martedì 12 febbraio 2019

Repubblica 10.2.19
Cina
Gli intrighi alla Città proibita non piacciono al partito Censurata la serie dei record
di Filippo Santelli


PECHINO Chi pensa di ostacolare Wei Yingluo non si faccia ingannare dal suo bel visino: «Ho mille modi per colpirlo».
Strategia e inganno, veleno e violenza, solo così una ragazza entrata alla corte dell’imperatore da serva, per vendicare l’assassinio della sorella, può finire per diventarne la consorte.
Ma c’è un avversario di fronte a cui pure questa Kill Bill versione cinese, epoca Qing, ha dovuto piegarsi: l’implacabile censura del Partito comunista. Le serie televisive ambientate nel periodo imperiale hanno una «influenza negativa sulla società», ha scritto qualche giorno fa il settimanale di dottrina politica (sic) dell’ufficialissimo Beijing Daily, perché promuovono uno stile di vita basato sul lusso e sul piacere anziché virtù socialiste come «frugalità e duro lavoro». E tra le serie incriminate il dito non poteva che puntare verso quella che ha ipnotizzato i giovani cinesi, battendo ogni record di popolarità: la Storia del Palazzo Yanxi, l’epopea stalle-stelle di Wei Yingluo. Critica ispirata dall’alto, che è subito arrivata a chi di dovere, visto che dopo poche ore il telefilm era sparito dai palinsesti delle televisioni nazionali. Poco male, verrebbe da dire, visto che come molti dei prodotti più avanzati dell’intrattenimento mandarino Yanxi Palace nasceva per lo streaming, prodotta e distribuita dalla piattaforma iQiyi, la Netflix cinese. Ed è in Rete che tra lo scorso luglio e ottobre i suoi 70 episodi hanno stracciato i primati di visualizzazioni (15 miliardi in totale) conquistando il pubblico, soprattutto quello femminile, con la magnificenza dei costumi, le coltellate alle spalle tra concubine di corte e la novità della figura di Wei Yingluo, così diversa dalle dimesse e accondiscendenti protagoniste dei precedenti drammi in costume. La cosa più vicina a un simbolo femminista che il mondo cinese abbia avuto di recente. In quei giorni in metropolitana gli occhi erano tutti agli smartphone, sintonizzati sull’ultimo episodio uscito. Insomma se l’obiettivo della censura era evitare che gli eccessi di corte ammaliassero il popolo, ormai il danno è fatto. Ma se la potente Amministrazione nazionale di radio e televisione ha ritenuto comunque di intervenire, il messaggio non va sottovalutato.
L’ennesimo segnale che la libertà di creazione sotto il regime del presidentissimo Xi Jinping si sta restringendo. Anche le piattaforme online, finora vissute in una bolla di relativa autonomia rispetto a cinema e tv di Stato.
Negli ultimi mesi, in rapida successione, sono arrivati attacchi contro i reality e la cultura del divismo, contro i tatuaggi esposti al pubblico, contro il talent show Rap of China, altro enorme successo ma giudicato troppo esplicito nei suoi versi, e ora contro le serie in costume, un classico dell’industria cinematografica locale. «Non ci resta che guardare i drammi di guerra anti-giapponesi», commentava qualcuno in Rete, sconsolato. Perché il salto di qualità delle nuove serie online, per quanto non ancora a livello di quelle americane, è evidente: Yanxi Palace è stata esportata in 70 Paesi, forse approderà in versione ridotta persino negli Stati Uniti. E pur essendo girata prima dello scandalo evasione fiscale che ha colpito la superstar Fan Bingbing, la produzione era già in linea con la nuova austerità imposta dal governo: il cachet degli attori ha assorbito appena un decimo dei costi, gran parte dei quali dedicati a ricostruire la Città proibita di epoca imperiale. Eppure neanche questo ha risparmiato ai creatori l’accusa di mettere «il profitto al di sopra dell’indirizzo spirituale» dei cittadini. Qualunque cosa voglia dire.