dei nostri attacchi»
di Chiara Cruciati


La nonna di Dareen Tatour le ha raccontato la sua Nakba: il massacro di Safsaf, villaggio palestinese in Galilea attaccato dal neonato esercito israeliano il 29 ottobre del 1948.
È DAI RACCONTI della sua teta che la poetessa palestinese (detenuta nel 2018 dalle autorità israeliane per una poesia) ha conosciuto la storia di quel villaggio scomparso dalle mappe. Al suo posto fu costruito il kibbutz Moshav Safsufa. Lo Stato di Israele era sta già nato, cinque mesi prima, ma il trasferimento forzato della popolazione palestinese non era terminato.
I soldati circondarono il villaggio, uccisero oltre 50 persone e gettarono i corpi in una fossa. La nonna di Dareen aveva 16 anni, era già sposata. Ha assistito al massacro. Safsaf fu svuotato, i suoi abitanti scapparono nei paesi vicini. Non lei, che viveva già con il marito nella vicina cittadina di al-Jesh.
Memoria orale (come spiega nell’intervista accanto lo storico Salim Tamari) che nel caso di Safsaf si intreccia ai documenti di Stato israeliani. Quel massacro è custodito nell’archivio Yad Yaari del partito di sinistra Mapam. O meglio era: è tra i file fatti sparire dal Malmab.
«Safsaf – 52 uomini catturati, legati uno all’altro, scavata una buca, uccisi. Dieci ancora si contorcevano. Le donne sono venute, hanno chiesto pietà. Trovati corpi di sei anziani. C’erano 61 cadaveri, tre casi di stupro. Una ragazza di 14 anni e quattro uomini uccisi. A uno di loro sono state tagliate le dita con un coltello per prendere l’anello». Queste le note del membro del comitato centrale del Mapam, Aharon Cohen, riportate a Israel Galili, l’allora capo delle Haganah.
NOTE CONFERMATE da un comandante delle Haganah, Yosef Nahmani, che nel suo diario scrisse: «A Safsaf dopo che gli abitanti sventolarono la bandiera bianca, raccolsero uomini e donne in due gruppi, legarono 50 o 60 abitanti e gli spararono, li hanno seppelliti nella stessa buca. Dove hanno imparato questo comportamento, crudele come quello dei nazisti?».
***
«L’evacuazione britannica ci ha dato via libera. Almeno il 55% di tutta la migrazione fu motivata dalle nostre azioni. L’azione dei dissidenti (paramilitari, ndr) come fattore dell’evacuazione degli arabi da Eretz Yisrael ha avuto un 15% di impatto diretto. In conclusione l’impatto delle azioni militari ebraiche è stato decisivo: il 70% dei residenti ha lasciato le proprie comunità come risultato di queste azioni».
COSÌ L’INTELLIGENCE del neonato Stato d’Israele, il 30 giugno 1948, in un dettagliato rapporto spiega la diaspora palestinese da 219 villaggi e quattro città spopolate e le ragioni della fuga. Che non fu volontaria. Quel rapporto è uno dei documenti fatti sparire dal ministero della Difesa.
«È ragionevole assumere che la migrazione non fu economicamente motivata – continua il rapporto – L’economia araba non era stata danneggiata tanto da impedire alla popolazione di sostenersi».
In quel rapporto c’è tanto: c’è l’ammissione della responsabilità nell’esodo dell’80% della popolazione palestinese dell’epoca (dai registri Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi nata pochi anni dopo, si parla di oltre un milione di persone); c’è l’ammissione che la Palestina non era «una terra senza popolo», ma aveva città, villaggi, un’economia viva. E c’è, seppur in forma indiretta, la descrizione del Piano Dalet.
Redatto a inizio ’48 dalle Haganah, in 75 pagine descrive la strategia bellica per «assumere il controllo dello Stato ebraico». Tra le operazioni: «pressione economica assediando alcune città»; «distruzione dei villaggi (fuoco, dinamite, mine)»; «accerchiamento del villaggio e nell’eventualità di una resistenza la forza armata deve essere distrutta e la popolazione espulsa»; «isolamento delle vie d’accesso e blocco dei servizi essenziali (acqua, elettricità, carburante)».
AL DALET È DOVUTA la geografia dell’esodo, massacri in certi villaggi come monito e assalti su tre lati. L’unico aperto era la via di fuga: per le comunità a nord Libano e Siria, a est Giordania, a sud Gaza ed Egitto. E in molti casi, come a Jaffa, bombardamenti che spinsero i palestinesi verso il mare e le navi che li costrinsero in esilio.

il manifesto18.8.19
Il massacro di Deir Yassin nelle voci di chi lo perpetrò: «Fu un pogrom»
Nakba fantasma. La strage simbolo dell'espulsione palestinese: il 9 aprile 1948 i paramilitari sionisti assaltarono «come monito» il villaggio a Gerusalemme, 110 uccisi. «I miei uomini hanno impilato i corpi e gli hanno dato fuoco. Hanno iniziato a puzzare»
di  Chiara Cruciati


La storia sa essere dolorosamente ironica, giochi di tempi e spazi che si sedimentano su esistenze che furono e le occultano. La strada che da Tel Aviv arriva alle porte di Gerusalemme è la Highway 50, meglio nota come Begin, quel Menachem che, prima di diventare alla fine degli anni ’70 premier israeliano (e premio Nobel per la Pace nel 1978), fu il leader indiscusso della milizia paramilitare sionista Irgun. La milizia responsabile di crimini di guerra, acclarati, tra cui il massacro che più di altri è simbolo della Nakba palestinese: il massacro di Deir Yassin.
DA 71 ANNI DEIR YASSIN non si chiama più così. È Givat Shaul, quartiere di Gerusalemme ovest tra i primi che si incontrano arrivando da ovest sulla Begin. Toponomastica amara: ci si entra grazie alla superstrada intitolata a colui che spazzò via il villaggio palestinese, insieme a più di 110 persone, donne, uomini, bambini massacrati dalle Irgun, la gang Stern e le Lehi, con la complicità delle Haganah, la milizia che dopo il 1948 sarà colonna vertebrale del neonato esercito israeliano.
Appena tre anni dopo, su quel che restava delle case in pietra di Deir Yassin è sorto il centro di igiene mentale Kfar Shaul. Nuova amara ironia: l’ospedale ha curato nei suoi primi anni sopravvissuti all’Olocausto nazista e, dopo, pellegrini colpiti dalla cosiddetta «sindrome di Gerusalemme». Quelli che, persi nei vicoli della città (solo in teoria) più spirituale della terra, si credono il nuovo messia.
DELLA MEMORIA di Deir Yassin restano le pietre delle tipiche case arabe e i fichi d’india. Rischiano di non restare più i documenti d’archivio che nascosero – prima di esseri desecretati – le testimonianze dei paramilitari sionisti che quel massacro lo compirono. Anche quelli spariti nell’occultamento appena scoperto del ministero della Difesa.
Ma occultare Deir Yassin è pressoché impossibile. Sarebbe necessario per negare che un piano di espulsione di massa della popolazione palestinese abbia mai avuto luogo: il 9 aprile 1948 il villaggio fu attaccato con una violenza inaudita e un obiettivo preciso.
Non solo la «mera» eliminazione dei suoi abitanti: Deir Yassin doveva fare da monito per il resto della Palestina. Andatevene prima che a cacciarvi siano le armi. Strategia calcolata che rientrava nel cosiddetto Piano Dallet: «Lo scorso venerdì insieme alle Irgun il nostro movimento ha compiuto una tremenda operazione di occupazione del villaggio arabo Deir Yassin. Ho partecipato all’operazione nel modo più attivo – scrive in una lettera Yehuda Feder della Stern – Ho ucciso un arabo armato e due ragazze arabe di 16 o 17 anni. Li ho messi al muro e li ho colpiti con due giri di pistola».
Storie custodite negli archivi, accompagnate da altre svelate a giornalisti e registi che si sono dedicati a Deir Yassin, come Neda Shoshani: «Correvano come gatti – le racconta un comandante delle Lehi, Yehoshua Zettler – Casa per casa, mettevamo esplosivo e loro scappavano. Un’esplosione e poi avanti, metà del villaggio non c’era più. I miei uomini hanno preso i corpi, li hanno impilati e gli hanno dato fuoco. Hanno iniziato a puzzare».
«A ME È PARSO UN POGROM – il racconto di Mordechai Gichon, delle Haganah – Se attacchi una postazione militare e ci sono cento uccisi, non è un pogrom. Ma se vai in una comunità civile, quello è un pogrom. Se si uccidono civili, è un massacro». Che si tentò di occultare, raccontò l’ex ministro Yair Tsaban, giunto a Deir Yassin il 10 aprile per seppellire i cadaveri: «La Croce Rossa poteva arrivare in ogni momento, era necessario nascondere le tracce».

il manifesto18.8.19
Sulle proteste di Hong Kong è piombata l’offensiva mediatica cinese
Ieri si è anche tenuta una manifestazione a favore del governo di Hong Kong e Pechino
di Simone Pieranni


  In questo modo Pechino ha tentato di veicolare una narrazione più omogenea e facilmente comprensibile rispetto alla complessità di quanto sta accadendo a Hong Kong: la città è stata descritta come un luogo di perdizione e decadenza, in preda ai criminali e come un ricettacolo di mafiosi e businessmen senza scrupoli.

Un video di un paio di minuti nel quale sono state montate scene di film ambientati a Hong Kong e immagini delle recenti proteste. Un montaggio da kolossal e un’atmosfera epica e finale. Lo scopo del video: dimostrare al pubblico cinese il supporto del governo centrale alla polizia dell’ex colonia britannica alle prese con le proteste in corso da ormai undici settimane. Si tratta di uno dei metodi con i quali Pechino prova a dare la propria versione dei fatti accaduti a Hong Kong in Cina e non solo.
SE NEI PRIMI GIORNI delle manifestazioni a Hong Kong gli accadimenti erano stati silenziati sulle reti sociali cinesi, ben presto invece Pechino ha cambiato strategia, inondando WeChat e Weibo di messaggi a favore del governo e della polizia della città e sottolineando le «violenze» dei manifestanti che poi lo stesso governo ha bollato come prodromo di «terrorismo».
Ma la potenza degli uffici della propaganda di Pechino è arrivata anche in Occidente, dove ormai il peso dei media cinesi non è più ininfluente come qualche tempo fa. I network televisivi e informativi cinesi sono ormai in grado di fare breccia anche nel panorama mediatico occidentale, spesso anche grazie a collaborazioni con importanti media e agenzie, fornendo strumenti sia ai cinesi all’estero che mal hanno sopportato le manifestazioni a Hong Kong sia agli occidentali che parteggiano, come se fosse una partita di calcio, con la Cina contro i manifestanti di Hong Kong (naturalmente c’è anche chi «tifa» allo stesso modo contro la Cina).
I MANIFESTANTI sono stati rappresentati come studenti benestanti e inglese-parlanti (quindi «privilegiati») e in balia dell’ingerenza americana, quando non direttamente sospettati di esserne «agenti» con finalità anti cinesi.
Questo sforzo riguardo ai fatti di Hong Kong da parte dell’apparato statale cinese – comprese alcune ambasciate, come quella di Roma che ha organizzato una conferenza ad hoc sui fatti dell’ex colonia britannica, conseguenza di una tendenza generale, iniziata da alcune ambasciate in Africa capaci di usare i media con molta sicurezza –  costituisce comunque una novità e dipende da alcuni elementi fortemente radicati nel sentimento più nazionalista cinese: una diffidenza ovvia, storica, nei confronti dei media occidentali e la sensazione – spesso giustificata – che in ogni diatriba che coinvolga la Cina, gran parte della stampa occidentale sia pervasa da sentimenti anti-cinesi pregiudiziali e per interesse o in ogni caso si dimostri acriticamente favorevole a qualsiasi richiesta di democrazia arrivi da una piazza contrapposta a Pechino (da qui lo sforzo attuale di penetrazione nel sistema dei media occidentali, dopo aver provato a comprarsi direttamente gruppi editoriali stranieri).
Da parte loro i manifestanti oltre ad aver dimostrato la propria variegata composizione, scegliendo anche di manifestare in zone più periferiche per non incorrere in divieti ma anche per sensibilizzare altre fasce di popolazione (operazione riuscita) hanno attivato diversi canali su Telegram e hanno cercato di gestire l’impatto mediatico come meglio hanno potuto, chiedendo perfino scusa a seguito di alcuni eventi cavalcati dalla propaganda cinese, come il caso del giornalista del Global Times (quotidiano costola del partito comunista e su posizioni ultra nazionaliste) bloccato e malmenato dai manifestanti all’aeroporto.
Un’altra chiave con la quale la Cina ha provato a fare pressione sulle proteste è stata la minaccia più o meno velata di un intervento dell’esercito. Dopo alcuni articoli allarmistici sulla stampa internazionale è stato proprio il Global Times a escludere, per ora, l’eventualità, dimostrando quanto in realtà in tanti avevano scritto: siamo di fronte a qualcosa di diverso da quanto accaduto trent’anni fa a Pechino, a Tiananmen.
LA CINA È PIÙ POTENTE di allora, ma ha anche molti più strumenti per reagire. Uno di questi è la tattica utilizzata ad ora da Xi Jinping: non fare niente, se non utilizzare minacce verbali e aspettare che tutto quanto sta accadendo finisca per spegnersi da solo.
Il problema di questa opzione è la straordinaria capacità della mobilitazione a Hong Kong: anche ieri la città è stata percorsa da tre diverse manifestazioni, una delle quali organizzata dagli insegnanti a dimostrare l’ampio fronte anti Pechino.
Si è trattato di una giornata di proteste pacifiche, ennesimo tentativo dei manifestanti di mostrare che le proprie ragioni non hanno bisogno di violenza, almeno se non a seguito di provocazioni e violenti pestaggi come quelli messi in atto dalla polizia di Hong Kong (guidata, per altro, da due ufficiali britannici). Insieme alle proteste contro il governo della città e Pechino, si è svolta anche una manifestazione contro le proteste e a favore del governo di Carrie Lam.

https://spogli.blogspot.com/2019/08/il-manifesto18.html

giovedì 15 agosto 2019

il manifesto 15.8.19
Il Tar del Lazio boccia Salvini: «Open Arms entri in Italia»
L’ong catalana, dopo 13 giorni, va a Lampedusa. Il Viminale ricorre al Consiglio di stato
di Adriana Pollice


«Ci dirigiamo verso Lampedusa. Secondo il Tar del Lazio possiamo entrare in acque italiane»: l’annuncio è arrivato ieri pomeriggio via social da Open Arms, la nave dell’ong catalana che navigava senza porto di sbarco dall’1 agosto, giorno del primo salvataggio. I naufraghi a bordo ieri erano 147, al tredicesimo giorno di permanenza senza una fine in vista, almeno fino alla pubblicazione della sentenza che, ancora una volta, ha sconfessato norme e divieti salviniani anche se non ha espressamente disposto lo sbarco. «Chiederemo l’evacuazione medica per tutti i naufraghi», ha spiegato Oscar Camps. Il Viminale ha già annunciato il ricorso urgente al Consiglio di Stato contro il decreto del Tar proprio mentre la ministra alla Difesa, Elisabetta Trenta (uno dei bersagli di Salvini), annunciava la scorta della Marina all’ingresso di Open Arms in territorio italiano, in modo da essere pronti a un eventuale trasferimento dei 32 minori sulle due motovedette militari.
IL TAR DEL LAZIO ieri ha innescato la svolta con la pubblicazione della sentenza con cui ha accolto il ricorso dell’ong (presentato martedì), disponendo «l’annullamento del provvedimento del ministero dell’Interno del primo agosto» (cofirmato da Trasporti e Difesa) che disponeva il divieto di ingresso per la nave in acqua nazionali. Una bocciatura del decreto Sicurezza bis, convertito in legge con i voti dei 5S.
NEL DISPOSITIVO il presidente Leonardo Pasanisi rileva un «vizio di eccesso di potere per travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso». Il Viminale, infatti, nel formulare il divieto riconosce che il gommone soccorso in area Sar libica «quanto meno per l’ingente numero di persone a bordo, era in distress, cioè in situazione di evidente difficoltà». Ne consegue che «appare contraddittoria la valutazione di “passaggio non inoffensivo”» utilizzata per bloccare i volontari.
È LA SECONDO VALUTAZIONE, dopo quella della gip di Agrigento Alessandra Vella su Carola Rackete, che boccia la tesi del Viminale sulle ong. La sospensione del divieto, spiega ancora il Tar, è necessaria poiché «sussiste, alla luce della documentazione prodotta (medical report, relazione psicologica, dichiarazione del capo missione), una situazione di eccezionale gravità e urgenza, tale da giustificare una tutela cautelare», cioè far entrare Open Arms in acque territoriali per prestare immediata assistenza alle persone soccorse, «come del resto sembra sia già avvenuto per i casi più critici».
ERANO GIÀ SBARCATE due donne incinte al nono mese e, martedì notte, una famiglia con due gemelli di nove mesi, ma solo perché uno dei neonati aveva urgente bisogno di cure. A causa del braccio di ferro imposto da Salvini, il trasbordo è avvenuto col buio e con il mare diventato, nel frattempo, agitato. I video mostrano i soccorritori impegnati a saltare dalla barca alla motovedetta della Guardia costiera con i piccoli stetti alla tuta in una manovra rischiosa a causa del mare. Che i bambini dovessero sbarcare l’aveva chiarito la garante per l’Infanzia. Il tribunale dei Minori di Palermo ha poi chiesto spiegazioni al governo specificando che venivano violati i diritti dei più piccoli. «Il Tar ha riconosciuto le ragioni della nostra azione in mare – il commento da Open Arms – ribadendo la non violabilità delle Convenzioni internazionali e del diritto del mare».
SALVINI ieri ha attaccato a testa bassa: «C’è un disegno per aprire i porti, per trasformare il paese nel campo profughi d’Europa. È un paese strano quello dove una nave spagnola in acque maltesi si rivolge a un avvocato di un tribunale amministrativo per chiedere di sbarcare in Italia. Nelle prossime ore firmerò il mio no perché complice dei trafficanti non voglio essere». Dopo aver innescato la crisi di governo, Salvini si asserraglia al Viminale e continua la sua propaganda elettorale. Il premier Giuseppe Conte ieri mattina aveva inviato una lettera al leader leghista chiedendo almeno di «mettere in sicurezza i minori», alla luce dell’intervento del tribunale di Palermo. «Non mi arrendo, resisto a questa vergogna – la replica di Salvini da Recco -. Staremo attenti perché a Roma non si formi una coppia contro natura tra Pd e 5S e tra Renzi e Grillo per riapre i porti». Quindi l’annuncio del ricorso al Consiglio di stato contro il provvedimento del Tar con la motivazione: «Open Arms ha fatto sistematica raccolta di persone con l’obiettivo politico di portarle in Italia».
L’OCEAN VIKING, dell’ong Sos Méditerranée e Medici senza frontiere, resta in mare con 356 naufraghi (103 minori) in balia del mare grosso: «Abbiamo chiesto il porto di sbarco a Italia e Malta, stiamo valutando cosa fare dopo la novità del Tar del Lazio», hanno spiegato ieri. Intanto il premier francese Emmanuel Macron ha attivato la Commissione europea per portare a terra i migranti.

il manifesto 15.8.19
Le proteste di Hong Kong e il dilemma di Pechino
Hong Kong. Tirare la corda, per quanto legittimo, non è un buon viatico per trattare con Pechino, sensibile alla percezione che nel mondo si ha della Cina
di Simone Pieranni


La «presa» per due giorni dell’aeroporto internazionale di Hong Kong da parte dei manifestanti ha acuito la problematicità di quanto sta accadendo nell’ex colonia britannica. L’azione è stata giustificata come una sorta di ultima spiaggia dagli stessi protagonisti, che sono però incorsi in errori che in parte complicano la loro legittima lotta. Il quadro attuale è il seguente: chi protesta ha dimostrato di poter reggere una mobilitazione che dura ormai da giorni.
Per quanto «orizzontali e senza leader» i manifestanti hanno mostrato un’ottima organizzazione capace di coordinare le tante istanze anti-cinesi che hanno unito le centinaia di migliaia di persone scese in piazza. Sono stati commessi però alcuni errori tattici: in primo luogo la comparsa delle bandiere americane e poi quelle di epoca coloniale. Poi la vicinanza di alcuni dei personaggi più in vista durante le proteste con personale dell’ambasciata americana.
Non segnalare una pubblica distanza dagli Usa ha dato la possibilità alla Cina di accusare i manifestanti di essere sostenuti dagli Usa.
Possibile che Washington abbia provato a complicare le cose alla Cina ma un’eterodirezione è una falsità riguardo le motivazioni delle proteste, che sono profonde e non avevano bisogno di essere aizzate da forze esterne.
Poi all’aeroporto i manifestanti sono incorsi in un altro errore: hanno malmenato e bloccato una persona sospettata di essere un poliziotto infiltrato. Invece era un giornalista dell’ultra nazionalista quotidiano di Pechino, il Global Times, che ha avuto buon gioco a scatenare specie sui social cinesi (WeChat in primis) nuove accuse contro i manifestanti.
Ieri da diversi gruppi che partecipano alle proteste sono arrivate le scuse per questo evento, ma al di là di questi errori tattici, quello che pare mancare al momento è la possibilità reale di arrivare a qualche risultato dopo settimane di manifestazioni che hanno spinto la tensione a un punto tale da rendere complicata una soluzione che permetta alla Cina di non perdere la faccia.
    Tirare la corda, per quanto legittimo, non è un buon viatico per trattare con Pechino, piuttosto sensibile alla percezione che nel mondo si ha della Cina.
In questo senso le richieste di dimissioni della chief executive Carrie Lam e quella di un’indagine sulle violenze della polizia, potrebbero essere due argomenti sui quali Pechino potrebbe addirittura essere disposta a trattare. Ma quanto i manifestanti sembrano sottovalutare, è proprio l’attuale situazione politica della Cina.
Bisogna dunque procedere in due direzioni differenti. Quasi tutti i sinologi sono concordi nel rileggere tutta la storia imperiale cinese proprio attraverso la complessità del rapporto tra centro e periferia. È questa dinamica a costituire il motore politico della Cina imperiale.
A questo proposito il concetto di impero in Cina è arrivato dall’Occidente (e dal Giappone) durante il periodo Qing, l’ultima dinastia cinese. Nella visione cinese, infatti, vigeva il concetto di tianxia «tutto quanto sta sotto il cielo». Si tratta di una visione che rapportandosi non solo agli altri, bensì al cosmo intero, concepiva l’influenza cinese attraverso cerchi concentrici capaci di arrivare anche in posti ben distanti territorialmente dal «centro».
Il sistema dei tributi fu uno degli strumenti che la Cina utilizzò per gestire questa serie di relazioni.
Il concetto di Stato-nazione ha complicato enormemente le cose e Hong Kong è un esempio di quanto questa relazione centro-periferia sia ancora oggi un dilemma in Cina e quanto la «modernità anti-moderna» come l’ha definita l’intellettuale Wang Hui, abbia portato Pechino a dover concepire nuove forme di interazione con le sue articolazioni periferiche.
C’è poi un tema contemporaneo: cosa farà Xi Jinping? Esistono forze interne che, forse, stanche del suo enorme potere potrebbero spingere a prendere la decisione sbagliata su quanto sta accadendo a Hong Kong. Non è semplice saperlo, ma l’intensa attività di puntellamento della propria autorità ha per forza di cose lasciato strascichi.
Parte dell’esercito cinese è a Shenzhen, si tratta di un dato confermato perfino dall’ambasciata cinese in Italia; nella sua newsletter il personale dell’ambasciata ha specificato che «secondo quanto stabilisce la legge della Repubblica Popolare Cinese, tra i compiti della polizia armata figurano la partecipazione a operazioni volte a sedare ribellioni, rivolte, incidenti violenti e illegali, attacchi terroristici e altre minacce alla sicurezza sociale».
Xi Jinping ha in mano le carte e deve scegliere: trovare un compromesso capace di salvare la faccia alla Cina, perfino concedendo qualcosa ai manifestanti, oppure optare per la via della repressione, forte del fatto che la comunità internazionale, ormai, sembra piuttosto disposta ad accettare qualsiasi scelta arriverà da Pechino.

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mercoledì 14 agosto 2019

Corriere 14.8.19
La nuova alleanza
di Antonio Polito


È la crisi più pazza del mondo. Si va al Senato convinti di assistere a una delle ore più gravi della Repubblica, e se ne esce con la sensazione che effettivamente la situazione politica è grave, ma non seria.
I senatori arrivano dritti dritti dalle vacanze, e si vede. Salvini sfotte quelli del Pd sostenendo che ne invidia l’abbronzatura, e quelli del Pd rispondono «Papeete Papeete». Sono stati tutti convocati il 13 di agosto per decidere se il presidente del Consiglio Conte deve andare in Aula a riferire della crisi oggi 14 agosto, anniversario della tragedia del Ponte Morandi, o martedì 20 agosto. Pare una questione di vita o di morte, e infatti c’è il pienone delle grandi occasioni. Salvini esige di votare subito la sfiducia al governo per farlo dimettere, non può aspettare neanche un giorno di più. Ma appena otto giorni fa, il 5 agosto, gli ricorda soave una senatrice sudtirolese, ha chiesto e ottenuto dalla stessa aula del Senato il voto di fiducia al governo sul decreto sicurezza-bis. Nel frattempo, però, il leader della Lega non si dimette né fa dimettere i suoi ministri, unico metodo sicuro per provocare la crisi di governo che pure tanto dichiara di volere.
La sua volontà di accelerare la distruzione del governo di cui fa ancora parte viene però bocciata dall’Aula, che lo mette in minoranza (in fin dei conti dispone solo del 17% dei seggi): il calendario è votato da un’alleanza nuova e spuria, che mette insieme Cinque Stelle e Pd e tutti quelli che non vogliono essere mandati a casa dal ministro dell’Interno (sono molti, anche in Forza Italia, ancora in attesa di sapere se verrà ammessa nella coalizione in caso di elezioni). Sembrerebbe profilarsi una sconfitta tattica per Salvini. Quella che un’ora prima del dibattito ha annunciato in conferenza stampa Renzi, vero e proprio regista dell’operazione Tutti Contro Matteo (l’altro). Ricuce con Zingaretti, accetta il lodo Bettini, e si dice convinto che la nuova maggioranza comparsa ieri al Senato possa diventare politica, darsi un programma, formare un nuovo governo, durare l’intera legislatura ed eleggere il successore di Mattarella nel 2022. Una specie di «contratto-bis»: così come Cinque Stelle e Lega si allearono dopo essersi combattuti alle elezioni, ora potrebbe succedere lo stesso tra Cinque Stelle e Pd che dopo le elezioni si respinsero sdegnati.
Ma ecco che Salvini, fiutata la trappola, prova a uscire dall’angolo in cui Renzi voleva metterlo, e infila una zeppa non da poco tra Di Maio e i democratici: dichiara di accettare lui la richiesta grillina di votare prima il taglio dei parlamentari e poi dopo («subito dopo», precisa) andare alle elezioni.
Il Pd accusa chiaramente il colpo. Non se l’aspettava nessuno. Anche perché chiedere la crisi di governo per il giorno successivo e la riforma costituzionale per la settimana appresso è davvero un colpo di teatro. Il capogruppo dei Cinque Stelle salta sulla contraddizione: senza un governo non ci può essere il voto sul taglio, dunque ritirate la mozione di sfiducia. Ci sarebbe anche un altro problemino: se si approva una riforma costituzionale bisogna poi aspettare per mesi un eventuale referendum prima che vada in vigore. Lo risolve Salvini: il taglio dei parlamentari — precisa — sarebbe a futura memoria, non varrebbe per il prossimo Parlamento ma per quello dopo ancora. Si può fare? Boh. Ma così intanto inguaia il Pd, che contro quella legge ha già votato tre volte e ne teme l’effetto maggioritario implicito, capace di trasformare un’ipotetica maggioranza elettorale di centrodestra del 50% nel 65% di seggi, un blocco che potrebbe anche da solo cambiare la Costituzione.
Fatto sta che la Camera dei deputati, un’ora dopo, mette in calendario per il 22 di agosto il voto definitivo sul taglio dei parlamentari. E ora nessuno sa più che cosa succederà. Cadrà prima il governo Conte il 20 agosto al Senato, o la Camera il 22 agosto approverà prima la più grande riforma del governo cadente?
I coscritti del Senato sciamano verso i lidi da cui provengono in preda a questi dilemmi. La crisi intanto non è per questa settimana: Ferragosto con i tuoi. Forse nemmeno la prossima, e quella dopo ancora finisce il mese. La road map al voto anticipato è molto più tortuosa della rotta tracciata dal Capitano. Anzi, per dirla tutta, al momento pare che al timone non ci sia nessuno.

Corriere 14.8.19
Un memoriale per Nellie Bly, rivoluzionaria del giornalismo
di Gian Antonio Stella

«Prendete una donna sana fisicamente e mentalmente, rinchiudetela, tenetela inchiodata a una panca per tutto il giorno, impeditele di comunicare, di muoversi, di ricevere notizie, fatele mangiare cose ignobili. In due mesi sprofonda nella follia».
Fermò il fiato il primo reportage di Nellie Bly dal «Women’s Lunatic Asylum» di Blackwell’s Island, a sud-est di Manhattan. Nessuno aveva mai osato prima fingersi demente per introdursi nella tana nera di un manicomio. Col rischio di fare una brutta fine in quella terra dominata dalla prepotenza. Anzi, nessuno ci aveva mai pensato, prima che quella ragazza di ventidue anni così decisa e sfrontata convincesse il «New York World» diretto dal mitico Joseph Pulitzer a pubblicare quelle cronache dagli inferi che, raccolte nel libro «Dieci giorni in manicomio» spinsero le autorità americane addirittura a cambiare le leggi sui ricoveri coatti e il trattamento dei pazienti.
Fu la più grande della sua generazione, Nellie Bly. E come racconta Nicola Attadio in Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly, a free American girl, fu la prima a rifiutare i ruoli delle giornaliste delegate a occuparsi di scarpe, gioielli, giardinaggio. La prima a rompere gli schemi. La prima a battersi sul terreno dei reportage e delle inchieste. Fino a percorrere mezzo Messico sfidando ogni pericolo: «Mi dimetto dal giornale e come freelance mi paghi per i pezzi che ti mando, tu risparmi un bel po’ di soldi ma mi finanzi il viaggio». La prima a farsi arrestare per denunciare i soprusi sul detenute. E ancora la prima a sfidare davvero, in treno, a cavallo, in barca e a dorso d’asino, Jules Verne e il suo Giro del mondo in 80 giorni. Anzi, i suoi resoconti ebbero un successo tale che un milione di lettori parteciparono alla lotteria inventata da Pulitzer su chi si fosse più avvicinato all’ora del ritorno a New York, avvenuto dopo 72 giorni, 6 ore, 11 minuti e 14 secondi.
Il reportage dentro il manicomio, però, resta unico. Ed è bello sapere che nella Grande Mela c’è chi è pronto a tirar fuori mezzo milione di dollari per ricordare tanti anni dopo con un memoriale quell’impresa straordinaria che cambiò per sempre il modo di vedere i «matti».

Il Sole 14.8.19
Proteste senzafine
La governatrice di Hong Kong: «Siamo sull’orlo dell’abisso»
di Stefano Carrer


Ancora bloccato l’aeroporto, dove ci sono stati scontri tra dimostranti e polizia
Trump: « Movimenti di truppe cinesi al confine» L’invito è alla calma
Per un attimo, è sembrata trattenere le lacrime. Ma il messaggio lanciato ieri dalla chief executive di Hong Kong Carriel Lam - in una conferenza stampa in cui ha svicolato dalle domande - è stato duro nella sostanza e senza aperture, al di là dei tocchi emotivi: le proteste violente stanno creando «panico e caos» facendo imboccare una «strada senza ritorno» che rischia di spingere verso un «abisso».
Un discorso che ha fatto da prologo agli scontri tra polizia e dimostranti avvenuti in serata all’aeroporto, rimasto semi-paralizzato per il secondo giorno consecutivo. Mentre il ricorso a metodi di repressione più brutali da parte della polizia ha spinto negli ultimi giorni i manifestanti ad alzare la posta - nella speranza che infliggere danni all’economia possa avvicinare l’accoglimento delle loro richieste -, una parallela escalation di minacciosi avvertimenti comincia a rendere concreta la sensazione che Pechino stia perdendo la pazienza e si prepari a intervenire se le autorità locali non riusciranno a riportare la situazione sotto controllo.
Per la verità, il governo cinese in serata è tornato a esprimere il suo pieno appoggio a Carrie Lam e al suo governo: lo ha fatto attraverso una nota della missione a Ginevra in cui ha respinto con durezza la presa di posizione della responsabile per i diritti umani dell’Onu, Michelle Bachelet, che ha raccomandato alle autorità di Hong Kong di agire con moderazione e di investigare sul ricorso a eccessivi mezzi di repressione in violazione delle norme internazionali. Per Pechino, si tratta di una interferenza nei suoi affari interni che invia «un segnale sbagliato a violenti criminali». Inquietante è l’aggiunta che i dimostranti stiano «mostrando una tendenza a ricorrere al terrorismo». In un messaggio ufficiale alla comunità internazionale, insomma, si evoca il «terrorismo», ossia l’elemento che potrebbe essere utilizzato per una giustificazione legale di un intervento diretto nella regione amministrativa speciale. Ingenti forze paramilitari sono già confluite nella metropoli limitrofa di Shenzhen, come evidenziato dal rilascio di nuovi video.
Dopo le accuse cinesi di interferenze americane, il presidente Donald Trump - che si era attirato critiche per aver parlato di “sommossa” e di affari interni cinesi - ieri ha twittato «Molti stanno dando la colpa a me e agli Stati Uniti per i problemi in corso a Hong Kong. Non riesco a immaginare il perché» e «La nostra intelligence ci ha informato che il governo cinese sta spostando truppe al confine con Hong Kong. Tutti stiano calmi e tranquilli”!». A voce ha parlato di «situazione molto difficile» a Hong Kong, che spera si risolva pacificamente e «per la libertà». Un portavoce del ministero degli esteri cinese ha stigmatizzato gli ultimi commenti di alcuni leader del Congresso di opposti schieramenti, come Mitch McConnell e Nancy Pelosi, anche come ulteriore prova di interferenze statunitensi. Molto preoccupato appare l’ultimo governatore britannico di Hongk Kong, Chris Patten, secondo cui è necessario un «processo di riconciliazione», mentre un intervento cinese «sarebbe una catastrofe per la Cina e ovviamente per Hong Kong».
Intanto la Borsa locale ha perso un altro 2,1%: ha spazzato via tutti i guadagni di quest’anno e risulta del 16% sotto i picchi di aprile (-8% dal 12 giugno, quando la protesta prese slancio). Il dollaro HK è sceso a ridosso del limite della sua fascia di oscillazione sul dollaro Usa . Molti analisti pronosticano un ulteriore indebolimento dei mercati, in quanto i crescenti rischi politici si riverberano in pressioni verso un deflusso di capitali.

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martedì 13 agosto 2019

il manifesto 13.8.19
Più di 500 migranti abbandonati in mare
Mediterraneo . Bloccati dalla politica dei porti chiusi dell’Italia. Dopo Richard Gere, con la Open Arms anche Banderas e Bardem
di Leo Lancari


Giusto il tempo di lanciare i giubbotti di salvataggio e il gommone si è afflosciato riempiendosi di acqua e scaraventando in mare quanti si trovavano a bordo: 105 migranti, tutti uomini e tra questi anche 29 minori, tra i quali uno di appena 5 anni e uno di 12. Sono il risultato dell’ultimo salvataggio, il quarto in pochi giorni, messo a punto dalla nave Ocean Viking di Sos Mediterranee e Medici senza frontiere a 40 miglia dalle coste libiche. I volontari delle due ong fortunatamente sono riusciti a mettere tutti in salvo ma adesso a bordo della nave, che può ospitare al massimo 200/250 persone, si ritrovano in 356 e per quanto sia attrezzata per le emergenze la situazione rischia di diventare pesante.
Sommando i migranti salvati dalla Ocean Viking a quelli presenti sulla Open Arms, a questo punto salgono a 507 i migranti bloccati in mare dalla politica dei porti chiusi dell’Italia. «Una follia», per la ong spagnola giunta ormai al suo undicesimo giorno ferma in mare. «La stanchezza è tanto, ma non è solo fisica. E’ la consapevolezza della follia di questa situazione, stiamo parlando 160 persone fragili e bisognose di aiuto», spiegano i volontari. Ieri è stato completato il trasferimento a Malta di due donne con gravi problemi di salute e dei loro familiari, il che ha fatto scendere a 151 il numero sei migranti ancora a bordo. «Siamo con loro con il cuore, in bocca a lupo per le loro vite e il loro futuro», ha scritto sui social la ong.
Intanto Matteo Salvini continua con l’atteggiamento di sempre. «Più d 350 migranti a bordo di una nave norvegese di una ong francese e quasi 160 a bordo di una nave spagnola di una ong spagnola: ribadiamo l’assoluto divieto di ingresso di queste due navi straniere nelle acque italiane», ha ripetuto. «Aprano i porti di Francia, Spagna e Norvegia». Ma prosegue anche la mobilitazione degli attori. Dopo Richard Gere e Antonio Banderas, ieri è intervenuto a sostegno di Open Arms Javier Bardem. In un video il premio Oscar chiede al premier spagnolo Pedro Sanchez di intervenire perché i migranti che si trovano a bordo possono essere distribuiti in Europa «perché crediamo che sia necessario che un paese membro dell’Europa debba coordinare questo processo e riteniamo che la Spagna sia il più adatto perché è il Paese di origine della ong», ha spiegato Bardem.
Peccato che, almeno per ora, dall’Unione europea non arrivino segnali di nessun tipo. Pur essendoci stati dei contatti con gli Stati, un portavoce della Commissione europea ha spiegato infatti che non è stato avviato il coordinamento» perché «non c’è stata alcuna richiesta da parte degli Stati».
Che la politica del Viminale serva soprattutto a raccogliere consensi elettorali lo dimostra il fatto che mentre l’attenzione è concentrata sulle navi delle due ong, continuano gli sbarchi di quanti riescono a raggiungere le coste italiane autonomamente o con barchini che vengono lasciati al largo dalle navi dei trafficanti: 89 solo ieri in tre differenti sbarchi avvenuti Sciacca, in provincia di Agrigento, Lampedusa e Crotone.

il manifesto 13.8.19
A Hong Kong si mette male. Cina: «Proteste sono terrorismo»
Hong Kong. I media cinesi mostrano assembramenti di truppe a Shenzhen. Voli annullati nell'ex colonia britannica fino a stamattina per i sit-in organizzati in aeroporto. Week end di scontri: la polizia ha usato gas lacrimogeni contro i manifestanti
di  Simone Pieranni


Dopo ormai dieci settimane di proteste a Hong Kong, da ieri c’è una domanda che aleggia nella tensione generale dell’ex colonia britannica: la Cina sopporterà ancora le manifestazioni senza compiere nessun atto concreto? Fino a ieri l’ipotesi di un intervento militare sembrava completamente fuori discussione: le due conferenze stampa tenute dall’ufficio politico di Pechino a Hong Kong avevano lanciato avvertimenti, avevano bollato le proteste come «rivoluzione colorata» aizzata dagli Stati uniti, e si erano limitate a sottolineare le violenze dei ragazzi e delle ragazze per strada contro la polizia locale, cui la dirigenza cinese aveva espresso sostegno.
Da oggi, invece, pur apparendo ancora un azzardo, l’ipotesi militare acquisisce un peso diverso nelle valutazioni: ieri Pechino ha invece accusato apertamente i manifestanti di Hong Kong di «terrorismo» a causa della loro «violenza», con la quale secondo la Cina hanno affrontato la polizia locale. Ma non solo perché nella giornata di ieri i media cinesi, prima l’ultra nazionalista Global Times e poi l’organo ufficiale del partito comunista, il Quotidiano del popolo, hanno mostrato un video di truppe dell’esercito cinese radunate a Shenzhen, la città confinante con Hong Kong e dalla quale si può raggiungere la città in tempi brevissimi.
SECONDO I DUE MEDIA CINESI si tratterebbe «apparentemente di esercitazioni», ma la vicinanza geografica e la tensione palpabile non lasciano troppo spazio all’ottimismo.
Resta da chiedersi se la Cina davvero possa permettersi un eventuale colpo di mano militare, dopo anni di faticosa costruzione di una reputazione internazionale capace di accreditarla come potenza responsabile.
Tutto quanto raccontato nelle occasioni internazionali rispetto alla propria «ascesa pacifica» potrebbe essere smentito con una semplice decisione.
La Cina – nel caso di un intervento militare – potrebbe giustificarlo con la scusa che Hong Kong è «un affare interno» come più volte ripetuto.
PROPRIO COME FA con il Xinjiang, la regione nord occidentale a maggioranza musulmana. Se ancora qualcuno nutre dei dubbi riguardo l’esistenza di veri e propri campi di rieducazione – che la Cina definisce «vocazionali» – nessuno può mettere in discussione la clamorosa campagna securitaria e repressiva che si è abbattuta sulla minoranza uigura. Eppure, ben pochi a livello internazionale hanno protestato contro il comportamento cinese. Per quanto riguarda Hong Kong, però, c’è anche un altro elemento: bisogna prendere atto che politicamente un compromesso politico al momento è impossibile.
Kerry Brown, grande conoscitore della Cina, su The Spectator ha scritto un commento nel quale ritiene che la mancanza di uniformità tra le anime dei manifestanti possa costituire un vantaggio per Pechino. Ma questa frammentazione, unita alla mancanza di un programma politico unificante da contrapporre innanzitutto al governo cittadino, potrebbe risultare anche un’eventualità capace di mettere in difficoltà il governo centrale cinese: Pechino infatti, posto che voglia trattare, al momento non ha alcuna proposta su cui si può davvero arrivare una mediazione.
I CITTADINI DI HONG KONG che protestano, soprattutto giovani di tutte le fasce sociali, non vogliono vivere in una città sotto il dominio cinese. Aspirazione legittima ma purtroppo per loro inattuale: nel 2047 come stabilito tra Cina e Gran Bretagna, Hong Kong passerà definitivamente sotto l’egida politica di Pechino, che a sua volta sceglierà come amministrare la città. L’obiettivo politico dei dimostranti, dunque, dovrebbe poter trovare un possibile compromesso alla luce di questo passaggio. Difficile sapere quale.
UN POSSIBILITÀ potrebbe essere quella di spingere sulla richiesta di suffragio universale, così come garantito – pur all’interno di passaggi graduali – dall’articolo 68 della Basic Law, la Costituzione (sottoscritta da Pechino) potrebbe essere un primo passo.
Intanto, in questi giorni, il sit in all’aeroporto ha ottenuto grande solidarietà nonostante i disagi, da parte di tante persone che hanno portato ai manifestanti cibo e acqua. Oggi il sit in, che ha bloccato tutti i voli, continuerà nonostante non sia stato autorizzato: i manifestanti tra le altre rivendicazioni chiedono anche un’inchiesta seria e trasparente sulle violenze compiute dalla polizia che nei giorni scorsi – dopo la figuraccia internazionale per l’«aiuto» avuto da criminali delle triadi lanciati in giro a picchiare ragazze e ragazzi inermi all’interno di una stazione della metro – ha fatto largo uso di gas lacrimogeni e di infiltrati, come denunciato in rete e sui canali di Telegram.

La Stampa 13.8.19
La governatrice di Hong Kong ai manifestanti: “Non portate la città nell’abisso”
Decima settimana di scontri in piazza. Carrie Lam in lacrime davanti ai giornalisti. Nuova manifestazione in aeroporto


HONG KONG. La violenza durante le proteste a Hong Kong spingerà la città «lungo un percorso di non ritorno», ha avvertito martedì la governatrice della città, Carrie Lam -immergerà la società in una situazione molto preoccupante e pericolosa» queste le sue parole durante una conferenza stampa nella quale è anche scoppiata a piangere: «La situazione a Hong Kong nella scorsa settimana mi ha fatto preoccupare molto, è pericolosa». Ai manifestanti che stanno protestando da 10 settimane ha chiesto di «evitare labisso».

Aeroporto occupato
Intanto, centinaia di manifestanti a favore della democrazia hanno organizzato una nuova manifestazione all'aeroporto di Hong Kong, il giorno dopo una massiccia protesta che ha provocato la paralisi dello scalo internazionale. Solo un pugno di manifestanti era rimasto durante la notte e i voli sono ripresi, pur fra ritardi e cancellazioni. Poi altre centinaia di contestatori sono arrivate per una nuova manifestazione.

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domenica 11 agosto 2019

Corriere 118.19
Il leader leghista ha sottovalutato e reazioni alla sua mossa
L’istinto di onnipotenza di Salvini comincia a fare i conti con la Costituzione e il Parlamento.
di Massimo Franco

Il suo blitz teso a portare l’Italia alle elezioni anticipate sta riuscendo, ma solo in parte. Sancire unilateralmente la fine della maggioranza con il Movimento 5 Stelle potrebbe condurre quasi per forza di inerzia alle urne. Eppure l’esito è incerto. La Lega, nella sua corsa affannosa verso il voto, addita e pretende il traguardo vicinissimo; il Parlamento, nel quale per ora ha solo il 17% dei voti, invece, lo osserva col cannocchiale rovesciato: più lontano, forse non a portata di ottobre. D’altronde, lo strappo leghista costituisce una forzatura che ha fatto scivolare in secondo piano l’interesse nazionale, privilegiando solo i calcoli elettorali di un partito sicuro di avere il vento in poppa e di doverlo sfruttare subito. Il Carroccio sembra avere sottovalutato l’allarme che il suo diktat sta provocando, e non solo in Italia, per la forte componente estremistica e antieuropea che sprigiona. Esistono impegni finanziari e scadenze di governo da rispettare, e vincoli che non possono essere scansati solo per permettere la «presa del potere» salviniana dai contorni di una guerra-lampo sulla pelle dell’Italia. Restituire lo scettro della crisi al Parlamento e al Quirinale è una via obbligata costituzionalmente. Non si tratta di frenare le ambizioni di vittoria leghiste ma di permettere all’opinione pubblica di comprendere le ragioni della rottura e renderla trasparente nei suoi passaggi. Non sarà facile. Il terrore grillino di un voto anticipato che falcidierebbe i suoi consensi e le sue rappresentanze parlamentari porta un redivivo Beppe Grillo a invocare un fronte contro i «barbari» di Salvini: versione aggiornata e pasticciata di unità nazionale. Proposta singolare. Il «nuovo» si aggrappa all’odiato sistema non per salvare il Paese e la tenuta dei conti pubblici, ma soprattutto per salvare se stesso, contando di mettere insieme paure trasversali. È una reazione simmetrica e opposta a quella della Lega. E offre il medesimo brutto spettacolo da parte della ormai ex maggioranza. Avventurismo elettorale leghista e strumentale trasformismo grillino vanno a braccetto, accompagnati dal solito corredo di insulti. Con quali esiti, si vedrà. Ma proprio per questo, ora più che mai Costituzione, Parlamento e Quirinale sono le uniche garanzie di serietà contro azzardi e furbizie accomunati da una spregiudicatezza venata di irresponsabilità. Se e quando si arriverà alle elezioni è ancora da capire. E non è detto che sia la cosa migliore per il Paese. Si dovranno evitare pasticci e ammucchiate improbabili, ma anche scongiurare accelerazioni foriere solo di fratture più profonde e pericolose, per i rapporti interni, per la tenuta dell’Italia e per le relazioni con i nostri alleati europei. Il rispetto delle regole è il minimo che si debba pretendere da chi da tempo mostra una prepotente inclinazione a calpestarle per il proprio esclusivo tornaconto. Sarebbe bene se ne rendessero conto anche le opposizioni, per non ridursi al ruolo di strumenti subalterni di una demagogia che ha già prodotto molti guasti.


Il Sole 11.8.19
Un esecutivo neutrale per il voto
La crisi di governo che sta per aprirsi si presenta con dei connotati in parte inediti. Non nasce infatti semplicemente, come in occasioni del passato, a causa del distacco di una delle forze politiche della maggioranza dall’accordo di governo, e nemmeno perché è stato approvato in Parlamento un provvedimento non condiviso da una parte del Governo
di Valerio Onida


La vicenda delle mozioni sulla Tav poteva non essere di per sé decisiva, se uno dei partiti di governo avesse semplicemente accettato (e così in fondo è stato per il M5s) un voto parlamentare in cui prevalesse una delle due posizioni espresse dai partiti al governo. Si può ricordare, si parva licet componere magnis, che le leggi sul divorzio (1970) e sull’aborto (1978) passarono in Parlamento contro la posizione espressa dalla Dc, che era all’epoca il maggior partito del governo in carica ed esprimeva il Presidente del Consiglio dei ministri; e non provocarono di per sé crisi di governo né dislocazioni decisive nella maggioranza parlamentare che sorreggeva il Governo. In regime parlamentare è possibile, anche se non frequente, che su singoli temi, che si accetta non facciano parte del programma di governo, si manifestino maggioranze diverse da quella che sostiene l’esecutivo.
Ciò che di singolare ha questa crisi è piuttosto il fatto che essa nasce da dissensi e scontri fra le due forze della maggioranza persino più aspri di quelli che caratterizzano la dialettica fra maggioranza e opposizioni. In ogni modo, è una crisi, quella attuale, che non sembra poter avere altro sbocco se non le elezioni. Infatti la maggioranza non c’è più, e non sembra che nell’attuale Parlamento possa manifestarsi una qualsiasi diversa maggioranza politica, ricomponendo il puzzle degli attuali gruppi parlamentari.
Non solo dunque il Governo in carica deve necessariamente dimettersi, aprendo anche formalmente la crisi; ma esso non sembra possa avere alcuna alternativa politica in questa legislatura. A questo punto, è bene però che le dimissioni del Governo conseguano ad un voto o almeno ad un dibattito parlamentare che ratifichi esplicitamente l’apertura della crisi: e bene ha fatto il Presidente Conte a volere questo passaggio per la cosiddetta “parlamentarizzazione” della crisi. Non che dal dibattito possa emergere, per quanto è prevedibile, una qualsiasi maggioranza alternativa per governare, sulla base degli attuali rapporti di forza nelle Camere: ma almeno dovrebbero risultare chiare le posizioni dei vari gruppi sugli indirizzi fondamentali sui quali gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi. Le elezioni appaiono dunque come l’unica strada possibile per ridare un indirizzo politico di governo al Paese.
Non sembra infatti plausibile nemmeno l’ipotesi di un Governo “tecnico” che duri magari fino ad elezioni non del tutto prossime, sul modello del Governo Monti del 2011. Questo nacque, lo ricordiamo, da una più o meno convinta accettazione da parte di molte forze parlamentari, della maggioranza uscente e delle opposizioni, di una fase di “decantazione”, di fronte a problemi in parte nuovi posti dai rapporti con le istituzioni europee, e quindi con un programma ben individuabile. Oggi i problemi, vecchi e nuovi, sussistono, certo, ma non sembra esserci all’orizzonte di questo Parlamento alcun indirizzo di “larga coalizione” attorno a cui possa sorgere un nuovo esecutivo.
In queste condizioni normalmente il Governo, dimissionario perché sfiduciato, assume il compito di assicurare gli “affari correnti” fino al voto e al successivo formarsi di una nuova maggioranza. Però oggi questa non sembra a sua volta una soluzione facile e pacifica. Infatti, in attesa del voto e poi della formazione della nuova maggioranza, avremmo una fase che non sembra facilmente affrontabile in termini di “ordinaria amministrazione”. Da un lato abbiamo una compagine governativa attraversata da divisioni anche più profonde di quelle che normalmente caratterizzano la dialettica fra maggioranza e opposizioni: ed è quindi difficile che questo Governo, con questi ministri, sia in grado di amministrare il Paese con la necessaria “neutralità” politica che dovrebbe caratterizzare l’attesa delle decisioni degli elettori. Dall’altro lato, nei mesi che dovranno trascorrere prima della formazione del nuovo Governo post-elettorale dovranno essere prese delle decisioni, ad esempio in materia di bilancio, che difficilmente potranno essere solo di “ordinaria amministrazione”: non foss’altro una decisione che “congeli” la situazione finanziaria e apra la strada a un esercizio provvisorio (espressamente previsto dalla Costituzione) in attesa della definizione della nuova politica di bilancio per il 2020.
Occorre, dunque, che il Governo in carica nel periodo elettorale sia in grado e sia capace di adottare queste decisioni col massimo possibile di “neutralità”, e dunque con il consenso parlamentare più ampio possibile. In definitiva, un Governo che si proponga come esclusivo fine quello di consentire lo svolgimento delle elezioni in un clima in cui le esasperazioni polemiche di tutti contro tutti possano lasciare il posto, almeno in parte, ad un confronto più serio, in sede elettorale e postelettorale, sugli indirizzi di fondo da imprimere alla politica nazionale, europea e internazionale del nostro Paese.

