mercoledì 21 novembre 2018

La Stampa 21.11.18
Le leggi razziali sulla pelle
“Alla mostra che espone i registri con i beni sequestrati a mia nonna”
di Elena Loewenthal


Se ne parla tanto, in questo periodo. È diventato una specie di slogan, un’etichetta, una pietra di paragone, l’unità di misura di un test a crocette. Per me, invece, il fascismo sta tutto in una delle quasi trecento pagine dell’inventario «Antroponimi» dell’Egeli – l’«Ente Gestione e Liquidazione Immobiliare», creato nel 1939. La voce 696 porta il nome di mia nonna Ida Falco Loewenthal, sia benedetta la sua memoria. È una cartellina opaca, irruvidita dal tempo. Dentro c’è la documentazione superstite relativa ai beni di mia nonna sequestrati dopo l’entrata in vigore delle Leggi Razziali. In fondo, in quella cartellina non trovo soltanto la mia definizione di «fascismo»: lì dentro c’è quello che sono. Mio malgrado. Ci sono le mie convinzioni e le paure che mi porto dietro, ci sono i dubbi che mi assillano, c’è il confine della mia ansia, c’è quello che voglio tramandare ai miei figli. Ci sono i silenzi che circondavano la mia infanzia, c’è lo sguardo sempre un poco smarrito di mio padre e mia madre. Questo e altro, ha fatto a me il fascismo.
Con l’entrata in vigore delle Leggi Razziali, il regime di Mussolini ordinò a una serie di banche sul territorio italiano di creare un ente apposito per inventariare, valutare e provvedere al sequestro – o alla confisca, che spesso era una pratica più breve ed efficace – dei beni ebraici. In Piemonte e Liguria toccò al San Paolo di Torino mettere in piedi questa complessa organizzazione fatta di funzionari che bussavano alle porte di case e aziende con carta e matita in mano, annotavano tutto, procedevano al sequestro, gestivano i beni e le attività incamerati. Sono centoequindici metri lineari di documenti con oltre seimila e trecento fascicoli conservati presso la «Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo», nella sua sede di piazza Bernini 5, dove domani si apre la mostra «Le case e le cose. Le leggi razziali e la proprietà privata».
Fra le banche italiane incaricate di creare l’Egeli e portare avanti la «consegna» imposta dalle Leggi Razziali, il San Paolo è la prima ad avere preso in mano questa scomoda storia in nome di una responsabilità umana e morale. Merito del presidente Piero Gastaldo, del direttore della Fondazione 1563, Anna Cantaluppi (curatrice dell’Archivio storico della Compagnia di San Paolo fin dalla sua costituzione nel 1986) e della squadra di lavoro. Merito del lavoro dello storico Fabio Levi, che da anni lavora su questi documenti. Il progetto è ampio, mira a creare uno spazio permanente di «Digital Humanities» intorno a questo passato, in cui discipline e documenti di diverse provenienze possano incontrarsi grazie alle potenzialità della rete.
La mostra che resterà aperta sino a fine gennaio 2019 racconta tutto il lungo processo di catalogazione, sequestro, gestione e restituzione dei beni ebraici attraverso i documenti estratti dall’archivio, con un corredo di foto per dare alle storie corpo e volti. Come quello di Primo Levi nella tenuta Saccarello (strada comunale di Superga) della sua nonna materna Adele Luzzati, fra tre degli alberi che il solerte funzionario non manca di inventariare per il sequestro, insieme alla casa, gli interni, le macchine agricole, gli arredi.
E’ tutto così terribile e doloroso, fra quelle carte. Dentro quei registri scritti a mano: c’è quello della «Rubrica per Vie – Ebrei Sequestrati», c’è la «Rubrica – Ebrei», ci sono gli «Ebraici Confiscati», e gli «Ebraici Sequestrati». Sfogliando quei libri, aprendo i fascicoli, trovo scritto «razza ebraica» talmente tante volte che mi gira la testa e devo alzare lo sguardo verso la luminosa sala di consultazione, affinare l’udito e sentire il ticchettio del computer alle mie spalle, per assicurarmi di non essere precipitata in quel passato. «Razza Ebraica» sta scritto infinite volte anche nel corposo dossier su Leone Sinigaglia e la sua casa di Cavoretto. Con quell’ottusità di cui solo la burocrazia è a volte capace, l’Egeli pensò bene di sequestrargli formalmente la casa il 23 novembre del 1944, sei mesi e sette giorni dopo che il compositore era morto di crepacuore all’ospedale Mauriziano, per paura dei tedeschi e della deportazione. Il processo disgregatore era cominciato ben prima di allora, con l’ordine di “amministrazione provvisoria” per tutti i suoi beni mobili e immobili. Dopo l’incursione aerea che si abbatté su Cavoretto l’1 dicembre del 1943, il “capo della Provincia” decretò che le ville appartenenti a persone di razza ebraica venissero messe a disposizione dei «sinistrati». Oggetti, indumenti, biancheria, mobili. Tutto. I locali di casa Sinigaglia vengono svuotati, parte dei beni assegnati agli sfollati, parte custoditi nei depositi dell’Educatorio Duchessa Isabella, per poi finire oggetto di «arbitraria appropriazione» da uomini della guardia nazionale repubblicana Leonessa e militari del comando tedesco. Persino gli alberi del giardino furono tagliati per farne legna da ardere.
Questo è ciò che dice a me la parola «fascismo». Non è uno slogan, né una pietra paragone. Non è il luogo comune che a volte è diventato. Sono quelle carte che il tempo ha reso fragili e diafane, ma l’inchiostro degli elenchi, delle cifre, dei provvedimenti è così nitido che sembra inciso sul foglio. È la sequenza di nomi dentro quei registri, in cui trovo tutti quelli della mia famiglia. Non uno di meno.