domenica 25 novembre 2018

Corriere La Lettura 25.10.18
Il lato matematico di Platone
Così Reale recuperò i Greci
Esce una raccolta di studi del grande antichista italiano, difensore dei classici contro la visione scientista e il disprezzo diffuso per la teoria. La concezione delle idee come principi numerici, il primato della dottrina non scritta
di Donatella Di Cesare


Nel Fedone Socrate si mostra assai deluso dall’indagine rivolta ai fenomeni naturali
Teme che pretendere di cogliere le cose con i cinque sensi finisca per accecare l’anima
Qui si compie il passaggio decisivo dal sensibile all’intellegibile, dal sapere che si accontenta dell’apparenza aquello che si innalza ai concetti

Nel corso degli anni Novanta, quando la filosofia analitica, quella che si concepisce come analisi logico-formale, aveva raggiunto il suo apice, c’era chi aveva cominciato a gettare discredito sul pensiero antico, nonché ovviamente sullo studio della lingua greca e di quella latina. A che pro studiare quel capitolo chiuso e concluso? Perché perdere tempo con Platone anziché risolvere i problemi attuali?
In quel delicato frangente, che ha lasciato segni evidenti altrove, Giovanni Reale (scomparso nel 2014) ha svolto in Italia un ruolo decisivo a difesa della filosofia classica. Ne è testimonianza il volume Storia della filosofia greca e romana che, appena pubblicato da Bompiani, raccoglie gli studi del grande antichista in un percorso suggestivo che va dai primi frammenti, risalenti almeno al VI secolo a.C., fino al decreto con cui l’imperatore bizantino Giustiniano chiuse nel 529 d.C. tutte le scuole dell’Impero guidate da pagani. Oltre mille anni di storia della filosofia narrati con perizia, sapienza, semplicità. Reale ha lavorato a quest’opera per quattro decenni, intendendola quasi come un commento e un supporto alla fortunata collana del «Pensiero occidentale», dove sono usciti in edizione italiana, con testo a fronte, numerosissimi classici.
Il richiamo a Martin Heidegger è significativo. L’inizio greco non è destinato ad essere superato in grandezza dalle altre epoche. Al contrario: la filosofia dei Greci è la più grande. E la filosofia è prettamente greca. Perciò è peculiarità dell’Occidente; non esiste in altre tradizioni nulla di paragonabile. Da un canto Reale punta l’indice contro lo scientismo, che pretenderebbe di misurare la filosofia con i criteri della scienza, dall’altro denuncia il dilagante disprezzo per la «teoria» che non servirebbe alla vita pratica. Occorre guardare alla filosofia greca dove la teoria è una forma di prassi. Come sostiene Aristotele nella Politica, attivi al più alto grado sono coloro che esercitano un’attività di pensiero; tanto più che theoreîn non significa solo «vedere», ma anche «partecipare». Reale si riconosce nell’ermeneutica di Hans-Georg Gadamer che, rilanciando l’insegnamento di Heidegger, ribadiva l’attualità del pensiero greco. Erano gli anni in cui il conflitto con la filosofia analitica veniva letto secondo il paradigma: «Noi greci, loro moderni». Ma la ripresa della riflessione antica non è antiquaria. Se la filosofia è indissolubilmente legata alla sua storia, questa storia non segue la freccia del progresso. Ecco perché, nell’apertura circolare di un dialogo, ammette e, anzi, sollecita la partecipazione. Al contrario di quel che avviene nella scienza, le domande della filosofia sono sempre le medesime, solo poste in modo differente. In tal senso l’incontro con la filosofia greca è «l’incontro con noi stessi».
Nata nelle vie e nelle piazze della pólis, dove il cittadino è chiamato alla vita politica, la filosofia si sviluppa lungo il filo conduttore del lógos, del discorso, dell’argomentazione, della ragione. Ma per Reale ciò che contraddistingue la tradizione greca è la metafisica, quel modo di pensare oltre i dati sensibili della realtà presente. Ne scorge le tracce già nell’orfismo, in quella iniziale religiosità ascetica, che per la prima volta parla di un che di «divino», che alberga nel corpo umano, cioè l’anima, la psyché. La morte è una liberazione dalla prigione del corpo, un ritorno all’origine dopo le sofferenze patite in terra. Questa potente dottrina della trasmigrazione delle anime, scaturita dalla fantasia orfica, capace di dischiudere l’aldilà, si sarebbe poi innestata nel cristianesimo.
Protagonista del volume è Platone, in cui Reale riconosce il «vertice del pensiero antico». È stato infatti il primo filosofo a guardare la realtà con «nuovi occhi», quelli dell’anima. Reale ricorda la «seconda navigazione» descritta da Platone nel dialogo Fedone. A parlare è Socrate, deluso dall’indagine sui fenomeni naturali; il suo timore è che, seguendo coloro che si volgono immediatamente alle cose, pretendendo di coglierle con i cinque sensi, finisca per accecare la propria anima. Si prepara allora alla «seconda navigazione», metafora del linguaggio marinaresco, che indicava il caso in cui, non essendoci più vento, la nave poteva essere spinta solo dai remi. Questo è il passaggio decisivo dal sensibile all’intellegibile, dalla conoscenza che si accontenta dei sensi a quella che si innalza alle idee, intese da Platone come le «forme» delle cose. In questo varco metafisico sta per Reale il vero inizio della filosofia. Le idee sono principi formali, numerici, sono anzi numeri ideali.
Vale la pena ricordare che Reale aderì alla Scuola di Tubinga, le cui figure più significative furono Konrad Gaiser, Hans Krämer, e in seguito Thomas A. Szlezák. L’insegnamento di Platone non può essere confinato agli scritti, ma va ricercato piuttosto nella dottrina «non scritta» trasmessa, fra gli altri, anche da Aristotele. Ne risulta una filosofia sistematica e fortemente matematizzata, dove assume rilievo la riflessione sull’uno, ma soprattutto sul due — che cosa significa due? — sulla diade infinita, «principio e radice della molteplicità degli esseri». Anche chi non ne condivida i contenuti, dovrà ammettere che questa interpretazione, di cui Reale è stato il maggior esponente in Italia, ha aperto nuove vie di ricerca.
L’ammirazione per Platone, il grande pioniere del soprasensibile, non impedisce a Reale di scrivere pagine eccellenti su Aristotele, dalla fisica all’etica, dalla logica alla poetica, ricostruendo la portata epocale del suo pensiero. Ma a segnare una cesura, capace di ripercuotersi sulla filosofia, è il tramonto definitivo della pólis nel tempo di Alessandro Magno. Al cittadino subentra il suddito e, mentre vengono meno le antiche passioni, ciascuno è rinviato a se stesso e alla propria individualità in un mondo dove l’etica si scinde dalla politica, come attestano le scuole filosofiche successive.
Il volume contiene un’ultima parte in cui, da Filone d’Alessandria ad Agostino d’Ippona, viene delineato l’incontro fra tradizione ebraica e filosofia platonica, da cui sarebbe scaturito il cristianesimo. Particolare risalto assumono anche le figure di Plotino e di Proclo. Viene prospettata allora una «terza navigazione», quella che non si ferma all’oltresensibile delle idee, alle forme immutabili, ma si apre agli imponderabili misteri della fede. Si legge qui in filigrana il cammino sia intellettuale sia autobiografico di Reale, molto improntato, in particolare negli ultimi anni, a un’ispirazione religiosa. L’oltre della metafisica, che riteneva di non trovare più nel mondo attuale, ha improntato la vita contemplativa di questo grande maestro.

Corriere 25.11.18
L’appello degli ordini religiosi
«Le suore denuncino gli abusi sessuali»

La lotta contro le violenze sessuali a danno delle suore conosce un nuovo passo. «Chiediamo che ogni donna religiosa vittima di abusi denunci quanto accaduto alla superiora della congregazione e alle autorità ecclesiali e civili competenti», afferma l’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg), promettendo «ascolto e accompagnamento» a chi denuncia.

Corriere 25.11.18
Roma
Svastiche contro il prof

Scritte ingiuriose e svastiche contro il professore Andrea Barbetti «impegnato per l’affermazione dei valori della Costituzione e dell’antifascismo» sono apparse sui muri del liceo Montale a Roma. A denunciarlo è l’Associazione nazionale partigiani di Roma. Sull’episodio indaga la Digos. Solidarietà al docente e condanna dell’accaduto sono state espresse dalla sindaca di Roma Virginia Raggi e dal presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti.

La Stampa 25.11.18
Rinasce Ordine Nuovo
L’ascia bipenne torna, tra ex terroristi neri, vecchi fascisti e nuove leve
Il figlio di Graziani ridà vita al centro studi da cui nacque il movimento sciolto nel 1973 perché violava il divieto di ricostituzione del partito fascista
di Andrea Palladino 


E’ un ritorno annunciato in sordina, con messaggi sui social e un post sul blog Fascinazione di Ugo Maria Tassinari. Nessun indirizzo, nessun riferimento a sedi, ma il Centro studi Ordine Nuovo è tornato operativo, dopo decenni di silenzio. Il promotore non è uno qualsiasi. Rainaldo Graziani, 57 anni, è il figlio di Clemente, il fondatore dell’organizzazione neofascista insieme a Pino Rauti. Una sorta di continuità, di padre in figlio. Attivo nel riproporre la sigla è anche Maurizio Murelli, editore milanese della rivista d’area Orion, uno dei punti di riferimento dell’ideologo russo Aleksandr Dugin in Italia e già condannato negli anni 70 per il lancio della bomba a mano che uccise, nel 1973, l’agente di polizia Marino. 
Dallo scorso anno Ordine Nuovo ha anche un indirizzo internet - con un sito al momento offline - ma attivo fino a pochi mesi fa. Il dominio – ordinenuovo.org – è stato registrato dalla Cooperativa sociale Arnia, la stessa organizzazione che ha accolto Dugin a Palazzo Reale a Milano il 4 novembre scorso, come ha raccontato La Stampa. L’azienda gestisce da diverso tempo la Corte dei Brut in provincia di Varese, tra corsi sulle rune, mostre d’arte ed incontri con lo stesso Dugin. Qui, a pochi passi dal lago, l’ideologo dei tradizionalismo russo ha ricevuto in dono la lampada di Yule, il simbolo del solstizio d’inverno celebrato dalle SS durante la Seconda Guerra Mondiale. 
I fondatori: vecchie conoscenze e nuove leve 
Tra i soci fondatori della cooperativa proprietaria del dominio internet di Ordine Nuovo ci sono diversi esponenti del mondo nero: l’ex Nar Egidio Giuliani e Giovanbattista Ceniti, condannati per l’omicidio del cassiere di Mokbel, Silvio Fanella, avvenuto a Roma nell’estate del 2014. C’è poi Ines Pedretti, compagna di Graziani, già candidata nel 2016 per il partito Movimento Nazionalsocialista dei Lavoratori. Una sigla che la giustizia amministrativa ha ritenuto in «contrasto con la disciplina costituzionale, in ragione della dizione letterale del movimento (nel contrassegno) e del richiamo ad ideologie autoritarie (nazionalsocialismo e nazismo)», decisione confermata dal Consiglio di Stato lo scorso maggio.
Il progetto di ricostituzione della sigla neofascista attiva negli anni 60 è stato annunciato su Facebook da Maurizio Murelli il 6 febbraio 2017, pochi giorni dopo la registrazione del dominio internet: «Nuntio vobis gaudium magnum: con altri compagni di strada ridaremo vita al: “Centro studi Ordine nuovo”», scrive l’ex terrorista di destra. Sotto 81 commenti, in gran parte entusiasti. Gabriele Adinolfi – condannato in via definitiva nel 1987 per associazione sovversiva nell’ambito del processo Terza Posizione, oggi ideologo d’area vicinissimo a CasaPound – saluta subito l’iniziativa: «Ottimo!», scrive. 
Il video del primo incontro tra maosti e militanti di Terra Insubre 
L’unico incontro di cui si trova traccia in rete è avvenuto a Roma il 18 maggio scorso. Un titolo dai toni alti, “Sinergie e non moderne contrapposizioni per cavalcare il futuro”, poco persone su una terrazza romana al tramonto e tante nuove leve, presentate al gruppo. C’è il ventenne che si definisce “maoista”, un militante di “Terra insubre”, il gruppo della provincia di Varese riferimento tradizionale della Lega, il ricercatore di germanistica venuto da Parigi. Una nuova leva pronta a prendere in mano il testimone della sigla più tristemente nota della storia della prima Repubblica. Tra il pubblico girava un volumetto, con lo stemma di Ordine Nuovo e tre date: 1962, 1993 e 2018. La prima richiama la prima storia del Centro studi fondato da Clemente Graziani e Pino Rauti. La seconda richiama un altro passaggio storico dei primi anni 90, quando nacque la sigla Meridiano Zero, mentre Delle Chiaie promuoveva la Lega nazionalpopolare. La terza data spiega come il progetto ordinovista stia tornando, mentre l’Europa si tinge di nero.
Cos’è stato Ordine Nuovo e perché fu sciolto nel 1973 
Il Centro Studi Ordine Nuovo era stato fondato nel 1956 dalla scissione di alcuni elementi radicali dal Movimento Sociale Italiano. Secondo la testimonianza di Vincenzo Vinciguerra – terrorista nero condannato per la strage di Peteano - «Ordine nuovo non era soltanto quel sodalizio culturale tanto decantato da Pino Rauti», come spiega nel libro “Storia di Ordine Nuovo” lo storico Aldo Giannuli, già consulente dei Tribunali di Brescia e Milano per le inchieste sulle stragi. Tra il 1962 e il 1965 l’organizzazione si evolve, ampliando la sua influenza, grazie ai rapporti con i servizi segreti del regime franchista. In quell’epoca Clemente Graziani – padre di Rainaldo – attraverso il “Centro studi e documentazione sulla guerra psicologica” puntava all’organizzazione di una «Legione Internazionale di destra», come ricorda Giannuli. Nel 1965 Ordine Nuovo, insieme all’Istituto Pollio, promuove il convegno all’Hotel Parco dei Principi, ritenuto uno dei punti di partenza della successiva strategia della tensione. In quell’epoca – raccontano i documenti acquisiti nei processi sulle stragi – l’area dell’estrema destra era di fatto organica alle agenzie di intelligence italiane e straniere. «Con il convegno Parco dei Principi – scrive Giannuli – Ordine Nuovo iniziava una fitta serie di iniziative dirette a sensibilizzare l’opinione pubblica sulla Guerra rivoluzionaria, svolgendo, di fatto il ruolo di public relations per conto dello Stato Maggiore dell’Esercito». In questa prima fase aderirono al Centro studi terroristi di destra poi condannati per le stragi. E’ il caso di Carlo Maria Maggi - «ispettore regionale e membro del comitato direttivo nazionale» di Ordine Nuovo, ricorda Giannuli – condannato in via definitiva per la strage di piazza della Loggia a Brescia. 
Il punto di svolta arrivò nel dicembre 1969, quando Pino Rauti rientrò nel Msi. L’organizzazione cambia sigla, divenendo “Movimento Politico Ordine Nuovo”, con alla guida lo stesso Graziani. Sarà questo il gruppo che verrà poi sciolto il 23 novembre 1973 dal ministro Paolo Emilio Taviani. Un atto che divenne una sorta di segnale verso gli apparati di sicurezza: nessuna complicità con l’estrema destra poteva essere tollerata.
Il cavillo per non incorrere nell’ordine di scioglimento 
Qualcuno suggerisce di cambiare il nome ricordando come Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale furono sciolte per decreto ministeriale. «Sciolto il Movimento Politico Ordine Nuovo, non Il Centro studi Ordine Nuovo», risponde Murelli. Passaggio corretto, visto che il decreto del 23 novembre 1973, firmato dall’allora ministro dell’Interno Taviani, faceva riferimento al “Movimento politico” Ordine Nuovo, sigla promossa, sempre da Clemente Graziani, alla fine degli anni 60. Murelli, però, ci tiene a specificare che della giustizia a loro poco importa: «Per il resto: “Me ne frego!” perché nessuna autorità giudiziaria può decidere al posto mio come io voglio essere chiamato».
Il sito del Centro Studi Ordine Nuovo riporta pochi documenti. In fondo alla Home page si può leggere una sorta di manifesto: «Uomini “differenziati” dunque, che vuoi per “genoma culturale” o vuoi perché in qualche forma “predestinati” (…) sentono il dovere di indicarne le storture, gli aspetti patologici e degenerativi a livello umano e sociale, proponendo delle alternative, delle soluzioni, delle vie di uscita e di riposizionamento in ordine agli scenari futuri che già si profilano e che, in taluni casi, rappresenteranno veri e propri terreni di scontro che determineranno di volta in volta nuovi assetti e nuovi modelli sociali».