Il Sole 11.8.19
Etica. Pubblicato il ciclo di conferenze tenute a Friburgo dal 1920 al 1924
Quando a lezione Husserl criticò Kant
di Ermanno Bencivenga

Triste è il destino dei grandi filosofi. Per capirli sarebbe necessaria una mente alla loro altezza, rara come una mosca bianca; di solito, rimangono ostaggio degli «studiosi» che in ogni occasione citano libro e versetto ma sul senso di quelle sacre scritture ne sanno quanto i sei ciechi della parabola su come è fatto un elefante. Ogni tanto compare all’orizzonte un altro grande filosofo, e capita pure, magari, che voglia dire la sua sul collega; ma le grandi menti hanno poco tempo per i dettagli altrui, impegnate come sono ad articolare i propri. E poi sono ambiziose: se parlano di un collega, è per usarlo come trampolino di lancio per i loro voli, come ombra sullo sfondo della quale far risplendere i loro bagliori.
L’Introduzione all’etica comprende un ciclo di lezioni tenute da Edmund Husserl nel 1920 e ancora nel 1924, a Friburgo, davanti a un pubblico d’eccezione che comprendeva Norbert Elias, Karl Löwith, Herbert Marcuse e Hans Jonas. Tratta il suo argomento storicamente, il che è insolito in Husserl, seguendo un percorso cronologico che va dai sofisti a Kant. Ci sono scelte idiosincratiche: Aristotele viene appena menzionato ma si presta attenzione ad Aristippo; nella modernità la Gran Bretagna è meglio rappresentata (con Hobbes, Locke, Hume e Mill) del continente europeo.
Ma il confronto più teso e sostenuto è con il personaggio culmine della vicenda: il saggio di Königsberg, al quale Husserl dedica in chiusura una quarantina di pagine ma la cui figura incombe su tutto il testo. Viene introdotto con rispetto: due interi paragrafi sono dedicati a un sommario di alcune parti della Critica della ragion pratica. E gli viene riconosciuto il grande merito di aver combattuto l’edonismo (definito «la negazione dell’etica»). Ma tali concessioni servono solo a indorare l’amara pillola: precedute da un minaccioso «Passiamo ora alla critica», gli vengono riversate contro le accuse più severe, senza appello. I suoi sono «meri concetti, significati morti, estranei agli atti della vita originariamente conferente senso»; le sue dottrine sono assurde, incomprensibili, fallimentari e perfino impensabili.
Qual è l’oggetto del contendere? Ce ne sono vari, ma accomunati da una cruciale differenza di tono. Kant ci consegna un mondo indeterminato e pericolante, in cui gli oggetti sono fragili aggregazioni di dati, tenuti insieme da misteriosi atti sintetici e pronti a disfarsi quando meno dovrebbero, o a esplodere in antinomie se facciamo troppe domande. In ambito etico, dichiara che è la ragione a dare ordini, ma la lettura dei nostri comportamenti alla luce delle sue ingiunzioni formali sarà sempre aperta al dubbio: potremo solo sperare di aver fatto la cosa giusta, la nostra perfezione morale va perseguita «con timore e tremore».
Husserl, invece, è pieno di certezze: basta che mi concentri sul contenuto della mia coscienza e «posso cogliere verità generali in una certezza assoluta, posso vederle in atti di una perfetta comprensione evidente». «Come sempre, solo l’indagine fenomenologica può fare chiarezza su tali questioni.»
Perché dunque porsi tanti problemi con le entità instabili, fenomeniche che popolano la nostra quotidianità? Non ci sono forse oggetti ideali, per esempio matematici, che possiamo cogliere con perfetta evidenza? E non è il bene un oggetto di questo tipo? Kant esitava a riconoscere uno statuto cognitivo indipendente alla matematica, e non aveva tutti i torti: qualche anno dopo queste lezioni di Husserl, il teorema di Gödel avrebbe dimostrato che delle teorie matematiche non siamo in grado di conoscere non dico la verità, ma neanche la coerenza.
Kant attribuisce il giudizio morale alla ragione, e per Husserl è «impensabile un volere che non abbia basi motivazionali» sensibili. Kant però lo sapeva, e infatti dice: «La legge morale contiene senza dubbio delle prescrizioni, ma non dei moventi; essa manca di quella forza esecutiva, che costituisce il sentimento morale». Basterebbe leggerlo. Che io sappia che cosa dovrei fare non implica che lo farò; posso solo sperare, dicevo, che l’educazione che ho ricevuto, la società che mi circonda e i sentimenti che entrambe mi hanno ispirato siano efficaci al proposito.
La bella sicurezza ostentata da Husserl ha fatto il suo tempo; oggi a darle credito sono rimasti pochi fedeli (e, si capisce, gli «studiosi»). Rimane il rimpianto per l’incomprensione e l’arroganza testimoniate in queste pagine e ingiustificate sulla base del reale rapporto tra i due filosofi. Lasciando al loro destino le sciocchezze di verità ideali percepite con assoluta evidenza, la fenomenologia ha fatto molto per sviluppare l’idealismo trascendentale, che Kant aveva iniziato e abbozzato ma non aveva completato. La faticosa costruzione dell’impianto «copernicano» continua in Husserl e nella sua scuola, con le incertezze e i dubbi che naturalmente le si accompagnano, ed è opera di innegabile valore. Se solo le grandi menti la smettessero di darsi addosso e imparassero a lavorare insieme!





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sabato 10 agosto 2019


La Stampa 10.9.2019
Crisi di governo, Grillo contro il voto: “Cambiamenti subito, salviamo l’Italia dai nuovi barbari”


ROMA. «Dobbiamo fare dei cambiamenti? Facciamoli subito, altro che elezioni, salviamo il Paese dal restyling in grigioverde dell'establishment, che lo sta avvolgendo! Come un serpente che cambia la pelle». Lo scrivo Beppe Grillo a conclusione di un suo post sul blog, il primo da quando Matteo Salvini ha aperto la crisi di governo.
In questo modo – come confermano fonti governative pentastellate – Grillo tiene aperti tutti gli scenari e ricompatta il movimento per dichiarare «guerra» al tradimento di Salvini. «Io non vorrei - scrive Grillo - che la gente abbia confuso la biodegradabilità con l'essere dei kamikaze. Noi ci muoviamo sinuosi nel mondo e i nostri nemici pregano che la coerenza, solo la nostra, sia una sorta di colonna vertebrale di cristallo: “Non vi preoccupate sono talmente coerenti che si spezzano piuttosto che sopravvivere!”.
Questo pensano, pure molti sprovveduti al nostro interno. Le lavatrici buttate nei fiumi cosa sono nella loro essenza? Coerentemente in attesa di arruginirsi? Ed è così che pregano e sperano che sia il M5s. C'è Matteo Salvini che immagina il Movimento come qualcosa che vive solo grazie a lui! Ma siamo diventati scemi?».
Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia, commenta: «Grillo chiede ai suoi di fare i cambiamenti subito. Altro che elezioni, scrive. I suoi proclami diventano sempre più oscuri, ma il cambiamento purtroppo c'è già stato e ha fatto tragicamente rima con fallimento. Il fallimento suo, del suo Movimento e del governo guidato dai suoi alfieri. Il vero cambiamento potrà arrivare solo dalle elezioni, perché in democrazia funziona così: sarà un vaffa day al contrario, questa volta, e stia certo Grillo, l'estate lo illuminerà già da stanotte, quando appariranno in cielo Cinque stelle cadenti».
Luigi Di Maio, su Facebook, ha postato l'articolo di Grillo, commentando: «Beppe è con noi ed è sempre stato con noi! Il vero cambiamento è il taglio dei parlamentari. Le vere elezioni si fanno con 345 poltrone in meno. Serve cambiare. E subito!».

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venerdì 9 agosto 2019

il manifesto 9.8.19
Rino Formica: «È l’ultima chiamata prima della guerra civile. Ora il Presidente parli»
L'intervista . L’ex ministro socialista: «Assistiamo alla decomposizione delle istituzioni, nel decreto sicurezza si accetta la fine del ruolo di Palazzo Chigi. I leader politici sono screditati. Solo un’autorità morale e politica può mobilitare la calma forza democratica dell’opinione pubblica. Lo strumento c’è, è il messaggio del Colle alle camere»
intervista di Daniela Preziosi


«Quando si rompono gli equilibri istituzionali o c’è la soluzione democratica, o decide la forza. Se non ci sono soluzioni democratiche c’è la guerra civile». Con Rino Formica – classe 1927, socialista, più volte ministro, da più di mezzo secolo le sue definizioni della politica e dei politici sono sentenze affilate, arcinote e definitive – il viaggio per approdare all’oggi, un oggi drammatico, inizia da lontano. Con il Pietro Nenni «di quei dieci giorni lunghi quanto un secolo fra il 2 e il 12 giugno del ’46», racconta, «fra il referendum e la proclamazione della Repubblica c’è il tentativo del re di bloccare la proclamazione della Repubblica. Umberto resisteva al Quirinale. I tre grandi protagonisti, De Gasperi Togliatti e Nenni, presero la decisione di convocare il Consiglio dei Ministri e di dare i poteri di capo dello stato a De Gasperi, che era presidente del consiglio. De Gasperi andò al Quirinale sfrattò Umberto. In quei giorni noi, dalle federazioni del partito socialista, chiedemmo che fare. C’era il rischio reale che si bloccasse il processo democratico. Nenni appunto diramò la disposizione: quando si rompono gli equilibri istituzionali o c’è la soluzione democratica o la parola passa alla forza». Questa è la «questione», sostiene Formica.
Stiamo assistendo a una rottura istituzionale?
Questa rottura è antica, maturava già dagli anni 70, ma il tema viene strozzato. Il contesto internazionale è bloccato, un paese di frontiera come l’Italia deve fronteggiare equilibri interni ed internazionali. Nell’89 questo blocco salta, ma le classi dirigenti non affrontano il tema della desovranizzazione degli stati che diventavano affluenti dell’Europa unitaria. I grandi partiti entrano in crisi. Il Pci è in crisi logistica e di orientamento; il Psi perde la rendita di posizione; la Dc è alla fine della sua funzione storica.
Torniamo alla nostra crisi istituzionale.
Da allora abbiamo due documenti importanti. Il primo è del ’91, il messaggio alle camere di Cossiga che spiega che l’equilibro politico e sociale è superato. Poi, nel 2013, il discorso del secondo mandato di Napolitano. Due uomini diversi, con due approcci diversi, con coraggio pongono al parlamento il tema del perdurare della crisi. E i parlamentari, fino ad oggi, continuano a far finta che tutto va bene, che è solo un temporale, passerà. Oggi siamo alla decomposizione istituzionale del paese.
Quali sono i segnali della «decomposizione»?
Innanzitutto il governo: non c’è. Oggi ci sono tribù che occupano posizioni che una volta erano del governo. Il presidente del consiglio convoca le parti sociali, ma il giorno dopo le convoca il ministro degli interni. E i sindacati vanno. Quando il sindacato non ha un interlocutore istituzionale ma va da chi lo chiama si autodeclassa a corporazione: vado ovunque si discuta dei miei interessi. Allora: non c’è un governo, perché la sua attività è stata espunta; non ci sono i partiti né i sindacati. È la crisi dei corpi dello stato. Si assiste a un deperimento anche delle ultime sentinelle, l’informazione, la magistratura.
Sta dicendo che non c’è alternativa alla guerra civile?
C’è. Oggi siamo in condizione di mobilitare la calma forza democratica dell’opinione pubblica? Chi può animarla? I leader politici sono deboli o screditati. Serve l’autorità morale e politica che può creare un nuovo pathos nel paese. Uno strumento democratico c’è, sta nella Carta. È il messaggio del presidente della Repubblica alle camere. Nell’81 la camera pubblicò un volume sui messaggi dei presidenti. Nella prefazione il costituzionalista Paolo Ungari spiega che il messaggio alle camere ha una grande importanza. Il presidente ha due modi per dialogare con il parlamento. Il primo è quando interviene nel processo legislativo. Quando rinvia alle camere un disegno di legge per incostituzionalità. È vero che non ha il diritto di veto ma – dice Ungari – porta il dissenso dinanzi al parlamento e anche all’opinione pubblica, «un terzo e non silenzioso protagonista».
Dovrebbe succedere con il decreto sicurezza bis?
Leggo che Mattarella ha dubbi. Forse ha dubbi su di sé: le norme incostituzionali stavano già nel testo che ha firmato e inviato alle camere. Lì si accettava il superamento della funzione del presidente del consiglio: non c’è più, viene informato dal ministro degli interni. È la negazione della norma costituzionale. Ma è vero che se oggi lo rimandasse alle camere la maggioranza potrebbe ben dire: abbiamo votato quello che tu hai già firmato.
Allora cosa può fare?
La situazione di oggi è figlia dell’errore del 2018. Il presidente dà l’incarico esplorativo a Cottarelli e questo incarico viene sospeso dall’esterno da due signori che notificano al Quirinale di non procedere perché stanno stilando un «contratto» di cui indicano l’arbitro, il presidente del consiglio. È il declassamento dall’accordo politico a contratto di natura civilistica, uno stravolgimento costituzionale. L’accordo di governo è altra cosa: stabilisce una cornice politica generale. L’errore è dei contraenti, ma chi lo ha avallato poteva fare diversamente? Se il presidente del consiglio è arbitro si accetta il fatto che la crisi istituzionale si supera attraverso una extrademocrazia aperta a tutti i venti.
Un punto di non ritorno?
Il problema ora è mettere uno stop. Il presidente della Repubblica dovrebbe fare un messaggio sullo stato di salute delle istituzioni. Il presidente del consiglio non c’è più, il governo neanche, la funzione della maggioranza è mutata fra decretazione e voto di fiducia. Ormai, di fatto, una camera discute, l’altra solo vota. Si sta consumando un mutamento dell’equilibrio istituzionale. Il presidente ci deve dire se questa Costituzione è diventata impraticabile.
Intanto il Viminale allarga i suoi poteri.
Salvini crea una novità nel nostro tessuto democratico. All’interno di un sistema di sicurezza crea una fazione istituzionale di partito: spezza un corpo dello stato in fazioni politiche. Il rischio è che nasca una polizia salviniana. Che avrebbe come conseguenza la nascita della Rosa bianca, come sotto Hitler. E non solo. Ormai Salvini fa in continuazione dichiarazioni di politica estera che si pongono al di fuori dei trattati a cui aderisce l’Italia.
Mattarella ha gli strumenti per fermarlo?
Mattarella viene da una educazione morotea, quella della inclusione di tutte le forze che emergono, anche le più incompatibili. Ma ne dà un’interpretazione scolastica. Moro spiega la sua visione nell’ultimo discorso ai gruppi parlamentari Dc, prima del sequestro. Convince i suoi all’inclusione del Pci nel governo ma, aggiunge, se dovessimo accorgerci che fra gli inclusi e gli includenti c’è conflitto sul terreno dei valori, noi passeremo all’opposizione. L’inclusione insomma non può prescindere dai valori. Altrimenti porta alla distruzione dei valori anche di quelli che li hanno. Infatti il contratto non è un’intesa fra i valori ma tra gli interessi.
Insomma questo governo è un cavallo di troia nelle istituzioni?
È la mela marcia che infetta il cesto.
Mattarella può ancora intervenire?
Non c’è tempo da perdere, deve rivolgersi al parlamento. L’opinione pubblica deve essere rimotivata, deve sapere che ha una guida morale, politica e istituzionale. Si sta creando il clima degli anni 30 intorno a Mussolini.
I consensi di Salvini crescono, l’opinione pubblica ormai si forma al Papeete beach.
Ma no, Salvini cresce perché non c’è un’alternativa. Un messaggio del presidente darebbe forza a quelle tendenze maggioritarie nell’Ue che hanno bisogno di sapere se in Italia c’è qualcuno che denuncia il deperimento democratico. Anche perché, non dimentichiamolo, l’Unione ha l’arma della procedura di infrazione per deperimento democratico, già usata per la Polonia.
In questo suo ragionamento l’opposizione non ha ruolo?
Il paese è stanco, il Pd non è in condizioni di rimotivarlo. Nessuno ne ha la forza. La stampa è sotto attacco, si difende, ma per quanto ancora? Hanno aggredito Radio radicale, i giornali, dal manifesto all’Avvenire, intimidiscono anche la stampa più robusta. Solo una forte drammatizzazione istituzionale può riuscire. All’incontro con i cronisti parlamentari Mattarella ha fatto un discorso importante. Ecco, tutti insieme dovrebbero chiedergli di ripeterlo ma in forma di messaggio alle camere. Per dare un rilievo ufficiale agli attacchi alla libera stampa. La signora Van der Leyen non potrebbe non intervenire.
Anche perché resta il dubbio che la Lega sia strumento della Russia contro l’Ue.
I rapporti fra Salvini e la Russia di Putin sono servili. La Russia ha un forte interesse a un’Italia destabilizzata per destabilizzare l’Europa. Il disegno non è di Salvini, lui è solo un servo assatanato di potere.
Ministro, con Salvini sono tornate le ballerine, stavolta in spiaggia?
Quando parlai di «nani e ballerine» intendevo che non si allarga alla società civile mettendo in un organo politico i professionisti del balletto. Qui siamo alla versione pezzente del Rubigate. Quello di Berlusconi era un populismo di transizione ma non si può negare che intercettasse sentimenti popolari. Salvini invece eccita i risentimenti plebei.
Chiede al Colle di agire un conflitto inedito nella storia repubblicana?
Ma se questa situazione va avanti, fra due anni Salvini si eleggerà il suo presidente della Repubblica, la sua Consulta, il suo Csm e il suo governo. Siamo al limite. Lo dico con Nenni: siamo all’ultima chiamata prima della guerra civile nazionalsovranista.



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domenica 4 agosto 2019

il manifesto 4.8.19
Alias Domenica   
Becker a Heidegger, distrutti gli assunti della coscienza
Lettere inedite. A metà degli anni Venti, molto precocemente interessato alla psicoanalisi, Oskar Becker non solo riconosce il genio di Freud, ma indica a Heidegger la necessità di applicare le dinamiche psichiche alla «psicogenesi» di ogni filosofare
di Oskar Becker e Romano Mádera


Al momento sono immerso negli scritti freudiani. Ne sono ancora profondamente colpito. È stupefacente vedere come ogni volta Freud riesca a dire cose nuove per mezzo di concetti apparentemente già molto sfruttati, che provengono dal milieu medico-scientifico degli anni Novanta del secolo scorso o, perlomeno, come riesca a elevare al rango della conoscenza scientifica certi aperçus psicologici tipo quelli che si trovano in Schopenhauer e Nietzsche o anche in altri «psicognostici» più antichi. Lo sfondo filosofico, il sistema delle sue «anticipazioni concettuali» dipende fortemente da Schopenhauer, benché Freud non sembri esserne consapevole (…) nel bene e nel male. Nel «bene» l’emergere del momento emozionale, della tendenza e del motivo, il pensiero di una dinamica psichica (qui non scevro di pensieri fuorvianti sul modello di quelli delle scienze della natura, soprattutto, quello della libido come «energia psichica», concepita in modo del tutto simile a quello della fisica) – l’idea che la conoscenza non è il motivo primario della vita, e così via. «Nel male» negli ultimi scritti di Freud (in particolare in Al di là del principio di piacere) il ruolo giocato da concezioni biologico-fisiologiche. Anche Freud non è del tutto sfuggito alla tentazione tipica della vecchiaia di costruire alla fine un sistema. Qui c’è qualche analogia con la concezione schopenhaueriana della conoscenza come funzione del cervello, con la sua teoria del «genio della specie». Ma oltre a questo, Schopenhauer (e ancora più direttamente Nietzsche) è , in molti temi particolari, un precursore della psicoanalisi: nelle sue osservazioni sul sogno, sulla follia, sull’associazione di idee («l’intuizione»), la teoria del ridicolo, la metafisica dell’amore sessuale. Ma c’è anche una certa parentela con la psicologia descrittiva e delle distinzioni di Dilthey (…)A me interessano, oltre al problema al quale ho accennato, due ulteriori questioni da porre alla psicoanalisi: le premesse delle scienze della natura sono per Freud il fondamento che sostiene il suo pensiero e nel quale, per così dire, egli finisce per trovare la soluzione di tutto. Infatti, la sua teoria delle pulsioni si dimostra, sottoposto a critica, dogmaticamente vincolata alla determinazione di processi e scopi molto specifici delle pulsioni stesse (tra l’altro proprio come accade in Schopenhauer e in Nietzsche, fatte salve le differenze che caratterizzano la fisiologia e la biologia delle diverse epoche nelle quali hanno vissuto).Se dunque le cose stanno così, se alla teoria freudiana (la psicoanalisi non è una teoria in senso proprio, piuttosto una tecnica medica, un fenomeno fattuale sui generis) viene meno il terreno su cui poggia – cosa ne prende dunque il posto? (..) Siamo a un passo dal cercare un surrogato nella relazione con il mito, via già intrapresa da Jung. Al posto di un dogma se ne mette un altro, ancora più difficilmente comprensibile, e in questo modo si sacrifica molto della psicoanalisi. Se essa mostra come la vita psichica cosciente è «determinata» (o forse meglio «motivata») dall’inconscio, non si potrebbe dire lo stesso per la genesi fattuale di una filosofia? Non ci possiamo più permettere oggi di distinguere in modo sommario «psicogenesi» e fondazione «logica o trascendentale», o «dialettica».Il filosofare non pertiene soltanto a una determinata situazione della storia dello spirito , ma a «ognuno» con tutte le sue particolari preferenze e avversioni, i suoi punti ciechi e gli spostamenti e le altre attitudini della cui profondità normalmente non è consapevole. Non dovrebbe appartenere, questa specie di auto-psicoanalisi, ai requisiti necessari al filosofare «critico», proprio come distruzione di ciò che appare come un mero dato della storia della spirito?

il manifesto 4.8.19
Da Oskar Becker, Vier Briefe an Martin Heidegger, in A. Gethmann- Siefert, J. Mittelstrass ( a cura di ), Die Philosophie und die Wissenschaften. Zum Werk Oskar Beckers, München, 2002. Pubblicata in tedesco in nota a Antonello Giugliano, Décadent e inizio al tempo stesso I, in Massimo Mezzanzanica (a cura di), Autobiografia Autobiografie Ricostruzione di Sé, Franco Angeli, Milano, 2007.Traduzione di Romano Mádera
di Romano Mádera


La lettera di Becker è datata 1923, dunque tre anni dopo l’uscita di quell’opera capitale di Freud che è Al di là del principio di piacere, e quattro anni prima della pubblicazione di Essere e tempo di Heidegger, con il quale Becker, che frequenta i suoi primi corsi a Friburgo, insieme a Löwith e ad altri, ha scambi intellettuali così intensi da lasciarne indovinare le influenze. Nel frattempo, legge e rilegge Freud. A quel tempo assistente di Husserl, Heidegger cerca di dare un impronta più decisamente esistenziale alla sua ricerca: filosofia e vita sono un tutt’uno, la filosofia è una scelta di vita e questa va compresa nella sua concretezza, nella sua storicità fattuale.Nella prima parte della lettera Becker traccia una sorta di genealogia filosofica della psicoanalisi – da Schopenhauer a Nietzsche con un accenno a Dilthey: se oggi è scontato che un professore di filosofia si interessi anche di psicoanalisi, nel 1923, la critica alle pretese di Freud, che voleva far rientrare le sue scoperte nella «concezione scientifica del mondo», sono tutt’altro che ovvie.Per Becker, manca alla psicoanalisi la struttura logico-formale capace di reggere un nuovo orientamento conoscitivo. Tuttavia, egli riconosce come il pensiero di Freud porti a scoprire quanto la nostra vita cosciente sia influenzata dall’inconscio e – qui sta la sorpresa e il pungolo per Heidegger, destinatario delle sue riflessioni – sostiene che si dovrebbero riprendere queste dinamiche psichiche anche per la «psicogenesi» di ogni filosofare, per la determinazione «biografica» di ogni attività di pensiero, approfondendo i condizionamenti della storia della cultura fino ad arrivare all’individualità che pensa.Di questa «fatticità» che è la vita concreta del filosofo e dei suoi moti psichici profondi, non ci si può liberare rifugiandosi frettolosamente nei fondamenti logici, trascendentali o dialettici. Anzi, Becker ipotizza che una sorta di psicoanalisi filosofica possa aiutare a distruggere le assunzioni date per scontate dalla sola coscienza circa la «storia dello spirito».Molti anni dopo, nei testi su Nietzsche del 1961, Heidegger dichiarerà il suo categorico disprezzo per la «fatticità» biografica in filosofia: e lo farà proprio parlando di Nietzsche, che potrebbe passare per antesignano di una filosofia della biografia e dell’autobiografia. Scrive Heidegger: «la condizione preliminare sta nel prescindere dall’ “uomo”, nel fare astrazione dall’ “opera” nella misura in cui essa viene vista come espressione dell’umanità, cioè alla luce dell’uomo… Né la persona di Nietzsche né la sua opera ci interessano fintanto che facciamo di entrambe, nella loro coappartenenza, l’oggetto di un resoconto storiografico e psicologico».Dunque, rispetto a quel che la lettera pubblicata in questa pagina sembrerebbe prefigurare, Heidegger avrebbe preso, poi, una direzione esattamente opposta. Quanto a Becker, egli avrebbe cercato di applicare suggestioni heideggeriane nei suoi lavori «esistenziali», abbandonando però l’ermeneutica per una sorta di «mantica», di divinazione fenomenologica, che porterebbe a intuire, nelle esistenze individuali, così come in estetica, la presenza di forme ideali. In questa direzione così brutalmente antistorica e antibiografica, si potrebbe comunque cogliere un contro-movimento alla «filosofia critica» che da Fuerbach, a Marx, a Stirner, a Nietzsche (e anche alla psicoanalisi), sebbene in forme molto diverse, cercava di trovare il terreno ideale sul quale far poggiare le astrazioni del pensiero, alla ricerca di pratiche, collettive e individuali, capaci di provarne la consistenza.In questa prospettiva, Heidegger incarna l’acme di una gigantesca «regressione»: di una «reazione» che, dietro la nebulosa del suo linguaggio gonfio di enfasi destinali, lascia trasparire la cancellazione dei conflitti storicamente determinati, interni alla società e ai singoli individui.

il manifesto 4.8.19
Zamjatin soccombe alle ambizioni letterarie di Stalin, redattore maximo
Lettere inedite. Documento unico, la missiva inviata da Evgenij Zamjatin è l’ultimo caso in cui uno scrittore si appellò direttamente a quello che Mandel’štam definì «il montanaro del Cremlino»
di Evgenij Zamjatin e Valentina Parisi


Evgenij Ivanovic Zamjatin
a Iosif V. Džugašvili (Stalin)
Mosca, Cremlino
giugno 1931
Egregio Iosif Vissarionovic, un condannato alla pena capitale – l’autore di queste righe – si rivolge a Lei, chiedendoLe di revocare questa punizione e di sostituirla con un’altra.
Il mio nome, con tutta probabilità, Le è noto. In quanto scrittore essere privato della possibilità di scrivere equivale per me a una condanna a morte e le circostanze hanno assunto una piega tale per cui mi è impossibile proseguire il mio lavoro. Qualsiasi forma di creazione è infatti inconcepibile in un clima di sistematica vessazione come quello attuale, che va peggiorando di giorno in giorno.
Non intendo assolutamente dipingermi come un povero innocente offeso. So benissimo che alcuni miei scritti risalenti ai tre-quattro anni immediatamente successivi alla Rivoluzione potevano fornire il destro ad attacchi. So di avere l’abitudine, alquanto scomoda, di dire non ciò che converrebbe in un dato frangente, bensì quella che mi sembra la verità. In particolare, non ho mai dissimulato il mio giudizio riguardo al servilismo, all’adulazione e all’abbellimento della realtà da parte dei letterati, poiché ritenevo – e lo ritengo ancora – che tutto ciò offenda in pari grado tanto loro, quanto la rivoluzione. E, a suo tempo, è stata proprio questa mia presa di posizione (formulata in termini netti, al punto da dispiacere evidentemente a molti) a scatenare la campagna di stampa indirizzata contro di me dopo la pubblicazione del mio articolo sul n. 1 del 1920 della rivista «Dom iskusstv» (La casa delle arti).
Da allora gli attacchi sono proseguiti sotto vari pretesti, dando infine origine a quella che tenderei a definire una forma di feticizzazione: come gli antichi cristiani si erano inventati a fini pratici la figura del demonio affinché incarnasse ogni possibile male, così i critici mi hanno trasformato nel diavolo della letteratura sovietica. Sputare sul diavolo è considerata una buona azione e ciascuno l’ha fatto come meglio poteva. Non c’era opera che avessi pubblicato in cui la critica non scorgesse invariabilmente chissà quale intento diabolico. E, pur di smascherarlo, non esitavano ad attribuirmi perfino un certo dono profetico: per esempio, nella mia favola Dio, uscita nel lontano 1916 sulla rivista «Letopis’», un critico si ingegnò a vedere una «presa in giro della rivoluzione a seguito del passaggio alla NEP», mentre nel racconto Il monaco Erazm, datato 1920, un altro critico, Mashbic-Verov, ravvisò «una parabola sulle autorità ravvedutesi con la NEP».
Indipendentemente dal contenuto, la mia firma bastava per definire criminali questa o quell’altra mia opera. Di recente, nel marzo di quest’anno un provvedimento dell’Oblit di Leningrado ha fatto sì che non mi restassero più dubbi in proposito. Per la casa editrice Akadenija avevo infatti curato la commedia di Sheridan La scuola della maldicenza, scrivendo un saggio sulla biografia e sulle opere dell’autore; beninteso, di maldicenze da parte mia lo scritto non ne conteneva affatto, né avrebbe potuto contenerne, eppure l’Orblit non solo ne ha proibito la pubblicazione, ma ha anche vietato all’editore di menzionare il mio nome come redattore. E solo dopo essermi rivolto a Mosca, solo dopo che il Glavlit, evidentemente, ebbe fatto presente che, a ogni modo, non si poteva agire in modo così manifestamente ingenuo, soltanto allora giunse il permesso di stampare il mio saggio e, finanche, il mio nome delittuoso.
Riporto questi fatti solo perché riflettono l’atteggiamento nei miei confronti in modo assolutamente limpido, privo, per così dire, di impurità chimiche. Dall’ampia collezione di esempi di cui ormai dispongo ne riferisco unicamente un altro, riguardante non un articolo qualunque, bensì un testo teatrale di una certa ampiezza costatomi tre anni di lavoro. Ero sicuro che questa mia pièce – la tragedia Attila – avrebbe finalmente messo a tacere chi vuole trasformarmi a tutti i costi in un reazionario. Questa mia certezza era fondata su solide basi. Il testo era stato letto alla riunione della Direzione artistica del Grande Teatro Drammatico, alla presenza di diciotto delegati delle fabbriche di Leningrado e accettato per la messinscena con tanto di benestare del Glavrepertkom, dopodiché… Lo spettatore operaio che tanto si era profuso in lodi ha forse potuto assistere alla rappresentazione? No, perché l’Oblit di Leningrado l’ha vietata quando la pièce era ormai annunciata sui cartelloni e gli attori l’avevano già provata a metà.
La morte della mia tragedia Attila si risolse per me in una autentica tragedia: compresi con assoluta chiarezza che qualsiasi tentativo di influire sulla mia posizione si sarebbe rivelato vano, tanto più che di lì a breve scoppiò il celebre scandalo intorno a Albero rosso di Pil’njak e al mio romanzo Noi. Si capisce: pur di annientare il diavolo, è ammissibile barare e quindi un testo scritto nove anni prima, nel 1920, è stato presentato insieme ad Albero rosso come la mia ultima opera. E da qui è partita una campagna diffamatoria di proporzioni inaudite che ha attirato perfino l’attenzione della stampa estera: si è fatto di tutto per precludermi ogni possibilità di andare avanti col mio lavoro. I compagni di ieri, le case editrici, i teatri hanno cominciato a temermi. I miei libri sono stati ritirati dalla circolazione nelle biblioteche. La mia pièce La pulce, messa in scena per due stagioni di fila dal MChAT (Teatro delle Arti di Mosca) con invariato successo è sparita dal repertorio. La casa editrice Federacija ha sospeso la pubblicazione delle mie opere complete. Tutti gli editori che hanno cercato di far uscire lo stesso i miei libri sono stati immediatamente attaccati, e mi riferisco a Federacija e a Zemlja i fabrika, ma soprattutto a Izdatel’stvo Pisatelej v Leningrade. Quest’ultima casa editrice si è arrischiata ancora per un anno a ospitarmi nel suo direttivo e a valersi della mia esperienza, commissionandomi la revisione stilistica di testi di giovani autori, anche comunisti.
Nella primavera di quest’anno la sezione leningradese della RAPP (Associazione Russa Scrittori Proletari) è riuscita a ottenere la mia espulsione dal direttivo e, di conseguenza, la fine di questa collaborazione.
La «Literaturnaja gazeta» (Giornale letterario) ne ha dato trionfalmente notizia, aggiungendo in termini del tutto inequivocabili: «La casa editrice va conservata, ma non per i tipi come Zamjatin». E così Zamjatin si vide chiudere in faccia l’unica porta ancora aperta: la sua sorte di letterato era ormai segnata.
Nel codice penale sovietico, subito dopo la condanna a morte, viene la deportazione del colpevole oltre i confini del paese. Pur ammettendo che io sia colpevole e che meriti una punizione, credo tuttavia che il castigo adeguato debba essere più lieve della morte letteraria; perciò chiedo che tale condanna sia revocata e sostituita con l’espulsione dall’Urss.
Traduzione di Valentina Parisi


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mercoledì 3 luglio 2019

L’Espresso 30.6.19
Se si votasse a settembre la sinistra sarebbe tutta in difesa. Ma qualche mese in più le permetterebbe di non scendere in campo solo per partecipare 
Qualcosa di nuovo 

di Marco Damilano 

O il Pd cambia pelle oppure qualcun altro dovrà far nascere qualcosa di nuovo», dice il sindaco di Milano Beppe Sala nelle pagine che seguono. «Dobbiamo dare protezione e speranza all’Italia che soffre, sostegno e fiducia all’Italia che cresce», scrive il segretario del Pd Nicola Zingaretti, rispondendo alle mille domande che gli abbiamo consegnato, proposte nelle settimane scorse dai lettori dell’Espresso. Parlano qui, direttamente, in prima persona, i due protagonisti della ricostruzione dell’opposizione alla maggioranza gialloverde, quasi un congresso. Due amministratori che si misurano quotidianamente con il governo, con storie molto diverse, anzi opposte. Sala è un manager che è arrivato ad appassionarsi alla politica solo di recente: la politica e non solo le politiche, la politica con le sue cadute, le tensioni, la ricerca di alleanze, l’esigenza di comunicazione, il tentativo di dare una risposta alla questione più politica di tutte, ovvero la necessità di essere qualcuno, un soggetto, un partito. Zingaretti è il politico di professione, nato e cresciuto nella federazione giovanile del Partito comunista, che da oltre dieci anni si è rivelato amministratore prudente e saggio, come presidente della provincia di Roma e poi della regione Lazio. Da quattro mesi è tornato alla politica di partito come leader di una formazione che lotta per sopravvivere, con i notabilati che combattono per resistere, una fazione che minaccia la scissione, i gruppi parlamentari indocili, i nuovi dirigenti che faticano ad emergere. Sala è invece l’immagine di un’Italia che vince e di una sinistra che sorride: qualcosa che non si vedeva da tempo, un’eccezione.
La conquista delle Olimpiadi 2026 per Milano e Cortina arriva nei giorni più grigi per il governo nazionale. I vertici europei inconcludenti, in cui il premier Giuseppe Conte si aggira da alieno, escluso dai tavoli che contano sugli organigrammi e in catenaccio per evitare la procedura di infrazione. Mentre i mercati sono in agguato, non hanno ancora attaccato ma aspettano l’incidente, sono in attesa sempre più corta: ieri erano le elezioni europee, oggi sono i tempi della trattativa con Bruxelles, e poi le elezioni anticipate e cosa farà Matteo Salvini. La categoria dell’incidente, che nella politica italiana ha una sua (ig)nobile tradizione, è stata evocata in questi giorni anche dal rientrante Alessandro Di Battista, che ne attribuisce in anticipo la responsabilità a Matteo Salvini. I franchi tiratori, l’autoaffondamento, la divisione insanabile che permette a uno dei firmatari del contratto di rompere, dando la colpa all’altro. C’è un’aria di vecchia Italia, nella maggioranza e nel governo del cambia- mento. La resa dei conti tra i puledrini di razza, non sono più i cavalli della Dc nella stagione gloriosa Amintore Fan- fani e Aldo Moro, e neppure i finti-amici della Quercia post-comunista Massimo D’Alema e Walter Veltroni che giusto un secolo si contesero la segreteria del Pds a colpi di effusioni a mezzo stampa (zio Walter e zio Massimo, si lasciavano chiamare sui giornali dalle rispettive famiglie). Un lucido combattente politico di 95 anni come Emanuele Macaluso li fucila nella bella intervista di Carmine Fotia (pagina 28): personaggetti, capetti senza spessore. Di Maio e Di Battista, piccoli leader, ordiscono minuscole trame di cui potrebbero restare vittime, scambiandosi bacetti e pugnalate. Il presidente del Consiglio Conte si muove nella trattativa come il cerimoniere di un paese politicamente irrilevante. E Salvini, perfino lui, il Capitano che-tremare-il- mondo-fa, sembra aver paura di prendere in mano l’intera posta, la sua reazione alla vittoria di Lombardia e Veneto nella corsa alla sede delle Olimpiadi non è stata quella del grande leader nazionale ma di un mediocre capopartito soddisfatto delle sconfitte altrui (i 5 Stelle che hanno detto di no ai giochi a Roma e a Torino), si attarda sul suo gioco preferito, l’unico che sa svolgere senza incertezze: la crudeltà. Il ministro dell’Interno che si schiera per bloccare in mare la Sea Watch 3, che utilizza numeri decrescenti di esseri umani, da poche centinaia a poche decine, per rivendicare la sua leadership, è già un’immagine feroce e orribile del passato, una coazione a ripetere, sempre lo stesso tasto, lo stesso tweet da azionare. Un anno fa Salvini costruì il suo consenso sul blocco della nave Diciotti, appartenente alla guardia costiera della marina italiana, e costrinse mesi do- po il Movimento 5 Stelle a rimangiarsi un pezzo della sua identità con il voto contrario all’autorizzazione a procedere per il ministro nell’aula del Senato. Ora ci riprova: il gioco è sempre più lento e scontato, ma anche drammatico e disumano. Nell’attesa di capire se è il tassello di una nuova campagna elettorale oppure soltanto un diversivo per mascherare un’incertezza strategica e forse esistenziale.
Sono le scene di ieri. Come al passato, anche se sono appena arrivati al potere, sembrano appartenere quei solerti amministratori leghisti (il servizio di Emanuele Coen è a pagina 64) che mettono le mani sul festival culturali nel nord del Paese, rimuovono gli striscioni che chiedono verità e giustizia per Giulio Regeni, provano a condizionare il dibattito politico estivo. Sono il nuovo, ma appaiono vecchi.
In buona compagnia, forse, in Italia e in questa Europa che a trent’anni di distanza dalla caduta del muro di Berlino appare come una fortezza incartapecorita. Cominciamo con questo numero un racconto a più voci dai paesi dell’ex bloc- co sovietico tre decenni dopo la svolta storica, con un reportage di Francesca Mannocchi e le foto di Alessio Romenzi dalla Romania (pag. 78), dal quartiere di Livezilor di Bucarest che racchiude tutte le contraddizioni, le speranze e le tragedie del comunismo reale e di questi decenni. Un secolo fa la sinistra fu, lo scrive Giuseppe Genna (pag. 24) soviet più elettricità, dunque il soggetto rivoluzionario e l’innovazione. Oggi il soggetto non c’è, la rivoluzione neppure e l’innovazione fa paura. La sinistra del XXI secolo si aggira co- me una sopravvissuta tra le nuove sfide. L’ambiente, i gigan- ti del web che si fanno Stato battendo moneta, il lavoro tra- sfigurato dalla robotizzazione. E parole antiche che comprendono tutto: giustizia sociale e disuguaglianza. Vecchia, vecchissima è la destra leghista che governa l’Italia con la sua intendenza a 5 Stelle. Ma altrettanto vecchia è una sinistra che non sa fare i conti con questa nuova agenda. Ora sembra fantascienza e se si dovesse votare a settembre ci saranno da fare le barricate per non prenderle. Con qualche mese in più, invece, qualcosa di nuovo si può costruire. Per pronunciare un verbo poco olimpionico. Non soltanto partecipare, ma vincere.


L’Espresso 30.6.2019
Qui ci vuole un nuovo partito
Colloquio con Giuseppe Sala
Di Marco Dmilano


“Il PD non basta. Serve un altro soggetto politico. Per riportare agli astensionisti alle urne. E parlare ai delusi del M5s”. Parla il sindaco di Milano. Che guarda oltre le olimpiadi
Il suo urlo di gioia nella sala di Losanna ha spiazzato tutti, era dai tempi della corsa di Marco Tardelli alla finale dei mondiali di Spagna nel 1982 che non si vedeva qualcosa del genere, dalle nostre parti. Beppe Sala, 61 anni, sindaco di Milano dal 2016 dopo una carriera da manager pubblico e privato, è l’amministratore che ha portato a casa le Olimpiadi per la sua città, insieme a Cortina, e per la politica italiana è un uomo di sinistra che vince e, per di più, sorride: un caso unico. Ha le simpatiche fattezze di un topone disneyano e scava: oggi a Milano, domani chissà. In questa intervista parla del suo fu- turo: le Olimpiadi, la ricandidatura a sinda- co, il processo per l’Expo. E annuncia: «Il Pd da solo non ce la fa. Serve un nuovo soggetto, con due bandiere. Ambiente e giustizia sociale». Lo farà lui «No, qualcun altro». Un qualcuno che sembra Sala.
Sala con i calzettoni arcobaleno del Pride, Sala in piazza, Sala che esulta a Losanna gridando Italia-Italia. In questi tre anni da sindaco ha ribaltato l’immagine del grigio manager dei numeri con cui aveva cominciato il suo mandato. Qualcuno comincia a pensare che il vero genio del marketing politico è lei, non Salvini. «L’urlo di Losanna è uscito spontaneo, era l’effetto della tensione per la vicenda dell’Ema, quando Milano perse la sede dell’Agen- zia del farmaco. C’è voluto coraggio per candidarsi alle Olimpiadi, puoi apparire come uno bravo e capace ma se poi perdi tutte le battaglie non serve a nulla. In questi anni ho capito che bisogna essere spontanei e autentici, se ti vengono certe cose che fanno parte del tuo modo di essere non vanno represse. Sto riflettendo molto su come la politica mi ha cambiato ma soprattutto sul ruolo di chi fa politica. A tutti, soprattutto ai giovani, ripeto che la politica è fondamentale, senza la politica le cose non avvengono, come dimostra il caso delle Olimpiadi. Ma oggi i politici sono autoreferenziali, vivono di meccanismi e comportamenti che non raggiungono nessuno. Prendiamo il Movimento 5 Stelle. Han- no vinto le elezioni, erano un movimento giovane, ma hanno detto che la competenza non è un valore. Mi chiedo che soddisfazione ci sia stata nel vincere le elezioni per poi non fare le cose. La comunicazione, il parlarsi addosso, i mille tweet servono a vincere le elezioni, ma non a governare bene e a essere ricordato dai cittadini perché hai fatto bene le cose. Bisogna fare un esame di coscienza: basta con questa litania della politica che è una missione. La politica è un lavoro. E come tutti i lavori deve avere come presupposto il tuo percorso, la tua esperienza, quello che hai imparato».
In quell’urlo si percepiva una passione che i politici dei tweet simulano: fanno vedere che hanno passione...
«Rischio di difendere la gente della mia generazione, ma un po’ lo devo fare. Un percorso di vita non è fatto solo di competenza, ma di vittorie, sconfitte, relazioni, conoscenza dell’animo umano. La cosa meno contemporanea sono le carriere politiche che nascono da ragazzi e che vanno avanti per sempre. Ci sono casi come quello di Pierfrancesco Majorino, ma lui si è confrontato con l’amministrazione. Ma altri vengono dal nulla, sono giovani e si ritrovano in ruoli che indirizzano il futuro del Paese, senza niente alle spalle».
Cosa insegna alla politica italiana la vittoria di Milano-Cortina?
«Un messaggio semplice: gli italiani si stanno rompendo le scatole di tante parole. Se proponi i fatti, qualcosa che si può oggettivamente vedere, c’è disponibilità a seguire. La seconda lezione è che la politica si deve confrontare anche aspramente sulle questioni sociali, ma quando riesce a stare insieme su questioni di interesse generale sfonda, perché nulla piace alla gente quanto i politici che riescono a trovare una sintesi. Possibile che non ci riesca mai di fare alcune cose insieme? Io a Milano posso proporre qualsiasi cosa, ma l’opposizione sarà contro per partito preso. Nella politica la maggioranza è maggioranza e l’opposizione dice no a tutto in attesa di diventare maggioranza, nel lavoro e in famiglia non funziona così. Anche questo distacca la politica dalla società».
Quindi anche lei si iscrive al partito del Sì? L’abbraccio tra lei e Luca Zaia prefi- gura una vicinanza tra il Pd e la Lega in nome dei settori produttivi del Nord?
«È possibile che su alcuni temi sia più facile trovare l’accordo. Ma io vedo dentro la Lega una spaccatura tra l’estremismo di Salvini e un’altra parte che oggi abbozza perché il leader è molto forte. Il governatore del Veneto sa bene che le imprese e le aziende agricole della sua regione fanno profitti anche grazie al la- voro degli immigrati, non credo che accetti certi toni estremisti. Salvini è su una posizione conflittuale che non penso sia gradita a tutta la Lega. È una contraddizione destinata ad allargarsi perché la Lega insegue un ruolo di leadership di governo, in modo legittimo. I 5 Stelle hanno dimostrato tutta la loro inesperienza, in Forza Italia non so se la diarchia Toti-Carfagna sia l’ennesimo trucco di Berlusconi ma è chiaro che è un partito da rifondare. E i limiti della sinistra sono evidenti».
Ci saranno le elezioni anticipate? La Lega spaccherà la maggioranza proprio sui temi più cari al suo elettorato del nord: su tasse, infrastrutture, sviluppo?
«La Lega potrà rompere solo se riuscirà ad attribuire agli altri l’iniziativa della crisi, ma per come sono messi oggi i 5 Stelle non credo sarà facilissimo. Oggi i 5 Stelle non han- no interesse ad andare a votare, Forza Italia neppure e il Pd nemmeno. Salvini immagina di vincere e vuole le elezioni. I leghisti avrebbero un grande dividendo elettorale, ma han- no bisogno di una grande scusa. La flat tax è una grande scusa? Mah. Su questo la penso diversamente da alcuni esponenti della mia parte politica che battono sul tasto del “non ci sono i soldi, l’Europa non ce lo consente”. Io imposterei la polemica in modo diverso. La progressività delle tasse è una conquista faticosa della sinistra, su questo ci si incatena. È uno degli elementi di giustizia. E io non conosco tutti questi imprenditori che si la- mentano della pressione fiscale, il punto vero è il recupero fiscale, a Milano stiamo facendo esperimenti interessanti: fermi per le auto i cui proprietari non hanno pagato le multe o pignoramenti per chi non paga i tributi, ovviamente sopra una certa cifra. Con buoni risultati che porteremo al ministro dell’Economia. Oggi con gli strumenti digitali recuperare è possibile, c’è un problema di volontà politica. La flat tax è un’altra promessa che va contro la giustizia. Non è giusta. Così come non è giusta quota 100. Mi chiedo perché non si facciano analisi più precise sulla aspettativa di vita e sul costo della sanità. Con l’età che si allunga e il problema di curare nei prossimi anni le malattie degenerative a lungo decorso stiamo dicendo alle persone di andare in pensione prima. C’è la possibilità di dire che il re è nudo. Il re è nudo, questa maggioranza di governo sta facendo cose totalmente disallineate rispetto a un percorso sociale che è stato compiuto in Italia e contro i giovani».
Lei dice che il Pd non vuole andare a votare. In realtà Zingaretti dice il contrario: elezioni subito in caso di crisi.
«Con Nicola sono d’accordo su tante cose, su questa meno. Se si andasse a votare oggi non capisco quale sarebbe l’utilità di vedere eletto un Parlamento di centrodestra a guida leghista che nel 2022 elegge il nuovo presidente della Repubblica, il successore di Ser- gio Mattarella. Io non auspico il voto. Spero che si voti più avanti».
Sabino Cassese ha scritto sul “Corriere” che Zingaretti non parla, non si sente, che c’è un vuoto di leadership. È un problema per l’opposizione?
«Non conosco la sua agenda. Non so se si fa sentire poco perché è impegnato su altre cose, ad esempio non so cosa stia facendo nel Sud per liberare il Pd da potentati locali ormai in disuso. Il problema non è andare in tv o sui social o meno. Il problema è uscire dalla comfort zone in cui si è rinchiuso il Pd. Qual è il punto di equilibrio tra l’esigenza di unità e il vincolo con i vecchi schemi che ti impone questa ricerca? Non ho nulla contro l’unità, ma se vuole dire tornare alle rigidità del passato che hanno portato a questa situazione non serve a nulla. Non possiamo rimettere in piedi totem pesanti come il ce- mento. Io vorrei una sinistra più determinata e, per quanto riesco, sto cercando di portare il mio contributo. I giovani sentono poco la politica. Purtroppo sentono ancora meno il Pd, visto come un partito vecchio e litigioso. Ma questo ci mette davanti a una grande opportunità. Non ci sono alternative. O il Pd riesce a cambiare rapidamente pelle e a presentar- si come un partito più moderno che affronta seriamente i temi più sensibili, dall’ambiente alla giustizia sociale, oppure ci penserà qualcun altro».
Vorrebbe essere lei quel “qualcun altro”? «Voglio essere sincero: mi piacerebbe, ma oggi non posso, me lo devo inibire, tanto più che c’è questa nuova responsabilità. Chi ha capacità, proposte, deve farsi avanti. Basta dire che non interpretiamo il disagio: facciamolo».
Serve un nuovo soggetto, un nuovo partito? «Io credo di sì. Il Pd può crescere ancora, ma non più di tanto. Solo un nuovo soggetto può riportare al voto qualcuno che normalmente non va a votare, qualcuno che ha votato per i 5 Stelle, e perfino qualche elettore della Lega che fa fatica ad accettare l’estremismo e la cattiveria salviniana. Anche per questo vedo in modo negativo elezioni a breve termine. Si rischia che il nuovo soggetto sia solo una figurina».
Cosa dovrebbe fare quel “qualcun altro”, che non è lei ma assomiglia a lei?
«Mi scoccia un po’ dirlo perché rischia di essere una ricetta teorica. La prima questione è che questo continuo parlare di stare alla sinistra del Pd, o alla destra, è tutto sbagliato».
Quando si pensa a lei, si immagina nello spazio di Carlo Calenda, tra i moderati. «I moderati sono la parte che mi interessa meno. Io mi considero, al limite, un modera- to radicale. Se i 5 Stelle ci hanno insegnato una cosa è che si possono prendere grandi consensi evitando questa orizzontalità della politica: la destra, il centrodestra, il centro... Dobbiamo evitare le etichette e parlare dei temi. Giustizia sociale e ambientale: in tutto il mondo la sinistra progressista discute di questo. Trovare modelli di socialità diversa rispetto a cui l’ambiente abbia un ruolo centrale. Oggi l’ambiente è la politica: aziende, lavoro, socialità. Il giorno dopo il voto di Losanna sono stato in conference call con il sindaco di Londra Sadiq Khan e il mio amico sindaco di Los Angeles Eric Garcetti che ha avuto la tentazione di candidarsi alle primarie dei Democratici. I sindaci stanno tracciando la strada, un sindaco a Istanbul ha battuto Erdogan, essere sindaco di Milano è oggi un ruolo fondamentale».
Milano può essere un modello nazionale? Negli anni Sessanta anticipò il centro-si- nistra a livello nazionale, in altri momenti è sembrata un’anomalia. Oggi sembra il simbolo della sinistra Ztl che vince nei ricchi centri urbani e perde nelle periferie: per nulla facile da esportare.
«Milano è un’eccezione perché ha fatto un salto in avanti sulle principali questioni che garantiscono il buon funzionamento di una città, dai trasporti ai rifiuti. Roma è un passo indietro perché deve prima mettere a posto questi fronti, da questo punto di vista capisco le paure di Virginia Raggi sulle Olimpiadi a Roma. Milano è al centro di un nord che è sempre più distante dal sud del Paese. Le politiche come il reddito di cittadinanza non porteranno a nulla di buono, senza politiche industriali si accentuerà il divario. Per quanto difficile bisogna trovare una formula per investire nel Sud. Mi chiedo perché alcuni esperimenti non si possano fare anche al meridione. Serve un patto per cui lo Stato mette a disposizione un pezzo del suo patrimonio, a partire dalle caserme dismesse, con il vin- colo che il ricavato lo si reinveste immediatamente per infrastrutture che aspettano da decenni, come la ferrovia pugliese o la messa in sicurezza rispetto al dissesto idrogeologi- co. Il Sud può diventare l’area test del Paese».
Renzi l’ha chiamata per complimentarsi per le Olimpiadi?
«No».
Neppure un messaggino?
«Prima o poi dovremo rivederci e accettare le nostre diversità».
Colpa di chi?
«Non lo so. Io ho detto che Matteo è stato po- co coinvolgente, avrebbe dovuto parlare meno con il suo piccolo circolo e di più con persone di livello e con autonomia di pensiero, è qualcosa che lo ha danneggiato. Io ora sarò più disponibile. Sento molta gente dire: Renzi era il più bravo, peccato che, e poi ognuno ci mette i suoi puntini. Io dovrei fare un passo verso di lui e lui verso gli italiani, dicendosi pronto a cambiare alcuni aspetti del suo carattere, anche a suo vantaggio».
Tra i totem c’è quello che Marco Minniti vorrebbe buttare giù, le politiche troppo deboli nei confronti dell’immigrazione? «Oggi in molti dicono di guardare alla social- democrazia danese, dura con i migranti. Io credo che dobbiamo intervenire sui problemi dove ci sono. Da amministratore quando ho parlato di Daspo sui Rom in alcuni quartieri non ho avuto grandi dissensi, ma mi rendo conto che sulle politiche nazionali il discorso è molto più complesso. Non regge la formula prendiamo tutti o non prendiamo nessuno. Dobbiamo fare un patto con l’Europa per cui l’Italia si impegni ad accogliere il numero possibile, con buon senso. Superando questa battaglia che si accanisce su poche decine di persone nel Mediterraneo».
La prossima settimana ci sarà un’altra prova, la sentenza nel processo che la vede come imputato per falso ideologico nei lavori dell’Expo. In caso di condanna potrebbe ritirarsi dalla politica?
«Dirlo ora suonerebbe come una pressione. La richiesta di pena è sotto la legge Severino, ma non posso prevedere quale sarebbe l’effetto su di me. Io sento di aver fatto un sacrificio enorme in termini personali in cinque anni di lavoro per permettere che l’Expo si facesse, mi conosco, so che una eventuale condanna mi costerebbe un ulteriore sforzo di responsabilità».
Se non c’è la politica nazionale, si ricandiderà per un secondo mandato alla gui- da di Milano?
«Lo vedrò quando sarà il tempo. Adesso bisogna mettere la testa sulle Olimpiadi, bisogna evitare quello che successe con l’Expo nella fase iniziale. Giancarlo Giorgetti dice che ha già in mente qualcuno, non voglio neppure sapere chi è perché non va bene il metodo. Dobbiamo discutere di cosa serve, ascoltare tutti, piaccia o non piaccia io tra i soci sono quello che ha maggiori esperienze gestionali di grandi eventi, studieremo i profili e la governance necessaria. Se qualcuno ha già in mente i nomi se li tolga dalla testa, sono inaccettabili senza una riflessione co- mune. Non stiamo insieme per vincere la candidatura, si sta insieme per fare un buon lavoro. Non ho un atteggiamento di protervia, la mia esperienza è al servizio, però nes- suno si sogni di prendere decisioni a tavolino, a Palazzo Chigi o da qualche altra parte».
Cosa significa per lei una sconfitta?
«Ho affrontato una malattia e ho avuto paura. Da sindaco ho perso quando si è votato sull’Agenzia del farmaco a Milano. Ma queste esperienze mi hanno fatto capire che ogni sconfitta ti dice che devi voltare pagina rapidamente e andare oltre».
Che significa vincere?
«Considerare che non c’è una vittoria personale, solitaria. La vittoria è sempre la vittoria di una comunità».


