giovedì 31 gennaio 2019

Il Fatto 31.1.19
I fantasmi delle rovine di Mosul
di Giovanni Visone


“Non sappiamo quanti cadaveri siano ancora sepolti sotto queste pietre”. Hummam Talal, operatore iracheno dell’organizzazione umanitaria italiana Intersos, nato e cresciuto a Mosul è sicuro che “lo scopriremo solo un giorno, quando le macerie saranno finalmente rimosse”. La sensazione che si prova camminando per le strade della vecchia Mosul, in effetti è quella di trovarsi tra i fantasmi, compreso quello di una ricostruzione mai avvenuta. Né si conosce il numero esatto dei morti, militari e civili, caduti nel corso della battaglia per il controllo della città.
A un anno e mezzo dalla conclusione dello scontro armato, tutto è ancora distruzione, eppure, tra gli edifici crollati e le strade divelte, la vita sta riprendendo il suo corso. Spuntano qua e là precarie attività commerciali: un venditore di olive al crocevia, un ristorantino di fronte alla Grande Moschea di Al Nuri, simbolo della città, fatta saltare in aria dall’Isis il 21 giugno 2017.
“Nel mio quartiere ora si sta bene”, racconta Huela, una delle donne che frequentano il centro comunitario di Intersos a Mosul Ovest. “Abbiamo acqua ed elettricità, le persone che erano fuggite sono tornate e stanno riparando le loro case, gli alimentari hanno riaperto”. Durante i combattimenti, mentre intorno esplodevano i missili, è rimasta nascosta insieme alla famiglia, tra cui dieci nipoti, nella cantina dell’abitazione dove ancora vivono. Ora aiuta altre donne a imparare il cucito. Un modo, per tante, di sfuggire alla solitudine, contribuendo in qualche modo all’economia famigliare: il livello di disoccupazione è ancora molto elevato e bisogna arrangiarsi. Anche le donne, tradizionalmente confinate alla sfera domestica. “L’unica cosa che chiedo è di non tornare indietro – sottolinea Huela – Non rivivere ancora e ancora la nostra storia tragica”. Sicurezza è una delle parole che ritornano più spesso nelle nostre conversazioni. Questo Iraq è come un malato in lenta convalescenza, fragile, timoroso di una ricaduta del male che lo affligge da decenni. Sospeso tra speranza e paura. Tal Afar, 80 chilometri a ovest di Mosul, a un terzo della strada che conduce verso la Siria, è stata, per oltre tre anni, una delle principali roccaforti dell’Isis: centro logistico e piazza di reclutamento.
La sua storia è legata a una delle più diffuse minoranze presenti in Iraq, i Turcomanni, discendenti dai soldati, commercianti e funzionari di origine turca stabilitisi in Iraq all’epoca dell’impero ottomano. Dopo anni di violenze, la popolazione cerca sicurezza riscoprendo le proprie radici e la propria peculiare identità. “Di recente, la municipalità ha deciso di riaprire un centro culturale – racconta Mohammad Abdelamir Khalaw, direttore della clinica Shahid Sadr, uno dei centri di salute ricostruiti e supportati da Intersos con il contributo di Echo, l’ufficio della Commissione europea per gli aiuti umanitari –. Per la prima volta dopo decenni, non abbiamo voluto creare un centro di cultura sunnita o sciita, ma un luogo a disposizione di tutta la città e dei suoi giovani”.
Un tentativo di riconciliazione in una città simbolo delle lacerazioni che hanno segnato la recente storia irachena, di cui gli ultimi tre anni sono solo un capitolo. Nei racconti delle persone è ancora viva la memoria della repressione delle minoranze attuata negli anni 80, così come della guerra del 2003 e della lunga instabilità degli anni successivi. Ancora oggi le divisioni sono ben visibili. Dopo la “riconquista” della città da parte delle forze armate irachene è facile riconoscere la geografia settaria dei quartieri: su metà delle case sventolano bandiere sciite, sulle altre non c’è alcuna bandiera. “Siamo stanchi di violenze, la vita in città è ancora difficile – sottolinea il direttore – acqua ed elettricità scarseggiano, molte case sono danneggiate e la nostra storica cittadella è rasa al suolo”.
Su per giù le stesse parole che ci ripeterà, poche ore dopo, il direttore dell’altro centro di salute supportato da Intersos ed Echo. Lui che, essendo sunnita e avendo continuato per alcuni mesi a ricevere lo stipendio dal governo iracheno, nel periodo in cui l’Isis ha controllato la città, è rimasto al suo posto, cercando, come dice, “di avere meno problemi possibile”. Quando gli operatori umanitari sono arrivati a Tel Afar, su sei centri di salute, tre erano distrutti e tre, pesantemente danneggiati, erano stati abbandonati. La clinica Shahid Sadr era stata trasformata in magazzino ed era ancora piena di cumuli di coperte destinate ai combattenti. Ora la clinica offre un servizio di risposta alle emergenze, con visite quotidiane, attività specialistiche, analisi di laboratorio e farmaci gratuiti per chi ne ha bisogno, servendo circa 1500 pazienti ogni settimana: in una parola, resilienza.