Il Fatto 25.11.18
La destra quasi al 50%, ma B. e Salvini non sanno che fare
Vecchi alleati - Lega, Meloni e FI sono maggioranza virtuale: “Silvio” e “Matteo” però non concordano In caso di crisi, l’ex Cavaliere non vuole il voto anticipato
La destra quasi al 50%, ma B. e Salvini non sanno che fare
di Carlo Tecce


Un giorno di ottobre del 1995, quasi un quarto di secolo fa, Silvio Berlusconi ha scolpito un memorabile aforisma che resiste al tempo e al tempo si consegna: “Io sono semplicemente un imprenditore che fa miracoli”. L’ormai lunga stagione politica va annoverata tra i miracoli più riusciti. Con un partito inesistente – Forza Italia è aggrappata all’otto per cento nei sondaggi – e con gli ottantadue anni compiuti in settembre, l’ex Cavaliere è pronto all’ennesimo miracolo. Quello che lo può rendere immortale: resuscitare il Berlusconi politico all’epoca dei gialloverdi di Luigi Di Maio & Matteo Salvini.
Il piano di Silvio è ambizioso, forse utopistico, ma rientra nelle specialità – soprannaturali – di Arcore: reclutare una cinquantina di senatori e una trentina di deputati, cioè un gruppo eterogeneo e ben ancorato al seggio disposto a fornire un’opzione a Salvini – in caso di crisi – con la formazione di un governo a trazione leghista col centrodestra compatto e una guarnigione, per l’appunto, di “Responsabili”. L’ex Cavaliere è salito al Quirinale da Sergio Mattarella, pochi giorni fa, per dichiararsi pronto a salvare l’Italia con un gesto di estrema generosità e scongiurare le elezioni anticipate.
Berlusconi ha osservato le divergenze tra il Carroccio e i Cinque Stelle in un’alleanza che adesso vacilla per lo scontro con l’Europa e presto può crollare per le ripercussioni economiche e la sfiducia dei consumatori (nota bene: sono riflessioni tipiche di Silvio in versione statista profondamente afflitto). Silvio ha raccolto anche le ansie dei governatori leghisti del Nord – Attilio Fontana (Lombardia), Luca Zaia (Veneto), Massimiliano Fedriga (Friuli Venezia Giulia) – che faticano a rassicurare il tradizionale elettorato del Carroccio. E per finire, con lo sguardo da Caimano, Berlusconi non smette di ricordare a Salvini che Forza Italia (e pure Fratelli d’Italia) sono determinanti nei collegi con l’attuale sistema di voto.
Per i collaboratori più ascoltati da Berlusconi – in ordine alfabetico, Niccolò Ghedini, Gianni Letta, Licia Ronzulli – è il momento di riproporre il modello seppur usurato di centrodestra con Salvini al comando perché il Carroccio non può sopportare ancora per molto la convivenza con i Cinque Stelle e perché il Quirinale e il Parlamento (con motivazioni diverse) non potranno mai accettare la fine della legislatura dopo neanche un anno.
Il centrodestra ha 261 deputati su 630 a Montecitorio e 137 senatori su 315 a palazzo Madama e dunque ha bisogno di almeno una cinquantina di “Responsabili” alla Camera e di una trentina al Senato. È un’operazione complicata, adatta però ai prodigi di Berlusconi che, in stile Gesù, potrebbe dire “venite con me, vi farò diventare pescatori di uomini”. I “Responsabili”, insegna Berlusconi, vanno pescati nelle acque dei partiti che hanno imbarcato sconosciuti o che stanno per tagliare i posti a bordo: i renziani che rischiano di scomparire dopo la nuova segreteria del Pd e la probabile scissione dopo le Europee; i pentastellati – solo a palazzo Madama sono 109 – che coltivano idee di destra e, soprattutto, la paura di non ritornare più in Parlamento; i centristi assiepati tra i banchi del Misto.
Secondo Berlusconi, Ghedini e Ronzulli, adesso vanno lanciate le esche per completare la pesca con la caduta del governo gialloverde, le consultazioni al Quirinale e l’agitazione dei mai placidi mercati finanziari. Il centrodestra nei sondaggi vale il 48 per cento e la Lega da sola il 36, ma quelli del Nord – Fontana e colleghi – temono l’effetto di una bolla, che così cresce in fretta e così si può sgonfiare se Salvini continua a investire risorse pubbliche sul reddito di cittadinanza del Movimento e a dimenticare le promesse leghiste. Che siano elucubrazioni di un “semplice imprenditore che fa miracoli” o di un anziano signore che anticipa il corso della politica, lo vedremo tra poco. Quello che è certo, però, è che Berlusconi non chiacchiera invano. Qualche mese fa, raccontano le leggende, l’ex Cavaliere ha confidato al senatore Adriano Galliani, ex presidente e da sempre tifosi dei brianzoli, che desiderava una squadra di calcio per riempire le domeniche. In un paio di settimane ha comprato il Monza. Volete che sedurre qualche decina di parlamentari sia un problema?
Un governo Salvini, prima o dopo le Europee, scongiurerebbe anche il rischio di un connubio tra Pd e Cinque Stelle. Ma il leader leghista ha davvero voglia di tornare nella vecchia casa del centrodestra?

La Stampa 25.11.25
Nuovi direttori
Freccero in pole position per RaiDue
di Michela Tamburrino

Dopo mesi di attesa e di rimpalli finalmente la Rai potrà avere i suoi nuovi direttori di rete con delle sorprese e dei ritorni. Per la prima volta ci potrebbe essere una donna alla guida di RaiUno e un pensionato a quella di RaiDue. Il Consiglio d’amministrazione della televisione pubblica è stato finalmente convocato per martedì prossimo e all’ordine del giorno figurano appunto le nomine alla direzione delle reti. A sostituire Angelo Teodoli dovrebbe essere chiamata Teresa De Santis, gradita alla Lega e con i requisiti giusti per accontentare anche l’Ad Salini. Si tratta di una professionalità di lungo corso, interna all’Azienda, già vicedirettore della stessa rete e poi passata a Televideo.
Per RaiDue si fa sempre più forte il nome di Carlo Freccero, già direttore della stessa dal 1996 al 2002, grande esperto di televisione e autore storico di prodotti innovativi. La sua candidatura in un primo momento era stata scartata in quanto Freccero è un pensionato e dunque per legge non può percepire uno stipendio da direttore. Ma l’ex componente del Cda in quota pentastellata ha reso possibile questo progetto del Movimento dicendosi disponibile a ricoprire l’incarico a titolo gratuito.
Per Raitre l’Ad Salini si è imposto sui 5 Stelle che volevano un ulteriore cambiamento e ha riconfermato Stefano Coletta, molto apprezzato per le sue sperimentazioni che hanno sempre portato ottimi risultati.
A questo punto restano sospese Raisport e RaiParlamento. A Raisport potrebbe andare Maurizio Losa, già vicedirettore con delega al palinsesto che pare aver sbaragliato la concorrenza. Alla guida di RaiParlamento si è sempre e solo parlato di Antonio Preziosi.
L’ostacolo
Così è stata superata dopo mesi la proposta che aveva creato tanti problemi all’interno della Rai e più di un imbarazzo. Tutto era rimasto bloccato per tanto tempo perché la Lega non voleva cedere sulla nomina di Casimiro Lieto alla guida della rete ammiraglia. Vantava il merito di essere l’autore preferito di Elisa Isoardi, traslocato con lei a “La prova del cuoco” su Raiuno. La trasmissione, dopo i successi degli anni passati quando alla conduzione c’era Antonella Clerici, nella nuova versione ha sempre stentato a decollare. L’ipotesi Lieto ha sempre avuto il niet categorico dell’Ad Salini.
Ora che le cose sono cambiate in vari ambiti, superare il problema è stato facilissimo. A questo punto sta al Cda Rai fare le sue mosse.
Il ritratto
Il Peter Pan della tv (ora in pensione) sulla stessa poltrona di ventidue anni fa
di Paolo Conti
La «seconda vita» e il legame con Foa
Roma «Al momento, non so proprio niente», dice al telefono. Invece Carlo Freccero torna davvero direttore di Raidue ben 22 anni dopo la prima nomina alla guida della stessa rete nel 1996. Ha accettato l’incarico gratis, da pensionato Rai, non compensabile secondo la legge che vieta allo Stato e alle aziende partecipate dallo Stato (viale Mazzini è del ministero del Tesoro al 99.5%) di assumere chi è in quiescenza. Lo farà certamente (parole sue, in commissione di Vigilanza Rai nel 1997) «con quel peterpanismo che fa parte di un Dna che mi impedisce di maturare» . Ancora oggi si muove con la foga di un ragazzo magari un po’ stanco, ma sempre effervescente e inquieto, perennemente vestito di nero, abitudine contratta nei quattro anni di studio in seminario da adolescente, look perfetto per un collaboratore della rivista Rolling Stones, quale è oggi.
Freccero (classe 1947, nato a Savona, imbevuto di cultura francese al punto da parlare spesso con una cadenza d’Oltralpe, dopo la sua direzione de La Cinq di Berlusconi nel 1987 e poi del palinsesto France 2-France 3 nel 1994) fa parte di quella schiera di storici direttori Rai — da Angelo Guglielmi a Giovanni Minoli, Brando Giordani, Giancarlo Leone, solo per citarne alcuni — che a viale Mazzini viene identificata col miglior capitolo della tv pubblica. Freccero però è sempre stato il più imprevedibile, il meno riconducibile ad aree di partito, amante com’è del controcorrente.
Nelle ore in cui Marcello Foa, oggi presidente Rai, nell’estate scorsa era stato bocciato dalla Vigilanza Rai e sembrava a un passo dall’uscita di scena, Freccero scriveva sulla testata on line L’antidiplomatico: «Foa fa parte di un piccolo gruppo di opinion leader, blogger, giornalisti e pensatori che presentano su Internet l’altra faccia della medaglia, i fatti al di là della propaganda. In questa avanguardia, è rappresentato tutto lo spazio della politica, dall’estrema sinistra all’estrema destra ed il collante non è l’ideologia ma la ricerca del vero. In questo ambito Foa è un precursore, ma in senso inverso. Sarebbe un presidente Rai fuori dal frame. Che, dal mio punto di vista, è il maggior complimento che gli si potrebbe fare».
La sua Raidue, 22 anni fa, aveva Michele Santoro, Daniele Luttazzi, Piero Chiambretti, Gad Lerner, Fabio Fazio, Serena Dandini, i tre Guzzanti Corrado, Sabina e Caterina, tutti giovani e combattivi. Freccero era già stato direttore della tv privata francese berlusconiana La Cinq nel 1986, poi direttore di Italia 1 l’anno successivo, consulente di Rai1 nel 1993, poi a France 2 e France 3. Insomma, una carriera di continui traslochi in cui Silvio Berlusconi compare sia come suo editore, che come politico ostile ai suoi prodotti: nell’editto bulgaro del 2002 chiese l’allontanamento dalla Rai non solo di Enzo Biagi ma anche di Santoro e Luttazzi. Nel 2007 arriva la presidenza di RaiSat fino al 2010, dopo l’uscita dei canali di RaiSat dal pacchetto Sky e l’approdo sul digitale terrestre. Nel 2008 fonda Rai4 e la dirige fino al 2013. Nel 2015 è consigliere di amministrazione Rai su proposta del Movimento 5 Stelle.
Dicono che tutta l’area creativa di viale Mazzini sia da ieri in subbuglio, in attesa di un complice per restituire creatività e trasgressione al palinsesto. Sempre che M5S e Lega lo lascino lavorare davvero.
La carriera
Nel 1996 guidò una Rai2 che aveva, tra gli altri, Santoro, Luttazzi, Chiambretti, i Guzzanti

il manifesto 25.11.18
Contro la violenza maschile: «Agitazione permanente»
«Vogliamo essere contate vive», grida il lungo corteo di migliaia di persone per le strade della capitale. Centri antiviolenza in testa
di Alessandra Pigliaru


ROMA Al principio era una donna che esattamente un anno fa, pensando a come partecipare alla manifestazione organizzata da Non Una Di Meno contro la violenza maschile, si era vestita come l’ancella del romanzo di Margaret Atwood The Handmaid’s Tale arrivato sugli schermi qualche mese fa. Ieri, in Piazza della Repubblica mentre si aspettava che il corteo partisse alla volta di Piazza San Giovanni, le attiviste avevano formato una fila intera di ancelle mentre con il megafono una ragazza sopra il camion elencava le ragioni che hanno portato a una ancora più esorbitante mobilitazione. Postura meditabonda, testa lievemente reclinata, mantella rossa, cuffia bianca, la rappresentazione che nel libro di Atwood – e nella successiva serie di successo – si fa di quelle donne scelte per adattarsi al dettato patriarcale ieri era in aperto conflitto, in «stato di agitazione permanente», come ha recitato uno degli slogan più efficaci della convocazione di Nudm.
LE ANCELLE si sono spogliate lasciando gli abiti a terra, per indossare infine il fazzoletto fucsia. È uno sguardo di grazia dolente quello della giovanissima attivista che lentamente tiene in alto il pañuelo prima di posarselo davanti alla bocca; in testa e blanco da anni è simbolo di una ostinazione senza pari per le Madres di Plaza de Mayo; verde è stato scelto, sempre in Argentina, per rivendicare l’aborto libero e sicuro. Qui, nell’esplicita continuità con il paese che per primo ha fondato Ni Una Menos, è il segno di un «mettere e tenere in movimento le cose», fissa il punto di una liberazione e grida con forza che le donne desiderano contarsi vive. Che dicono basta alla violenza maschile e che la biologia non è una forma destinale. Come i corpi che esistono, sessuati, e che non tollerano di essere disciplinati da dispositivi che ne prevedrebbero la tutela o la correzione.
Duecentomila, dalle prime stime, donne uomini, giovani, in solitudine come quel signore che in un cartello preparato con la massima cura ha fatto un collage con le foto di alcuni governanti appellandoli «sessisti omofobi e razzisti». I centri antiviolenza, i collettivi, le associazioni, le case delle donne – quella di Roma ma anche di Viareggio e Napoli – e organizzazioni tra le più svariate, hanno composto ieri una marea dissenziente e travolgente perché, nel tempo della dimenticanza politica che ci tocca in sorte, si ribadisca ancora una volta che «la libertà delle donne è la libertà di tutti». Ché nel buio pesto, come un loculo, di una memoria storica in cui si millantano privilegi inesistenti mentre i numeri delle violenze e dei femminicidi aumentano e i fondi per i centri antiviolenza non sono ancora adeguati, sono le donne che rendono vivibili le città che abitano e attraversano. Lo hanno fatto per l’ennesima volta, per il terzo anno consecutivo riguardo Non Una Di Meno, lo mettono in pratica da decenni a tutte le latitudini, in una insorgenza che ha il carattere di un’origine felice.
NEI GIORNI in cui si assiste sgomente all’assuefarsi verso la soppressione degli ultimi, migranti, precari e nell’anonimato dell’essere fuori dalla norma, il femminismo insegna come si sta al mondo con la festa nel cuore e la passione nel pensiero.
«Non siamo madamine, noi siamo possedute». Il messaggio è nitido e si riferisce senza troppi fronzoli a chi, in quel di Torino, ha recentemente manifestato pro-Tav. «Non essere madamine» ha un significato preciso e non è letterale; c’è infatti un discorso più ampio riguardante ciò che ieri è passato in corteo. ovvero che il simbolico deve di necessità misurarsi con il piano sociale, con una materialità e lo deve fare non per ulteriori esclusioni né asservimenti ma per dire che al fondo c’è proprio una differente visione del mondo: il pianeta dove siamo ma anche la responsabilità di riprodurre e foraggiare un senso della realtà irricevibile che per esempio pretende di sventrare territori per «l’alta velocità». Che tutto ciò abbia a che vedere anche con una differenza di classe è vero, che abbia a che vedere con un agire politico che non possa fare sconti al sessismo come al razzismo e al fascismo è ulteriormente rispondente al presente che stiamo vivendo.
Non sono posizioni contrattabili, la piazza di ieri racconta che è finito il tempo dei compromessi e che è arrivato, a falcate gioiose e ben determinate, quello della radicalità, della scomodità. Non si accettano aggiustamenti al ribasso sulle esistenze dei più deboli o delle donne – che dovrebbero espiare le colpe di una maschilità ancora irrisolta. E di una politica istituzionale che vorrebbe sostenerne il disordine.
NESSUNA MODIFICA dunque per un Ddl come il Pillon che, insieme al tentativo di affondare la legge 194, è tra le misure più eloquenti della maggioranza di governo. Va bloccato, senza replica.
«La rivoluzione è femminista, la rivoluzione è fica» e ancora l’ironia degli acronimi «All Clitoris Are Beuatiful oppure Qui Uniamo Estasi E Rabbia», alcuni slogan già noti con qualche eccezione – purtroppo drammatica – negli striscioni. L’anno scorso c’era il nome di Sara Di Pietrantonio a cui quest’anno si è aggiunto quello di Desirèe Mariottini, così come quello di Marielle Franco che torna nel cartello piccolo e fitto di un collettivo milanese a lei intitolato. I vari gruppi di Non Una Di Meno sparsi per l’Italia si sono ritrovati a Roma, ogni giorno lavorano di sponda nei singoli territori. A ricordare che le ancelle sono diventate delle possedute – dalla propria libertà. Hanno finito da un pezzo di obbedire, a chiunque se non a se stesse e alle proprie simili.