L’Espresso 30.6.2019
Disuguaglianze, precariato, pensioni, ambiente, immigrazione, tasse, questione morale... al nostro sito sono arrivate più di mille domande per il segretario del PD. Che qui risponde collettivamente 

di Nicola Zingaretti 


Nel numero del 16 giugno L’Espresso ha pubblicato sette domande di programma e di “ identità politica” a Nicola Zingaretti (dalle pensioni ai precari, dall’ambiente ai diritti civili etc), invitando i lettori a proporne un’ottava, attraverso il nostro sito. In redazione sono arrivate oltre mille domande al segretario del Pd. Alcune le trovate in queste pagine, nei post-it gialli, altre sono pubblicate su Espresso.it, Tutte le domande dei lettori sono state portate a Zingaretti, che ha scelto di rispondere in modo collettivo, con questo testo
Ho letto con attenzione le domande che mi sono state rivolte. Dal Partito Democratico si pretendono idee chiare e scelte di campo. Ne sono felice. Il confronto aperto sulle idee è la cura rigeneratrice per il Pd: l’unica strada per uscire dall’eterna discussione su colpe ed errori, e collocarci invece nel cuore della società, tra le persone, cogliendo la sostanza dei problemi, le speranze e le aspettative. Il nostro ruolo è proprio questo: creare un’agenda alternativa a quella fallimentare di Salvini e Di Maio. Dobbiamo dare protezione e speranza all’Italia che soffre, sostegno e fiducia all’Italia che cresce. Questo è l’obiettivo del “Piano per l’Italia” a cui stiamo lavorando, che contiene già alcune importanti scelte di cam-
po, anche rispetto alle questioni poste dal vostro giornale. Poiché le domande sono davvero numerose, cercherò di affrontare le 6 questioni principali che mi sembra emergano.
1) Lavoro e giustizia sociale
Il primo fronte è la creazione di lavoro. La politica economica del governo gialloverde si è rivelata fallimentare. Per rilanciare lo sviluppo servono investimenti: quelli pubblici, a partire da quelli per l’ambiente, l’adattamento al cambiamento cli- matico, le infrastrutture. Quelli privati, rafforzando gli stru- menti previsti dal programma Impresa 4.0 e gli incentivi per la riqualificazione energetica e sismica degli edifici.
Il secondo fronte sono i salari medi degli italiani, scandalosamente bassi. È necessaria una legge sulla giusta retribuzione. Non bastano i 9 euro lordi per tutti proposti dai 5 Stelle. La via maestra è il rafforzamento della contrattazione collettiva nazionale, estendendo a tutti il valore legale dei contratti collettivi firmati dai sindacati e dalle associazioni imprenditoriali più rappresentative e demandando alle parti sociali l’eventuale fissazione di un livello minimo per i settori non co- perti dalla contrattazione collettiva. Sul versante dei lavoratori autonomi, bisogna accelerare l’attuazione delle norme sull’equo compenso, a partire dai rapporti con la PA. Per favorire un incremento delle retribuzioni medie nette, subito un piano di riduzione delle tasse. Il governo propone la flat tax: parti uguali tra diseguali. Noi invece vogliamo meno tasse per chi lavora, soprattutto per gli stipendi più bassi, con la più drastica riduzione del cuneo fiscale mai vista in Italia. Terzo punto, i diritti del lavoro. Il nostro obiettivo è un codice dei contratti semplificato, che estenda tutele e garanzie al di là delle forme contrattuali, che pure vanno disboscate. Sia il Jobs Act che il Decreto dignità vanno rivisti, correggendo ciò che non ha funzionato e guardando al futuro. Serve uno Statuto dei nuovi lavori e dei lavoratori.
Le disuguaglianze in Italia sono tornate a crescere a ritmi prima sconosciuti. Un lettore centra il nocciolo della questione che è stato il cuore della nostra proposta politica congres- suale: è tempo di proporre una nuova agenda per redistribuire reddito e ricchezza. Noi insistiamo su tre obiettivi. Primo: politiche fiscali redistributive nel rispetto del principio costituzionale di progressività, che alleggeriscano il carico sui redditi medio-bassi e sulle famiglie con figli e familiari non autosufficienti e chiedano un maggiore contributo ai redditi più elevati, attraverso la riduzione delle agevolazioni fiscali di cui beneficiano. L’esatto contrario della Flat tax. Anche la lotta all’evasione fiscale è uno strumento di redistribuzione del reddito e della ricchezza. Le parole chiave per abbatterla sono due: stop ai condoni e digitalizzazione accelerata di tutte le transazioni economiche.
Secondo: le politiche contro la povertà e l’esclusione sociale. Il reddito di cittadinanza è uno strumento con gravi limiti: penalizza le famiglie con figli a carico (quelle dove si concentra maggiormente la povertà!), scoraggia l’offerta di lavoro regolare, taglia fuori i Comuni e il terzo settore, discrimina gli stranieri e i senza fissa dimora. Una misura che va radical- mente ridisegnata. Terzo punto: politiche “predistributive”, per prevenire i fattori che generano le disuguaglianze. I giovani sono le prime vittime delle disparità e devono essere i primi destinatari di queste politiche. L’Italia ha bisogno di un grande investimento sulle nuove generazioni, nell’ordine di un punto di Pil, circa 18 miliardi di euro.
2) Una rivoluzione green per l’Italia
Mi ha colpito la domanda di un lettore, che chiede cosa sceglierei tra chiudere una fabbrica che inquina o salvare i lavoratori. Il cuore della nostra proposta sulla rivoluzione green è proprio qui. La tecnologia oggi consente un’alternativa tra chiudere i cancelli e inquinare. Dobbiamo avviare un processo di rigenerazione della nostra economia, che va supportato con un fortissimo investimento da parte del settore pubblico. Nel Lazio abbiamo rilanciato un sito industriale in crisi come l’ex Ideal Standard di Roccasecca mettendo in campo, con Mise e Saxa Gres, 30 milioni di euro: grazie a questo investimento pubblico-privato quella fabbrica ha riaperto, produce sampietrini riutilizzando scarti di lavorazione, e ha salvato tutti i 279 operai. Questo dimostra che la svolta green non è solo una scelta obbligatoria per salvare il pianeta, ma la più grande opportunità che abbiamo davanti a noi per creare sviluppo e nuovo lavoro. Noi vogliamo creare un fondo per lo sviluppo verde da 50 miliardi, per creare 800.000 posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Energie rinnovabili, riqualifica- zione energetica e sismica degli edifici, incentivi per l’econo- mia circolare, mobilità sostenibile. I soldi sono già stati stanziati: nel bilancio dello Stato ci sono 126 miliardi per gli inve- stimenti pubblici fino al 2033. Ma sono dispersi in mille rivoli.
Per quanto riguarda i combustibili fossili, prevediamo il dimezzamento delle emissioni di gas serra entro il 2030 e l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050. I danni causati dall’uso dei combustibili fossili non possono rimanere gratu- iti, ma vanno fiscalmente penalizzati per poter giungere ad economie a zero emissioni nette. Oggi l’Italia spende 18 miliardi di euro per sussidi dannosi per l’ambiente. Vanno ridotti, prevedendo adeguate compensazioni per le categorie so- ciali più vulnerabili. Sarebbe bene, inoltre, prevedere in Europa un prelievo fiscale sul contenuto di carbonio delle importazioni extraeuropee, in modo da incoraggiare anche le altre grandi economie mondiali a mettersi sulla strada della decar- bonizzazione.
3) Le riforme civili
Su questo fronte serve un’ampia discussione, poiché si tratta di temi ad elevata complessità, con orientamenti diversi. Ma non c’è dubbio che il Pd deve contribuire ad allargare la sfera dei diritti civili. Partiamo quindi con la garanzia dei tanti di- ritti che oggi esistono purtroppo solo sulla carta. Per esempio, sui bandi riservati ai ginecologi non posso che essere d’accordo con la proposta contenuta nella domanda di Ales- sandro Gilioli: come presidente della Regione Lazio sono stato il primo in Italia a introdurre una novità, all’Ospedale San Camillo, con bandi in cui si esplicita la funzione che si è chiamati a svolgere. Dobbiamo salvaguardare il diritto all’obiezione di coscienza, ma anche l’applicazione di una legge dello Stato, la 194, nella sua interezza.
Per quanto riguarda la legalizzazione della cannabis, è fondamentale garantire due esigenze: salvaguardare la salute delle persone e combattere le organizzazioni criminali. Una cosa è certa: l’attuale regime su entrambi i fronti non sta funzionando. Aumentano i consumi e cresce il volume di affari della criminalità. Ecco perché auspico che ci sia su questo tema una discussione aperta e senza pregiudizi. Anche se personalmente ho espresso la mia contrarietà alla legalizza- zione, soprattutto legata al rischio di un aumento esponenziale dei consumi da parte dei giovani.
Sull’ergastolo, la Corte Europea dei Diritti Umani è stata chiarissima. L’Italia deve difendere la dignità umana, compiere uno scatto di civiltà e scommettere sulla rieducazione dei condannati, come sancisce la nostra Costituzione. “Rinchiudere un essere umano e buttare la chiave” non è umano e non funziona.
4) Sanità, pubblica e per tutti
Siamo in piena emergenza. Mentre le stime sui prossimi anni ci dicono che verranno a mancare ben 45.000 medici. In 5 anni, il governo per provare a evitare l’aumento dell’Iva paventa nuovi tagli alla sanità. Sarebbe un vero e proprio attacco al sistema universalistico della sanità italiana, che il Pd difenderà con tutte le sue forze. Sì alla lotta agli sprechi, sì alla razionalizzazione e alla riorganizzazione della sanità. Ma non possiamo permetterci un centesimo in meno. Servono anzi nuovi investimenti sulla più grande infra- struttura pubblica del Paese e sul più importante strumen- to di eguaglianza sociale. Per questo ho proposto #Quota10: 10 miliardi di investimenti in più nei prossimi 3 anni. E in particolare 50 milioni subito sulle scuole di formazione per i giovani medici laureati, un piano straordinario per assumere 10 mila operatori e un grande piano nazionale sulla sanità territoriale, per far fronte al fenomeno dell’invecchiamento della popolazione.
5) La sfida della scuola e della conoscenza
La qualità dell’istruzione rappresenta l’elemento fondante per creare un modello di sviluppo che permetta ai cittadini di vivere la globalizzazione e l’innovazione come un’oppor- tunità e non come una minaccia. Vogliamo lanciare un grande piano di potenziamento della scuola. L’istruzione pubblica deve essere l’architrave di un’ampia operazione di crescita, ma anche di equità e giustizia. La nostra idea è az- zerare i costi dell’istruzione per tutte le famiglie italiane con redditi medio/bassi. Per questi genitori, dall’asilo nido all’Università, azzeriamo totalmente il costo dell’istruzione affinché non rappresenti in alcun modo un ostacolo per la realizzazione e l’emancipazione dei loro figli. Il provvedimento interesserebbe 7 milioni di famiglie con figli a carico e Isee minore di 25mila euro e prevede asili nido gratuiti, libri di testo gratuiti per gli studenti delle scuole medie e superiori, azzeramento delle rette universitarie. Vogliamo introdurre un assegno unico per le famiglie con figli a carico e attribuire una “dote” per i neo maggiorenni provenienti dalle famiglie meno abbienti aiutandoli a finanziare i propri progetti formativi o lavorativi.
6) Un nuovo modello di convivenza e integrazione
La sinistra deve promuovere una grande discussione pubblica su quale modello di convivenza e di integrazione della presenza straniera l’Italia intende perseguire. La politica del governo Lega-5 Stelle è disastrosa: calpesta dirit- ti fondamentali, smantella il sistema di accoglienza, isola l’Italia in Europa e peggiora la capacità di governo del fenomeno migratorio.
Dobbiamo indicare una strada diversa, verso un nuovo patto europeo sull’asilo per equilibrare gli sforzi tra i Paesi più esposti alla pressione migratoria. La Ue deve riconoscere che chi accede in Italia per chiedere asilo e protezione entra in Europa.
Sul piano legislativo serve una nuova Legge Quadro sull’immigrazione che superi la Legge Bossi Fini. Una legge che deve essere pienamente integrata nel quadro nor- mativo dell’Unione Europea e basata su tre pilastri fondamentali:
a) l’apertura dei canali di ingresso legali: occorre una programmazione dei flussi migratori con quote annuali, per- messi di soggiorno temporanei per ricerca lavoro, reintroduzione della chiamata diretta dall’estero con il cosiddetto meccanismo dello sponsor;
b) l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, uno strumento che ha intasato tribunali e carceri e che poco ha prodotto nel contrasto all’immigrazione irregola- re. Al contrario, bisogna incentivare i rimpatri volontari assistiti, come altri paesi europei stanno facendo da anni, e dare più efficacia ai provvedimenti di rimpatrio coatto per via amministrativa;
c) le politiche per l’Integrazione, con un Piano Nazionale per la Coesione e l’Integrazione che dia un quadro organico alle politiche per la scuola, la tutela della salute, l’apprendimento dell’italiano, le politiche per la casa e quelle per la me- diazione culturale.
Il Pd deve tornare a battersi per l’approvazione di una nuova legge sulla cittadinanza basata sullo ius soli e ius culturae, per rivedere il procedimento di naturalizzazione, per riconoscere pienamente e tutelare la libertà religiosa, in un quadro di rigoroso rispetto della laicità dello Stato in un regime di pluralismo confessionale e culturale.
Quindi puntiamo lo sguardo in avanti. Abbiamo già presentato il primo tassello del nuovo “Piano per l’Italia”, fondato su tre grandi pilastri: lavoro, sostenibilità, cono- scenza. Non vogliamo scrivere da soli il programma, prima un grande dibattito per il Paese sul futuro e su l’alternativa.
A settembre su questi e su nuovi temi coinvolgeremo ancora le persone in tutte le città, i sindacati, le associazioni di categoria, le forze dell’associazionismo, del volontariato. È il momento che tutti coloro che vogliono dare un contributo si facciano avanti.


L’Espresso 30.6.2019
Nell’era digitale si deve guardare alla politica fondandola su una rivoluzione spirituale


Sinistra, riparti dall’umano 

di Giuseppe Genna 

Poche settimane fa Massimo Cacciari consegnava alla riflessione un compito capita- le, in un’intervista al Foglio: «Il corpo sociale è sempre in tensione con la forma politica. Oggi lo è quasi al punto di rottura. Ma la forma politica non deve affatto vestire il corpo sociale. Deve guidarlo».
La politica è geometria. Sembra un assunto astratto, ma non esiste nulla di più concreto della geometria. Tutte le proprietà dell’abitante occidentale, dalla casa al lavoro al paese, sono una questione geometrica: qui è mio e lì no. Il fondatore della politica moderna, Thomas Hobbes, ammoniva che tutto ciò che distingue i tempi moderni dall’antica barbarie è un effetto benefico della geometria. Sinistra e destra sono anzitutto categorie geometriche. Pare astrazione e invece si tratta del governo del mondo, del quotidiano, di come si muove chiunque desideri fare la spesa sotto casa, evitare la detenzione, salire su un mezzo pubblico, varcare un mare. Non è questa la sede (un concetto geometrico) per un saggio di geometria politica, ma ci si può concedere forse qualche spunto per vedere il mondo in cui viviamo e in cui si dovrebbe incidere politicamente, soprattutto a partire da quella zona ideale e pratica che fu appunto detta sinistra.
Si può cominciare dal denaro. Da sempre non esiste argomento più alla mano ed elettoralmente cruciale. La storia del denaro sta aggiungendo in questi giorni un capitolo fondamentale della sua non tanto aurea vicenda. Pochi giorni fa, il monarca assoluto di Facebook, Mark Zuckerberg, ha annunciato che il suo network adotterà una criptovaluta proprietaria, detta Libra (è l’etimo preciso della nostra vecchia lira: eravamo all’avanguardia e non lo sapevamo). È la notizia più importante in Occidente dai tempi dell’attentato alle Torri Gemelle, ma in Italia la cosa è stata affrontata come un fatto tra i fatti o una app tra le app. 2.3 miliardi di persone utilizzano la rete di Zuckerberg, che di fatto è un nuovo tipo di Stato, transnazionale e ubiquitario, immateriale ma assai reale nell’incidere sull’esistenza di chiunque, e proprietario di un patrimonio di dati personali mai raggiunto nella storia umana. Questo Stato afferma ora che batterà moneta. Lo fa attraverso una disintermediazione degli istituti bancari. Se proprio non accadrà questo, vale il principio che comunque potrebbe accadere. Una moneta frazionabile all’infinito, indifferentemente priva o do- tata di un rappresentante solido: il denaro fatto elettricità. In questa moneta andranno ad agire le istanze di un’intelligenza artificiale, che è della stessa natura del nuovo denaro, perché è anch’essa elettrica. Se Lenin definiva il socialismo con l’equazione “i soviet più l’elettricità”, aveva in qualche modo ragione (i social generano socialismo) e risulta a oggi ben più all’avanguardia di quanto ritengono coloro che, Lenin, dovrebbero averlo studiato. Le implicazioni politiche sono enormi. Zuckerberg stesso, quattro anni fa, aveva esposto precisamente il programma politico per antonomasia, rispondendo a una domanda di Stephen Hawking: «Il futuro è la telepatia. Sono interessato alle domande che riguardano la gente. Cosa ci farà vivere per sempre? Come possiamo curare tutte le malattie? Come lavora il cervello? Sono curioso di sapere se esi- ste una formula matematica che sottosta alle relazioni sociali e che governa il nostro interesse per cose e persone. Scommetto che esiste». Il signor Facebook rubava al contempo il ruolo allo Stato e a qualunque partito.
Non si tratta di desumere lo spazio politico da ciò che anticamente si dissero “nuove tecnologie”. Tuttavia la mutazione e l’accelerazione antropologica esigono di pensare pro- fondamente. Non esiste la possibilità di creare o riattare un soggetto politico, senza un tale pensiero. Non è la venerabile funzione che l’intellettuale incarnava secondo uno dei fondatori del Partito comunista nel 1921. È invece la riconfigu- razione della geometria. Una riconfigurazione assoluta, che impressiona. Il denaro va a distruggere qualunque confine esteriore e interiore, mentre i nazionalismi eleggono il confine a principio fondamentale. Google ci fornirà di passaporto? La piattaforma Uber riguarda soltanto i taxi, oppure investe la possibilità di sanità, welfare, lavoro, desindacalizzazione? Si dice che si vivono tempi di disintermedia- zione, mentre esiste soltanto l’intermediazione, esercitata da colossi planetari, si chiamino Alibaba o Airbnb. Quando Twitch, la piattaforma ludica di Bezos, metterà a disposizione alimenti attraverso Amazon a ogni superamento di livello di gioco, cosa sarà il lavoro? E quale soggetto umano è sottinteso da questa colossale trasformazione?
Va compreso il nuovo, va visionato l’antico. Siamo usciti dalla civiltà di massa (con i suoi “gusti di massa”), per entrare nella civiltà di supermassa (senza alcun gusto). Non funzio- na uno dei paradigmi tanto cari alle sinistre moderne, quello della “società liquida”: viviamo piuttosto in una società della nebulizzazione, a cui corrisponde una simmetrica metalliz- zazione dei soggetti, che tornano a essere pesanti. Le persone stanno esercitando la collettività per via tecnologica e però la vivono molto territorialmente, esprimendo sempre più il disagio per la povertà, la quale risulta paradossalmente ricca: non si è mai vista una povertà assoluta che è in grado di interagire elettricamente con il mondo.
È necessario pensare il soggetto politico alla luce di tutto questo, il che corrisponde a una disarticolazione delle geometrie vigenti. Si conferma la logica politica della superficie (ciò che sta a sinistra, al centro e a destra), ma si inserisce la terza dimensione: uno spazio verticale, che si pone certamente a sinistra, ma sopra tutto ciò che a sinistra e al centro starebbe. È ciò che sta accadendo: si rigenerano socialismi atipici, estremismi mainstream, riformismi popolari. Si tra- scende l’usuale geometria. Se si tenta di comprendere i Verdi, che si candidano a governare la Germania, si osserva che non sono interpretabili secondo le categorie orizzontali: in che senso sarebbero di sinistra? E allora sono di destra? (Sia chiaro che queste considerazioni non hanno nulla a che vedere coi genericismi, realmente destrorsi, di chi la faceva e la fa facile, sbarazzandosi della distinzione tra sinistra e destra).
Questa verticalizzazione funziona in base a un unico e im- ne semplificata dello scontro. Non la politica del fare, ma la politica del pensare. Ci siamo trasformati in persone alla ricerca di un modo di vivere comu- ne in cui a dominare non sia più la paura degli altri e del futuro, l’isolamento; ma la fiducia reciproca nella possibili- tà di immaginare un mondo bello, aperto e solidale. Una signora 95enne, che spesso era alle lezioni di politica: «Io ho bisogno di capire come cambiare il futuro», ci ha detto.
L’effetto moltiplicatore ha funzionato. La lezione di Tomaso Montanari su Ca- ravaggio in una scuola di Fidene ha spinto un gruppo di abitanti e insegnanti a immaginarsi di creare lì un bibliopoint; una lezione di Giovanni Bietti su Mozart in una scuola alla Bufalotta ha dato l’avvio a un ciclo di lezioni sulla musica, da Beethoven alla musica da cinema. E poi altra meraviglia: laboratori di percussioni per bambini sordi e udenti insieme; reading di poesia nei bar del quartiere; teatro negli appartamenti, shooting fo- tografici nei mercati rionali, performance teatrali nelle piscine, presentazioni di documentari ovunque ci sia uno schermo, 180 coristi in concerto, una festa per il 25 Aprile nel Brancaleone riaperto con tremila persone.
I trentaquattro gruppi di lavoro sono una macchina fluida, capace di organizzare, ma anche riflettere e immaginare insieme. In attesa di festeggiare il nostro primo anno di vita, ci siamo resi conto di essere cresciuti molto, bene, e in fretta: siamo ben più di un movimento civico, siamo un movimento politico. In questo spazio di pratica comune chiunque può aggiungersi, con la sola regola di pren- dersi la responsabilità della realizzazione del proprio contributo, la cura per le cose e le relazioni. Grande come una città è prima di tutto uno stile di rapporti personali e politici.
Non abbiamo per il momento una sede; il nostro corpo fisico è nella rete di relazioni umane costruite. Siamo privi di risorse materiali, ci autofinanziamo con contributo di chi partecipa, in un’economia basata sul dono e la restituzione. Siamo un’organizzazione complessa, nella quale le scelte sono assunte di volta in volta per approssimazioni suc- cessive, con un alto grado di fiducia e l’attenzione costante a evitare la polarizzazione delle posizioni. Il processo, ci diciamo, è sempre più importante del risultato. La forza che la unisce si richiama ai valori storici e a un progetto politico di sinistra, e nonostante all’interno diversi siano i punti di vista, la voglia proseguire insieme fino ad oggi ha prevalso su quella di dividersi per affermare ciascuno la propria specifica posizione.
Grande come una città è una realtà generativa che continua a riprodursi per gemmazione: come un giardino che fiorisce e cresce, trovando la sua forma a poco a poco. I semi gettati hanno fatto nascere già bellissimi fiori, l’obiettivo che ci siamo dati, alle soglie del secondo anno di vita, è veder crescere da queste prime esperienze piante robuste, esperienze permanenti come i laboratori e le scuole: quella di politica e quella di italiano per stranieri - tantissimi volontari che da mesi già collaborano con le scuole - tra poco anche quella di scrittura. Vorremmo che questi innesti trasformassero durevolmente il territorio del nostro municipio, un esempio per il rilancio di questa città. Chi vuole partecipare può venire agli incontri, o scriverci: grandecomeunacitta@gmail.com. L’archivio in costruzione sul nostro sito (grandecomeunacitta.org) contiene foto, audio, video e trascrizioni degli in- contri, è fruibile da tutti, ed è già un po’ di quella storia del futuro che vorremmo costruire.
*Collettivo del Terzo Municipio di Roma

L’Espresso 30.6.2019
Questo pd non è il Migliore 
Togliatti, Berlinguer, Craxi, Sciascia. Le lotte contro la mafia e gli amori. Emanuele Macaluso racconta la sua vita nel Pci. tra i politici di ieri e quelli di oggi, senza spessore 
Colloquio con Emanuele Macaluso di Carmine Fotia 


Sono diventato antifascista a sedici anni, ho sfidato la mafia a viso aperto, sono stato in sanatorio e in carcere, sono stato membro della segreteria del Pci con Togliatti segretario, per quattro anni ho diviso la stanza a Botteghe Oscure con Enrico Berlinguer, sono stato direttore dell’Unità che allora vendeva centinaia di migliaia di copie».
Quando il racconto di una vita può sintetizzarsi così, tanto più se la narrazione è benedetta da quell’accento siciliano che, nella sua rotonda pastosità, pare fatto apposta per “cuntare” alla maniera dei cantastorie, quando puoi chiudere gli occhi e vedere, come in una pillicula ’miricana, direbbe Andrea Camilleri, passarti davanti la storia di un secolo: lotte e passioni, vita e amore, coraggio e viltà, vittorie e sconfitte; quando ti capita la fortuna, in un caldo pomeriggio romano di incontrare Emanuele Macaluso, siciliano di Caltanissetta, 95 anni compiuti, dirigente comuni-sta di lungo corso, combattente coraggioso e uomo dalla ricchissima vita sentimentale, ecco, quando ti succede devi solo metterti tranquillo e ascoltare. E lasciarti trasportare in quella Sicilia dove i poveri sono poveri fino alla fame e lottano anzitutto per la propria dignità. Padre fuochista delle ferrovie, socia- lista, mamma casalinga sempre pronta a preparare i pasti per i braccianti in sciopero, Emanuele Macaluso, perito minerario, si fa strada in un partito che, allora, tra tanti tragici errori, sapeva far crescere un giovane del popolo fino a farlo diventare un dirigente politico colto e raffinato, un eccellente giornalista e scrittore.
«Dopo la strage di Portella della Ginestra, in un momento difficilissimo, a 23 anni diventai segretario regionale della Cgil - racconta Emanuele Macaluso nella sua piccola ma accogliente casa nel cuore di Testaccio, tra quadri originali di Guttuso, foto e montagne di libri - Avevo vent’anni, quando accompagnai Girolamo Li Causi a fare un comizio a Villalba. Don Calogero Vizzini, che era il capomafia, ci sparò addosso, Lì Causi fu colpito al ginocchio da un colpo che lo rese claudicante per il resto della vita. Avevo aderito al Pci nel 1941, in una cellula di cui faceva parte anche Leonardo Sciascia con il quale rimanemmo amici per tutta la vita, anche se litigammo spesso. Ma io gli fui vicino fino alla fine».
È il racconto di una militanza politica che si intreccia con una vita sentimentale “scandalosa” tanto per il moralismo clericale, quanto per la rigida morale comunista: «Per me questa è una storia amara», ricorda Macaluso. «A sedici anni ebbi la tubercolosi e fui ricoverato in un sanatorio, ed è lì che io, già impegnato nell’antifascismo, diventai comunista. Quando uscii, avevo 18 anni, degli amici mi portarono a ballare e incontrai questa giovane donna, Lina, che aveva già due figli perché i genitori benestanti l’avevano fatta sposare giovanissima, a 13 anni, con un uomo molto più anziano di lei. Ci innamorammo subito e mi trovai militante clandestino e con un amore illegale. Avvenuta la Liberazione le chiesi di metterci insieme, con lei e con i suoi due bambini andammo a vivere in una piccolissima casa. Poi la mamma ci diede una casa un po’ più grande. Una mattina presto bussò alla porta il maresciallo Vacirca, che aveva fatto le elementari con me, e mi disse: «Ho un mandato di cattura, vi debbo arrestare». E così ci portarono in carcere per adulterio. I miei avversari politici avevano spinto il marito a fare denuncia, ci fu il processo e fummo condannato a sei mesi di carcere, ma fummo liberati con la condizionale. Allora ero nella segreteria del partito a Caltanissetta. Uscito dal carcere, quello che era stato il mio capocellula, Boccadutri, mi disse che avevo sbagliato, che la gente non capiva e così andai a fare il segretario della Camera del lavoro, poi Di Vittorio mi chiese di fare il segretario regionale della Cgil, dove rimasi fino al 1958».
La storia non finisce lì perché diversi anni dopo, quando Macaluso è protagonista della controversa operazione Milazzo che spinge la Dc fuori dal governo della regione, i suoi avversari politici montano l’accusa di alterazione dello stato civile riguardo alla registrazione dei due gemelli, Antonio e Pompeo, avuti con Lina. Accusa per la quale rischia otto anni di carcere: «Ne parlai con Giorgio Amendola e decidemmo che, mentre cercavamo una via d’uscita giuridica, sarei stato latitante in Emilia Romagna. Poi per fortuna a scagionarmi intervenne una sentenza della Cassazione, altrimenti sarei dovuto fuggire in Cecoslovacchia e chissà che fine avrei fatto».
Macaluso, facciamo questa intervista a 35 anni dalla morte di Enrico Berlinguer, che lei ha conosciuto molto bene. «Berlinguer, del quale per anni sono stato il più stretto collaboratore, soprattutto in ragione dell’intervista sulla questione morale concessa a Eugenio Scalfari nel 1981, viene presentato come un moralista, ma credo che sia molto riduttivo. Berlinguer è stato un erede di Togliatti e della via democratica al socialismo, un gradualista. Anche il compromesso storico restava nell’ambito dell’impostazione togliattiana poiché Enrico pensava che andassero coinvolte le masse popolari cattoliche, a partire però dall’unità tra comunisti e socialisti. Il suo merito maggiore fu distaccare il Pci dall’orbita di Mosca. Nel 1976, intervistato da Giampaolo Pansa so- stiene che il socialismo si costruisce meglio stando nel Patto Atlantico; poi va a Mosca e afferma il valore universale della democrazia, accolto da una freddezza glaciale. Quando torna firma insieme alle altre forze politi- che democratiche un ordine del giorno nel quale si riafferma che la politica estera italiana è retta dal patto atlantico e dall’europei- smo. Questo è un passaggio di campo, tant’è vero che Mosca da quel momento considerò Enrico uno dei nemici principali».
Lei custodì per molti anni un segreto importantissimo che lo stesso Berlinguer le aveva rivelato...
«Nel 1973 Enrico andò in Bulgaria dove ebbe un incidente automobilistico molto grave, tanto che il suo accompagnatore morì e Berlinguer fu portato in ospedale, ma volle rientrare subito in Italia con un volo speciale. Quando tornò a Botteghe Oscure andai a sa- lutarlo e lo trovai molto turbato e allora gli domandai: ma tu credi che non sia stato un incidente? E lui mi disse: “Non penso che sia stato un incidente, ma tu non devi dirlo a nessuno, neppure a tua moglie. Mai”, perché te- meva che si sarebbe scatenato un cataclisma internazionale. Lo disse solo a me, a sua moglie e ai suoi figli. Diversi anni dopo, Giovanni Fasanella, che allora lavorava a Panorama, venne a farmi un’intervista e contestava la profondità della rottura di Enrico con l’Urss. Io gli dissi: guarda che mi hai rotto i coglioni, tu non sai cosa ha rischiato Berlinguer e gli raccontai l’episodio. Lui lo scrisse e partì una raffica di smentite: il fratello Giovanni, il segretario del partito, Natta. Ma la moglie in- tervenne e confermò le mie parole».
Impossibile parlare di Berlinguer senza parlare dei suoi rapporti con Bettino Craxi.
«All’inizio non ci fu una pregiudiziale anti-craxiana, anche perché il primo congresso con Craxi segretario, a Torino, era stato dedicato all’alternativa. Il problema si pone dopo la morte di Moro: nessun partito ha più una strategia. La Dc torna al pentapartito abbandonando la politica morotea di apertura al Pci, che non era, come scioccamente si sostiene, quella di portare il Pci al governo, ma di condurlo dentro l’area di governo per dare poi vita all’alternanza tra schieramenti alla guida del paese. Ma il filo del dialogo con i socialisti regge anche dopo l’intervista sulla que- stione morale del 1981. Prima delle elezioni del 1983 c’è l’incontro delle Frattocchie, tra cadde che scrissi uno dei miei corsivi polemici (siglati em.ma, sigla che ancor oggi uso su Facebook) su una dichiarazione di Achille Occhetto sulla Rai. Allora Berlinguer mi tele- fonò, ma io gli dissi: guarda Enrico, io giudico le cose secondo la mia visione, non quella dei dirigenti del partito, altrimenti questo non è più un giornale. Il mio rapporto personale con Enrico, però, non si incrinò mai».
Perché oggi al popolo di sinistra, lo si è visto nelle recenti celebrazioni, manca così tanto Berlinguer e perché i giovani sembrano affascinati più da voi, ragazzi del ’900, che dai dirigenti attuali e del recente passato?
«Perché siamo di fronte a un vuoto. L’immaginario collettivo, anche dei più giovani, secondo me rimane colpito dal modo in cui Enrico ha vissuto, e anche da quella sua morte, su un palco, a Padova, in piena campagna elettorale, tamponandosi la bocca con un fazzoletto per arrivare fino alla fine del suo discorso. Egli appariva totalmente disinteressato, e lo era, al proprio tornaconto personale. La genera- zione di D’Alema e di Veltroni, dopo Occhetto, ebbe come preoccupazione principale quella di andare al governo e in effetti ci andarono tutti: D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani. Io non critico il fatto che siano stati al governo, il problema è che tanto il Pds e ancor di più il Pd hanno smesso di coltivare una presenza nella società, di suscitare lotte e movimenti, trasformandosi in puro ceto politico preoccupa- to solo di stare al governo».
Macaluso vedo che tiene in bella vista il numero dell’Espresso dedicata al nuovo segretario del Pd. Anche per lei Zingaretti è il compagno Boh?
«Parliamoci chiaro: Nicola Zingaretti non ha lo spessore culturale dei grandi leader che ha avuto la sinistra. Come, a parte la grinta, non l’aveva neppure Matteo Renzi. Dal punto di vista della cultura politica sono molto modesti, ma oggi sul mercato politico non è che ci siano grandi leader, se la politica è dominata da due personaggetti come Salvini e Di Maio. Credo che Zingaretti abbia capito che deve cambiare il modo d’essere del Pd e mi fa piacere che abbia conferito a Martina il compito di riformare lo statuto del Pd che è davvero incredibile: organismi sterminati e perciò pletorici, le primarie per eleggere il segretario. Ma se gli iscritti non possono eleggere il segretario, che cazzo fanno? Il Pd non è un partito, è un aggregato politico-elettorale. Comunque nella situazione attuale non c’è il meglio, possiamo scegliere solo il meno peggio. Per questo ho sempre votato e suggerito di votare per il Pd. A me sembra che Zingaretti sia il meno peggio, ma non è detto che debba fare il candidato premier che, lui sì, deve essere scelto con le primarie: Gentiloni sarebbe un ottimo candidato e anche Sala ha fatto molto bene come sindaco di Milano».
Si torna a parlare di scissioni nel Pd.
«Io non amo il Pd, ma ho duramente criticato la scissione di Bersani e D’Alema. E continuo a criticare anche quella di cui si parla oggi. Il Pd è oggi l’unica forza di centrosinistra che ha un consistente bacino di consensi elettorali che può anche crescere, se si scinde non resterà nulla. Né chi fa né chi subisce la scis- sione ne trarrebbe alcun vantaggio, perché il risultato sarebbe condannarsi all’impoten- za. Io spero che Renzi sia più intelligente dei suoi accoliti che lo spingono alla scissione. Lo scissionismo è stato la vera malattia della si- nistra, da sempre e ha reso la sinistra incapace di essere essa stessa un’alternativa e più debole anche la democrazia italiana».
Lei è sempre stato un garantista, cosa pensa del caso Lotti-Ferri-Csm?
«Il nodo politica giustizia non si è mai sciolto e mai si scioglierà. Ci sono stati due fenomeni dopo la Liberazione: dapprima la Dc sottomise una parte della magistratura, poi venne Tangentopoli e allora la magistratura sembrò assumere il ruolo - attribuitogli dai grandi giornali e dal Pds che commise un gravissi- mo errore dal quale la sinistra non si è ancora liberata - di chi, come disse Piercamillo Davi- go, “deve rovesciare l’Italia come un calzino”. A parte questo Lotti, che è un piccolo intri- gante che briga per la nomina del capo della Procura dove lui è indagato, la cosa che dovrebbe inquietare nel caso Csm è l’utilizzo del trojan anche nelle indagini sulla corruzione. Ciò praticamente vuol dire che tutti sono a rischio di essere intercettati, perché mentre la mafia è un fenomeno comunque limitato la corruzione è invece diffusa. E il trojan diventa uno strumento che calpesta la libertà delle persone».
Giunti alla fine di questo racconto, lanciando uno sguardo alle sguaiatezze della politica di oggi, fatta di polli in batteria e gente senz’anima, colpisce l’immagine di quei ragazzi che giovanissimi dovettero compiere scelte drammatiche, senza perdere la voglia di vivere: «Vede, il mio amico Leonardo Sciascia non prese mai la tessera del Pci, ma, lo scrisse nelle “Parrocchie di Regalpetra”, gli anni dell’antifascismo furono i più tersi e migliori della sua vita. E lo furono anche per me».


L’Espresso 30.6.2019
Io spargo odio e poi tu mi voti
In anteprima il rapporto di amnesty sui politici che usano l’hate speech per ottenere consensi 


di Mauro Munafò e Francesca Sironi 

Tolleranza zero per chi, in nome di una religione, vuole portare MORTE nel #No- stro Paese meritano di non uscire più di GALERA!!!». Così Angelo Ciocca, allora candidato al Parlamento Europeo con la Lega poi eletto con quasi 90 mila preferenze, commentava su Facebook un arresto, lo scorso 17 aprile. Al post, ancora visibile online, seguono 234 risposte. L’88 per cento di queste è da considerarsi problematica per i toni utilizzati. Sei su 10 sono proprio incitazioni dirette all’odio o minacce di morte. Gli esempi, a scorrere la discussione, sono anche troppi. Uno dei primi: «Lo sapete che i maiali mangiano anche le ossa? Fateli sparire», scrive un fan di Ciocca.
Fateli sparire. La propaganda politica online sembra aver assuefatto gli elettori con schizzi di violenza come questi. Il problema è che non sono schegge. È un’industria sistematica al consenso attraverso l’odio, fatta propria da alcuni leader e partiti. Come dimostra, con nuova chiarezza, una ricerca di Amnesty che L’Espresso pubblica in anteprima in queste pagine.
Nel mese che ha preceduto le elezioni europee del 26 maggio scorso, 180 attivisti di Amnesty International Italia hanno passato al setaccio oltre 100 mila tra post e messaggi prodotti dai politici candidati al Parlamento Europeo e utenti che li hanno commenta- ti, valutandoli secondo una scala che andava dai messaggi con accezione positiva a quelli problematici, fino al vero e proprio hate speech, il discorso d’odio sanzionabile anche penalmente. I risultati di questo studio non la- sciano spazio ai dubbi: a Strasburgo il prossimo 2 luglio si insedieranno onorevoli che hanno fomentato l’odio attraverso i social e aizzato i loro follower con messaggi offensivi e ai limiti del dibattito civile (e in qualche caso molto oltre). «I risultati del nostro studio mostrano come lavora la fabbrica della paura», spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: «Trasforma fenomeni in problemi e problemi in nemici; semina ansia; infine, offre sicurezza e ottiene consenso politico. Come negli anni Venti dello scorso secolo ma con la differenza dei social media, che amplificano tutto. Oggi, la realtà è che chi diffonde il discorso d’odio in un corpo sociale in preda a paura e rancori, vince. Di più, quello che spaventa è che dai risultati emerge un pezzo di paese “multifobico”, che è contro le donne, contro i rom e contro le persone Lgbti». La fabbrica dell’odio descritta dallo studio di Amnesty è forte di una produzione in serie di contenuti e di obiettivi, una manifattura di argomenti esposti su misura per scatenare la propria base di consenso. Il migrante è per esempio sempre e solo al centro della cornice quando commette reati o crimini, specialmente con vittime italiane, in una comunicazione che fa abbondante uso di parole in maiuscolo e punti esclamativi, ad accrescerne il senso del pericolo e l’urgenza. Anche quando il singolo post può sembrare una semplice sottolineatura di un caso di cronaca, la costanza con cui la pagina martella su un unico obiettivo pone le basi alla traiettoria della violenza. L’iperesposizione di un problema rispetto ad altri infatti non solo ne ingigantisce la percezione, tema su cui gli stessi media sono corresponsabili. Ma sposta la linea delle reazioni. Innescando il peggio. Il 19 aprile la candidata mantovana della Lega Alessandra Cappellari pubblica un video, scrivendo: «Controllore aggredito a Trieste da una donna senza biglietto, che si è rifiutata di scendere, bloccando l’autobus ed i passeggeri a bordo». La donna è di colore. Il tono dei commenti è questo: «Dalle un calcio nel culo e la butti fuori mentre andate. Una di meno», scrive Sandro. «Le scimmie se lasciate uscire dalle gabbie... fanno danni...», aggiunge Angelo. «Io gli avrei dato un calcio in mezzo alle gambe a questa PUTTANA», Maria. «Io l’ho detto e lo ribadisco ancora una volta, bisogna aprire un famoso campo e metterceli dentro tutti e viaaaa», Fabrizio. E così via. Sono tutti commenti ancora ben visibili online, con nome e cognome degli autori. Il 54 per cento delle risposte al video pubblicato sulla pagina della politica mantovana, mostra il report di Amnesty, ha questo tono. È odio. Non molto diverse sono le dinamiche applicate ai messaggi a tema religioso, prevalentemente anti Islam o contro il mondo della solidarietà. La strada e i format comunicativi indicati da big del calibro di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, entrambi candidati “di facciata” alle ultime Europee, vengono declinati con scarsa originalità dai tanti candidati dei loro partiti in maniera quasi impiegatizia: si prende una notizia di cronaca nera con gli ingredienti di cui sopra e la si dà in pasto ai propri follower. I registri linguistici sono sempre gli stessi, e ogni messaggio sul tema potrebbe benissimo essere di un’Alessandra Cappellari, di un Angelo Ciocca o di una Daniela Santanchè: lo stesso autore non sarebbe in alcun modo capace di distinguerlo da quello dei suoi colleghi di area. Stessi argomenti, stessi strumenti. «È una costante della modernità il fatto che in politica, così come su temi come la religione o l’orientamento sessuale, i discorsi possano portare a un alto livello di aggressività», riflette Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università Statale di Milano e autore di numerosi libri sul tema: «Ma oggi a questo si aggiunge la specificità dei social network: ovvero la possibilità di profilare in modo preciso i destinatari di un messaggio. La comunicazione dei politici online è rivolta così ai propri fan, a persone da fomentare e da esaltare. Non serve più l’arte della persuasione degli indecisi, dell’argomentazione. È il contrario: più si polarizza, ad esempio svilendo o dileggiando un nemico, più si insiste su un obiettivo, maggiore sarà l’attaccamento». Numerosi studi hanno dimostrato che in queste forme di consenso da groupie, così come nella propagazione dei messaggi sui social, solleticare sentimenti negativi funziona molto più del contrario. Così nella continua rincorsa a emergere fra i tanti cloni dell’industria della paura, l’aggressività verbale aumenta. «Io ho smesso di definirlo odio virtuale», nta Ziccardi: «Quest’odio è reale, come sono le sue conseguenze. È sufficiente parlare con le vittime per capirlo, che non è “solo uno status”, ma ogni volta una ferita precisa, e specifica, a una persona o alla sua comunità». Quando non l’innesco di un circuito alla violenza che può diventare azione, come mostra la strage tentata da Luca Traini a Macerata il 3 febbraio del 2018. La strategia della gogna inquina. Ma non sempre paga personalmente, almeno sul piano elettorale. A diversi esposti su misura per scatenare la propria base di consenso.
Ai candidati monitorati dalla ricerca Amnesty, risultati fra i più attivi in termini di espressioni violente contro persone o categorie deboli, non è andata poi così bene alle urne. Daniela Santanchè, quarta in lista e fra i più martellanti contro gli stranieri, non è stata eletta al Parlamento Europeo. Matteo Gazzini, candidato altoate- sino della Lega, e Dante Cattaneo, sindaco uscente di Ceriano Laghetto, provincia di Monza e Brianza, entrambi in corsa per Strasburgo, tutti con dei record comunicativi anti-rifugiati e anti-lgbt durante i mesi di campagna, hanno perso sulle prefe- renze. Così anche Caio Giulio Cesare Mussolini: impegnatissimo a odiare sui social. Senza conquistare per questo voti.
Se non tutti riescono a tramutare i clic in forza elettorale, di certo resta che nello spettro degli argomenti che occupano, in positivo o in negativo, le discussioni digitali, a determinare gli obiettivi continua a essere la destra, o l’estrema destra. Altre forze sembrano silenti o incapaci di portare alternative efficaci. Anche chi adotta le strategie più presenzialiste sul web - vedi ad esempio Carlo Calenda - lo fa traducendo in parte il metodo dell’indicare un nemico, aizzando i fan. Nel suo caso, di solito, il target sono altri politici. La eco comunicativa di altri tentativi - per esempio parlare bene dell’Europa - sembra magrissima in termini di risultati. L’industria del consenso fondato sull’odio sembra destinata solo a crescere, e a diventare più violenta. Anche se una piccola incrinatura potrebbe iniziare a farsi strada. «Il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati», conclude infatti Ziccardi: «Ha co- me obiettivo la ripresa del controllo da parte degli utenti. Ovvero dare la possibilità di capire come si viene profilati, perché nella propria “bolla” finisca ad esempio il messaggio di un politico piuttosto che di un altro. Ren- dendo meno automatico il labirintico far west dentro cui siamo immersi. È un percorso molto difficile, ma è un inizio».

