martedì 12 febbraio 2019

Il Fatto 10.2.19
Il 170esimo anniversario dell’“immortale fantasma” della Repubblica romana
di Massimo Novelli


Il 9 febbraio del 1849, “a un’ora del mattino, si proclamavano il decadimento del potere temporale del Papa, e, conseguenza logica, la Repubblica. Da chi? Dall’Assemblea Costituente degli Stati romani. D’onde esciva la Costituente? Dal voto universale”. Così Giuseppe Mazzini, nel settembre del 1849, scriveva ai ministri di Francia, ricordando la nascita della Repubblica Romana che, agli inizi di luglio, era stata annientata dalle truppe mandate da Luigi Napoleone Bonaparte, futuro Napoleone III. Il 3 di luglio, dalla loggia del Campidoglio, era stata promulgata la Costituzione, la più avanzata d’Europa, che, come sarebbe stato scritto, dette “al popolo leggi giuste ispirate alla più pura democrazia”.
Durò poco l’avventura della Repubblica, con cui l’Italia, osservò Leone Ginzburg in pieno fascismo, “cominciò a scoprire la propria vocazione unitaria attraverso i giovani accorsi a Roma da ogni parte d’Italia a sacrificarsi con tranquilla consapevole serenità per la patria comune”. Dopo la fuga a Gaeta di Pio IX, spaventato dal programma liberale e nazionale propostogli, la giunta provvisoria di governo convocò l’assemblea costituente. Il 9 febbraio venne proclamata la repubblica e nominato un comitato esecutivo costituto da Carlo Armellini, Mattia Montecchi e Aurelio Saliceti, che a marzo cambiò con l’ingresso di Mazzini e di Aurelio Saffi. Alla fine d’aprile, a Civitavecchia, sbarcò il contingente francese inviato da Luigi Napoleone, presidente della Repubblica di Francia. L’assemblea della capitale decise di respingere i francesi e il corpo di spedizione borbonico, inseguito da Garibaldi. S’iniziò la gloriosa e drammatica difesa di Roma, che sarebbe crollata il 4 luglio. “La Repubblica romana è caduta”, scrisse Mazzini, “ma il suo diritto vive, immortale fantasma che sorgerà sovente a turbarvi i sogni. E sarà nostra cura evocarlo”.