il manifesto 25.11.18
La marea che la politica non vede
Non Una Di Meno. Il tema della violenza ha animato una mobilitazione rumorosa, forte, organizzata e sorridente come negli ultimi anni e come succede da quando il movimento femminista è nato
di Norma Rangeri


Si giocano grandi carriere politiche, a destra come a sinistra, sulla questione della sicurezza, ma ieri bastava essere a Roma per capire che le strade libere nel nostro paese le fanno le donne che le attraversano. La marea è arrivata a piccole onde, da Lecce come da Viareggio e il colpo d’occhio offriva un corteo di decine di migliaia di striscioni e cartelli, soprattutto una marea di ragazze.
Il tema della violenza ha animato una mobilitazione rumorosa, forte, organizzata e sorridente come negli ultimi anni e come succede da quando il movimento femminista è nato. Perché in Italia, come nel mondo, il movimento è nato sul tema della violenza: dall’aborto all’abuso sessuale la presa di coscienza e di parola non si è mai fermata.
Abbiamo imparato a riconoscerla, la violenza, ma non riusciamo a salvare la pelle, e i femminicidi non seguono il trend generale della diminuzione dei delitti. Se nel 2017 le richieste di aiuto ai centri antiviolenza hanno raggiunto la cifra di 50mila, vuol dire che la marea che ieri era in piazza porta sulle spalle il peso di un fenomeno che esprime la volontà di annientamento di donne e bambini, un catalogo dell’orrore che circonda la vita di chi reagisce a botte e maltrattamenti, con il seguito di denunce e drammatiche richieste di aiuto, spesso vane.
Questo governo, che contro i diritti dei più indifesi è all’avanguardia, taglia i fondi per la violenza di genere «solo del 2,7%» (parole del sottosegretario Spadafora), ignorando quel che accade (forse a palazzo Chigi leggono poco i giornali). Se non ci fossero le volontarie a mandare avanti le case di accoglienza, le cifre del massacro sarebbero ancora più spaventose.
Ma non solo i fondi che mancano. Leghisti, di ogni ordine e grado, organizzano manifestazioni contro l’aborto, e succede che i manifesti per la vita siano firmati persino da donne del Pd, come nel consiglio comunale di Verona. La sinistra e chi la rappresenta è lontana anni luce da queste ragazze. Loro sono la politica, una politica giovane tenuta fuori dalla porta delle istituzioni e del potere.

Il Fatto 25.11.18
Contro “stupri e offese” in un Paese di omofobi
In migliaia manifestano nella capitale “Non una di meno” esulta: “Siamo in 150 mila”
di Andrea Managò


Servivano la carica e la forza di migliaia di donne scese in piazza contro le violenze subite da parte degli uomini per riportare nelle strade di Roma una manifestazione viva e partecipata. Una manifestazione priva di bandiere e simboli di partito, con pochissimi esponenti politici, per lo più di sinistra, tra loro Laura Boldrini, che ha contestato alcuni provvedimenti della maggioranza di governo.
Sono accorse in diverse migliaia, “150 mila” secondo gli organizzatori del movimento “Non una di meno”, per manifestare contro la violenza sulle donne e per rivendicare la libertà di scelta su temi come l’aborto.
Al centro delle critiche il disegno di legge presentato dal senatore leghista Simone Pillon, animatore del Family Day, che contiene un parziale riforma del diritto di famiglia e chiede in caso di separazione dei genitori “l’affido condiviso” e “il mantenimento diretto e la garanzia di bigenitorialità” per i figli.
In testa al corteo le rappresentanti dei centri anti-violenza di molte città italiane. Anche se le organizzatrici hanno chiesto a più riprese che le prime file fossero ad appannaggio di sole donne, perché “oggi le protagoniste siamo noi”, non mancavano gli uomini. Purtroppo pochi, i quali sono rimasti nelle retrovie o sui lati del serpentone che ha sfilato tra le vie dell’Esquilino dalla centralissima piazza della Repubblica a piazza San Giovanni. Poco più indietro i gruppi di ragazze giovani, alcune vestite come le “ancelle” della serie cult The handmaid’s tale – in cui le donne vengono soggiogate e ridotte a mero corpo votato alla riproduzione – che gridano: “Contro ogni donna stuprata e offesa, facciamo tutte autodifesa”. Mentre dai carri che accompagnano i manifestanti parte l’invettiva contro il governo: “A Salvini e Di Maio diciamo che non li vogliamo, specie con un governo pieno di omofobi”.
Tra le più nutrite la rappresentanza della Casa Internazionale delle Donne di Roma, da mesi impegnata in un contenzioso con il Campidoglio per gli arretrati sull’affitto della sede, vicenda che mette a rischio la prosecuzione della decennale esperienza del centro anti violenza.
A metà percorso si levano 106 palloncini fucsia, il colore scelto dal movimento, in ricordo di altrettante donne uccise nel 2018 da uomini, perlopiù mariti o fidanzati: una ogni tre giorni. I dati elaborati da Eures parlano dei femminicidi come la causa di morte del 37% del totale degli omicidi commessi in Italia. Una strage, fatta di denunce inascoltate e violenze che si consumano al riparo delle mura domestiche.
Non manca la memoria delle ragazze coinvolte nei femminicidi più brutali avvenuti a Roma negli ultimi anni. Ecco allora il racconto scandito al megafono della tragica fine di Sara Di Pietrantonio, strangolata e poi bruciata dal fidanzato nel 2016 in zona Magliana. E poi quello di Desirée Mariottini, la 16enne morta a San Lorenzo in seguito ad una presunta overdose preceduta da una violenza di gruppo.
Ma non c’è solo Roma. Anche altre città d’Italia hanno aderito alla Giornata nazionale contro le violenze sulle donne: Palazzo Marino a Milano è stato illuminato di rosso. Lo stesso per la Torre di Pisa, come pure l’orologio della Torre civica a Latina.

Il Fatto 2t5.11.18
Maschi/femmine. La parità (non) si insegna a scuola
di Paola Zanca


La storia della Luna e del Sole è in un sussidiario di quarta elementare. Un mito della tradizione orale africana che diversi editori hanno inserito nei libri di testo della scuola pubblica italiana. Il racconto spiega come mai la Luna e il Sole, marito e moglie, non stiano mai insieme in cielo: hanno litigato perché lei non gli ha fatto trovare la cena pronta. Una “infame pigraccia” che si è perfino permessa di mangiare la polenta che il marito si era poi cucinato da sé. Il lieto fine: il Sole lancia il tagliere con la cena bollente in faccia alla Luna che “dolorante e vergognosa corse a nascondersi”.
La “dimensione di genere”,spiega bene Cristina Gamberi in Educare al genere (Carocci), influisce sulle nostre vite “da quando nasciamo fino alla terza età, e specie nell’adolescenza, quando si gettano le basi del divenire uomini e donne”. Secondo il rapporto Eurydice, tutti i Paesi europei hanno messo in atto politiche di educazione di genere in ambito didattico: tutti tranne Estonia, Ungheria, Polonia, Slovacchia. E Italia. “Nella società italiana – notano le associazioni delle Donne in Rete contro la violenza – gli stereotipi e pregiudizi di genere, i ruoli tradizionali assegnati a uomo e donna, sono riprodotti sin dai primi testi scolastici”.
E se “l’educazione è sessista”, per parafrasare il titolo della ricerca di Irene Biemmi sugli stereotipi di genere nei libri delle elementari, c’è poco da stupirsi se, per la metà degli intervistati da Ipsos per conto del dipartimento Pari Opportunità, le donne non dovrebbero lavorare a tempo pieno se hanno figli piccoli, sono le principali responsabili della cura della famiglia e si sono avvalse del proprio aspetto fisico per la loro realizzazione professionale.
È l’humus in cui nasce e prolifera la mentalità che è alla base della violenza. Ecco perché – spiega Biemmi, ricercatrice all’università di Firenze – è “scorretto associare l’educazione di genere alle misure di contrasto alla violenza” perché, piuttosto, l’educazione è lo strumento attraverso cui “costruire dinamiche relazionali sane e paritetiche tra maschi e femmine”. Quelle, quindi, in cui la violenza – né esercitata né subìta – ha diritto di cittadinanza. Uscire dalla “logica emergenziale” è il passo fondamentale. E solo dalla scuola si può provare a farlo: con la formazione obbligatoria degli insegnanti e con un intervento sui libri di testo che escano dai “binari rosa/azzurro” – spiega Biemmi –. “La femmina buona e mansueta, il maschio brillante anche se vivace”.

Il Fatto 25.11.18
Forza Vuota a Verona: la Vandea d’Europa ridotta a rosario flop
Ultradestra - Il corteo antiaborto è solo una sparuta processione. Più folla tra le “antagoniste”
di Ferruccio Sansa


Forza Pia. Povero Roberto Fiore, il leader di Forza Nuova circondato dalla sua banda nero vestita, così abituata a serrare le mascelle, a incutere timore. E invece ieri sera a Verona sono rimasti imbottigliati in una manifestazione che è finita, letteralmente, in un rosario: “Ma non era un corteo dell’estrema destra?”, sussurrava davanti all’Arena una signora con borsa Louis Vuitton. E l’amica: “Ma no, xe la Madona”. Povero Fiore, a guardarlo mentre sfilava per le strade di Verona affiancato da anziani muniti di crocifissi e rosari, avevi l’impressione che gli stesse per uscire il vapore dalle orecchie, come una pentola a pressione.
E pensare che ieri Verona era la città più blindata d’Italia: da una parte dell’Adige, in pieno centro storico, dovevano sfilare le truppe dei cattolici oltranzisti insieme con Forza Nuova per chiedere l’abolizione della legge 194 (quella sull’aborto). Oltre il fiume, in piazza Isolo, invece si erano riuniti presìdi antifascisti e femministi (l’associazione “Diciassette Dicembre” e il collettivo “Non una di meno”). Un altro capitolo del confronto teso cominciato quando il 13 ottobre scorso il consiglio comunale veronese – con il voto anche della capogruppo Pd – approvò una mozione ‘pro-vita’. Subito dopo migliaia di femministe e attivitisti di sinistra si ritrovarono in piazza.
Ieri la manifestazione dei cattolici conservatori – in piazza più foto di Papa Ratzinger che di Bergoglio – e di Forza Nuova doveva essere la risposta della destra: “Siamo venuti a Verona perché ci hanno impedito di sfilare a Milano. E perché qui abbiamo visto la vera faccia del femminismo. Vedrete, tra i nostri iscritti c’è anche il ministro per la Famiglia, Lorenzo Fontana (ex vice-sindaco di Verona, ndr)”, tuona, pur con voce sommessa, Pietro Guerini, che guida il movimento No194. Quello che chiede un nuovo referendum contro l’aborto. Ma la temibile macchina da guerra, minuto dopo minuto non compare: il ministro Fontana, forse avvertito del flop, si tiene alla larga dalla manifestazione. Nell’enorme piazzale 25 aprile – un segno del destino? – i manifestanti prolife si contano sulle dita di due mani. Poi arrivano i ragazzoni in bomber nero di Forza Nuova. Ma in tutto faranno una cinquantina di persone, circondati da centinaia di poliziotti e giornalisti. Surreale.
Ma l’astuto Fiore stavolta forse non ha calcolato bene, la situazione gli scappa di mano. In breve lo sparuto corteo viene preso in mano dai cattolici. I neri finiscono intrappolati tra un signore che canta il rosario nell’altoparlante, una donna che distribuisce santini, un’elegante dottoressa brianzola che sfila in bicicletta con un crocifisso alto un metro e l’immagine di Ratzinger. Nelle strade di Verona è tutto un coro, una lode: “Salve Regina, madre di misericordia”. C’è anche il Rosario. Scatta perfino una preghiera: “Signore proteggi Forza Nuova”. Ancora: “Signore proteggi il Governo”. Fiore all’inizio tenta proclami politici: “Oggi i miti del ’68 sono finiti. Non siamo più controcorrente. Le nostre manifestazioni aggregano folle oceaniche, guardate in Polonia: eravamo 250 mila”. Ma a Verona, gli fa notare qualcuno, non sono neanche 100 (contati). Vabbé, si parte. La processione, pardon, il corteo prosegue: “Mai visto una Madonna protetta da tanti agenti”, scherzano i veronesi all’ora dello spritz. Fiore e la comitiva con i crani rasati sembrano a disagio. Erano pronti a gonfiare i petti infuori e invece eccoli che cantano cori da oratorio. Chierichetti in bomber.
Non solo: hanno perso, e nettamente, la sfida con l’altra piazza. Femministi e anti-fascisti, a un paio di chilometri di distanza, hanno richiamato 500 persone. “Loro erano meno di cento? Comunque troppi”, sorride Pippo Civati, fondatore di Possibile e veronese di adozione. Troppi nella Verona dove i movimenti di estrema destra – da Forza Nuova a CasaPound, passando per Fortezza Europa – la fanno da padroni. Ma ieri tra flashmob femministi e Forza Nuova che recitava rosari tutto è filato liscio.

il manifesto 25.11.18
Giornata storica, una valanga di viola invade Parigi
Francia . Non solo gillet gialli, la marcia delle donne contro le violenze sessiste e sessuali riempie la città, come a Parigi non si vedeva da tempo. Le cifre delle violenze. Le richieste allo stato per poter lottare contro
la manifestazione delle donne a Parigi
di Anna Maria Merlo


PARIGI Non solo giallo, ieri a Parigi, ma una valanga di viola nelle strade della capitale. C’erano migliaia di persone, un lungo corteo dall’Opéra a place de la République, per la “marcia” contro le violenze sessiste e sessuali, un anno dopo il #Metoo. È stata una giornata «storica», dicono le organizzatrici. Manifestazioni hanno avuto lungo in una cinquantina di città francesi, 80mila le persone scese in piazza per la vigilia della giornata mondiale che l’Onu dedica alla lotta alle violenze contro le donne.
Mai a Parigi si era vista una partecipazione così elevata, 30mila (12mila per la polizia), anche se ieri la marcia ha dovuto fare i conti con la concorrenza dei gilet gialli, che hanno attirato tutti i commenti di giornalisti e politici, anche a causa delle ore di scontri sugli Champs Elysées.
La manifestazione di #Noustoutes, coordinamento nato lo scorso settembre, era stata prevista da tempo. La marcia, che era stata dichiarata in Prefettura, ha però dovuto cambiare punto di partenza a causa dei gilet gialli, che erano presenti non lontano, anche se place de la Concorde era stata loro negata dalle autorità a causa della vicinanza alla Senna (che faceva temere incidenti, e anche perché l’Eliseo non è lontano). A Montpellier ci sono stati anche momenti di convergenza con i gilet gialli, che hanno fatto un’ala d’onore al corteo femminista.
Nel pomeriggio, dalle 14.30, Parigi è stata attraversata da un lungo corteo, due ore di marcia, con il colore viola dominante. In testa uno striscione: «Vogliamo essere libere senza paure e in vita – agitazione femminista permanente». C’era l’allegria e la creatività tipica dei cortei parigini: «Moins de patriarcat, plus de chocolat» diceva un cartello. Anche questa manifestazione non è stata esente da polemiche. Alcuni non hanno gradito che nel corteo ci fosse uno «spazio non misto» (senza uomini), ma da #Noustoutes hanno spiegato che era opportuno per convincere delle donne a partecipare, per poter superare la paura.
I dati fanno paura: in Francia, secondo le cifre più recenti, ci sono ogni anno 220mila donne vittime di violenze. Ogni giorno ci sono 250 stupri, nel 2016, le donne morte sotto i colpi del loro congiunto sono state 123, una ogni tre giorni. La principale richiesta della marcia di ieri è la «fine dell’impunità degli aggressori». Grazie a #Metoo, le denunce sono aumentate in un anno del 23%. Le femministe chiedono il conto a Emmanuel Macron, che in campagna elettorale aveva promesso di fare della lotta alla violenza una «grande causa» nazionale. Ma i fondi per venire in aiuto delle donne vittime di violenze sono pochi, 79 milioni, mentre le organizzazioni femminili chiedono un consistente aumento, almeno a 500 milioni, per poter trovare luoghi di accoglienza non precari, per permettere di ricostruire la vita.
C’erano anche molti uomini alla marcia, ieri. L’appuntamento è stato preceduto nei giorni scorsi da varie petizioni a favore di un impegno chiaro contro le violenze. E anche per una vera parità, a cominciare dal salari, che in Francia, come altrove, restano inferiori per le donne a parità di competenze. C’è stato anche un Appello, firmato da 400 giornaliste, per sensibilizzare sul sessismo nelle redazioni.

