martedì 20 agosto 2019

il manifesto 20.8.19
La risposta cinese alle proteste: Shenzhen sarà la nuova Hong Kong
La Nuova Era di Xi Jinping . Il Pcc ufficializza la città come hub tecnologico e finanziario e «modello della Nuova Era»
di Simone Pieranni


Sulle proteste di Hong Kong il partito comunista cinese ad ora si è espresso attraverso il proprio ufficio politico presente nell’ex colonia.
Le manifestazioni in corso ormai da undici settimane sono state criticate in quanto violente ed eterodirette dagli Stati uniti; ai manifestanti è stato ricordato che attualmente è in vigore il cosiddetto status «un paese due sistemi» e che se le violenze di piazza proseguiranno il governo cinese le considererà alla stregua di atti di terrorismo. Si tratta di una posizione quasi dovuta, cui corrisponde per ora la decisione di Xi Jinping di aspettare prima di compiere qualsiasi mossa pratica e vedere che succede.
MA IL PARTITO COMUNISTA ha gli strumenti per mandare messaggi molto netti anche al di fuori della questione specifica delle proteste e soprattutto al di là dell’eventuale intervento dell’esercito che ad ora è parsa più una minaccia che una reale intenzione: domenica, il giorno della manifestazione pacifica che secondo gli organizzatori sarebbe stata partecipata da 1,7 milioni di persone, Pechino ha svelato il piano di sviluppo per Shenzhen, città confinante con Hong Kong, destinata, in pratica, a diventare non solo la «città modello della nuova era di Xi Jinping», ma anche l’hub tecno-finanziario preferenziale per la Cina.
Significa che Pechino manda un messaggio molto chiaro: ora come ora Hong Kong non è più fondamentale come prima e nel futuro potrebbe esserlo ancora meno.
Non è detto che questo lasci presagire un disimpegno nei confronti dell’ex colonia ma significa che Pechino valuterà la propria reazione anche in base all’importanza strategica che la città avrà nei propri progetti futuri; Hong Kong rimane infatti uno dei «quattro pilastri» del mega progetto della Greater Bay Area (una sorta di polo tecnologico e finanziario di caratura mondiale) insieme a Shenzhen, Macao e Canton, ma non sarà più la «numero uno».
Le note del partito comunista con le quali Shenzhen diventa l’esperimento «pionieristico del socialismo con caratteristiche cinese» ha avuto indubbiamente un tempismo micidiale anche se in realtà il progetto è in fase di studio, come capita a tutti i progetti cinesi, da molto tempo, così come da tempo Shenzhen è vista come la vera alternativa a Hong Kong, tanto più a questa recente caotica Hong Kong falcidiata, dal punto di vista cinese, da ormai tre mesi di proteste.
Il percorso che dovrà portare Shenzhen a diventare un città hi-tech e finanziaria «modello» per tutto il mondo nel 2050 (ricordiamo inoltre che la Cina ha in cantiere 500 smart city), vede due tappe intermedie da realizzarsi entro il 2025 e il 2030. Sui media cinesi si è sottolineata non poco l’importanza storica della città.
SUL MAGAZINE IN MANDARINO Ifeng un editoriale di un funzionario cinese ha sottolineato il peso «storico» della metropoli: Shenzhen solo 40 anni fa era un villaggio con un’unica strada e circa 70 mila abitanti. Oggi è una megalopoli con oltre 12 milioni di abitanti.
Il fatto è che proprio Shenzhen venne scelta da Deng Xiaoping all’inizio dell’epoca delle riforme per diventare una zona economica speciale. Fino a un po’ di anni fa – infatti – si diceva che per vedere la vera Cina bisognava andare a Shenzhen, una delle «capitali» della «fabbrica del mondo». Oggi potrebbe dirsi la stessa cosa ma per andare a vedere la nuova capitale «tecno-finanziaria» della Cina.
A SHENZHEN infatti sono nate le più importanti aziende tecnologiche cinesi, dalla Huawei alla Tencent, produttrice di WeChat. Secondo quanto riportato dal magazine cinese National Business Daily, Shenzhen è un punto di osservazione particolare anche per i funzionari cinesi: «Le statistiche riportano che almeno 300 quadri di partito si sono recati nella città negli ultimi cinque anni: i risultati hanno mostrato che Shenzhen è stata la città più visitata e studiata, per un totale di 55 delegazioni di partito e governo».
Un altro aspetto che sarà interessante verificare è quello relativo ai poteri «autonomi» della città: stando ai documenti anche l’amministrazione della metropoli potrà seguire un suo sviluppo autonomo.

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domenica 18 agosto 2019

il manifesto18.8.19
Il team segreto d’Israele che svuota gli archivi di Stato
Nakba fantasma. Il Malmab, squadra della Difesa, da anni nasconde le prove dell’espulsione palestinese. Lo scopo: minare la credibilità di ricerche storiche attraverso la scomparsa dei documenti declassificati
sono spariti centinaia, forse migliaia di fil
di Michele Giorgio


TEL AVIV «La legge in Israele è chiara, afferma che ogni individuo può avere libero accesso agli archivi e può consultare i documenti divenuti disponibili dopo essere stati declassificati, come accade negli altri paesi. Nei fatti solo una percentuale irrisoria dei documenti è accessibile».
A spiegarcelo è Lior Yavne, direttore di Akevot, piccolo e combattivo istituto di ricerca che individua, digitalizza e cataloga varie forme di documentazione sul conflitto israelo-palestinese.
IL FINE È AIUTARE difensori dei diritti umani, ricercatori e docenti attraverso il libero accesso ai file negli archivi israeliani, governativi e privati. E non è facile. «Nell’archivio delle forze armate, il più grande di Israele – ci dice Yavne – sono disponibili solo 50mila dei 12 milioni di documenti che contiene. Negli archivi dello Stato appena l’1% dei file. E restano ancora inaccessibili gli archivi dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interno».
Per questo motivo, prosegue, i ricercatori consultano gli archivi privati: «È quella l’arena in cui illegalmente il ministero della difesa agisce per rendere inaccessibili i documenti riguardanti le attività nucleari di Israele o di altri Stati, le relazioni con una serie di nazioni, i palestinesi cittadini di Israele, la Nakba e le comunità palestinesi durante e dopo il 1948. Il ministero della difesa chiede o intima ai responsabili degli archivi di celare alcuni file. Spesso si tratta di documenti che non rappresentano alcun rischio per la sicurezza nazionale ma che hanno un significato politico e storico».
Akevot, grazie ai rapporti che mantiene con ricercatori, docenti e gli impiegati degli archivi, ha scoperto che ci sono «individui» che si muovono da un ufficio all’altro ordinando di far sparire determinati documenti.
«Sappiamo che queste persone si presentano come funzionari degli archivi di Stato ma in realtà non lo sono. Riteniamo che facciano parte degli apparati di sicurezza, più precisamente del Malmab, un dipartimento speciale della difesa», dice Yavne, rivelando che il suo istituto è stato in grado di ottenere le copie di alcuni file spariti. Tra questi un documento di 29 pagine, del 30 giugno 1948, redatto dai servizi di intelligence sui motivi dell’«emigrazione» dei palestinesi dal territorio controllato dal neonato Stato di Israele.
«È UN DOCUMENTO di eccezionale importanza che contraddice totalmente la narrazione ufficiale con cui sono cresciuti gli israeliani a proposito della Nakba («catastrofe») e le cause dell’esodo di centinaia di migliaia di palestinesi durante la guerra del 1948». Non furono – come da sempre vuol far credere la storiografia ufficiale israeliana e quella in Occidente – gli appelli lanciati dai leader arabi a lasciare la Palestina e ad attendere per rientrarvi la fine «dello Stato ebraico» che spinsero i palestinesi ad abbandonare 219 villaggi, quattro città e a cercare riparo in Libano, Siria, Giordania, Cisgiordania e Gaza.
Determinanti nella maggior parte dei casi furono le intimazioni e gli attacchi armati ai civili lanciati dalle forze ebraiche, regolari e irregolari. Si potrebbe dire, riassume ad un certo punto l’intelligence, «che l’impatto delle azioni militari ebraiche sulla migrazione è stato decisivo, in quanto circa il 70% degli abitanti ha lasciato le proprie comunità ed è emigrato in conseguenza di queste azioni».
IL FILE PRECISA il numero di abitanti in ogni villaggio e città e poi elenca la ragione dello spopolamento. Ad esempio: «Ein Zaytoun, distruzione del villaggio da parte nostra; Qabbaa, nostro attacco contro di loro». E precisa anche la direzione dell’esodo.
Ne esce fuori un quadro che accredita ampiamente la tesi della pulizia etnica della Palestina esposta da Ilan Pappè e avvalora gli studi e le ricerche condotte negli ultimi 30-40 anni da altri «nuovi storici» israeliani: Benny Morris, Hillel Cohen e Avi Shlaim.
Il rapporto diffuso da Akevot ha dato il via all’inchiesta svolta dalla giornalista Hagar Shezaf pubblicata il 5 luglio dall’edizione in lingua inglese del quotidiano Haaretz con il titolo Burying the Nakba: How Israel Systematically Hides Evidence of 1948 Expulsion of Arabs. Inchiesta che include un’intervista con Yehiel Horev, l’ex capo del Malmab incaricato di far sparire i documenti che danneggiano l’immagine di Israele e che potrebbero indebolire il via libera internazionale, dal 1948 a oggi, alle sue azioni e la negazione dei diritti politici (e non solo) dei palestinesi.
HOREV, RISPONDENDO alle domande della giornalista, spiega che il compito del Malmab è fare in modo che la credibilità di determinate ricerche sia compromessa attraverso la scomparsa di documenti ufficiali sulla Nakba che gli storici hanno consultato in passato.
Un chiaro riferimento a chi grazie alla declassificazione di un certo numero di file è stato in grado di confutare la versione ufficiale degli eventi prima, durante e dopo la nascita di Israele e di illustrare le vere ragioni della «miracolosa partenza» dei palestinesi dalla loro terra.
Alcuni di quei file, resi disponibili in passato, sono stati fatti sparire allo scopo, spiega Hover, di rendere inattendibile quanto si legge in un buon numero di libri. Lo spiega bene Hagar Shezaf riferendo un episodio di quattro anni fa. La storica Tamar Novick rimase colpita da documento trovato nell’Archivio Yad Yaari del partito Mapam relativo al massacro di 52 palestinesi e ad abusi gravi avvenuti a Safsaf, in alta Galilea, conquistato dalle forze della Settima Brigata israeliana durante l’operazione Hiram verso la fine del 1948.
NOVICK DECISE di consultare alcuni colleghi, tra cui Morris che in una nota del suo libro The Birth of the Palestinian Refugee Problem, 1947-1949 afferma di aver trovato lo stesso documento nell’Archivio Yad Yaari. Ma quando Novick tornò per esaminare il documento, non c’era più. Alla storica fu poi spiegato che era stato fatto sparire per ordine del ministero di difesa.
«Dall’inizio dell’ultimo decennio – ci dice Hagar Shezaf – i team del Malmab hanno rimosso dagli archivi numerosi documenti che erano stati declassificati, nel quadro di uno sforzo sistematico per nascondere le prove della Nakba». Malmab ha nascosto le testimonianze di generali sull’uccisione di civili e la demolizione di villaggi, oltre alla documentazione dell’espulsione dei beduini durante il primo decennio dello Stato.
SONO SPARITI CENTINAIA, forse migliaia di file che scrivono la storia della Nakba, la vera storia del 1948. Una storia che i palestinesi da 71 anni tentano invano di far emergere in un mondo sempre più indifferente che non vuole più ascoltarli.

il manifesto18.8.19
«Sulla Nakba Tel Aviv corre ai ripari, ma è troppo tardi»
Nakba fantasma. Intervista allo storico palestinese Salim Tamari: «Le autorità israeliane comprendono che l’immagine di Israele si sta incrinando, non presso i governi stranieri quanto nel mondo accademico internazionale»
di Michele Giorgio


