Corriere 31.1.19
I troppi paradossi delle polemiche su Eurovision in Israele
di Davide Frattini
Avvolta
in un’armatura da drag queen, rappando un inno contro tutti gli
stereotipi, Netta Barzilai è riuscita — vent’anni dopo il trionfo
transex di Dana International — a riportare in patria il Microfono di
cristallo e l’onore di ospitare l’Eurovision a metà maggio. Come
purtroppo era prevedibile, per gli attivisti del movimento Bds
(boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) il carrozzone pop del festival
canoro diventa un mezzo adatto ai loro fini politici: delegittimare
Israele. L’appello a «spostare la manifestazione in un’altra nazione
dove non siano commessi crimini contro la libertà» è stato sottoscritto
da una cinquantina di celebrità britanniche (anche la stilista Vivienne
Westwood, l’attrice Julie Christie, il musicista Peter Gabriel). Pronti a
offrire il megafono della loro notorietà all’operazione «contro
l’insabbiamento attraverso l’arte del regime decennale di occupazione»,
come scandisce Omar Barghouti, di origine palestinese e tra il leader
del Bds. Anche il governo guidato da Benjamin Netanyahu ha tentato di
trasformare l’Eurovision in una sbandierata nazionalista via diretta
televisiva globale: insisteva nel voler organizzare lo spettacolo a
Gerusalemme, che la maggior parte della comunità internazionale non
considera la capitale. Le celebrità britanniche dovrebbero interrogarsi
sui paradossi personali di Barghouti (ha studiato all’università di Tel
Aviv, pretende che i docenti di tutto il mondo boicottino gli atenei
israeliani) e quelli più generali di voler sabotare una festa musicale
che si svolgerà nella città più libera, libertaria e di opposizione del
Paese. Contro di loro basta il giudizio di John Lydon prima di un
concerto a Tel Aviv: «Promettere uno spettacolo e scappare è
disgustoso». Per poi aggiungere in stile Sex Pistols: «Israeliani vi
amiamo, quanto al vostro governo che vada...».