venerdì 25 gennaio 2019

Corriere 25.1.19
Brasile
Le brigate della morte e Bolsonaro junior ora spunta un filo nero dietro la fine di Marielle
di Paolo Galassi


Di che cosa stiamo parlando
Marielle Franco era una consigliera comunale di Rio de Janeiro, membro del Partito Socialismo e Libertà, e attivista per i diritti umani. Il 14 marzo del 2018, dopo essere uscita da una riunione sulla violenza contro le donne, la sua auto venne accostata da persone armate che iniziarono a sparare uccidendola insieme al suo autista. Nata e cresciuta in una zona povera di Rio de Janeiro, per anni Marielle aveva criticato la polizia per la sua violenza nelle favelas.

BUENOS AIRES Un teschio su sfondo nero trafitto da un pugnale e due pistole incrociate al posto delle tibie dei pirati: è lo stemma del Bope, il Battaglione di Operazioni Speciali di Polizia di Rio de Janeiro. Un corpo d’elite per raid in stile Swat nelle favelas più violente, teste di cuoio addestrate alla guerra, autonomia d’azione ed esecuzioni sommarie. Gli agenti espulsi si riciclano come mercenari in milizie dedite al racket e all’assasinio su commissione, con arsenali sequestrati dalla stessa polizia alle bande narcos e poi rimessi in circolazione nella rete paramilitare.
La trama dell’agghiacciante Tropa de Elite– Gli squadroni della morte di José Padilha, Orso d’oro a Berlino 2008, rivive in questi giorni sulle cronache carioca e coinvolge in maniera inquietante Flavio Bolsonaro, primogenito del neopresidente Jair nonchè senatore dello stato di Rio. La sensazione è che vi sia un filo che lo unisca agli assassini di Marielle Franco, 38 anni, consigliera di Rio assassinata la sera del 14 marzo 2018 insieme al suo autista Anderson Gomes.
«Franco era nera, lesbica, abitante di una favela e socialista. Sono passati 300 giorni dalla sua uccisione e le autorità non hanno ancora individuato nè mandanti nè esecutori» scriveva su Repubblica la sua ex compagna Monica Benicio, all’indomani dell’insediamento di Jair Bolsonaro al Planalto. All’uscita dalla Casa delle Nere del quartiere Lapa, un Chevrolet Cobalt argento l’aveva seguita per 4 chilometri.
Poi l’esecuzione con le mitragliatrici di uso exclusivo del Bope, non una 9 mm qualsiasi come detto in un primo momento.
I suoi ultimi j’accuse andavano proprio contro l’impunità degli squadroni della morte e la militarizzazione come disastrosa politica di sicurezza. Uno dei suoi assassini, Adriano Magalhaes, probabile capo del commando, è ricercato in quanto boss dell’Escritorio do Crime, il braccio armato della milizia che gestisce la favela Rio das Pedras, dove telecamere hanno registrato i movimenti della Chevrolet argento nelle ore precedenti l’agguato. Ex capitano del Bope, espulso nel 2014 dalla polizia militare per vincoli con il jogo do bicho, il gioco d’azzardo, Magalhaes è sfuggito all’Operazione Intoccabili andata in scena martedì 22 gennaio.
«Estremamente pericoloso» secondo Simone Sibilio del nucleo anticrimine che lo arrestò nel 2011: eppure nel 2003 e nel 2004, su parere di Flavio Bolsonaro, era stato insignito del maggior riconoscimento dell’Assemblea Legislativa di Rio (Alerj), la Medaglia Tirandentes, insieme all’ex polizia militare Ronald Paulo Alvez Pereira, caduto nel blitz di martedì scorso. Secondo quanto riportato dal Consiglio di Controllo delle Attività Finanziarie, Flavio Bolsonaro teneva a libro paga, come funzionarie del suo gabinetto dell’Alerj, la madre e la moglie dell’oggi latitante Magalhes.
Proprio Raimunda Veras Magalhães sarebbe l’autrice dei consistenti bonifici all’ex autista e assessore di Flavio, Fabricio Queiroz, ex polizia militare e amico di vecchia data del clan Bolsonaro, sul cui conto sarebbero passati circa 1,2 milioni di reales nel 2016 (e 7 milioni in tre anni), una cifra singolare per chi ne guadagnava 8500 al mese. L’indagine è stata bloccata dal Supremo Tribunale Federale lo scorso 17 gennaio su ordine del suo ex datore di lavoro Flavio Bolsonaro. La questione era emersa durante l’operazione antiriciclaggio Lava Jato, che aveva visto l’ascesa dell’attuale ministro di Giustizia, Sergio Moro, implacabile nel mandare in carcere Lula ma silenzioso quando di mezzo ci sono gli affari della famiglia del presidente.
Mentre Flavio prendeva le distanze da quella che non ha esitato a definire «campagna diffamatoria», a Davos suo padre Jair ha risposto con un ambiguo «chi sbaglia paga» in riferimento allo strano flusso di denaro rilevato in questi giorni sul conto di suo figlio (48 bonifici dello stesso valore, per un totale di 96.000 reales), proveniente da uno sportello dell’agenzia bancaria interna all’Assemblea Legislativa di Rio.
Nel frattempo, i dirigenti del Psol pretendono chiarezza sul filo che porta dai conti di Flavio ai paramilitari coinvolti nell’assassinio di Marielle Franco, perchè se la relazione venisse confermata non si parlerebbe più di prestanomi e corruzione, ma della collusione di un membro della famiglia presidenziale con il crimine organizzato.