GERUSALEMME Delle rivelazioni fatte da Akevot e Haaretz abbiamo parlato con lo storico palestinese Salim Tamari, dell’università di Harvard, autore di testi sulla Palestina e i palestinesi prima e durante la creazione di Israele, tra i quali The Great War and the Remaking of Palestine.
È rimasto sorpreso dalla scomparsa di documenti ufficiali israeliani sulla Nakba?
In passato più volte si è saputo della sparizione di un certo numero di file sulla Nakba. Stavolta è davvero preoccupante. Abbiamo appreso dell’esistenza di un dipartimento, il Malmab, della Difesa israeliana incaricato di occultare certi documenti, evidentemente ritenuti molto compromettenti. Una parte rilevante dei materiali scomparsi riguardano le vicende di palestinesi, in prevalenza contadini, che subito dopo la nascita di Israele provarono a tornare (dall’esilio) per coltivare i loro campi, per controllare lo stato delle proprietà. Persone convinte che presto sarebbero rientrate nelle case da cui erano state cacciate o che avevo dovuto abbandonare. Israele non lo ha mai permesso. Moltissimi di loro furono uccisi senza tanti scrupoli dalle forze armate israeliane. Lo affermano anche i documenti fatti sparire. Nei suoi primi anni di vita lo Stato ebraico usò il pugno di ferro contro quelli che definiva «infiltrati», ma che quasi sempre erano civili che provavano a tornare nella loro terra.
Lo storico palestinese Salim Tamari
Quei documenti e tanti altri negli archivi israeliani smentiscono la narrazione tradizionale del 1948. Il mondo però non pare interessato ad accertare la verità storica sulla Nakba.
Questo atteggiamento è vero. Già trent’anni fa i nuovi storici israeliani avevano messo in discussione la narrazione ufficiale della nascita dello Stato ebraico. E i palestinesi sono stati in grado di fare altrettanto con la storia orale, le testimonianze di chi ha vissuto in prima persona la Nakba. Ma la reazione politica e diplomatica della comunità internazionale è stata molto limitata. Quest’ultima vicenda aggiunge nuovi particolari a una storia che tutte le persone di buon senso e obiettive conoscono o che hanno ricostruito da tempo e che invece resta ancora oggi coperta da un pesante velo.
Nel mondo accademico si storce ancora il naso di fronte alla affidabilità della testimonianza orale.
Le cose stanno cambiando. Tanti nuovi ricercatori, palestinesi e non solo, uno di questi è Adel Manna, autore del saggio Nakba e sopravvivenza, stanno irrobustendo la credibilità della storia orale perché dimostrano in vari modi l’autenticità e la sincerità del racconto del testimone, della vittima di crimini e abusi. Tanti studiosi che prima rifiutavano in linea di principio la storia orale perché non fondata su prove materiali, adesso comprendono che ha un fondamento e deve essere considerata con attenzione.
Perché l’occultamento di certi documenti si è accelerato in questi ultimi anni?
Le autorità politiche israeliane comprendono che l’immagine di Israele si sta incrinando, non tanto presso i governi stranieri quanto nel mondo accademico internazionale, tra gli intellettuali, coloro che guardano con obiettività alla vicenda. E corrono ai ripari, ammesso che sia ancora possibile. Lo storico israeliano Benny Morris, che pure non è un progressista, ha scritto un lungo articolo in cui ridicolizza la decisione di alcuni funzionari statali di far sparire ora documenti che sono stati disponibili per anni, lui stesso li ha usati per i suoi studi, e che tanti ormai conoscono.
Quanto è libero l’accesso agli archivi israeliani per gli studiosi e i ricercatori palestinesi?
Per i ricercatori stranieri gli archivi israeliani sono accessibili ma con limitazioni. Per i palestinesi non è mai semplice. Quelli con la cittadinanza israeliana sono facilitati ma anche loro hanno problemi. Quelli che vivono in Cisgiordania e Gaza devono fare i conti tra le altre cose con l’obbligo di avere un permesso per entrare in Israele o a Gerusalemme. Di grande aiuto è la possibilità di consultare gli archivi online ma i documenti disponibili sono pochi.

il manifesto18.8.19
La strage di Safsaf tra memoria orale e diari israeliani
Nakba fantasma. La nonna di Dareen Tatour e le note delle Haganah: «Legarono più di 50 abitanti insieme e gli spararono, poi li seppellirono in una buca». E un file dell'intelligence del 1948 ammette: «Il 70% dell'intera popolazione palestinese fuggì a causa dei nostri attacchi»
di Chiara Cruciati


La nonna di Dareen Tatour le ha raccontato la sua Nakba: il massacro di Safsaf, villaggio palestinese in Galilea attaccato dal neonato esercito israeliano il 29 ottobre del 1948.
È DAI RACCONTI della sua teta che la poetessa palestinese (detenuta nel 2018 dalle autorità israeliane per una poesia) ha conosciuto la storia di quel villaggio scomparso dalle mappe. Al suo posto fu costruito il kibbutz Moshav Safsufa. Lo Stato di Israele era sta già nato, cinque mesi prima, ma il trasferimento forzato della popolazione palestinese non era terminato.
I soldati circondarono il villaggio, uccisero oltre 50 persone e gettarono i corpi in una fossa. La nonna di Dareen aveva 16 anni, era già sposata. Ha assistito al massacro. Safsaf fu svuotato, i suoi abitanti scapparono nei paesi vicini. Non lei, che viveva già con il marito nella vicina cittadina di al-Jesh.
Memoria orale (come spiega nell’intervista accanto lo storico Salim Tamari) che nel caso di Safsaf si intreccia ai documenti di Stato israeliani. Quel massacro è custodito nell’archivio Yad Yaari del partito di sinistra Mapam. O meglio era: è tra i file fatti sparire dal Malmab.
«Safsaf – 52 uomini catturati, legati uno all’altro, scavata una buca, uccisi. Dieci ancora si contorcevano. Le donne sono venute, hanno chiesto pietà. Trovati corpi di sei anziani. C’erano 61 cadaveri, tre casi di stupro. Una ragazza di 14 anni e quattro uomini uccisi. A uno di loro sono state tagliate le dita con un coltello per prendere l’anello». Queste le note del membro del comitato centrale del Mapam, Aharon Cohen, riportate a Israel Galili, l’allora capo delle Haganah.
NOTE CONFERMATE da un comandante delle Haganah, Yosef Nahmani, che nel suo diario scrisse: «A Safsaf dopo che gli abitanti sventolarono la bandiera bianca, raccolsero uomini e donne in due gruppi, legarono 50 o 60 abitanti e gli spararono, li hanno seppelliti nella stessa buca. Dove hanno imparato questo comportamento, crudele come quello dei nazisti?».
***
«L’evacuazione britannica ci ha dato via libera. Almeno il 55% di tutta la migrazione fu motivata dalle nostre azioni. L’azione dei dissidenti (paramilitari, ndr) come fattore dell’evacuazione degli arabi da Eretz Yisrael ha avuto un 15% di impatto diretto. In conclusione l’impatto delle azioni militari ebraiche è stato decisivo: il 70% dei residenti ha lasciato le proprie comunità come risultato di queste azioni».
COSÌ L’INTELLIGENCE del neonato Stato d’Israele, il 30 giugno 1948, in un dettagliato rapporto spiega la diaspora palestinese da 219 villaggi e quattro città spopolate e le ragioni della fuga. Che non fu volontaria. Quel rapporto è uno dei documenti fatti sparire dal ministero della Difesa.
«È ragionevole assumere che la migrazione non fu economicamente motivata – continua il rapporto – L’economia araba non era stata danneggiata tanto da impedire alla popolazione di sostenersi».
In quel rapporto c’è tanto: c’è l’ammissione della responsabilità nell’esodo dell’80% della popolazione palestinese dell’epoca (dai registri Unrwa, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi nata pochi anni dopo, si parla di oltre un milione di persone); c’è l’ammissione che la Palestina non era «una terra senza popolo», ma aveva città, villaggi, un’economia viva. E c’è, seppur in forma indiretta, la descrizione del Piano Dalet.
Redatto a inizio ’48 dalle Haganah, in 75 pagine descrive la strategia bellica per «assumere il controllo dello Stato ebraico». Tra le operazioni: «pressione economica assediando alcune città»; «distruzione dei villaggi (fuoco, dinamite, mine)»; «accerchiamento del villaggio e nell’eventualità di una resistenza la forza armata deve essere distrutta e la popolazione espulsa»; «isolamento delle vie d’accesso e blocco dei servizi essenziali (acqua, elettricità, carburante)».
AL DALET È DOVUTA la geografia dell’esodo, massacri in certi villaggi come monito e assalti su tre lati. L’unico aperto era la via di fuga: per le comunità a nord Libano e Siria, a est Giordania, a sud Gaza ed Egitto. E in molti casi, come a Jaffa, bombardamenti che spinsero i palestinesi verso il mare e le navi che li costrinsero in esilio.

il manifesto18.8.19
Il massacro di Deir Yassin nelle voci di chi lo perpetrò: «Fu un pogrom»
Nakba fantasma. La strage simbolo dell'espulsione palestinese: il 9 aprile 1948 i paramilitari sionisti assaltarono «come monito» il villaggio a Gerusalemme, 110 uccisi. «I miei uomini hanno impilato i corpi e gli hanno dato fuoco. Hanno iniziato a puzzare»
di  Chiara Cruciati


La storia sa essere dolorosamente ironica, giochi di tempi e spazi che si sedimentano su esistenze che furono e le occultano. La strada che da Tel Aviv arriva alle porte di Gerusalemme è la Highway 50, meglio nota come Begin, quel Menachem che, prima di diventare alla fine degli anni ’70 premier israeliano (e premio Nobel per la Pace nel 1978), fu il leader indiscusso della milizia paramilitare sionista Irgun. La milizia responsabile di crimini di guerra, acclarati, tra cui il massacro che più di altri è simbolo della Nakba palestinese: il massacro di Deir Yassin.
DA 71 ANNI DEIR YASSIN non si chiama più così. È Givat Shaul, quartiere di Gerusalemme ovest tra i primi che si incontrano arrivando da ovest sulla Begin. Toponomastica amara: ci si entra grazie alla superstrada intitolata a colui che spazzò via il villaggio palestinese, insieme a più di 110 persone, donne, uomini, bambini massacrati dalle Irgun, la gang Stern e le Lehi, con la complicità delle Haganah, la milizia che dopo il 1948 sarà colonna vertebrale del neonato esercito israeliano.
Appena tre anni dopo, su quel che restava delle case in pietra di Deir Yassin è sorto il centro di igiene mentale Kfar Shaul. Nuova amara ironia: l’ospedale ha curato nei suoi primi anni sopravvissuti all’Olocausto nazista e, dopo, pellegrini colpiti dalla cosiddetta «sindrome di Gerusalemme». Quelli che, persi nei vicoli della città (solo in teoria) più spirituale della terra, si credono il nuovo messia.
DELLA MEMORIA di Deir Yassin restano le pietre delle tipiche case arabe e i fichi d’india. Rischiano di non restare più i documenti d’archivio che nascosero – prima di esseri desecretati – le testimonianze dei paramilitari sionisti che quel massacro lo compirono. Anche quelli spariti nell’occultamento appena scoperto del ministero della Difesa.
Ma occultare Deir Yassin è pressoché impossibile. Sarebbe necessario per negare che un piano di espulsione di massa della popolazione palestinese abbia mai avuto luogo: il 9 aprile 1948 il villaggio fu attaccato con una violenza inaudita e un obiettivo preciso.
Non solo la «mera» eliminazione dei suoi abitanti: Deir Yassin doveva fare da monito per il resto della Palestina. Andatevene prima che a cacciarvi siano le armi. Strategia calcolata che rientrava nel cosiddetto Piano Dallet: «Lo scorso venerdì insieme alle Irgun il nostro movimento ha compiuto una tremenda operazione di occupazione del villaggio arabo Deir Yassin. Ho partecipato all’operazione nel modo più attivo – scrive in una lettera Yehuda Feder della Stern – Ho ucciso un arabo armato e due ragazze arabe di 16 o 17 anni. Li ho messi al muro e li ho colpiti con due giri di pistola».
Storie custodite negli archivi, accompagnate da altre svelate a giornalisti e registi che si sono dedicati a Deir Yassin, come Neda Shoshani: «Correvano come gatti – le racconta un comandante delle Lehi, Yehoshua Zettler – Casa per casa, mettevamo esplosivo e loro scappavano. Un’esplosione e poi avanti, metà del villaggio non c’era più. I miei uomini hanno preso i corpi, li hanno impilati e gli hanno dato fuoco. Hanno iniziato a puzzare».
«A ME È PARSO UN POGROM – il racconto di Mordechai Gichon, delle Haganah – Se attacchi una postazione militare e ci sono cento uccisi, non è un pogrom. Ma se vai in una comunità civile, quello è un pogrom. Se si uccidono civili, è un massacro». Che si tentò di occultare, raccontò l’ex ministro Yair Tsaban, giunto a Deir Yassin il 10 aprile per seppellire i cadaveri: «La Croce Rossa poteva arrivare in ogni momento, era necessario nascondere le tracce».

il manifesto18.8.19
Sulle proteste di Hong Kong è piombata l’offensiva mediatica cinese
Ieri si è anche tenuta una manifestazione a favore del governo di Hong Kong e Pechino
di Simone Pieranni


  In questo modo Pechino ha tentato di veicolare una narrazione più omogenea e facilmente comprensibile rispetto alla complessità di quanto sta accadendo a Hong Kong: la città è stata descritta come un luogo di perdizione e decadenza, in preda ai criminali e come un ricettacolo di mafiosi e businessmen senza scrupoli.

