giovedì 27 dicembre 2018

Il Sole Domenica 23.12.18
Il dialetto «geniale»
Oltre la fiction. L’exploit del napoletano con la Ferrante, il siciliano pop di Camilleri,veneto e genovese tra teatro e musica: le lingue locali diventano globali ed esportano
di Francesco Prisco


«Questo Natale si è presentato come comanda Iddio. Cu’ tutt’ ’e sentiment’. E lo deve fare: è il mese suo». Forse suona esotico: è il napoletano di Eduardo De Filippo. Azzeccatissimo di questi tempi, perché parliamo di Natale in casa Cupiello. Esotico ma lo capirete tutti: il grande drammaturgo alternava dialetto e italiano, pronunciava frasi idiomatiche nella “lingua dei padri” e poi le traduceva in quella di Dante, perché raggiungessero il pubblico più vasto possibile. Perché parlava di Napoli, ma raccontava il mondo, la sua Napoli era teatro di una rappresentazione che aveva carattere di universalità, universale era il messaggio che da Napoli Eduardo mandava. Senza sottotitoli.
Molto diverso da quanto succede qui: «Pure Jo ha scritt’ ’nu raccont’. E nisciun’ pensav’ c’o putev’ scrivere. ’A stessa cosa ’amma fa’ nuje». È L’amica geniale, serie Tv di Saverio Costanzo tratta dall’omonimo ciclo di romanzi di Elena Ferrante. Martedì scorso su Rai 1 si è conclusa con 6,9 milioni di spettatori e il 27,7% di share la co-produzione Rai-Hbo costata oltre 30 milioni e già venduta in 56 Paesi. Un’opera recitata in napoletano stretto, lingua meno comprensibile del napoletano di Eduardo, stavolta con l’ausilio dei sottotitoli.
Valore aggiunto: l’autenticità
Benvenuti nell’epoca del dialetto da esportazione, della lingua “local” che si fa “global”: se è vero che, qui da noi, gli idiomi locali non sono mai passati di moda e hanno spesso e volentieri prodotto arte, alta o meno alta che fosse, mai come in questo momento l’industria culturale ha avuto piena consapevolezza del potenziale “internazionale” delle opere scritte, cantate o recitate in dialetto o vernacolo. Con un valore aggiunto: l’autenticità. E un rischio da cui stare alla larga: lo stereotipo. «Parlo per Napoli e per il napoletano: la nostra è una lingua, ha prodotto letteratura, capolavori come Lu cunto de li cunti di Basile, e una tradizione musicale che spazia dalla canzone classica allo swing di Renato Carosone e al blues di Pino Daniele», sottolinea Raiz, storico front leader degli Almamegretta, band dub che in lingua napoletana ha realizzato album storici come Sanacore (1995). Con le lingue Raiz non ha perso il vizio di confrontarsi: l’ultimo progetto, Neshama, è in ebraico sefardita. «Come l’ebraico - spiega - il napoletano è una grande lingua mediterranea, la parlata di una comunità aperta, inclusiva, pronta ad accogliere dominazioni e influenze, arricchendosene». La mediterraneità “global” del napoletano sarebbe una delle chiavi del suo successo internazionale: «Una serie Tv in napoletano con i sottotitoli, come nel caso de L’amica geniale o di Gomorra, per uno spettatore americano ha un surplus di autenticità che cogli nel suono delle parole. Senza contare che, su uno spettatore di lingua italiana, un’opera ambientata al rione Luzzatti o a Secondigliano e recitata in italiano avrebbe un effetto straniante». Così come Non calpestare i fiori nel deserto (1995) sarà pure il maggiore successo commerciale di Pino Daniele, ma suona meno autentico di Nero a metà (1980), interamente cantato in napoletano.
Parli di musica e non puoi fare a meno di pensare che l’Italia ha sempre “esportato” pochissimo. Ma ci sono le eccezioni: c’è un disco di Fabrizio De André considerato dalla critica internazionale una pietra miliare della world music. «Negli anni, non ricordo a quanti amici abbia regalato quel disco», ha detto il regista tedesco Wim Wenders. È Crêuza de mä (1984), l’unico album di Faber interamente cantato in genovese. «In questo caso il ricorso al dialetto è una specie di patente di autenticità», secondo Marco Malvaldi, scrittore pisano abituato a confrontarsi con il toscano nei romanzi della serie del BarLume. Anche in questo caso con una fortunata trasposizionetelevisiva: il 25 dicembre e il 1°gennaio tornano infatti su Sky due nuovi episodi de I delitti del BarLume.