Ritorno alla “Teoria del valore”?
Il Fatto 25.11.18
Una intervista a Mariana Mazzucato
“Per far ripartire la crescita serve un nuovo Iri”
Nel nuovo libro l’economista contesta l’idea che lo Stato debba solo agevolare i privati
di Stefano Feltri


“Le femministe ci avevano già spiegato tutto sul Pil: non diamo un valore alle cose che non paghiamo, come la cura agli anziani o ai bambini e se sposi la colf, il Pil scende perché prima c’era uno scambio economico che stava creando valore, con un prezzo, mentre dopo no”. Mariana Mazzucato, romana di nascita ma britannica per carriera, insegna a Ucl (University college of London) ed è consulente del governo scozzese oltre che della Commissione europea, ha appena pubblicato un nuovo libro: Il valore di tutto (Laterza). Che ha uno scopo ambizioso: riaprire un dibattito che era cruciale agli albori della teoria economica, con Adam Smith, David Ricardo, Karl Marx: chi genera valore e chi lo sottrae? Quali sono i soggetti che si limitano a vivere di rendite parassitarie, e quindi vanno combattuti anche con politiche pubbliche, e quali quelli che invece vanno incentivati perché producono innovazione, crescita e benessere? Tra gli economisti ha prevalso l’idea che è solo il prezzo che conta: se c’è qualcuno disposto a pagarlo, allora è una buona misura del valore.
Professoressa Mazzucato, che conseguenze concrete ha scegliere una certa teoria del valore?
Se prevale la teoria del valore secondo cui tutto il valore è prodotto dalle imprese, il governo rinuncerà ad avere un ruolo.
E questo è sbagliato?
Negli ultimi 200 anni le innovazioni sono state determinate dalle interazioni tra pubblico e privato, tra legislatore, sindacati e imprese che hanno co-creato il contesto dello sviluppo. Invece ora il governo si limita a chiedere all’impresa: “Di cosa hai bisogno? Sussidi? Incentivi”.
In Italia però lo Stato non riesce a trattare da pari con i privati. Lo abbiamo visto nel caso delle autostrade.
Ci vogliono idee chiare, competenze e a una visione forte del settore pubblico che stabilisce dove si deve andare. Non basta portare il privato in un settore regolato per avere miglioramenti.
In Italia, Stato è sinonimo di burocrazia e interferenze in economia.
Se siamo vittima di una teoria del valore che nega il valore creato dal pubblico, è inutile fare investimenti e produrre nuove competenze nel personale statale. Se al pubblico lasci compiti burocratici, gli statali diventeranno burocrati.
Si parla molto di un ruolo più attivo della Cassa depositi e prestiti.
In Scozia abbiamo detto subito alla premier Nicola Sturgeon: non fare come la Cassa depositi e prestiti che si limita a dare sussidi e garanzie di Stato o aiuta a industrie e settori che non fanno sforzi per riprendersi. Serve invece una logica “mission oriented” per una banca d’investimenti pubblica: lo Stato deve dare capitale a lungo termine, per investimenti ad alto rischio, a organizzazioni che sono disponibili a innovare nella direzione indicata dallo Stato. In Germania il settore dell’acciaio si è detto disponibile a migliorare il proprio impatto ambientale e lo Stato, che voleva ridurre le emissioni di anidride carbonica, con Kfw, la loro banca pubblica, ha finanziato la transizione. L’Italia ha dimostrato di saper fare altrettanto bene con la prima versione dell’Iri, nel dopoguerra. Bisogna tornare a quello spirito.
Per qualche settimana il suo nome è stato associato al Movimento Cinque Stelle.
Ho partecipato a una loro conferenza, a condizione che non fosse un evento di partito. E invece poi mi sono trovata sui giornali come futuro ministro, cosa che ho subito smentito. Ma in quella fase i Cinque Stelle parlavano di nuovi piani industriali, nuovo ruolo per la Cassa depositi e prestiti. Poi sui temi più delicati non hanno mai preso una posizione. E il dialogo sugli investimenti si è fermato.
Le piace il reddito di cittadinanza?
In Italia viene visto come soltanto per i disoccupati. Sembra quasi un’altra forma di cassa integrazione. Il vero problema dell’Italia non è dal lato della redistribuzione, ma da quello degli investimenti. I programmi di assistenza devono svilupparsi a margine di un programma più ampio che serve a creare nuova ricchezza da redistribuire.

Il Fatto 25.11.18
Sinistra 

I misteriosi arcani che tengono legata la base del Pd alla casta dirigente

Quali oscuri e misteriosi arcani governano la base e ancora oggi sono motivo di fascino e di attrazione per l’elettorato Pd, i suoi delegati classificati di serie A e di serie B? La politica classista spudoratamente “a piramide capovolta”? L’ideologia che, salvo gli slogan, non ha più nulla di sinistra? L’operato dei suoi dirigenti, perlopiù legati all’establishment, al sistema bancario e all’alta finanza che, con la base hanno poco da spartire… La loro condotta morale? Meglio stendere un velo pietoso. Le politiche sociali dei governi Renzi e Gentiloni? Mi pare che i poveri siano cresciuti a dismisura sotto la soglia di povertà e così i disoccupati… Allora cosa fa sì che i delegati di serie B stiano coi delegati di serie A? O che i loro elettori credano ancora in loro? Non ho ancora sentito un dirigente chiedere scusa, pentirsi e ravvedersi… Forse che ciò che accomuna questi personaggi è un carrierismo sconfinato legato al denaro e al potere; un collante capace di unire anche i più diversi. Casini, Calenda, Boschi, Renzi cos’hanno di comune con la sinistra? Forse siamo di fronte a quegli inspiegabili meccanismi evolutivi della politica che non sono regolati più dalla selezione naturale (voto del proprio elettorato) ma da una perversa mutazione puntiforme della classe dirigente con le “madamine” e i loro foulard.
Lettera non firmata

Talmente oscuri e misteriosi, questi arcani, che contengono la disperazione e il suo contrario, la speranza. Non è solo questione di fascino o attrazione. Del Pd e della sua ultima stagione si può e si deve dire tutto il male possibile, d’accordo, ma la sua base superstite, visti gli attuali sondaggi, merita ogni considerazione e rispetto. Al di là di facili battute sulla vocazione sadomasochista di questo popolo, c’è chi ancora identifica il Pd in una prospettiva di centrosinistra, al netto del classismo, del carrierismo, della divisione tra delegati di serie A e di serie B. Recentemente, tra la manifestazione democratica di piazza del Popolo, a Roma, e quella di Nicola Zingaretti per presentare la sua candidatura a segretario, ho sentito militanti disposti ancora a votare Pd a patto che non ci sia più Renzi. Rassegnati, quindi, a tenersi consapevolmente Casini e Calenda. In fondo questa è una mutazione cominciata negli anni Novanta quando in nome del blairismo, delle liberalizzazioni e dei salotti capitalistici l’ulivismo fondante del Pd imboccò la deriva centrista. È da allora che la sinistra-sinistra è un’altra cosa.
di Fabrizio d’Esposito

Corriere 25.11.18
l premier greco
Tsipras: meglio cedere ora
di Federico Fubini


«Cedete subito, poi sarà peggio»: il premier greco Tsipras dà consigli all’Italia. E sull’uscita dall’euro? «Buona fortuna».
Di recente Alexis Tsipras ha avvicinato alcune personalità italiane perché, come premier greco, aveva delle scuse da presentare e un consiglio da dare. Prima le scuse, o almeno la spiegazione, per non aver creato neanche un po’ di attrito nell’ingranaggio dell’area euro che sta mettendo il bilancio di Roma sotto accusa. «Non posso far nulla perché sarei il primo a destare sospetti», ha detto Tsipras, che senz’altro ricorda come l’Italia non fece nulla quando lui cercò disperatamente di ammorbidire le condizioni — allora draconiane — poste dall’area euro alla Grecia.
Poi però Tsipras, memore della ritirata che improvvisò nel luglio 2015 dopo aver bloccato i conti bancari degli elettori per evitare il collasso del sistema, ha offerto un consiglio all’Italia. «È meglio che facciate oggi quel che comunque vi faranno fare domani», ha osservato. «Se invece avete un’altra idea – ha aggiunto, forse alludendo all’opzione di uscita dell’euro che lui rifiutò - be’, allora good luck». Buona fortuna.
Non serve l’esperienza di un politico greco per capire che oggi non ne ha bisogno solo il governo italiano, ma l’intero Paese. Venerdì Moody’s, l’agenzia di rating che ha appena declassato il debito italiano a un solo gradino da «spazzatura», ha fatto capire che potrebbe rivedere in peggio il giudizio se l’economia peggiorasse ancora. E pochi giorni fa Goldman Sachs, la banca americana, ha pubblicato le sole stime di crescita davvero realistiche sulla base dei dati disponibili: il prodotto lordo dell’Italia nel 2019 dovrebbe crescere dello 0,4%, un terzo di quanto prevede la Commissione Ue e circa un quarto di quanto annunciato dal governo. Una differenza di Goldman rispetto a Bruxelles o ai politici di Roma, è che la banca non ha l’esigenza politica di fingere di credere che l’Italia sia in ripresa. La Commissione Ue potrebbe averla per rafforzare la sua accusa che il governo di sta comportando come la cicala della favola di La Fontaine; il governo invece per rafforzare la propria stessa favola, secondo cui questa manovra giova all’economia.
Naturalmente la realtà è diversa, più simile a quella descritta da Goldman. Il relativo allentarsi delle tensioni di mercato negli ultimi giorni è servito ad alcuni investitori per ricostruire posizioni ribassiste sull’Italia da livelli più favorevoli, contando sul fatto che i prezzi cadano ancora e i rendimenti del debito pubblico salgano. È ciò su cui si punta ai piani alti della Commissione Ue, dove si è già fatto il calcolo che l’Italia non possa sostenere uno spread a 400 punti (oggi il rendimento fra i titoli decennali di Berlino e di Roma è di 306 punti, il 3,06%, ma di recente ha già superato quota 330).
È questo che intende dire Tsipras quando invita gli italiani a cambiare strada per non essere costretti a farlo dopo danni ingenti, pagando un prezzo più alto. La Commissione e l’intera area euro ritengono di avere il coltello dalla parte del manico, perché vedono dove sembra essere diretta l’Italia: una crisi di liquidità sul debito nei primi mesi del 2019, quando il Tesoro dovrà fare provvista sul mercato ma gli investitori esteri proseguiranno il loro sciopero attuale. Questa crisi, se arrivasse, piegherebbe le banche prima ancora che il governo perda l’accesso al mercato.
La riflessione di Bruxelles si poggia poi su un altro fattore: l’Eurobarometro, un sondaggio della Commissione, mostra che il sostegno degli italiani all’euro sia molto cresciuto e oggi arrivi al 57%. Di conseguenza si ritiene che l’opinione pubblica obbligherà il governo a fare marcia indietro e a chiedere un salvataggio europeo – se necessario – pur di restare nella moneta unica.
Sono calcoli molto razionali, che non includono né rendono espliciti altri fattori. Il primo è che sul governo agiscono anche correnti sotterranee sempre pronte a prendere in ostaggio la maggioranza degli italiani e portare il Paese fuori dall’euro, per ragioni ideologiche o anche solo di potere: non perdere il controllo di fronte alle pressioni di Bruxelles. Il secondo fattore è che le condizioni di un eventuale salvataggio europeo potrebbero di fatto includere la cessione — convenientemente — a soggetti esteri di Eni, Enel, parti della stessa Cassa depositi e prestiti o il rinvio o la revisione in peggio dei termini di rimborso dei titoli del debito pubblico ai creditori privati. Il terzo poi è una differenza di fondo con l’esperienza dello stesso Tsipras: nel 2015 lui poté decidere da solo, mentre oggi l’Italia è guidata dal duumvirato dei vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini. Nessuno dei due, cedendo a Bruxelles, vuole lasciare le praterie elettorali del populismo all’altro. Non è chiaro se i vicepremier si rendano conto in pieno della strada sulla quale hanno messo il Paese. Perché in fondo la trattativa che conta non è fra Roma e Bruxelles, ma fra loro.

Repubblica 25.11.18
Zagrebelsky scuote la sinistra: è una sveglia
Da Cheli a Cassese, da Tarquinio a De Monticelli molti consensi all’appello sulla resistenza civile Castellina: serve autocritica
di Maria Berlinguer


Gustavo Zagrebelsky rompe un lungo silenzio con un appello dalle colonne di Repubblica. « È arrivato il tempo delle resistenza civile » , scrive il professore invitando a reagire di fronte alle illegalità e contro la cultura della discriminazione e della violenza. « Fino al limite della disobbedienza civile, come ci ha insegnato Don Milani».
«Condivido in pieno l’appello di Zagrebelsky, confesso che mi sono un po’ emozionato leggendolo perché è la prima volta che si mette in chiaro quello che sta capitando così lucidamente » , dice il costituzionalista Enzo Cheli. «I costituzionalisti sono restati silenziosi? Vero, perché nessuno sta attaccando formalmente la Costituzione scegliendo di smantellarla in modo subdolo. Come? Per esempio con la politica che si sta facendo sull’Europa che è una violazione dell’articolo 11 sui trattati internazionali. Zagrebelsky ha dato una sveglia a tutti ricordandoci che il problema oggi non è la governabilità ma la democrazia », aggiunge Cheli.
Anche Sabino Cassese condivide i principi dell’appello. E, ci tiene a sottolineare, non da ora: «Scrivo settimanalmente quello che penso quindi non sono d’accordo sul fatto che i costituzionalisti hanno sottovalutato quello che accade. Non tutti. Fra tre settimane uscirà anche un mio libro. Tuttavia anch’io sono esterrefatto rispetto alla sottovalutazione dei pericoli che stiamo correndo, ma sono altri che dovrebbero parlare».
Marco Tarquinio, direttore di Avvenire è preoccupato. «È difficile non vedere lo scivolamento verso valori antidemocratici, verso forme di razzismo e anche di violenza. A volte vengono in mente i primi decenni del secolo scorso. E anche l’attacco all’informazione del governo va in questa direzione Fino a oggi Salvini ha avuto gioco facile con i ministeri della propaganda, ma la realtà è testarda e l’Italia resta una grande democrazia e io credo che abbiamo gli anticorpi per reagire». Non è solo in mondo intellettuale a rilanciare l’appello. «Mi spaventa la legittimazione dell’ odio, gli atti di razzismo che si moltiplicano. Sono d’accordo con l’appello alla resistenza civile contro questo governo che ha permesso a tutti di tirare fuori il peggio. Razzismo e xenofobia c’erano anche prima. Ora però nessuno si vergogna», dice Nicola Pesoli, 18 anni, studente del liceo Mamiani di Roma, il primo occupato contro il governo.
Dice Luciana Castellina, nome storico della sinistra italiana: « Se sono preoccupata dalla deriva antidemocratica? Certo. Condivido gli appelli alla resistenza ma il punto è la ricomposizione della società. Questo governo non è frutto di una macumba ma il risultato di errori della politica e della sinistra. Purtroppo non basta più dire difendiamo la Costituzione, senza una vera autocritica sugli errori non cambieremo le cose » , avverte Castellina. L’ex ministra Maria Elena Boschi su Twitter: « Dunque il professor Zagrebelsky unisce la sua voce contro i rischi del governo. Non una parola però sulle responsabilità di chi ha sdoganato il grillismo e di chi ci accusava ingiustamente di deriva autoritaria».
«È un’analisi precisa di quello che sta accadendo » , dice infine la filosofa Roberta De Monticelli puntando il dito anche sulle promesse disattese di una parte del governo, quella del M5S. « Dove sono finite le speranze di legalità e di giustizia? Non penso che gli elettori li abbiamo votati aspettando dei condoni».
"Basta con il silenzio"
L’intervento di Gustavo Zagrebelsky sulla resistenza civile uscito ieri su Repubblica

Repubblica 25.11.18
L’intervento sulla resistenza civile
Quando si può disobbedire
di Roberto Esposito