Un video di un paio di minuti nel quale sono state montate scene di film ambientati a Hong Kong e immagini delle recenti proteste. Un montaggio da kolossal e un’atmosfera epica e finale. Lo scopo del video: dimostrare al pubblico cinese il supporto del governo centrale alla polizia dell’ex colonia britannica alle prese con le proteste in corso da ormai undici settimane. Si tratta di uno dei metodi con i quali Pechino prova a dare la propria versione dei fatti accaduti a Hong Kong in Cina e non solo.
SE NEI PRIMI GIORNI delle manifestazioni a Hong Kong gli accadimenti erano stati silenziati sulle reti sociali cinesi, ben presto invece Pechino ha cambiato strategia, inondando WeChat e Weibo di messaggi a favore del governo e della polizia della città e sottolineando le «violenze» dei manifestanti che poi lo stesso governo ha bollato come prodromo di «terrorismo».
Ma la potenza degli uffici della propaganda di Pechino è arrivata anche in Occidente, dove ormai il peso dei media cinesi non è più ininfluente come qualche tempo fa. I network televisivi e informativi cinesi sono ormai in grado di fare breccia anche nel panorama mediatico occidentale, spesso anche grazie a collaborazioni con importanti media e agenzie, fornendo strumenti sia ai cinesi all’estero che mal hanno sopportato le manifestazioni a Hong Kong sia agli occidentali che parteggiano, come se fosse una partita di calcio, con la Cina contro i manifestanti di Hong Kong (naturalmente c’è anche chi «tifa» allo stesso modo contro la Cina).
I MANIFESTANTI sono stati rappresentati come studenti benestanti e inglese-parlanti (quindi «privilegiati») e in balia dell’ingerenza americana, quando non direttamente sospettati di esserne «agenti» con finalità anti cinesi.
Questo sforzo riguardo ai fatti di Hong Kong da parte dell’apparato statale cinese – comprese alcune ambasciate, come quella di Roma che ha organizzato una conferenza ad hoc sui fatti dell’ex colonia britannica, conseguenza di una tendenza generale, iniziata da alcune ambasciate in Africa capaci di usare i media con molta sicurezza –  costituisce comunque una novità e dipende da alcuni elementi fortemente radicati nel sentimento più nazionalista cinese: una diffidenza ovvia, storica, nei confronti dei media occidentali e la sensazione – spesso giustificata – che in ogni diatriba che coinvolga la Cina, gran parte della stampa occidentale sia pervasa da sentimenti anti-cinesi pregiudiziali e per interesse o in ogni caso si dimostri acriticamente favorevole a qualsiasi richiesta di democrazia arrivi da una piazza contrapposta a Pechino (da qui lo sforzo attuale di penetrazione nel sistema dei media occidentali, dopo aver provato a comprarsi direttamente gruppi editoriali stranieri).
Da parte loro i manifestanti oltre ad aver dimostrato la propria variegata composizione, scegliendo anche di manifestare in zone più periferiche per non incorrere in divieti ma anche per sensibilizzare altre fasce di popolazione (operazione riuscita) hanno attivato diversi canali su Telegram e hanno cercato di gestire l’impatto mediatico come meglio hanno potuto, chiedendo perfino scusa a seguito di alcuni eventi cavalcati dalla propaganda cinese, come il caso del giornalista del Global Times (quotidiano costola del partito comunista e su posizioni ultra nazionaliste) bloccato e malmenato dai manifestanti all’aeroporto.
Un’altra chiave con la quale la Cina ha provato a fare pressione sulle proteste è stata la minaccia più o meno velata di un intervento dell’esercito. Dopo alcuni articoli allarmistici sulla stampa internazionale è stato proprio il Global Times a escludere, per ora, l’eventualità, dimostrando quanto in realtà in tanti avevano scritto: siamo di fronte a qualcosa di diverso da quanto accaduto trent’anni fa a Pechino, a Tiananmen.
LA CINA È PIÙ POTENTE di allora, ma ha anche molti più strumenti per reagire. Uno di questi è la tattica utilizzata ad ora da Xi Jinping: non fare niente, se non utilizzare minacce verbali e aspettare che tutto quanto sta accadendo finisca per spegnersi da solo.
Il problema di questa opzione è la straordinaria capacità della mobilitazione a Hong Kong: anche ieri la città è stata percorsa da tre diverse manifestazioni, una delle quali organizzata dagli insegnanti a dimostrare l’ampio fronte anti Pechino.
Si è trattato di una giornata di proteste pacifiche, ennesimo tentativo dei manifestanti di mostrare che le proprie ragioni non hanno bisogno di violenza, almeno se non a seguito di provocazioni e violenti pestaggi come quelli messi in atto dalla polizia di Hong Kong (guidata, per altro, da due ufficiali britannici). Insieme alle proteste contro il governo della città e Pechino, si è svolta anche una manifestazione contro le proteste e a favore del governo di Carrie Lam.

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giovedì 15 agosto 2019

il manifesto 15.8.19
Il Tar del Lazio boccia Salvini: «Open Arms entri in Italia»
L’ong catalana, dopo 13 giorni, va a Lampedusa. Il Viminale ricorre al Consiglio di stato
di Adriana Pollice


«Ci dirigiamo verso Lampedusa. Secondo il Tar del Lazio possiamo entrare in acque italiane»: l’annuncio è arrivato ieri pomeriggio via social da Open Arms, la nave dell’ong catalana che navigava senza porto di sbarco dall’1 agosto, giorno del primo salvataggio. I naufraghi a bordo ieri erano 147, al tredicesimo giorno di permanenza senza una fine in vista, almeno fino alla pubblicazione della sentenza che, ancora una volta, ha sconfessato norme e divieti salviniani anche se non ha espressamente disposto lo sbarco. «Chiederemo l’evacuazione medica per tutti i naufraghi», ha spiegato Oscar Camps. Il Viminale ha già annunciato il ricorso urgente al Consiglio di Stato contro il decreto del Tar proprio mentre la ministra alla Difesa, Elisabetta Trenta (uno dei bersagli di Salvini), annunciava la scorta della Marina all’ingresso di Open Arms in territorio italiano, in modo da essere pronti a un eventuale trasferimento dei 32 minori sulle due motovedette militari.
IL TAR DEL LAZIO ieri ha innescato la svolta con la pubblicazione della sentenza con cui ha accolto il ricorso dell’ong (presentato martedì), disponendo «l’annullamento del provvedimento del ministero dell’Interno del primo agosto» (cofirmato da Trasporti e Difesa) che disponeva il divieto di ingresso per la nave in acqua nazionali. Una bocciatura del decreto Sicurezza bis, convertito in legge con i voti dei 5S.
NEL DISPOSITIVO il presidente Leonardo Pasanisi rileva un «vizio di eccesso di potere per travisamento dei fatti e di violazione delle norme di diritto internazionale del mare in materia di soccorso». Il Viminale, infatti, nel formulare il divieto riconosce che il gommone soccorso in area Sar libica «quanto meno per l’ingente numero di persone a bordo, era in distress, cioè in situazione di evidente difficoltà». Ne consegue che «appare contraddittoria la valutazione di “passaggio non inoffensivo”» utilizzata per bloccare i volontari.
È LA SECONDO VALUTAZIONE, dopo quella della gip di Agrigento Alessandra Vella su Carola Rackete, che boccia la tesi del Viminale sulle ong. La sospensione del divieto, spiega ancora il Tar, è necessaria poiché «sussiste, alla luce della documentazione prodotta (medical report, relazione psicologica, dichiarazione del capo missione), una situazione di eccezionale gravità e urgenza, tale da giustificare una tutela cautelare», cioè far entrare Open Arms in acque territoriali per prestare immediata assistenza alle persone soccorse, «come del resto sembra sia già avvenuto per i casi più critici».
ERANO GIÀ SBARCATE due donne incinte al nono mese e, martedì notte, una famiglia con due gemelli di nove mesi, ma solo perché uno dei neonati aveva urgente bisogno di cure. A causa del braccio di ferro imposto da Salvini, il trasbordo è avvenuto col buio e con il mare diventato, nel frattempo, agitato. I video mostrano i soccorritori impegnati a saltare dalla barca alla motovedetta della Guardia costiera con i piccoli stetti alla tuta in una manovra rischiosa a causa del mare. Che i bambini dovessero sbarcare l’aveva chiarito la garante per l’Infanzia. Il tribunale dei Minori di Palermo ha poi chiesto spiegazioni al governo specificando che venivano violati i diritti dei più piccoli. «Il Tar ha riconosciuto le ragioni della nostra azione in mare – il commento da Open Arms – ribadendo la non violabilità delle Convenzioni internazionali e del diritto del mare».
SALVINI ieri ha attaccato a testa bassa: «C’è un disegno per aprire i porti, per trasformare il paese nel campo profughi d’Europa. È un paese strano quello dove una nave spagnola in acque maltesi si rivolge a un avvocato di un tribunale amministrativo per chiedere di sbarcare in Italia. Nelle prossime ore firmerò il mio no perché complice dei trafficanti non voglio essere». Dopo aver innescato la crisi di governo, Salvini si asserraglia al Viminale e continua la sua propaganda elettorale. Il premier Giuseppe Conte ieri mattina aveva inviato una lettera al leader leghista chiedendo almeno di «mettere in sicurezza i minori», alla luce dell’intervento del tribunale di Palermo. «Non mi arrendo, resisto a questa vergogna – la replica di Salvini da Recco -. Staremo attenti perché a Roma non si formi una coppia contro natura tra Pd e 5S e tra Renzi e Grillo per riapre i porti». Quindi l’annuncio del ricorso al Consiglio di stato contro il provvedimento del Tar con la motivazione: «Open Arms ha fatto sistematica raccolta di persone con l’obiettivo politico di portarle in Italia».
L’OCEAN VIKING, dell’ong Sos Méditerranée e Medici senza frontiere, resta in mare con 356 naufraghi (103 minori) in balia del mare grosso: «Abbiamo chiesto il porto di sbarco a Italia e Malta, stiamo valutando cosa fare dopo la novità del Tar del Lazio», hanno spiegato ieri. Intanto il premier francese Emmanuel Macron ha attivato la Commissione europea per portare a terra i migranti.

il manifesto 15.8.19
Le proteste di Hong Kong e il dilemma di Pechino
Hong Kong. Tirare la corda, per quanto legittimo, non è un buon viatico per trattare con Pechino, sensibile alla percezione che nel mondo si ha della Cina
di Simone Pieranni


La «presa» per due giorni dell’aeroporto internazionale di Hong Kong da parte dei manifestanti ha acuito la problematicità di quanto sta accadendo nell’ex colonia britannica. L’azione è stata giustificata come una sorta di ultima spiaggia dagli stessi protagonisti, che sono però incorsi in errori che in parte complicano la loro legittima lotta. Il quadro attuale è il seguente: chi protesta ha dimostrato di poter reggere una mobilitazione che dura ormai da giorni.
Per quanto «orizzontali e senza leader» i manifestanti hanno mostrato un’ottima organizzazione capace di coordinare le tante istanze anti-cinesi che hanno unito le centinaia di migliaia di persone scese in piazza. Sono stati commessi però alcuni errori tattici: in primo luogo la comparsa delle bandiere americane e poi quelle di epoca coloniale. Poi la vicinanza di alcuni dei personaggi più in vista durante le proteste con personale dell’ambasciata americana.
Non segnalare una pubblica distanza dagli Usa ha dato la possibilità alla Cina di accusare i manifestanti di essere sostenuti dagli Usa.
Possibile che Washington abbia provato a complicare le cose alla Cina ma un’eterodirezione è una falsità riguardo le motivazioni delle proteste, che sono profonde e non avevano bisogno di essere aizzate da forze esterne.
Poi all’aeroporto i manifestanti sono incorsi in un altro errore: hanno malmenato e bloccato una persona sospettata di essere un poliziotto infiltrato. Invece era un giornalista dell’ultra nazionalista quotidiano di Pechino, il Global Times, che ha avuto buon gioco a scatenare specie sui social cinesi (WeChat in primis) nuove accuse contro i manifestanti.
Ieri da diversi gruppi che partecipano alle proteste sono arrivate le scuse per questo evento, ma al di là di questi errori tattici, quello che pare mancare al momento è la possibilità reale di arrivare a qualche risultato dopo settimane di manifestazioni che hanno spinto la tensione a un punto tale da rendere complicata una soluzione che permetta alla Cina di non perdere la faccia.
    Tirare la corda, per quanto legittimo, non è un buon viatico per trattare con Pechino, piuttosto sensibile alla percezione che nel mondo si ha della Cina.
In questo senso le richieste di dimissioni della chief executive Carrie Lam e quella di un’indagine sulle violenze della polizia, potrebbero essere due argomenti sui quali Pechino potrebbe addirittura essere disposta a trattare. Ma quanto i manifestanti sembrano sottovalutare, è proprio l’attuale situazione politica della Cina.
Bisogna dunque procedere in due direzioni differenti. Quasi tutti i sinologi sono concordi nel rileggere tutta la storia imperiale cinese proprio attraverso la complessità del rapporto tra centro e periferia. È questa dinamica a costituire il motore politico della Cina imperiale.
A questo proposito il concetto di impero in Cina è arrivato dall’Occidente (e dal Giappone) durante il periodo Qing, l’ultima dinastia cinese. Nella visione cinese, infatti, vigeva il concetto di tianxia «tutto quanto sta sotto il cielo». Si tratta di una visione che rapportandosi non solo agli altri, bensì al cosmo intero, concepiva l’influenza cinese attraverso cerchi concentrici capaci di arrivare anche in posti ben distanti territorialmente dal «centro».
Il sistema dei tributi fu uno degli strumenti che la Cina utilizzò per gestire questa serie di relazioni.
Il concetto di Stato-nazione ha complicato enormemente le cose e Hong Kong è un esempio di quanto questa relazione centro-periferia sia ancora oggi un dilemma in Cina e quanto la «modernità anti-moderna» come l’ha definita l’intellettuale Wang Hui, abbia portato Pechino a dover concepire nuove forme di interazione con le sue articolazioni periferiche.
C’è poi un tema contemporaneo: cosa farà Xi Jinping? Esistono forze interne che, forse, stanche del suo enorme potere potrebbero spingere a prendere la decisione sbagliata su quanto sta accadendo a Hong Kong. Non è semplice saperlo, ma l’intensa attività di puntellamento della propria autorità ha per forza di cose lasciato strascichi.
Parte dell’esercito cinese è a Shenzhen, si tratta di un dato confermato perfino dall’ambasciata cinese in Italia; nella sua newsletter il personale dell’ambasciata ha specificato che «secondo quanto stabilisce la legge della Repubblica Popolare Cinese, tra i compiti della polizia armata figurano la partecipazione a operazioni volte a sedare ribellioni, rivolte, incidenti violenti e illegali, attacchi terroristici e altre minacce alla sicurezza sociale».
Xi Jinping ha in mano le carte e deve scegliere: trovare un compromesso capace di salvare la faccia alla Cina, perfino concedendo qualcosa ai manifestanti, oppure optare per la via della repressione, forte del fatto che la comunità internazionale, ormai, sembra piuttosto disposta ad accettare qualsiasi scelta arriverà da Pechino.