L’Espresso 30.6.2019


Il sogno della democrazia nato dalle Primavere fallite
di Mario Giro


Le primavere arabe esistono o no? Sono un bene o un pericolo? La risposta non è immediata. Tra la fine del 2010 e inizio 2011 le manifestazioni pacifiche di Tunisi e del Cairo avevano lasciato sperare per il meglio. Quella piazza Tahrir piena di giovani mostrava la gioventù araba sotto una nuova luce: non solo violenza e terrorismo ma impegno per la libertà e la democrazia. Il mescolarsi assieme di tendenze religiose e laiche era un bel messaggio. Sono bastati pochi mesi per disilludere tanti: la vittoria dei Fratelli Musulmani, la loro incapa- cità di governo e alla fine il colpo di Sta- to, davano l’idea di una riedizione del “decennio nero” algerino, costato negli anni Novanta circa 200 mila morti. Ma soprattutto i lunghi massacri siriano e yemenita ancora in corso stanno lì co- me calderoni accesi a rammentarci il fallimento di quella breve stagione. Isis, jihadismo e interi popoli divorati da una guerra senza fine, che si allunga come uno spettro su un avvenire incerto. Dobbiamo dircelo: il risultato delle Primavere è di quattro Stati falliti (Siria, Yemen, Libia e in buona sostanza anche l’Iraq), tante vittime, grandi deva- stazioni e poco futuro. Il Medio Oriente e il mondo arabo appaiono come un luogo incerto, minaccioso, una fornace da cui possono uscire solo calamità. Ma poi, come sempre, la storia riser- va delle sorprese, fa dei salti seguendo correnti profonde che non si vedono a occhio nudo e che la geopolitica non cattura. Algeri e Khartoum, due luoghi lontani e molto diversi fra loro, tacitamente ripropongono un’altra visione. In entrambe le città da mesi si manifesta in massa e pacificamente, chieden- do il cambio: basta regimi militari e dittature, è il tempo della libertà e della democrazia. È già accaduto ma questa volta è diverso dal passato: non c’è nessuna tentazione violenta e, soprattutto, non è coinvolto nessun partito, religioso, militare o laico che sia. La protesta si rivolge a tutti i protagonisti delle crisi precedenti: governo, esercito, movi- menti islamisti, oppositori laici. I manifestanti non si fidano di nessuno. I cor- tei sono imponenti e originali: alla fine gli stessi manifestanti puliscono le strade, tutti tornano a casa in pace, non c’è mila proteste in quell’anno) ma erano piccole, settoriali e organizzate. Un giorno protestavano gli insegnanti, un giorno gli anestesisti, un giorno gli avvocati. Chiedevano tutti condizioni di lavoro e salari migliori. Meno corruzione e favoritismi. Ma mai un cambio di regime. Oggi invece le parole d’ordine si sono invertite: finora nessuno ha chiesto il pane, ma «democrazia e libertà». «Sappiamo tutti che se non se ne vanno tutti a casa le condizioni economiche non cambieranno», spiega Lynda Abbou, giovane donna algerina che insieme ad altri, lo scorso gennaio, ha scritto una lettera aperta ai giovani per invi- tarli a occuparsi delle sorti del Paese. «Fino a gennaio, i giovani non pensavano alla politica, continua Lynda. Ma quando Bouteflika ha presentato la sua candidatura al quinto mandato è stato troppo. È una questione di dignità questa volta». Sulla sedia a rotelle dal 2013, Bouteflika non governa il Paese da ormai quattro anni. E per gli algerini, il fatto che si presentasse per una quinta volta non voleva dire che Bouteflika, nonostante tutto, era il re del Paese. Tutt’altro. Ma la sua candi- datura significava il mantenimento di un sistema opaco e corrotto, che si fondava su alleanze molto dinamiche tra la cerchia ristretta del Presidente, l’esercito, i servizi segreti, il Fln e gli oligarchi. E che soprattutto ha saccheggiato il Paese. Secondo il Fondo Monetario Internazionale oggi, infatti, nonostante l’Algeria sia un Paese ricco di idrocarburi, il 10 per cento della popolazione rischia di cadere sotto la soglia di povertà. E anche se le proteste sono politiche, hanno anche una dimensione economica. Da quando sono crollati i prezzi del petrolio nel 2014, le riserve straniere dello Stato sono passate da 200 miliardi di dollari a 75. Il governo ha iniziato a stampare moneta e adottare misure di austerità che però non hanno migliorato minimamente l’economia del Paese che resta ancora fortemente corrotta e dipendente dalle energie fossili. «Oltre alla disoccupazione, bisogna capire che i giovani algerini sono cambiati, continua Lynda. Non hanno paura perché non hanno vissuto la guerra civile. Vivono nelle città e sono ben educati».
Resta però un fatto: che queste manifestazioni, ancora oggi, non hanno leader e la rivoluzione algerina, come quella tunisina e egiziana del 2011, rischiano di essere delle rivoluzioni senza rivoluzionari. Il 15 giugno, 80 organizzazioni della società civile hanno proposto una road-map che non è stata rifiutata dalla piazza, ma oltre a una transizione di sei mesi, un governo tecnico, un dialo- go nazionale e la creazione di un comitato elettorale, il programma non sembra avere chiaro come fare uscire il Paese dall’impasse politica. Secondo alcuni i manifestanti non scelgono leader perché hanno paura che una volta scelto questo sarà represso dal regime. Per altri invece è proprio l’orizzontalità stessa del movimento a farne la sua forza.
L’Algeria, come la Tunisia e l’Egitto del 2011, più che una rivoluzione sembra un movimento. Come spiega il sociologo Asef Bayat, nel suo ultimo libro “Rivoluzioni senza rivoluzionari”, ciò che assimilava le proteste tunisine con quelle egiziane è che nessuna, a differenza delle grandi rivoluzioni del ’900 come quella cubana o iraniana, era legata a degli intellettuali e aveva in mente dei programmi politici ed economici che avrebbero sconvolto radicalmente l’ordine nazionale. In Tunisia, come in Egitto, i manifestanti hanno chiesto la democrazia, ma nessuno ha mai messo in discussione il libe- ro mercato e le logiche neoliberali. In Iran, l’11 febbraio 1979, come spiega Bayat, non appena Khomeini è diventato leader, il vuoto di potere è stato sostituito dai pasdaran, membri della rivoluzione. Gli impiegati pubblici hanno iniziato a gestire ministeri e dipartimenti. I contadini senza terre hanno confiscato le proprietà agli agro-industriali, gli operai si sono impadroniti delle fabbriche. E questo perché durante le proteste, i manifestanti avevano già un’idea del post-rivoluzione. Sentimenti contro il capitalismo, democrazia popolare, giustizia so- ciale erano le componenti di programmi politici ed economici concreti. Che fossero islamici o secolari.
In Algeria invece, come in Tunisia e in Egitto, non vogliono essere legati a nessuna ideologia. Loro combattono per «valori», ovvero per la «democrazia» e la «libertà». Tut- to questo potrebbe far implodere il movimento? Per Adlène Meddi, scrittore algerino di fama internazionale, no; anche se sul lungo periodo può soffocare, nel caso il regime riuscisse a mettersi d’accordo rapidamente con una certa opposizione. «La preoccupazione dipende dal fatto che questo movimento è arrivato in un deserto politico dovuto alla repressione diretta o insidiosa nei confronti della vita politica, associativa, universitaria o mediatica, che il regime di Bouteflika ha adottato per vent’anni. È molto difficile ricostruire una vita pubblica in un contesto di tensioni politiche e di interessi mutevoli. Ma è positivo il fatto che gli algerini, dopo dieci anni di massacri della guerra civile e vent’anni del regno assurdo di Bouteflika, hanno di nuovo fiducia. La società ha scoperto di avere una forza che non sapeva nemmeno di avere. Questo sembra poco», conclude Meddi, «ma in questa parte del mondo, tutto questo è grandioso».

L’Espresso 30.6.2019
Le mani sulla cultura 
Attacco al Festival 
La vittoria della Lega in molte città contagia eventi estivi e rassegne, aprendo scenari imprevedibili. Da Udine a Torino, da Trento a Ferrara, l’ombra del sovranismo sull’Italia che si incontra in piazza 
di Emanuele Coen

Dopo il trionfo elettorale della Lega, la svolta sovranista stravolge la cartina politica dei territori, rompe equilibri consolidati, apre scenari imprevedibili. Dalle piazze e dai social, dominati dal linguaggio aggressivo di Matteo Salvini, il cambiamento ora si sposta sul terreno della cultura e contagia l’Italia dei festival, i mille Comuni che hanno costruito intorno alle proprie rassegne culturali una ricchezza, anche economica, unica in Europa. Con i suoi ospiti prestigiosi e il respiro internazio- nale, il mondo dei festival rischia di entrare in collisione con il primo partito del Paese e i suoi amministratori locali, che polemizzano con gli organizzatori con toni e accenti diversi - da Udine a Sarzana, da Cividale del Friuli a Ferrara, da Trento a Torino - intervengono su scelte e programmi oppure danno un’impronta “italianissima” come nel caso del Teatro Olimpico di Vicenza. L’ultima disputa riguarda Vladimir Luxuria, storica attivista per i diritti Lgbtqi. Appena nominata direttrice di Lovers, a Tori- no, festival dedicato ai film sulle tematiche di genere con quasi 35 anni di storia, Luxu- ria è stata attaccata da Fabrizio Ricca, leader leghista nella città sabauda, uno dei nuovi “superassessori” regionali. «Continu- iamo a vedere nomine nuove, e anche as- sunzioni in vari settori strategici, in una Regione che ha appena cambiato colore politico», ha detto.
Una volta al potere la Lega mostra volti diversi, più concilianti o più duri a seconda dei territori in cui governa. In Friuli Venezia Giulia le polemiche più accese: la Regione in mano al Carroccio e al governatore fedelissimo di Salvini, Massimiliano Fedriga - che qualche giorno fa ha fatto rimuovere lo striscione giallo “Verità per Giulio Regeni” dalla facciata del palazzo della Regione a Trieste - ospita da quindici anni a Udine il festival vicino/lontano con il premio letterario internazionale Tiziano Terzani, nel miri no della giunta guidata dal sindaco leghista Pietro Fontanini. Il Comune ha ridotto da 30 mila a 10 mila euro il suo contributo e l’assessore alla Cultura, Fabrizio Cigolot, qualche tempo fa è intervenuto in consiglio comunale per rispondere a un’interrogazione dell’opposizione: «Terzani è diventato un santo secolare, un oggetto di culto, complimenti a chi è riuscito a imporlo associandolo a un’idea di alta qualità come persona, della quale io fortemente dubito anche per- ché ci sono autorevoli esponenti che sull’analisi storica di Terzani avrebbero mosso più di qualche critica», ha detto di fronte all’Aula ammutolita.
All’epoca le dichiarazioni dell’assessore suscitarono un putiferio, ora gli organizzato- ri temono ulteriori sforbiciate. «Quest’anno abbiamo lavorato con un budget inferiore a quello dello scorso anno. Dopo il taglio deciso dal Comune, purtroppo alcuni sponsor si sono allineati», dice Paola Colombo, che cura la rassegna con Franca Rigoni: «Anche il contributo della Regione, che ha finanziato il festival fino al 2019 con un bando triennale, per il 2020 è un punto interrogativo». A maggio si è svolta la 15esima edizione, sul tema del “contagio”: un centinaio di even- ti, poi la serata conclusiva con Gad Lerner e l’editorialista e scrittore statunitense Fran- klin Foer, vincitore del premio Terzani. «La scelta di assegnare il premio a Foer, con la sua analisi sui nuovi poteri forti, è un segnale di attenzione nei confronti della vo- lontà del Comune di rendere questo evento più pluralista rispetto al passato», riflette l’assessore Cigolot. In vista della prossima edizione i contrasti sono destinati a riacu- tizzarsi: «Quando gli organizzatori inizie- ranno a lavorare sulla rassegna 2020 vedremo cosa intendono proporre e su quella base l’amministrazione farà le sue scelte. L’intenzione della città è mantenere vivo il festival e collaborare alla valutazione delle proposte. Tuttavia, dopo 15 anni l’idea di questa rassegna va rinnovata, perché come tutti i prodotti culturali, artistici, subisce l’aggressione del tempo. Saremmo felici che in futuro il festival si concentrasse anche sul ruolo dell’identità locale, che diventasse insomma un po’ più vicino e un po’ meno lon- tano», sintetizza con una battuta Cigolot. Che non nasconde le proprie inclinazioni: dopo aver ospitato il 15 giugno il controverso convegno “Identitas” , protagonista il po- litologo russo Aleksandr Dugin, considerato l’ideologo di Vladimir Putin, adesso la giunta punta sulla creazione in tempi stretti del Teatro Stabile Friulano, come strumento per la tutela e lo sviluppo della lingua friulana. Scelta localista, agli antipodi dell’impostazione internazionale del festival. «Non abbiamo mai fatto scelte parziali, abbiamo dato spazio a posizioni diverse combattendo il pregiudizio, con l’autorevolezza delle persone invitate. La giunta di Udine è legittimata a sostenere altri proget- ti, ma è un segnale preoccupante», ribatte Colombo, la quale non esclude che il festival traslochi altrove: «Sarà l’extrema ratio. Nonostante le offerte ricevute da Firenze, Reggio Emilia, Pistoia e altre città non abbiamo mai approfondito. Dopo l’abbraccio ricevuto da Udine andarsene sarebbe una sconfit- ta», conclude la curatrice.
Situazione non molto dissimile da quella di Mittelfest, importante festival friulano tra musica, teatro e danza (12 - 21 luglio) a Cividale del Friuli. Il tema quest’anno sarà la leadership, con un focus sulla Grecia e un programma scandito da una trentina di progetti artistici, in cui spiccano il Berliner Ensemble e il concerto del grande pianista croato Ivo Pogorelic. Dopo la scorsa edizione, forte spinta europeista ma sensibile calo di pub- blico, il direttore artistico Haris Pašovic ha corretto il tiro, tanto che alcuni politici leghisti hanno salutato la “svolta friulanista”, testimoniata in particolare dal concerto-re- cital conclusivo, con il sostegno di Arlef, l’A- genzia regionale per la lingua friulana: “Maraveis in sfrese/Meraviglie socchiuse”, prima assoluta, con l’Orchestra giovanile Filarmonici Friulani diretta da Walter Themel. Nel frattempo la Regione ha tagliato di 100 mila euro il contributo per quest’anno.
Acque più tranquille, almeno in superfi- cie, per il Festival dell’Economia proget- tato dall’editore Laterza, a Trento, dopo le turbolenze dei mesi scorsi. Nel 2018 Sal- vini criticò duramente la presenza del finanziere George Soros e, in occasione del- la riforma “quota 100”, arrivò a chiedere le dimissioni di Tito Boeri, all’epoca presi- dente dell’Inps e tuttora direttore scientifico della rassegna trentina, fortemente so- stenuto dall’editore. Il nuovo governatore del Trentino, il leghista Maurizio Fugatti, non ha mai nascosto l’antipatia per Boeri ma si è mostrato soddisfatto della 14esima edizione del festival (30 maggio-2 giugno), sul tema “Globalizzazione, nazionalismo e rappresentanza”. «Riflettere sulla distanza delle élite rispetto al popolo è davvero fondamentale», ha detto nella conferenza di inaugurazione. E poi, a rassegna ultimata, ha manifestato la propria sintonia: «Finalmente questo è stato un festival del popolo con temi sentiti e vicini alle persone. Avevamo ragio- ne quando criticavamo alcuni convegni a senso unico, ma il Festival è una manifesta- zione importante». Fatto sta che Salvini ha dato forfait all’ultimo momento, impegnato in campagna elettorale altrove. Ma dopo i rumors dei mesi scorsi sull’uscita di Boeri, a cui Giuseppe Laterza non intende rinunciare, ora l’editore sostiene di aver incassato rassicurazioni dall’amministrazione trentina e ha affidato la direzione scientifica all’economista milanese anche per il 2020, nel «consueto rispetto del pluralismo delle opinioni».
Al di là delle polemiche, una cosa è certa: negli ultimi vent’anni i festival hanno cambiato il panorama culturale italiano, rivitalizzando l’economia di molti territori. Ma- rino Sinibaldi ha accompagnato l’evoluzione di queste rassegne, anzitutto con il pro- gramma radiofonico da lui ideato e in onda da vent’anni, Fahrenheit, poi come diretto- re di Rai Radio 3 e anima di diverse manifestazioni. «Nei festival abbiamo trovato la stessa idea di cultura e condivisione che avevamo alla radio», dice Sinibaldi: «Volevamo trasformare la cultura da elemento di qualità, con una punta di elitarismo, in qualcosa di più popolare, con qualche rischio di spettacolarizzazione». Ne è valsa la pena? «I festival sono diventati gli unici luoghi in cui si parla di politica, in cui il pubblico sta seduto due ore ad ascoltare qualcuno in carne e ossa, a volte pagando addirittura un biglietto», dice il direttore di Radio 3. L’ascesa elettorale della Lega rischia di compromettere l’equilibrio tra festival e città? «Lo sviluppo delle rassegne culturali, pur non avendo una precisa coloritura politica, ha coinciso con una stagione oggi a una svolta. Sarebbe gravissimo se le città venissero amputate di queste occasioni di confronto pubblico. Non c’è ragione di credere che la sopravvivenza dei festival dipenda da una certa amministrazione ma occorre restare vigili. Le conquiste non sono mai definitive».
Svolte radicali come quella di Ferrara, dove la sinistra non perdeva dal 1945. Da feudo rosso a roccaforte del Carroccio: il nuovo sindaco leghista, Alan Fabbri, 40 anni, appassionato de “Il giovane Holden” e del festival rock di Woodstock - non esattamente il pantheon della destra - ha fatto il pieno di voti e ora governa con Forza Italia e Fratelli d’Italia. A febbraio Lorenzo Barbieri, all’epoca coordinatore del gruppo di lavoro sul programma elettorale del centrodestra prima di essere sostituito, in una intervista alla Nuova Ferrara aveva lasciato intendere che, una volta al governo, la giunta Fabbri avrebbe cambiato drasticamente l’impostazione di festival come Buskers, storica rassegna di musicisti e artisti di strada alla veneranda 32esima edizione (24 agosto - 1 settembre), o Internazionale. All’indomani delle elezioni, Giovanni De Mauro, direttore del settimanale che organizza il festival dal 2007 con grande successo, ha scritto una lettera-editoriale al primo cittadino di Ferrara, per mettere subito le cose in chiaro. «Fin dall’inizio abbiamo potuto lavorare nella più totale indipendenza, organizzativa ed editoriale: scelta degli argomenti, modo di affrontarli, ospiti da invitare. Questa indipendenza si è mani- festata in un modo molto semplice: i sindaci e gli assessori venivano a conoscenza del programma del festival solo leggendolo quando era già stampato», recita un passaggio della missiva. A buon intenditor poche parole, alle quali il destinatario ha risposto a stretto giro: «Non cambierà nulla relativamente al festival, l’assetto organizzativo rimarrà il medesimo di sempre e nessuno ha in animo di limitare o mettere in discussione la vostra identità», si legge a conferma della linea morbida seguita anche per il Buskers. Appuntamento con Internazionale a Ferrara (4 - 6 ottobre), dunque, con giornalisti da tutto il mondo e un programma molto ricco: ambiente, estreme destre europee, diritti umani, il Brasile di Jair Bolsonaro, azione umanitaria, italiani di seconda generazione.
Uno, cento, mille volti del Carroccio. Come quello mostrato a Sarzana, vicino a La Spezia, dove il sindaco Cristina Ponzanelli governa dallo scorso anno con il sostegno di Lega, Lista Civica Sarzana Popolare, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Nel 2018 il Festival della Mente (la prossima edizione dal 30 agosto al 1° settembre) era stato duramente attaccato da alcuni esponenti del Carroccio perché considerato troppo di sinistra: in particolare la lectio magistralis (sul tema della comunità) di Andrea Riccardi, fonda- tore di Sant’Egidio, fu definita dal deputato leghista Lorenzo Viviani «un’omelia radical chic di luoghi comuni a cui non crede più nessuno». Bene, dopo aver acquistato il marchio del Festival della Mente, il Comune - che ora ha il diritto esclusivo sul suo utilizzo - ha siglato a fine aprile una con- venzione con la Fondazione Carispezia: per i prossimi tre anni, fino al 2021, la rassegna si svolgerà a Sarzana. «La convenzione rafforza ulteriormente il rapporto tra la città e il suo festival», ha esultato il sindaco Ponzanelli dopo la firma. Paese che vai, Lega che trovi.
L’Espresso 30.6.2019
1989-2019, la caduta del Muro 
Eroina, fame, malattie. 
I dannati di Livezilor dove morì il sogno operaio 
Ceausescu vi fece costruire i palazzi per i lavoratori delle fabbriche che dovevano rendere grande il Paese. Oggi è la strada più degradata di Bucarest. Un inferno, specchio delle contraddizioni del post-socialismo 
di Francesca Mannocchi da Bucarest
Cos’è successo? Perché tutte queste macchine?», domanda una donna a una ragazza, esile, di fronte alle scale di un edificio. «Marga è morta, la mamma è morta». Margareta era la madre di Sara, vent’anni, corpo piccolo e ossuto, viso teso. Ai piedi le ciabatte e in testa un fiocco nero in segno di lutto. Margareta aveva quarantaquattro anni, cinque figli ed era sieropositiva. Un compagno che entrava e usciva dal carcere con cui ha avuto due figli. Poi il tentativo di risollevarsi dalla povertà, qualche lavoro dignitoso, un nuovo compagno, altri tre figli, poi - di nuovo - la mancanza di lavoro. E un unico sollievo: l’eroina.
Margareta viveva nel ghetto: Strada Livezilor, Ferentari, settore 5, Bucarest. Livezilor è una strada composta da due file di edifici fatiscenti di cinque piani, tra un edificio e l’altro cumuli di immondizia, topi. Agli angoli delle vie donne che spazzano a terra e altre donne sedute lungo il marciapiede con casse di frutta da vendere. Al primo sguardo potrebbero sembrare tentativi di normalità: il mercato, un po’ di soldi per sbarcare il lunario, allo sguardo successivo l’altra faccia della realtà: le donne stringono una manciata di siringhe. Un tassista si ferma, tira fuori qual- che lei dalla tasca laterale dei jeans, la donna mette una mano nel grembiule, prende i soldi, gli passa la dose. E poi riprende a spazzare.Un uomo cammina con lo sguardo perso nel vuoto tenendo per mano un bambino, suo figlio, e nell’altra mano una siringa, con tutta probabilità usata, conta un po’ di denaro, lo porge a una donna robusta. Lei gli passa una bustina - la sua dose - lui abbozza un sorriso, è sollevato, riprende suo figlio per mano, diretto verso casa. Il corpo è segnato dalla droga: sulle braccia, sulle gambe, non un centimetro è stato risparmiato dai buchi. Si gratta nervo- samente, ha croste dappertutto, le pupille a spillo dell’eroina. Il viso scavato, piedi gonfi, labbra bluastre.
Più che camminare si trascina, fino a infilarsi in uno degli edifici scrostati e consumare nell’androne il sollievo momentaneo dell’eroina, mischiata a metanfetamine e a chissà che altro. Quest’angolo di Ferentari lo chiamano il ghetto dei tossici, ma Livezilor è molto di più, è lo specchio delle contraddizioni rumene. Che arrivavano dalle aree G. Lì edifici di Livezilor erano stati costruiti da Ceausescu per i lavoratori delle fabbriche rurali per fare grande il paese. Dopo il 1989 le fabbriche hanno cominciato a chiudere e gli alloggi dei lavoratori si sono via via spopolati, lasciando spazio agli emarginati. Oggi a Livezilor vivono poveri, disoccupati, tossici, prostitute. I dimenticati della capitale. Più che case, qui, ci sono stanze. Tredici metri quadrati, una finestra e un bagno. Acqua e gas in un appartamento ogni cinque. Ai tempi del comunismo c’erano due lavoratori per stanza, ora tredici metri quadrati arrivano a contenere anche famiglie di dieci persone. Negli androni delle scale siringhe usate, a terra urina. L’odore si mischia al tanfo dell’immondizia che circonda gli edifici, resti di cibo gettati dalle finestre, vestiti ammassati e ancora plastica, aghi. Tutto a Livezilor parla la lingua dell’emarginazione.
Sara apre la porta della stanza-casa, dove fino alla sera prima vivevano in sette. Ci dormivano in sei divisi sui due lati del letto, lei, i quattro fratellini, la nonna e Margareta. Lo zio - unico uomo adulto - a terra. Margareta si è sentita male la se- ra prima, setticemia. L’hanno portata all’ospedale dove poco dopo è morta. Da due settimane rifiutava di essere ricoverata, aiutata, curata. Si è lasciata morire, dice qualche vicino a bassa voce. Succede quando non riesci più a sopportare Livezilor. Perché tanto, dicono tutti, è questione di tempo, a Livezilor siamo già morti.
Sara apre una busta rossa, le fotografie di un tempo che è stato. Lei bambina, sua madre in salute. «Avevamo un po’ più di soldi, la mamma lavorava, eravamo poveri ma vivevamo dignitosamente. Sono stata una bambina serena», dice scegliendo le foto da portare via con sé. Poi la crisi finanziaria, la disoccupazione che nelle zone come Ferentari in meno di quattro anni raddoppia e l’oblio, che ha la forma della polvere su un pezzo di carta, il filtro rimosso di una sigaretta messo sopra un ago, l’eroina che si scalda e il liquido risucchiato dalla siringa.
Margareta era bella, anche Sara lo è. Come i fratelli minori, come Sami che ha tredici anni, è semianalfabeta e vorrebbe venire in Italia a giocare a pallone. Sami che non ha più una madre, non è stato riconosciuto dal padre e ha vissuto nel degrado di una via in cui i genitori mandano i figli a raccogliere e distribuire siringhe usate. In cui i bambini scendono a giocare in uno slalom di mezzi vivi che si bucano sulle scale di casa, dove è normale vedere la propria madre mentre si droga, e l’eroina ha narcotizzato tutto al punto che i figli piccoli non piangono neppure di fronte alla bara di Margareta. Perché la morte a Livezilor la incontri anche ai bordi delle strade, solo una settimana fa - raccontano i volontari che lavorano nella zona - all’incrocio con la via principale c’era il corpo di un uomo riverso sul marciapiede e intorno i bambini a giocare a pallone. Oggi sullo stesso angolo di marciapiede un altro uomo è piegato su sé stesso, si contrae. La siringa vuota alla sua sinistra. E, anche intorno a lui, i bambini continuano a giocare a pallone.
«Livezilor è la strada più degradata del quartiere più degradato di Bucarest, i ghetti attraggono marginalità e i disagi si sommano: droga, malattie, prostituzione sono conseguenza una dell’altra». Franco Aloisio si guarda intorno mentre arriva in auto nel quartiere per prendersi cura del funerale di Margareta. Lo fa per Sami che fre- quenta la fondazione che presiede a Bucarest, Parada. Franco è arrivato in Romania nel 1999, tre anni dopo che il clown franco-algerino Miloud Oukli aveva dato vita alla fondazione per il reinserimento sociale di giovani e adulti che vivevano nei canali sotterranei dei tubi dell’acqua calda: la città sotto la città che scalda la capitale rumena. Oggi il numero dei ragazzi di strada è nettamente diminuito, ma le condizioni degli emarginati sono peggiorate per l’esplosione di droghe sintetiche, eroina, e per le malattie che ne derivano. L’esplosione dell’uso di metanfetami-ne e droghe etnobotaniche, le chiamano le “legali” perché si potevano comprare nei negozi: i magazzini dei sogni. Poi il governo li ha chiusi e lo spaccio si è spostato per strada. In questi anni l’aumento dell’uso di eroina e “legali” ha coinciso con la drastica riduzione dei finanziamenti internazionali per il contrasto dei danni legati alla droga. I fondi sono praticamente prosciugati.
La Romania era entrata nell’Ue, dunque poteva farcela da sola. Invece non ce la fa. E non c’è un piano. Aras (associazione anti-Aids rumena) ha esaurito i fondi per la sostituzione delle siringhe. E dal 2010 la diffusione dell’Hiv tra i consumatori di droga è esplosa, dall’1 al 60 per cento.«La prossima emergenza a Bucarest sarà l’esplosione dell’Aids», dice Franco Aloisio, «stimiamo che in città ci siano ventimila tossicodipendenti, la metà sieropositivi. Molti non sanno nemmeno di essere stati contagiati e il tasso di mortalità è altissimo. Fino al 2007, data di ingresso nell’Unione Europea, abbiamo vissuto anni di grande intervento sulle marginalità. Parados- salmente entrare in Europa, per le po- litiche di inclusione ha rappresentato una regressione perché il disagio sociale è sparito dall’agenda politica pubblica, sostituito dal decoro». A Bucarest ogni angolo di strada ricorda i sei mesi della presidenza di turno dell’Unione che termina alla fine di giugno. Ci sono bandiere europee dappertutto, nei boulevard pieni di turisti e caffè delle vie del centro fino al Palazzo del Parlamento, il secondo edificio più grande al mondo: mille stanze, 700 mila tonnellate di acciaio e bronzo per le porte monumentali, 1400 specchi, due piani sotterranei. Un tempo era Casa Popurolui, la Casa del Popolo di Ceausescu. Oggi all’esterno campeggia la scritta: Romania 2019, presidenza del Consiglio dell’Unione Europea. Dodici anni dopo l’ingresso nell’UE e 30 dopo la caduta del Muro, la Romania è il paese delle contraddizioni, il paese dell’opulenza e della povertà estrema. In questi anni ha ricevuto dall’Europa 56 miliardi di finanziamenti che hanno portato un po’ di sviluppo se amministrati con criterio e aumentato divari sociali dove gestiti secondo logiche corruttive, dove cioè - raccontano i cittadini - «senza pagare mazzette non ti mettono nemmeno sulla barella in ospedale, non ti cambiano la flebo».
Dal 2015 la crescita annuale del Pil del paese è stata sempre superiore al 4 per cento, fino al picco del 5 per cento del primo trimestre 2019, ma lo sviluppo economico non ha sanato le differenze interne: uno stipendio medio nella capitale è di circa 750 euro, in Moldova, la zona più povera del paese non arriva a duecento.
Secondo i dati Eurostat, alla fine del 2018, sono 3 milioni e 281 mila i rumeni ancora considerati “gravemente materialmente svantaggiati”, che cioè vivono in povertà estrema. I soldi europei a Bucarest hanno decisamente portato progresso, la città è piena di turisti, locali aperti notte e giorno, brand popolari e grandi marchi illuminano la fino al mattino. A essere euroscettici sono i socialisti del Psd, in rotta con Bruxelles per le proposte di riforme della giustizia atte a depenalizzare l’abuso d’ufficio e ridurre la lotta contro la corruzione. Le critiche europee sono state così se- vere che il leader del Psd in campagna elettorale ha utilizzato le parole d’ordi- ne della destra nazionalista europea, il motto del Psd per la campagna elettorale è stato: Patrioti in Europa.
Prima di essere sconfitto dai conservatori del Partito Nazionale Liberale alle scorse elezioni europee, i socialisti del Psd hanno sponsorizzato per anni una politica basata sulla crescita dei consumi che ha non solo impoverito le casse dello Stato ma ha trascurato investimenti pubblici in attività in- dustriali e agricole, nelle infrastrutture e nei trasporti. In un paese che ha solo ottocento chilometri di autostrade. E dove mancano infrastrutture, si sa, non arrivano nemmeno investitori, non arrivano cioè posti di lavoro.
Perciò 3 milioni e mezzo di persone si sono trasferite altrove per sfuggire alla povertà e all’assenza di prospettive, cioè un cittadino rumeno ogni sei ha lasciato il paese. Vuol dire che se un’azienda ha bisogno di manodopera specializzata non la trova. Significa che se continuerà a calare costantemente il numero dei giovani nel mercato del lavoro, la popolazione che oggi conta 19 milioni di persone arriverà a 16 nel 2050 e sarà un problema pagare le pensioni. E aumenterà il numero degli emarginati, dei marginalizzati. Significa che chi cerca lavoro va via, e chi resta ha bisogno di sussidi statali. Intanto, una Bucarest spende e consuma. L’altra è isolata nel ghetto. «Sono realtà che non si parlano, la nuova capitale, la Bucarest del consu- mo, non vuole vedere la marginalità degli ultimi, tollera il ghetto di Ferentari perché non deve conviverci», racconta ancora Franco Aloisio, mentre guida, stavolta verso Gara de Nord, la stazio- ne principale, fino a pochi anni fa era la casa della gente dei canali, i ragazzi di strada che vivevano sottoterra «Sono due città parallele che convivono in uno spazio geografico ma non si intersecano mai. In Romania si è inceppata l’idea di comunità, chi ha avuto il potere l’ha utilizzato per depredare il paese, il paese è stato saccheggiato, è rimasto corrotto e gli svantaggiati sono rimasti indietro».
Oggi nella gerarchia degli ultimi il canale è l’ultimo stadio, ne è rimasto aperto uno a Gara de Nord. Mariu vive lì, ha trent’anni ma il suo volto, il volto scavato dall’Hiv, non ha età. I suoi amici sniffano Aurolac, la vernice che provoca danni al cervello e all’apparato respiratorio, Mariu controlla il valore di qualche pezzo di bigiotteria, i furti del giorno, per fare i conti per mangiare. Non si buca più, dice. Non sapeva nemmeno di essere sieropositivo fino a qualche tempo fa. L’ha contagiato una ragazza, che ha molto amato quando nei canali c’era una vita parallela, e Bruce Lee, il boss che li controllava - ora in carcere - aveva fatto costruire sottoterra una piscina e una discoteca.
La ragazza adesso è morta. Mariu ora non ha più niente, non ha aiuti, non ha la sua famiglia, che lo rifiuta. Non ha la vita dei ragazzi dei canali. Consuma il tempo e consuma sé stesso su un materasso sporco nel canale della stazione. Da quando le autorità hanno chiuso i canali dove vivevano i tossici, strada Livezilor è tollerata, perché consumatori di droghe si autoghettizzano lì, lontano dai fasti del centro città. Don Federico vive a Bucarest da due anni, cammina con disinvoltura per le vie di Ferentari, stringe le mani a chi dorme in strada, porta sollievo, parla a lungo con un ragazzo scheletrico, le braccia segnate dai tagli, dall’autolesionismo.
«Sono magro perché ho fame. Non mi buco, ma nessuno mi fa lavorare perché sono rom, e vivo qui, nel ghetto», dice. Qualcuno a Livezilor ci è finito perché è rimasto indietro, perché con l’aumento dei salari per gli statali è aumentata anche l’inflazione. E basta un intoppo, una malattia, un problema. E non ce la fai. Un giorno hai una vita dignitosa, i giorno dopo sei a Livezilor, tra i tossici, i sieropositivi. È la storia di Cristian, sessant’anni. Viveva con suo fratello e sua madre, insegnante di rumeno al liceo, in una zona residenziale nel Settore tre di Bucarest. Poi la madre si è ammalata di cancro, il Psd ha triplicato i costi sanitari, cui vanno aggiunti quelli delle medicine e il prezzo della corruzione, le mazzette ai medici e agli infermieri. E Cristian non ce l’ha fatta. Senza madre, senza soldi e senza casa. Da quattro anni vive a Livezilor, la sola cosa che può permettersi. Stringe il vangelo e il rosario. Prega e piange e non esce mai dalla stanza di dieci metri quadri al terzo piano del blocco sei, che puzza di urina e stantio, per cui paga un affitto di quattrocento lei al mese, ottanta euro. Dalla sua finestra si vedono immondizia e il via vai dei clienti della sera, chi arriva dalla capitale a prendere eroina. Per quelli come lui è più difficile, perché a Livezilor ci sono finiti, e Livezilor ti inghiotte e ti consuma. Don Federico gli stringe le mani, lo incoraggia. Sii forte Cristian. Ma lui non ce la fa a essere forte. Piange, trema. E si vergogna.
Questo reportage apre una serie dedicata al trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino.
L’Espresso 30.6.2019
L’eterno conflitto tra morale e politica
Di Eugenio Scalfari
Il pensiero della modernità riflette sul cambiamento ed è a sua volta mutevole. E resta il problema di come imbrigliare la volontà di potenza
Nei giorni scorsi mi sono riletto un mio libro uscito circa venti anni fa e con il titolo “Per l’alto mare aperto”. L’ho riletto perché contiene molti pensieri e anche molte storie e i pensatori richiamati nel testo. Paragonandolo con quanto è accaduto nell’epoca moderna ne esce un testo di notevole utilità che stimola molto il pensie- ro. Per questo io ne parlo adesso: ne citerò qualche brano ma soprattutto ne trarrò delle conclusioni che sono di oggi e delle quali il libro può essere l’ispiratore. Premetto anzitutto la frase della grande scrittrice russa dei primi del Novecento Anna Achmatova, che apre il libro del quale sto parlando: «Ma voi amici siete rimasti in pochi. Voi per questo più cari a me ogni giorno... Come breve si è fatta la strada Che di tutte sembrava più lunga». I versi apparentemente dicono poco anche se ne scaturisce un sentimento poetico ben noto di quella scrittrice, ma in realtà danno il senso di quanto era già accaduto e stava per accadere ancora di più. Questa è la materia del mio libro che ho citato e che mi ispira ancor oggi pensieri per me nuovi anche se da cinquant’anni il pensiero è diventato il mio modo in- tellettuale di vivere e di comprendere l’attualità, buona o cattiva che sia.
Ci sono molti interlocutori in quel libro, che escono naturalmente dalla mia fantasia nel momento in cui scrivevo ma sono tratti in realtà dalla loro storia. Uno dei principali è Denis Diderot e la prima parte si svolge con un fantasioso dialogo tra lui e me. In realtà è lui che parla ed io mi limito a ricordare quel che ho letto delle sue opere e della sua vita politica oltre che culturale. Ad un certo punto dopo esserci incontrati nei giardini del Palais Royal io gli propongo di essere il mio Virgilio in un viaggio alla ricerca della modernità. Del resto questa ricerca a me capita di farla spesso perché la modernità non è mai moderna: per definizione cambia di continuo e di continuo quindi occorre studiarla culturalmente e sto- ricamente mettendo in luce anche i suoi mutamenti. Questo percorso mi è accaduto di farlo anche con papa Francesco ma molto prima di conoscerlo lo feci con Diderot e gli Illuministi. L’epoca moderna ha una data che rimonta agli inizi del Cinquecento, comincia con Galileo e con Montaigne e forse prima ancora con Niccolò Machiavelli e Leonardo da Vinci. Gli Illuministi ereditarono questi elementi ma li portarono molto avanti anche perché Diderot e d’Alembert fondarono l’Encyclopédie e furono al centro di un folto gruppo di pensatori che sull’Encyclopédie scrivevano e utilizzavano politicamente la loro scrittura. Accanto a questi due c’erano altri due nomi uno più importante dell’altro culturalmente: Rousseau e Voltaire. Il numero degli Illuministi è molto più vasto e questi quattro sono i rappresentanti massimi di quel pensiero che è il centro della nostra ancora attuale modernità. Un centro che passa per Carte- sio, per Kant, per Hegel, per Goethe, per Nietzsche e poi per il romanzo anch’esso fattore di aggiornamento: Dostoevskij, Tolstoj, Proust, Kafka, Joyce, Edgar Allan Poe.
La ricerca della modernità descrive soprattutto il rapporto tra il presente e il passato ma l’immagine dell’acqua che scorre e della persona che vi si immerge è uno dei punti fondamentali del pensiero moderno. Ri- sale nientemeno che ad Eraclito ma la sua modernità resta nonostante i millenni da allora trascorsi. «Nell’ac- qua del fiume si può entrare una sola volta. Tutto scorre e questo crea il presente, il passato e il futuro».
La storia cambia per la posizione di questi tre tempi: presente, passato, futuro. È in quel rapporto che si stabilisce la modernità quando il presente realizza il futuro e poi si consegna al passato, è la sostanza di questi rap- porti che determina la modernità, più lunga a trascorrere quando il futuro incalza il presente e più deca- dente quando il passato è l’elemento principale di quella triade. Comunque il frammento eracliteo richiama anche un altro aspetto del pensiero filosofico: quello della rela- tività contrapposto all’assolutezza. Il tema della verità relativa è infatti uno dei caratteri dominanti della modernità ma il tema si completa con un altro punto di partenza che è la Ragione della quale tutti gli uomini sono dotati sia pure in diversa misura. La Ragione non è un elemento immobile: le passioni e gli istinti la soffocano ma non la ottundono, il pensiero razionale è una caratteristica essenziale della nostra specie ed è presente in tutti gli individui. Tuttavia la Ragione non è un mito intangibile, non è un’entità astratta che dovrebbe governare il mondo. Sono stati commessi molti errori in nome di quella divinità e anche alcuni crimini e tuttavia la razionalità insieme agli altri elementi che determinano il pensiero è probabilmente uno dei principali e Voltaire è tra quelli che più di tutti l’ha teorizzata e sostenuta.
Se noi volessimo applicare questo modo di vedere la realtà intellettuale, culturale, politica, potremmo dare un giudizio molto appropriato agli eventi che si stanno producendo in Italia, in Europa e nel mondo intero. Razionalità, futuro, presente e passato, moralità: oltre a questi dobbiamo anche inserire l’autonomia della politica tra gli elementi fondativi della modernità. La politica è sempre stata autonoma dai tem- pi dei faraoni a quelli di Pericle, da quelli degli Scipioni a quelli di Cesare, da Carlo Martello fino a Elisabetta d’Inghilterra. La vera novità non è dunque l’autonomia della politica ma l’emergere del sentimento mo- rale che ha imposto limiti all’azione politica privilegiando i fini rispetto ai mezzi e criticando i fini senza l’ap- pagamento di bisogni e di speranze collettive. Non sempre il sentimento morale è riuscito a prevalere sulla volontà di potenza, ma questo è un altro problema che la modernità ha il dovere di fronteggiare.
C’è dunque molto da fare sul piano etico, culturale e politico. La storia moderna ci insegna ampiamente e noi dobbiamo agire per evitare il peggio e realizzare il meglio.

L’Espresso 30.6.20777==/*88419
Se si votasse a settembre la sinistra sarebbe tutta in difesa. Ma qualche mese in più le permetterebbe di non scendere in campo solo per partecipare 
Qualcosa di nuovo 
di Marco Damilano
O il Pd cambia pelle oppure qualcun altro dovrà far nascere qualcosa di nuovo», dice il sindaco di Milano Beppe Sala nelle pagine che seguono. «Dobbiamo dare protezione e speranza all’Italia che soffre, sostegno e fiducia all’Italia che cresce», scrive il segretario del Pd Nicola Zingaretti, rispondendo alle mille domande che gli abbiamo consegnato, proposte nelle settimane scorse dai lettori dell’Espresso. Parlano qui, direttamente, in prima persona, i due protagonisti della ricostruzione dell’opposizione alla maggioranza gialloverde, quasi un congresso. Due amministratori che si misurano quotidianamente con il governo, con storie molto diverse, anzi opposte. Sala è un manager che è arrivato ad appassionarsi alla politica solo di recente: la politica e non solo le politiche, la politica con le sue cadute, le tensioni, la ricerca di alleanze, l’esigenza di comunicazione, il tentativo di dare una risposta alla questione più politica di tutte, ovvero la necessità di essere qualcuno, un soggetto, un partito. Zingaretti è il politico di professione, nato e cresciuto nella federazione giovanile del Partito comunista, che da oltre dieci anni si è rivelato amministratore prudente e saggio, come presidente della provincia di Roma e poi della regione Lazio. Da quattro mesi è tornato alla politica di partito come leader di una formazione che lotta per sopravvivere, con i notabilati che combattono per resistere, una fazione che minaccia la scissione, i gruppi parlamentari indocili, i nuovi dirigenti che faticano ad emergere. Sala è invece l’immagine di un’Italia che vince e di una sinistra che sorride: qualcosa che non si vedeva da tempo, un’eccezione.
La conquista delle Olimpiadi 2026 per Milano e Cortina arriva nei giorni più grigi per il governo nazionale. I vertici europei inconcludenti, in cui il premier Giuseppe Conte si aggira da alieno, escluso dai tavoli che contano sugli organigrammi e in catenaccio per evitare la procedura di infrazione. Mentre i mercati sono in agguato, non hanno ancora attaccato ma aspettano l’incidente, sono in attesa sempre più corta: ieri erano le elezioni europee, oggi sono i tempi della trattativa con Bruxelles, e poi le elezioni anticipate e cosa farà Matteo Salvini. La categoria dell’incidente, che nella politica italiana ha una sua (ig)nobile tradizione, è stata evocata in questi giorni anche dal rientrante Alessandro Di Battista, che ne attribuisce in anticipo la responsabilità a Matteo Salvini. I franchi tiratori, l’autoaffondamento, la divisione insanabile che permette a uno dei firmatari del contratto di rompere, dando la colpa all’altro. C’è un’aria di vecchia Italia, nella maggioranza e nel governo del cambia- mento. La resa dei conti tra i puledrini di razza, non sono più i cavalli della Dc nella stagione gloriosa Amintore Fan- fani e Aldo Moro, e neppure i finti-amici della Quercia post-comunista Massimo D’Alema e Walter Veltroni che giusto un secolo si contesero la segreteria del Pds a colpi di effusioni a mezzo stampa (zio Walter e zio Massimo, si lasciavano chiamare sui giornali dalle rispettive famiglie). Un lucido combattente politico di 95 anni come Emanuele Macaluso li fucila nella bella intervista di Carmine Fotia (pagina 28): personaggetti, capetti senza spessore. Di Maio e Di Battista, piccoli leader, ordiscono minuscole trame di cui potrebbero restare vittime, scambiandosi bacetti e pugnalate. Il presidente del Consiglio Conte si muove nella trattativa come il cerimoniere di un paese politicamente irrilevante. E Salvini, perfino lui, il Capitano che-tremare-il- mondo-fa, sembra aver paura di prendere in mano l’intera posta, la sua reazione alla vittoria di Lombardia e Veneto nella corsa alla sede delle Olimpiadi non è stata quella del grande leader nazionale ma di un mediocre capopartito soddisfatto delle sconfitte altrui (i 5 Stelle che hanno detto di no ai giochi a Roma e a Torino), si attarda sul suo gioco preferito, l’unico che sa svolgere senza incertezze: la crudeltà. Il ministro dell’Interno che si schiera per bloccare in mare la Sea Watch 3, che utilizza numeri decrescenti di esseri umani, da poche centinaia a poche decine, per rivendicare la sua leadership, è già un’immagine feroce e orribile del passato, una coazione a ripetere, sempre lo stesso tasto, lo stesso tweet da azionare. Un anno fa Salvini costruì il suo consenso sul blocco della nave Diciotti, appartenente alla guardia costiera della marina italiana, e costrinse mesi do- po il Movimento 5 Stelle a rimangiarsi un pezzo della sua identità con il voto contrario all’autorizzazione a procedere per il ministro nell’aula del Senato. Ora ci riprova: il gioco è sempre più lento e scontato, ma anche drammatico e disumano. Nell’attesa di capire se è il tassello di una nuova campagna elettorale oppure soltanto un diversivo per mascherare un’incertezza strategica e forse esistenziale.
Sono le scene di ieri. Come al passato, anche se sono appena arrivati al potere, sembrano appartenere quei solerti amministratori leghisti (il servizio di Emanuele Coen è a pagina 64) che mettono le mani sul festival culturali nel nord del Paese, rimuovono gli striscioni che chiedono verità e giustizia per Giulio Regeni, provano a condizionare il dibattito politico estivo. Sono il nuovo, ma appaiono vecchi.
In buona compagnia, forse, in Italia e in questa Europa che a trent’anni di distanza dalla caduta del muro di Berlino appare come una fortezza incartapecorita. Cominciamo con questo numero un racconto a più voci dai paesi dell’ex bloc- co sovietico tre decenni dopo la svolta storica, con un reportage di Francesca Mannocchi e le foto di Alessio Romenzi dalla Romania (pag. 78), dal quartiere di Livezilor di Bucarest che racchiude tutte le contraddizioni, le speranze e le tragedie del comunismo reale e di questi decenni. Un secolo fa la sinistra fu, lo scrive Giuseppe Genna (pag. 24) soviet più elettricità, dunque il soggetto rivoluzionario e l’innovazione. Oggi il soggetto non c’è, la rivoluzione neppure e l’innovazione fa paura. La sinistra del XXI secolo si aggira co- me una sopravvissuta tra le nuove sfide. L’ambiente, i gigan- ti del web che si fanno Stato battendo moneta, il lavoro tra- sfigurato dalla robotizzazione. E parole antiche che comprendono tutto: giustizia sociale e disuguaglianza. Vecchia, vecchissima è la destra leghista che governa l’Italia con la sua intendenza a 5 Stelle. Ma altrettanto vecchia è una sinistra che non sa fare i conti con questa nuova agenda. Ora sembra fantascienza e se si dovesse votare a settembre ci saranno da fare le barricate per non prenderle. Con qualche mese in più, invece, qualcosa di nuovo si può costruire. Per pronunciare un verbo poco olimpionico. Non soltanto partecipare, ma vincere.