Gustavo Zagrebelsky conclude il suo editoriale di ieri con un richiamo alla disobbedienza civile che, in casi estremi, è « una virtù » . Si tratta di un’espressione che colpisce per la sua radicalità, anche se certamente adeguata al momento che vive il nostro Paese. Ma intanto, che cos’è la disobbedienza civile? Si tratta di una nozione situata al limite dell’ordinamento giuridico, laddove legalità e legittimità sembrano entrare in tensione. Disobbedienza civile è un atto che può confinare con l’illegalità, ma allo stesso tempo politicamente legittimo. Hannah Arendt, in un celebre saggio del 1970, la rivendica come necessaria, ma insieme ne definisce le condizioni e i limiti. Nel momento in cui la guerra americana in Vietnam stava diventando un’inutile carneficina, la disobbedienza civile diventava l’unica possibilità di arrestarla, trasformando i movimenti per i diritti civili in resistenza.
Ma perché una forma di resistenza, ovviamente non violenta, alla legge possa essere considerata disobbedienza civile occorrono per la Arendt almeno tre condizioni. Innanzitutto essa non deve essere un atto individuale, come ad esempio l’obiezione di coscienza, ma coinvolgere un gruppo abbastanza ampio di cittadini. In secondo luogo deve essere dichiarata alla luce del sole da persone consapevoli delle proprie scelte e delle loro possibili conseguenze. E infine deve essere disinteressata. Deve cioè nascere non da interessi individuali, ma da opinioni e valori che riguardano l’intera collettività. In questo caso la disobbedienza civile acquisisce legittimità politica. Naturalmente, come scrive Zagrebelsky, in casi estremi.
Quali sono questi casi? È inutile precisare che la situazione italiana non è confrontabile con quella americana degli anni Settanta. E, tantomeno, con stagioni e luoghi ancora più lontani, come quello che richiama il nome di Gandhi, anch’egli a suo modo teorico di una forma di disobbedienza civile. Ma la disobbedienza civile, se tenuta nei confini suddetti, può diventare legittima anche nel caso in cui una maggioranza di governo tenda a sconfinare in quella che Tocqueville chiamava «dittatura della maggioranza ». Oppure quando alcuni atti governativi rasentino l’incostituzionalità. In questo caso, come scrive anche John Rawls in un altro classico del pensiero politico, la disobbedienza civile, tutt’altro che ferire la Costituzione, può diventare « un meccanismo di stabilizzazione del sistema costituzionale». Certamente il rapporto dei cittadini con le leggi è questione estremamente delicata. Ciò vale per il singolo individuo come per gruppi e associazioni organizzati. Ma anche il governo, per quanto regolarmente eletto, ha dei limiti che vanno rispettati.
Il primo dei quali sono i diritti umani di tutti coloro che in forma permanente o temporanea abitano il territorio italiano – anche se non forniti della cittadinanza. Essi vanno salvaguardati e protetti da parte di qualsiasi governo in carica. Il secondo è la libertà di parola e di stampa, garantita oltre che dalla Costituzione italiana, da una norma universale al cuore della civiltà europea. Il terzo principio è quello dell’interesse del Paese. Sul piano interno ed internazionale. Nessun governo può stravolgere la politica estera di uno Stato membro di organismi e alleanze internazionali senza aver prima espresso i propri propositi e chiesto l’approvazione in Parlamento. Ciò vale tanto più in un momento in cui l’ordine geopolitico mondiale subisce delle scosse che richiedono la massima prudenza e responsabilità. Ma dell’interesse nazionale fanno parte anche il tessuto sociale e l’equilibrio economico. Nessuno dei due può essere adoperato come strumento di lotta politica interna o, peggio, di strategia elettorale. Col risultato di portare l’Italia all’isolamento o alla bancarotta. In questo caso il riferimento, certo estremo ma controllato, alla disobbedienza civile può diventare inevitabile. C’è un punto aldilà del quale non è possibile restare inerti. Mi pare che stiamo per varcarlo. Quanto è avvenuto recentemente in alcune piazze, estremamente civili, a Torino e a Milano costituisce un richiamo più forte di quello che per ora viene dai partiti di opposizione. Sarà bene ascoltarlo.

Repubblica 25.11.18
Un Sassoon nello stagno
A questa sinistra serve una mossa
di Donald Sassoon


Alla fine degli anni Novanta la sinistra non appariva in crisi. Al contrario, per la prima volta gli stati più importanti dell’Europa occidentale — Germania, Regno Unito, Francia e Italia — avevano tutti partiti di sinistra al governo: Romano Prodi era primo ministro nella coalizione di partiti che includeva gli ex-comunisti; Tony Blair, dopo diciotto anni di potere conservatore, riportò i laburisti al potere con una vasta maggioranza; in Francia Lionel Jospin divenne primo ministro e in Germania Gerhard Schröder, del partito socialdemocratico, fu eletto cancelliere. La sinistra era in carica (da sola o in coalizioni) anche nella maggior parte degli altri paesi dell’Unione europea: Svezia, Olanda, Finlandia, Austria, Belgio, Danimarca, Portogallo e Grecia.
Comunque i partiti europei socialdemocratici non riuscirono (né provarono veramente) a sfruttare quella congiuntura particolare per stabilire diritti sociali ed economici comuni a livello continentale, una rete di assistenza sociale per tutta l’Unione europea, una politica fiscale ridistributiva valida ovunque nella Ue oppure un rigido sistema di regolamentazione del mondo del lavoro diffuso in tutta Europa. Ogni partito socialista fu obbligato ad adottare una politica interna poco attenta al contesto europeo, pur dedicando un’insolita retorica verso il concetto di integrazione sovranazionale. L’istituzione di una singola moneta, l’euro, non facilitò l’implementazione di un sistema di controlli paneuropei, che avrebbe dato all’euro una struttura regolamentare appropriata. L’Unione europea è rimasta sostanzialmente una confederazione disunita di stati con capitalismi divergenti, dove tutto è soggetto all’obiettivo della competizione libera, pur mascherata da armonizzazione; da qui deriva la crisi contemporanea, resa ancor più grave dalla decisione del Regno Unito di lasciare l’Unione. Il problema sorge dalla difficoltà di difendere i diritti sociali ed economici sulla base della singola nazione, essendo altrettanto difficile raggiungere un accordo a livello europeo per applicarli.
La recessione globale iniziata nel 2007 contribuì ai sentimenti antieuropei. Un sondaggio condotto nel settembre 2012 dimostrò che l’Unione europea stava registrando valutazioni in calo (pur restando ancora favorevoli) da una maggioranza della popolazione in paesi ove il concetto di Ue era molto radicato, come Germania, Francia e Italia, per non parlare dell’Inghilterra. Tutto ciò dimostra che le opinioni pro-Europa riflettono il comportamento dell’economia: quando essa è positiva, l’Europa è popolare. Quando erano in carica, i partiti socialisti hanno finito per fare quello che ci si è sempre aspettati dai governi europei: assicurarsi che il loro capitalismo "nazionale" rimanesse forte e competitivo.
Si impose così una "grandiosa narrativa" della proporzione globale, mai vista prima. Raccontava una storia di progresso che era acutamente diversa da quella raccontata dalla sinistra. La narrativa della sinistra vedeva il socialismo come il successore naturale dell’Illuminismo: un sistema razionale che sanciva i diritti economici e sociali avrebbe completato il lavoro della democrazia politica. La narrativa dei neoliberali era diversa: il mercato globale stava per ottenere un’era senza precedenti di libertà individuale. Questo sviluppo era impedito da regole e regolamentazioni imposte dallo stato. Tassando le persone si tassava anche l’imprenditorialità, l’innovazione e lo sforzo individuale. Secondo questa visione, il socialismo in tutte le sue forme era stato meritatamente sconfitto dato che era, ed è, illiberale, dogmatico e inefficiente. Mentre scrivo, i partiti socialdemocratici tradizionali sono stati ampiamente sconfitti in Europa, e dove non lo sono stati è per via di nuove formazioni (Syriza in Grecia e Podemos in Spagna) o per la scelta di spostarsi verso la sinistra (in Portogallo dove i socialisti hanno stretto un patto con la sinistra radicale, oppure in Gran Bretagna, dove il Partito Laburista ha eletto Jeremy Corbyn come proprio leader).
I cosiddetti partiti "populisti" che sono emersi nell’Europa dell’Est, in Italia e Francia (dove Marine Le Pen ha ottenuto più del 30 percento nelle elezioni del 2017), e che sono potenti anche in certi paesi scandinavi, sono contro gli immigrati, anche se un’implementazione rigida dei principi neoliberali sosterrebbe il libero movimento della manodopera. Lo scarso rendimento della sinistra e la modestia dei suoi obiettivi sono ancor più sorprendenti se si considera che gran parte dei sondaggi dimostra che la maggioranza (più del 70 per cento) degli europei è consapevole che il divario tra ricchi e poveri è aumentato, che il sistema economico contemporaneo favorisce i benestanti e che le diseguaglianze rappresentano un grave problema. Le prospettive per la sinistra, che non vuole o non è in grado di capitalizzare tali opinioni e difendere i diritti economici e sociali del passato, sono cupe. I suoi partiti sono stati obbligati a mettersi sulla difensiva e hanno poco di nuovo da proporre, ma una strategia difensiva può reggere solo se è temporanea. Lo scopo della politica tuttavia è quello di vincere, non di stare ferma.

Repubblica 25.11.18
Intervista con Alberto Asor Rosa
Come rompere il Grande Silenzio
Sono lontani i tempi di Fortini e Pasolini.
E il professore che li vide da vicino spiega perché in 50 anni è cambiato tutto. E perché un giorno decise di scrivere un articolo indirizzato a un leader del Pd. Ma rinunciò
di Paolo Mauri


È quasi inevitabile, parlando di intellettuali e, per usare un termine ormai desueto, di impegno, andare a trovare Alberto Asor Rosa che di questi temi si occupa da sempre. E se ci fosse qualche segnale di ripresa, che so una nuova disponibilità a occuparsi della società da parte dei giovani intellettuali? « Vorresti dire », sorride Asor Rosa, «che forse è finito il "grande silenzio"?!». A proposito, aggiunge subito dopo, di che anno è? E subito scova una copia del libro intervista, intitolato appunto Il grande silenzio, che fece con Simonetta Fiori proprio sul tema degli intellettuali. Siamo nel 2009.
La fine di un’epoca è evidente e ne hai scritto molto: oggi è davvero difficile trovare i sostituti di Calvino, Fortini o Pasolini… « Non si tratta solo di scrittori. Penso per esempio a un intellettuale come Norberto Bobbio che riversava nel dibattito pubblico i risultati dei propri studi. Oggi è solo grazie a grandi quotidiani come Repubblica o Il Corriere se capita di incontrare il pensiero di intellettuali come Massimo Cacciari, Nadia Urbinati, Roberto Esposito o Ernesto Galli della Loggia. Insomma una continuità con quanto accadeva nei decenni precedenti c’è ancora, anche se è meno evidente».
C’è chi ci riprova: proprio su Repubblica Gustavo Zagrebelsky invita alla " resistenza civile". Ma il grande silenzio non è solo nostro. Anche in Francia la figura dell’intellettuale in prima linea si è molto appannata.
«Se prendi gli scrittori, le nuove generazioni, c’è un distacco netto dall’epoca dei Fortini e dei Pasolini che prima citavi. Qualche anno fa ho dedicato un saggio al tema "scrittori e massa" ponendolo idealmente in parallelo a "scrittori e popolo" di cui mi ero occupato quasi mezzo secolo prima. In cinquant’anni è cambiato tutto, addirittura quel popolo non c’è più e la massa postmoderna è, culturalmente parlando, un’altra cosa. Sono persino cambiati i modi di produrre libri, di scrivere romanzi».
Mi sembra che oggi prevalga il microcosmo: gli scrittori, quando non scrivono gialli, raccontano sé stessi ed è raro che si occupino di una realtà più vasta. Un po’ quel che accade con i social: Facebook è uno specchio nel quale si riflette chi lo usa.
«Per non parlare di Twitter che i potenti usano come megafono, senza nessun filtro. Basta vedere quello che combina Trump…».
Oggi i partiti, almeno qui da noi, ma non solo, si caratterizzano per la loro improvvisazione, diciamo così, culturale. Sono nati letteralmente ieri, ma l’essere senza radici non li aiuta nell’elaborazione di una linea politica. Non pensi che gli intellettuali abbiano qualche difficoltà a discutere di politica anche per la diversità dei linguaggi?
« Confesso che qualche volta mi è venuta la voglia di scrivere un articolo indirizzato al segretario del Pd, poi ho lasciato perdere».
D’altra parte gli intellettuali oggi hanno abbandonato lo strumento rivista per fare gruppo ed elaborare progetti, culturali o politici. Stranamente internet, che rende molto più facile di una volta pubblicare una rivista, non ha visto nascere luoghi di confronto, o almeno non particolarmente visibili.
«Qualche giorno fa ho ripreso in mano un numero di Laboratorio politico, una rivista appunto di intervento e dibattito che risale ai primi anni Ottanta e che era pubblicata da Einaudi. Beh, un gruppo di tutto rispetto: da Rodotà a Cacciari, Tronti, Bodei, Rusconi, Tarantelli, Marramao…».
E naturalmente Asor Rosa. C’era anche, se non ricordo male, Rita Di Leo. Poi la rivista chiuse anche perché la Einaudi entrò in crisi e si fece un convegno sulla fine della politica.
« Eravamo in perfetta sintonia con quanto andava accadendo e sarebbe poi accaduto nel decennio successivo con l’arrivo di Berlusconi. Tutto cambiava e anche gli scrittori, come abbiamo già detto».
A opporsi pubblicamente era rimasto Tabucchi, che più volte era intervenuto contro Berlusconi e le leggi "ad personam".
«Tabucchi, certo. Nel nuovo millennio abbiamo avuto il clamoroso caso Saviano che con Gomorra,
uscito nel 2006, ha portato in primo piano i delitti della camorra».
Non è il vecchio impegno subalterno al Pci di cui parlavi in " Scrittori e popolo", è piuttosto una forma di intervento civile che, in senso lato, ha anche una valenza politica.
« Certamente. Mi è capitato di leggere e recensire La paranza dei bambini di Saviano. Saviano è soprattutto uno scrittore e il suo talento è nella narrazione».
Anche così si può rompere il grande silenzio?

Repubblica 25.11.18
Qui Berlino. L’impegno sa di destra
di Tonia Mastrobuoni


Il 95 per cento dei profughi non vuole fuggire da guerre e persecuzioni ma "immigrare nei nostri sistemi sociali".
L’affermazione lapidaria con cui Uwe Tellkamp, lo scrittore che ha raccontato magistralmente la Dresda degli anni del Muro, ha inorridito il suo editore Suhrkamp, non è un’eccezione.
Tellkamp ha poi rincarato la dose scagliandosi su una nota rivista di destra, Sezession, contro una discussione sui migranti che in Germania sarebbe imprigionata in un "corridoio" di opinioni. Tellkamp non è solo.
Uno dei più famosi artisti contemporanei, il fondatore della Nuova scuola di Lipsia, Neo Rauch, lo ha definito addirittura "la reincarnazione di Stauffenberg", il generale che morì nel tentativo di uccidere il Führer. La parola d’ordine dietro la quale si trincerano ormai molti intellettuali di destra nelle loro campagne d’odio anti-Merkel e anti-profughi è: resistenza.
Per la cronaca, Rauch ha definito il femminismo la "talibanizzazione della vita vissuta". La famosa egemonia intellettuale di sinistra della quale parla uno dei filosofi tedeschi più noti, Peter Sloterdijk, ormai è una chimera.
Il dibattito è dominato dallo spettro opposto. E alcuni dei nomi più influenti provengono dalla vecchia Ddr. Quando la dresdeniana Susanne Degen promosse un manifesto, Charta 2017, per protestare contro il trattamento riservato agli editori di destra alla Fiera di Francoforte, lo firmarono Matthias Matussek e altri intellettuali di primo piano.
Un documento che si riferiva alle proteste subìte alla Fiera da uno dei più rilevanti teorici della Nuova destra tedesca, Joerg Kubitschek. Nella sua casa editrice Antaios si incrociano i capi dell’Afd come Bjoern Hoecke o i leader dell’ultradestra giovanile degli "Indentitari".
Con questa destra studiosi come Peter Leo o Maximilian Steinbeis consigliano, da sinistra, di dialogare.
Ma è stato Kubitschek per primo a chiudere a ogni dialogo. Per lui, come spiega a Repubblica, «lo strappo nella società deve diventare sempre più profondo, il linguaggio sempre più esplicito».