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mercoledì 14 agosto 2019

Corriere 14.8.19
La nuova alleanza
di Antonio Polito


È la crisi più pazza del mondo. Si va al Senato convinti di assistere a una delle ore più gravi della Repubblica, e se ne esce con la sensazione che effettivamente la situazione politica è grave, ma non seria.
I senatori arrivano dritti dritti dalle vacanze, e si vede. Salvini sfotte quelli del Pd sostenendo che ne invidia l’abbronzatura, e quelli del Pd rispondono «Papeete Papeete». Sono stati tutti convocati il 13 di agosto per decidere se il presidente del Consiglio Conte deve andare in Aula a riferire della crisi oggi 14 agosto, anniversario della tragedia del Ponte Morandi, o martedì 20 agosto. Pare una questione di vita o di morte, e infatti c’è il pienone delle grandi occasioni. Salvini esige di votare subito la sfiducia al governo per farlo dimettere, non può aspettare neanche un giorno di più. Ma appena otto giorni fa, il 5 agosto, gli ricorda soave una senatrice sudtirolese, ha chiesto e ottenuto dalla stessa aula del Senato il voto di fiducia al governo sul decreto sicurezza-bis. Nel frattempo, però, il leader della Lega non si dimette né fa dimettere i suoi ministri, unico metodo sicuro per provocare la crisi di governo che pure tanto dichiara di volere.
La sua volontà di accelerare la distruzione del governo di cui fa ancora parte viene però bocciata dall’Aula, che lo mette in minoranza (in fin dei conti dispone solo del 17% dei seggi): il calendario è votato da un’alleanza nuova e spuria, che mette insieme Cinque Stelle e Pd e tutti quelli che non vogliono essere mandati a casa dal ministro dell’Interno (sono molti, anche in Forza Italia, ancora in attesa di sapere se verrà ammessa nella coalizione in caso di elezioni). Sembrerebbe profilarsi una sconfitta tattica per Salvini. Quella che un’ora prima del dibattito ha annunciato in conferenza stampa Renzi, vero e proprio regista dell’operazione Tutti Contro Matteo (l’altro). Ricuce con Zingaretti, accetta il lodo Bettini, e si dice convinto che la nuova maggioranza comparsa ieri al Senato possa diventare politica, darsi un programma, formare un nuovo governo, durare l’intera legislatura ed eleggere il successore di Mattarella nel 2022. Una specie di «contratto-bis»: così come Cinque Stelle e Lega si allearono dopo essersi combattuti alle elezioni, ora potrebbe succedere lo stesso tra Cinque Stelle e Pd che dopo le elezioni si respinsero sdegnati.
Ma ecco che Salvini, fiutata la trappola, prova a uscire dall’angolo in cui Renzi voleva metterlo, e infila una zeppa non da poco tra Di Maio e i democratici: dichiara di accettare lui la richiesta grillina di votare prima il taglio dei parlamentari e poi dopo («subito dopo», precisa) andare alle elezioni.
Il Pd accusa chiaramente il colpo. Non se l’aspettava nessuno. Anche perché chiedere la crisi di governo per il giorno successivo e la riforma costituzionale per la settimana appresso è davvero un colpo di teatro. Il capogruppo dei Cinque Stelle salta sulla contraddizione: senza un governo non ci può essere il voto sul taglio, dunque ritirate la mozione di sfiducia. Ci sarebbe anche un altro problemino: se si approva una riforma costituzionale bisogna poi aspettare per mesi un eventuale referendum prima che vada in vigore. Lo risolve Salvini: il taglio dei parlamentari — precisa — sarebbe a futura memoria, non varrebbe per il prossimo Parlamento ma per quello dopo ancora. Si può fare? Boh. Ma così intanto inguaia il Pd, che contro quella legge ha già votato tre volte e ne teme l’effetto maggioritario implicito, capace di trasformare un’ipotetica maggioranza elettorale di centrodestra del 50% nel 65% di seggi, un blocco che potrebbe anche da solo cambiare la Costituzione.
Fatto sta che la Camera dei deputati, un’ora dopo, mette in calendario per il 22 di agosto il voto definitivo sul taglio dei parlamentari. E ora nessuno sa più che cosa succederà. Cadrà prima il governo Conte il 20 agosto al Senato, o la Camera il 22 agosto approverà prima la più grande riforma del governo cadente?
I coscritti del Senato sciamano verso i lidi da cui provengono in preda a questi dilemmi. La crisi intanto non è per questa settimana: Ferragosto con i tuoi. Forse nemmeno la prossima, e quella dopo ancora finisce il mese. La road map al voto anticipato è molto più tortuosa della rotta tracciata dal Capitano. Anzi, per dirla tutta, al momento pare che al timone non ci sia nessuno.

Corriere 14.8.19
Un memoriale per Nellie Bly, rivoluzionaria del giornalismo
di Gian Antonio Stella

«Prendete una donna sana fisicamente e mentalmente, rinchiudetela, tenetela inchiodata a una panca per tutto il giorno, impeditele di comunicare, di muoversi, di ricevere notizie, fatele mangiare cose ignobili. In due mesi sprofonda nella follia».
Fermò il fiato il primo reportage di Nellie Bly dal «Women’s Lunatic Asylum» di Blackwell’s Island, a sud-est di Manhattan. Nessuno aveva mai osato prima fingersi demente per introdursi nella tana nera di un manicomio. Col rischio di fare una brutta fine in quella terra dominata dalla prepotenza. Anzi, nessuno ci aveva mai pensato, prima che quella ragazza di ventidue anni così decisa e sfrontata convincesse il «New York World» diretto dal mitico Joseph Pulitzer a pubblicare quelle cronache dagli inferi che, raccolte nel libro «Dieci giorni in manicomio» spinsero le autorità americane addirittura a cambiare le leggi sui ricoveri coatti e il trattamento dei pazienti.
Fu la più grande della sua generazione, Nellie Bly. E come racconta Nicola Attadio in Dove nasce il vento. Vita di Nellie Bly, a free American girl, fu la prima a rifiutare i ruoli delle giornaliste delegate a occuparsi di scarpe, gioielli, giardinaggio. La prima a rompere gli schemi. La prima a battersi sul terreno dei reportage e delle inchieste. Fino a percorrere mezzo Messico sfidando ogni pericolo: «Mi dimetto dal giornale e come freelance mi paghi per i pezzi che ti mando, tu risparmi un bel po’ di soldi ma mi finanzi il viaggio». La prima a farsi arrestare per denunciare i soprusi sul detenute. E ancora la prima a sfidare davvero, in treno, a cavallo, in barca e a dorso d’asino, Jules Verne e il suo Giro del mondo in 80 giorni. Anzi, i suoi resoconti ebbero un successo tale che un milione di lettori parteciparono alla lotteria inventata da Pulitzer su chi si fosse più avvicinato all’ora del ritorno a New York, avvenuto dopo 72 giorni, 6 ore, 11 minuti e 14 secondi.
Il reportage dentro il manicomio, però, resta unico. Ed è bello sapere che nella Grande Mela c’è chi è pronto a tirar fuori mezzo milione di dollari per ricordare tanti anni dopo con un memoriale quell’impresa straordinaria che cambiò per sempre il modo di vedere i «matti».

Il Sole 14.8.19
Proteste senzafine
La governatrice di Hong Kong: «Siamo sull’orlo dell’abisso»
di Stefano Carrer


Ancora bloccato l’aeroporto, dove ci sono stati scontri tra dimostranti e polizia
Trump: « Movimenti di truppe cinesi al confine» L’invito è alla calma
Per un attimo, è sembrata trattenere le lacrime. Ma il messaggio lanciato ieri dalla chief executive di Hong Kong Carriel Lam - in una conferenza stampa in cui ha svicolato dalle domande - è stato duro nella sostanza e senza aperture, al di là dei tocchi emotivi: le proteste violente stanno creando «panico e caos» facendo imboccare una «strada senza ritorno» che rischia di spingere verso un «abisso».
Un discorso che ha fatto da prologo agli scontri tra polizia e dimostranti avvenuti in serata all’aeroporto, rimasto semi-paralizzato per il secondo giorno consecutivo. Mentre il ricorso a metodi di repressione più brutali da parte della polizia ha spinto negli ultimi giorni i manifestanti ad alzare la posta - nella speranza che infliggere danni all’economia possa avvicinare l’accoglimento delle loro richieste -, una parallela escalation di minacciosi avvertimenti comincia a rendere concreta la sensazione che Pechino stia perdendo la pazienza e si prepari a intervenire se le autorità locali non riusciranno a riportare la situazione sotto controllo.
Per la verità, il governo cinese in serata è tornato a esprimere il suo pieno appoggio a Carrie Lam e al suo governo: lo ha fatto attraverso una nota della missione a Ginevra in cui ha respinto con durezza la presa di posizione della responsabile per i diritti umani dell’Onu, Michelle Bachelet, che ha raccomandato alle autorità di Hong Kong di agire con moderazione e di investigare sul ricorso a eccessivi mezzi di repressione in violazione delle norme internazionali. Per Pechino, si tratta di una interferenza nei suoi affari interni che invia «un segnale sbagliato a violenti criminali». Inquietante è l’aggiunta che i dimostranti stiano «mostrando una tendenza a ricorrere al terrorismo». In un messaggio ufficiale alla comunità internazionale, insomma, si evoca il «terrorismo», ossia l’elemento che potrebbe essere utilizzato per una giustificazione legale di un intervento diretto nella regione amministrativa speciale. Ingenti forze paramilitari sono già confluite nella metropoli limitrofa di Shenzhen, come evidenziato dal rilascio di nuovi video.
Dopo le accuse cinesi di interferenze americane, il presidente Donald Trump - che si era attirato critiche per aver parlato di “sommossa” e di affari interni cinesi - ieri ha twittato «Molti stanno dando la colpa a me e agli Stati Uniti per i problemi in corso a Hong Kong. Non riesco a immaginare il perché» e «La nostra intelligence ci ha informato che il governo cinese sta spostando truppe al confine con Hong Kong. Tutti stiano calmi e tranquilli”!». A voce ha parlato di «situazione molto difficile» a Hong Kong, che spera si risolva pacificamente e «per la libertà». Un portavoce del ministero degli esteri cinese ha stigmatizzato gli ultimi commenti di alcuni leader del Congresso di opposti schieramenti, come Mitch McConnell e Nancy Pelosi, anche come ulteriore prova di interferenze statunitensi. Molto preoccupato appare l’ultimo governatore britannico di Hongk Kong, Chris Patten, secondo cui è necessario un «processo di riconciliazione», mentre un intervento cinese «sarebbe una catastrofe per la Cina e ovviamente per Hong Kong».
Intanto la Borsa locale ha perso un altro 2,1%: ha spazzato via tutti i guadagni di quest’anno e risulta del 16% sotto i picchi di aprile (-8% dal 12 giugno, quando la protesta prese slancio). Il dollaro HK è sceso a ridosso del limite della sua fascia di oscillazione sul dollaro Usa . Molti analisti pronosticano un ulteriore indebolimento dei mercati, in quanto i crescenti rischi politici si riverberano in pressioni verso un deflusso di capitali.