L’Espresso 30.6.2019
Qui ci vuole un nuovo partito
Colloquio con Giuseppe Sala
Di Marco Dmilano
“Il PD non basta. Serve un altro soggetto politico. Per riportare agli astensionisti alle urne. E parlare ai delusi del M5s”. Parla il sindaco di Milano. Che guarda oltre le olimpiadi
Il suo urlo di gioia nella sala di Losanna ha spiazzato tutti, era dai tempi della corsa di Marco Tardelli alla finale dei mondiali di Spagna nel 1982 che non si vedeva qualcosa del genere, dalle nostre parti. Beppe Sala, 61 anni, sindaco di Milano dal 2016 dopo una carriera da manager pubblico e privato, è l’amministratore che ha portato a casa le Olimpiadi per la sua città, insieme a Cortina, e per la politica italiana è un uomo di sinistra che vince e, per di più, sorride: un caso unico. Ha le simpatiche fattezze di un topone disneyano e scava: oggi a Milano, domani chissà. In questa intervista parla del suo fu- turo: le Olimpiadi, la ricandidatura a sinda- co, il processo per l’Expo. E annuncia: «Il Pd da solo non ce la fa. Serve un nuovo soggetto, con due bandiere. Ambiente e giustizia sociale». Lo farà lui «No, qualcun altro». Un qualcuno che sembra Sala.
Sala con i calzettoni arcobaleno del Pride, Sala in piazza, Sala che esulta a Losanna gridando Italia-Italia. In questi tre anni da sindaco ha ribaltato l’immagine del grigio manager dei numeri con cui aveva cominciato il suo mandato. Qualcuno comincia a pensare che il vero genio del marketing politico è lei, non Salvini. «L’urlo di Losanna è uscito spontaneo, era l’effetto della tensione per la vicenda dell’Ema, quando Milano perse la sede dell’Agen- zia del farmaco. C’è voluto coraggio per candidarsi alle Olimpiadi, puoi apparire come uno bravo e capace ma se poi perdi tutte le battaglie non serve a nulla. In questi anni ho capito che bisogna essere spontanei e autentici, se ti vengono certe cose che fanno parte del tuo modo di essere non vanno represse. Sto riflettendo molto su come la politica mi ha cambiato ma soprattutto sul ruolo di chi fa politica. A tutti, soprattutto ai giovani, ripeto che la politica è fondamentale, senza la politica le cose non avvengono, come dimostra il caso delle Olimpiadi. Ma oggi i politici sono autoreferenziali, vivono di meccanismi e comportamenti che non raggiungono nessuno. Prendiamo il Movimento 5 Stelle. Han- no vinto le elezioni, erano un movimento giovane, ma hanno detto che la competenza non è un valore. Mi chiedo che soddisfazione ci sia stata nel vincere le elezioni per poi non fare le cose. La comunicazione, il parlarsi addosso, i mille tweet servono a vincere le elezioni, ma non a governare bene e a essere ricordato dai cittadini perché hai fatto bene le cose. Bisogna fare un esame di coscienza: basta con questa litania della politica che è una missione. La politica è un lavoro. E come tutti i lavori deve avere come presupposto il tuo percorso, la tua esperienza, quello che hai imparato».
In quell’urlo si percepiva una passione che i politici dei tweet simulano: fanno vedere che hanno passione...
«Rischio di difendere la gente della mia generazione, ma un po’ lo devo fare. Un percorso di vita non è fatto solo di competenza, ma di vittorie, sconfitte, relazioni, conoscenza dell’animo umano. La cosa meno contemporanea sono le carriere politiche che nascono da ragazzi e che vanno avanti per sempre. Ci sono casi come quello di Pierfrancesco Majorino, ma lui si è confrontato con l’amministrazione. Ma altri vengono dal nulla, sono giovani e si ritrovano in ruoli che indirizzano il futuro del Paese, senza niente alle spalle».
Cosa insegna alla politica italiana la vittoria di Milano-Cortina?
«Un messaggio semplice: gli italiani si stanno rompendo le scatole di tante parole. Se proponi i fatti, qualcosa che si può oggettivamente vedere, c’è disponibilità a seguire. La seconda lezione è che la politica si deve confrontare anche aspramente sulle questioni sociali, ma quando riesce a stare insieme su questioni di interesse generale sfonda, perché nulla piace alla gente quanto i politici che riescono a trovare una sintesi. Possibile che non ci riesca mai di fare alcune cose insieme? Io a Milano posso proporre qualsiasi cosa, ma l’opposizione sarà contro per partito preso. Nella politica la maggioranza è maggioranza e l’opposizione dice no a tutto in attesa di diventare maggioranza, nel lavoro e in famiglia non funziona così. Anche questo distacca la politica dalla società».
Quindi anche lei si iscrive al partito del Sì? L’abbraccio tra lei e Luca Zaia prefi- gura una vicinanza tra il Pd e la Lega in nome dei settori produttivi del Nord?
«È possibile che su alcuni temi sia più facile trovare l’accordo. Ma io vedo dentro la Lega una spaccatura tra l’estremismo di Salvini e un’altra parte che oggi abbozza perché il leader è molto forte. Il governatore del Veneto sa bene che le imprese e le aziende agricole della sua regione fanno profitti anche grazie al la- voro degli immigrati, non credo che accetti certi toni estremisti. Salvini è su una posizione conflittuale che non penso sia gradita a tutta la Lega. È una contraddizione destinata ad allargarsi perché la Lega insegue un ruolo di leadership di governo, in modo legittimo. I 5 Stelle hanno dimostrato tutta la loro inesperienza, in Forza Italia non so se la diarchia Toti-Carfagna sia l’ennesimo trucco di Berlusconi ma è chiaro che è un partito da rifondare. E i limiti della sinistra sono evidenti».
Ci saranno le elezioni anticipate? La Lega spaccherà la maggioranza proprio sui temi più cari al suo elettorato del nord: su tasse, infrastrutture, sviluppo?
«La Lega potrà rompere solo se riuscirà ad attribuire agli altri l’iniziativa della crisi, ma per come sono messi oggi i 5 Stelle non credo sarà facilissimo. Oggi i 5 Stelle non han- no interesse ad andare a votare, Forza Italia neppure e il Pd nemmeno. Salvini immagina di vincere e vuole le elezioni. I leghisti avrebbero un grande dividendo elettorale, ma han- no bisogno di una grande scusa. La flat tax è una grande scusa? Mah. Su questo la penso diversamente da alcuni esponenti della mia parte politica che battono sul tasto del “non ci sono i soldi, l’Europa non ce lo consente”. Io imposterei la polemica in modo diverso. La progressività delle tasse è una conquista faticosa della sinistra, su questo ci si incatena. È uno degli elementi di giustizia. E io non conosco tutti questi imprenditori che si la- mentano della pressione fiscale, il punto vero è il recupero fiscale, a Milano stiamo facendo esperimenti interessanti: fermi per le auto i cui proprietari non hanno pagato le multe o pignoramenti per chi non paga i tributi, ovviamente sopra una certa cifra. Con buoni risultati che porteremo al ministro dell’Economia. Oggi con gli strumenti digitali recuperare è possibile, c’è un problema di volontà politica. La flat tax è un’altra promessa che va contro la giustizia. Non è giusta. Così come non è giusta quota 100. Mi chiedo perché non si facciano analisi più precise sulla aspettativa di vita e sul costo della sanità. Con l’età che si allunga e il problema di curare nei prossimi anni le malattie degenerative a lungo decorso stiamo dicendo alle persone di andare in pensione prima. C’è la possibilità di dire che il re è nudo. Il re è nudo, questa maggioranza di governo sta facendo cose totalmente disallineate rispetto a un percorso sociale che è stato compiuto in Italia e contro i giovani».
Lei dice che il Pd non vuole andare a votare. In realtà Zingaretti dice il contrario: elezioni subito in caso di crisi.
«Con Nicola sono d’accordo su tante cose, su questa meno. Se si andasse a votare oggi non capisco quale sarebbe l’utilità di vedere eletto un Parlamento di centrodestra a guida leghista che nel 2022 elegge il nuovo presidente della Repubblica, il successore di Ser- gio Mattarella. Io non auspico il voto. Spero che si voti più avanti».
Sabino Cassese ha scritto sul “Corriere” che Zingaretti non parla, non si sente, che c’è un vuoto di leadership. È un problema per l’opposizione?
«Non conosco la sua agenda. Non so se si fa sentire poco perché è impegnato su altre cose, ad esempio non so cosa stia facendo nel Sud per liberare il Pd da potentati locali ormai in disuso. Il problema non è andare in tv o sui social o meno. Il problema è uscire dalla comfort zone in cui si è rinchiuso il Pd. Qual è il punto di equilibrio tra l’esigenza di unità e il vincolo con i vecchi schemi che ti impone questa ricerca? Non ho nulla contro l’unità, ma se vuole dire tornare alle rigidità del passato che hanno portato a questa situazione non serve a nulla. Non possiamo rimettere in piedi totem pesanti come il ce- mento. Io vorrei una sinistra più determinata e, per quanto riesco, sto cercando di portare il mio contributo. I giovani sentono poco la politica. Purtroppo sentono ancora meno il Pd, visto come un partito vecchio e litigioso. Ma questo ci mette davanti a una grande opportunità. Non ci sono alternative. O il Pd riesce a cambiare rapidamente pelle e a presentar- si come un partito più moderno che affronta seriamente i temi più sensibili, dall’ambiente alla giustizia sociale, oppure ci penserà qualcun altro».
Vorrebbe essere lei quel “qualcun altro”? «Voglio essere sincero: mi piacerebbe, ma oggi non posso, me lo devo inibire, tanto più che c’è questa nuova responsabilità. Chi ha capacità, proposte, deve farsi avanti. Basta dire che non interpretiamo il disagio: facciamolo».
Serve un nuovo soggetto, un nuovo partito? «Io credo di sì. Il Pd può crescere ancora, ma non più di tanto. Solo un nuovo soggetto può riportare al voto qualcuno che normalmente non va a votare, qualcuno che ha votato per i 5 Stelle, e perfino qualche elettore della Lega che fa fatica ad accettare l’estremismo e la cattiveria salviniana. Anche per questo vedo in modo negativo elezioni a breve termine. Si rischia che il nuovo soggetto sia solo una figurina».
Cosa dovrebbe fare quel “qualcun altro”, che non è lei ma assomiglia a lei?
«Mi scoccia un po’ dirlo perché rischia di essere una ricetta teorica. La prima questione è che questo continuo parlare di stare alla sinistra del Pd, o alla destra, è tutto sbagliato».
Quando si pensa a lei, si immagina nello spazio di Carlo Calenda, tra i moderati. «I moderati sono la parte che mi interessa meno. Io mi considero, al limite, un modera- to radicale. Se i 5 Stelle ci hanno insegnato una cosa è che si possono prendere grandi consensi evitando questa orizzontalità della politica: la destra, il centrodestra, il centro... Dobbiamo evitare le etichette e parlare dei temi. Giustizia sociale e ambientale: in tutto il mondo la sinistra progressista discute di questo. Trovare modelli di socialità diversa rispetto a cui l’ambiente abbia un ruolo centrale. Oggi l’ambiente è la politica: aziende, lavoro, socialità. Il giorno dopo il voto di Losanna sono stato in conference call con il sindaco di Londra Sadiq Khan e il mio amico sindaco di Los Angeles Eric Garcetti che ha avuto la tentazione di candidarsi alle primarie dei Democratici. I sindaci stanno tracciando la strada, un sindaco a Istanbul ha battuto Erdogan, essere sindaco di Milano è oggi un ruolo fondamentale».
Milano può essere un modello nazionale? Negli anni Sessanta anticipò il centro-si- nistra a livello nazionale, in altri momenti è sembrata un’anomalia. Oggi sembra il simbolo della sinistra Ztl che vince nei ricchi centri urbani e perde nelle periferie: per nulla facile da esportare.
«Milano è un’eccezione perché ha fatto un salto in avanti sulle principali questioni che garantiscono il buon funzionamento di una città, dai trasporti ai rifiuti. Roma è un passo indietro perché deve prima mettere a posto questi fronti, da questo punto di vista capisco le paure di Virginia Raggi sulle Olimpiadi a Roma. Milano è al centro di un nord che è sempre più distante dal sud del Paese. Le politiche come il reddito di cittadinanza non porteranno a nulla di buono, senza politiche industriali si accentuerà il divario. Per quanto difficile bisogna trovare una formula per investire nel Sud. Mi chiedo perché alcuni esperimenti non si possano fare anche al meridione. Serve un patto per cui lo Stato mette a disposizione un pezzo del suo patrimonio, a partire dalle caserme dismesse, con il vin- colo che il ricavato lo si reinveste immediatamente per infrastrutture che aspettano da decenni, come la ferrovia pugliese o la messa in sicurezza rispetto al dissesto idrogeologi- co. Il Sud può diventare l’area test del Paese».
Renzi l’ha chiamata per complimentarsi per le Olimpiadi?
«No».
Neppure un messaggino?
«Prima o poi dovremo rivederci e accettare le nostre diversità».
Colpa di chi?
«Non lo so. Io ho detto che Matteo è stato po- co coinvolgente, avrebbe dovuto parlare meno con il suo piccolo circolo e di più con persone di livello e con autonomia di pensiero, è qualcosa che lo ha danneggiato. Io ora sarò più disponibile. Sento molta gente dire: Renzi era il più bravo, peccato che, e poi ognuno ci mette i suoi puntini. Io dovrei fare un passo verso di lui e lui verso gli italiani, dicendosi pronto a cambiare alcuni aspetti del suo carattere, anche a suo vantaggio».
Tra i totem c’è quello che Marco Minniti vorrebbe buttare giù, le politiche troppo deboli nei confronti dell’immigrazione? «Oggi in molti dicono di guardare alla social- democrazia danese, dura con i migranti. Io credo che dobbiamo intervenire sui problemi dove ci sono. Da amministratore quando ho parlato di Daspo sui Rom in alcuni quartieri non ho avuto grandi dissensi, ma mi rendo conto che sulle politiche nazionali il discorso è molto più complesso. Non regge la formula prendiamo tutti o non prendiamo nessuno. Dobbiamo fare un patto con l’Europa per cui l’Italia si impegni ad accogliere il numero possibile, con buon senso. Superando questa battaglia che si accanisce su poche decine di persone nel Mediterraneo».
La prossima settimana ci sarà un’altra prova, la sentenza nel processo che la vede come imputato per falso ideologico nei lavori dell’Expo. In caso di condanna potrebbe ritirarsi dalla politica?
«Dirlo ora suonerebbe come una pressione. La richiesta di pena è sotto la legge Severino, ma non posso prevedere quale sarebbe l’effetto su di me. Io sento di aver fatto un sacrificio enorme in termini personali in cinque anni di lavoro per permettere che l’Expo si facesse, mi conosco, so che una eventuale condanna mi costerebbe un ulteriore sforzo di responsabilità».
Se non c’è la politica nazionale, si ricandiderà per un secondo mandato alla gui- da di Milano?
«Lo vedrò quando sarà il tempo. Adesso bisogna mettere la testa sulle Olimpiadi, bisogna evitare quello che successe con l’Expo nella fase iniziale. Giancarlo Giorgetti dice che ha già in mente qualcuno, non voglio neppure sapere chi è perché non va bene il metodo. Dobbiamo discutere di cosa serve, ascoltare tutti, piaccia o non piaccia io tra i soci sono quello che ha maggiori esperienze gestionali di grandi eventi, studieremo i profili e la governance necessaria. Se qualcuno ha già in mente i nomi se li tolga dalla testa, sono inaccettabili senza una riflessione co- mune. Non stiamo insieme per vincere la candidatura, si sta insieme per fare un buon lavoro. Non ho un atteggiamento di protervia, la mia esperienza è al servizio, però nes- suno si sogni di prendere decisioni a tavolino, a Palazzo Chigi o da qualche altra parte».
Cosa significa per lei una sconfitta?
«Ho affrontato una malattia e ho avuto paura. Da sindaco ho perso quando si è votato sull’Agenzia del farmaco a Milano. Ma queste esperienze mi hanno fatto capire che ogni sconfitta ti dice che devi voltare pagina rapidamente e andare oltre».
Che significa vincere?
«Considerare che non c’è una vittoria personale, solitaria. La vittoria è sempre la vittoria di una comunità».


L’Espresso 30.6.2019
Disuguaglianze, precariato, pensioni, ambiente, immigrazione, tasse, questione morale... al nostro sito sono arrivate più di mille domande per il segretario del PD. Che qui risponde collettivamente 
di Nicola Zingaretti 
Nel numero del 16 giugno L’Espresso ha pubblicato sette domande di programma e di “ identità politica” a Nicola Zingaretti (dalle pensioni ai precari, dall’ambiente ai diritti civili etc), invitando i lettori a proporne un’ottava, attraverso il nostro sito. In redazione sono arrivate oltre mille domande al segretario del Pd. Alcune le trovate in queste pagine, nei post-it gialli, altre sono pubblicate su Espresso.it, Tutte le domande dei lettori sono state portate a Zingaretti, che ha scelto di rispondere in modo collettivo, con questo testo
Ho letto con attenzione le domande che mi sono state rivolte. Dal Partito Democratico si pretendono idee chiare e scelte di campo. Ne sono felice. Il confronto aperto sulle idee è la cura rigeneratrice per il Pd: l’unica strada per uscire dall’eterna discussione su colpe ed errori, e collocarci invece nel cuore della società, tra le persone, cogliendo la sostanza dei problemi, le speranze e le aspettative. Il nostro ruolo è proprio questo: creare un’agenda alternativa a quella fallimentare di Salvini e Di Maio. Dobbiamo dare protezione e speranza all’Italia che soffre, sostegno e fiducia all’Italia che cresce. Questo è l’obiettivo del “Piano per l’Italia” a cui stiamo lavorando, che contiene già alcune importanti scelte di cam-
po, anche rispetto alle questioni poste dal vostro giornale. Poiché le domande sono davvero numerose, cercherò di affrontare le 6 questioni principali che mi sembra emergano.
1) Lavoro e giustizia sociale
Il primo fronte è la creazione di lavoro. La politica economica del governo gialloverde si è rivelata fallimentare. Per rilanciare lo sviluppo servono investimenti: quelli pubblici, a partire da quelli per l’ambiente, l’adattamento al cambiamento cli- matico, le infrastrutture. Quelli privati, rafforzando gli stru- menti previsti dal programma Impresa 4.0 e gli incentivi per la riqualificazione energetica e sismica degli edifici.
Il secondo fronte sono i salari medi degli italiani, scandalosamente bassi. È necessaria una legge sulla giusta retribuzione. Non bastano i 9 euro lordi per tutti proposti dai 5 Stelle. La via maestra è il rafforzamento della contrattazione collettiva nazionale, estendendo a tutti il valore legale dei contratti collettivi firmati dai sindacati e dalle associazioni imprenditoriali più rappresentative e demandando alle parti sociali l’eventuale fissazione di un livello minimo per i settori non co- perti dalla contrattazione collettiva. Sul versante dei lavoratori autonomi, bisogna accelerare l’attuazione delle norme sull’equo compenso, a partire dai rapporti con la PA. Per favorire un incremento delle retribuzioni medie nette, subito un piano di riduzione delle tasse. Il governo propone la flat tax: parti uguali tra diseguali. Noi invece vogliamo meno tasse per chi lavora, soprattutto per gli stipendi più bassi, con la più drastica riduzione del cuneo fiscale mai vista in Italia. Terzo punto, i diritti del lavoro. Il nostro obiettivo è un codice dei contratti semplificato, che estenda tutele e garanzie al di là delle forme contrattuali, che pure vanno disboscate. Sia il Jobs Act che il Decreto dignità vanno rivisti, correggendo ciò che non ha funzionato e guardando al futuro. Serve uno Statuto dei nuovi lavori e dei lavoratori.
Le disuguaglianze in Italia sono tornate a crescere a ritmi prima sconosciuti. Un lettore centra il nocciolo della questione che è stato il cuore della nostra proposta politica congres- suale: è tempo di proporre una nuova agenda per redistribuire reddito e ricchezza. Noi insistiamo su tre obiettivi. Primo: politiche fiscali redistributive nel rispetto del principio costituzionale di progressività, che alleggeriscano il carico sui redditi medio-bassi e sulle famiglie con figli e familiari non autosufficienti e chiedano un maggiore contributo ai redditi più elevati, attraverso la riduzione delle agevolazioni fiscali di cui beneficiano. L’esatto contrario della Flat tax. Anche la lotta all’evasione fiscale è uno strumento di redistribuzione del reddito e della ricchezza. Le parole chiave per abbatterla sono due: stop ai condoni e digitalizzazione accelerata di tutte le transazioni economiche.
Secondo: le politiche contro la povertà e l’esclusione sociale. Il reddito di cittadinanza è uno strumento con gravi limiti: penalizza le famiglie con figli a carico (quelle dove si concentra maggiormente la povertà!), scoraggia l’offerta di lavoro regolare, taglia fuori i Comuni e il terzo settore, discrimina gli stranieri e i senza fissa dimora. Una misura che va radical- mente ridisegnata. Terzo punto: politiche “predistributive”, per prevenire i fattori che generano le disuguaglianze. I giovani sono le prime vittime delle disparità e devono essere i primi destinatari di queste politiche. L’Italia ha bisogno di un grande investimento sulle nuove generazioni, nell’ordine di un punto di Pil, circa 18 miliardi di euro.
2) Una rivoluzione green per l’Italia
Mi ha colpito la domanda di un lettore, che chiede cosa sceglierei tra chiudere una fabbrica che inquina o salvare i lavoratori. Il cuore della nostra proposta sulla rivoluzione green è proprio qui. La tecnologia oggi consente un’alternativa tra chiudere i cancelli e inquinare. Dobbiamo avviare un processo di rigenerazione della nostra economia, che va supportato con un fortissimo investimento da parte del settore pubblico. Nel Lazio abbiamo rilanciato un sito industriale in crisi come l’ex Ideal Standard di Roccasecca mettendo in campo, con Mise e Saxa Gres, 30 milioni di euro: grazie a questo investimento pubblico-privato quella fabbrica ha riaperto, produce sampietrini riutilizzando scarti di lavorazione, e ha salvato tutti i 279 operai. Questo dimostra che la svolta green non è solo una scelta obbligatoria per salvare il pianeta, ma la più grande opportunità che abbiamo davanti a noi per creare sviluppo e nuovo lavoro. Noi vogliamo creare un fondo per lo sviluppo verde da 50 miliardi, per creare 800.000 posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Energie rinnovabili, riqualifica- zione energetica e sismica degli edifici, incentivi per l’econo- mia circolare, mobilità sostenibile. I soldi sono già stati stanziati: nel bilancio dello Stato ci sono 126 miliardi per gli inve- stimenti pubblici fino al 2033. Ma sono dispersi in mille rivoli.
Per quanto riguarda i combustibili fossili, prevediamo il dimezzamento delle emissioni di gas serra entro il 2030 e l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050. I danni causati dall’uso dei combustibili fossili non possono rimanere gratu- iti, ma vanno fiscalmente penalizzati per poter giungere ad economie a zero emissioni nette. Oggi l’Italia spende 18 miliardi di euro per sussidi dannosi per l’ambiente. Vanno ridotti, prevedendo adeguate compensazioni per le categorie so- ciali più vulnerabili. Sarebbe bene, inoltre, prevedere in Europa un prelievo fiscale sul contenuto di carbonio delle importazioni extraeuropee, in modo da incoraggiare anche le altre grandi economie mondiali a mettersi sulla strada della decar- bonizzazione.
3) Le riforme civili
Su questo fronte serve un’ampia discussione, poiché si tratta di temi ad elevata complessità, con orientamenti diversi. Ma non c’è dubbio che il Pd deve contribuire ad allargare la sfera dei diritti civili. Partiamo quindi con la garanzia dei tanti di- ritti che oggi esistono purtroppo solo sulla carta. Per esempio, sui bandi riservati ai ginecologi non posso che essere d’accordo con la proposta contenuta nella domanda di Ales- sandro Gilioli: come presidente della Regione Lazio sono stato il primo in Italia a introdurre una novità, all’Ospedale San Camillo, con bandi in cui si esplicita la funzione che si è chiamati a svolgere. Dobbiamo salvaguardare il diritto all’obiezione di coscienza, ma anche l’applicazione di una legge dello Stato, la 194, nella sua interezza.
Per quanto riguarda la legalizzazione della cannabis, è fondamentale garantire due esigenze: salvaguardare la salute delle persone e combattere le organizzazioni criminali. Una cosa è certa: l’attuale regime su entrambi i fronti non sta funzionando. Aumentano i consumi e cresce il volume di affari della criminalità. Ecco perché auspico che ci sia su questo tema una discussione aperta e senza pregiudizi. Anche se personalmente ho espresso la mia contrarietà alla legalizza- zione, soprattutto legata al rischio di un aumento esponenziale dei consumi da parte dei giovani.
Sull’ergastolo, la Corte Europea dei Diritti Umani è stata chiarissima. L’Italia deve difendere la dignità umana, compiere uno scatto di civiltà e scommettere sulla rieducazione dei condannati, come sancisce la nostra Costituzione. “Rinchiudere un essere umano e buttare la chiave” non è umano e non funziona.
4) Sanità, pubblica e per tutti
Siamo in piena emergenza. Mentre le stime sui prossimi anni ci dicono che verranno a mancare ben 45.000 medici. In 5 anni, il governo per provare a evitare l’aumento dell’Iva paventa nuovi tagli alla sanità. Sarebbe un vero e proprio attacco al sistema universalistico della sanità italiana, che il Pd difenderà con tutte le sue forze. Sì alla lotta agli sprechi, sì alla razionalizzazione e alla riorganizzazione della sanità. Ma non possiamo permetterci un centesimo in meno. Servono anzi nuovi investimenti sulla più grande infra- struttura pubblica del Paese e sul più importante strumen- to di eguaglianza sociale. Per questo ho proposto #Quota10: 10 miliardi di investimenti in più nei prossimi 3 anni. E in particolare 50 milioni subito sulle scuole di formazione per i giovani medici laureati, un piano straordinario per assumere 10 mila operatori e un grande piano nazionale sulla sanità territoriale, per far fronte al fenomeno dell’invecchiamento della popolazione.
5) La sfida della scuola e della conoscenza
La qualità dell’istruzione rappresenta l’elemento fondante per creare un modello di sviluppo che permetta ai cittadini di vivere la globalizzazione e l’innovazione come un’oppor- tunità e non come una minaccia. Vogliamo lanciare un grande piano di potenziamento della scuola. L’istruzione pubblica deve essere l’architrave di un’ampia operazione di crescita, ma anche di equità e giustizia. La nostra idea è az- zerare i costi dell’istruzione per tutte le famiglie italiane con redditi medio/bassi. Per questi genitori, dall’asilo nido all’Università, azzeriamo totalmente il costo dell’istruzione affinché non rappresenti in alcun modo un ostacolo per la realizzazione e l’emancipazione dei loro figli. Il provvedimento interesserebbe 7 milioni di famiglie con figli a carico e Isee minore di 25mila euro e prevede asili nido gratuiti, libri di testo gratuiti per gli studenti delle scuole medie e superiori, azzeramento delle rette universitarie. Vogliamo introdurre un assegno unico per le famiglie con figli a carico e attribuire una “dote” per i neo maggiorenni provenienti dalle famiglie meno abbienti aiutandoli a finanziare i propri progetti formativi o lavorativi.
6) Un nuovo modello di convivenza e integrazione
La sinistra deve promuovere una grande discussione pubblica su quale modello di convivenza e di integrazione della presenza straniera l’Italia intende perseguire. La politica del governo Lega-5 Stelle è disastrosa: calpesta dirit- ti fondamentali, smantella il sistema di accoglienza, isola l’Italia in Europa e peggiora la capacità di governo del fenomeno migratorio.
Dobbiamo indicare una strada diversa, verso un nuovo patto europeo sull’asilo per equilibrare gli sforzi tra i Paesi più esposti alla pressione migratoria. La Ue deve riconoscere che chi accede in Italia per chiedere asilo e protezione entra in Europa.
Sul piano legislativo serve una nuova Legge Quadro sull’immigrazione che superi la Legge Bossi Fini. Una legge che deve essere pienamente integrata nel quadro nor- mativo dell’Unione Europea e basata su tre pilastri fondamentali:
a) l’apertura dei canali di ingresso legali: occorre una programmazione dei flussi migratori con quote annuali, per- messi di soggiorno temporanei per ricerca lavoro, reintroduzione della chiamata diretta dall’estero con il cosiddetto meccanismo dello sponsor;
b) l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, uno strumento che ha intasato tribunali e carceri e che poco ha prodotto nel contrasto all’immigrazione irregola- re. Al contrario, bisogna incentivare i rimpatri volontari assistiti, come altri paesi europei stanno facendo da anni, e dare più efficacia ai provvedimenti di rimpatrio coatto per via amministrativa;
c) le politiche per l’Integrazione, con un Piano Nazionale per la Coesione e l’Integrazione che dia un quadro organico alle politiche per la scuola, la tutela della salute, l’apprendimento dell’italiano, le politiche per la casa e quelle per la me- diazione culturale.
Il Pd deve tornare a battersi per l’approvazione di una nuova legge sulla cittadinanza basata sullo ius soli e ius culturae, per rivedere il procedimento di naturalizzazione, per riconoscere pienamente e tutelare la libertà religiosa, in un quadro di rigoroso rispetto della laicità dello Stato in un regime di pluralismo confessionale e culturale.
Quindi puntiamo lo sguardo in avanti. Abbiamo già presentato il primo tassello del nuovo “Piano per l’Italia”, fondato su tre grandi pilastri: lavoro, sostenibilità, cono- scenza. Non vogliamo scrivere da soli il programma, prima un grande dibattito per il Paese sul futuro e su l’alternativa.
A settembre su questi e su nuovi temi coinvolgeremo ancora le persone in tutte le città, i sindacati, le associazioni di categoria, le forze dell’associazionismo, del volontariato. È il momento che tutti coloro che vogliono dare un contributo si facciano avanti.


L’Espresso 30.6.2019
Nell’era digitale si deve guardare alla politica fondandola su una rivoluzione spirituale 
Sinistra, riparti dall’umano 
di Giuseppe Genna
Poche settimane fa Massimo Cacciari consegnava alla riflessione un compito capita- le, in un’intervista al Foglio: «Il corpo sociale è sempre in tensione con la forma politica. Oggi lo è quasi al punto di rottura. Ma la forma politica non deve affatto vestire il corpo sociale. Deve guidarlo».
La politica è geometria. Sembra un assunto astratto, ma non esiste nulla di più concreto della geometria. Tutte le proprietà dell’abitante occidentale, dalla casa al lavoro al paese, sono una questione geometrica: qui è mio e lì no. Il fondatore della politica moderna, Thomas Hobbes, ammoniva che tutto ciò che distingue i tempi moderni dall’antica barbarie è un effetto benefico della geometria. Sinistra e destra sono anzitutto categorie geometriche. Pare astrazione e invece si tratta del governo del mondo, del quotidiano, di come si muove chiunque desideri fare la spesa sotto casa, evitare la detenzione, salire su un mezzo pubblico, varcare un mare. Non è questa la sede (un concetto geometrico) per un saggio di geometria politica, ma ci si può concedere forse qualche spunto per vedere il mondo in cui viviamo e in cui si dovrebbe incidere politicamente, soprattutto a partire da quella zona ideale e pratica che fu appunto detta sinistra.
Si può cominciare dal denaro. Da sempre non esiste argomento più alla mano ed elettoralmente cruciale. La storia del denaro sta aggiungendo in questi giorni un capitolo fondamentale della sua non tanto aurea vicenda. Pochi giorni fa, il monarca assoluto di Facebook, Mark Zuckerberg, ha annunciato che il suo network adotterà una criptovaluta proprietaria, detta Libra (è l’etimo preciso della nostra vecchia lira: eravamo all’avanguardia e non lo sapevamo). È la notizia più importante in Occidente dai tempi dell’attentato alle Torri Gemelle, ma in Italia la cosa è stata affrontata come un fatto tra i fatti o una app tra le app. 2.3 miliardi di persone utilizzano la rete di Zuckerberg, che di fatto è un nuovo tipo di Stato, transnazionale e ubiquitario, immateriale ma assai reale nell’incidere sull’esistenza di chiunque, e proprietario di un patrimonio di dati personali mai raggiunto nella storia umana. Questo Stato afferma ora che batterà moneta. Lo fa attraverso una disintermediazione degli istituti bancari. Se proprio non accadrà questo, vale il principio che comunque potrebbe accadere. Una moneta frazionabile all’infinito, indifferentemente priva o do- tata di un rappresentante solido: il denaro fatto elettricità. In questa moneta andranno ad agire le istanze di un’intelligenza artificiale, che è della stessa natura del nuovo denaro, perché è anch’essa elettrica. Se Lenin definiva il socialismo con l’equazione “i soviet più l’elettricità”, aveva in qualche modo ragione (i social generano socialismo) e risulta a oggi ben più all’avanguardia di quanto ritengono coloro che, Lenin, dovrebbero averlo studiato. Le implicazioni politiche sono enormi. Zuckerberg stesso, quattro anni fa, aveva esposto precisamente il programma politico per antonomasia, rispondendo a una domanda di Stephen Hawking: «Il futuro è la telepatia. Sono interessato alle domande che riguardano la gente. Cosa ci farà vivere per sempre? Come possiamo curare tutte le malattie? Come lavora il cervello? Sono curioso di sapere se esi- ste una formula matematica che sottosta alle relazioni sociali e che governa il nostro interesse per cose e persone. Scommetto che esiste». Il signor Facebook rubava al contempo il ruolo allo Stato e a qualunque partito.
Non si tratta di desumere lo spazio politico da ciò che anticamente si dissero “nuove tecnologie”. Tuttavia la mutazione e l’accelerazione antropologica esigono di pensare pro- fondamente. Non esiste la possibilità di creare o riattare un soggetto politico, senza un tale pensiero. Non è la venerabile funzione che l’intellettuale incarnava secondo uno dei fondatori del Partito comunista nel 1921. È invece la riconfigu- razione della geometria. Una riconfigurazione assoluta, che impressiona. Il denaro va a distruggere qualunque confine esteriore e interiore, mentre i nazionalismi eleggono il confine a principio fondamentale. Google ci fornirà di passaporto? La piattaforma Uber riguarda soltanto i taxi, oppure investe la possibilità di sanità, welfare, lavoro, desindacalizzazione? Si dice che si vivono tempi di disintermedia- zione, mentre esiste soltanto l’intermediazione, esercitata da colossi planetari, si chiamino Alibaba o Airbnb. Quando Twitch, la piattaforma ludica di Bezos, metterà a disposizione alimenti attraverso Amazon a ogni superamento di livello di gioco, cosa sarà il lavoro? E quale soggetto umano è sottinteso da questa colossale trasformazione?
Va compreso il nuovo, va visionato l’antico. Siamo usciti dalla civiltà di massa (con i suoi “gusti di massa”), per entrare nella civiltà di supermassa (senza alcun gusto). Non funzio- na uno dei paradigmi tanto cari alle sinistre moderne, quello della “società liquida”: viviamo piuttosto in una società della nebulizzazione, a cui corrisponde una simmetrica metalliz- zazione dei soggetti, che tornano a essere pesanti. Le persone stanno esercitando la collettività per via tecnologica e però la vivono molto territorialmente, esprimendo sempre più il disagio per la povertà, la quale risulta paradossalmente ricca: non si è mai vista una povertà assoluta che è in grado di interagire elettricamente con il mondo.
È necessario pensare il soggetto politico alla luce di tutto questo, il che corrisponde a una disarticolazione delle geometrie vigenti. Si conferma la logica politica della superficie (ciò che sta a sinistra, al centro e a destra), ma si inserisce la terza dimensione: uno spazio verticale, che si pone certamente a sinistra, ma sopra tutto ciò che a sinistra e al centro starebbe. È ciò che sta accadendo: si rigenerano socialismi atipici, estremismi mainstream, riformismi popolari. Si tra- scende l’usuale geometria. Se si tenta di comprendere i Verdi, che si candidano a governare la Germania, si osserva che non sono interpretabili secondo le categorie orizzontali: in che senso sarebbero di sinistra? E allora sono di destra? (Sia chiaro che queste considerazioni non hanno nulla a che vedere coi genericismi, realmente destrorsi, di chi la faceva e la fa facile, sbarazzandosi della distinzione tra sinistra e destra).
Questa verticalizzazione funziona in base a un unico e im- ne semplificata dello scontro. Non la politica del fare, ma la politica del pensare. Ci siamo trasformati in persone alla ricerca di un modo di vivere comu- ne in cui a dominare non sia più la paura degli altri e del futuro, l’isolamento; ma la fiducia reciproca nella possibili- tà di immaginare un mondo bello, aperto e solidale. Una signora 95enne, che spesso era alle lezioni di politica: «Io ho bisogno di capire come cambiare il futuro», ci ha detto.
L’effetto moltiplicatore ha funzionato. La lezione di Tomaso Montanari su Ca- ravaggio in una scuola di Fidene ha spinto un gruppo di abitanti e insegnanti a immaginarsi di creare lì un bibliopoint; una lezione di Giovanni Bietti su Mozart in una scuola alla Bufalotta ha dato l’avvio a un ciclo di lezioni sulla musica, da Beethoven alla musica da cinema. E poi altra meraviglia: laboratori di percussioni per bambini sordi e udenti insieme; reading di poesia nei bar del quartiere; teatro negli appartamenti, shooting fo- tografici nei mercati rionali, performance teatrali nelle piscine, presentazioni di documentari ovunque ci sia uno schermo, 180 coristi in concerto, una festa per il 25 Aprile nel Brancaleone riaperto con tremila persone.
I trentaquattro gruppi di lavoro sono una macchina fluida, capace di organizzare, ma anche riflettere e immaginare insieme. In attesa di festeggiare il nostro primo anno di vita, ci siamo resi conto di essere cresciuti molto, bene, e in fretta: siamo ben più di un movimento civico, siamo un movimento politico. In questo spazio di pratica comune chiunque può aggiungersi, con la sola regola di pren- dersi la responsabilità della realizzazione del proprio contributo, la cura per le cose e le relazioni. Grande come una città è prima di tutto uno stile di rapporti personali e politici.
Non abbiamo per il momento una sede; il nostro corpo fisico è nella rete di relazioni umane costruite. Siamo privi di risorse materiali, ci autofinanziamo con contributo di chi partecipa, in un’economia basata sul dono e la restituzione. Siamo un’organizzazione complessa, nella quale le scelte sono assunte di volta in volta per approssimazioni suc- cessive, con un alto grado di fiducia e l’attenzione costante a evitare la polarizzazione delle posizioni. Il processo, ci diciamo, è sempre più importante del risultato. La forza che la unisce si richiama ai valori storici e a un progetto politico di sinistra, e nonostante all’interno diversi siano i punti di vista, la voglia proseguire insieme fino ad oggi ha prevalso su quella di dividersi per affermare ciascuno la propria specifica posizione.
Grande come una città è una realtà generativa che continua a riprodursi per gemmazione: come un giardino che fiorisce e cresce, trovando la sua forma a poco a poco. I semi gettati hanno fatto nascere già bellissimi fiori, l’obiettivo che ci siamo dati, alle soglie del secondo anno di vita, è veder crescere da queste prime esperienze piante robuste, esperienze permanenti come i laboratori e le scuole: quella di politica e quella di italiano per stranieri - tantissimi volontari che da mesi già collaborano con le scuole - tra poco anche quella di scrittura. Vorremmo che questi innesti trasformassero durevolmente il territorio del nostro municipio, un esempio per il rilancio di questa città. Chi vuole partecipare può venire agli incontri, o scriverci: grandecomeunacitta@gmail.com. L’archivio in costruzione sul nostro sito (grandecomeunacitta.org) contiene foto, audio, video e trascrizioni degli in- contri, è fruibile da tutti, ed è già un po’ di quella storia del futuro che vorremmo costruire.
*Collettivo del Terzo Municipio di Roma

L’Espresso 30.6.2019
Questo pd non è il Migliore 
Togliatti, Berlinguer, Craxi, Sciascia. Le lotte contro la mafia e gli amori. Emanuele Macaluso racconta la sua vita nel Pci. tra i politici di ieri e quelli di oggi, senza spessore 
Colloquio con Emanuele Macaluso di Carmine Fotia
Sono diventato antifascista a sedici anni, ho sfidato la mafia a viso aperto, sono stato in sanatorio e in carcere, sono stato membro della segreteria del Pci con Togliatti segretario, per quattro anni ho diviso la stanza a Botteghe Oscure con Enrico Berlinguer, sono stato direttore dell’Unità che allora vendeva centinaia di migliaia di copie».
Quando il racconto di una vita può sintetizzarsi così, tanto più se la narrazione è benedetta da quell’accento siciliano che, nella sua rotonda pastosità, pare fatto apposta per “cuntare” alla maniera dei cantastorie, quando puoi chiudere gli occhi e vedere, come in una pillicula ’miricana, direbbe Andrea Camilleri, passarti davanti la storia di un secolo: lotte e passioni, vita e amore, coraggio e viltà, vittorie e sconfitte; quando ti capita la fortuna, in un caldo pomeriggio romano di incontrare Emanuele Macaluso, siciliano di Caltanissetta, 95 anni compiuti, dirigente comuni-sta di lungo corso, combattente coraggioso e uomo dalla ricchissima vita sentimentale, ecco, quando ti succede devi solo metterti tranquillo e ascoltare. E lasciarti trasportare in quella Sicilia dove i poveri sono poveri fino alla fame e lottano anzitutto per la propria dignità. Padre fuochista delle ferrovie, socia- lista, mamma casalinga sempre pronta a preparare i pasti per i braccianti in sciopero, Emanuele Macaluso, perito minerario, si fa strada in un partito che, allora, tra tanti tragici errori, sapeva far crescere un giovane del popolo fino a farlo diventare un dirigente politico colto e raffinato, un eccellente giornalista e scrittore.
«Dopo la strage di Portella della Ginestra, in un momento difficilissimo, a 23 anni diventai segretario regionale della Cgil - racconta Emanuele Macaluso nella sua piccola ma accogliente casa nel cuore di Testaccio, tra quadri originali di Guttuso, foto e montagne di libri - Avevo vent’anni, quando accompagnai Girolamo Li Causi a fare un comizio a Villalba. Don Calogero Vizzini, che era il capomafia, ci sparò addosso, Lì Causi fu colpito al ginocchio da un colpo che lo rese claudicante per il resto della vita. Avevo aderito al Pci nel 1941, in una cellula di cui faceva parte anche Leonardo Sciascia con il quale rimanemmo amici per tutta la vita, anche se litigammo spesso. Ma io gli fui vicino fino alla fine».
È il racconto di una militanza politica che si intreccia con una vita sentimentale “scandalosa” tanto per il moralismo clericale, quanto per la rigida morale comunista: «Per me questa è una storia amara», ricorda Macaluso. «A sedici anni ebbi la tubercolosi e fui ricoverato in un sanatorio, ed è lì che io, già impegnato nell’antifascismo, diventai comunista. Quando uscii, avevo 18 anni, degli amici mi portarono a ballare e incontrai questa giovane donna, Lina, che aveva già due figli perché i genitori benestanti l’avevano fatta sposare giovanissima, a 13 anni, con un uomo molto più anziano di lei. Ci innamorammo subito e mi trovai militante clandestino e con un amore illegale. Avvenuta la Liberazione le chiesi di metterci insieme, con lei e con i suoi due bambini andammo a vivere in una piccolissima casa. Poi la mamma ci diede una casa un po’ più grande. Una mattina presto bussò alla porta il maresciallo Vacirca, che aveva fatto le elementari con me, e mi disse: «Ho un mandato di cattura, vi debbo arrestare». E così ci portarono in carcere per adulterio. I miei avversari politici avevano spinto il marito a fare denuncia, ci fu il processo e fummo condannato a sei mesi di carcere, ma fummo liberati con la condizionale. Allora ero nella segreteria del partito a Caltanissetta. Uscito dal carcere, quello che era stato il mio capocellula, Boccadutri, mi disse che avevo sbagliato, che la gente non capiva e così andai a fare il segretario della Camera del lavoro, poi Di Vittorio mi chiese di fare il segretario regionale della Cgil, dove rimasi fino al 1958».
La storia non finisce lì perché diversi anni dopo, quando Macaluso è protagonista della controversa operazione Milazzo che spinge la Dc fuori dal governo della regione, i suoi avversari politici montano l’accusa di alterazione dello stato civile riguardo alla registrazione dei due gemelli, Antonio e Pompeo, avuti con Lina. Accusa per la quale rischia otto anni di carcere: «Ne parlai con Giorgio Amendola e decidemmo che, mentre cercavamo una via d’uscita giuridica, sarei stato latitante in Emilia Romagna. Poi per fortuna a scagionarmi intervenne una sentenza della Cassazione, altrimenti sarei dovuto fuggire in Cecoslovacchia e chissà che fine avrei fatto».
Macaluso, facciamo questa intervista a 35 anni dalla morte di Enrico Berlinguer, che lei ha conosciuto molto bene. «Berlinguer, del quale per anni sono stato il più stretto collaboratore, soprattutto in ragione dell’intervista sulla questione morale concessa a Eugenio Scalfari nel 1981, viene presentato come un moralista, ma credo che sia molto riduttivo. Berlinguer è stato un erede di Togliatti e della via democratica al socialismo, un gradualista. Anche il compromesso storico restava nell’ambito dell’impostazione togliattiana poiché Enrico pensava che andassero coinvolte le masse popolari cattoliche, a partire però dall’unità tra comunisti e socialisti. Il suo merito maggiore fu distaccare il Pci dall’orbita di Mosca. Nel 1976, intervistato da Giampaolo Pansa so- stiene che il socialismo si costruisce meglio stando nel Patto Atlantico; poi va a Mosca e afferma il valore universale della democrazia, accolto da una freddezza glaciale. Quando torna firma insieme alle altre forze politi- che democratiche un ordine del giorno nel quale si riafferma che la politica estera italiana è retta dal patto atlantico e dall’europei- smo. Questo è un passaggio di campo, tant’è vero che Mosca da quel momento considerò Enrico uno dei nemici principali».
Lei custodì per molti anni un segreto importantissimo che lo stesso Berlinguer le aveva rivelato...
«Nel 1973 Enrico andò in Bulgaria dove ebbe un incidente automobilistico molto grave, tanto che il suo accompagnatore morì e Berlinguer fu portato in ospedale, ma volle rientrare subito in Italia con un volo speciale. Quando tornò a Botteghe Oscure andai a sa- lutarlo e lo trovai molto turbato e allora gli domandai: ma tu credi che non sia stato un incidente? E lui mi disse: “Non penso che sia stato un incidente, ma tu non devi dirlo a nessuno, neppure a tua moglie. Mai”, perché te- meva che si sarebbe scatenato un cataclisma internazionale. Lo disse solo a me, a sua moglie e ai suoi figli. Diversi anni dopo, Giovanni Fasanella, che allora lavorava a Panorama, venne a farmi un’intervista e contestava la profondità della rottura di Enrico con l’Urss. Io gli dissi: guarda che mi hai rotto i coglioni, tu non sai cosa ha rischiato Berlinguer e gli raccontai l’episodio. Lui lo scrisse e partì una raffica di smentite: il fratello Giovanni, il segretario del partito, Natta. Ma la moglie in- tervenne e confermò le mie parole».
Impossibile parlare di Berlinguer senza parlare dei suoi rapporti con Bettino Craxi.
«All’inizio non ci fu una pregiudiziale anti-craxiana, anche perché il primo congresso con Craxi segretario, a Torino, era stato dedicato all’alternativa. Il problema si pone dopo la morte di Moro: nessun partito ha più una strategia. La Dc torna al pentapartito abbandonando la politica morotea di apertura al Pci, che non era, come scioccamente si sostiene, quella di portare il Pci al governo, ma di condurlo dentro l’area di governo per dare poi vita all’alternanza tra schieramenti alla guida del paese. Ma il filo del dialogo con i socialisti regge anche dopo l’intervista sulla que- stione morale del 1981. Prima delle elezioni del 1983 c’è l’incontro delle Frattocchie, tra cadde che scrissi uno dei miei corsivi polemici (siglati em.ma, sigla che ancor oggi uso su Facebook) su una dichiarazione di Achille Occhetto sulla Rai. Allora Berlinguer mi tele- fonò, ma io gli dissi: guarda Enrico, io giudico le cose secondo la mia visione, non quella dei dirigenti del partito, altrimenti questo non è più un giornale. Il mio rapporto personale con Enrico, però, non si incrinò mai».
Perché oggi al popolo di sinistra, lo si è visto nelle recenti celebrazioni, manca così tanto Berlinguer e perché i giovani sembrano affascinati più da voi, ragazzi del ’900, che dai dirigenti attuali e del recente passato?
«Perché siamo di fronte a un vuoto. L’immaginario collettivo, anche dei più giovani, secondo me rimane colpito dal modo in cui Enrico ha vissuto, e anche da quella sua morte, su un palco, a Padova, in piena campagna elettorale, tamponandosi la bocca con un fazzoletto per arrivare fino alla fine del suo discorso. Egli appariva totalmente disinteressato, e lo era, al proprio tornaconto personale. La genera- zione di D’Alema e di Veltroni, dopo Occhetto, ebbe come preoccupazione principale quella di andare al governo e in effetti ci andarono tutti: D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani. Io non critico il fatto che siano stati al governo, il problema è che tanto il Pds e ancor di più il Pd hanno smesso di coltivare una presenza nella società, di suscitare lotte e movimenti, trasformandosi in puro ceto politico preoccupa- to solo di stare al governo».
Macaluso vedo che tiene in bella vista il numero dell’Espresso dedicata al nuovo segretario del Pd. Anche per lei Zingaretti è il compagno Boh?
«Parliamoci chiaro: Nicola Zingaretti non ha lo spessore culturale dei grandi leader che ha avuto la sinistra. Come, a parte la grinta, non l’aveva neppure Matteo Renzi. Dal punto di vista della cultura politica sono molto modesti, ma oggi sul mercato politico non è che ci siano grandi leader, se la politica è dominata da due personaggetti come Salvini e Di Maio. Credo che Zingaretti abbia capito che deve cambiare il modo d’essere del Pd e mi fa piacere che abbia conferito a Martina il compito di riformare lo statuto del Pd che è davvero incredibile: organismi sterminati e perciò pletorici, le primarie per eleggere il segretario. Ma se gli iscritti non possono eleggere il segretario, che cazzo fanno? Il Pd non è un partito, è un aggregato politico-elettorale. Comunque nella situazione attuale non c’è il meglio, possiamo scegliere solo il meno peggio. Per questo ho sempre votato e suggerito di votare per il Pd. A me sembra che Zingaretti sia il meno peggio, ma non è detto che debba fare il candidato premier che, lui sì, deve essere scelto con le primarie: Gentiloni sarebbe un ottimo candidato e anche Sala ha fatto molto bene come sindaco di Milano».
Si torna a parlare di scissioni nel Pd.
«Io non amo il Pd, ma ho duramente criticato la scissione di Bersani e D’Alema. E continuo a criticare anche quella di cui si parla oggi. Il Pd è oggi l’unica forza di centrosinistra che ha un consistente bacino di consensi elettorali che può anche crescere, se si scinde non resterà nulla. Né chi fa né chi subisce la scis- sione ne trarrebbe alcun vantaggio, perché il risultato sarebbe condannarsi all’impoten- za. Io spero che Renzi sia più intelligente dei suoi accoliti che lo spingono alla scissione. Lo scissionismo è stato la vera malattia della si- nistra, da sempre e ha reso la sinistra incapace di essere essa stessa un’alternativa e più debole anche la democrazia italiana».
Lei è sempre stato un garantista, cosa pensa del caso Lotti-Ferri-Csm?
«Il nodo politica giustizia non si è mai sciolto e mai si scioglierà. Ci sono stati due fenomeni dopo la Liberazione: dapprima la Dc sottomise una parte della magistratura, poi venne Tangentopoli e allora la magistratura sembrò assumere il ruolo - attribuitogli dai grandi giornali e dal Pds che commise un gravissi- mo errore dal quale la sinistra non si è ancora liberata - di chi, come disse Piercamillo Davi- go, “deve rovesciare l’Italia come un calzino”. A parte questo Lotti, che è un piccolo intri- gante che briga per la nomina del capo della Procura dove lui è indagato, la cosa che dovrebbe inquietare nel caso Csm è l’utilizzo del trojan anche nelle indagini sulla corruzione. Ciò praticamente vuol dire che tutti sono a rischio di essere intercettati, perché mentre la mafia è un fenomeno comunque limitato la corruzione è invece diffusa. E il trojan diventa uno strumento che calpesta la libertà delle persone».
Giunti alla fine di questo racconto, lanciando uno sguardo alle sguaiatezze della politica di oggi, fatta di polli in batteria e gente senz’anima, colpisce l’immagine di quei ragazzi che giovanissimi dovettero compiere scelte drammatiche, senza perdere la voglia di vivere: «Vede, il mio amico Leonardo Sciascia non prese mai la tessera del Pci, ma, lo scrisse nelle “Parrocchie di Regalpetra”, gli anni dell’antifascismo furono i più tersi e migliori della sua vita. E lo furono anche per me».


L’Espresso 30.6.2019
Io spargo odio e poi tu mi voti
In anteprima il rapporto di amnesty sui politici che usano l’hate speech per ottenere consensi 
di Mauro Munafò e Francesca Sironi
Tolleranza zero per chi, in nome di una religione, vuole portare MORTE nel #No- stro Paese meritano di non uscire più di GALERA!!!». Così Angelo Ciocca, allora candidato al Parlamento Europeo con la Lega poi eletto con quasi 90 mila preferenze, commentava su Facebook un arresto, lo scorso 17 aprile. Al post, ancora visibile online, seguono 234 risposte. L’88 per cento di queste è da considerarsi problematica per i toni utilizzati. Sei su 10 sono proprio incitazioni dirette all’odio o minacce di morte. Gli esempi, a scorrere la discussione, sono anche troppi. Uno dei primi: «Lo sapete che i maiali mangiano anche le ossa? Fateli sparire», scrive un fan di Ciocca.
Fateli sparire. La propaganda politica online sembra aver assuefatto gli elettori con schizzi di violenza come questi. Il problema è che non sono schegge. È un’industria sistematica al consenso attraverso l’odio, fatta propria da alcuni leader e partiti. Come dimostra, con nuova chiarezza, una ricerca di Amnesty che L’Espresso pubblica in anteprima in queste pagine.
Nel mese che ha preceduto le elezioni europee del 26 maggio scorso, 180 attivisti di Amnesty International Italia hanno passato al setaccio oltre 100 mila tra post e messaggi prodotti dai politici candidati al Parlamento Europeo e utenti che li hanno commenta- ti, valutandoli secondo una scala che andava dai messaggi con accezione positiva a quelli problematici, fino al vero e proprio hate speech, il discorso d’odio sanzionabile anche penalmente. I risultati di questo studio non la- sciano spazio ai dubbi: a Strasburgo il prossimo 2 luglio si insedieranno onorevoli che hanno fomentato l’odio attraverso i social e aizzato i loro follower con messaggi offensivi e ai limiti del dibattito civile (e in qualche caso molto oltre). «I risultati del nostro studio mostrano come lavora la fabbrica della paura», spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: «Trasforma fenomeni in problemi e problemi in nemici; semina ansia; infine, offre sicurezza e ottiene consenso politico. Come negli anni Venti dello scorso secolo ma con la differenza dei social media, che amplificano tutto. Oggi, la realtà è che chi diffonde il discorso d’odio in un corpo sociale in preda a paura e rancori, vince. Di più, quello che spaventa è che dai risultati emerge un pezzo di paese “multifobico”, che è contro le donne, contro i rom e contro le persone Lgbti». La fabbrica dell’odio descritta dallo studio di Amnesty è forte di una produzione in serie di contenuti e di obiettivi, una manifattura di argomenti esposti su misura per scatenare la propria base di consenso. Il migrante è per esempio sempre e solo al centro della cornice quando commette reati o crimini, specialmente con vittime italiane, in una comunicazione che fa abbondante uso di parole in maiuscolo e punti esclamativi, ad accrescerne il senso del pericolo e l’urgenza. Anche quando il singolo post può sembrare una semplice sottolineatura di un caso di cronaca, la costanza con cui la pagina martella su un unico obiettivo pone le basi alla traiettoria della violenza. L’iperesposizione di un problema rispetto ad altri infatti non solo ne ingigantisce la percezione, tema su cui gli stessi media sono corresponsabili. Ma sposta la linea delle reazioni. Innescando il peggio. Il 19 aprile la candidata mantovana della Lega Alessandra Cappellari pubblica un video, scrivendo: «Controllore aggredito a Trieste da una donna senza biglietto, che si è rifiutata di scendere, bloccando l’autobus ed i passeggeri a bordo». La donna è di colore. Il tono dei commenti è questo: «Dalle un calcio nel culo e la butti fuori mentre andate. Una di meno», scrive Sandro. «Le scimmie se lasciate uscire dalle gabbie... fanno danni...», aggiunge Angelo. «Io gli avrei dato un calcio in mezzo alle gambe a questa PUTTANA», Maria. «Io l’ho detto e lo ribadisco ancora una volta, bisogna aprire un famoso campo e metterceli dentro tutti e viaaaa», Fabrizio. E così via. Sono tutti commenti ancora ben visibili online, con nome e cognome degli autori. Il 54 per cento delle risposte al video pubblicato sulla pagina della politica mantovana, mostra il report di Amnesty, ha questo tono. È odio. Non molto diverse sono le dinamiche applicate ai messaggi a tema religioso, prevalentemente anti Islam o contro il mondo della solidarietà. La strada e i format comunicativi indicati da big del calibro di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, entrambi candidati “di facciata” alle ultime Europee, vengono declinati con scarsa originalità dai tanti candidati dei loro partiti in maniera quasi impiegatizia: si prende una notizia di cronaca nera con gli ingredienti di cui sopra e la si dà in pasto ai propri follower. I registri linguistici sono sempre gli stessi, e ogni messaggio sul tema potrebbe benissimo essere di un’Alessandra Cappellari, di un Angelo Ciocca o di una Daniela Santanchè: lo stesso autore non sarebbe in alcun modo capace di distinguerlo da quello dei suoi colleghi di area. Stessi argomenti, stessi strumenti. «È una costante della modernità il fatto che in politica, così come su temi come la religione o l’orientamento sessuale, i discorsi possano portare a un alto livello di aggressività», riflette Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università Statale di Milano e autore di numerosi libri sul tema: «Ma oggi a questo si aggiunge la specificità dei social network: ovvero la possibilità di profilare in modo preciso i destinatari di un messaggio. La comunicazione dei politici online è rivolta così ai propri fan, a persone da fomentare e da esaltare. Non serve più l’arte della persuasione degli indecisi, dell’argomentazione. È il contrario: più si polarizza, ad esempio svilendo o dileggiando un nemico, più si insiste su un obiettivo, maggiore sarà l’attaccamento». Numerosi studi hanno dimostrato che in queste forme di consenso da groupie, così come nella propagazione dei messaggi sui social, solleticare sentimenti negativi funziona molto più del contrario. Così nella continua rincorsa a emergere fra i tanti cloni dell’industria della paura, l’aggressività verbale aumenta. «Io ho smesso di definirlo odio virtuale», nta Ziccardi: «Quest’odio è reale, come sono le sue conseguenze. È sufficiente parlare con le vittime per capirlo, che non è “solo uno status”, ma ogni volta una ferita precisa, e specifica, a una persona o alla sua comunità». Quando non l’innesco di un circuito alla violenza che può diventare azione, come mostra la strage tentata da Luca Traini a Macerata il 3 febbraio del 2018. La strategia della gogna inquina. Ma non sempre paga personalmente, almeno sul piano elettorale. A diversi esposti su misura per scatenare la propria base di consenso.
Ai candidati monitorati dalla ricerca Amnesty, risultati fra i più attivi in termini di espressioni violente contro persone o categorie deboli, non è andata poi così bene alle urne. Daniela Santanchè, quarta in lista e fra i più martellanti contro gli stranieri, non è stata eletta al Parlamento Europeo. Matteo Gazzini, candidato altoate- sino della Lega, e Dante Cattaneo, sindaco uscente di Ceriano Laghetto, provincia di Monza e Brianza, entrambi in corsa per Strasburgo, tutti con dei record comunicativi anti-rifugiati e anti-lgbt durante i mesi di campagna, hanno perso sulle prefe- renze. Così anche Caio Giulio Cesare Mussolini: impegnatissimo a odiare sui social. Senza conquistare per questo voti.
Se non tutti riescono a tramutare i clic in forza elettorale, di certo resta che nello spettro degli argomenti che occupano, in positivo o in negativo, le discussioni digitali, a determinare gli obiettivi continua a essere la destra, o l’estrema destra. Altre forze sembrano silenti o incapaci di portare alternative efficaci. Anche chi adotta le strategie più presenzialiste sul web - vedi ad esempio Carlo Calenda - lo fa traducendo in parte il metodo dell’indicare un nemico, aizzando i fan. Nel suo caso, di solito, il target sono altri politici. La eco comunicativa di altri tentativi - per esempio parlare bene dell’Europa - sembra magrissima in termini di risultati. L’industria del consenso fondato sull’odio sembra destinata solo a crescere, e a diventare più violenta. Anche se una piccola incrinatura potrebbe iniziare a farsi strada. «Il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati», conclude infatti Ziccardi: «Ha co- me obiettivo la ripresa del controllo da parte degli utenti. Ovvero dare la possibilità di capire come si viene profilati, perché nella propria “bolla” finisca ad esempio il messaggio di un politico piuttosto che di un altro. Ren- dendo meno automatico il labirintico far west dentro cui siamo immersi. È un percorso molto difficile, ma è un inizio».