Il Fatto 25.11.18
Le ville di lusso degli oligarchi sulla terra sottratta agli operai
Mosca - Inchiesta di Novaya Gazeta: gli ettari dove sorge la Rublevka in origine spettavano a mille addetti della Gorky II, fabbrica di pollame
di Michela A.G. Iaccarino


A Mosca, per capire la storia delle ville della Rublevka, enclave degli oligarchi nella Capitale russa, bisogna tornare al passato, su un volo Helsinki-Mosca del 1999. Stanno cadendo bombe in Cecenia, a Mosca c’è stato di crisi, Vladimir Putin sembra ancora un burocrate sovietico ma sta per passare alla storia come l’uomo che salverà il paese dal caos. Quando Putin scende le scale dell’aereo, di ritorno dall’Europa, è ancora un timido premier dal volto scarno ed è scortato da tre uomini alti, in lunghi cappotti. “Volevano rimanere nell’ombra, ma nemmeno per un secondo si allontanavano dal futuro presidente della Russia” scrive il gruppo di cronisti del quotidiano Novaja Gazeta. Sono angeli custodi armati, la lichnaya gardia, la guardia personale di Putin. Oggi sono i suoi vicini di casa. I “bodyguard del presidente” oggi lo sono di tutta la nazione. I tre sono Viktor Zolotov, adesso capo della Guardia Nazionale, la potente Rosgvardia; Oleg Klimentyev, ex governatore di Kaliningrad, ex capo di un’unità dell’FSB per la lotta al terrorismo, ora vice comandante FSO (servizio sicurezza presidenziale e delle alte cariche dello stato), ed Aleksey Dyumin, ex comandante delle forze per le operazioni speciali, ex vice ministro della Difesa, ora governatore di Tula. In Russia al presidente sono rimasti pochi nemici, ma tra loro ci sono i giornalisti della Novaya, i ricercatori pazienti del Fondo anticorruzione di Aleksey Navalny, quelli dell’OCCRP (Organized crime and corruption reporting) e i droni. Le fotografie aeree dell’indagine dei reporter hanno permesso di far vedere ai russi le dimensioni delle regge, più che ville, dove vivono i tre uomini del “krug”, il cerchio blindato del presidente, l’anello più stretto che circonda e protegge Putin. Torri, torrioni e parchi, più che giardini. Tante cifre al vaglio e una domanda sola. Un esempio: la proprietà di Zolotov e famiglia ha un valore di 15 miliardi di rubli e non è chiaro come un uomo che occupa una carica statale abbia avuto il denaro necessario per comprare quella terra. Un’altra voce coraggiosa prova a raccontare la storia.
Sono tante le porte che rimangono chiuse quando il cronista della Novaya bussa, poche quelle che si aprono per dire solo che non parleranno perché hanno subito ugrozy, minacce. La terra su cui sono edificate le ville dei tre spettava a mille operai della Gorky II, una fabbrica di pollame aperta da Felix Derxhinsky, il rivoluzionario sovietico fondatore della Ceka, che poi finì nel mirino della nuova élite. Con il crollo dell’Unione Sovietica, gli operai furono ingannati e costretti a cederla in cambio di azioni di quella stessa fabbrica che stava per essere smantellata e privatizzata. La terra finì ad un’altra società, la Zarya ed infine, alla troika di Putin.
La storia prosegue con foto in bianco e nero e un vecchio che non ha né potere, né salute, ma coraggio e documenti che accertano che lui ha ancora diritto a possederla. È figlio di uno degli operai della Gorky e si chiama Nikolaj Uvarov. È un avvocato. Lui alle minacce non ha ceduto ma è finito in coma dopo che uomini in passamontagna lo hanno picchiato per fargli cambiare idea. È stato salvato da alcuni passanti.
Intanto Novaya Gazeta continua a denunciare la corruzione del regime russo, ma inizia a sua volta ad essere denunciata. Vladimir Yakunin, ex capo delle ferrovie russe, ora vuole 5 milioni di rubli per danni all’immagine “e al suo buon nome per le informazioni offensive”. I giornalisti del quotidiano “hanno superato la linea rossa” quando lo hanno collegato all’omicidio dell’investigatrice Egenya Shishkina, che aveva materiale “esplosivo” sugli affari di Yakunin e famiglia, ma prima di rivelarlo, è stata uccisa ad ottobre scorso sulla soglia di casa, proprio come la sua collega, Anna Politkovskaja.

La Stampa 25.11.18
Il musicista che custodì le prove della carestia voluta da Stalin
di Giuseppe Agliastro


Rimasugli di un terribile surrogato del pane e due messaggi alle generazioni future. È l’eredità lasciata a tutti noi da un direttore di coro di Kiev, Oleksiy Sorokin, per raccontare la tragedia del Holodomor: la gravissima carestia provocata dal regime sovietico che mise in ginocchio l’Ucraina negli Anni Trenta. Il maestro di musica pagò probabilmente con la vita il desiderio di documentare il disastro causato dalla collettivizzazione agricola forzata voluta da Stalin e la morte di milioni di persone. Ma alla fine ha vinto la sua battaglia. I resti di quella sorta di pane tanto nocivo per la salute sono arrivati fino a noi. Sono stati scoperti la settimana scorsa da un dipendente dell’Archivio centrale degli enti pubblici ucraini. E a tramandarceli, ironia della sorte, sono stati proprio gli aguzzini dell’insegnante di musica, che li avevano custoditi gelosamente come «prova» contro il maestro.
Oleksiy Sorokin aveva 55 anni quando, nel 1932, l’Ucraina sprofondò nell’inferno del Holodomor. Lui raccolse dei pezzetti del surrogato del pane che veniva consumato nelle campagne attorno a Kiev e li avvolse in un foglio di carta. «Ecco un esempio del pane mangiato dai contadini nella primavera del 1932», si legge sul documento in russo. «Non ne conosco gli ingredienti, questo campione è per voi, affinché li scopriate». «A Kiev - scriveva il maestro - abbiamo del pane e non moriamo ancora di fame. Ma non abbiamo abbastanza cibo».
Un anno dopo la situazione pare decisamente peggiorata. Il 15 marzo del 1933, Oleksiy la racconta in un breve manoscritto nel quale conserva altre briciole di quel pane di pessima qualità che si mangiava ormai anche a Kiev. «Nella primavera del 1933 - scrive - la fame opprime tutti gli abitanti di Kiev in modo così duro che ci cibiamo di tutto quello che capita. Invece del pane - spiega - cuociamo pagnotte fatte di scorze di ghiande e bucce di patate con altre aggiunte. Lascio questo tipo di pane ai posteri affinché possano sapere».
Oleksiy sopravvisse alla Grande Fame. Ma non al Terrore staliniano. Il 26 giugno del 1941 la polizia perquisì la sua abitazione e lo arrestò. Le sue testimonianze sul Holodomor e i brandelli di pane furono archiviati come prove della sua «infedeltà» all’Urss. Oleksiy aveva 64 anni. Fu spedito in un gulag in Siberia e non fece mai più ritorno.
Il Holodomor colpì l’Ucraina tra il 1932 e il 1933 e fu una diretta conseguenza della collettivizzazione imposta con la violenza nel 1928. I villaggi venivano perquisiti alla ricerca di cereali da attivisti del partito e agenti di polizia, anche originari del posto. Nonostante la terra ucraina fosse fertilissima, l’obbligo di cedere i raccolti per rifornire le città ed esportare cereali condannò a morte milioni di abitanti di quello che era considerato il granaio dell’Urss. Secondo alcune stime, persero la vita 3 o 4 milioni di persone. Una tragedia a cui si aggiunse l’orrore: tanti furono infatti i casi di cannibalismo registrati dalle cronache dell’epoca.
Il Holodomor - negato dall’Urss fino all’avvento della perestrojka - è considerato da alcuni storici un genocidio contro il popolo ucraino. I nemici designati dal regime erano i kulaki, i contadini «benestanti», e con essi la popolazione rurale ucraina che contrastava il socialismo e la collettivizzazione. Altri esperti sottolineano che le persecuzioni non prendevano di mira un’etnia in particolare e che gravi carestie in quel periodo si registrarono anche in alcune aree della Russia e dell’Asia centrale.
Di sicuro il Holodomor fu un crimine contro l’umanità. L’Ucraina ieri ne ha commemorato le vittime, come fa ormai ogni anno il quarto sabato di novembre.

Corriere 25.11.18
L’ago della bilancia
Lo scontro Washington-Pechino non è economico ma politico
L’effetto europeo
Una nuova guerra fredda avrebbe l’effetto di separare ulteriormente gli interessi dell’Europa da quelli Usa
di Sergio Romano


Quando gli studenti di Pechino riempirono piazza Tienanmen, nella primavera del 1989, e una copia della Statua della Libertà fece la sua apparizione di fronte alla Città Proibita, il presidente americano era un repubblicano, George H. W. Bush, che aveva rappresentato gli Stati Uniti in Cina per 14 mesi fra il 1975 e il 1976, dopo la ripresa dei rapporti diplomatici fra i due Paesi. Mentre molti governi, fra cui persino il leader sovietico Michail Gorbaciov, credevano che in Cina stesse soffiando finalmente il vento della libertà e non nascondevano la loro simpatia per i manifestanti, Bush adottò una linea prudente e lasciò intendere che gli Usa non avrebbero mosso un dito per favorire un cambio di regime. Era convinto che la riforma di cui la Cina aveva bisogno fosse quella economica che Deng Xiaoping aveva lanciato nel 1978 con il programma delle quattro modernizzazioni; e sapeva che quella riforma sarebbe stata possibile soltanto se il partito comunista cinese avesse conservato un rigoroso controllo dell’apparato statale e della società civile. Non aveva torto. I risultati raggiunti negli ultimi trent’anni hanno dimostrato che le grandi trasformazioni, in questo immenso Paese, sono realizzabili soltanto se il potere è nelle mani di un forte gruppo dirigente. Ne abbiamo avuto una recente dimostrazione assistendo alla prontezza con cui Xi Jinping ha reagito a uno degli inevitabili effetti dello straordinario sviluppo economico degli anni precedenti. Soltanto un regime autoritario poteva stroncare con altrettanta rapidità e durezza la corruzione che si stava pericolosamente diffondendo nella macchina dello Stato e del partito. Gli Stati Uniti di Trump hanno adottato una linea opposta. La Cina viene accusata di avere sviluppato la propria economia con metodi truffaldini e la Casa Bianca annuncia un aumento dei dazi (dal 10% al 25%) che colpirà dal 1° di gennaio un pacchetto d’importazioni cinesi pari a 250 miliardi di dollari. La misura è economicamente discutibile. La straordinaria crescita del Pil cinese e la nascita di una dinamica società dei consumi giovano anche alle esportazioni americane e alle numerose ditte degli Stati Uniti che hanno deciso di localizzare in Cina le loro produzioni. Se il problema fosse veramente economico, le intese e i compromessi sarebbero sempre possibili. Ma le considerazioni a cui si ispira Trump sono prevalentemente politiche. Esiste oggi in America una corrente di pensiero per cui la Cina di Xi è il nemico di domani, un concorrente che potrebbe strappare a Washington il suo ruolo egemonico in Asia. E la Cina, dal canto suo, reagisce costruendo nuove basi militari nelle isole che costellano i mari meridionali del continente. Potremmo assistere, di questo passo, a una nuova guerra fredda che avrebbe l’effetto di separare ulteriormente gli interessi dell’Europa da quelli degli Stati Uniti.

Corriere La Lettura 25.11.18
Lo scisma degli ortodossi
Il Concilio annuniato n Ucraina rischia di determinare una rottura traumatica fra il patriarca di Costantinopoli, che ha un primato d’onore in quella confessione, e il patriarca di Mosca che vanta il maggior numero di fedeli. La posta in palio è il diritto all’autogoverno «autocefalia» della autorità ecclesiastiche schierate con Kiev
di Marco Ventura


È annunciato per le prossime settimane il Sobor, il santo Concilio che cercherà di dare all’Ucraina un’unica Chiesa ortodossa. Competono le tre maggiori Chiese del Paese. Quella fedele al Patriarcato di Mosca, circa il 20 per cento dei credenti sul totale, e le due vicine al governo ucraino presiedute rispettivamente dal patriarca di Kiev Filarete e dal metropolita Macario. La tensione ha raggiunto livelli clamorosi dopo che l’11 ottobre il patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo, primo tra pari tra i patriarchi del mondo ortodosso, ha ammesso Filarete e Macario alla comunione con le altre Chiese.
Tecnicamente non è il «riconoscimento» delle due Chiese di cui ha parlato la stampa internazionale. Costantinopoli ha invece preannunciato in un comunicato del 19 novembre il rilascio del tomos, il documento specifico con cui si riconoscerà il diritto all’autogoverno, l’«autocefalia» ortodossa, della Chiesa che nascerà dal Concilio. Il passo è grave per il Patriarcato di Mosca, che si sente debole nel processo verso un’unica Chiesa autocefala ucraina. «È stata attraversata la linea rossa», ha dichiarato il portavoce del patriarca Kirill, che ha anche parlato di «catastrofe» e di rischio che si interrompa la comunione eucaristica tra Mosca e Costantinopoli.
Il conflitto ucraino ha gli ingredienti delle grandi storie di religione e potere. I protagonisti si sfidano in ambizione e avidità: ricattano e comprano, sussurrano e gridano, trattano e sparano. Tutti vanno a letto con tutti; tutti avvelenano tutti. Il copione potrebbe funzionare sempre, ovunque. In questo inizio di terzo millennio, tra Kiev, Mosca e Istanbul, esso prende una forma peculiare. Lo spazio è decisivo. Il controllo del territorio attribuisce proprietà e finanze, popolazione e cariche, ricchezza economica e politica. Nel mondo ortodosso la questione è particolarmente cruciale.
Dalla sua ridotta di Istanbul, il patriarca di Costantinopoli ha un primato di onore e non di giurisdizione. Le Chiese sono autocefale, hanno ciascuna un proprio vertice, un capo. Lo spazio dell’ortodossia è concepito come diviso in fette controllate dall’una o dall’altra Chiesa. Il territorio canonico è un sofisticato congegno teologico e giuridico il cui funzionamento implica una feroce lotta contro ogni rivale interno al mondo ortodosso ed esterno ad esso, specie cattolici e musulmani. La coesistenza nello stesso territorio di più di una Chiesa, e di più di un capo, è una patologia. L’unità del potere politico segue il medesimo principio: un sovrano, una Chiesa, un territorio.
Le condizioni in cui nei secoli si sono trovati a vivere gli ortodossi hanno spesso contraddetto il principio. Nell’Impero ottomano, gli ortodossi arabi e serbi, greci e bulgari hanno formato comunità mobili e sparse, sotto governanti musulmani. Nel corso delle guerre russo-polacche, l’Ucraina è stata fatta a pezzi tra cattolici e ortodossi. Mentre il puzzle si disfaceva e si ricomponeva, ogni volta in modo nuovo, ogni volta in riferimento a un mitico passato, mentre nell’era della comunicazione digitale il territorio si disperdeva online, l’unità di potere politico ed ecclesiastico sul territorio canonico diveniva tanto più ambita quanto più lontana dalla realtà.
Dopo il crollo del comunismo, gli ortodossi si sono dovuti impegnare soprattutto contro i nemici atei e musulmani. Al centro della battaglia, il patriarca di Belgrado resisteva sotto le bombe degli occidentali secolarizzati e dava battaglia in Bosnia contro i mujaheddin venuti dall’Afghanistan, dal Kashmir e dall’Algeria. Lo schema dello scontro mondiale tra cristiani e musulmani ha dominato negli ultimi trent’anni la percezione del ruolo geopolitico degli ortodossi. È stato il caso delle Chiese ortodosse che non accettano il Concilio di Calcedonia (451 d.C.), gli armeni sotto costante minaccia azera e turca, e i copti egiziani. È stato il caso dei russi che, dalla guerra contro i musulmani ceceni e dal controllo dei musulmani nelle proprie frontiere, il 10 per cento del totale della popolazione russa, hanno tratto le risorse per la strategia di influenza sul mondo islamico culminata con l’intervento in Siria.
Il grande scontro con l’islam di cui sono stati protagonisti gli ortodossi ha lasciato in secondo piano altre tensioni. Dei 25 mila morti in Croazia tra il 1991 e il 1995, dei 55 mila caduti in Bosnia tra il 1992 e il 1995, delle centinaia di morti della guerra in Georgia, Ossezia del Sud e Abcasia tra 1988 e 1993 non si è parlato in termini di vittime di una guerra tra cristiani. Invece lo erano. Nel caso della Croazia e almeno in parte della Bosnia, le violenze ebbero luogo tra cristiani di diversa confessione, cattolici e ortodossi. In Georgia, ortodossi uccisero ortodossi. La pace intervenuta successivamente, negli stessi mesi degli accordi che misero fine al conflitto nordirlandese tra cattolici e protestanti, rese le violenze tra cristiani ancor più invisibili. Se c’erano state, e se anche si fossero davvero potute catalogare come «violenze tra cristiani», il loro tempo era finito.
A vent’anni di distanza, l’esplosione della guerra del Donbass nell’Ucraina orientale, ha nuovamente sfidato la convinzione che la violenza religiosa contemporanea abbia soltanto a che fare con l’islam. Come in Georgia negli anni Novanta, e con una magnitudine enormemente maggiore, cristiani hanno ucciso cristiani; addirittura, cristiani ortodossi hanno ucciso cristiani ortodossi. E continuano a farlo.
Il conflitto tra patriarchi e Chiese ortodosse in Ucraina mette allora davanti a un bivio. Lo scontro può essere visto e gustato quale lotta di potere politico ed economico, come fa la maggior parte degli osservatori. Si inseguono le sfumature, si pesano le mosse, si stringe il microscopio sugli attori locali, si allarga il campo a Kirill e a Bartolomeo. Ecco irrompere gli alleati: gli ortodossi americani in gran parte vicini a Costantinopoli, i serbi tradizionalmente amici di Mosca. Ecco i governi mettere mano al portafoglio: a Kiev per strappare qualche vescovo al Patriarcato di Mosca o per far sedere i dignitari filorussi al tavolo del Consiglio interreligioso; a Mosca per boicottare l’imminente Concilio. Ecco pesare gli interessi economici, i gasdotti, le risorse naturali e la diplomazia internazionale, l’Unione Europea, la Nato.
Solletica, questo modo di leggere la crisi ecclesiastica ucraina, ma resta in superfice e induce a sbagliare sui dettagli. La grande stampa internazionale lo fa proprio: perciò commette l’errore di annunciare un inesistente «riconoscimento» delle Chiese ucraine da parte del patriarca di Costantinopoli e trascura la posta in palio nel prossimo Concilio. Appiattiti su polemiche e trame, si resta ciechi davanti alla grande questione per i cristiani in Ucraina, dove dal 2014 sono morti in quasi 10 mila, e le violenze continuano. S’ignora cioè il nesso tra la crisi delle Chiese e questi morti, le migliaia di feriti, gli sfollati: i cristiani ucraini e russi, greci e serbi, appaiono privi di responsabilità, impotenti; in balia della politica e dell’economia, locali e globali.
Ecco il punto. Il processo che condurrà al Concilio sarà il test della capacità degli ortodossi, in Ucraina e altrove, di essere plurali e uniti, senza violenze. Sbaglierebbe, in proposito, chi snobbasse la vicenda come solo ortodossa. L’onda delle decisioni delle prossime settimane a Kiev, Mosca e Istanbul investirà in pieno tutti i cristiani che in Europa e in America, in Asia e in Africa, cercano il proprio posto nel futuro.