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martedì 13 agosto 2019

il manifesto 13.8.19
Più di 500 migranti abbandonati in mare
Mediterraneo . Bloccati dalla politica dei porti chiusi dell’Italia. Dopo Richard Gere, con la Open Arms anche Banderas e Bardem
di Leo Lancari


Giusto il tempo di lanciare i giubbotti di salvataggio e il gommone si è afflosciato riempiendosi di acqua e scaraventando in mare quanti si trovavano a bordo: 105 migranti, tutti uomini e tra questi anche 29 minori, tra i quali uno di appena 5 anni e uno di 12. Sono il risultato dell’ultimo salvataggio, il quarto in pochi giorni, messo a punto dalla nave Ocean Viking di Sos Mediterranee e Medici senza frontiere a 40 miglia dalle coste libiche. I volontari delle due ong fortunatamente sono riusciti a mettere tutti in salvo ma adesso a bordo della nave, che può ospitare al massimo 200/250 persone, si ritrovano in 356 e per quanto sia attrezzata per le emergenze la situazione rischia di diventare pesante.
Sommando i migranti salvati dalla Ocean Viking a quelli presenti sulla Open Arms, a questo punto salgono a 507 i migranti bloccati in mare dalla politica dei porti chiusi dell’Italia. «Una follia», per la ong spagnola giunta ormai al suo undicesimo giorno ferma in mare. «La stanchezza è tanto, ma non è solo fisica. E’ la consapevolezza della follia di questa situazione, stiamo parlando 160 persone fragili e bisognose di aiuto», spiegano i volontari. Ieri è stato completato il trasferimento a Malta di due donne con gravi problemi di salute e dei loro familiari, il che ha fatto scendere a 151 il numero sei migranti ancora a bordo. «Siamo con loro con il cuore, in bocca a lupo per le loro vite e il loro futuro», ha scritto sui social la ong.
Intanto Matteo Salvini continua con l’atteggiamento di sempre. «Più d 350 migranti a bordo di una nave norvegese di una ong francese e quasi 160 a bordo di una nave spagnola di una ong spagnola: ribadiamo l’assoluto divieto di ingresso di queste due navi straniere nelle acque italiane», ha ripetuto. «Aprano i porti di Francia, Spagna e Norvegia». Ma prosegue anche la mobilitazione degli attori. Dopo Richard Gere e Antonio Banderas, ieri è intervenuto a sostegno di Open Arms Javier Bardem. In un video il premio Oscar chiede al premier spagnolo Pedro Sanchez di intervenire perché i migranti che si trovano a bordo possono essere distribuiti in Europa «perché crediamo che sia necessario che un paese membro dell’Europa debba coordinare questo processo e riteniamo che la Spagna sia il più adatto perché è il Paese di origine della ong», ha spiegato Bardem.
Peccato che, almeno per ora, dall’Unione europea non arrivino segnali di nessun tipo. Pur essendoci stati dei contatti con gli Stati, un portavoce della Commissione europea ha spiegato infatti che non è stato avviato il coordinamento» perché «non c’è stata alcuna richiesta da parte degli Stati».
Che la politica del Viminale serva soprattutto a raccogliere consensi elettorali lo dimostra il fatto che mentre l’attenzione è concentrata sulle navi delle due ong, continuano gli sbarchi di quanti riescono a raggiungere le coste italiane autonomamente o con barchini che vengono lasciati al largo dalle navi dei trafficanti: 89 solo ieri in tre differenti sbarchi avvenuti Sciacca, in provincia di Agrigento, Lampedusa e Crotone.

il manifesto 13.8.19
A Hong Kong si mette male. Cina: «Proteste sono terrorismo»
Hong Kong. I media cinesi mostrano assembramenti di truppe a Shenzhen. Voli annullati nell'ex colonia britannica fino a stamattina per i sit-in organizzati in aeroporto. Week end di scontri: la polizia ha usato gas lacrimogeni contro i manifestanti
di  Simone Pieranni


Dopo ormai dieci settimane di proteste a Hong Kong, da ieri c’è una domanda che aleggia nella tensione generale dell’ex colonia britannica: la Cina sopporterà ancora le manifestazioni senza compiere nessun atto concreto? Fino a ieri l’ipotesi di un intervento militare sembrava completamente fuori discussione: le due conferenze stampa tenute dall’ufficio politico di Pechino a Hong Kong avevano lanciato avvertimenti, avevano bollato le proteste come «rivoluzione colorata» aizzata dagli Stati uniti, e si erano limitate a sottolineare le violenze dei ragazzi e delle ragazze per strada contro la polizia locale, cui la dirigenza cinese aveva espresso sostegno.
Da oggi, invece, pur apparendo ancora un azzardo, l’ipotesi militare acquisisce un peso diverso nelle valutazioni: ieri Pechino ha invece accusato apertamente i manifestanti di Hong Kong di «terrorismo» a causa della loro «violenza», con la quale secondo la Cina hanno affrontato la polizia locale. Ma non solo perché nella giornata di ieri i media cinesi, prima l’ultra nazionalista Global Times e poi l’organo ufficiale del partito comunista, il Quotidiano del popolo, hanno mostrato un video di truppe dell’esercito cinese radunate a Shenzhen, la città confinante con Hong Kong e dalla quale si può raggiungere la città in tempi brevissimi.
SECONDO I DUE MEDIA CINESI si tratterebbe «apparentemente di esercitazioni», ma la vicinanza geografica e la tensione palpabile non lasciano troppo spazio all’ottimismo.
Resta da chiedersi se la Cina davvero possa permettersi un eventuale colpo di mano militare, dopo anni di faticosa costruzione di una reputazione internazionale capace di accreditarla come potenza responsabile.
Tutto quanto raccontato nelle occasioni internazionali rispetto alla propria «ascesa pacifica» potrebbe essere smentito con una semplice decisione.
La Cina – nel caso di un intervento militare – potrebbe giustificarlo con la scusa che Hong Kong è «un affare interno» come più volte ripetuto.
PROPRIO COME FA con il Xinjiang, la regione nord occidentale a maggioranza musulmana. Se ancora qualcuno nutre dei dubbi riguardo l’esistenza di veri e propri campi di rieducazione – che la Cina definisce «vocazionali» – nessuno può mettere in discussione la clamorosa campagna securitaria e repressiva che si è abbattuta sulla minoranza uigura. Eppure, ben pochi a livello internazionale hanno protestato contro il comportamento cinese. Per quanto riguarda Hong Kong, però, c’è anche un altro elemento: bisogna prendere atto che politicamente un compromesso politico al momento è impossibile.
Kerry Brown, grande conoscitore della Cina, su The Spectator ha scritto un commento nel quale ritiene che la mancanza di uniformità tra le anime dei manifestanti possa costituire un vantaggio per Pechino. Ma questa frammentazione, unita alla mancanza di un programma politico unificante da contrapporre innanzitutto al governo cittadino, potrebbe risultare anche un’eventualità capace di mettere in difficoltà il governo centrale cinese: Pechino infatti, posto che voglia trattare, al momento non ha alcuna proposta su cui si può davvero arrivare una mediazione.
I CITTADINI DI HONG KONG che protestano, soprattutto giovani di tutte le fasce sociali, non vogliono vivere in una città sotto il dominio cinese. Aspirazione legittima ma purtroppo per loro inattuale: nel 2047 come stabilito tra Cina e Gran Bretagna, Hong Kong passerà definitivamente sotto l’egida politica di Pechino, che a sua volta sceglierà come amministrare la città. L’obiettivo politico dei dimostranti, dunque, dovrebbe poter trovare un possibile compromesso alla luce di questo passaggio. Difficile sapere quale.
UN POSSIBILITÀ potrebbe essere quella di spingere sulla richiesta di suffragio universale, così come garantito – pur all’interno di passaggi graduali – dall’articolo 68 della Basic Law, la Costituzione (sottoscritta da Pechino) potrebbe essere un primo passo.
Intanto, in questi giorni, il sit in all’aeroporto ha ottenuto grande solidarietà nonostante i disagi, da parte di tante persone che hanno portato ai manifestanti cibo e acqua. Oggi il sit in, che ha bloccato tutti i voli, continuerà nonostante non sia stato autorizzato: i manifestanti tra le altre rivendicazioni chiedono anche un’inchiesta seria e trasparente sulle violenze compiute dalla polizia che nei giorni scorsi – dopo la figuraccia internazionale per l’«aiuto» avuto da criminali delle triadi lanciati in giro a picchiare ragazze e ragazzi inermi all’interno di una stazione della metro – ha fatto largo uso di gas lacrimogeni e di infiltrati, come denunciato in rete e sui canali di Telegram.

La Stampa 13.8.19
La governatrice di Hong Kong ai manifestanti: “Non portate la città nell’abisso”
Decima settimana di scontri in piazza. Carrie Lam in lacrime davanti ai giornalisti. Nuova manifestazione in aeroporto


HONG KONG. La violenza durante le proteste a Hong Kong spingerà la città «lungo un percorso di non ritorno», ha avvertito martedì la governatrice della città, Carrie Lam -immergerà la società in una situazione molto preoccupante e pericolosa» queste le sue parole durante una conferenza stampa nella quale è anche scoppiata a piangere: «La situazione a Hong Kong nella scorsa settimana mi ha fatto preoccupare molto, è pericolosa». Ai manifestanti che stanno protestando da 10 settimane ha chiesto di «evitare labisso».

Aeroporto occupato
Intanto, centinaia di manifestanti a favore della democrazia hanno organizzato una nuova manifestazione all'aeroporto di Hong Kong, il giorno dopo una massiccia protesta che ha provocato la paralisi dello scalo internazionale. Solo un pugno di manifestanti era rimasto durante la notte e i voli sono ripresi, pur fra ritardi e cancellazioni. Poi altre centinaia di contestatori sono arrivate per una nuova manifestazione.

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domenica 11 agosto 2019

Corriere 118.19
Il leader leghista ha sottovalutato e reazioni alla sua mossa
L’istinto di onnipotenza di Salvini comincia a fare i conti con la Costituzione e il Parlamento.
di Massimo Franco

Il suo blitz teso a portare l’Italia alle elezioni anticipate sta riuscendo, ma solo in parte. Sancire unilateralmente la fine della maggioranza con il Movimento 5 Stelle potrebbe condurre quasi per forza di inerzia alle urne. Eppure l’esito è incerto. La Lega, nella sua corsa affannosa verso il voto, addita e pretende il traguardo vicinissimo; il Parlamento, nel quale per ora ha solo il 17% dei voti, invece, lo osserva col cannocchiale rovesciato: più lontano, forse non a portata di ottobre. D’altronde, lo strappo leghista costituisce una forzatura che ha fatto scivolare in secondo piano l’interesse nazionale, privilegiando solo i calcoli elettorali di un partito sicuro di avere il vento in poppa e di doverlo sfruttare subito. Il Carroccio sembra avere sottovalutato l’allarme che il suo diktat sta provocando, e non solo in Italia, per la forte componente estremistica e antieuropea che sprigiona. Esistono impegni finanziari e scadenze di governo da rispettare, e vincoli che non possono essere scansati solo per permettere la «presa del potere» salviniana dai contorni di una guerra-lampo sulla pelle dell’Italia. Restituire lo scettro della crisi al Parlamento e al Quirinale è una via obbligata costituzionalmente. Non si tratta di frenare le ambizioni di vittoria leghiste ma di permettere all’opinione pubblica di comprendere le ragioni della rottura e renderla trasparente nei suoi passaggi. Non sarà facile. Il terrore grillino di un voto anticipato che falcidierebbe i suoi consensi e le sue rappresentanze parlamentari porta un redivivo Beppe Grillo a invocare un fronte contro i «barbari» di Salvini: versione aggiornata e pasticciata di unità nazionale. Proposta singolare. Il «nuovo» si aggrappa all’odiato sistema non per salvare il Paese e la tenuta dei conti pubblici, ma soprattutto per salvare se stesso, contando di mettere insieme paure trasversali. È una reazione simmetrica e opposta a quella della Lega. E offre il medesimo brutto spettacolo da parte della ormai ex maggioranza. Avventurismo elettorale leghista e strumentale trasformismo grillino vanno a braccetto, accompagnati dal solito corredo di insulti. Con quali esiti, si vedrà. Ma proprio per questo, ora più che mai Costituzione, Parlamento e Quirinale sono le uniche garanzie di serietà contro azzardi e furbizie accomunati da una spregiudicatezza venata di irresponsabilità. Se e quando si arriverà alle elezioni è ancora da capire. E non è detto che sia la cosa migliore per il Paese. Si dovranno evitare pasticci e ammucchiate improbabili, ma anche scongiurare accelerazioni foriere solo di fratture più profonde e pericolose, per i rapporti interni, per la tenuta dell’Italia e per le relazioni con i nostri alleati europei. Il rispetto delle regole è il minimo che si debba pretendere da chi da tempo mostra una prepotente inclinazione a calpestarle per il proprio esclusivo tornaconto. Sarebbe bene se ne rendessero conto anche le opposizioni, per non ridursi al ruolo di strumenti subalterni di una demagogia che ha già prodotto molti guasti.


