sabato 3 novembre 2018

Repubblca 3.11.18
Il voto di Midterm
Se Trump è l’avversario di Trump
di Vittorio Zucconi


Se vivessimo in tempi normali, governati da politici normali, le elezioni generali americane di martedì prossimo, le cosiddette Midterm, non avrebbero storia. Il partito che da due anni controlla il governo e le due camere del Parlamento, il Repubblicano, farebbe piazza pulita, aumentando la propria maggioranza alla Camera e irrobustendo quella, per ora minima, al Senato. Con l’economia nazionale in ebollizione, la disoccupazione ai minimi mai visti dagli anni ’60, il Pil avviato a una crescita annuale oltre il 3 per cento e ora anche la riesumazione del "Grande Satana", l’Iran colpito di nuovo da sanzioni, il partito al governo dovrebbe stravincere. E fare una campagna elettorale tutta puntata sui successi economici dell’ultimo biennio.
Se invece il Gop, il Grand Old Party repubblicano rischia di vedersi sfuggire il controllo della Camera, il ramo del Congresso che controlla il borsellino della spesa pubblica e detiene il potere di "impeach", di incriminare il Presidente, e se persino seggi stra-sicuri al Senato presentano ipotesi di sfide impensabili fino a ieri, all’ultimo voto, la ragione ha un nome e un volto: Donald Trump.
Dopo avere annunciato che "se i Repubblicani perdessero non potrebbero dare la colpa a me", Trump ha fatto una completa inversione a U e si è lanciato a capofitto nella campagna elettorale. Con undici comizi negli ultimi cinque giorni, un tour de force dal lontano West alla Florida, ha trasformato una banale elezione di mezzo mandato in un referendum su se stesso. E per farlo, ha trascurato i dati reali dell’economia, per riesumare tutti i fantasmi della sua propaganda xenofoba, isolazionista e, parole sue, "nazionalista" fino alla grottesca mobilitazione di 15 mila soldati della US Army per fare "muro umano" contro una carovana di disperati in marcia a mille chilometri dal confine del Texas.
Un’offensiva del trumpismo d’assalto che ha scelto proprio questi giorni di vigilia elettorale per annunciare "le più dure sanzioni che mai siano state inflitte all’Iran", una decisione che era largamente scontata, dopo la denuncia del trattato anti-nucleare firmato da Obama, ma che, in queste ore, va letta come tutto il comportamento del Presidente nell’ottica della propaganda. Un altro battersi sul petto da vero "macho", anche se le sanzioni escludono altri Paesi che commerciano con Teheran, un’eccezione che svuota in buona parte la forza delle sanzioni.
A questo punto della campagna che lui ha voluto "trumpizzare" contro i consigli (e le preghiere) di molti candidati repubblicani che avrebbe fatto volentieri a meno di correre con la sua ombra sulle spalle, se dovesse perdere un’elezione che il suo partito avrebbe dovuto stravincere sarebbe la dimostrazione del rischio implicito nella strategia dell’ "uomo solo", della personalizzazione esasperata della politica. Fino a quando la forza magnetica del personaggio è forte, l’affiliazione di partito è marginale. Ma quando la popolarità – che per Trump resta bassissima, a poco più del 40 per cento - declina, il partito viene punito attraverso il suo leader carismatico.
È il fenomeno elettorale che abbiamo visto in Italia alle elezioni politiche, dove non pochi hanno votato per Salvini o contro Renzi, indipendentemente dal partito che essi rappresentavano.
Un fiasco repubblicano alla Camera, come i sondaggi continuano a indicare nonostante i fallimenti delle previsioni recenti, avrebbe dunque un risultato certo: aprirebbe nel partito repubblicano, che ha subìto, ma mai davvero interiorizzato la prepotente ascesa di Trump, quella ribellione che neppure raffiche di tweet insolenti potrebbero più placare. Perché non siamo stati noi repubblicani a perdere la Camera, gli diranno, sei stato tu, Donald.