Corriere La Lettura 25.11.18
L’intesa tra Cina e Vaticano turba Taiwan
L’isola teme di essere abbandonata dalla Santa Sede
di Marco Del Corona


Si chiude una piaga, forse, e, forse, un’altra se ne apre. Se la Cina cesella per anni con la Santa Sede un’intesa sulla nomina dei vescovi («per la prima volta dopo tanti decenni tutti i vescovi in Cina sono in comunione con il vescovo di Roma», ha chiosato Pietro Parolin, segretario di Stato) e se il Papa si commuove accogliendo alcuni vescovi della Repubblica Popolare al sinodo di ottobre, Taiwan fa i conti con nuove inquietudini, per quanto preventivate. Religione e politica si mescolano e si sovrappongono tra Pechino e Taipei, tra il governo comunista, nato dalla rivoluzione di Mao Zedong, e quello della Repubblica di Cina, confinato nell’isola di Taiwan dopo la sconfitta dei nazionalisti di Chiang Kai-shek nel 1949.
Il Vaticano, infatti, intrattiene tuttora relazioni diplomatiche con Taiwan, non con quella Repubblica Popolare che nel 1971 ha ottenuto il seggio all’Onu ai danni dei rivali. E il Vaticano è l’unico Paese europeo a farlo, mentre le altre 16 nazioni che riconoscono Taipei e non Pechino come governo della «sola Cina» sono sparse fra America Latina, Africa e Oceania. La dizione «Repubblica di Cina (Taiwan)» è dunque un’audace foglia di fico: indica un’isola che è de facto indipendente senza poterlo dichiarare — pena la reazione di Pechino che la considera l’ultima provincia ribelle — e senza voce nelle organizzazioni multilaterali, schiacciata del categorico veto di Pechino.
In questo contesto l’intesa fra Vaticano e Pechino, per quanto «pastorale e religiosa», lascia intuire un percorso che in un indistinto futuro potrebbe sfociare in relazioni diplomatiche. Taipei resterebbe senza il più potente dei suoi alleati diplomatici (per quanto solidi trattati la leghino agli Stati Uniti). A Taiwan non se lo nascondono ma cercano di tenere il punto. «Abbiamo contatti stabili con la Santa Sede, il suo accordo con la Cina comunista ha una natura pastorale e non tocca le relazioni diplomatiche con noi», assicura a «la Lettura» il ministro degli Esteri, Joseph Wu Jaushieh, in un incontro che si svolge sotto un benevolente ritratto di Sun Yat-sen, fondatore nel 1912 della Repubblica di Cina. «Il Vaticano — aggiunge — è molto onesto nel tenerci informato su quanto accade. E c’è del buono: se c’è la possibilità di migliorare le condizioni dei cattolici in Cina ne siamo felici. È un tema che ci preoccupa molto, negli ultimi due anni la situazione era peggiorata sensibilmente, con chiese distrutte, una più intensa persecuzione». Non tocca solo ai cristiani: il ministro aggiunge infatti che «pensiamo anche ai musulmani del Xinjiang» — nei confronti dei quali le autorità di Pechino stanno attuando una politica repressiva che ha provocato la reazione di diversi organismi internazionali e, recentemente, un’allarmata lettera di diversi ambasciatori europei — e «ai buddhisti del Tibet».
La prospettiva taiwanese è pragmatica. «Vogliamo lavorare con il Vaticano — ci dice ancora Wu —per assistere chi ha bisogno, un impegno che ci viene riconosciuto». Soprattutto, però, «vediamo che con la Santa Sede le nostre relazioni non cambiano, restano relativamente stabili. Desideriamo che i cattolici in Cina abbiano le stesse tutele e libertà di cui godono qui a Taiwan. E l’accordo con Pechino è temporaneo, vale due anni: vediamo come si sviluppano le cose e come il Vaticano giudicherà la situazione dei cattolici».
La questione rivela con particolare nettezza gli equilibrismi cui è condannata Taiwan, dove adesso governa il Dpp, il partito democratico-progressista che, dal 2000, si alterna al potere con i nazionalisti del Kuomintang. La linea della presidente Tsai Ing-wen, ribadita dal ministro Wu, è quella del mantenimento dello status quo: resistere alle lusinghe e alle minacce di Pechino (che persegue l’obiettivo dell’unificazione), tutelare gli investimenti taiwanesi sulla «madrepatria», cercare di strappare qualche forma di riconoscimento internazionale più consistente della visita di Stato del presidente dell’arcipelago di Palau, come appena avvenuto. «Abbiamo diritto di entrare nella Wto, abbiamo diritto di avere voce nell’Organizzazione mondiale della sanità», ribadisce Wu. Ma, al di là dello Stretto di Taiwan, l’intraprendenza di Pechino è sempre più complicata da gestire. Il Dpp denuncia le interferenze («altro che la Russia in America») nelle elezioni amministrative che si svolgono oggi, domenica 25, mentre nel Kuomintang si fanno spazio posizioni pro-Pechino. La partita sino-vaticana — inevitabilmente politico-diplomatica per Taiwan — incombe. E il governo di Taipei, che ha visto in pochi anni calare da una trentina a 17 i Paesi che lo riconoscono (gli altri hanno preferito allinearsi a un Paese da quasi un miliardo e 400 milioni di persone, non a uno da 23 milioni), resiste alla tentazione di ingaggiare una gara con Pechino su chi fornisce più aiuti: «Competizioni di questo tipo non hanno senso».

Corriere La Lettura 25.11.18
Sapienza senza confini
Anche i cristiani a lezione da Avicenna
di Alessandro Vanoli


C’era una volta un Paese lontano. Dove le città, e spesso anche i sogni, si chiamavano Bukhara, Samarcanda e Isfahan. In quel Paese lontano c’era un bimbo, pieno di amore per una scienza che era ancora tutta quanta da scoprire. Quel bimbo leggeva e leggeva: imparando a memoria il Corano e i poeti persiani, studiando i libri dei sapienti che avevano scritto di letteratura, filosofia e scienze naturali. Ma più di tutte queste cose, il bimbo amava la medicina, tanto che pochi anni dopo, non ancora ventenne, ne era diventato un maestro.
La sua storia si trova nel volume illustrato Avicenna (Gallucci-Kalimat). Sfogliatelo: ecco un uomo dai lunghi capelli, vestito di eleganti broccati dai molti colori e circondato da libri, boccette, erbe e rimedi. E di pagina in pagina vedete quell’uomo farsi anziano, ma crescere in sapienza e conoscenze: parlare di infezioni e chirurgia, sforzarsi di alleviare le pene dei malati e viaggiare, soprattutto, ovunque, in quelle sue terre lontane, dove l’Oriente era il centro del mondo e la cultura pareva non avere confini. Certe pagine dorate come i libri miniati, altre blu come la notte, altre ancora verdi per evocare i piaceri di un giardino.
Difficile dire se sia davvero un libro per bambini. E forse poco importa una simile destinazione. In quei disegni che riempiono le pagine scorre la storia di uno dei più grandi uomini di scienza che il mondo abbia conosciuto. Si chiamava Ibn Sina e la sua lingua era il persiano, anche se spesso avrebbe scritto in arabo. Era nato alla fine del nostro X secolo, quando la grande unità del califfato islamico era ormai un ricordo e i territori dell’Asia centrale erano scossi da continue invasioni e cambi di potere: i Samanidi, poi gli invasori turchi Ghaznavidi e in seguito i Selgiuchidi. Un mondo spesso diviso politicamente, ma unito dalla religione islamica e dalla lingua persiana, oltre che dall’arabo coranico, diventato nel tempo la lingua dell’ufficialità e della religione.
Era il mondo dell’antica Via della Seta, caratterizzato anche a quei tempi da un intenso movimento: viaggiavano i cibi, viaggiavano le vesti, viaggiavano anche i libri. Pochi territori, anzi, furono caratterizzati più profondamente dell’Asia islamica da un’estrema mobilità fisica delle persone. Chiunque desiderasse mettersi in viaggio doveva semplicemente unirsi a una delle tante carovane che procedevano come convogli in lento movimento. Neppure poeti, astrologi, scienziati, medici, musicisti e ballerini erano estranei all’esperienza dei lunghi viaggi. Anche Ibn Sina ovviamente, che si spostò per tutta la vita tra il territorio iranico e il vicino Turkestan, operando come medico e consigliere di numerosi governanti. Come tutti gli uomini di cultura di quei tempi parlava e scriveva in persiano e arabo. Scrisse poesie e non pochi trattati filosofici, tra cui il più importante, il Libro della guarigione, diviso in quattro parti: logica, fisica, matematica, metafisica. Per questi argomenti seguì non poco l’ispirazione che gli giungeva dai Greci e fu come tanti suoi contemporanei seguace di Aristotele e del neoplatonismo, sforzandosi di conciliare tutto questo con la sua fede di buon musulmano.
Ma Ibn Sina fu anche e soprattutto l’autore di una delle opere scientifiche più importanti di ogni tempo, Il Canone di Medicina: un’opera imponente in cinque libri, in cui mostrava princìpi, anatomia, cure e medicine. Anche in quel campo doveva molto ai Greci: il corpo era per lui un sistema in continuo equilibrio tra elementi, complessioni, umori, organi, forze, azioni e spiriti e la medicina si sforzava di ripristinare quell’equilibrio alterato dalla malattia. Ma non fu affatto una semplice rielaborazione di Ippocrate o Galeno: Ibn Sina sperimentava e innovava. Il suo mondo era molto più vasto di qualsiasi confine culturale. Lo si vede anche solo nelle centinaia di cure e medicine che raccolse: spezie, erbe, rimedi di una tradizione millenaria costruita sulle esperienze di un intero continente. Difficile immaginare qualcosa di più chiaro che quelle sue pagine per mostrare il senso stesso della Via della Seta.
Morì a Hamadhan, in Iran, che era il 1036, ma la sua opera gli sopravvisse. Non solo nell’islam. Pochi decenni dopo, alla caduta di Toledo, le armate cristiane si trovarono davanti a infiniti tesori; e tra essi i libri. Così Ibn Sina divenne per la prima volta Avicenna nella Spagna del secolo XII. Merito di Gherardo da Cremona, che era giunto sin lì sulle tracce di altri libri e lì si era fermato, consacrando la propria vita alla traduzione in latino di opere scientifiche e filosofiche arabe. Tra queste figurava anche il Canone. E in quella sua nuova veste latina, Avicenna visse un’altra vita ancora: amato dai filosofi cristiani, eternato da Dante tra gli spiriti magni e infine studiato nelle università d’Europa sin quasi al Settecento.
Ecco perché val la pena di sfogliare queste pagine e i loro disegni. La bravissima Fatima Sharafeddine, autrice libanese di libri per ragazzi, ha scritto una storia che sembra una favola. La storia di una vita, che comincia con un bimbo che leggeva e termina con un anziano signore, pieno di riconoscimenti e di successi, ma soprattutto colmo di scienza e di saggezza. Il libro si intitola Avicenna, ma anche Ibn Sina: perché i caratteri arabi sono protagonisti tanto quanto l’alfabeto latino, con la bella traduzione italiana di Elisabetta Bartuli. Serve agli adulti per ricordare una figura che è parte intima della nostra storia, indipendentemente da quale mondo si provenga, arabo o latino, islamico o cristiano. Serve ai bambini per imparare una bella storia e, assieme ad essa, conoscere parole e scritte nuove, che poi sono spesso quelle dell’amico di scuola o del compagno di banco che è arrivato da un’altra sponda del Mediterraneo. Serve agli insegnanti per lavorare su una possibilità didattica non da poco: mostrare ai bambini quanto le loro culture possano essere ricche e quanto ci sia da imparare gli uni dagli altri. Serve a tutti noi per fare un piccolo sforzo quotidiano: ricordarci che il mondo e la sua storia sono ben più vasti di quegli stretti confini entro cui ci ostiniamo a relegarci.

Corriere La Lettura 25.11.18
L’ex ospedale psichiatrico di Maggiano dove il medico scrisse «Le libere donne di Magliano» hariaperto le porte una domenica di novembre, tra le ombre di pazienti che in queste stanze hanno vissuto. E soltanto in queste stanze
Tonia è stata qui. Anche Ettore
Gli ultimi fantasmi di Tobino
di Elisabetta Rosaspina