Il Sole 11.8.19
Un esecutivo neutrale per il voto
La crisi di governo che sta per aprirsi si presenta con dei connotati in parte inediti. Non nasce infatti semplicemente, come in occasioni del passato, a causa del distacco di una delle forze politiche della maggioranza dall’accordo di governo, e nemmeno perché è stato approvato in Parlamento un provvedimento non condiviso da una parte del Governo
di Valerio Onida


La vicenda delle mozioni sulla Tav poteva non essere di per sé decisiva, se uno dei partiti di governo avesse semplicemente accettato (e così in fondo è stato per il M5s) un voto parlamentare in cui prevalesse una delle due posizioni espresse dai partiti al governo. Si può ricordare, si parva licet componere magnis, che le leggi sul divorzio (1970) e sull’aborto (1978) passarono in Parlamento contro la posizione espressa dalla Dc, che era all’epoca il maggior partito del governo in carica ed esprimeva il Presidente del Consiglio dei ministri; e non provocarono di per sé crisi di governo né dislocazioni decisive nella maggioranza parlamentare che sorreggeva il Governo. In regime parlamentare è possibile, anche se non frequente, che su singoli temi, che si accetta non facciano parte del programma di governo, si manifestino maggioranze diverse da quella che sostiene l’esecutivo.
Ciò che di singolare ha questa crisi è piuttosto il fatto che essa nasce da dissensi e scontri fra le due forze della maggioranza persino più aspri di quelli che caratterizzano la dialettica fra maggioranza e opposizioni. In ogni modo, è una crisi, quella attuale, che non sembra poter avere altro sbocco se non le elezioni. Infatti la maggioranza non c’è più, e non sembra che nell’attuale Parlamento possa manifestarsi una qualsiasi diversa maggioranza politica, ricomponendo il puzzle degli attuali gruppi parlamentari.
Non solo dunque il Governo in carica deve necessariamente dimettersi, aprendo anche formalmente la crisi; ma esso non sembra possa avere alcuna alternativa politica in questa legislatura. A questo punto, è bene però che le dimissioni del Governo conseguano ad un voto o almeno ad un dibattito parlamentare che ratifichi esplicitamente l’apertura della crisi: e bene ha fatto il Presidente Conte a volere questo passaggio per la cosiddetta “parlamentarizzazione” della crisi. Non che dal dibattito possa emergere, per quanto è prevedibile, una qualsiasi maggioranza alternativa per governare, sulla base degli attuali rapporti di forza nelle Camere: ma almeno dovrebbero risultare chiare le posizioni dei vari gruppi sugli indirizzi fondamentali sui quali gli elettori saranno chiamati a pronunciarsi. Le elezioni appaiono dunque come l’unica strada possibile per ridare un indirizzo politico di governo al Paese.
Non sembra infatti plausibile nemmeno l’ipotesi di un Governo “tecnico” che duri magari fino ad elezioni non del tutto prossime, sul modello del Governo Monti del 2011. Questo nacque, lo ricordiamo, da una più o meno convinta accettazione da parte di molte forze parlamentari, della maggioranza uscente e delle opposizioni, di una fase di “decantazione”, di fronte a problemi in parte nuovi posti dai rapporti con le istituzioni europee, e quindi con un programma ben individuabile. Oggi i problemi, vecchi e nuovi, sussistono, certo, ma non sembra esserci all’orizzonte di questo Parlamento alcun indirizzo di “larga coalizione” attorno a cui possa sorgere un nuovo esecutivo.
In queste condizioni normalmente il Governo, dimissionario perché sfiduciato, assume il compito di assicurare gli “affari correnti” fino al voto e al successivo formarsi di una nuova maggioranza. Però oggi questa non sembra a sua volta una soluzione facile e pacifica. Infatti, in attesa del voto e poi della formazione della nuova maggioranza, avremmo una fase che non sembra facilmente affrontabile in termini di “ordinaria amministrazione”. Da un lato abbiamo una compagine governativa attraversata da divisioni anche più profonde di quelle che normalmente caratterizzano la dialettica fra maggioranza e opposizioni: ed è quindi difficile che questo Governo, con questi ministri, sia in grado di amministrare il Paese con la necessaria “neutralità” politica che dovrebbe caratterizzare l’attesa delle decisioni degli elettori. Dall’altro lato, nei mesi che dovranno trascorrere prima della formazione del nuovo Governo post-elettorale dovranno essere prese delle decisioni, ad esempio in materia di bilancio, che difficilmente potranno essere solo di “ordinaria amministrazione”: non foss’altro una decisione che “congeli” la situazione finanziaria e apra la strada a un esercizio provvisorio (espressamente previsto dalla Costituzione) in attesa della definizione della nuova politica di bilancio per il 2020.
Occorre, dunque, che il Governo in carica nel periodo elettorale sia in grado e sia capace di adottare queste decisioni col massimo possibile di “neutralità”, e dunque con il consenso parlamentare più ampio possibile. In definitiva, un Governo che si proponga come esclusivo fine quello di consentire lo svolgimento delle elezioni in un clima in cui le esasperazioni polemiche di tutti contro tutti possano lasciare il posto, almeno in parte, ad un confronto più serio, in sede elettorale e postelettorale, sugli indirizzi di fondo da imprimere alla politica nazionale, europea e internazionale del nostro Paese.

Il Sole 11.8.19
Etica. Pubblicato il ciclo di conferenze tenute a Friburgo dal 1920 al 1924
Quando a lezione Husserl criticò Kant
di Ermanno Bencivenga

Triste è il destino dei grandi filosofi. Per capirli sarebbe necessaria una mente alla loro altezza, rara come una mosca bianca; di solito, rimangono ostaggio degli «studiosi» che in ogni occasione citano libro e versetto ma sul senso di quelle sacre scritture ne sanno quanto i sei ciechi della parabola su come è fatto un elefante. Ogni tanto compare all’orizzonte un altro grande filosofo, e capita pure, magari, che voglia dire la sua sul collega; ma le grandi menti hanno poco tempo per i dettagli altrui, impegnate come sono ad articolare i propri. E poi sono ambiziose: se parlano di un collega, è per usarlo come trampolino di lancio per i loro voli, come ombra sullo sfondo della quale far risplendere i loro bagliori.
L’Introduzione all’etica comprende un ciclo di lezioni tenute da Edmund Husserl nel 1920 e ancora nel 1924, a Friburgo, davanti a un pubblico d’eccezione che comprendeva Norbert Elias, Karl Löwith, Herbert Marcuse e Hans Jonas. Tratta il suo argomento storicamente, il che è insolito in Husserl, seguendo un percorso cronologico che va dai sofisti a Kant. Ci sono scelte idiosincratiche: Aristotele viene appena menzionato ma si presta attenzione ad Aristippo; nella modernità la Gran Bretagna è meglio rappresentata (con Hobbes, Locke, Hume e Mill) del continente europeo.
Ma il confronto più teso e sostenuto è con il personaggio culmine della vicenda: il saggio di Königsberg, al quale Husserl dedica in chiusura una quarantina di pagine ma la cui figura incombe su tutto il testo. Viene introdotto con rispetto: due interi paragrafi sono dedicati a un sommario di alcune parti della Critica della ragion pratica. E gli viene riconosciuto il grande merito di aver combattuto l’edonismo (definito «la negazione dell’etica»). Ma tali concessioni servono solo a indorare l’amara pillola: precedute da un minaccioso «Passiamo ora alla critica», gli vengono riversate contro le accuse più severe, senza appello. I suoi sono «meri concetti, significati morti, estranei agli atti della vita originariamente conferente senso»; le sue dottrine sono assurde, incomprensibili, fallimentari e perfino impensabili.
Qual è l’oggetto del contendere? Ce ne sono vari, ma accomunati da una cruciale differenza di tono. Kant ci consegna un mondo indeterminato e pericolante, in cui gli oggetti sono fragili aggregazioni di dati, tenuti insieme da misteriosi atti sintetici e pronti a disfarsi quando meno dovrebbero, o a esplodere in antinomie se facciamo troppe domande. In ambito etico, dichiara che è la ragione a dare ordini, ma la lettura dei nostri comportamenti alla luce delle sue ingiunzioni formali sarà sempre aperta al dubbio: potremo solo sperare di aver fatto la cosa giusta, la nostra perfezione morale va perseguita «con timore e tremore».
Husserl, invece, è pieno di certezze: basta che mi concentri sul contenuto della mia coscienza e «posso cogliere verità generali in una certezza assoluta, posso vederle in atti di una perfetta comprensione evidente». «Come sempre, solo l’indagine fenomenologica può fare chiarezza su tali questioni.»
Perché dunque porsi tanti problemi con le entità instabili, fenomeniche che popolano la nostra quotidianità? Non ci sono forse oggetti ideali, per esempio matematici, che possiamo cogliere con perfetta evidenza? E non è il bene un oggetto di questo tipo? Kant esitava a riconoscere uno statuto cognitivo indipendente alla matematica, e non aveva tutti i torti: qualche anno dopo queste lezioni di Husserl, il teorema di Gödel avrebbe dimostrato che delle teorie matematiche non siamo in grado di conoscere non dico la verità, ma neanche la coerenza.
Kant attribuisce il giudizio morale alla ragione, e per Husserl è «impensabile un volere che non abbia basi motivazionali» sensibili. Kant però lo sapeva, e infatti dice: «La legge morale contiene senza dubbio delle prescrizioni, ma non dei moventi; essa manca di quella forza esecutiva, che costituisce il sentimento morale». Basterebbe leggerlo. Che io sappia che cosa dovrei fare non implica che lo farò; posso solo sperare, dicevo, che l’educazione che ho ricevuto, la società che mi circonda e i sentimenti che entrambe mi hanno ispirato siano efficaci al proposito.
La bella sicurezza ostentata da Husserl ha fatto il suo tempo; oggi a darle credito sono rimasti pochi fedeli (e, si capisce, gli «studiosi»). Rimane il rimpianto per l’incomprensione e l’arroganza testimoniate in queste pagine e ingiustificate sulla base del reale rapporto tra i due filosofi. Lasciando al loro destino le sciocchezze di verità ideali percepite con assoluta evidenza, la fenomenologia ha fatto molto per sviluppare l’idealismo trascendentale, che Kant aveva iniziato e abbozzato ma non aveva completato. La faticosa costruzione dell’impianto «copernicano» continua in Husserl e nella sua scuola, con le incertezze e i dubbi che naturalmente le si accompagnano, ed è opera di innegabile valore. Se solo le grandi menti la smettessero di darsi addosso e imparassero a lavorare insieme!





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sabato 10 agosto 2019


La Stampa 10.9.2019
Crisi di governo, Grillo contro il voto: “Cambiamenti subito, salviamo l’Italia dai nuovi barbari”


ROMA. «Dobbiamo fare dei cambiamenti? Facciamoli subito, altro che elezioni, salviamo il Paese dal restyling in grigioverde dell'establishment, che lo sta avvolgendo! Come un serpente che cambia la pelle». Lo scrivo Beppe Grillo a conclusione di un suo post sul blog, il primo da quando Matteo Salvini ha aperto la crisi di governo.
In questo modo – come confermano fonti governative pentastellate – Grillo tiene aperti tutti gli scenari e ricompatta il movimento per dichiarare «guerra» al tradimento di Salvini. «Io non vorrei - scrive Grillo - che la gente abbia confuso la biodegradabilità con l'essere dei kamikaze. Noi ci muoviamo sinuosi nel mondo e i nostri nemici pregano che la coerenza, solo la nostra, sia una sorta di colonna vertebrale di cristallo: “Non vi preoccupate sono talmente coerenti che si spezzano piuttosto che sopravvivere!”.
Questo pensano, pure molti sprovveduti al nostro interno. Le lavatrici buttate nei fiumi cosa sono nella loro essenza? Coerentemente in attesa di arruginirsi? Ed è così che pregano e sperano che sia il M5s. C'è Matteo Salvini che immagina il Movimento come qualcosa che vive solo grazie a lui! Ma siamo diventati scemi?».
Anna Maria Bernini, presidente dei senatori di Forza Italia, commenta: «Grillo chiede ai suoi di fare i cambiamenti subito. Altro che elezioni, scrive. I suoi proclami diventano sempre più oscuri, ma il cambiamento purtroppo c'è già stato e ha fatto tragicamente rima con fallimento. Il fallimento suo, del suo Movimento e del governo guidato dai suoi alfieri. Il vero cambiamento potrà arrivare solo dalle elezioni, perché in democrazia funziona così: sarà un vaffa day al contrario, questa volta, e stia certo Grillo, l'estate lo illuminerà già da stanotte, quando appariranno in cielo Cinque stelle cadenti».
Luigi Di Maio, su Facebook, ha postato l'articolo di Grillo, commentando: «Beppe è con noi ed è sempre stato con noi! Il vero cambiamento è il taglio dei parlamentari. Le vere elezioni si fanno con 345 poltrone in meno. Serve cambiare. E subito!».