L’Espresso 30.6.2019
Il sogno della democrazia nato dalle Primavere fallite
di Mario Giro
Le primavere arabe esistono o no? Sono un bene o un pericolo? La risposta non è immediata. Tra la fine del 2010 e inizio 2011 le manifestazioni pacifiche di Tunisi e del Cairo avevano lasciato sperare per il meglio. Quella piazza Tahrir piena di giovani mostrava la gioventù araba sotto una nuova luce: non solo violenza e terrorismo ma impegno per la libertà e la democrazia. Il mescolarsi assieme di tendenze religiose e laiche era un bel messaggio. Sono bastati pochi mesi per disilludere tanti: la vittoria dei Fratelli Musulmani, la loro incapa- cità di governo e alla fine il colpo di Sta- to, davano l’idea di una riedizione del “decennio nero” algerino, costato negli anni Novanta circa 200 mila morti. Ma soprattutto i lunghi massacri siriano e yemenita ancora in corso stanno lì co- me calderoni accesi a rammentarci il fallimento di quella breve stagione. Isis, jihadismo e interi popoli divorati da una guerra senza fine, che si allunga come uno spettro su un avvenire incerto. Dobbiamo dircelo: il risultato delle Primavere è di quattro Stati falliti (Siria, Yemen, Libia e in buona sostanza anche l’Iraq), tante vittime, grandi deva- stazioni e poco futuro. Il Medio Oriente e il mondo arabo appaiono come un luogo incerto, minaccioso, una fornace da cui possono uscire solo calamità. Ma poi, come sempre, la storia riser- va delle sorprese, fa dei salti seguendo correnti profonde che non si vedono a occhio nudo e che la geopolitica non cattura. Algeri e Khartoum, due luoghi lontani e molto diversi fra loro, tacitamente ripropongono un’altra visione. In entrambe le città da mesi si manifesta in massa e pacificamente, chieden- do il cambio: basta regimi militari e dittature, è il tempo della libertà e della democrazia. È già accaduto ma questa volta è diverso dal passato: non c’è nessuna tentazione violenta e, soprattutto, non è coinvolto nessun partito, religioso, militare o laico che sia. La protesta si rivolge a tutti i protagonisti delle crisi precedenti: governo, esercito, movi- menti islamisti, oppositori laici. I manifestanti non si fidano di nessuno. I cor- tei sono imponenti e originali: alla fine gli stessi manifestanti puliscono le strade, tutti tornano a casa in pace, non c’è mila proteste in quell’anno) ma erano piccole, settoriali e organizzate. Un giorno protestavano gli insegnanti, un giorno gli anestesisti, un giorno gli avvocati. Chiedevano tutti condizioni di lavoro e salari migliori. Meno corruzione e favoritismi. Ma mai un cambio di regime. Oggi invece le parole d’ordine si sono invertite: finora nessuno ha chiesto il pane, ma «democrazia e libertà». «Sappiamo tutti che se non se ne vanno tutti a casa le condizioni economiche non cambieranno», spiega Lynda Abbou, giovane donna algerina che insieme ad altri, lo scorso gennaio, ha scritto una lettera aperta ai giovani per invi- tarli a occuparsi delle sorti del Paese. «Fino a gennaio, i giovani non pensavano alla politica, continua Lynda. Ma quando Bouteflika ha presentato la sua candidatura al quinto mandato è stato troppo. È una questione di dignità questa volta». Sulla sedia a rotelle dal 2013, Bouteflika non governa il Paese da ormai quattro anni. E per gli algerini, il fatto che si presentasse per una quinta volta non voleva dire che Bouteflika, nonostante tutto, era il re del Paese. Tutt’altro. Ma la sua candi- datura significava il mantenimento di un sistema opaco e corrotto, che si fondava su alleanze molto dinamiche tra la cerchia ristretta del Presidente, l’esercito, i servizi segreti, il Fln e gli oligarchi. E che soprattutto ha saccheggiato il Paese. Secondo il Fondo Monetario Internazionale oggi, infatti, nonostante l’Algeria sia un Paese ricco di idrocarburi, il 10 per cento della popolazione rischia di cadere sotto la soglia di povertà. E anche se le proteste sono politiche, hanno anche una dimensione economica. Da quando sono crollati i prezzi del petrolio nel 2014, le riserve straniere dello Stato sono passate da 200 miliardi di dollari a 75. Il governo ha iniziato a stampare moneta e adottare misure di austerità che però non hanno migliorato minimamente l’economia del Paese che resta ancora fortemente corrotta e dipendente dalle energie fossili. «Oltre alla disoccupazione, bisogna capire che i giovani algerini sono cambiati, continua Lynda. Non hanno paura perché non hanno vissuto la guerra civile. Vivono nelle città e sono ben educati».
Resta però un fatto: che queste manifestazioni, ancora oggi, non hanno leader e la rivoluzione algerina, come quella tunisina e egiziana del 2011, rischiano di essere delle rivoluzioni senza rivoluzionari. Il 15 giugno, 80 organizzazioni della società civile hanno proposto una road-map che non è stata rifiutata dalla piazza, ma oltre a una transizione di sei mesi, un governo tecnico, un dialo- go nazionale e la creazione di un comitato elettorale, il programma non sembra avere chiaro come fare uscire il Paese dall’impasse politica. Secondo alcuni i manifestanti non scelgono leader perché hanno paura che una volta scelto questo sarà represso dal regime. Per altri invece è proprio l’orizzontalità stessa del movimento a farne la sua forza.
L’Algeria, come la Tunisia e l’Egitto del 2011, più che una rivoluzione sembra un movimento. Come spiega il sociologo Asef Bayat, nel suo ultimo libro “Rivoluzioni senza rivoluzionari”, ciò che assimilava le proteste tunisine con quelle egiziane è che nessuna, a differenza delle grandi rivoluzioni del ’900 come quella cubana o iraniana, era legata a degli intellettuali e aveva in mente dei programmi politici ed economici che avrebbero sconvolto radicalmente l’ordine nazionale. In Tunisia, come in Egitto, i manifestanti hanno chiesto la democrazia, ma nessuno ha mai messo in discussione il libe- ro mercato e le logiche neoliberali. In Iran, l’11 febbraio 1979, come spiega Bayat, non appena Khomeini è diventato leader, il vuoto di potere è stato sostituito dai pasdaran, membri della rivoluzione. Gli impiegati pubblici hanno iniziato a gestire ministeri e dipartimenti. I contadini senza terre hanno confiscato le proprietà agli agro-industriali, gli operai si sono impadroniti delle fabbriche. E questo perché durante le proteste, i manifestanti avevano già un’idea del post-rivoluzione. Sentimenti contro il capitalismo, democrazia popolare, giustizia so- ciale erano le componenti di programmi politici ed economici concreti. Che fossero islamici o secolari.
In Algeria invece, come in Tunisia e in Egitto, non vogliono essere legati a nessuna ideologia. Loro combattono per «valori», ovvero per la «democrazia» e la «libertà». Tut- to questo potrebbe far implodere il movimento? Per Adlène Meddi, scrittore algerino di fama internazionale, no; anche se sul lungo periodo può soffocare, nel caso il regime riuscisse a mettersi d’accordo rapidamente con una certa opposizione. «La preoccupazione dipende dal fatto che questo movimento è arrivato in un deserto politico dovuto alla repressione diretta o insidiosa nei confronti della vita politica, associativa, universitaria o mediatica, che il regime di Bouteflika ha adottato per vent’anni. È molto difficile ricostruire una vita pubblica in un contesto di tensioni politiche e di interessi mutevoli. Ma è positivo il fatto che gli algerini, dopo dieci anni di massacri della guerra civile e vent’anni del regno assurdo di Bouteflika, hanno di nuovo fiducia. La società ha scoperto di avere una forza che non sapeva nemmeno di avere. Questo sembra poco», conclude Meddi, «ma in questa parte del mondo, tutto questo è grandioso».

L’Espresso 30.6.2019
Le mani sulla cultura 
Attacco al Festival 
La vittoria della Lega in molte città contagia eventi estivi e rassegne, aprendo scenari imprevedibili. Da Udine a Torino, da Trento a Ferrara, l’ombra del sovranismo sull’Italia che si incontra in piazza 
di Emanuele Coen

Dopo il trionfo elettorale della Lega, la svolta sovranista stravolge la cartina politica dei territori, rompe equilibri consolidati, apre scenari imprevedibili. Dalle piazze e dai social, dominati dal linguaggio aggressivo di Matteo Salvini, il cambiamento ora si sposta sul terreno della cultura e contagia l’Italia dei festival, i mille Comuni che hanno costruito intorno alle proprie rassegne culturali una ricchezza, anche economica, unica in Europa. Con i suoi ospiti prestigiosi e il respiro internazio- nale, il mondo dei festival rischia di entrare in collisione con il primo partito del Paese e i suoi amministratori locali, che polemizzano con gli organizzatori con toni e accenti diversi - da Udine a Sarzana, da Cividale del Friuli a Ferrara, da Trento a Torino - intervengono su scelte e programmi oppure danno un’impronta “italianissima” come nel caso del Teatro Olimpico di Vicenza. L’ultima disputa riguarda Vladimir Luxuria, storica attivista per i diritti Lgbtqi. Appena nominata direttrice di Lovers, a Tori- no, festival dedicato ai film sulle tematiche di genere con quasi 35 anni di storia, Luxu- ria è stata attaccata da Fabrizio Ricca, leader leghista nella città sabauda, uno dei nuovi “superassessori” regionali. «Continu- iamo a vedere nomine nuove, e anche as- sunzioni in vari settori strategici, in una Regione che ha appena cambiato colore politico», ha detto.
Una volta al potere la Lega mostra volti diversi, più concilianti o più duri a seconda dei territori in cui governa. In Friuli Venezia Giulia le polemiche più accese: la Regione in mano al Carroccio e al governatore fedelissimo di Salvini, Massimiliano Fedriga - che qualche giorno fa ha fatto rimuovere lo striscione giallo “Verità per Giulio Regeni” dalla facciata del palazzo della Regione a Trieste - ospita da quindici anni a Udine il festival vicino/lontano con il premio letterario internazionale Tiziano Terzani, nel miri no della giunta guidata dal sindaco leghista Pietro Fontanini. Il Comune ha ridotto da 30 mila a 10 mila euro il suo contributo e l’assessore alla Cultura, Fabrizio Cigolot, qualche tempo fa è intervenuto in consiglio comunale per rispondere a un’interrogazione dell’opposizione: «Terzani è diventato un santo secolare, un oggetto di culto, complimenti a chi è riuscito a imporlo associandolo a un’idea di alta qualità come persona, della quale io fortemente dubito anche per- ché ci sono autorevoli esponenti che sull’analisi storica di Terzani avrebbero mosso più di qualche critica», ha detto di fronte all’Aula ammutolita.
All’epoca le dichiarazioni dell’assessore suscitarono un putiferio, ora gli organizzato- ri temono ulteriori sforbiciate. «Quest’anno abbiamo lavorato con un budget inferiore a quello dello scorso anno. Dopo il taglio deciso dal Comune, purtroppo alcuni sponsor si sono allineati», dice Paola Colombo, che cura la rassegna con Franca Rigoni: «Anche il contributo della Regione, che ha finanziato il festival fino al 2019 con un bando triennale, per il 2020 è un punto interrogativo». A maggio si è svolta la 15esima edizione, sul tema del “contagio”: un centinaio di even- ti, poi la serata conclusiva con Gad Lerner e l’editorialista e scrittore statunitense Fran- klin Foer, vincitore del premio Terzani. «La scelta di assegnare il premio a Foer, con la sua analisi sui nuovi poteri forti, è un segnale di attenzione nei confronti della vo- lontà del Comune di rendere questo evento più pluralista rispetto al passato», riflette l’assessore Cigolot. In vista della prossima edizione i contrasti sono destinati a riacu- tizzarsi: «Quando gli organizzatori inizie- ranno a lavorare sulla rassegna 2020 vedremo cosa intendono proporre e su quella base l’amministrazione farà le sue scelte. L’intenzione della città è mantenere vivo il festival e collaborare alla valutazione delle proposte. Tuttavia, dopo 15 anni l’idea di questa rassegna va rinnovata, perché come tutti i prodotti culturali, artistici, subisce l’aggressione del tempo. Saremmo felici che in futuro il festival si concentrasse anche sul ruolo dell’identità locale, che diventasse insomma un po’ più vicino e un po’ meno lon- tano», sintetizza con una battuta Cigolot. Che non nasconde le proprie inclinazioni: dopo aver ospitato il 15 giugno il controverso convegno “Identitas” , protagonista il po- litologo russo Aleksandr Dugin, considerato l’ideologo di Vladimir Putin, adesso la giunta punta sulla creazione in tempi stretti del Teatro Stabile Friulano, come strumento per la tutela e lo sviluppo della lingua friulana. Scelta localista, agli antipodi dell’impostazione internazionale del festival. «Non abbiamo mai fatto scelte parziali, abbiamo dato spazio a posizioni diverse combattendo il pregiudizio, con l’autorevolezza delle persone invitate. La giunta di Udine è legittimata a sostenere altri proget- ti, ma è un segnale preoccupante», ribatte Colombo, la quale non esclude che il festival traslochi altrove: «Sarà l’extrema ratio. Nonostante le offerte ricevute da Firenze, Reggio Emilia, Pistoia e altre città non abbiamo mai approfondito. Dopo l’abbraccio ricevuto da Udine andarsene sarebbe una sconfit- ta», conclude la curatrice.
Situazione non molto dissimile da quella di Mittelfest, importante festival friulano tra musica, teatro e danza (12 - 21 luglio) a Cividale del Friuli. Il tema quest’anno sarà la leadership, con un focus sulla Grecia e un programma scandito da una trentina di progetti artistici, in cui spiccano il Berliner Ensemble e il concerto del grande pianista croato Ivo Pogorelic. Dopo la scorsa edizione, forte spinta europeista ma sensibile calo di pub- blico, il direttore artistico Haris Pašovic ha corretto il tiro, tanto che alcuni politici leghisti hanno salutato la “svolta friulanista”, testimoniata in particolare dal concerto-re- cital conclusivo, con il sostegno di Arlef, l’A- genzia regionale per la lingua friulana: “Maraveis in sfrese/Meraviglie socchiuse”, prima assoluta, con l’Orchestra giovanile Filarmonici Friulani diretta da Walter Themel. Nel frattempo la Regione ha tagliato di 100 mila euro il contributo per quest’anno.
Acque più tranquille, almeno in superfi- cie, per il Festival dell’Economia proget- tato dall’editore Laterza, a Trento, dopo le turbolenze dei mesi scorsi. Nel 2018 Sal- vini criticò duramente la presenza del finanziere George Soros e, in occasione del- la riforma “quota 100”, arrivò a chiedere le dimissioni di Tito Boeri, all’epoca presi- dente dell’Inps e tuttora direttore scientifico della rassegna trentina, fortemente so- stenuto dall’editore. Il nuovo governatore del Trentino, il leghista Maurizio Fugatti, non ha mai nascosto l’antipatia per Boeri ma si è mostrato soddisfatto della 14esima edizione del festival (30 maggio-2 giugno), sul tema “Globalizzazione, nazionalismo e rappresentanza”. «Riflettere sulla distanza delle élite rispetto al popolo è davvero fondamentale», ha detto nella conferenza di inaugurazione. E poi, a rassegna ultimata, ha manifestato la propria sintonia: «Finalmente questo è stato un festival del popolo con temi sentiti e vicini alle persone. Avevamo ragio- ne quando criticavamo alcuni convegni a senso unico, ma il Festival è una manifesta- zione importante». Fatto sta che Salvini ha dato forfait all’ultimo momento, impegnato in campagna elettorale altrove. Ma dopo i rumors dei mesi scorsi sull’uscita di Boeri, a cui Giuseppe Laterza non intende rinunciare, ora l’editore sostiene di aver incassato rassicurazioni dall’amministrazione trentina e ha affidato la direzione scientifica all’economista milanese anche per il 2020, nel «consueto rispetto del pluralismo delle opinioni».
Al di là delle polemiche, una cosa è certa: negli ultimi vent’anni i festival hanno cambiato il panorama culturale italiano, rivitalizzando l’economia di molti territori. Ma- rino Sinibaldi ha accompagnato l’evoluzione di queste rassegne, anzitutto con il pro- gramma radiofonico da lui ideato e in onda da vent’anni, Fahrenheit, poi come diretto- re di Rai Radio 3 e anima di diverse manifestazioni. «Nei festival abbiamo trovato la stessa idea di cultura e condivisione che avevamo alla radio», dice Sinibaldi: «Volevamo trasformare la cultura da elemento di qualità, con una punta di elitarismo, in qualcosa di più popolare, con qualche rischio di spettacolarizzazione». Ne è valsa la pena? «I festival sono diventati gli unici luoghi in cui si parla di politica, in cui il pubblico sta seduto due ore ad ascoltare qualcuno in carne e ossa, a volte pagando addirittura un biglietto», dice il direttore di Radio 3. L’ascesa elettorale della Lega rischia di compromettere l’equilibrio tra festival e città? «Lo sviluppo delle rassegne culturali, pur non avendo una precisa coloritura politica, ha coinciso con una stagione oggi a una svolta. Sarebbe gravissimo se le città venissero amputate di queste occasioni di confronto pubblico. Non c’è ragione di credere che la sopravvivenza dei festival dipenda da una certa amministrazione ma occorre restare vigili. Le conquiste non sono mai definitive».
Svolte radicali come quella di Ferrara, dove la sinistra non perdeva dal 1945. Da feudo rosso a roccaforte del Carroccio: il nuovo sindaco leghista, Alan Fabbri, 40 anni, appassionato de “Il giovane Holden” e del festival rock di Woodstock - non esattamente il pantheon della destra - ha fatto il pieno di voti e ora governa con Forza Italia e Fratelli d’Italia. A febbraio Lorenzo Barbieri, all’epoca coordinatore del gruppo di lavoro sul programma elettorale del centrodestra prima di essere sostituito, in una intervista alla Nuova Ferrara aveva lasciato intendere che, una volta al governo, la giunta Fabbri avrebbe cambiato drasticamente l’impostazione di festival come Buskers, storica rassegna di musicisti e artisti di strada alla veneranda 32esima edizione (24 agosto - 1 settembre), o Internazionale. All’indomani delle elezioni, Giovanni De Mauro, direttore del settimanale che organizza il festival dal 2007 con grande successo, ha scritto una lettera-editoriale al primo cittadino di Ferrara, per mettere subito le cose in chiaro. «Fin dall’inizio abbiamo potuto lavorare nella più totale indipendenza, organizzativa ed editoriale: scelta degli argomenti, modo di affrontarli, ospiti da invitare. Questa indipendenza si è mani- festata in un modo molto semplice: i sindaci e gli assessori venivano a conoscenza del programma del festival solo leggendolo quando era già stampato», recita un passaggio della missiva. A buon intenditor poche parole, alle quali il destinatario ha risposto a stretto giro: «Non cambierà nulla relativamente al festival, l’assetto organizzativo rimarrà il medesimo di sempre e nessuno ha in animo di limitare o mettere in discussione la vostra identità», si legge a conferma della linea morbida seguita anche per il Buskers. Appuntamento con Internazionale a Ferrara (4 - 6 ottobre), dunque, con giornalisti da tutto il mondo e un programma molto ricco: ambiente, estreme destre europee, diritti umani, il Brasile di Jair Bolsonaro, azione umanitaria, italiani di seconda generazione.
Uno, cento, mille volti del Carroccio. Come quello mostrato a Sarzana, vicino a La Spezia, dove il sindaco Cristina Ponzanelli governa dallo scorso anno con il sostegno di Lega, Lista Civica Sarzana Popolare, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Nel 2018 il Festival della Mente (la prossima edizione dal 30 agosto al 1° settembre) era stato duramente attaccato da alcuni esponenti del Carroccio perché considerato troppo di sinistra: in particolare la lectio magistralis (sul tema della comunità) di Andrea Riccardi, fonda- tore di Sant’Egidio, fu definita dal deputato leghista Lorenzo Viviani «un’omelia radical chic di luoghi comuni a cui non crede più nessuno». Bene, dopo aver acquistato il marchio del Festival della Mente, il Comune - che ora ha il diritto esclusivo sul suo utilizzo - ha siglato a fine aprile una con- venzione con la Fondazione Carispezia: per i prossimi tre anni, fino al 2021, la rassegna si svolgerà a Sarzana. «La convenzione rafforza ulteriormente il rapporto tra la città e il suo festival», ha esultato il sindaco Ponzanelli dopo la firma. Paese che vai, Lega che trovi.
L’Espresso 30.6.2019
1989-2019, la caduta del Muro 
Eroina, fame, malattie. 
I dannati di Livezilor dove morì il sogno operaio 
Ceausescu vi fece costruire i palazzi per i lavoratori delle fabbriche che dovevano rendere grande il Paese. Oggi è la strada più degradata di Bucarest. Un inferno, specchio delle contraddizioni del post-socialismo 
di Francesca Mannocchi da Bucarest
Cos’è successo? Perché tutte queste macchine?», domanda una donna a una ragazza, esile, di fronte alle scale di un edificio. «Marga è morta, la mamma è morta». Margareta era la madre di Sara, vent’anni, corpo piccolo e ossuto, viso teso. Ai piedi le ciabatte e in testa un fiocco nero in segno di lutto. Margareta aveva quarantaquattro anni, cinque figli ed era sieropositiva. Un compagno che entrava e usciva dal carcere con cui ha avuto due figli. Poi il tentativo di risollevarsi dalla povertà, qualche lavoro dignitoso, un nuovo compagno, altri tre figli, poi - di nuovo - la mancanza di lavoro. E un unico sollievo: l’eroina.
Margareta viveva nel ghetto: Strada Livezilor, Ferentari, settore 5, Bucarest. Livezilor è una strada composta da due file di edifici fatiscenti di cinque piani, tra un edificio e l’altro cumuli di immondizia, topi. Agli angoli delle vie donne che spazzano a terra e altre donne sedute lungo il marciapiede con casse di frutta da vendere. Al primo sguardo potrebbero sembrare tentativi di normalità: il mercato, un po’ di soldi per sbarcare il lunario, allo sguardo successivo l’altra faccia della realtà: le donne stringono una manciata di siringhe. Un tassista si ferma, tira fuori qual- che lei dalla tasca laterale dei jeans, la donna mette una mano nel grembiule, prende i soldi, gli passa la dose. E poi riprende a spazzare.Un uomo cammina con lo sguardo perso nel vuoto tenendo per mano un bambino, suo figlio, e nell’altra mano una siringa, con tutta probabilità usata, conta un po’ di denaro, lo porge a una donna robusta. Lei gli passa una bustina - la sua dose - lui abbozza un sorriso, è sollevato, riprende suo figlio per mano, diretto verso casa. Il corpo è segnato dalla droga: sulle braccia, sulle gambe, non un centimetro è stato risparmiato dai buchi. Si gratta nervo- samente, ha croste dappertutto, le pupille a spillo dell’eroina. Il viso scavato, piedi gonfi, labbra bluastre.
Più che camminare si trascina, fino a infilarsi in uno degli edifici scrostati e consumare nell’androne il sollievo momentaneo dell’eroina, mischiata a metanfetamine e a chissà che altro. Quest’angolo di Ferentari lo chiamano il ghetto dei tossici, ma Livezilor è molto di più, è lo specchio delle contraddizioni rumene. Che arrivavano dalle aree G. Lì edifici di Livezilor erano stati costruiti da Ceausescu per i lavoratori delle fabbriche rurali per fare grande il paese. Dopo il 1989 le fabbriche hanno cominciato a chiudere e gli alloggi dei lavoratori si sono via via spopolati, lasciando spazio agli emarginati. Oggi a Livezilor vivono poveri, disoccupati, tossici, prostitute. I dimenticati della capitale. Più che case, qui, ci sono stanze. Tredici metri quadrati, una finestra e un bagno. Acqua e gas in un appartamento ogni cinque. Ai tempi del comunismo c’erano due lavoratori per stanza, ora tredici metri quadrati arrivano a contenere anche famiglie di dieci persone. Negli androni delle scale siringhe usate, a terra urina. L’odore si mischia al tanfo dell’immondizia che circonda gli edifici, resti di cibo gettati dalle finestre, vestiti ammassati e ancora plastica, aghi. Tutto a Livezilor parla la lingua dell’emarginazione.
Sara apre la porta della stanza-casa, dove fino alla sera prima vivevano in sette. Ci dormivano in sei divisi sui due lati del letto, lei, i quattro fratellini, la nonna e Margareta. Lo zio - unico uomo adulto - a terra. Margareta si è sentita male la se- ra prima, setticemia. L’hanno portata all’ospedale dove poco dopo è morta. Da due settimane rifiutava di essere ricoverata, aiutata, curata. Si è lasciata morire, dice qualche vicino a bassa voce. Succede quando non riesci più a sopportare Livezilor. Perché tanto, dicono tutti, è questione di tempo, a Livezilor siamo già morti.
Sara apre una busta rossa, le fotografie di un tempo che è stato. Lei bambina, sua madre in salute. «Avevamo un po’ più di soldi, la mamma lavorava, eravamo poveri ma vivevamo dignitosamente. Sono stata una bambina serena», dice scegliendo le foto da portare via con sé. Poi la crisi finanziaria, la disoccupazione che nelle zone come Ferentari in meno di quattro anni raddoppia e l’oblio, che ha la forma della polvere su un pezzo di carta, il filtro rimosso di una sigaretta messo sopra un ago, l’eroina che si scalda e il liquido risucchiato dalla siringa.
Margareta era bella, anche Sara lo è. Come i fratelli minori, come Sami che ha tredici anni, è semianalfabeta e vorrebbe venire in Italia a giocare a pallone. Sami che non ha più una madre, non è stato riconosciuto dal padre e ha vissuto nel degrado di una via in cui i genitori mandano i figli a raccogliere e distribuire siringhe usate. In cui i bambini scendono a giocare in uno slalom di mezzi vivi che si bucano sulle scale di casa, dove è normale vedere la propria madre mentre si droga, e l’eroina ha narcotizzato tutto al punto che i figli piccoli non piangono neppure di fronte alla bara di Margareta. Perché la morte a Livezilor la incontri anche ai bordi delle strade, solo una settimana fa - raccontano i volontari che lavorano nella zona - all’incrocio con la via principale c’era il corpo di un uomo riverso sul marciapiede e intorno i bambini a giocare a pallone. Oggi sullo stesso angolo di marciapiede un altro uomo è piegato su sé stesso, si contrae. La siringa vuota alla sua sinistra. E, anche intorno a lui, i bambini continuano a giocare a pallone.
«Livezilor è la strada più degradata del quartiere più degradato di Bucarest, i ghetti attraggono marginalità e i disagi si sommano: droga, malattie, prostituzione sono conseguenza una dell’altra». Franco Aloisio si guarda intorno mentre arriva in auto nel quartiere per prendersi cura del funerale di Margareta. Lo fa per Sami che fre- quenta la fondazione che presiede a Bucarest, Parada. Franco è arrivato in Romania nel 1999, tre anni dopo che il clown franco-algerino Miloud Oukli aveva dato vita alla fondazione per il reinserimento sociale di giovani e adulti che vivevano nei canali sotterranei dei tubi dell’acqua calda: la città sotto la città che scalda la capitale rumena. Oggi il numero dei ragazzi di strada è nettamente diminuito, ma le condizioni degli emarginati sono peggiorate per l’esplosione di droghe sintetiche, eroina, e per le malattie che ne derivano. L’esplosione dell’uso di metanfetami-ne e droghe etnobotaniche, le chiamano le “legali” perché si potevano comprare nei negozi: i magazzini dei sogni. Poi il governo li ha chiusi e lo spaccio si è spostato per strada. In questi anni l’aumento dell’uso di eroina e “legali” ha coinciso con la drastica riduzione dei finanziamenti internazionali per il contrasto dei danni legati alla droga. I fondi sono praticamente prosciugati.
La Romania era entrata nell’Ue, dunque poteva farcela da sola. Invece non ce la fa. E non c’è un piano. Aras (associazione anti-Aids rumena) ha esaurito i fondi per la sostituzione delle siringhe. E dal 2010 la diffusione dell’Hiv tra i consumatori di droga è esplosa, dall’1 al 60 per cento.«La prossima emergenza a Bucarest sarà l’esplosione dell’Aids», dice Franco Aloisio, «stimiamo che in città ci siano ventimila tossicodipendenti, la metà sieropositivi. Molti non sanno nemmeno di essere stati contagiati e il tasso di mortalità è altissimo. Fino al 2007, data di ingresso nell’Unione Europea, abbiamo vissuto anni di grande intervento sulle marginalità. Parados- salmente entrare in Europa, per le po- litiche di inclusione ha rappresentato una regressione perché il disagio sociale è sparito dall’agenda politica pubblica, sostituito dal decoro». A Bucarest ogni angolo di strada ricorda i sei mesi della presidenza di turno dell’Unione che termina alla fine di giugno. Ci sono bandiere europee dappertutto, nei boulevard pieni di turisti e caffè delle vie del centro fino al Palazzo del Parlamento, il secondo edificio più grande al mondo: mille stanze, 700 mila tonnellate di acciaio e bronzo per le porte monumentali, 1400 specchi, due piani sotterranei. Un tempo era Casa Popurolui, la Casa del Popolo di Ceausescu. Oggi all’esterno campeggia la scritta: Romania 2019, presidenza del Consiglio dell’Unione Europea. Dodici anni dopo l’ingresso nell’UE e 30 dopo la caduta del Muro, la Romania è il paese delle contraddizioni, il paese dell’opulenza e della povertà estrema. In questi anni ha ricevuto dall’Europa 56 miliardi di finanziamenti che hanno portato un po’ di sviluppo se amministrati con criterio e aumentato divari sociali dove gestiti secondo logiche corruttive, dove cioè - raccontano i cittadini - «senza pagare mazzette non ti mettono nemmeno sulla barella in ospedale, non ti cambiano la flebo».
Dal 2015 la crescita annuale del Pil del paese è stata sempre superiore al 4 per cento, fino al picco del 5 per cento del primo trimestre 2019, ma lo sviluppo economico non ha sanato le differenze interne: uno stipendio medio nella capitale è di circa 750 euro, in Moldova, la zona più povera del paese non arriva a duecento.
Secondo i dati Eurostat, alla fine del 2018, sono 3 milioni e 281 mila i rumeni ancora considerati “gravemente materialmente svantaggiati”, che cioè vivono in povertà estrema. I soldi europei a Bucarest hanno decisamente portato progresso, la città è piena di turisti, locali aperti notte e giorno, brand popolari e grandi marchi illuminano la fino al mattino. A essere euroscettici sono i socialisti del Psd, in rotta con Bruxelles per le proposte di riforme della giustizia atte a depenalizzare l’abuso d’ufficio e ridurre la lotta contro la corruzione. Le critiche europee sono state così se- vere che il leader del Psd in campagna elettorale ha utilizzato le parole d’ordi- ne della destra nazionalista europea, il motto del Psd per la campagna elettorale è stato: Patrioti in Europa.
Prima di essere sconfitto dai conservatori del Partito Nazionale Liberale alle scorse elezioni europee, i socialisti del Psd hanno sponsorizzato per anni una politica basata sulla crescita dei consumi che ha non solo impoverito le casse dello Stato ma ha trascurato investimenti pubblici in attività in- dustriali e agricole, nelle infrastrutture e nei trasporti. In un paese che ha solo ottocento chilometri di autostrade. E dove mancano infrastrutture, si sa, non arrivano nemmeno investitori, non arrivano cioè posti di lavoro.
Perciò 3 milioni e mezzo di persone si sono trasferite altrove per sfuggire alla povertà e all’assenza di prospettive, cioè un cittadino rumeno ogni sei ha lasciato il paese. Vuol dire che se un’azienda ha bisogno di manodopera specializzata non la trova. Significa che se continuerà a calare costantemente il numero dei giovani nel mercato del lavoro, la popolazione che oggi conta 19 milioni di persone arriverà a 16 nel 2050 e sarà un problema pagare le pensioni. E aumenterà il numero degli emarginati, dei marginalizzati. Significa che chi cerca lavoro va via, e chi resta ha bisogno di sussidi statali. Intanto, una Bucarest spende e consuma. L’altra è isolata nel ghetto. «Sono realtà che non si parlano, la nuova capitale, la Bucarest del consu- mo, non vuole vedere la marginalità degli ultimi, tollera il ghetto di Ferentari perché non deve conviverci», racconta ancora Franco Aloisio, mentre guida, stavolta verso Gara de Nord, la stazio- ne principale, fino a pochi anni fa era la casa della gente dei canali, i ragazzi di strada che vivevano sottoterra «Sono due città parallele che convivono in uno spazio geografico ma non si intersecano mai. In Romania si è inceppata l’idea di comunità, chi ha avuto il potere l’ha utilizzato per depredare il paese, il paese è stato saccheggiato, è rimasto corrotto e gli svantaggiati sono rimasti indietro».
Oggi nella gerarchia degli ultimi il canale è l’ultimo stadio, ne è rimasto aperto uno a Gara de Nord. Mariu vive lì, ha trent’anni ma il suo volto, il volto scavato dall’Hiv, non ha età. I suoi amici sniffano Aurolac, la vernice che provoca danni al cervello e all’apparato respiratorio, Mariu controlla il valore di qualche pezzo di bigiotteria, i furti del giorno, per fare i conti per mangiare. Non si buca più, dice. Non sapeva nemmeno di essere sieropositivo fino a qualche tempo fa. L’ha contagiato una ragazza, che ha molto amato quando nei canali c’era una vita parallela, e Bruce Lee, il boss che li controllava - ora in carcere - aveva fatto costruire sottoterra una piscina e una discoteca.
La ragazza adesso è morta. Mariu ora non ha più niente, non ha aiuti, non ha la sua famiglia, che lo rifiuta. Non ha la vita dei ragazzi dei canali. Consuma il tempo e consuma sé stesso su un materasso sporco nel canale della stazione. Da quando le autorità hanno chiuso i canali dove vivevano i tossici, strada Livezilor è tollerata, perché consumatori di droghe si autoghettizzano lì, lontano dai fasti del centro città. Don Federico vive a Bucarest da due anni, cammina con disinvoltura per le vie di Ferentari, stringe le mani a chi dorme in strada, porta sollievo, parla a lungo con un ragazzo scheletrico, le braccia segnate dai tagli, dall’autolesionismo.
«Sono magro perché ho fame. Non mi buco, ma nessuno mi fa lavorare perché sono rom, e vivo qui, nel ghetto», dice. Qualcuno a Livezilor ci è finito perché è rimasto indietro, perché con l’aumento dei salari per gli statali è aumentata anche l’inflazione. E basta un intoppo, una malattia, un problema. E non ce la fai. Un giorno hai una vita dignitosa, i giorno dopo sei a Livezilor, tra i tossici, i sieropositivi. È la storia di Cristian, sessant’anni. Viveva con suo fratello e sua madre, insegnante di rumeno al liceo, in una zona residenziale nel Settore tre di Bucarest. Poi la madre si è ammalata di cancro, il Psd ha triplicato i costi sanitari, cui vanno aggiunti quelli delle medicine e il prezzo della corruzione, le mazzette ai medici e agli infermieri. E Cristian non ce l’ha fatta. Senza madre, senza soldi e senza casa. Da quattro anni vive a Livezilor, la sola cosa che può permettersi. Stringe il vangelo e il rosario. Prega e piange e non esce mai dalla stanza di dieci metri quadri al terzo piano del blocco sei, che puzza di urina e stantio, per cui paga un affitto di quattrocento lei al mese, ottanta euro. Dalla sua finestra si vedono immondizia e il via vai dei clienti della sera, chi arriva dalla capitale a prendere eroina. Per quelli come lui è più difficile, perché a Livezilor ci sono finiti, e Livezilor ti inghiotte e ti consuma. Don Federico gli stringe le mani, lo incoraggia. Sii forte Cristian. Ma lui non ce la fa a essere forte. Piange, trema. E si vergogna.
Questo reportage apre una serie dedicata al trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino.
L’Espresso 30.6.2019
L’eterno conflitto tra morale e politica
Di Eugenio Scalfari
Il pensiero della modernità riflette sul cambiamento ed è a sua volta mutevole. E resta il problema di come imbrigliare la volontà di potenza
Nei giorni scorsi mi sono riletto un mio libro uscito circa venti anni fa e con il titolo “Per l’alto mare aperto”. L’ho riletto perché contiene molti pensieri e anche molte storie e i pensatori richiamati nel testo. Paragonandolo con quanto è accaduto nell’epoca moderna ne esce un testo di notevole utilità che stimola molto il pensie- ro. Per questo io ne parlo adesso: ne citerò qualche brano ma soprattutto ne trarrò delle conclusioni che sono di oggi e delle quali il libro può essere l’ispiratore. Premetto anzitutto la frase della grande scrittrice russa dei primi del Novecento Anna Achmatova, che apre il libro del quale sto parlando: «Ma voi amici siete rimasti in pochi. Voi per questo più cari a me ogni giorno... Come breve si è fatta la strada Che di tutte sembrava più lunga». I versi apparentemente dicono poco anche se ne scaturisce un sentimento poetico ben noto di quella scrittrice, ma in realtà danno il senso di quanto era già accaduto e stava per accadere ancora di più. Questa è la materia del mio libro che ho citato e che mi ispira ancor oggi pensieri per me nuovi anche se da cinquant’anni il pensiero è diventato il mio modo in- tellettuale di vivere e di comprendere l’attualità, buona o cattiva che sia.
Ci sono molti interlocutori in quel libro, che escono naturalmente dalla mia fantasia nel momento in cui scrivevo ma sono tratti in realtà dalla loro storia. Uno dei principali è Denis Diderot e la prima parte si svolge con un fantasioso dialogo tra lui e me. In realtà è lui che parla ed io mi limito a ricordare quel che ho letto delle sue opere e della sua vita politica oltre che culturale. Ad un certo punto dopo esserci incontrati nei giardini del Palais Royal io gli propongo di essere il mio Virgilio in un viaggio alla ricerca della modernità. Del resto questa ricerca a me capita di farla spesso perché la modernità non è mai moderna: per definizione cambia di continuo e di continuo quindi occorre studiarla culturalmente e sto- ricamente mettendo in luce anche i suoi mutamenti. Questo percorso mi è accaduto di farlo anche con papa Francesco ma molto prima di conoscerlo lo feci con Diderot e gli Illuministi. L’epoca moderna ha una data che rimonta agli inizi del Cinquecento, comincia con Galileo e con Montaigne e forse prima ancora con Niccolò Machiavelli e Leonardo da Vinci. Gli Illuministi ereditarono questi elementi ma li portarono molto avanti anche perché Diderot e d’Alembert fondarono l’Encyclopédie e furono al centro di un folto gruppo di pensatori che sull’Encyclopédie scrivevano e utilizzavano politicamente la loro scrittura. Accanto a questi due c’erano altri due nomi uno più importante dell’altro culturalmente: Rousseau e Voltaire. Il numero degli Illuministi è molto più vasto e questi quattro sono i rappresentanti massimi di quel pensiero che è il centro della nostra ancora attuale modernità. Un centro che passa per Carte- sio, per Kant, per Hegel, per Goethe, per Nietzsche e poi per il romanzo anch’esso fattore di aggiornamento: Dostoevskij, Tolstoj, Proust, Kafka, Joyce, Edgar Allan Poe.
La ricerca della modernità descrive soprattutto il rapporto tra il presente e il passato ma l’immagine dell’acqua che scorre e della persona che vi si immerge è uno dei punti fondamentali del pensiero moderno. Ri- sale nientemeno che ad Eraclito ma la sua modernità resta nonostante i millenni da allora trascorsi. «Nell’ac- qua del fiume si può entrare una sola volta. Tutto scorre e questo crea il presente, il passato e il futuro».
La storia cambia per la posizione di questi tre tempi: presente, passato, futuro. È in quel rapporto che si stabilisce la modernità quando il presente realizza il futuro e poi si consegna al passato, è la sostanza di questi rap- porti che determina la modernità, più lunga a trascorrere quando il futuro incalza il presente e più deca- dente quando il passato è l’elemento principale di quella triade. Comunque il frammento eracliteo richiama anche un altro aspetto del pensiero filosofico: quello della rela- tività contrapposto all’assolutezza. Il tema della verità relativa è infatti uno dei caratteri dominanti della modernità ma il tema si completa con un altro punto di partenza che è la Ragione della quale tutti gli uomini sono dotati sia pure in diversa misura. La Ragione non è un elemento immobile: le passioni e gli istinti la soffocano ma non la ottundono, il pensiero razionale è una caratteristica essenziale della nostra specie ed è presente in tutti gli individui. Tuttavia la Ragione non è un mito intangibile, non è un’entità astratta che dovrebbe governare il mondo. Sono stati commessi molti errori in nome di quella divinità e anche alcuni crimini e tuttavia la razionalità insieme agli altri elementi che determinano il pensiero è probabilmente uno dei principali e Voltaire è tra quelli che più di tutti l’ha teorizzata e sostenuta.
Se noi volessimo applicare questo modo di vedere la realtà intellettuale, culturale, politica, potremmo dare un giudizio molto appropriato agli eventi che si stanno producendo in Italia, in Europa e nel mondo intero. Razionalità, futuro, presente e passato, moralità: oltre a questi dobbiamo anche inserire l’autonomia della politica tra gli elementi fondativi della modernità. La politica è sempre stata autonoma dai tem- pi dei faraoni a quelli di Pericle, da quelli degli Scipioni a quelli di Cesare, da Carlo Martello fino a Elisabetta d’Inghilterra. La vera novità non è dunque l’autonomia della politica ma l’emergere del sentimento mo- rale che ha imposto limiti all’azione politica privilegiando i fini rispetto ai mezzi e criticando i fini senza l’ap- pagamento di bisogni e di speranze collettive. Non sempre il sentimento morale è riuscito a prevalere sulla volontà di potenza, ma questo è un altro problema che la modernità ha il dovere di fronteggiare.
C’è dunque molto da fare sul piano etico, culturale e politico. La storia moderna ci insegna ampiamente e noi dobbiamo agire per evitare il peggio e realizzare il meglio.
L’Espresso 30.6.20777==/*88419
Se si votasse a settembre la sinistra sarebbe tutta in difesa. Ma qualche mese in più le permetterebbe di non scendere in campo solo per partecipare 
Qualcosa di nuovo 
di Marco Damilano
O il Pd cambia pelle oppure qualcun altro dovrà far nascere qualcosa di nuovo», dice il sindaco di Milano Beppe Sala nelle pagine che seguono. «Dobbiamo dare protezione e speranza all’Italia che soffre, sostegno e fiducia all’Italia che cresce», scrive il segretario del Pd Nicola Zingaretti, rispondendo alle mille domande che gli abbiamo consegnato, proposte nelle settimane scorse dai lettori dell’Espresso. Parlano qui, direttamente, in prima persona, i due protagonisti della ricostruzione dell’opposizione alla maggioranza gialloverde, quasi un congresso. Due amministratori che si misurano quotidianamente con il governo, con storie molto diverse, anzi opposte. Sala è un manager che è arrivato ad appassionarsi alla politica solo di recente: la politica e non solo le politiche, la politica con le sue cadute, le tensioni, la ricerca di alleanze, l’esigenza di comunicazione, il tentativo di dare una risposta alla questione più politica di tutte, ovvero la necessità di essere qualcuno, un soggetto, un partito. Zingaretti è il politico di professione, nato e cresciuto nella federazione giovanile del Partito comunista, che da oltre dieci anni si è rivelato amministratore prudente e saggio, come presidente della provincia di Roma e poi della regione Lazio. Da quattro mesi è tornato alla politica di partito come leader di una formazione che lotta per sopravvivere, con i notabilati che combattono per resistere, una fazione che minaccia la scissione, i gruppi parlamentari indocili, i nuovi dirigenti che faticano ad emergere. Sala è invece l’immagine di un’Italia che vince e di una sinistra che sorride: qualcosa che non si vedeva da tempo, un’eccezione.
La conquista delle Olimpiadi 2026 per Milano e Cortina arriva nei giorni più grigi per il governo nazionale. I vertici europei inconcludenti, in cui il premier Giuseppe Conte si aggira da alieno, escluso dai tavoli che contano sugli organigrammi e in catenaccio per evitare la procedura di infrazione. Mentre i mercati sono in agguato, non hanno ancora attaccato ma aspettano l’incidente, sono in attesa sempre più corta: ieri erano le elezioni europee, oggi sono i tempi della trattativa con Bruxelles, e poi le elezioni anticipate e cosa farà Matteo Salvini. La categoria dell’incidente, che nella politica italiana ha una sua (ig)nobile tradizione, è stata evocata in questi giorni anche dal rientrante Alessandro Di Battista, che ne attribuisce in anticipo la responsabilità a Matteo Salvini. I franchi tiratori, l’autoaffondamento, la divisione insanabile che permette a uno dei firmatari del contratto di rompere, dando la colpa all’altro. C’è un’aria di vecchia Italia, nella maggioranza e nel governo del cambia- mento. La resa dei conti tra i puledrini di razza, non sono più i cavalli della Dc nella stagione gloriosa Amintore Fan- fani e Aldo Moro, e neppure i finti-amici della Quercia post-comunista Massimo D’Alema e Walter Veltroni che giusto un secolo si contesero la segreteria del Pds a colpi di effusioni a mezzo stampa (zio Walter e zio Massimo, si lasciavano chiamare sui giornali dalle rispettive famiglie). Un lucido combattente politico di 95 anni come Emanuele Macaluso li fucila nella bella intervista di Carmine Fotia (pagina 28): personaggetti, capetti senza spessore. Di Maio e Di Battista, piccoli leader, ordiscono minuscole trame di cui potrebbero restare vittime, scambiandosi bacetti e pugnalate. Il presidente del Consiglio Conte si muove nella trattativa come il cerimoniere di un paese politicamente irrilevante. E Salvini, perfino lui, il Capitano che-tremare-il- mondo-fa, sembra aver paura di prendere in mano l’intera posta, la sua reazione alla vittoria di Lombardia e Veneto nella corsa alla sede delle Olimpiadi non è stata quella del grande leader nazionale ma di un mediocre capopartito soddisfatto delle sconfitte altrui (i 5 Stelle che hanno detto di no ai giochi a Roma e a Torino), si attarda sul suo gioco preferito, l’unico che sa svolgere senza incertezze: la crudeltà. Il ministro dell’Interno che si schiera per bloccare in mare la Sea Watch 3, che utilizza numeri decrescenti di esseri umani, da poche centinaia a poche decine, per rivendicare la sua leadership, è già un’immagine feroce e orribile del passato, una coazione a ripetere, sempre lo stesso tasto, lo stesso tweet da azionare. Un anno fa Salvini costruì il suo consenso sul blocco della nave Diciotti, appartenente alla guardia costiera della marina italiana, e costrinse mesi do- po il Movimento 5 Stelle a rimangiarsi un pezzo della sua identità con il voto contrario all’autorizzazione a procedere per il ministro nell’aula del Senato. Ora ci riprova: il gioco è sempre più lento e scontato, ma anche drammatico e disumano. Nell’attesa di capire se è il tassello di una nuova campagna elettorale oppure soltanto un diversivo per mascherare un’incertezza strategica e forse esistenziale.
Sono le scene di ieri. Come al passato, anche se sono appena arrivati al potere, sembrano appartenere quei solerti amministratori leghisti (il servizio di Emanuele Coen è a pagina 64) che mettono le mani sul festival culturali nel nord del Paese, rimuovono gli striscioni che chiedono verità e giustizia per Giulio Regeni, provano a condizionare il dibattito politico estivo. Sono il nuovo, ma appaiono vecchi.
In buona compagnia, forse, in Italia e in questa Europa che a trent’anni di distanza dalla caduta del muro di Berlino appare come una fortezza incartapecorita. Cominciamo con questo numero un racconto a più voci dai paesi dell’ex bloc- co sovietico tre decenni dopo la svolta storica, con un reportage di Francesca Mannocchi e le foto di Alessio Romenzi dalla Romania (pag. 78), dal quartiere di Livezilor di Bucarest che racchiude tutte le contraddizioni, le speranze e le tragedie del comunismo reale e di questi decenni. Un secolo fa la sinistra fu, lo scrive Giuseppe Genna (pag. 24) soviet più elettricità, dunque il soggetto rivoluzionario e l’innovazione. Oggi il soggetto non c’è, la rivoluzione neppure e l’innovazione fa paura. La sinistra del XXI secolo si aggira co- me una sopravvissuta tra le nuove sfide. L’ambiente, i gigan- ti del web che si fanno Stato battendo moneta, il lavoro tra- sfigurato dalla robotizzazione. E parole antiche che comprendono tutto: giustizia sociale e disuguaglianza. Vecchia, vecchissima è la destra leghista che governa l’Italia con la sua intendenza a 5 Stelle. Ma altrettanto vecchia è una sinistra che non sa fare i conti con questa nuova agenda. Ora sembra fantascienza e se si dovesse votare a settembre ci saranno da fare le barricate per non prenderle. Con qualche mese in più, invece, qualcosa di nuovo si può costruire. Per pronunciare un verbo poco olimpionico. Non soltanto partecipare, ma vincere.


