Repubblica 6.12.18
La chimica dell’amore
Liliana Segre "Alfredo mi ha liberato dal mio lager mentale"
Il
ritorno da Auschwitz, l’incontro in riva al mare, una normalità da
ricostruire, la depressione e finalmente la scelta di testimoniare. La
senatrice racconta l’uomo che l’ha riportata alla vita
Intervista di Simonetta Fiori
MILANO
«Alfredo mi mise la sua mano sul braccio tatuato. E io sentii un fluido
speciale, come se quel gesto fosse destinato a durare per sempre». Una
spiaggia dell’Adriatico, estate del 1948.
Liliana Segre è una ragazza selvatica, non ancora diciottenne.
Fa fatica ad adattarsi ai rituali mondani della borghesia milanese.
Ad
Auschwitz ha perso i nonni e il padre adorato. E dopo l’adolescenza
trascorsa all’inferno è difficile conquistare spensieratezza. «Vivevo
con i nonni materni e andavamo in vacanza a Pesaro», comincia a
raccontare nella sua bella casa di Milano dove tutto restituisce gusto e
misura, forse per contenere i ricordi di una vita che ha sconfinato
nell’assoluto. «Quando conobbi Alfredo sulla riva del mare provai
un’emozione nuova. Aveva dieci anni più di me, era già avvocato, quasi
mi veniva di dargli del lei. Ma allo stesso tempo pensavo che mi piaceva
tanto. Ci fu uno sguardo complice, pochissime parole».
Cosa la fece innamorare?
«Un
paio di giorni dopo notò il mio numero sul braccio. Io so cos’è, mi
disse. E io so che tu hai sofferto molto. Mi ritrassi, non parlavo
allora come non avrei parlato nei successivi quarant’anni. E lui mi
raccontò che, avendo scelto di non aderire alla Repubblica Sociale,
aveva trascorso due anni in sette campi di prigionia nazisti. Alfredo
Belli Paci era uno dei seicentomila militari internati in Germania».
L’aver condiviso prigione e dolore vi ha unito?
«Sì,
certo. Ma Alfredo per tutta la vita avrebbe fatto un passo indietro.
Anche lui aveva sofferto la fame e la paura, ma era come se la sua
storia meritasse meno attenzione. Così fin da subito mi innalzò sopra un
altare anche esagerando — io non mi sentivo un’eroina, in fondo ero
viva per caso — ma davanti ai figli non ha mai voluto mettere sullo
stesso piano i nostri vissuti».
L’ha voluta proteggere.
«Moltissimo. E io percepii questa sua forza sin dal primo momento.
Anche
da prigioniero era stato una roccia. Mi raccontava che, pur essendo
denutrito, aveva preferito sacrificare un pezzetto di margarina pur di
avere gli stivali lucidi. Voleva mantenere il suo decoro di ufficiale al
cospetto dei carcerieri nazisti. A me, invece, la dignità era stata
negata».
Riuscì ad aprirsi con lui?
«Poco. Ho sempre fatto
una fatica enorme a raccontargli le cose. In realtà volevo godermi il
nostro amore, pensare al futuro insieme. Per la prima volta amavo e mi
sentivo riamata. E per una sorta di egoismo preferivo immergermi nella
gioiosa quotidianità di una ragazza comune, che trepidava per una
lettera o un incontro romantico».
La parola amore entrò nel suo vocabolario.
«Alfredo fu decisivo. Io non sapevo neppure baciare. E lui mi ha insegnato tutto».
Lei ha raccontato che prima di conoscerlo aveva anche pensato al suicidio.
«Non
era un pensiero fisso. Ma avevo combattuto per sopravvivere per poi
fare i conti con un’esistenza squallida: non sapevo comunicare e non
trovavo nessuno che mi potesse ascoltare. Così la pistola che lo zio
conservava nella cassaforte cominciò a solleticare la mia fantasia: ma
perché devo vivere una vita così? ».
Fu Alfredo ad allontanarla da quel pensiero?
«Prima di lui mi distrasse lo studio.
Nei
libri trovai la forza per andare avanti. E smisi di mangiare senza
misura come avevo cominciato a fare subito dopo il lager. Quando tornai
dalla Germania, sei mesi dopo Auschwitz, pesavo quaranta chili di
troppo. Gli zii mi guardavano anche un po’ delusi: ma come, non morivate
di fame? In noi sopravvissuti c’era sempre qualcosa di sbagliato».
Cosa fece suo marito per aiutarla?
«Non mi ha mai compatito, anzi poteva assumere toni severi e questo mi è stato di grande aiuto.