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venerdì 9 agosto 2019

il manifesto 9.8.19
Rino Formica: «È l’ultima chiamata prima della guerra civile. Ora il Presidente parli»
L'intervista . L’ex ministro socialista: «Assistiamo alla decomposizione delle istituzioni, nel decreto sicurezza si accetta la fine del ruolo di Palazzo Chigi. I leader politici sono screditati. Solo un’autorità morale e politica può mobilitare la calma forza democratica dell’opinione pubblica. Lo strumento c’è, è il messaggio del Colle alle camere»
intervista di Daniela Preziosi


«Quando si rompono gli equilibri istituzionali o c’è la soluzione democratica, o decide la forza. Se non ci sono soluzioni democratiche c’è la guerra civile». Con Rino Formica – classe 1927, socialista, più volte ministro, da più di mezzo secolo le sue definizioni della politica e dei politici sono sentenze affilate, arcinote e definitive – il viaggio per approdare all’oggi, un oggi drammatico, inizia da lontano. Con il Pietro Nenni «di quei dieci giorni lunghi quanto un secolo fra il 2 e il 12 giugno del ’46», racconta, «fra il referendum e la proclamazione della Repubblica c’è il tentativo del re di bloccare la proclamazione della Repubblica. Umberto resisteva al Quirinale. I tre grandi protagonisti, De Gasperi Togliatti e Nenni, presero la decisione di convocare il Consiglio dei Ministri e di dare i poteri di capo dello stato a De Gasperi, che era presidente del consiglio. De Gasperi andò al Quirinale sfrattò Umberto. In quei giorni noi, dalle federazioni del partito socialista, chiedemmo che fare. C’era il rischio reale che si bloccasse il processo democratico. Nenni appunto diramò la disposizione: quando si rompono gli equilibri istituzionali o c’è la soluzione democratica o la parola passa alla forza». Questa è la «questione», sostiene Formica.
Stiamo assistendo a una rottura istituzionale?
Questa rottura è antica, maturava già dagli anni 70, ma il tema viene strozzato. Il contesto internazionale è bloccato, un paese di frontiera come l’Italia deve fronteggiare equilibri interni ed internazionali. Nell’89 questo blocco salta, ma le classi dirigenti non affrontano il tema della desovranizzazione degli stati che diventavano affluenti dell’Europa unitaria. I grandi partiti entrano in crisi. Il Pci è in crisi logistica e di orientamento; il Psi perde la rendita di posizione; la Dc è alla fine della sua funzione storica.
Torniamo alla nostra crisi istituzionale.
Da allora abbiamo due documenti importanti. Il primo è del ’91, il messaggio alle camere di Cossiga che spiega che l’equilibro politico e sociale è superato. Poi, nel 2013, il discorso del secondo mandato di Napolitano. Due uomini diversi, con due approcci diversi, con coraggio pongono al parlamento il tema del perdurare della crisi. E i parlamentari, fino ad oggi, continuano a far finta che tutto va bene, che è solo un temporale, passerà. Oggi siamo alla decomposizione istituzionale del paese.
Quali sono i segnali della «decomposizione»?
Innanzitutto il governo: non c’è. Oggi ci sono tribù che occupano posizioni che una volta erano del governo. Il presidente del consiglio convoca le parti sociali, ma il giorno dopo le convoca il ministro degli interni. E i sindacati vanno. Quando il sindacato non ha un interlocutore istituzionale ma va da chi lo chiama si autodeclassa a corporazione: vado ovunque si discuta dei miei interessi. Allora: non c’è un governo, perché la sua attività è stata espunta; non ci sono i partiti né i sindacati. È la crisi dei corpi dello stato. Si assiste a un deperimento anche delle ultime sentinelle, l’informazione, la magistratura.
Sta dicendo che non c’è alternativa alla guerra civile?
C’è. Oggi siamo in condizione di mobilitare la calma forza democratica dell’opinione pubblica? Chi può animarla? I leader politici sono deboli o screditati. Serve l’autorità morale e politica che può creare un nuovo pathos nel paese. Uno strumento democratico c’è, sta nella Carta. È il messaggio del presidente della Repubblica alle camere. Nell’81 la camera pubblicò un volume sui messaggi dei presidenti. Nella prefazione il costituzionalista Paolo Ungari spiega che il messaggio alle camere ha una grande importanza. Il presidente ha due modi per dialogare con il parlamento. Il primo è quando interviene nel processo legislativo. Quando rinvia alle camere un disegno di legge per incostituzionalità. È vero che non ha il diritto di veto ma – dice Ungari – porta il dissenso dinanzi al parlamento e anche all’opinione pubblica, «un terzo e non silenzioso protagonista».
Dovrebbe succedere con il decreto sicurezza bis?
Leggo che Mattarella ha dubbi. Forse ha dubbi su di sé: le norme incostituzionali stavano già nel testo che ha firmato e inviato alle camere. Lì si accettava il superamento della funzione del presidente del consiglio: non c’è più, viene informato dal ministro degli interni. È la negazione della norma costituzionale. Ma è vero che se oggi lo rimandasse alle camere la maggioranza potrebbe ben dire: abbiamo votato quello che tu hai già firmato.
Allora cosa può fare?
La situazione di oggi è figlia dell’errore del 2018. Il presidente dà l’incarico esplorativo a Cottarelli e questo incarico viene sospeso dall’esterno da due signori che notificano al Quirinale di non procedere perché stanno stilando un «contratto» di cui indicano l’arbitro, il presidente del consiglio. È il declassamento dall’accordo politico a contratto di natura civilistica, uno stravolgimento costituzionale. L’accordo di governo è altra cosa: stabilisce una cornice politica generale. L’errore è dei contraenti, ma chi lo ha avallato poteva fare diversamente? Se il presidente del consiglio è arbitro si accetta il fatto che la crisi istituzionale si supera attraverso una extrademocrazia aperta a tutti i venti.
Un punto di non ritorno?
Il problema ora è mettere uno stop. Il presidente della Repubblica dovrebbe fare un messaggio sullo stato di salute delle istituzioni. Il presidente del consiglio non c’è più, il governo neanche, la funzione della maggioranza è mutata fra decretazione e voto di fiducia. Ormai, di fatto, una camera discute, l’altra solo vota. Si sta consumando un mutamento dell’equilibrio istituzionale. Il presidente ci deve dire se questa Costituzione è diventata impraticabile.
Intanto il Viminale allarga i suoi poteri.
Salvini crea una novità nel nostro tessuto democratico. All’interno di un sistema di sicurezza crea una fazione istituzionale di partito: spezza un corpo dello stato in fazioni politiche. Il rischio è che nasca una polizia salviniana. Che avrebbe come conseguenza la nascita della Rosa bianca, come sotto Hitler. E non solo. Ormai Salvini fa in continuazione dichiarazioni di politica estera che si pongono al di fuori dei trattati a cui aderisce l’Italia.
Mattarella ha gli strumenti per fermarlo?
Mattarella viene da una educazione morotea, quella della inclusione di tutte le forze che emergono, anche le più incompatibili. Ma ne dà un’interpretazione scolastica. Moro spiega la sua visione nell’ultimo discorso ai gruppi parlamentari Dc, prima del sequestro. Convince i suoi all’inclusione del Pci nel governo ma, aggiunge, se dovessimo accorgerci che fra gli inclusi e gli includenti c’è conflitto sul terreno dei valori, noi passeremo all’opposizione. L’inclusione insomma non può prescindere dai valori. Altrimenti porta alla distruzione dei valori anche di quelli che li hanno. Infatti il contratto non è un’intesa fra i valori ma tra gli interessi.
Insomma questo governo è un cavallo di troia nelle istituzioni?
È la mela marcia che infetta il cesto.
Mattarella può ancora intervenire?
Non c’è tempo da perdere, deve rivolgersi al parlamento. L’opinione pubblica deve essere rimotivata, deve sapere che ha una guida morale, politica e istituzionale. Si sta creando il clima degli anni 30 intorno a Mussolini.
I consensi di Salvini crescono, l’opinione pubblica ormai si forma al Papeete beach.
Ma no, Salvini cresce perché non c’è un’alternativa. Un messaggio del presidente darebbe forza a quelle tendenze maggioritarie nell’Ue che hanno bisogno di sapere se in Italia c’è qualcuno che denuncia il deperimento democratico. Anche perché, non dimentichiamolo, l’Unione ha l’arma della procedura di infrazione per deperimento democratico, già usata per la Polonia.
In questo suo ragionamento l’opposizione non ha ruolo?
Il paese è stanco, il Pd non è in condizioni di rimotivarlo. Nessuno ne ha la forza. La stampa è sotto attacco, si difende, ma per quanto ancora? Hanno aggredito Radio radicale, i giornali, dal manifesto all’Avvenire, intimidiscono anche la stampa più robusta. Solo una forte drammatizzazione istituzionale può riuscire. All’incontro con i cronisti parlamentari Mattarella ha fatto un discorso importante. Ecco, tutti insieme dovrebbero chiedergli di ripeterlo ma in forma di messaggio alle camere. Per dare un rilievo ufficiale agli attacchi alla libera stampa. La signora Van der Leyen non potrebbe non intervenire.
Anche perché resta il dubbio che la Lega sia strumento della Russia contro l’Ue.
I rapporti fra Salvini e la Russia di Putin sono servili. La Russia ha un forte interesse a un’Italia destabilizzata per destabilizzare l’Europa. Il disegno non è di Salvini, lui è solo un servo assatanato di potere.
Ministro, con Salvini sono tornate le ballerine, stavolta in spiaggia?
Quando parlai di «nani e ballerine» intendevo che non si allarga alla società civile mettendo in un organo politico i professionisti del balletto. Qui siamo alla versione pezzente del Rubigate. Quello di Berlusconi era un populismo di transizione ma non si può negare che intercettasse sentimenti popolari. Salvini invece eccita i risentimenti plebei.
Chiede al Colle di agire un conflitto inedito nella storia repubblicana?
Ma se questa situazione va avanti, fra due anni Salvini si eleggerà il suo presidente della Repubblica, la sua Consulta, il suo Csm e il suo governo. Siamo al limite. Lo dico con Nenni: siamo all’ultima chiamata prima della guerra civile nazionalsovranista.



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domenica 4 agosto 2019

il manifesto 4.8.19
Alias Domenica   
Becker a Heidegger, distrutti gli assunti della coscienza
Lettere inedite. A metà degli anni Venti, molto precocemente interessato alla psicoanalisi, Oskar Becker non solo riconosce il genio di Freud, ma indica a Heidegger la necessità di applicare le dinamiche psichiche alla «psicogenesi» di ogni filosofare
di Oskar Becker e Romano Mádera


Al momento sono immerso negli scritti freudiani. Ne sono ancora profondamente colpito. È stupefacente vedere come ogni volta Freud riesca a dire cose nuove per mezzo di concetti apparentemente già molto sfruttati, che provengono dal milieu medico-scientifico degli anni Novanta del secolo scorso o, perlomeno, come riesca a elevare al rango della conoscenza scientifica certi aperçus psicologici tipo quelli che si trovano in Schopenhauer e Nietzsche o anche in altri «psicognostici» più antichi. Lo sfondo filosofico, il sistema delle sue «anticipazioni concettuali» dipende fortemente da Schopenhauer, benché Freud non sembri esserne consapevole (…) nel bene e nel male. Nel «bene» l’emergere del momento emozionale, della tendenza e del motivo, il pensiero di una dinamica psichica (qui non scevro di pensieri fuorvianti sul modello di quelli delle scienze della natura, soprattutto, quello della libido come «energia psichica», concepita in modo del tutto simile a quello della fisica) – l’idea che la conoscenza non è il motivo primario della vita, e così via. «Nel male» negli ultimi scritti di Freud (in particolare in Al di là del principio di piacere) il ruolo giocato da concezioni biologico-fisiologiche. Anche Freud non è del tutto sfuggito alla tentazione tipica della vecchiaia di costruire alla fine un sistema. Qui c’è qualche analogia con la concezione schopenhaueriana della conoscenza come funzione del cervello, con la sua teoria del «genio della specie». Ma oltre a questo, Schopenhauer (e ancora più direttamente Nietzsche) è , in molti temi particolari, un precursore della psicoanalisi: nelle sue osservazioni sul sogno, sulla follia, sull’associazione di idee («l’intuizione»), la teoria del ridicolo, la metafisica dell’amore sessuale. Ma c’è anche una certa parentela con la psicologia descrittiva e delle distinzioni di Dilthey (…)A me interessano, oltre al problema al quale ho accennato, due ulteriori questioni da porre alla psicoanalisi: le premesse delle scienze della natura sono per Freud il fondamento che sostiene il suo pensiero e nel quale, per così dire, egli finisce per trovare la soluzione di tutto. Infatti, la sua teoria delle pulsioni si dimostra, sottoposto a critica, dogmaticamente vincolata alla determinazione di processi e scopi molto specifici delle pulsioni stesse (tra l’altro proprio come accade in Schopenhauer e in Nietzsche, fatte salve le differenze che caratterizzano la fisiologia e la biologia delle diverse epoche nelle quali hanno vissuto).Se dunque le cose stanno così, se alla teoria freudiana (la psicoanalisi non è una teoria in senso proprio, piuttosto una tecnica medica, un fenomeno fattuale sui generis) viene meno il terreno su cui poggia – cosa ne prende dunque il posto? (..) Siamo a un passo dal cercare un surrogato nella relazione con il mito, via già intrapresa da Jung. Al posto di un dogma se ne mette un altro, ancora più difficilmente comprensibile, e in questo modo si sacrifica molto della psicoanalisi. Se essa mostra come la vita psichica cosciente è «determinata» (o forse meglio «motivata») dall’inconscio, non si potrebbe dire lo stesso per la genesi fattuale di una filosofia? Non ci possiamo più permettere oggi di distinguere in modo sommario «psicogenesi» e fondazione «logica o trascendentale», o «dialettica».Il filosofare non pertiene soltanto a una determinata situazione della storia dello spirito , ma a «ognuno» con tutte le sue particolari preferenze e avversioni, i suoi punti ciechi e gli spostamenti e le altre attitudini della cui profondità normalmente non è consapevole. Non dovrebbe appartenere, questa specie di auto-psicoanalisi, ai requisiti necessari al filosofare «critico», proprio come distruzione di ciò che appare come un mero dato della storia della spirito?