L’Espresso 30.6.2019
Qui ci vuole un nuovo partito
Colloquio con Giuseppe Sala
Di Marco Dmilano
“Il PD non basta. Serve un altro soggetto politico. Per riportare agli astensionisti alle urne. E parlare ai delusi del M5s”. Parla il sindaco di Milano. Che guarda oltre le olimpiadi
Il suo urlo di gioia nella sala di Losanna ha spiazzato tutti, era dai tempi della corsa di Marco Tardelli alla finale dei mondiali di Spagna nel 1982 che non si vedeva qualcosa del genere, dalle nostre parti. Beppe Sala, 61 anni, sindaco di Milano dal 2016 dopo una carriera da manager pubblico e privato, è l’amministratore che ha portato a casa le Olimpiadi per la sua città, insieme a Cortina, e per la politica italiana è un uomo di sinistra che vince e, per di più, sorride: un caso unico. Ha le simpatiche fattezze di un topone disneyano e scava: oggi a Milano, domani chissà. In questa intervista parla del suo fu- turo: le Olimpiadi, la ricandidatura a sinda- co, il processo per l’Expo. E annuncia: «Il Pd da solo non ce la fa. Serve un nuovo soggetto, con due bandiere. Ambiente e giustizia sociale». Lo farà lui «No, qualcun altro». Un qualcuno che sembra Sala.
Sala con i calzettoni arcobaleno del Pride, Sala in piazza, Sala che esulta a Losanna gridando Italia-Italia. In questi tre anni da sindaco ha ribaltato l’immagine del grigio manager dei numeri con cui aveva cominciato il suo mandato. Qualcuno comincia a pensare che il vero genio del marketing politico è lei, non Salvini. «L’urlo di Losanna è uscito spontaneo, era l’effetto della tensione per la vicenda dell’Ema, quando Milano perse la sede dell’Agen- zia del farmaco. C’è voluto coraggio per candidarsi alle Olimpiadi, puoi apparire come uno bravo e capace ma se poi perdi tutte le battaglie non serve a nulla. In questi anni ho capito che bisogna essere spontanei e autentici, se ti vengono certe cose che fanno parte del tuo modo di essere non vanno represse. Sto riflettendo molto su come la politica mi ha cambiato ma soprattutto sul ruolo di chi fa politica. A tutti, soprattutto ai giovani, ripeto che la politica è fondamentale, senza la politica le cose non avvengono, come dimostra il caso delle Olimpiadi. Ma oggi i politici sono autoreferenziali, vivono di meccanismi e comportamenti che non raggiungono nessuno. Prendiamo il Movimento 5 Stelle. Han- no vinto le elezioni, erano un movimento giovane, ma hanno detto che la competenza non è un valore. Mi chiedo che soddisfazione ci sia stata nel vincere le elezioni per poi non fare le cose. La comunicazione, il parlarsi addosso, i mille tweet servono a vincere le elezioni, ma non a governare bene e a essere ricordato dai cittadini perché hai fatto bene le cose. Bisogna fare un esame di coscienza: basta con questa litania della politica che è una missione. La politica è un lavoro. E come tutti i lavori deve avere come presupposto il tuo percorso, la tua esperienza, quello che hai imparato».
In quell’urlo si percepiva una passione che i politici dei tweet simulano: fanno vedere che hanno passione...
«Rischio di difendere la gente della mia generazione, ma un po’ lo devo fare. Un percorso di vita non è fatto solo di competenza, ma di vittorie, sconfitte, relazioni, conoscenza dell’animo umano. La cosa meno contemporanea sono le carriere politiche che nascono da ragazzi e che vanno avanti per sempre. Ci sono casi come quello di Pierfrancesco Majorino, ma lui si è confrontato con l’amministrazione. Ma altri vengono dal nulla, sono giovani e si ritrovano in ruoli che indirizzano il futuro del Paese, senza niente alle spalle».
Cosa insegna alla politica italiana la vittoria di Milano-Cortina?
«Un messaggio semplice: gli italiani si stanno rompendo le scatole di tante parole. Se proponi i fatti, qualcosa che si può oggettivamente vedere, c’è disponibilità a seguire. La seconda lezione è che la politica si deve confrontare anche aspramente sulle questioni sociali, ma quando riesce a stare insieme su questioni di interesse generale sfonda, perché nulla piace alla gente quanto i politici che riescono a trovare una sintesi. Possibile che non ci riesca mai di fare alcune cose insieme? Io a Milano posso proporre qualsiasi cosa, ma l’opposizione sarà contro per partito preso. Nella politica la maggioranza è maggioranza e l’opposizione dice no a tutto in attesa di diventare maggioranza, nel lavoro e in famiglia non funziona così. Anche questo distacca la politica dalla società».
Quindi anche lei si iscrive al partito del Sì? L’abbraccio tra lei e Luca Zaia prefi- gura una vicinanza tra il Pd e la Lega in nome dei settori produttivi del Nord?
«È possibile che su alcuni temi sia più facile trovare l’accordo. Ma io vedo dentro la Lega una spaccatura tra l’estremismo di Salvini e un’altra parte che oggi abbozza perché il leader è molto forte. Il governatore del Veneto sa bene che le imprese e le aziende agricole della sua regione fanno profitti anche grazie al la- voro degli immigrati, non credo che accetti certi toni estremisti. Salvini è su una posizione conflittuale che non penso sia gradita a tutta la Lega. È una contraddizione destinata ad allargarsi perché la Lega insegue un ruolo di leadership di governo, in modo legittimo. I 5 Stelle hanno dimostrato tutta la loro inesperienza, in Forza Italia non so se la diarchia Toti-Carfagna sia l’ennesimo trucco di Berlusconi ma è chiaro che è un partito da rifondare. E i limiti della sinistra sono evidenti».
Ci saranno le elezioni anticipate? La Lega spaccherà la maggioranza proprio sui temi più cari al suo elettorato del nord: su tasse, infrastrutture, sviluppo?
«La Lega potrà rompere solo se riuscirà ad attribuire agli altri l’iniziativa della crisi, ma per come sono messi oggi i 5 Stelle non credo sarà facilissimo. Oggi i 5 Stelle non han- no interesse ad andare a votare, Forza Italia neppure e il Pd nemmeno. Salvini immagina di vincere e vuole le elezioni. I leghisti avrebbero un grande dividendo elettorale, ma han- no bisogno di una grande scusa. La flat tax è una grande scusa? Mah. Su questo la penso diversamente da alcuni esponenti della mia parte politica che battono sul tasto del “non ci sono i soldi, l’Europa non ce lo consente”. Io imposterei la polemica in modo diverso. La progressività delle tasse è una conquista faticosa della sinistra, su questo ci si incatena. È uno degli elementi di giustizia. E io non conosco tutti questi imprenditori che si la- mentano della pressione fiscale, il punto vero è il recupero fiscale, a Milano stiamo facendo esperimenti interessanti: fermi per le auto i cui proprietari non hanno pagato le multe o pignoramenti per chi non paga i tributi, ovviamente sopra una certa cifra. Con buoni risultati che porteremo al ministro dell’Economia. Oggi con gli strumenti digitali recuperare è possibile, c’è un problema di volontà politica. La flat tax è un’altra promessa che va contro la giustizia. Non è giusta. Così come non è giusta quota 100. Mi chiedo perché non si facciano analisi più precise sulla aspettativa di vita e sul costo della sanità. Con l’età che si allunga e il problema di curare nei prossimi anni le malattie degenerative a lungo decorso stiamo dicendo alle persone di andare in pensione prima. C’è la possibilità di dire che il re è nudo. Il re è nudo, questa maggioranza di governo sta facendo cose totalmente disallineate rispetto a un percorso sociale che è stato compiuto in Italia e contro i giovani».
Lei dice che il Pd non vuole andare a votare. In realtà Zingaretti dice il contrario: elezioni subito in caso di crisi.
«Con Nicola sono d’accordo su tante cose, su questa meno. Se si andasse a votare oggi non capisco quale sarebbe l’utilità di vedere eletto un Parlamento di centrodestra a guida leghista che nel 2022 elegge il nuovo presidente della Repubblica, il successore di Ser- gio Mattarella. Io non auspico il voto. Spero che si voti più avanti».
Sabino Cassese ha scritto sul “Corriere” che Zingaretti non parla, non si sente, che c’è un vuoto di leadership. È un problema per l’opposizione?
«Non conosco la sua agenda. Non so se si fa sentire poco perché è impegnato su altre cose, ad esempio non so cosa stia facendo nel Sud per liberare il Pd da potentati locali ormai in disuso. Il problema non è andare in tv o sui social o meno. Il problema è uscire dalla comfort zone in cui si è rinchiuso il Pd. Qual è il punto di equilibrio tra l’esigenza di unità e il vincolo con i vecchi schemi che ti impone questa ricerca? Non ho nulla contro l’unità, ma se vuole dire tornare alle rigidità del passato che hanno portato a questa situazione non serve a nulla. Non possiamo rimettere in piedi totem pesanti come il ce- mento. Io vorrei una sinistra più determinata e, per quanto riesco, sto cercando di portare il mio contributo. I giovani sentono poco la politica. Purtroppo sentono ancora meno il Pd, visto come un partito vecchio e litigioso. Ma questo ci mette davanti a una grande opportunità. Non ci sono alternative. O il Pd riesce a cambiare rapidamente pelle e a presentar- si come un partito più moderno che affronta seriamente i temi più sensibili, dall’ambiente alla giustizia sociale, oppure ci penserà qualcun altro».
Vorrebbe essere lei quel “qualcun altro”? «Voglio essere sincero: mi piacerebbe, ma oggi non posso, me lo devo inibire, tanto più che c’è questa nuova responsabilità. Chi ha capacità, proposte, deve farsi avanti. Basta dire che non interpretiamo il disagio: facciamolo».
Serve un nuovo soggetto, un nuovo partito? «Io credo di sì. Il Pd può crescere ancora, ma non più di tanto. Solo un nuovo soggetto può riportare al voto qualcuno che normalmente non va a votare, qualcuno che ha votato per i 5 Stelle, e perfino qualche elettore della Lega che fa fatica ad accettare l’estremismo e la cattiveria salviniana. Anche per questo vedo in modo negativo elezioni a breve termine. Si rischia che il nuovo soggetto sia solo una figurina».
Cosa dovrebbe fare quel “qualcun altro”, che non è lei ma assomiglia a lei?
«Mi scoccia un po’ dirlo perché rischia di essere una ricetta teorica. La prima questione è che questo continuo parlare di stare alla sinistra del Pd, o alla destra, è tutto sbagliato».
Quando si pensa a lei, si immagina nello spazio di Carlo Calenda, tra i moderati. «I moderati sono la parte che mi interessa meno. Io mi considero, al limite, un modera- to radicale. Se i 5 Stelle ci hanno insegnato una cosa è che si possono prendere grandi consensi evitando questa orizzontalità della politica: la destra, il centrodestra, il centro... Dobbiamo evitare le etichette e parlare dei temi. Giustizia sociale e ambientale: in tutto il mondo la sinistra progressista discute di questo. Trovare modelli di socialità diversa rispetto a cui l’ambiente abbia un ruolo centrale. Oggi l’ambiente è la politica: aziende, lavoro, socialità. Il giorno dopo il voto di Losanna sono stato in conference call con il sindaco di Londra Sadiq Khan e il mio amico sindaco di Los Angeles Eric Garcetti che ha avuto la tentazione di candidarsi alle primarie dei Democratici. I sindaci stanno tracciando la strada, un sindaco a Istanbul ha battuto Erdogan, essere sindaco di Milano è oggi un ruolo fondamentale».
Milano può essere un modello nazionale? Negli anni Sessanta anticipò il centro-si- nistra a livello nazionale, in altri momenti è sembrata un’anomalia. Oggi sembra il simbolo della sinistra Ztl che vince nei ricchi centri urbani e perde nelle periferie: per nulla facile da esportare.
«Milano è un’eccezione perché ha fatto un salto in avanti sulle principali questioni che garantiscono il buon funzionamento di una città, dai trasporti ai rifiuti. Roma è un passo indietro perché deve prima mettere a posto questi fronti, da questo punto di vista capisco le paure di Virginia Raggi sulle Olimpiadi a Roma. Milano è al centro di un nord che è sempre più distante dal sud del Paese. Le politiche come il reddito di cittadinanza non porteranno a nulla di buono, senza politiche industriali si accentuerà il divario. Per quanto difficile bisogna trovare una formula per investire nel Sud. Mi chiedo perché alcuni esperimenti non si possano fare anche al meridione. Serve un patto per cui lo Stato mette a disposizione un pezzo del suo patrimonio, a partire dalle caserme dismesse, con il vin- colo che il ricavato lo si reinveste immediatamente per infrastrutture che aspettano da decenni, come la ferrovia pugliese o la messa in sicurezza rispetto al dissesto idrogeologi- co. Il Sud può diventare l’area test del Paese».
Renzi l’ha chiamata per complimentarsi per le Olimpiadi?
«No».
Neppure un messaggino?
«Prima o poi dovremo rivederci e accettare le nostre diversità».
Colpa di chi?
«Non lo so. Io ho detto che Matteo è stato po- co coinvolgente, avrebbe dovuto parlare meno con il suo piccolo circolo e di più con persone di livello e con autonomia di pensiero, è qualcosa che lo ha danneggiato. Io ora sarò più disponibile. Sento molta gente dire: Renzi era il più bravo, peccato che, e poi ognuno ci mette i suoi puntini. Io dovrei fare un passo verso di lui e lui verso gli italiani, dicendosi pronto a cambiare alcuni aspetti del suo carattere, anche a suo vantaggio».
Tra i totem c’è quello che Marco Minniti vorrebbe buttare giù, le politiche troppo deboli nei confronti dell’immigrazione? «Oggi in molti dicono di guardare alla social- democrazia danese, dura con i migranti. Io credo che dobbiamo intervenire sui problemi dove ci sono. Da amministratore quando ho parlato di Daspo sui Rom in alcuni quartieri non ho avuto grandi dissensi, ma mi rendo conto che sulle politiche nazionali il discorso è molto più complesso. Non regge la formula prendiamo tutti o non prendiamo nessuno. Dobbiamo fare un patto con l’Europa per cui l’Italia si impegni ad accogliere il numero possibile, con buon senso. Superando questa battaglia che si accanisce su poche decine di persone nel Mediterraneo».
La prossima settimana ci sarà un’altra prova, la sentenza nel processo che la vede come imputato per falso ideologico nei lavori dell’Expo. In caso di condanna potrebbe ritirarsi dalla politica?
«Dirlo ora suonerebbe come una pressione. La richiesta di pena è sotto la legge Severino, ma non posso prevedere quale sarebbe l’effetto su di me. Io sento di aver fatto un sacrificio enorme in termini personali in cinque anni di lavoro per permettere che l’Expo si facesse, mi conosco, so che una eventuale condanna mi costerebbe un ulteriore sforzo di responsabilità».
Se non c’è la politica nazionale, si ricandiderà per un secondo mandato alla gui- da di Milano?
«Lo vedrò quando sarà il tempo. Adesso bisogna mettere la testa sulle Olimpiadi, bisogna evitare quello che successe con l’Expo nella fase iniziale. Giancarlo Giorgetti dice che ha già in mente qualcuno, non voglio neppure sapere chi è perché non va bene il metodo. Dobbiamo discutere di cosa serve, ascoltare tutti, piaccia o non piaccia io tra i soci sono quello che ha maggiori esperienze gestionali di grandi eventi, studieremo i profili e la governance necessaria. Se qualcuno ha già in mente i nomi se li tolga dalla testa, sono inaccettabili senza una riflessione co- mune. Non stiamo insieme per vincere la candidatura, si sta insieme per fare un buon lavoro. Non ho un atteggiamento di protervia, la mia esperienza è al servizio, però nes- suno si sogni di prendere decisioni a tavolino, a Palazzo Chigi o da qualche altra parte».
Cosa significa per lei una sconfitta?
«Ho affrontato una malattia e ho avuto paura. Da sindaco ho perso quando si è votato sull’Agenzia del farmaco a Milano. Ma queste esperienze mi hanno fatto capire che ogni sconfitta ti dice che devi voltare pagina rapidamente e andare oltre».
Che significa vincere?
«Considerare che non c’è una vittoria personale, solitaria. La vittoria è sempre la vittoria di una comunità».


L’Espresso 30.6.2019
Disuguaglianze, precariato, pensioni, ambiente, immigrazione, tasse, questione morale... al nostro sito sono arrivate più di mille domande per il segretario del PD. Che qui risponde collettivamente 
di Nicola Zingaretti 
Nel numero del 16 giugno L’Espresso ha pubblicato sette domande di programma e di “ identità politica” a Nicola Zingaretti (dalle pensioni ai precari, dall’ambiente ai diritti civili etc), invitando i lettori a proporne un’ottava, attraverso il nostro sito. In redazione sono arrivate oltre mille domande al segretario del Pd. Alcune le trovate in queste pagine, nei post-it gialli, altre sono pubblicate su Espresso.it, Tutte le domande dei lettori sono state portate a Zingaretti, che ha scelto di rispondere in modo collettivo, con questo testo
Ho letto con attenzione le domande che mi sono state rivolte. Dal Partito Democratico si pretendono idee chiare e scelte di campo. Ne sono felice. Il confronto aperto sulle idee è la cura rigeneratrice per il Pd: l’unica strada per uscire dall’eterna discussione su colpe ed errori, e collocarci invece nel cuore della società, tra le persone, cogliendo la sostanza dei problemi, le speranze e le aspettative. Il nostro ruolo è proprio questo: creare un’agenda alternativa a quella fallimentare di Salvini e Di Maio. Dobbiamo dare protezione e speranza all’Italia che soffre, sostegno e fiducia all’Italia che cresce. Questo è l’obiettivo del “Piano per l’Italia” a cui stiamo lavorando, che contiene già alcune importanti scelte di cam-
po, anche rispetto alle questioni poste dal vostro giornale. Poiché le domande sono davvero numerose, cercherò di affrontare le 6 questioni principali che mi sembra emergano.
1) Lavoro e giustizia sociale
Il primo fronte è la creazione di lavoro. La politica economica del governo gialloverde si è rivelata fallimentare. Per rilanciare lo sviluppo servono investimenti: quelli pubblici, a partire da quelli per l’ambiente, l’adattamento al cambiamento cli- matico, le infrastrutture. Quelli privati, rafforzando gli stru- menti previsti dal programma Impresa 4.0 e gli incentivi per la riqualificazione energetica e sismica degli edifici.
Il secondo fronte sono i salari medi degli italiani, scandalosamente bassi. È necessaria una legge sulla giusta retribuzione. Non bastano i 9 euro lordi per tutti proposti dai 5 Stelle. La via maestra è il rafforzamento della contrattazione collettiva nazionale, estendendo a tutti il valore legale dei contratti collettivi firmati dai sindacati e dalle associazioni imprenditoriali più rappresentative e demandando alle parti sociali l’eventuale fissazione di un livello minimo per i settori non co- perti dalla contrattazione collettiva. Sul versante dei lavoratori autonomi, bisogna accelerare l’attuazione delle norme sull’equo compenso, a partire dai rapporti con la PA. Per favorire un incremento delle retribuzioni medie nette, subito un piano di riduzione delle tasse. Il governo propone la flat tax: parti uguali tra diseguali. Noi invece vogliamo meno tasse per chi lavora, soprattutto per gli stipendi più bassi, con la più drastica riduzione del cuneo fiscale mai vista in Italia. Terzo punto, i diritti del lavoro. Il nostro obiettivo è un codice dei contratti semplificato, che estenda tutele e garanzie al di là delle forme contrattuali, che pure vanno disboscate. Sia il Jobs Act che il Decreto dignità vanno rivisti, correggendo ciò che non ha funzionato e guardando al futuro. Serve uno Statuto dei nuovi lavori e dei lavoratori.
Le disuguaglianze in Italia sono tornate a crescere a ritmi prima sconosciuti. Un lettore centra il nocciolo della questione che è stato il cuore della nostra proposta politica congres- suale: è tempo di proporre una nuova agenda per redistribuire reddito e ricchezza. Noi insistiamo su tre obiettivi. Primo: politiche fiscali redistributive nel rispetto del principio costituzionale di progressività, che alleggeriscano il carico sui redditi medio-bassi e sulle famiglie con figli e familiari non autosufficienti e chiedano un maggiore contributo ai redditi più elevati, attraverso la riduzione delle agevolazioni fiscali di cui beneficiano. L’esatto contrario della Flat tax. Anche la lotta all’evasione fiscale è uno strumento di redistribuzione del reddito e della ricchezza. Le parole chiave per abbatterla sono due: stop ai condoni e digitalizzazione accelerata di tutte le transazioni economiche.
Secondo: le politiche contro la povertà e l’esclusione sociale. Il reddito di cittadinanza è uno strumento con gravi limiti: penalizza le famiglie con figli a carico (quelle dove si concentra maggiormente la povertà!), scoraggia l’offerta di lavoro regolare, taglia fuori i Comuni e il terzo settore, discrimina gli stranieri e i senza fissa dimora. Una misura che va radical- mente ridisegnata. Terzo punto: politiche “predistributive”, per prevenire i fattori che generano le disuguaglianze. I giovani sono le prime vittime delle disparità e devono essere i primi destinatari di queste politiche. L’Italia ha bisogno di un grande investimento sulle nuove generazioni, nell’ordine di un punto di Pil, circa 18 miliardi di euro.
2) Una rivoluzione green per l’Italia
Mi ha colpito la domanda di un lettore, che chiede cosa sceglierei tra chiudere una fabbrica che inquina o salvare i lavoratori. Il cuore della nostra proposta sulla rivoluzione green è proprio qui. La tecnologia oggi consente un’alternativa tra chiudere i cancelli e inquinare. Dobbiamo avviare un processo di rigenerazione della nostra economia, che va supportato con un fortissimo investimento da parte del settore pubblico. Nel Lazio abbiamo rilanciato un sito industriale in crisi come l’ex Ideal Standard di Roccasecca mettendo in campo, con Mise e Saxa Gres, 30 milioni di euro: grazie a questo investimento pubblico-privato quella fabbrica ha riaperto, produce sampietrini riutilizzando scarti di lavorazione, e ha salvato tutti i 279 operai. Questo dimostra che la svolta green non è solo una scelta obbligatoria per salvare il pianeta, ma la più grande opportunità che abbiamo davanti a noi per creare sviluppo e nuovo lavoro. Noi vogliamo creare un fondo per lo sviluppo verde da 50 miliardi, per creare 800.000 posti di lavoro nei prossimi cinque anni. Energie rinnovabili, riqualifica- zione energetica e sismica degli edifici, incentivi per l’econo- mia circolare, mobilità sostenibile. I soldi sono già stati stanziati: nel bilancio dello Stato ci sono 126 miliardi per gli inve- stimenti pubblici fino al 2033. Ma sono dispersi in mille rivoli.
Per quanto riguarda i combustibili fossili, prevediamo il dimezzamento delle emissioni di gas serra entro il 2030 e l’azzeramento delle emissioni nette entro il 2050. I danni causati dall’uso dei combustibili fossili non possono rimanere gratu- iti, ma vanno fiscalmente penalizzati per poter giungere ad economie a zero emissioni nette. Oggi l’Italia spende 18 miliardi di euro per sussidi dannosi per l’ambiente. Vanno ridotti, prevedendo adeguate compensazioni per le categorie so- ciali più vulnerabili. Sarebbe bene, inoltre, prevedere in Europa un prelievo fiscale sul contenuto di carbonio delle importazioni extraeuropee, in modo da incoraggiare anche le altre grandi economie mondiali a mettersi sulla strada della decar- bonizzazione.
3) Le riforme civili
Su questo fronte serve un’ampia discussione, poiché si tratta di temi ad elevata complessità, con orientamenti diversi. Ma non c’è dubbio che il Pd deve contribuire ad allargare la sfera dei diritti civili. Partiamo quindi con la garanzia dei tanti di- ritti che oggi esistono purtroppo solo sulla carta. Per esempio, sui bandi riservati ai ginecologi non posso che essere d’accordo con la proposta contenuta nella domanda di Ales- sandro Gilioli: come presidente della Regione Lazio sono stato il primo in Italia a introdurre una novità, all’Ospedale San Camillo, con bandi in cui si esplicita la funzione che si è chiamati a svolgere. Dobbiamo salvaguardare il diritto all’obiezione di coscienza, ma anche l’applicazione di una legge dello Stato, la 194, nella sua interezza.
Per quanto riguarda la legalizzazione della cannabis, è fondamentale garantire due esigenze: salvaguardare la salute delle persone e combattere le organizzazioni criminali. Una cosa è certa: l’attuale regime su entrambi i fronti non sta funzionando. Aumentano i consumi e cresce il volume di affari della criminalità. Ecco perché auspico che ci sia su questo tema una discussione aperta e senza pregiudizi. Anche se personalmente ho espresso la mia contrarietà alla legalizza- zione, soprattutto legata al rischio di un aumento esponenziale dei consumi da parte dei giovani.
Sull’ergastolo, la Corte Europea dei Diritti Umani è stata chiarissima. L’Italia deve difendere la dignità umana, compiere uno scatto di civiltà e scommettere sulla rieducazione dei condannati, come sancisce la nostra Costituzione. “Rinchiudere un essere umano e buttare la chiave” non è umano e non funziona.
4) Sanità, pubblica e per tutti
Siamo in piena emergenza. Mentre le stime sui prossimi anni ci dicono che verranno a mancare ben 45.000 medici. In 5 anni, il governo per provare a evitare l’aumento dell’Iva paventa nuovi tagli alla sanità. Sarebbe un vero e proprio attacco al sistema universalistico della sanità italiana, che il Pd difenderà con tutte le sue forze. Sì alla lotta agli sprechi, sì alla razionalizzazione e alla riorganizzazione della sanità. Ma non possiamo permetterci un centesimo in meno. Servono anzi nuovi investimenti sulla più grande infra- struttura pubblica del Paese e sul più importante strumen- to di eguaglianza sociale. Per questo ho proposto #Quota10: 10 miliardi di investimenti in più nei prossimi 3 anni. E in particolare 50 milioni subito sulle scuole di formazione per i giovani medici laureati, un piano straordinario per assumere 10 mila operatori e un grande piano nazionale sulla sanità territoriale, per far fronte al fenomeno dell’invecchiamento della popolazione.
5) La sfida della scuola e della conoscenza
La qualità dell’istruzione rappresenta l’elemento fondante per creare un modello di sviluppo che permetta ai cittadini di vivere la globalizzazione e l’innovazione come un’oppor- tunità e non come una minaccia. Vogliamo lanciare un grande piano di potenziamento della scuola. L’istruzione pubblica deve essere l’architrave di un’ampia operazione di crescita, ma anche di equità e giustizia. La nostra idea è az- zerare i costi dell’istruzione per tutte le famiglie italiane con redditi medio/bassi. Per questi genitori, dall’asilo nido all’Università, azzeriamo totalmente il costo dell’istruzione affinché non rappresenti in alcun modo un ostacolo per la realizzazione e l’emancipazione dei loro figli. Il provvedimento interesserebbe 7 milioni di famiglie con figli a carico e Isee minore di 25mila euro e prevede asili nido gratuiti, libri di testo gratuiti per gli studenti delle scuole medie e superiori, azzeramento delle rette universitarie. Vogliamo introdurre un assegno unico per le famiglie con figli a carico e attribuire una “dote” per i neo maggiorenni provenienti dalle famiglie meno abbienti aiutandoli a finanziare i propri progetti formativi o lavorativi.
6) Un nuovo modello di convivenza e integrazione
La sinistra deve promuovere una grande discussione pubblica su quale modello di convivenza e di integrazione della presenza straniera l’Italia intende perseguire. La politica del governo Lega-5 Stelle è disastrosa: calpesta dirit- ti fondamentali, smantella il sistema di accoglienza, isola l’Italia in Europa e peggiora la capacità di governo del fenomeno migratorio.
Dobbiamo indicare una strada diversa, verso un nuovo patto europeo sull’asilo per equilibrare gli sforzi tra i Paesi più esposti alla pressione migratoria. La Ue deve riconoscere che chi accede in Italia per chiedere asilo e protezione entra in Europa.
Sul piano legislativo serve una nuova Legge Quadro sull’immigrazione che superi la Legge Bossi Fini. Una legge che deve essere pienamente integrata nel quadro nor- mativo dell’Unione Europea e basata su tre pilastri fondamentali:
a) l’apertura dei canali di ingresso legali: occorre una programmazione dei flussi migratori con quote annuali, per- messi di soggiorno temporanei per ricerca lavoro, reintroduzione della chiamata diretta dall’estero con il cosiddetto meccanismo dello sponsor;
b) l’abolizione del reato di immigrazione clandestina, uno strumento che ha intasato tribunali e carceri e che poco ha prodotto nel contrasto all’immigrazione irregola- re. Al contrario, bisogna incentivare i rimpatri volontari assistiti, come altri paesi europei stanno facendo da anni, e dare più efficacia ai provvedimenti di rimpatrio coatto per via amministrativa;
c) le politiche per l’Integrazione, con un Piano Nazionale per la Coesione e l’Integrazione che dia un quadro organico alle politiche per la scuola, la tutela della salute, l’apprendimento dell’italiano, le politiche per la casa e quelle per la me- diazione culturale.
Il Pd deve tornare a battersi per l’approvazione di una nuova legge sulla cittadinanza basata sullo ius soli e ius culturae, per rivedere il procedimento di naturalizzazione, per riconoscere pienamente e tutelare la libertà religiosa, in un quadro di rigoroso rispetto della laicità dello Stato in un regime di pluralismo confessionale e culturale.
Quindi puntiamo lo sguardo in avanti. Abbiamo già presentato il primo tassello del nuovo “Piano per l’Italia”, fondato su tre grandi pilastri: lavoro, sostenibilità, cono- scenza. Non vogliamo scrivere da soli il programma, prima un grande dibattito per il Paese sul futuro e su l’alternativa.
A settembre su questi e su nuovi temi coinvolgeremo ancora le persone in tutte le città, i sindacati, le associazioni di categoria, le forze dell’associazionismo, del volontariato. È il momento che tutti coloro che vogliono dare un contributo si facciano avanti.


L’Espresso 30.6.2019
Nell’era digitale si deve guardare alla politica fondandola su una rivoluzione spirituale 
Sinistra, riparti dall’umano 
di Giuseppe Genna
Poche settimane fa Massimo Cacciari consegnava alla riflessione un compito capita- le, in un’intervista al Foglio: «Il corpo sociale è sempre in tensione con la forma politica. Oggi lo è quasi al punto di rottura. Ma la forma politica non deve affatto vestire il corpo sociale. Deve guidarlo».
La politica è geometria. Sembra un assunto astratto, ma non esiste nulla di più concreto della geometria. Tutte le proprietà dell’abitante occidentale, dalla casa al lavoro al paese, sono una questione geometrica: qui è mio e lì no. Il fondatore della politica moderna, Thomas Hobbes, ammoniva che tutto ciò che distingue i tempi moderni dall’antica barbarie è un effetto benefico della geometria. Sinistra e destra sono anzitutto categorie geometriche. Pare astrazione e invece si tratta del governo del mondo, del quotidiano, di come si muove chiunque desideri fare la spesa sotto casa, evitare la detenzione, salire su un mezzo pubblico, varcare un mare. Non è questa la sede (un concetto geometrico) per un saggio di geometria politica, ma ci si può concedere forse qualche spunto per vedere il mondo in cui viviamo e in cui si dovrebbe incidere politicamente, soprattutto a partire da quella zona ideale e pratica che fu appunto detta sinistra.
Si può cominciare dal denaro. Da sempre non esiste argomento più alla mano ed elettoralmente cruciale. La storia del denaro sta aggiungendo in questi giorni un capitolo fondamentale della sua non tanto aurea vicenda. Pochi giorni fa, il monarca assoluto di Facebook, Mark Zuckerberg, ha annunciato che il suo network adotterà una criptovaluta proprietaria, detta Libra (è l’etimo preciso della nostra vecchia lira: eravamo all’avanguardia e non lo sapevamo). È la notizia più importante in Occidente dai tempi dell’attentato alle Torri Gemelle, ma in Italia la cosa è stata affrontata come un fatto tra i fatti o una app tra le app. 2.3 miliardi di persone utilizzano la rete di Zuckerberg, che di fatto è un nuovo tipo di Stato, transnazionale e ubiquitario, immateriale ma assai reale nell’incidere sull’esistenza di chiunque, e proprietario di un patrimonio di dati personali mai raggiunto nella storia umana. Questo Stato afferma ora che batterà moneta. Lo fa attraverso una disintermediazione degli istituti bancari. Se proprio non accadrà questo, vale il principio che comunque potrebbe accadere. Una moneta frazionabile all’infinito, indifferentemente priva o do- tata di un rappresentante solido: il denaro fatto elettricità. In questa moneta andranno ad agire le istanze di un’intelligenza artificiale, che è della stessa natura del nuovo denaro, perché è anch’essa elettrica. Se Lenin definiva il socialismo con l’equazione “i soviet più l’elettricità”, aveva in qualche modo ragione (i social generano socialismo) e risulta a oggi ben più all’avanguardia di quanto ritengono coloro che, Lenin, dovrebbero averlo studiato. Le implicazioni politiche sono enormi. Zuckerberg stesso, quattro anni fa, aveva esposto precisamente il programma politico per antonomasia, rispondendo a una domanda di Stephen Hawking: «Il futuro è la telepatia. Sono interessato alle domande che riguardano la gente. Cosa ci farà vivere per sempre? Come possiamo curare tutte le malattie? Come lavora il cervello? Sono curioso di sapere se esi- ste una formula matematica che sottosta alle relazioni sociali e che governa il nostro interesse per cose e persone. Scommetto che esiste». Il signor Facebook rubava al contempo il ruolo allo Stato e a qualunque partito.
Non si tratta di desumere lo spazio politico da ciò che anticamente si dissero “nuove tecnologie”. Tuttavia la mutazione e l’accelerazione antropologica esigono di pensare pro- fondamente. Non esiste la possibilità di creare o riattare un soggetto politico, senza un tale pensiero. Non è la venerabile funzione che l’intellettuale incarnava secondo uno dei fondatori del Partito comunista nel 1921. È invece la riconfigu- razione della geometria. Una riconfigurazione assoluta, che impressiona. Il denaro va a distruggere qualunque confine esteriore e interiore, mentre i nazionalismi eleggono il confine a principio fondamentale. Google ci fornirà di passaporto? La piattaforma Uber riguarda soltanto i taxi, oppure investe la possibilità di sanità, welfare, lavoro, desindacalizzazione? Si dice che si vivono tempi di disintermedia- zione, mentre esiste soltanto l’intermediazione, esercitata da colossi planetari, si chiamino Alibaba o Airbnb. Quando Twitch, la piattaforma ludica di Bezos, metterà a disposizione alimenti attraverso Amazon a ogni superamento di livello di gioco, cosa sarà il lavoro? E quale soggetto umano è sottinteso da questa colossale trasformazione?
Va compreso il nuovo, va visionato l’antico. Siamo usciti dalla civiltà di massa (con i suoi “gusti di massa”), per entrare nella civiltà di supermassa (senza alcun gusto). Non funzio- na uno dei paradigmi tanto cari alle sinistre moderne, quello della “società liquida”: viviamo piuttosto in una società della nebulizzazione, a cui corrisponde una simmetrica metalliz- zazione dei soggetti, che tornano a essere pesanti. Le persone stanno esercitando la collettività per via tecnologica e però la vivono molto territorialmente, esprimendo sempre più il disagio per la povertà, la quale risulta paradossalmente ricca: non si è mai vista una povertà assoluta che è in grado di interagire elettricamente con il mondo.
È necessario pensare il soggetto politico alla luce di tutto questo, il che corrisponde a una disarticolazione delle geometrie vigenti. Si conferma la logica politica della superficie (ciò che sta a sinistra, al centro e a destra), ma si inserisce la terza dimensione: uno spazio verticale, che si pone certamente a sinistra, ma sopra tutto ciò che a sinistra e al centro starebbe. È ciò che sta accadendo: si rigenerano socialismi atipici, estremismi mainstream, riformismi popolari. Si tra- scende l’usuale geometria. Se si tenta di comprendere i Verdi, che si candidano a governare la Germania, si osserva che non sono interpretabili secondo le categorie orizzontali: in che senso sarebbero di sinistra? E allora sono di destra? (Sia chiaro che queste considerazioni non hanno nulla a che vedere coi genericismi, realmente destrorsi, di chi la faceva e la fa facile, sbarazzandosi della distinzione tra sinistra e destra).
Questa verticalizzazione funziona in base a un unico e im- ne semplificata dello scontro. Non la politica del fare, ma la politica del pensare. Ci siamo trasformati in persone alla ricerca di un modo di vivere comu- ne in cui a dominare non sia più la paura degli altri e del futuro, l’isolamento; ma la fiducia reciproca nella possibili- tà di immaginare un mondo bello, aperto e solidale. Una signora 95enne, che spesso era alle lezioni di politica: «Io ho bisogno di capire come cambiare il futuro», ci ha detto.
L’effetto moltiplicatore ha funzionato. La lezione di Tomaso Montanari su Ca- ravaggio in una scuola di Fidene ha spinto un gruppo di abitanti e insegnanti a immaginarsi di creare lì un bibliopoint; una lezione di Giovanni Bietti su Mozart in una scuola alla Bufalotta ha dato l’avvio a un ciclo di lezioni sulla musica, da Beethoven alla musica da cinema. E poi altra meraviglia: laboratori di percussioni per bambini sordi e udenti insieme; reading di poesia nei bar del quartiere; teatro negli appartamenti, shooting fo- tografici nei mercati rionali, performance teatrali nelle piscine, presentazioni di documentari ovunque ci sia uno schermo, 180 coristi in concerto, una festa per il 25 Aprile nel Brancaleone riaperto con tremila persone.
I trentaquattro gruppi di lavoro sono una macchina fluida, capace di organizzare, ma anche riflettere e immaginare insieme. In attesa di festeggiare il nostro primo anno di vita, ci siamo resi conto di essere cresciuti molto, bene, e in fretta: siamo ben più di un movimento civico, siamo un movimento politico. In questo spazio di pratica comune chiunque può aggiungersi, con la sola regola di pren- dersi la responsabilità della realizzazione del proprio contributo, la cura per le cose e le relazioni. Grande come una città è prima di tutto uno stile di rapporti personali e politici.
Non abbiamo per il momento una sede; il nostro corpo fisico è nella rete di relazioni umane costruite. Siamo privi di risorse materiali, ci autofinanziamo con contributo di chi partecipa, in un’economia basata sul dono e la restituzione. Siamo un’organizzazione complessa, nella quale le scelte sono assunte di volta in volta per approssimazioni suc- cessive, con un alto grado di fiducia e l’attenzione costante a evitare la polarizzazione delle posizioni. Il processo, ci diciamo, è sempre più importante del risultato. La forza che la unisce si richiama ai valori storici e a un progetto politico di sinistra, e nonostante all’interno diversi siano i punti di vista, la voglia proseguire insieme fino ad oggi ha prevalso su quella di dividersi per affermare ciascuno la propria specifica posizione.
Grande come una città è una realtà generativa che continua a riprodursi per gemmazione: come un giardino che fiorisce e cresce, trovando la sua forma a poco a poco. I semi gettati hanno fatto nascere già bellissimi fiori, l’obiettivo che ci siamo dati, alle soglie del secondo anno di vita, è veder crescere da queste prime esperienze piante robuste, esperienze permanenti come i laboratori e le scuole: quella di politica e quella di italiano per stranieri - tantissimi volontari che da mesi già collaborano con le scuole - tra poco anche quella di scrittura. Vorremmo che questi innesti trasformassero durevolmente il territorio del nostro municipio, un esempio per il rilancio di questa città. Chi vuole partecipare può venire agli incontri, o scriverci: grandecomeunacitta@gmail.com. L’archivio in costruzione sul nostro sito (grandecomeunacitta.org) contiene foto, audio, video e trascrizioni degli in- contri, è fruibile da tutti, ed è già un po’ di quella storia del futuro che vorremmo costruire.
*Collettivo del Terzo Municipio di Roma

L’Espresso 30.6.2019
Questo pd non è il Migliore 
Togliatti, Berlinguer, Craxi, Sciascia. Le lotte contro la mafia e gli amori. Emanuele Macaluso racconta la sua vita nel Pci. tra i politici di ieri e quelli di oggi, senza spessore 
Colloquio con Emanuele Macaluso di Carmine Fotia
Sono diventato antifascista a sedici anni, ho sfidato la mafia a viso aperto, sono stato in sanatorio e in carcere, sono stato membro della segreteria del Pci con Togliatti segretario, per quattro anni ho diviso la stanza a Botteghe Oscure con Enrico Berlinguer, sono stato direttore dell’Unità che allora vendeva centinaia di migliaia di copie».
Quando il racconto di una vita può sintetizzarsi così, tanto più se la narrazione è benedetta da quell’accento siciliano che, nella sua rotonda pastosità, pare fatto apposta per “cuntare” alla maniera dei cantastorie, quando puoi chiudere gli occhi e vedere, come in una pillicula ’miricana, direbbe Andrea Camilleri, passarti davanti la storia di un secolo: lotte e passioni, vita e amore, coraggio e viltà, vittorie e sconfitte; quando ti capita la fortuna, in un caldo pomeriggio romano di incontrare Emanuele Macaluso, siciliano di Caltanissetta, 95 anni compiuti, dirigente comuni-sta di lungo corso, combattente coraggioso e uomo dalla ricchissima vita sentimentale, ecco, quando ti succede devi solo metterti tranquillo e ascoltare. E lasciarti trasportare in quella Sicilia dove i poveri sono poveri fino alla fame e lottano anzitutto per la propria dignità. Padre fuochista delle ferrovie, socia- lista, mamma casalinga sempre pronta a preparare i pasti per i braccianti in sciopero, Emanuele Macaluso, perito minerario, si fa strada in un partito che, allora, tra tanti tragici errori, sapeva far crescere un giovane del popolo fino a farlo diventare un dirigente politico colto e raffinato, un eccellente giornalista e scrittore.
«Dopo la strage di Portella della Ginestra, in un momento difficilissimo, a 23 anni diventai segretario regionale della Cgil - racconta Emanuele Macaluso nella sua piccola ma accogliente casa nel cuore di Testaccio, tra quadri originali di Guttuso, foto e montagne di libri - Avevo vent’anni, quando accompagnai Girolamo Li Causi a fare un comizio a Villalba. Don Calogero Vizzini, che era il capomafia, ci sparò addosso, Lì Causi fu colpito al ginocchio da un colpo che lo rese claudicante per il resto della vita. Avevo aderito al Pci nel 1941, in una cellula di cui faceva parte anche Leonardo Sciascia con il quale rimanemmo amici per tutta la vita, anche se litigammo spesso. Ma io gli fui vicino fino alla fine».
È il racconto di una militanza politica che si intreccia con una vita sentimentale “scandalosa” tanto per il moralismo clericale, quanto per la rigida morale comunista: «Per me questa è una storia amara», ricorda Macaluso. «A sedici anni ebbi la tubercolosi e fui ricoverato in un sanatorio, ed è lì che io, già impegnato nell’antifascismo, diventai comunista. Quando uscii, avevo 18 anni, degli amici mi portarono a ballare e incontrai questa giovane donna, Lina, che aveva già due figli perché i genitori benestanti l’avevano fatta sposare giovanissima, a 13 anni, con un uomo molto più anziano di lei. Ci innamorammo subito e mi trovai militante clandestino e con un amore illegale. Avvenuta la Liberazione le chiesi di metterci insieme, con lei e con i suoi due bambini andammo a vivere in una piccolissima casa. Poi la mamma ci diede una casa un po’ più grande. Una mattina presto bussò alla porta il maresciallo Vacirca, che aveva fatto le elementari con me, e mi disse: «Ho un mandato di cattura, vi debbo arrestare». E così ci portarono in carcere per adulterio. I miei avversari politici avevano spinto il marito a fare denuncia, ci fu il processo e fummo condannato a sei mesi di carcere, ma fummo liberati con la condizionale. Allora ero nella segreteria del partito a Caltanissetta. Uscito dal carcere, quello che era stato il mio capocellula, Boccadutri, mi disse che avevo sbagliato, che la gente non capiva e così andai a fare il segretario della Camera del lavoro, poi Di Vittorio mi chiese di fare il segretario regionale della Cgil, dove rimasi fino al 1958».
La storia non finisce lì perché diversi anni dopo, quando Macaluso è protagonista della controversa operazione Milazzo che spinge la Dc fuori dal governo della regione, i suoi avversari politici montano l’accusa di alterazione dello stato civile riguardo alla registrazione dei due gemelli, Antonio e Pompeo, avuti con Lina. Accusa per la quale rischia otto anni di carcere: «Ne parlai con Giorgio Amendola e decidemmo che, mentre cercavamo una via d’uscita giuridica, sarei stato latitante in Emilia Romagna. Poi per fortuna a scagionarmi intervenne una sentenza della Cassazione, altrimenti sarei dovuto fuggire in Cecoslovacchia e chissà che fine avrei fatto».
Macaluso, facciamo questa intervista a 35 anni dalla morte di Enrico Berlinguer, che lei ha conosciuto molto bene. «Berlinguer, del quale per anni sono stato il più stretto collaboratore, soprattutto in ragione dell’intervista sulla questione morale concessa a Eugenio Scalfari nel 1981, viene presentato come un moralista, ma credo che sia molto riduttivo. Berlinguer è stato un erede di Togliatti e della via democratica al socialismo, un gradualista. Anche il compromesso storico restava nell’ambito dell’impostazione togliattiana poiché Enrico pensava che andassero coinvolte le masse popolari cattoliche, a partire però dall’unità tra comunisti e socialisti. Il suo merito maggiore fu distaccare il Pci dall’orbita di Mosca. Nel 1976, intervistato da Giampaolo Pansa so- stiene che il socialismo si costruisce meglio stando nel Patto Atlantico; poi va a Mosca e afferma il valore universale della democrazia, accolto da una freddezza glaciale. Quando torna firma insieme alle altre forze politi- che democratiche un ordine del giorno nel quale si riafferma che la politica estera italiana è retta dal patto atlantico e dall’europei- smo. Questo è un passaggio di campo, tant’è vero che Mosca da quel momento considerò Enrico uno dei nemici principali».
Lei custodì per molti anni un segreto importantissimo che lo stesso Berlinguer le aveva rivelato...
«Nel 1973 Enrico andò in Bulgaria dove ebbe un incidente automobilistico molto grave, tanto che il suo accompagnatore morì e Berlinguer fu portato in ospedale, ma volle rientrare subito in Italia con un volo speciale. Quando tornò a Botteghe Oscure andai a sa- lutarlo e lo trovai molto turbato e allora gli domandai: ma tu credi che non sia stato un incidente? E lui mi disse: “Non penso che sia stato un incidente, ma tu non devi dirlo a nessuno, neppure a tua moglie. Mai”, perché te- meva che si sarebbe scatenato un cataclisma internazionale. Lo disse solo a me, a sua moglie e ai suoi figli. Diversi anni dopo, Giovanni Fasanella, che allora lavorava a Panorama, venne a farmi un’intervista e contestava la profondità della rottura di Enrico con l’Urss. Io gli dissi: guarda che mi hai rotto i coglioni, tu non sai cosa ha rischiato Berlinguer e gli raccontai l’episodio. Lui lo scrisse e partì una raffica di smentite: il fratello Giovanni, il segretario del partito, Natta. Ma la moglie in- tervenne e confermò le mie parole».
Impossibile parlare di Berlinguer senza parlare dei suoi rapporti con Bettino Craxi.
«All’inizio non ci fu una pregiudiziale anti-craxiana, anche perché il primo congresso con Craxi segretario, a Torino, era stato dedicato all’alternativa. Il problema si pone dopo la morte di Moro: nessun partito ha più una strategia. La Dc torna al pentapartito abbandonando la politica morotea di apertura al Pci, che non era, come scioccamente si sostiene, quella di portare il Pci al governo, ma di condurlo dentro l’area di governo per dare poi vita all’alternanza tra schieramenti alla guida del paese. Ma il filo del dialogo con i socialisti regge anche dopo l’intervista sulla que- stione morale del 1981. Prima delle elezioni del 1983 c’è l’incontro delle Frattocchie, tra cadde che scrissi uno dei miei corsivi polemici (siglati em.ma, sigla che ancor oggi uso su Facebook) su una dichiarazione di Achille Occhetto sulla Rai. Allora Berlinguer mi tele- fonò, ma io gli dissi: guarda Enrico, io giudico le cose secondo la mia visione, non quella dei dirigenti del partito, altrimenti questo non è più un giornale. Il mio rapporto personale con Enrico, però, non si incrinò mai».
Perché oggi al popolo di sinistra, lo si è visto nelle recenti celebrazioni, manca così tanto Berlinguer e perché i giovani sembrano affascinati più da voi, ragazzi del ’900, che dai dirigenti attuali e del recente passato?
«Perché siamo di fronte a un vuoto. L’immaginario collettivo, anche dei più giovani, secondo me rimane colpito dal modo in cui Enrico ha vissuto, e anche da quella sua morte, su un palco, a Padova, in piena campagna elettorale, tamponandosi la bocca con un fazzoletto per arrivare fino alla fine del suo discorso. Egli appariva totalmente disinteressato, e lo era, al proprio tornaconto personale. La genera- zione di D’Alema e di Veltroni, dopo Occhetto, ebbe come preoccupazione principale quella di andare al governo e in effetti ci andarono tutti: D’Alema, Veltroni, Fassino, Bersani. Io non critico il fatto che siano stati al governo, il problema è che tanto il Pds e ancor di più il Pd hanno smesso di coltivare una presenza nella società, di suscitare lotte e movimenti, trasformandosi in puro ceto politico preoccupa- to solo di stare al governo».
Macaluso vedo che tiene in bella vista il numero dell’Espresso dedicata al nuovo segretario del Pd. Anche per lei Zingaretti è il compagno Boh?
«Parliamoci chiaro: Nicola Zingaretti non ha lo spessore culturale dei grandi leader che ha avuto la sinistra. Come, a parte la grinta, non l’aveva neppure Matteo Renzi. Dal punto di vista della cultura politica sono molto modesti, ma oggi sul mercato politico non è che ci siano grandi leader, se la politica è dominata da due personaggetti come Salvini e Di Maio. Credo che Zingaretti abbia capito che deve cambiare il modo d’essere del Pd e mi fa piacere che abbia conferito a Martina il compito di riformare lo statuto del Pd che è davvero incredibile: organismi sterminati e perciò pletorici, le primarie per eleggere il segretario. Ma se gli iscritti non possono eleggere il segretario, che cazzo fanno? Il Pd non è un partito, è un aggregato politico-elettorale. Comunque nella situazione attuale non c’è il meglio, possiamo scegliere solo il meno peggio. Per questo ho sempre votato e suggerito di votare per il Pd. A me sembra che Zingaretti sia il meno peggio, ma non è detto che debba fare il candidato premier che, lui sì, deve essere scelto con le primarie: Gentiloni sarebbe un ottimo candidato e anche Sala ha fatto molto bene come sindaco di Milano».
Si torna a parlare di scissioni nel Pd.
«Io non amo il Pd, ma ho duramente criticato la scissione di Bersani e D’Alema. E continuo a criticare anche quella di cui si parla oggi. Il Pd è oggi l’unica forza di centrosinistra che ha un consistente bacino di consensi elettorali che può anche crescere, se si scinde non resterà nulla. Né chi fa né chi subisce la scis- sione ne trarrebbe alcun vantaggio, perché il risultato sarebbe condannarsi all’impoten- za. Io spero che Renzi sia più intelligente dei suoi accoliti che lo spingono alla scissione. Lo scissionismo è stato la vera malattia della si- nistra, da sempre e ha reso la sinistra incapace di essere essa stessa un’alternativa e più debole anche la democrazia italiana».
Lei è sempre stato un garantista, cosa pensa del caso Lotti-Ferri-Csm?
«Il nodo politica giustizia non si è mai sciolto e mai si scioglierà. Ci sono stati due fenomeni dopo la Liberazione: dapprima la Dc sottomise una parte della magistratura, poi venne Tangentopoli e allora la magistratura sembrò assumere il ruolo - attribuitogli dai grandi giornali e dal Pds che commise un gravissi- mo errore dal quale la sinistra non si è ancora liberata - di chi, come disse Piercamillo Davi- go, “deve rovesciare l’Italia come un calzino”. A parte questo Lotti, che è un piccolo intri- gante che briga per la nomina del capo della Procura dove lui è indagato, la cosa che dovrebbe inquietare nel caso Csm è l’utilizzo del trojan anche nelle indagini sulla corruzione. Ciò praticamente vuol dire che tutti sono a rischio di essere intercettati, perché mentre la mafia è un fenomeno comunque limitato la corruzione è invece diffusa. E il trojan diventa uno strumento che calpesta la libertà delle persone».
Giunti alla fine di questo racconto, lanciando uno sguardo alle sguaiatezze della politica di oggi, fatta di polli in batteria e gente senz’anima, colpisce l’immagine di quei ragazzi che giovanissimi dovettero compiere scelte drammatiche, senza perdere la voglia di vivere: «Vede, il mio amico Leonardo Sciascia non prese mai la tessera del Pci, ma, lo scrisse nelle “Parrocchie di Regalpetra”, gli anni dell’antifascismo furono i più tersi e migliori della sua vita. E lo furono anche per me».


