giovedì 6 dicembre 2018

Corriere 6.12.18
«Data di nascita, si parta dall’embrione»
Blangiardo, candidato alla presidenza Istat: ma non sono contro la 194. Dubbi dei parlamentari sulla nomina
di Claudia Voltattorni


Roma Lui parla di «un esercizio», come quello sulle «tavole di nunziabilità che l’Istat faceva una volta: se io le facessi sulla probabilità di convivenza, non significherebbe che sono contro il matrimonio». Ma quella «speranza di vita al concepimento» ipotizzata anni fa in un editoriale su Avvenire e ribadita più volte nel tempo (tanto da diventare una sorta di manifesto per le associazioni pro-vita), per il professor Gian Carlo Blangiardo, 69 anni, demografo dell’Università Bicocca e candidato presidente Istat, rischia di trasformarsi in un tallone d’Achille e mettere in discussione il suo arrivo alla guida dell’Istituto nazionale di statistica. Ieri le commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato lo hanno ascoltato in audizione: entro il 13 dicembre dovranno votare la sua nomina proposta dal consiglio dei ministri; lui dovrà ottenere i due terzi dei consensi per diventare presidente. Ma la strada appare tutt’altro che in discesa. Anche fuori dal Parlamento. Ieri mattina, dalla sede dell’Istat a Roma pendeva uno striscione con la scritta «Istat indipendente, stop Blangiardo». E su Change.org i lavoratori Istat hanno lanciato una petizione contro la sua nomina «inadeguata».
Ancora una volta fanno discutere le sue posizioni su natalità e aborto. Rispondendo ai dubbi dei parlamentari (Loredana De Petris di Leu e Riccardo Magi di +Europa, soprattutto), Blangiardo ha spiegato il suo «esercizio» che fa partire l’aspettativa di vita dal momento del concepimento, cioè dall’embrione anziché dalla nascita. Nel 2013 parlò di «un popolo dei non nati» calcolando 5 milioni di aborti dai primi anni ’80. «Ma questo — critica Magi — ti porta ad equiparare l’interruzione di gravidanza alla mortalità infantile e alle malattie e quindi abbassa la speranza di vita: non è possibile che un presidente dell’Istat faccia questi calcoli». E pure De Petris attacca «le prese di posizione sulla legge 194» che, «come quelle contro lo ius soli e sull’immigrazione denotano un preciso schieramento politico che confligge frontalmente con la doverosa imparzialità che si richiede a un presidente dell’Istat». Blangiardo però chiarisce di «non volere l’abolizione della legge 194: alle donne non dico “non abortite”, mi piacerebbe però che non dovessero abortire, magari creando le condizioni per evitarlo».
Ma tant’è. Il professore non riesce a convincere i suoi interlocutori. Anche quando parla di immigrazione, rispedendo al mittente le accuse di razzismo, «mi fa specie, io che ho due nipoti di colore, africane». Ribadisce di credere in un «Istat pubblico e imparziale, che tale deve rimanere» e sottolinea la sua di imparzialità, nonostante le accuse di una vicinanza eccessiva alla Lega: «Non ci trovo nulla di strano nell’andare in sedi diverse a raccontare il mio pensiero: sono stato dalla Lega come dalla Cisl, nelle sezioni Pd come nelle parrocchie e nei circoli Arci e anzi, quella dell’Arci è l’unica tessera che ho, me l’hanno appena regalata».
Dice Blangiardo di «credere nella verità dei numeri che non vanno però mai e poi mai costruiti per assecondare chi ci ascolta, ma raccontare tutta la realtà». Però sull’immigrazione aggiunge che qualcosa è mancato: «A volte non c’è stato l’uso corretto dei dati statistici, come nel caso dell’immigrazione, dove è mancata una lettura onesta dei dati dell’Istat, ecco, io metto in discussione l’uso strumentale dei dati. Ammette però la sua «poca esperienza internazionale, non amo fare reti», requisito invece richiesto dall’Europa per guidare un istituto nazionale di statistica. E sul suo curriculum si legge «membro del Government Expert Group on Demographic Issues of the European Commission». «Ma come? — si chiede Magi di +Europa —: quel gruppo non esiste più dal 2012».