il manifesto 4.8.19
Da Oskar Becker, Vier Briefe an Martin Heidegger, in A. Gethmann- Siefert, J. Mittelstrass ( a cura di ), Die Philosophie und die Wissenschaften. Zum Werk Oskar Beckers, München, 2002. Pubblicata in tedesco in nota a Antonello Giugliano, Décadent e inizio al tempo stesso I, in Massimo Mezzanzanica (a cura di), Autobiografia Autobiografie Ricostruzione di Sé, Franco Angeli, Milano, 2007.Traduzione di Romano Mádera
di Romano Mádera


La lettera di Becker è datata 1923, dunque tre anni dopo l’uscita di quell’opera capitale di Freud che è Al di là del principio di piacere, e quattro anni prima della pubblicazione di Essere e tempo di Heidegger, con il quale Becker, che frequenta i suoi primi corsi a Friburgo, insieme a Löwith e ad altri, ha scambi intellettuali così intensi da lasciarne indovinare le influenze. Nel frattempo, legge e rilegge Freud. A quel tempo assistente di Husserl, Heidegger cerca di dare un impronta più decisamente esistenziale alla sua ricerca: filosofia e vita sono un tutt’uno, la filosofia è una scelta di vita e questa va compresa nella sua concretezza, nella sua storicità fattuale.Nella prima parte della lettera Becker traccia una sorta di genealogia filosofica della psicoanalisi – da Schopenhauer a Nietzsche con un accenno a Dilthey: se oggi è scontato che un professore di filosofia si interessi anche di psicoanalisi, nel 1923, la critica alle pretese di Freud, che voleva far rientrare le sue scoperte nella «concezione scientifica del mondo», sono tutt’altro che ovvie.Per Becker, manca alla psicoanalisi la struttura logico-formale capace di reggere un nuovo orientamento conoscitivo. Tuttavia, egli riconosce come il pensiero di Freud porti a scoprire quanto la nostra vita cosciente sia influenzata dall’inconscio e – qui sta la sorpresa e il pungolo per Heidegger, destinatario delle sue riflessioni – sostiene che si dovrebbero riprendere queste dinamiche psichiche anche per la «psicogenesi» di ogni filosofare, per la determinazione «biografica» di ogni attività di pensiero, approfondendo i condizionamenti della storia della cultura fino ad arrivare all’individualità che pensa.Di questa «fatticità» che è la vita concreta del filosofo e dei suoi moti psichici profondi, non ci si può liberare rifugiandosi frettolosamente nei fondamenti logici, trascendentali o dialettici. Anzi, Becker ipotizza che una sorta di psicoanalisi filosofica possa aiutare a distruggere le assunzioni date per scontate dalla sola coscienza circa la «storia dello spirito».Molti anni dopo, nei testi su Nietzsche del 1961, Heidegger dichiarerà il suo categorico disprezzo per la «fatticità» biografica in filosofia: e lo farà proprio parlando di Nietzsche, che potrebbe passare per antesignano di una filosofia della biografia e dell’autobiografia. Scrive Heidegger: «la condizione preliminare sta nel prescindere dall’ “uomo”, nel fare astrazione dall’ “opera” nella misura in cui essa viene vista come espressione dell’umanità, cioè alla luce dell’uomo… Né la persona di Nietzsche né la sua opera ci interessano fintanto che facciamo di entrambe, nella loro coappartenenza, l’oggetto di un resoconto storiografico e psicologico».Dunque, rispetto a quel che la lettera pubblicata in questa pagina sembrerebbe prefigurare, Heidegger avrebbe preso, poi, una direzione esattamente opposta. Quanto a Becker, egli avrebbe cercato di applicare suggestioni heideggeriane nei suoi lavori «esistenziali», abbandonando però l’ermeneutica per una sorta di «mantica», di divinazione fenomenologica, che porterebbe a intuire, nelle esistenze individuali, così come in estetica, la presenza di forme ideali. In questa direzione così brutalmente antistorica e antibiografica, si potrebbe comunque cogliere un contro-movimento alla «filosofia critica» che da Fuerbach, a Marx, a Stirner, a Nietzsche (e anche alla psicoanalisi), sebbene in forme molto diverse, cercava di trovare il terreno ideale sul quale far poggiare le astrazioni del pensiero, alla ricerca di pratiche, collettive e individuali, capaci di provarne la consistenza.In questa prospettiva, Heidegger incarna l’acme di una gigantesca «regressione»: di una «reazione» che, dietro la nebulosa del suo linguaggio gonfio di enfasi destinali, lascia trasparire la cancellazione dei conflitti storicamente determinati, interni alla società e ai singoli individui.

il manifesto 4.8.19
Zamjatin soccombe alle ambizioni letterarie di Stalin, redattore maximo
Lettere inedite. Documento unico, la missiva inviata da Evgenij Zamjatin è l’ultimo caso in cui uno scrittore si appellò direttamente a quello che Mandel’štam definì «il montanaro del Cremlino»
di Evgenij Zamjatin e Valentina Parisi


Evgenij Ivanovic Zamjatin
a Iosif V. Džugašvili (Stalin)
Mosca, Cremlino
giugno 1931
Egregio Iosif Vissarionovic, un condannato alla pena capitale – l’autore di queste righe – si rivolge a Lei, chiedendoLe di revocare questa punizione e di sostituirla con un’altra.
Il mio nome, con tutta probabilità, Le è noto. In quanto scrittore essere privato della possibilità di scrivere equivale per me a una condanna a morte e le circostanze hanno assunto una piega tale per cui mi è impossibile proseguire il mio lavoro. Qualsiasi forma di creazione è infatti inconcepibile in un clima di sistematica vessazione come quello attuale, che va peggiorando di giorno in giorno.
Non intendo assolutamente dipingermi come un povero innocente offeso. So benissimo che alcuni miei scritti risalenti ai tre-quattro anni immediatamente successivi alla Rivoluzione potevano fornire il destro ad attacchi. So di avere l’abitudine, alquanto scomoda, di dire non ciò che converrebbe in un dato frangente, bensì quella che mi sembra la verità. In particolare, non ho mai dissimulato il mio giudizio riguardo al servilismo, all’adulazione e all’abbellimento della realtà da parte dei letterati, poiché ritenevo – e lo ritengo ancora – che tutto ciò offenda in pari grado tanto loro, quanto la rivoluzione. E, a suo tempo, è stata proprio questa mia presa di posizione (formulata in termini netti, al punto da dispiacere evidentemente a molti) a scatenare la campagna di stampa indirizzata contro di me dopo la pubblicazione del mio articolo sul n. 1 del 1920 della rivista «Dom iskusstv» (La casa delle arti).
Da allora gli attacchi sono proseguiti sotto vari pretesti, dando infine origine a quella che tenderei a definire una forma di feticizzazione: come gli antichi cristiani si erano inventati a fini pratici la figura del demonio affinché incarnasse ogni possibile male, così i critici mi hanno trasformato nel diavolo della letteratura sovietica. Sputare sul diavolo è considerata una buona azione e ciascuno l’ha fatto come meglio poteva. Non c’era opera che avessi pubblicato in cui la critica non scorgesse invariabilmente chissà quale intento diabolico. E, pur di smascherarlo, non esitavano ad attribuirmi perfino un certo dono profetico: per esempio, nella mia favola Dio, uscita nel lontano 1916 sulla rivista «Letopis’», un critico si ingegnò a vedere una «presa in giro della rivoluzione a seguito del passaggio alla NEP», mentre nel racconto Il monaco Erazm, datato 1920, un altro critico, Mashbic-Verov, ravvisò «una parabola sulle autorità ravvedutesi con la NEP».
Indipendentemente dal contenuto, la mia firma bastava per definire criminali questa o quell’altra mia opera. Di recente, nel marzo di quest’anno un provvedimento dell’Oblit di Leningrado ha fatto sì che non mi restassero più dubbi in proposito. Per la casa editrice Akadenija avevo infatti curato la commedia di Sheridan La scuola della maldicenza, scrivendo un saggio sulla biografia e sulle opere dell’autore; beninteso, di maldicenze da parte mia lo scritto non ne conteneva affatto, né avrebbe potuto contenerne, eppure l’Orblit non solo ne ha proibito la pubblicazione, ma ha anche vietato all’editore di menzionare il mio nome come redattore. E solo dopo essermi rivolto a Mosca, solo dopo che il Glavlit, evidentemente, ebbe fatto presente che, a ogni modo, non si poteva agire in modo così manifestamente ingenuo, soltanto allora giunse il permesso di stampare il mio saggio e, finanche, il mio nome delittuoso.
Riporto questi fatti solo perché riflettono l’atteggiamento nei miei confronti in modo assolutamente limpido, privo, per così dire, di impurità chimiche. Dall’ampia collezione di esempi di cui ormai dispongo ne riferisco unicamente un altro, riguardante non un articolo qualunque, bensì un testo teatrale di una certa ampiezza costatomi tre anni di lavoro. Ero sicuro che questa mia pièce – la tragedia Attila – avrebbe finalmente messo a tacere chi vuole trasformarmi a tutti i costi in un reazionario. Questa mia certezza era fondata su solide basi. Il testo era stato letto alla riunione della Direzione artistica del Grande Teatro Drammatico, alla presenza di diciotto delegati delle fabbriche di Leningrado e accettato per la messinscena con tanto di benestare del Glavrepertkom, dopodiché… Lo spettatore operaio che tanto si era profuso in lodi ha forse potuto assistere alla rappresentazione? No, perché l’Oblit di Leningrado l’ha vietata quando la pièce era ormai annunciata sui cartelloni e gli attori l’avevano già provata a metà.
La morte della mia tragedia Attila si risolse per me in una autentica tragedia: compresi con assoluta chiarezza che qualsiasi tentativo di influire sulla mia posizione si sarebbe rivelato vano, tanto più che di lì a breve scoppiò il celebre scandalo intorno a Albero rosso di Pil’njak e al mio romanzo Noi. Si capisce: pur di annientare il diavolo, è ammissibile barare e quindi un testo scritto nove anni prima, nel 1920, è stato presentato insieme ad Albero rosso come la mia ultima opera. E da qui è partita una campagna diffamatoria di proporzioni inaudite che ha attirato perfino l’attenzione della stampa estera: si è fatto di tutto per precludermi ogni possibilità di andare avanti col mio lavoro. I compagni di ieri, le case editrici, i teatri hanno cominciato a temermi. I miei libri sono stati ritirati dalla circolazione nelle biblioteche. La mia pièce La pulce, messa in scena per due stagioni di fila dal MChAT (Teatro delle Arti di Mosca) con invariato successo è sparita dal repertorio. La casa editrice Federacija ha sospeso la pubblicazione delle mie opere complete. Tutti gli editori che hanno cercato di far uscire lo stesso i miei libri sono stati immediatamente attaccati, e mi riferisco a Federacija e a Zemlja i fabrika, ma soprattutto a Izdatel’stvo Pisatelej v Leningrade. Quest’ultima casa editrice si è arrischiata ancora per un anno a ospitarmi nel suo direttivo e a valersi della mia esperienza, commissionandomi la revisione stilistica di testi di giovani autori, anche comunisti.
Nella primavera di quest’anno la sezione leningradese della RAPP (Associazione Russa Scrittori Proletari) è riuscita a ottenere la mia espulsione dal direttivo e, di conseguenza, la fine di questa collaborazione.
La «Literaturnaja gazeta» (Giornale letterario) ne ha dato trionfalmente notizia, aggiungendo in termini del tutto inequivocabili: «La casa editrice va conservata, ma non per i tipi come Zamjatin». E così Zamjatin si vide chiudere in faccia l’unica porta ancora aperta: la sua sorte di letterato era ormai segnata.
Nel codice penale sovietico, subito dopo la condanna a morte, viene la deportazione del colpevole oltre i confini del paese. Pur ammettendo che io sia colpevole e che meriti una punizione, credo tuttavia che il castigo adeguato debba essere più lieve della morte letteraria; perciò chiedo che tale condanna sia revocata e sostituita con l’espulsione dall’Urss.
Traduzione di Valentina Parisi


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