Immagini al posto dei concetti
«La prima considerazione che mi viene da fare - dice Malvaldi - è che i dialetti hanno un potere evocativo che le lingue standard non hanno. Un dialetto lavora sulle similitudini, cerca immagini concrete per rappresentare concetti. A una persona che esita, in italiano potremmo dire: “Cosa aspetti a muoverti?”. Il toscano ti mette davanti agli occhi un’immagine: “Aspetti la banda?”». In espressioni come questa si coglie come una sottile ironia di fondo. Che deve sicuramente aver contribuito al successo dei corsi di riappropriazione di lingue e culture dialettali organizzati da un capo all’altro del Paese. Ma da dove arriva la grande attenzione che l’industria dell’entertainment sta rivolgendo ai dialetti? «È un’attenzione che nasce un gradino sopra», risponde Malvaldi. «Nasce dalla letteratura di intrattenimento consapevole. Un grande contributo lo hanno dato Andrea Camilleri e lo straordinario successo di Montalbano». Il siciliano “pop” del commissario di Vigata, spostatosi con disinvoltura dai romanzi al piccolo schermo, fino a diventare uno dei personaggi più celebri della Tv italiana, ha fatto scuola. Che non sia più vera la regola dell’editoria libraria che impone una “lingua media” non troppo raffinata a chi ambisce a scrivere un bestseller? «La regola c’è - risponde Malvaldi - così come ci sono le pressioni di molte case editrici a farti scrivere in un italiano senza particolari guizzi. Ma la verità, come diceva Josephine Tey, sta nel tempo. Sono sicuro che tra 50 anni continueremo a leggere i romanzi di Camilleri e della Ferrante. Ho qualche dubbio che possa succedere lo stesso con i libri di Fabio Volo». Quanto agli stereotipi, per Malvaldi «nessun pericolo: sono solo negli occhi di chi guarda».
Con 20 regioni, 94 tra province e città metropolitane, più di 8mila comuni e 24 idiomi tra lingue e varianti dialettali, l’Italia può contare su un patrimonio straordinario. E tra le lingue letterarie più ricche c’è sicuramente il veneto, potente strumento della commedia dell’arte ma anche di un innovatore settecentesco che si chiamava Carlo Goldoni. «Luigi Meneghello aveva capito tutto: il dialetto è la lingua madre, quella che ci riconcilia con le origini, ci mette d’accordo con ciò che siamo», rivendica Natalino Balasso, attore e autore di Porto Tolle, provincia di Rovigo. Artista che il veneto lo studia e utilizza con grande efficacia. Che si tratti di interpretare l’Arlecchino servitore di due padroni o una tra le innumerevoli figure archetipo della sua terra.
Nuova dignità alle radici
«Se devo associare a un concetto il dialetto, questo concetto è radice. Che non a caso si utilizza anche in linguistica: le parole hanno una radice. Il dialetto è il posto dal quale proveniamo, un pezzo di noi. Fino a qualche anno fa era spesso inteso come lingua popolare, adesso sono le elite ad appropriarsene, un po’ come aveva fatto Gadda nel Pasticciaccio. Ed è un bene, perché il processo coincide con il conferimento di una dignità tutta nuova a questo patrimonio ricchissimo di suo». Ma attenti a non parlare di ritorno al dialetto: «In realtà - secondo Balasso - non se n’è mai andato, ci accompagna da sempre. Ed è più o meno presente nella nostra cultura a seconda delle stagioni». Oggi “buca” al teatro come al cinema, «anche perché siamo diventati molto più laici rispetto all’utilizzo dei sottotitoli. Fino a qualche anno fa - ricorda Balasso - sarebbe stato impensabile mandare su Rai 1 in prima serata una serie Tv sottotitolata». Comunque la pensiate, gran parte del successo televisivo de L’amica geniale arriva da una lingua geniale. Una lingua “glocal” che si chiama dialetto.