L’Espresso 30.6.2019
Io spargo odio e poi tu mi voti
In anteprima il rapporto di amnesty sui politici che usano l’hate speech per ottenere consensi 
di Mauro Munafò e Francesca Sironi
Tolleranza zero per chi, in nome di una religione, vuole portare MORTE nel #No- stro Paese meritano di non uscire più di GALERA!!!». Così Angelo Ciocca, allora candidato al Parlamento Europeo con la Lega poi eletto con quasi 90 mila preferenze, commentava su Facebook un arresto, lo scorso 17 aprile. Al post, ancora visibile online, seguono 234 risposte. L’88 per cento di queste è da considerarsi problematica per i toni utilizzati. Sei su 10 sono proprio incitazioni dirette all’odio o minacce di morte. Gli esempi, a scorrere la discussione, sono anche troppi. Uno dei primi: «Lo sapete che i maiali mangiano anche le ossa? Fateli sparire», scrive un fan di Ciocca.
Fateli sparire. La propaganda politica online sembra aver assuefatto gli elettori con schizzi di violenza come questi. Il problema è che non sono schegge. È un’industria sistematica al consenso attraverso l’odio, fatta propria da alcuni leader e partiti. Come dimostra, con nuova chiarezza, una ricerca di Amnesty che L’Espresso pubblica in anteprima in queste pagine.
Nel mese che ha preceduto le elezioni europee del 26 maggio scorso, 180 attivisti di Amnesty International Italia hanno passato al setaccio oltre 100 mila tra post e messaggi prodotti dai politici candidati al Parlamento Europeo e utenti che li hanno commenta- ti, valutandoli secondo una scala che andava dai messaggi con accezione positiva a quelli problematici, fino al vero e proprio hate speech, il discorso d’odio sanzionabile anche penalmente. I risultati di questo studio non la- sciano spazio ai dubbi: a Strasburgo il prossimo 2 luglio si insedieranno onorevoli che hanno fomentato l’odio attraverso i social e aizzato i loro follower con messaggi offensivi e ai limiti del dibattito civile (e in qualche caso molto oltre). «I risultati del nostro studio mostrano come lavora la fabbrica della paura», spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia: «Trasforma fenomeni in problemi e problemi in nemici; semina ansia; infine, offre sicurezza e ottiene consenso politico. Come negli anni Venti dello scorso secolo ma con la differenza dei social media, che amplificano tutto. Oggi, la realtà è che chi diffonde il discorso d’odio in un corpo sociale in preda a paura e rancori, vince. Di più, quello che spaventa è che dai risultati emerge un pezzo di paese “multifobico”, che è contro le donne, contro i rom e contro le persone Lgbti». La fabbrica dell’odio descritta dallo studio di Amnesty è forte di una produzione in serie di contenuti e di obiettivi, una manifattura di argomenti esposti su misura per scatenare la propria base di consenso. Il migrante è per esempio sempre e solo al centro della cornice quando commette reati o crimini, specialmente con vittime italiane, in una comunicazione che fa abbondante uso di parole in maiuscolo e punti esclamativi, ad accrescerne il senso del pericolo e l’urgenza. Anche quando il singolo post può sembrare una semplice sottolineatura di un caso di cronaca, la costanza con cui la pagina martella su un unico obiettivo pone le basi alla traiettoria della violenza. L’iperesposizione di un problema rispetto ad altri infatti non solo ne ingigantisce la percezione, tema su cui gli stessi media sono corresponsabili. Ma sposta la linea delle reazioni. Innescando il peggio. Il 19 aprile la candidata mantovana della Lega Alessandra Cappellari pubblica un video, scrivendo: «Controllore aggredito a Trieste da una donna senza biglietto, che si è rifiutata di scendere, bloccando l’autobus ed i passeggeri a bordo». La donna è di colore. Il tono dei commenti è questo: «Dalle un calcio nel culo e la butti fuori mentre andate. Una di meno», scrive Sandro. «Le scimmie se lasciate uscire dalle gabbie... fanno danni...», aggiunge Angelo. «Io gli avrei dato un calcio in mezzo alle gambe a questa PUTTANA», Maria. «Io l’ho detto e lo ribadisco ancora una volta, bisogna aprire un famoso campo e metterceli dentro tutti e viaaaa», Fabrizio. E così via. Sono tutti commenti ancora ben visibili online, con nome e cognome degli autori. Il 54 per cento delle risposte al video pubblicato sulla pagina della politica mantovana, mostra il report di Amnesty, ha questo tono. È odio. Non molto diverse sono le dinamiche applicate ai messaggi a tema religioso, prevalentemente anti Islam o contro il mondo della solidarietà. La strada e i format comunicativi indicati da big del calibro di Matteo Salvini e Giorgia Meloni, entrambi candidati “di facciata” alle ultime Europee, vengono declinati con scarsa originalità dai tanti candidati dei loro partiti in maniera quasi impiegatizia: si prende una notizia di cronaca nera con gli ingredienti di cui sopra e la si dà in pasto ai propri follower. I registri linguistici sono sempre gli stessi, e ogni messaggio sul tema potrebbe benissimo essere di un’Alessandra Cappellari, di un Angelo Ciocca o di una Daniela Santanchè: lo stesso autore non sarebbe in alcun modo capace di distinguerlo da quello dei suoi colleghi di area. Stessi argomenti, stessi strumenti. «È una costante della modernità il fatto che in politica, così come su temi come la religione o l’orientamento sessuale, i discorsi possano portare a un alto livello di aggressività», riflette Giovanni Ziccardi, professore di Informatica giuridica all’Università Statale di Milano e autore di numerosi libri sul tema: «Ma oggi a questo si aggiunge la specificità dei social network: ovvero la possibilità di profilare in modo preciso i destinatari di un messaggio. La comunicazione dei politici online è rivolta così ai propri fan, a persone da fomentare e da esaltare. Non serve più l’arte della persuasione degli indecisi, dell’argomentazione. È il contrario: più si polarizza, ad esempio svilendo o dileggiando un nemico, più si insiste su un obiettivo, maggiore sarà l’attaccamento». Numerosi studi hanno dimostrato che in queste forme di consenso da groupie, così come nella propagazione dei messaggi sui social, solleticare sentimenti negativi funziona molto più del contrario. Così nella continua rincorsa a emergere fra i tanti cloni dell’industria della paura, l’aggressività verbale aumenta. «Io ho smesso di definirlo odio virtuale», nta Ziccardi: «Quest’odio è reale, come sono le sue conseguenze. È sufficiente parlare con le vittime per capirlo, che non è “solo uno status”, ma ogni volta una ferita precisa, e specifica, a una persona o alla sua comunità». Quando non l’innesco di un circuito alla violenza che può diventare azione, come mostra la strage tentata da Luca Traini a Macerata il 3 febbraio del 2018. La strategia della gogna inquina. Ma non sempre paga personalmente, almeno sul piano elettorale. A diversi esposti su misura per scatenare la propria base di consenso.
Ai candidati monitorati dalla ricerca Amnesty, risultati fra i più attivi in termini di espressioni violente contro persone o categorie deboli, non è andata poi così bene alle urne. Daniela Santanchè, quarta in lista e fra i più martellanti contro gli stranieri, non è stata eletta al Parlamento Europeo. Matteo Gazzini, candidato altoate- sino della Lega, e Dante Cattaneo, sindaco uscente di Ceriano Laghetto, provincia di Monza e Brianza, entrambi in corsa per Strasburgo, tutti con dei record comunicativi anti-rifugiati e anti-lgbt durante i mesi di campagna, hanno perso sulle prefe- renze. Così anche Caio Giulio Cesare Mussolini: impegnatissimo a odiare sui social. Senza conquistare per questo voti.
Se non tutti riescono a tramutare i clic in forza elettorale, di certo resta che nello spettro degli argomenti che occupano, in positivo o in negativo, le discussioni digitali, a determinare gli obiettivi continua a essere la destra, o l’estrema destra. Altre forze sembrano silenti o incapaci di portare alternative efficaci. Anche chi adotta le strategie più presenzialiste sul web - vedi ad esempio Carlo Calenda - lo fa traducendo in parte il metodo dell’indicare un nemico, aizzando i fan. Nel suo caso, di solito, il target sono altri politici. La eco comunicativa di altri tentativi - per esempio parlare bene dell’Europa - sembra magrissima in termini di risultati. L’industria del consenso fondato sull’odio sembra destinata solo a crescere, e a diventare più violenta. Anche se una piccola incrinatura potrebbe iniziare a farsi strada. «Il nuovo regolamento europeo sulla protezione dei dati», conclude infatti Ziccardi: «Ha co- me obiettivo la ripresa del controllo da parte degli utenti. Ovvero dare la possibilità di capire come si viene profilati, perché nella propria “bolla” finisca ad esempio il messaggio di un politico piuttosto che di un altro. Ren- dendo meno automatico il labirintico far west dentro cui siamo immersi. È un percorso molto difficile, ma è un inizio».

L’Espresso 30.6.2019
Il sogno della democrazia nato dalle Primavere fallite
di Mario Giro
Le primavere arabe esistono o no? Sono un bene o un pericolo? La risposta non è immediata. Tra la fine del 2010 e inizio 2011 le manifestazioni pacifiche di Tunisi e del Cairo avevano lasciato sperare per il meglio. Quella piazza Tahrir piena di giovani mostrava la gioventù araba sotto una nuova luce: non solo violenza e terrorismo ma impegno per la libertà e la democrazia. Il mescolarsi assieme di tendenze religiose e laiche era un bel messaggio. Sono bastati pochi mesi per disilludere tanti: la vittoria dei Fratelli Musulmani, la loro incapa- cità di governo e alla fine il colpo di Sta- to, davano l’idea di una riedizione del “decennio nero” algerino, costato negli anni Novanta circa 200 mila morti. Ma soprattutto i lunghi massacri siriano e yemenita ancora in corso stanno lì co- me calderoni accesi a rammentarci il fallimento di quella breve stagione. Isis, jihadismo e interi popoli divorati da una guerra senza fine, che si allunga come uno spettro su un avvenire incerto. Dobbiamo dircelo: il risultato delle Primavere è di quattro Stati falliti (Siria, Yemen, Libia e in buona sostanza anche l’Iraq), tante vittime, grandi deva- stazioni e poco futuro. Il Medio Oriente e il mondo arabo appaiono come un luogo incerto, minaccioso, una fornace da cui possono uscire solo calamità. Ma poi, come sempre, la storia riser- va delle sorprese, fa dei salti seguendo correnti profonde che non si vedono a occhio nudo e che la geopolitica non cattura. Algeri e Khartoum, due luoghi lontani e molto diversi fra loro, tacitamente ripropongono un’altra visione. In entrambe le città da mesi si manifesta in massa e pacificamente, chieden- do il cambio: basta regimi militari e dittature, è il tempo della libertà e della democrazia. È già accaduto ma questa volta è diverso dal passato: non c’è nessuna tentazione violenta e, soprattutto, non è coinvolto nessun partito, religioso, militare o laico che sia. La protesta si rivolge a tutti i protagonisti delle crisi precedenti: governo, esercito, movi- menti islamisti, oppositori laici. I manifestanti non si fidano di nessuno. I cor- tei sono imponenti e originali: alla fine gli stessi manifestanti puliscono le strade, tutti tornano a casa in pace, non c’è mila proteste in quell’anno) ma erano piccole, settoriali e organizzate. Un giorno protestavano gli insegnanti, un giorno gli anestesisti, un giorno gli avvocati. Chiedevano tutti condizioni di lavoro e salari migliori. Meno corruzione e favoritismi. Ma mai un cambio di regime. Oggi invece le parole d’ordine si sono invertite: finora nessuno ha chiesto il pane, ma «democrazia e libertà». «Sappiamo tutti che se non se ne vanno tutti a casa le condizioni economiche non cambieranno», spiega Lynda Abbou, giovane donna algerina che insieme ad altri, lo scorso gennaio, ha scritto una lettera aperta ai giovani per invi- tarli a occuparsi delle sorti del Paese. «Fino a gennaio, i giovani non pensavano alla politica, continua Lynda. Ma quando Bouteflika ha presentato la sua candidatura al quinto mandato è stato troppo. È una questione di dignità questa volta». Sulla sedia a rotelle dal 2013, Bouteflika non governa il Paese da ormai quattro anni. E per gli algerini, il fatto che si presentasse per una quinta volta non voleva dire che Bouteflika, nonostante tutto, era il re del Paese. Tutt’altro. Ma la sua candi- datura significava il mantenimento di un sistema opaco e corrotto, che si fondava su alleanze molto dinamiche tra la cerchia ristretta del Presidente, l’esercito, i servizi segreti, il Fln e gli oligarchi. E che soprattutto ha saccheggiato il Paese. Secondo il Fondo Monetario Internazionale oggi, infatti, nonostante l’Algeria sia un Paese ricco di idrocarburi, il 10 per cento della popolazione rischia di cadere sotto la soglia di povertà. E anche se le proteste sono politiche, hanno anche una dimensione economica. Da quando sono crollati i prezzi del petrolio nel 2014, le riserve straniere dello Stato sono passate da 200 miliardi di dollari a 75. Il governo ha iniziato a stampare moneta e adottare misure di austerità che però non hanno migliorato minimamente l’economia del Paese che resta ancora fortemente corrotta e dipendente dalle energie fossili. «Oltre alla disoccupazione, bisogna capire che i giovani algerini sono cambiati, continua Lynda. Non hanno paura perché non hanno vissuto la guerra civile. Vivono nelle città e sono ben educati».
Resta però un fatto: che queste manifestazioni, ancora oggi, non hanno leader e la rivoluzione algerina, come quella tunisina e egiziana del 2011, rischiano di essere delle rivoluzioni senza rivoluzionari. Il 15 giugno, 80 organizzazioni della società civile hanno proposto una road-map che non è stata rifiutata dalla piazza, ma oltre a una transizione di sei mesi, un governo tecnico, un dialo- go nazionale e la creazione di un comitato elettorale, il programma non sembra avere chiaro come fare uscire il Paese dall’impasse politica. Secondo alcuni i manifestanti non scelgono leader perché hanno paura che una volta scelto questo sarà represso dal regime. Per altri invece è proprio l’orizzontalità stessa del movimento a farne la sua forza.
L’Algeria, come la Tunisia e l’Egitto del 2011, più che una rivoluzione sembra un movimento. Come spiega il sociologo Asef Bayat, nel suo ultimo libro “Rivoluzioni senza rivoluzionari”, ciò che assimilava le proteste tunisine con quelle egiziane è che nessuna, a differenza delle grandi rivoluzioni del ’900 come quella cubana o iraniana, era legata a degli intellettuali e aveva in mente dei programmi politici ed economici che avrebbero sconvolto radicalmente l’ordine nazionale. In Tunisia, come in Egitto, i manifestanti hanno chiesto la democrazia, ma nessuno ha mai messo in discussione il libe- ro mercato e le logiche neoliberali. In Iran, l’11 febbraio 1979, come spiega Bayat, non appena Khomeini è diventato leader, il vuoto di potere è stato sostituito dai pasdaran, membri della rivoluzione. Gli impiegati pubblici hanno iniziato a gestire ministeri e dipartimenti. I contadini senza terre hanno confiscato le proprietà agli agro-industriali, gli operai si sono impadroniti delle fabbriche. E questo perché durante le proteste, i manifestanti avevano già un’idea del post-rivoluzione. Sentimenti contro il capitalismo, democrazia popolare, giustizia so- ciale erano le componenti di programmi politici ed economici concreti. Che fossero islamici o secolari.
In Algeria invece, come in Tunisia e in Egitto, non vogliono essere legati a nessuna ideologia. Loro combattono per «valori», ovvero per la «democrazia» e la «libertà». Tut- to questo potrebbe far implodere il movimento? Per Adlène Meddi, scrittore algerino di fama internazionale, no; anche se sul lungo periodo può soffocare, nel caso il regime riuscisse a mettersi d’accordo rapidamente con una certa opposizione. «La preoccupazione dipende dal fatto che questo movimento è arrivato in un deserto politico dovuto alla repressione diretta o insidiosa nei confronti della vita politica, associativa, universitaria o mediatica, che il regime di Bouteflika ha adottato per vent’anni. È molto difficile ricostruire una vita pubblica in un contesto di tensioni politiche e di interessi mutevoli. Ma è positivo il fatto che gli algerini, dopo dieci anni di massacri della guerra civile e vent’anni del regno assurdo di Bouteflika, hanno di nuovo fiducia. La società ha scoperto di avere una forza che non sapeva nemmeno di avere. Questo sembra poco», conclude Meddi, «ma in questa parte del mondo, tutto questo è grandioso».

L’Espresso 30.6.2019
Le mani sulla cultura 
Attacco al Festival 
La vittoria della Lega in molte città contagia eventi estivi e rassegne, aprendo scenari imprevedibili. Da Udine a Torino, da Trento a Ferrara, l’ombra del sovranismo sull’Italia che si incontra in piazza 
di Emanuele Coen

Dopo il trionfo elettorale della Lega, la svolta sovranista stravolge la cartina politica dei territori, rompe equilibri consolidati, apre scenari imprevedibili. Dalle piazze e dai social, dominati dal linguaggio aggressivo di Matteo Salvini, il cambiamento ora si sposta sul terreno della cultura e contagia l’Italia dei festival, i mille Comuni che hanno costruito intorno alle proprie rassegne culturali una ricchezza, anche economica, unica in Europa. Con i suoi ospiti prestigiosi e il respiro internazio- nale, il mondo dei festival rischia di entrare in collisione con il primo partito del Paese e i suoi amministratori locali, che polemizzano con gli organizzatori con toni e accenti diversi - da Udine a Sarzana, da Cividale del Friuli a Ferrara, da Trento a Torino - intervengono su scelte e programmi oppure danno un’impronta “italianissima” come nel caso del Teatro Olimpico di Vicenza. L’ultima disputa riguarda Vladimir Luxuria, storica attivista per i diritti Lgbtqi. Appena nominata direttrice di Lovers, a Tori- no, festival dedicato ai film sulle tematiche di genere con quasi 35 anni di storia, Luxu- ria è stata attaccata da Fabrizio Ricca, leader leghista nella città sabauda, uno dei nuovi “superassessori” regionali. «Continu- iamo a vedere nomine nuove, e anche as- sunzioni in vari settori strategici, in una Regione che ha appena cambiato colore politico», ha detto.
Una volta al potere la Lega mostra volti diversi, più concilianti o più duri a seconda dei territori in cui governa. In Friuli Venezia Giulia le polemiche più accese: la Regione in mano al Carroccio e al governatore fedelissimo di Salvini, Massimiliano Fedriga - che qualche giorno fa ha fatto rimuovere lo striscione giallo “Verità per Giulio Regeni” dalla facciata del palazzo della Regione a Trieste - ospita da quindici anni a Udine il festival vicino/lontano con il premio letterario internazionale Tiziano Terzani, nel miri no della giunta guidata dal sindaco leghista Pietro Fontanini. Il Comune ha ridotto da 30 mila a 10 mila euro il suo contributo e l’assessore alla Cultura, Fabrizio Cigolot, qualche tempo fa è intervenuto in consiglio comunale per rispondere a un’interrogazione dell’opposizione: «Terzani è diventato un santo secolare, un oggetto di culto, complimenti a chi è riuscito a imporlo associandolo a un’idea di alta qualità come persona, della quale io fortemente dubito anche per- ché ci sono autorevoli esponenti che sull’analisi storica di Terzani avrebbero mosso più di qualche critica», ha detto di fronte all’Aula ammutolita.
All’epoca le dichiarazioni dell’assessore suscitarono un putiferio, ora gli organizzato- ri temono ulteriori sforbiciate. «Quest’anno abbiamo lavorato con un budget inferiore a quello dello scorso anno. Dopo il taglio deciso dal Comune, purtroppo alcuni sponsor si sono allineati», dice Paola Colombo, che cura la rassegna con Franca Rigoni: «Anche il contributo della Regione, che ha finanziato il festival fino al 2019 con un bando triennale, per il 2020 è un punto interrogativo». A maggio si è svolta la 15esima edizione, sul tema del “contagio”: un centinaio di even- ti, poi la serata conclusiva con Gad Lerner e l’editorialista e scrittore statunitense Fran- klin Foer, vincitore del premio Terzani. «La scelta di assegnare il premio a Foer, con la sua analisi sui nuovi poteri forti, è un segnale di attenzione nei confronti della vo- lontà del Comune di rendere questo evento più pluralista rispetto al passato», riflette l’assessore Cigolot. In vista della prossima edizione i contrasti sono destinati a riacu- tizzarsi: «Quando gli organizzatori inizie- ranno a lavorare sulla rassegna 2020 vedremo cosa intendono proporre e su quella base l’amministrazione farà le sue scelte. L’intenzione della città è mantenere vivo il festival e collaborare alla valutazione delle proposte. Tuttavia, dopo 15 anni l’idea di questa rassegna va rinnovata, perché come tutti i prodotti culturali, artistici, subisce l’aggressione del tempo. Saremmo felici che in futuro il festival si concentrasse anche sul ruolo dell’identità locale, che diventasse insomma un po’ più vicino e un po’ meno lon- tano», sintetizza con una battuta Cigolot. Che non nasconde le proprie inclinazioni: dopo aver ospitato il 15 giugno il controverso convegno “Identitas” , protagonista il po- litologo russo Aleksandr Dugin, considerato l’ideologo di Vladimir Putin, adesso la giunta punta sulla creazione in tempi stretti del Teatro Stabile Friulano, come strumento per la tutela e lo sviluppo della lingua friulana. Scelta localista, agli antipodi dell’impostazione internazionale del festival. «Non abbiamo mai fatto scelte parziali, abbiamo dato spazio a posizioni diverse combattendo il pregiudizio, con l’autorevolezza delle persone invitate. La giunta di Udine è legittimata a sostenere altri proget- ti, ma è un segnale preoccupante», ribatte Colombo, la quale non esclude che il festival traslochi altrove: «Sarà l’extrema ratio. Nonostante le offerte ricevute da Firenze, Reggio Emilia, Pistoia e altre città non abbiamo mai approfondito. Dopo l’abbraccio ricevuto da Udine andarsene sarebbe una sconfit- ta», conclude la curatrice.
Situazione non molto dissimile da quella di Mittelfest, importante festival friulano tra musica, teatro e danza (12 - 21 luglio) a Cividale del Friuli. Il tema quest’anno sarà la leadership, con un focus sulla Grecia e un programma scandito da una trentina di progetti artistici, in cui spiccano il Berliner Ensemble e il concerto del grande pianista croato Ivo Pogorelic. Dopo la scorsa edizione, forte spinta europeista ma sensibile calo di pub- blico, il direttore artistico Haris Pašovic ha corretto il tiro, tanto che alcuni politici leghisti hanno salutato la “svolta friulanista”, testimoniata in particolare dal concerto-re- cital conclusivo, con il sostegno di Arlef, l’A- genzia regionale per la lingua friulana: “Maraveis in sfrese/Meraviglie socchiuse”, prima assoluta, con l’Orchestra giovanile Filarmonici Friulani diretta da Walter Themel. Nel frattempo la Regione ha tagliato di 100 mila euro il contributo per quest’anno.
Acque più tranquille, almeno in superfi- cie, per il Festival dell’Economia proget- tato dall’editore Laterza, a Trento, dopo le turbolenze dei mesi scorsi. Nel 2018 Sal- vini criticò duramente la presenza del finanziere George Soros e, in occasione del- la riforma “quota 100”, arrivò a chiedere le dimissioni di Tito Boeri, all’epoca presi- dente dell’Inps e tuttora direttore scientifico della rassegna trentina, fortemente so- stenuto dall’editore. Il nuovo governatore del Trentino, il leghista Maurizio Fugatti, non ha mai nascosto l’antipatia per Boeri ma si è mostrato soddisfatto della 14esima edizione del festival (30 maggio-2 giugno), sul tema “Globalizzazione, nazionalismo e rappresentanza”. «Riflettere sulla distanza delle élite rispetto al popolo è davvero fondamentale», ha detto nella conferenza di inaugurazione. E poi, a rassegna ultimata, ha manifestato la propria sintonia: «Finalmente questo è stato un festival del popolo con temi sentiti e vicini alle persone. Avevamo ragio- ne quando criticavamo alcuni convegni a senso unico, ma il Festival è una manifesta- zione importante». Fatto sta che Salvini ha dato forfait all’ultimo momento, impegnato in campagna elettorale altrove. Ma dopo i rumors dei mesi scorsi sull’uscita di Boeri, a cui Giuseppe Laterza non intende rinunciare, ora l’editore sostiene di aver incassato rassicurazioni dall’amministrazione trentina e ha affidato la direzione scientifica all’economista milanese anche per il 2020, nel «consueto rispetto del pluralismo delle opinioni».
Al di là delle polemiche, una cosa è certa: negli ultimi vent’anni i festival hanno cambiato il panorama culturale italiano, rivitalizzando l’economia di molti territori. Ma- rino Sinibaldi ha accompagnato l’evoluzione di queste rassegne, anzitutto con il pro- gramma radiofonico da lui ideato e in onda da vent’anni, Fahrenheit, poi come diretto- re di Rai Radio 3 e anima di diverse manifestazioni. «Nei festival abbiamo trovato la stessa idea di cultura e condivisione che avevamo alla radio», dice Sinibaldi: «Volevamo trasformare la cultura da elemento di qualità, con una punta di elitarismo, in qualcosa di più popolare, con qualche rischio di spettacolarizzazione». Ne è valsa la pena? «I festival sono diventati gli unici luoghi in cui si parla di politica, in cui il pubblico sta seduto due ore ad ascoltare qualcuno in carne e ossa, a volte pagando addirittura un biglietto», dice il direttore di Radio 3. L’ascesa elettorale della Lega rischia di compromettere l’equilibrio tra festival e città? «Lo sviluppo delle rassegne culturali, pur non avendo una precisa coloritura politica, ha coinciso con una stagione oggi a una svolta. Sarebbe gravissimo se le città venissero amputate di queste occasioni di confronto pubblico. Non c’è ragione di credere che la sopravvivenza dei festival dipenda da una certa amministrazione ma occorre restare vigili. Le conquiste non sono mai definitive».
Svolte radicali come quella di Ferrara, dove la sinistra non perdeva dal 1945. Da feudo rosso a roccaforte del Carroccio: il nuovo sindaco leghista, Alan Fabbri, 40 anni, appassionato de “Il giovane Holden” e del festival rock di Woodstock - non esattamente il pantheon della destra - ha fatto il pieno di voti e ora governa con Forza Italia e Fratelli d’Italia. A febbraio Lorenzo Barbieri, all’epoca coordinatore del gruppo di lavoro sul programma elettorale del centrodestra prima di essere sostituito, in una intervista alla Nuova Ferrara aveva lasciato intendere che, una volta al governo, la giunta Fabbri avrebbe cambiato drasticamente l’impostazione di festival come Buskers, storica rassegna di musicisti e artisti di strada alla veneranda 32esima edizione (24 agosto - 1 settembre), o Internazionale. All’indomani delle elezioni, Giovanni De Mauro, direttore del settimanale che organizza il festival dal 2007 con grande successo, ha scritto una lettera-editoriale al primo cittadino di Ferrara, per mettere subito le cose in chiaro. «Fin dall’inizio abbiamo potuto lavorare nella più totale indipendenza, organizzativa ed editoriale: scelta degli argomenti, modo di affrontarli, ospiti da invitare. Questa indipendenza si è mani- festata in un modo molto semplice: i sindaci e gli assessori venivano a conoscenza del programma del festival solo leggendolo quando era già stampato», recita un passaggio della missiva. A buon intenditor poche parole, alle quali il destinatario ha risposto a stretto giro: «Non cambierà nulla relativamente al festival, l’assetto organizzativo rimarrà il medesimo di sempre e nessuno ha in animo di limitare o mettere in discussione la vostra identità», si legge a conferma della linea morbida seguita anche per il Buskers. Appuntamento con Internazionale a Ferrara (4 - 6 ottobre), dunque, con giornalisti da tutto il mondo e un programma molto ricco: ambiente, estreme destre europee, diritti umani, il Brasile di Jair Bolsonaro, azione umanitaria, italiani di seconda generazione.
Uno, cento, mille volti del Carroccio. Come quello mostrato a Sarzana, vicino a La Spezia, dove il sindaco Cristina Ponzanelli governa dallo scorso anno con il sostegno di Lega, Lista Civica Sarzana Popolare, Forza Italia e Fratelli d’Italia. Nel 2018 il Festival della Mente (la prossima edizione dal 30 agosto al 1° settembre) era stato duramente attaccato da alcuni esponenti del Carroccio perché considerato troppo di sinistra: in particolare la lectio magistralis (sul tema della comunità) di Andrea Riccardi, fonda- tore di Sant’Egidio, fu definita dal deputato leghista Lorenzo Viviani «un’omelia radical chic di luoghi comuni a cui non crede più nessuno». Bene, dopo aver acquistato il marchio del Festival della Mente, il Comune - che ora ha il diritto esclusivo sul suo utilizzo - ha siglato a fine aprile una con- venzione con la Fondazione Carispezia: per i prossimi tre anni, fino al 2021, la rassegna si svolgerà a Sarzana. «La convenzione rafforza ulteriormente il rapporto tra la città e il suo festival», ha esultato il sindaco Ponzanelli dopo la firma. Paese che vai, Lega che trovi.
L’Espresso 30.6.2019
1989-2019, la caduta del Muro 
Eroina, fame, malattie. 
I dannati di Livezilor dove morì il sogno operaio 
Ceausescu vi fece costruire i palazzi per i lavoratori delle fabbriche che dovevano rendere grande il Paese. Oggi è la strada più degradata di Bucarest. Un inferno, specchio delle contraddizioni del post-socialismo 
di Francesca Mannocchi da Bucarest
Cos’è successo? Perché tutte queste macchine?», domanda una donna a una ragazza, esile, di fronte alle scale di un edificio. «Marga è morta, la mamma è morta». Margareta era la madre di Sara, vent’anni, corpo piccolo e ossuto, viso teso. Ai piedi le ciabatte e in testa un fiocco nero in segno di lutto. Margareta aveva quarantaquattro anni, cinque figli ed era sieropositiva. Un compagno che entrava e usciva dal carcere con cui ha avuto due figli. Poi il tentativo di risollevarsi dalla povertà, qualche lavoro dignitoso, un nuovo compagno, altri tre figli, poi - di nuovo - la mancanza di lavoro. E un unico sollievo: l’eroina.
Margareta viveva nel ghetto: Strada Livezilor, Ferentari, settore 5, Bucarest. Livezilor è una strada composta da due file di edifici fatiscenti di cinque piani, tra un edificio e l’altro cumuli di immondizia, topi. Agli angoli delle vie donne che spazzano a terra e altre donne sedute lungo il marciapiede con casse di frutta da vendere. Al primo sguardo potrebbero sembrare tentativi di normalità: il mercato, un po’ di soldi per sbarcare il lunario, allo sguardo successivo l’altra faccia della realtà: le donne stringono una manciata di siringhe. Un tassista si ferma, tira fuori qual- che lei dalla tasca laterale dei jeans, la donna mette una mano nel grembiule, prende i soldi, gli passa la dose. E poi riprende a spazzare.Un uomo cammina con lo sguardo perso nel vuoto tenendo per mano un bambino, suo figlio, e nell’altra mano una siringa, con tutta probabilità usata, conta un po’ di denaro, lo porge a una donna robusta. Lei gli passa una bustina - la sua dose - lui abbozza un sorriso, è sollevato, riprende suo figlio per mano, diretto verso casa. Il corpo è segnato dalla droga: sulle braccia, sulle gambe, non un centimetro è stato risparmiato dai buchi. Si gratta nervo- samente, ha croste dappertutto, le pupille a spillo dell’eroina. Il viso scavato, piedi gonfi, labbra bluastre.
Più che camminare si trascina, fino a infilarsi in uno degli edifici scrostati e consumare nell’androne il sollievo momentaneo dell’eroina, mischiata a metanfetamine e a chissà che altro. Quest’angolo di Ferentari lo chiamano il ghetto dei tossici, ma Livezilor è molto di più, è lo specchio delle contraddizioni rumene. Che arrivavano dalle aree G. Lì edifici di Livezilor erano stati costruiti da Ceausescu per i lavoratori delle fabbriche rurali per fare grande il paese. Dopo il 1989 le fabbriche hanno cominciato a chiudere e gli alloggi dei lavoratori si sono via via spopolati, lasciando spazio agli emarginati. Oggi a Livezilor vivono poveri, disoccupati, tossici, prostitute. I dimenticati della capitale. Più che case, qui, ci sono stanze. Tredici metri quadrati, una finestra e un bagno. Acqua e gas in un appartamento ogni cinque. Ai tempi del comunismo c’erano due lavoratori per stanza, ora tredici metri quadrati arrivano a contenere anche famiglie di dieci persone. Negli androni delle scale siringhe usate, a terra urina. L’odore si mischia al tanfo dell’immondizia che circonda gli edifici, resti di cibo gettati dalle finestre, vestiti ammassati e ancora plastica, aghi. Tutto a Livezilor parla la lingua dell’emarginazione.
Sara apre la porta della stanza-casa, dove fino alla sera prima vivevano in sette. Ci dormivano in sei divisi sui due lati del letto, lei, i quattro fratellini, la nonna e Margareta. Lo zio - unico uomo adulto - a terra. Margareta si è sentita male la se- ra prima, setticemia. L’hanno portata all’ospedale dove poco dopo è morta. Da due settimane rifiutava di essere ricoverata, aiutata, curata. Si è lasciata morire, dice qualche vicino a bassa voce. Succede quando non riesci più a sopportare Livezilor. Perché tanto, dicono tutti, è questione di tempo, a Livezilor siamo già morti.
Sara apre una busta rossa, le fotografie di un tempo che è stato. Lei bambina, sua madre in salute. «Avevamo un po’ più di soldi, la mamma lavorava, eravamo poveri ma vivevamo dignitosamente. Sono stata una bambina serena», dice scegliendo le foto da portare via con sé. Poi la crisi finanziaria, la disoccupazione che nelle zone come Ferentari in meno di quattro anni raddoppia e l’oblio, che ha la forma della polvere su un pezzo di carta, il filtro rimosso di una sigaretta messo sopra un ago, l’eroina che si scalda e il liquido risucchiato dalla siringa.
Margareta era bella, anche Sara lo è. Come i fratelli minori, come Sami che ha tredici anni, è semianalfabeta e vorrebbe venire in Italia a giocare a pallone. Sami che non ha più una madre, non è stato riconosciuto dal padre e ha vissuto nel degrado di una via in cui i genitori mandano i figli a raccogliere e distribuire siringhe usate. In cui i bambini scendono a giocare in uno slalom di mezzi vivi che si bucano sulle scale di casa, dove è normale vedere la propria madre mentre si droga, e l’eroina ha narcotizzato tutto al punto che i figli piccoli non piangono neppure di fronte alla bara di Margareta. Perché la morte a Livezilor la incontri anche ai bordi delle strade, solo una settimana fa - raccontano i volontari che lavorano nella zona - all’incrocio con la via principale c’era il corpo di un uomo riverso sul marciapiede e intorno i bambini a giocare a pallone. Oggi sullo stesso angolo di marciapiede un altro uomo è piegato su sé stesso, si contrae. La siringa vuota alla sua sinistra. E, anche intorno a lui, i bambini continuano a giocare a pallone.
«Livezilor è la strada più degradata del quartiere più degradato di Bucarest, i ghetti attraggono marginalità e i disagi si sommano: droga, malattie, prostituzione sono conseguenza una dell’altra». Franco Aloisio si guarda intorno mentre arriva in auto nel quartiere per prendersi cura del funerale di Margareta. Lo fa per Sami che fre- quenta la fondazione che presiede a Bucarest, Parada. Franco è arrivato in Romania nel 1999, tre anni dopo che il clown franco-algerino Miloud Oukli aveva dato vita alla fondazione per il reinserimento sociale di giovani e adulti che vivevano nei canali sotterranei dei tubi dell’acqua calda: la città sotto la città che scalda la capitale rumena. Oggi il numero dei ragazzi di strada è nettamente diminuito, ma le condizioni degli emarginati sono peggiorate per l’esplosione di droghe sintetiche, eroina, e per le malattie che ne derivano. L’esplosione dell’uso di metanfetami-ne e droghe etnobotaniche, le chiamano le “legali” perché si potevano comprare nei negozi: i magazzini dei sogni. Poi il governo li ha chiusi e lo spaccio si è spostato per strada. In questi anni l’aumento dell’uso di eroina e “legali” ha coinciso con la drastica riduzione dei finanziamenti internazionali per il contrasto dei danni legati alla droga. I fondi sono praticamente prosciugati.
La Romania era entrata nell’Ue, dunque poteva farcela da sola. Invece non ce la fa. E non c’è un piano. Aras (associazione anti-Aids rumena) ha esaurito i fondi per la sostituzione delle siringhe. E dal 2010 la diffusione dell’Hiv tra i consumatori di droga è esplosa, dall’1 al 60 per cento.«La prossima emergenza a Bucarest sarà l’esplosione dell’Aids», dice Franco Aloisio, «stimiamo che in città ci siano ventimila tossicodipendenti, la metà sieropositivi. Molti non sanno nemmeno di essere stati contagiati e il tasso di mortalità è altissimo. Fino al 2007, data di ingresso nell’Unione Europea, abbiamo vissuto anni di grande intervento sulle marginalità. Parados- salmente entrare in Europa, per le po- litiche di inclusione ha rappresentato una regressione perché il disagio sociale è sparito dall’agenda politica pubblica, sostituito dal decoro». A Bucarest ogni angolo di strada ricorda i sei mesi della presidenza di turno dell’Unione che termina alla fine di giugno. Ci sono bandiere europee dappertutto, nei boulevard pieni di turisti e caffè delle vie del centro fino al Palazzo del Parlamento, il secondo edificio più grande al mondo: mille stanze, 700 mila tonnellate di acciaio e bronzo per le porte monumentali, 1400 specchi, due piani sotterranei. Un tempo era Casa Popurolui, la Casa del Popolo di Ceausescu. Oggi all’esterno campeggia la scritta: Romania 2019, presidenza del Consiglio dell’Unione Europea. Dodici anni dopo l’ingresso nell’UE e 30 dopo la caduta del Muro, la Romania è il paese delle contraddizioni, il paese dell’opulenza e della povertà estrema. In questi anni ha ricevuto dall’Europa 56 miliardi di finanziamenti che hanno portato un po’ di sviluppo se amministrati con criterio e aumentato divari sociali dove gestiti secondo logiche corruttive, dove cioè - raccontano i cittadini - «senza pagare mazzette non ti mettono nemmeno sulla barella in ospedale, non ti cambiano la flebo».
Dal 2015 la crescita annuale del Pil del paese è stata sempre superiore al 4 per cento, fino al picco del 5 per cento del primo trimestre 2019, ma lo sviluppo economico non ha sanato le differenze interne: uno stipendio medio nella capitale è di circa 750 euro, in Moldova, la zona più povera del paese non arriva a duecento.
Secondo i dati Eurostat, alla fine del 2018, sono 3 milioni e 281 mila i rumeni ancora considerati “gravemente materialmente svantaggiati”, che cioè vivono in povertà estrema. I soldi europei a Bucarest hanno decisamente portato progresso, la città è piena di turisti, locali aperti notte e giorno, brand popolari e grandi marchi illuminano la fino al mattino. A essere euroscettici sono i socialisti del Psd, in rotta con Bruxelles per le proposte di riforme della giustizia atte a depenalizzare l’abuso d’ufficio e ridurre la lotta contro la corruzione. Le critiche europee sono state così se- vere che il leader del Psd in campagna elettorale ha utilizzato le parole d’ordi- ne della destra nazionalista europea, il motto del Psd per la campagna elettorale è stato: Patrioti in Europa.
Prima di essere sconfitto dai conservatori del Partito Nazionale Liberale alle scorse elezioni europee, i socialisti del Psd hanno sponsorizzato per anni una politica basata sulla crescita dei consumi che ha non solo impoverito le casse dello Stato ma ha trascurato investimenti pubblici in attività in- dustriali e agricole, nelle infrastrutture e nei trasporti. In un paese che ha solo ottocento chilometri di autostrade. E dove mancano infrastrutture, si sa, non arrivano nemmeno investitori, non arrivano cioè posti di lavoro.
Perciò 3 milioni e mezzo di persone si sono trasferite altrove per sfuggire alla povertà e all’assenza di prospettive, cioè un cittadino rumeno ogni sei ha lasciato il paese. Vuol dire che se un’azienda ha bisogno di manodopera specializzata non la trova. Significa che se continuerà a calare costantemente il numero dei giovani nel mercato del lavoro, la popolazione che oggi conta 19 milioni di persone arriverà a 16 nel 2050 e sarà un problema pagare le pensioni. E aumenterà il numero degli emarginati, dei marginalizzati. Significa che chi cerca lavoro va via, e chi resta ha bisogno di sussidi statali. Intanto, una Bucarest spende e consuma. L’altra è isolata nel ghetto. «Sono realtà che non si parlano, la nuova capitale, la Bucarest del consu- mo, non vuole vedere la marginalità degli ultimi, tollera il ghetto di Ferentari perché non deve conviverci», racconta ancora Franco Aloisio, mentre guida, stavolta verso Gara de Nord, la stazio- ne principale, fino a pochi anni fa era la casa della gente dei canali, i ragazzi di strada che vivevano sottoterra «Sono due città parallele che convivono in uno spazio geografico ma non si intersecano mai. In Romania si è inceppata l’idea di comunità, chi ha avuto il potere l’ha utilizzato per depredare il paese, il paese è stato saccheggiato, è rimasto corrotto e gli svantaggiati sono rimasti indietro».
Oggi nella gerarchia degli ultimi il canale è l’ultimo stadio, ne è rimasto aperto uno a Gara de Nord. Mariu vive lì, ha trent’anni ma il suo volto, il volto scavato dall’Hiv, non ha età. I suoi amici sniffano Aurolac, la vernice che provoca danni al cervello e all’apparato respiratorio, Mariu controlla il valore di qualche pezzo di bigiotteria, i furti del giorno, per fare i conti per mangiare. Non si buca più, dice. Non sapeva nemmeno di essere sieropositivo fino a qualche tempo fa. L’ha contagiato una ragazza, che ha molto amato quando nei canali c’era una vita parallela, e Bruce Lee, il boss che li controllava - ora in carcere - aveva fatto costruire sottoterra una piscina e una discoteca.
La ragazza adesso è morta. Mariu ora non ha più niente, non ha aiuti, non ha la sua famiglia, che lo rifiuta. Non ha la vita dei ragazzi dei canali. Consuma il tempo e consuma sé stesso su un materasso sporco nel canale della stazione. Da quando le autorità hanno chiuso i canali dove vivevano i tossici, strada Livezilor è tollerata, perché consumatori di droghe si autoghettizzano lì, lontano dai fasti del centro città. Don Federico vive a Bucarest da due anni, cammina con disinvoltura per le vie di Ferentari, stringe le mani a chi dorme in strada, porta sollievo, parla a lungo con un ragazzo scheletrico, le braccia segnate dai tagli, dall’autolesionismo.
«Sono magro perché ho fame. Non mi buco, ma nessuno mi fa lavorare perché sono rom, e vivo qui, nel ghetto», dice. Qualcuno a Livezilor ci è finito perché è rimasto indietro, perché con l’aumento dei salari per gli statali è aumentata anche l’inflazione. E basta un intoppo, una malattia, un problema. E non ce la fai. Un giorno hai una vita dignitosa, i giorno dopo sei a Livezilor, tra i tossici, i sieropositivi. È la storia di Cristian, sessant’anni. Viveva con suo fratello e sua madre, insegnante di rumeno al liceo, in una zona residenziale nel Settore tre di Bucarest. Poi la madre si è ammalata di cancro, il Psd ha triplicato i costi sanitari, cui vanno aggiunti quelli delle medicine e il prezzo della corruzione, le mazzette ai medici e agli infermieri. E Cristian non ce l’ha fatta. Senza madre, senza soldi e senza casa. Da quattro anni vive a Livezilor, la sola cosa che può permettersi. Stringe il vangelo e il rosario. Prega e piange e non esce mai dalla stanza di dieci metri quadri al terzo piano del blocco sei, che puzza di urina e stantio, per cui paga un affitto di quattrocento lei al mese, ottanta euro. Dalla sua finestra si vedono immondizia e il via vai dei clienti della sera, chi arriva dalla capitale a prendere eroina. Per quelli come lui è più difficile, perché a Livezilor ci sono finiti, e Livezilor ti inghiotte e ti consuma. Don Federico gli stringe le mani, lo incoraggia. Sii forte Cristian. Ma lui non ce la fa a essere forte. Piange, trema. E si vergogna.
Questo reportage apre una serie dedicata al trentesimo anniversario della caduta del Muro di Berlino.
L’Espresso 30.6.2019
L’eterno conflitto tra morale e politica
Di Eugenio Scalfari
Il pensiero della modernità riflette sul cambiamento ed è a sua volta mutevole. E resta il problema di come imbrigliare la volontà di potenza
Nei giorni scorsi mi sono riletto un mio libro uscito circa venti anni fa e con il titolo “Per l’alto mare aperto”. L’ho riletto perché contiene molti pensieri e anche molte storie e i pensatori richiamati nel testo. Paragonandolo con quanto è accaduto nell’epoca moderna ne esce un testo di notevole utilità che stimola molto il pensie- ro. Per questo io ne parlo adesso: ne citerò qualche brano ma soprattutto ne trarrò delle conclusioni che sono di oggi e delle quali il libro può essere l’ispiratore. Premetto anzitutto la frase della grande scrittrice russa dei primi del Novecento Anna Achmatova, che apre il libro del quale sto parlando: «Ma voi amici siete rimasti in pochi. Voi per questo più cari a me ogni giorno... Come breve si è fatta la strada Che di tutte sembrava più lunga». I versi apparentemente dicono poco anche se ne scaturisce un sentimento poetico ben noto di quella scrittrice, ma in realtà danno il senso di quanto era già accaduto e stava per accadere ancora di più. Questa è la materia del mio libro che ho citato e che mi ispira ancor oggi pensieri per me nuovi anche se da cinquant’anni il pensiero è diventato il mio modo in- tellettuale di vivere e di comprendere l’attualità, buona o cattiva che sia.
Ci sono molti interlocutori in quel libro, che escono naturalmente dalla mia fantasia nel momento in cui scrivevo ma sono tratti in realtà dalla loro storia. Uno dei principali è Denis Diderot e la prima parte si svolge con un fantasioso dialogo tra lui e me. In realtà è lui che parla ed io mi limito a ricordare quel che ho letto delle sue opere e della sua vita politica oltre che culturale. Ad un certo punto dopo esserci incontrati nei giardini del Palais Royal io gli propongo di essere il mio Virgilio in un viaggio alla ricerca della modernità. Del resto questa ricerca a me capita di farla spesso perché la modernità non è mai moderna: per definizione cambia di continuo e di continuo quindi occorre studiarla culturalmente e sto- ricamente mettendo in luce anche i suoi mutamenti. Questo percorso mi è accaduto di farlo anche con papa Francesco ma molto prima di conoscerlo lo feci con Diderot e gli Illuministi. L’epoca moderna ha una data che rimonta agli inizi del Cinquecento, comincia con Galileo e con Montaigne e forse prima ancora con Niccolò Machiavelli e Leonardo da Vinci. Gli Illuministi ereditarono questi elementi ma li portarono molto avanti anche perché Diderot e d’Alembert fondarono l’Encyclopédie e furono al centro di un folto gruppo di pensatori che sull’Encyclopédie scrivevano e utilizzavano politicamente la loro scrittura. Accanto a questi due c’erano altri due nomi uno più importante dell’altro culturalmente: Rousseau e Voltaire. Il numero degli Illuministi è molto più vasto e questi quattro sono i rappresentanti massimi di quel pensiero che è il centro della nostra ancora attuale modernità. Un centro che passa per Carte- sio, per Kant, per Hegel, per Goethe, per Nietzsche e poi per il romanzo anch’esso fattore di aggiornamento: Dostoevskij, Tolstoj, Proust, Kafka, Joyce, Edgar Allan Poe.
La ricerca della modernità descrive soprattutto il rapporto tra il presente e il passato ma l’immagine dell’acqua che scorre e della persona che vi si immerge è uno dei punti fondamentali del pensiero moderno. Ri- sale nientemeno che ad Eraclito ma la sua modernità resta nonostante i millenni da allora trascorsi. «Nell’ac- qua del fiume si può entrare una sola volta. Tutto scorre e questo crea il presente, il passato e il futuro».
La storia cambia per la posizione di questi tre tempi: presente, passato, futuro. È in quel rapporto che si stabilisce la modernità quando il presente realizza il futuro e poi si consegna al passato, è la sostanza di questi rap- porti che determina la modernità, più lunga a trascorrere quando il futuro incalza il presente e più deca- dente quando il passato è l’elemento principale di quella triade. Comunque il frammento eracliteo richiama anche un altro aspetto del pensiero filosofico: quello della rela- tività contrapposto all’assolutezza. Il tema della verità relativa è infatti uno dei caratteri dominanti della modernità ma il tema si completa con un altro punto di partenza che è la Ragione della quale tutti gli uomini sono dotati sia pure in diversa misura. La Ragione non è un elemento immobile: le passioni e gli istinti la soffocano ma non la ottundono, il pensiero razionale è una caratteristica essenziale della nostra specie ed è presente in tutti gli individui. Tuttavia la Ragione non è un mito intangibile, non è un’entità astratta che dovrebbe governare il mondo. Sono stati commessi molti errori in nome di quella divinità e anche alcuni crimini e tuttavia la razionalità insieme agli altri elementi che determinano il pensiero è probabilmente uno dei principali e Voltaire è tra quelli che più di tutti l’ha teorizzata e sostenuta.
Se noi volessimo applicare questo modo di vedere la realtà intellettuale, culturale, politica, potremmo dare un giudizio molto appropriato agli eventi che si stanno producendo in Italia, in Europa e nel mondo intero. Razionalità, futuro, presente e passato, moralità: oltre a questi dobbiamo anche inserire l’autonomia della politica tra gli elementi fondativi della modernità. La politica è sempre stata autonoma dai tem- pi dei faraoni a quelli di Pericle, da quelli degli Scipioni a quelli di Cesare, da Carlo Martello fino a Elisabetta d’Inghilterra. La vera novità non è dunque l’autonomia della politica ma l’emergere del sentimento mo- rale che ha imposto limiti all’azione politica privilegiando i fini rispetto ai mezzi e criticando i fini senza l’ap- pagamento di bisogni e di speranze collettive. Non sempre il sentimento morale è riuscito a prevalere sulla volontà di potenza, ma questo è un altro problema che la modernità ha il dovere di fronteggiare.
C’è dunque molto da fare sul piano etico, culturale e politico. La storia moderna ci insegna ampiamente e noi dobbiamo agire per evitare il peggio e realizzare il meglio.



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