Perché
se da un lato mi ha sempre messo su un gradino sopra di lui dall’altra
non ha mai rinunciato a rieducarmi alla vita civile. Io ero un animale
ferito, anche selvaggio, insofferente alle costrizioni sociali,
disordinatissima. Lui era formale come tutti i militari, preciso,
ordinato, molto composto. Non me ne faceva passare una. E io facevo di
tutto per migliorare: volevo piacergli di più».
La fece uscire dal lager, almeno psicologicamente.
«In
realtà non ero più prigioniera da tempo. Aprivo la finestra e vedevo i
fiori, non il filo spinato. Ma certe cose erano rimaste in me, e forse
le trattengo tuttora».
Lui temeva il suo sguardo.
«Mi diceva
sempre che il mio sguardo era terribile perché andava oltre le cose.
Invece sei qui, devi stare qui, mi incalzava. Anche i miei figli
pativano questo sguardo».
Che cos’era?
«Un’astrazione dal
mondo. Mi capitava di tornare a essere la ragazza di Auschwitz. Una
ragazza completamente sola. La solitudine è una cicatrice che non si
chiude».
Ancora oggi?
«Ha cominciato a guarire quando ho
iniziato a "vomitare" le parole in pubblico: uso non a caso questo
verbo, per sottolineare il senso di liberazione ma anche lo sforzo».
Come prese Alfredo la sua decisione di diventare testimone pubblica?
«Non
fu contento. Temeva che l’esposizione mi avrebbe rinnovato il dolore. E
temeva anche di perdere una sorta di esclusiva su di me. Ma io alla mia
famiglia non chiesi consiglio: comunicai piuttosto una decisione».
Una decisione maturata nel tempo.
«Sì.
Anche il mio matrimonio era cambiato. All’inizio ero stata una sposa
innamorata, poi la madre affettuosa di tre figli: l’ultima, Federica, è
nata nel 1965. Fin quando sprofondai nel male oscuro raccontato da
Giuseppe Berto. Mi ritrovai a 46 anni senza le forze psichiche per
affrontare la giornata».
E suo marito?
«Non l’accettava. Era convinto che si trattasse della menopausa.
Sottovalutò il mio malessere, ma ebbe la pazienza di far finta di crederci».
Cos’era questo suo malessere?
«Difficile
da dire. Una somma di infinite cose che avevo messo in un ripostiglio
della mente. Il colpo di grazia era stata la morte della nonna materna,
l’ultima figura della mia infanzia».
Non era più contenta della sua
vita borghese?
«Non è proprio così, perché io ero felice di quella cornice amorosa.
Però
dentro di me cominciava a serpeggiare il dubbio di non aver fatto il
mio dovere di testimone. Mi ero infrattata tra queste mura agiate,
dentro una famiglia rassicurante, e la Liliana di prima l’avevo
completamente lasciata indietro».
Come da tutte le crisi nacque una donna diversa.
«Sì, ma forse quella donna nuova ad Alfredo piaceva meno.
Cominciai
anche a lavorare nell’azienda dello zio, conquistando finalmente la mia
autonomia economica. E smisi di essere gelosa. Lui era un bell’uomo,
galante, un gran civettone. Qualche volta in occasioni mondane esagerava
un po’, così sulla strada del ritorno litigavamo: "Hai fatto il
cretino". "Ma no, cosa dici amore mio?"».
È vero che quando lei ha cominciato ad andare nelle scuole lui si sedeva nell’ultima fila e si commuoveva?
«Sì,
qualche volta è successo. Aveva la lacrima facile, mentre io ho sempre
fatto una gran fatica. La stagione della testimonianza è stata molto
felice per noi. Superato l’ostruzionismo amoroso, mi aspettava a casa
all’ora di pranzo.
Io parlavo agli studenti dopo l’intervallo. E
nella strada da scuola a casa mi portavo appresso il mio sguardo perso.
Finché aperta la porta sentivo la sua voce — amore mio, tutto bene? — e
rientravo a fare la mia parte».
E ora che non c’è più?
«Dopo
la sua morte smisi per un po’ di testimoniare. Poi ho ripreso, sapendo
che nessuno mi avrebbe più detto: amore, tutto bene?».
C’è ancora in lei quella ragazza selvatica?
«Non
in me, ma nella ragazzina di cui sono diventata la nonna. Già da anni
sento il pericolo dello sdoppiamento. Così un giorno potranno capitare
due cose. O che mi sveglio e non me la ricordo più.
Oppure torno a essere quella ragazzina. Perché entrambi i ruoli è difficile mantenerli».
FLAVIO LO SCALZO/ FLAVIO LO SCALZO / AGF
Alfredo Belli Paci è morto nel 2007