sabato 10 novembre 2018

Il Fatto 10.11.18
Hamas, i giorni della rabbia valgono 15 milioni di dollari
Confine turbolento - Il Qatar manda i soldi, l’organizzazione si impegna a tenere bassa la protesta, Fatah attacca: “Ha sfruttato la sofferenza”
di Fabio Scuto


È stato un venerdì diverso nella Striscia di Gaza. Animazione per le strade, lungo la lingua d’asfalto sulla costa che arriva fino a sud, fino a Rafah, la città tagliata in due dal confine con l’Egitto. La notizia ha percorso la Striscia come un fulmine. I frutti dell’accordo raggiunto al Cairo – fra Hamas e le altre fazioni palestinesi di Gaza, e Israele con l’Anp di Abu Mazen a fare da spettatore – grazie alla mediazione dell’Egitto e alla “generosità” dell’emirato del Qatar sono arrivati. Stipati in quattro valigie di quart’ordine, 15 milioni di dollari in contanti pagheranno gli stipendi ai dipendenti pubblici da mesi senza salario, una prima boccata d’ossigeno per un territorio devastato dalle guerre e dalla miseria nera. Mohammed Al Amadi, “l’ambasciatore” del Qatar a Gaza, è tornato l’altra notte nella Striscia con in tasca gli esiti della lunga trattativa, Israele acconsente al pagamento dei dipendenti pubblici, all’acquisto di gasolio per far funzionare la centrale elettrica, in cambio Hamas e le fazioni si impegnano a mantenere basso il tasso di violenza lungo i 37 km di frontiera con lo Stato ebraico e a ridurre il numero di aquiloni incendiari che hanno devastato le coltivazioni nel sud del Paese.
Uno dei portavoce di Fatah, Osama Qawasmi – citato dall’agenzia Wafa – ha detto che “Hamas ha sfruttato i bambini e le donne di Gaza e approfittato della sofferenza del popolo palestinese accettando senza il minimo dubbio”, le richieste americane e sioniste, approvando “il principio di ‘sangue per denaro’”.
Dopo sei mesi di manifestazioni, costati 200 vite e 16.000 feriti, è iniziata una hudna, tregua di 6 mesi – al ritmo di 15 milioni di dollari al mese – da perfezionare con l’allentamento dell’embargo israeliano e l’ingresso nella Striscia di altri genere di prima necessità. Una delegazione egiziana era ben visibile ieri nella zona di Khan Younis per osservare Hamas fare la sua magia sui manifestanti. C’erano meno manifestanti, mantenevano una distanza maggiore dal Muro. La conclusione, sia egiziana che israeliana, è che Hamas non solo è in grado di innescare lo scontro ma può anche regolarne l’intensità. Se vuole, in migliaia torneranno a confrontarsi come nei mesi scorsi con l’Idf lungo la frontiera, se invece lo ritiene, può fermare gli attacchi alla barriera.
Nei giorni scorsi già si percepiva un’atmosfera di cambiamento, soprattutto nella vita quotidiana, causato da un aumento della fornitura di energia elettrica fino a 12-16 ore al giorno. È la fornitura giornaliera più lunga per gli abitanti di Gaza dalla guerra del 2014, più del doppio della media giornaliera dello scorso anno, da quando l’Anp di Abu Mazen impose sanzioni contro Hamas dopo il fallimento della “riconciliazione”. La luce è arrivata grazie a una fornitura di carburante pagata sempre dal Qatar. La relativa calma lungo il confine nella scorsa settimana ha consentito ai camion di carburante di entrare nella Striscia attraverso il valico israeliano di Kerem Shalom.
È arrivata l’elettricità, sono arrivati i primi (pochi) soldi per gli stipendi. I gazawi tornano a sperare che il peggio sia alle spalle. Nessuno dei boss di Hamas si è visto in giro negli ultimi giorni, ma i loro “uomini di fiducia” hanno fatto circolare progetti che prevedono la creazione di 10.000 nuovi posti di lavoro per laureati (il 56% è disoccupato). Con i soldi arrivati dal Qatar verranno pagati il 60% dei salari ai dipendenti pubblici (350 euro) e verrà data una sovvenzione della metà a 5.000 famiglie i cui componenti sono rimasti feriti durante le proteste iniziate a marzo. Mai s’erano visti per le strade di Gaza tanti mendicanti all’angolo di ogni strada, alle uscite delle scuole, agli angoli dei mercati. L’economia di Gaza è in ginocchio, i settori trainanti – pesca, economia e edilizia, sono bloccati, l’Unrwa – l’agenzia Onu che assiste un milione su due di abitanti ha iniziato a ridurre il personale locale e da quattro mesi Hamas non paga gli stipendi. Economia ferma e disoccupazione alle stelle, una miscela che come una bomba poteva esplodere in faccia a Hamas. Se lo aspettavano per motivi diversi anche Israele e l’Anp di Abu Mazen. Non è successo.
Il presidente egiziano al Sisi ha dovuto faticare molto per far “ingoiare” al presidente palestinese i termini dell’accordo, che di fatto riconoscono in Hamas l’interlocutore per Gaza – anche per Israele – mandando in soffitta i sogni della riconciliazione palestinese.
Sarebbe facile farsi contagiare dall’euforia che si avverte a Gaza City sulla Omar Mukhtar, nei giardini davanti all’università, nelle conversazioni che si colgono per la strada, ma la speranza anche a Gaza non costa niente.