Tonia è stata qui. Il suo nome è l’unica traccia rimasta del suo passaggio, in questo luogo e in questa vita, incisa con mano malferma e ostinata in una lastra di marmo, davanti all’ingresso della cappella. Consumata dal tempo, ormai la sua firma è visibile soltanto a chi già ne conosce l’esistenza e, con il polpastrello, sa dove rintracciarne il solco sottile. Non è difficile immaginarsela, Tonia, persa in un mondo tutto suo mentre, accovacciata a terra e avvolta nella sua palandrana, si dedica con concentrazione all’importante compito che si è data per lasciare a chi verrà qualcosa di sé.
Ettore se n’è andato l’anno scorso. È morto qui. Dopo aver trascorso fino all’ultimo giorno dei suoi 68 anni nel fortilizio di Maggiano, anche dopo esserne stato, per legge, allontanato e aver cercato di integrarsi in città. Non era matto, raccontano quasi commosse, durante le visite all’ex manicomio, le guide della onlus di Volterra «Inclusione, graffio e parola». Perlomeno non lo era alla nascita «figlio dello scandalo», quale poteva essere al tempo la relazione fra una ragazza della Garfagnana e uno dei 15 mila Buffalo soldiers, i «soldati bisonte», com’erano soprannominati — in ricordo dei loro antenati nella guerra di secessione — i militari afroamericani della 92ª divisione, che era entrata per prima a Lucca nei giorni della Liberazione. Semmai Ettore è diventato problematico dopo, crescendo recluso nell’unico, per lui rassicurante, domicilio che ha conosciuto, immerso nel verde e isolato da alte mura invalicabili che dovevano escludere per sempre, lui e la sua pelle mulatta, dall’impressionabile vista della gente perbene.
Mescolati ai gruppi che si aggirano oggi nelle sale e nei cortili dell’ex ospedale psichiatrico, di cui lo scrittore-medico Mario Tobino fu primario per quarant’anni e direttore controvoglia per uno, c’è talvolta un’ex degente, come «l’Armida», che si svela, emozionata: lavorava in sartoria, cuciva le lenzuola, le tende, le divise per i pazienti. Talvolta qualche infermiere, in pensione o in incognito, condivide con una punta d’orgoglio il suo patrimonio personale di ricordi: «Quell’abete, lì nel chiostro della divisione maschile, era soprannominato dai malati l’albero di Natale». E sì, quella strana scacchiera scolpita con perizia sulla balaustra di pietra che delimita il porticato, è proprio opera dei matti: li rivede, seduti a cavalcioni sul basso muretto, passare le ore giocando.
Gli uomini erano una minoranza, nel vecchio «ospedale de’ pazzi» di Lucca; e, infatti, è dedicato a Le libere donne di Magliano il più bel libro che Tobino consacrò al luogo, cambiando discretamente una g in l, per sfumare la realtà nelle pagine del suo racconto. D’altronde esplicito e puntuale, come un diario: «La mia vita — scrisse all’inizio degli anni Cinquanta — è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Di qui parto per le vacanze. Qui, fino a questo momento, son ritornato. Ed il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare».
Poco è cambiato, in questi ultimi sessant’anni, nelle spesse mura di Maggiano. Ma nulla è più come prima. Tobino è scomparso alla fine del 1991 e, otto anni dopo, in ossequio alla legge Basaglia del 1978 (e in notevole ritardo sulle ingiunzioni arrivate da Roma a metà degli anni Ottanta), gli internati cominciavano a non essere più tali, almeno formalmente. Dovevano andarsene, volenti o (più spesso) nolenti, ed erano immancabilmente rifiutati da genitori e fratelli, se ne avevano ancora, incapaci di gestirne le esigenze e le intemperanze: «Molti misero in atto le loro tendenze suicide — si rammarica Isabella Tobino, nipote dello scrittore (suo padre, Pietro, era il fratello minore) e presidente della Fondazione Mario Tobino — ma a Lucca funzionano bene le adozioni etero-famigliari, per fortuna. Adesso ci sono le case-famiglia, i centri diurni, i laboratori, le cooperative per l’arte terapia e per il teatro». Frequentato dal 1999, dopo la chiusura, soltanto da qualche fantasma del passato, come Ettore, l’ospedale psichiatrico di Maggiano, sul colle di Santa Maria delle Grazie a sette chilometri da Lucca, è stato abbandonato alle intemperie e saccheggiato di tutto quanto potesse avere valore sul mercato antiquario: libri, arredi, perfino i letti a baldacchino delle suore, le Figlie della carità di San Vincenzo de’ Paoli, con le loro cuffie bianche «ad ali di pipistrello», scherza una delle guide.
Si sono salvate, trasferite all’Ospedale Campo di Marte a Lucca, due delle grandi vasche bianche di marmo dove, nell’Ottocento, si raffreddavano con l’acqua gelida i bollenti spiriti dei ricoverati in quella che, eufemisticamente, si definiva balneoterapia. La luce naturale entra dalla cupola nel grande locale semicircolare e piastrellato d’azzurro, adibito alla «cura» come un sinistro hammam; e che era diventato, già all’epoca di Tobino, la cucina della divisione femminile. Qui si preparavano i pasti per tutta la popolazione del manicomio: 1.400 persone, nell’immediato dopoguerra. Erano meno di un decimo, quando Maggiano chiuse i battenti.
Sette anni dopo, nel 2006, i nipoti di Tobino hanno creato la Fondazione con sede a Palazzo Ducale, a Lucca, e l’allora presidente della Provincia, Andrea Tagliasacchi, è riuscito a ottenere dai fondi del Lotto le risorse necessarie per ristrutturare almeno Casa Medici, la palazzina dove un tempo alloggiavano i dottori di guardia nel manicomio, e dove nel 2011 si è trasferita la Fondazione Mario Tobino. Mancava poco perché diventasse, come nelle intenzioni della sua famiglia, «un luogo della memoria». Finalmente lo è.
Accessibile al sabato mattina e in occasioni speciali al pubblico, l’ex manicomio è stato visitato a marzo, nelle due giornate di porte aperte del Fai, da 8 mila persone. Un successo inatteso. Domenica 18 novembre si erano prenotati sei gruppi da 40 visitatori ciascuno. Il percorso guidato costeggia solo esternamente l’immenso padiglione, dal tetto sfondato e dalle pareti pericolanti, dov’erano le camerate-dormitorio e le tremende «celle all’alga». «Erano stanzette di due metri per due — le descrivono le guide, cercando di non indulgere in dettagli raccapriccianti — e i pavimenti erano ricoperti da materassi di alghe marine e le luci erano incassate dietro una griglia, perché la malata non potesse ferirsi con nulla». Nei suoi accessi di follia, veniva rinchiusa, nuda e libera di sfogarsi, scaraventare in aria le alghe, frantumarle, trasformarle in coriandoli. Quando infine si tranquillizzava, la massa di alghe diventava il suo giaciglio, la coperta con cui rivestire la sua nudità, in un ritrovato pudore. La detenzione poteva durare un mese o pochi giorni, come «la bellissima ragazza di Livorno» descritta da Tobino, «alta, bruna, il corpo duro-michelangiolesco, bella e furente nella chioma nera e nell’espressione del volto»: «Arrivò in manicomio con tale agitazione che si dovette subito rinchiuderla in cella, dove nuda fece dell’alga dei raggi sensuali e semidivini. Poiché aveva smesso di mangiare e la dovetti alimentare notai che aveva preso un odore ferino, come in lei tutto ormai fosse confuso: bestia e dea».
Si può entrare nel vecchio laboratorio artistico, ma sbirciare solo a distanza il «cortile delle agitate», il prato dove deambulavano le ricoverate sconvolte, sì, ma meno feroci, «poiché non aggrediscono o se picchiano lo fanno non di frequente» valutava Tobino. In compenso urlavano incessantemente, a discapito degli ospiti di maggior riguardo, alloggiati nella casetta gialla dirimpetto: «Era il reparto — spiega la guida — delle persone di un certo livello, intellettuali, scrittori che attraversavano momenti di angoscia o depressione». Non fa nomi, vige anche a distanza di anni la protezione della privacy, ma tra loro probabilmente ci fu Lorenzo Viani, artista viareggino scomparso nel 1936: fu amico dello storico direttore di Maggiano, lo psichiatra Guglielmo Lippi Francesconi, trucidato dai nazisti perché non era allineato con le direttive del regime e, soprattutto, perché sospettato di aver dato rifugio a ebrei e partigiani.
L’ex eremo cinquecentesco dei frati canonici della Congregazione di Santa Maria di Fregionaia vide modificarsi nei decenni i metodi e gli strumenti dell’«ospedale dei pazzi», attivo dal 1773. Un campionario relativamente recente è esposto nel piccolo museo allestito al primo piano di Casa Medici: strumenti chirurgici e di contenzione, un apparecchio per l’elettrochoc, il carrellino delle cure o «delle torture», come li considerava Tobino nella sua raccolta di racconti intitolata Per le antiche scale. Le camicie di forza, a Maggiano, caddero in disuso: «Qui si preferiva un lenzuolo, trattenuto ai lati da due infermieri. Il paziente era così sotto controllo, ma poteva ancora muoversi», riferisce la guida.
L’arrivo del rimedio chimico nel 1952, quando si allontanò finalmente l’era spaventosa delle lobotomie, non parve a Tobino, figlio di farmacista, la miglior soluzione: «Vennero le guarigioni. Certo, con gli psicofarmaci — esponeva a Corrado Stajano in un articolo pubblicato il 13 maggio 1990 sul “Corriere della Sera” — si attutivano le personalità. C’era una ragazza di Viareggio che nel cortile del manicomio, specie nella buona stagione, saliva sugli alberi e volava da un ramo all’altro come una marinara. “Via, scendi, non ti credere di essere a bordo, le dicevo. Figlia di un calafato famoso, piena degli echi del mare, era felice in quei momenti. Con il Largactil diventò un’altra. Passava le giornate al chiuso del reparto, sonnolenta, la testa curva. E io mi dicevo: “Le ho tolto la gioia di quella che avrebbe dovuto essere la sua vita”».
Neanche la legge Basaglia, però, lo convinse. Non tanto perché volesse mantenere i manicomi, ma perché non esistevano strutture alternative per accogliere i suoi malati, molti dei quali, lasciati a loro stessi, «abbracciarono la morte»: «Cari amici, addio, non vi ho saputo né proteggere né vendicare».
Il suo studio è rimasto com’era: il suo camice ancora appeso dietro la porta, lo scaffale con le prime edizioni dei suoi libri, la poltrona che gli aveva regalato Paola Levi, moglie separata di Adriano Olivetti e compagna di vita, la macchina per scrivere sullo scrittoio, il letto, i biglietti da visita e una moltitudine di ricordi dei quali la nipote Isabella conosce l’origine: «Questo non è mai stato per me un luogo di dolore. Era un luogo per poveri, i ricchi avevano le cliniche. Quando ero bambina era il posto delle bambole di legno intarsiate o delle barchette con le vele, per mio fratello, fabbricate dai malati di cui lo zio non ci parlava mai».

Il Sole 25.11.18
Intervista a Yanis Varoufakis. L’ex ministro delle Finanze greco candidato alle europee
«Quota 100? Solo per lavori manuali Spingere sulle infrastrutture verdi»
di Carlo Marroni


Yanis Varoufakis, economista greco, ex ministro delle Finanze del primo Governo Tsipras da cui uscì sbattendo la porta, ha lanciato il movimento politico transnazionale Diem25 per un’alleanza europeo progressista, con il quale si candida alle elezioni europee del 2019 in Germania. Da domani è in Italia per due giorni per un ciclo di appuntamenti, tra cui quello a Roma presso lo studio legale Curtis dove, assieme a Sir Martin Sorrell, incontrerà un centinaio di esponenti della business community.
Spread Btp-Bund stabilmente oltre 300. Ci risiamo con il rischio-Grecia per l'Italia?
La somiglianza è che la Ue, in entrambi i casi, sta creando una crisi finanziaria per costringere un governo ad arrendersi. La principale differenza è che la minaccia di gettare l’Italia fuori dalla zona euro è molto meno credibile di quanto non fosse nel caso della Grecia.
Anche per la differenza delle dimensioni, certo. Ma a questi tassi i timori aumentano, e parecchio...
Sono comprensibili i timori che le autorità dell’Ue hanno in considerazione del fatto che l’Italia è troppo grande per fallire e per subire ricatti e troppo vicina ad un’implosione finanziaria che né Ue né Bce hanno gli strumenti per affrontare.
Manovra bocciata da Bruxelles ma il governo tira dritto. È un gioco delle parti o si va davvero allo scontro in un quadro di radicalizzazione dei rapporti tra forze politiche tradizionali e nuovi poteri?
Bruxelles sta cadendo nella trappola di Matteo Salvini. Stanno diffondendo minacce nei confronti di Salvini che rafforzano la sua presa all’interno del governo italiano. Salvini è una nuova forza? Sì, è ma, allo stesso tempo, è il prodotto della ridicola gestione da parte dell’Ue della inevitabile crisi dell’eurozona. Inoltre, in modo paradossale, Salvini e Bruxelles hanno bisogno l’uno dell'altro. Bruxelles ha bisogno di qualcuno come Salvini poiché offre a Juncker, Macron e Merkel l’opportunità di affermare :«Potremmo aver commesso degli errori ma siamo l’unica protezione che l’Europa ha per Salvini e gli altri». E Salvini ha bisogno di Juncker, Macron e Merkel perché le loro politiche fallite stanno suscitando il malcontento e la rabbia che Salvini sfrutta.
Ma il reddito di cittadinanza , così come prefigurato, può essere una strada? Molti hanno dubbi..
Non ci saranno redditi di cittadinanza. Tutto ciò che il M5S propone è un reddito minimo garantito standard che è subordinato all'accettazione di offerte di lavoro, anche se terribili. Questo schema esiste nella maggior parte dei paesi europei e non c'è nulla di radicale al riguardo. Mentre può aiutare alcuni italiani poveri per un pò, non offre alcuna soluzione al problema strutturale di ristagno di posti di lavoro e redditi a causa di investimenti molto bassi.
E la contro-riforma della legge Fornero, che fu varata proprio a fine 2011, con lo spread poco sotto 600: non si rischia di far saltare il banco per le generazioni future? I numeri sono numeri.
È importante non confondere ciò che sta accadendo nei mercati obbligazionari, il famigerato spread, con i problemi del sistema pensionistico. Gli spread stanno aumentando perché l’Ue e la Bce li stanno spingendo nel loro scontro con il governo di Roma. Sarebbero aumentati indipendentemente dalla politica del governo sulle riforme pensionistiche.
Resta però il tema dell’età pensionabile e della cosiddetta “quota 100”?
Per quanto riguarda la riduzione dell'età alla quale gli italiani si qualificano per una pensione, cioè invertire le riforme di Monti, ritengo che questa riduzione dovrebbe andare avanti solo per i lavoratori manuali e quelli a bassa retribuzione, ma non per quelli con redditi più alti che lavorano in finanza, pubblica amministrazione o nelle professioni. Qualsiasi cifra venga risparmiata dovrebbe essere investita in progetti infrastrutturali verdi.
Alle elezioni europee e si presenterà con il suo movimento Diem25, con un programma molto anti-establishment, ma da posizioni di sinistra. Ora in Italia queste posizioni però vengono soprattutto da destra.
Per anni ho sostenuto che il futuro della democrazia e dell’Ue dipendono dalla capacità dei progressisti - o europeisti radicali - di presentare in modo convincente un’agenda paneuropea che sfidi simultaneamente l’establishment austerità e la destra xenofoba che vuole smantellare l’Ue. Diem25 ha presentato un programma del genere (lo chiamiamo il New Deal europeo) e, nel maggio 2019, lo presenteremo agli elettori di tutta Europa.
Il M5S può essere un modello per la sinistra europea?
Francamente, no. Soprattutto da quando hanno accettato di essere la stampella su cui Salvini si appoggia per promuovere il suo nuovo momento fascista, M5S ha perso ogni pretesa di essere un modello per i progressisti
La sfida alla “dittatura” della burocrazia europea somiglia molto alle sue posizioni di qualche anno fa.
La tragedia della sinistra nel periodo tra le due guerre fu che i fascisti riuscirono a rubare la nostra narrativa - ad esempio lo sfruttamento dei lavoratori, la tirannia dei banchieri, la dittatura della borghesia - al fine di potenziare i loro partiti pseudo-antiestablishment, conquistare il potere e, in definitiva, per introdurre la peggior dittatura di sempre a sostegno… dell’establishment.. La sinistra ha il dovere morale di non permettere ai Salvini d’Europa di avere successo allo stesso modo.
Esponenti della maggioranza Lega-M5S ripetono che alla fine l’Italia dovrà uscire dall’Euro. Ci crede?
L’Italia non può prosperare all’interno dell’attuale architettura dell’eurozona. Questo è vero. Ma l’uscita dall’euro causerebbe costi ingenti ai più vulnerabili degli italiani. Naturalmente, Diem25 ritiene che dovremmo prepararci all’uscita dall’euro perché è fondamentale essere pronti anche per gli sviluppi che non vogliamo che accadano
Questo governo durerà 5 anni?
No. Salvini sta usando M5S per aumentare la percentuale di voti della Lega fino a quando, dopo le elezioni europee, potrà governare da solo.

Il Sole Domenica 25.11.18
Biografia. Il profilo del naturalista, ricostruito
in modo esemplare da Janet Browne, restituisce un uomo comune, dedito a lavoroe famiglia, ma capace di grandiose intuizioni
Mr. Darwin, la normalità di un genio
di Massimo Bucciantini


«Per alcuni era un genio del male; per altri semplicemente un genio». Inizia così la monumentale biografia che Janet Browne ha consacrato a Charles Darwin.
Consacrato, sì, mi pare proprio il caso di dire. Ma non in senso celebrativo. Anzi, direi proprio il contrario, perché in questo libro di agiografico non c’è proprio niente. La stessa parola “genio” usata nelle prime pagine viene subito destituita di ogni valenza romantica. Più che a un genio, tutto estrosità e sregolatezza, Mr Darwin assomigliava a un ordinary man, a un uomo qualunque, a un lavoratore tranquillo e metodico, dedito alla famiglia, sempre riluttante ad allontanarsi dalla sua casa in campagna, sempre rispettoso delle convenzioni sociali. Insomma dietro all’autore dell’Origine delle specie non c’è nessun ardente rivoluzionario. Darwin non ha proprio il physique du rôle dello spirito ribelle e anticonformista. E questa è la prima cosa che apprendiamo da questa avvincente biografia. Che conoscevamo già, ma che qui tocchiamo con mano, perché emerge da una trama fittissima di episodi e di fatti quotidiani che ci vengono narrati in uno stile sobrio e al tempo stesso appassionante.
Come è stato possibile che un uomo così normale abbia prodotto un’opera così sconvolgente? Quali incontri, accadimenti, circostanze, luoghi, letture, esperienze hanno influito nell’elaborazione di una teoria che ha scosso dalle fondamenta i quadri mentali prima dell’Inghilterra vittoriana e poi del mondo intero? Per rispondere a queste domande non c’è che da tuffarsi nelle pagine di questo libro di oltre mille pagine, al quale la Browne, docente di storia della scienza ad Harvard, ha lavorato per oltre vent’anni e che ora, finalmente, vede la luce in italiano. In un’ottima traduzione, va aggiunto, davvero all’altezza del libro.
La storia di Mr Darwin, è noto, è scandita da due momenti cruciali: il viaggio a bordo del «Beagle», da cui prendono avvio le idee rivoluzionarie sul mutamento evolutivo, e la pubblicazione e la circolazione dell’Origine delle specie, che renderà il suo autore uno scienziato di fama internazionale. Una vita con due centri attorno ai quali tutto si dipana. Ma al tempo stesso è anche una vita che contiene tante altre vite, segnata da una rete impressionante di rapporti sociali, di scambi epistolari, di intrecci tra routine familiare e impresa scientifica che questo libro ricostruisce con una cura dei dettagli ammirevole.
Si sa, le biografie sono libri verticali. Ci sono delle regole da rispettare, delle norme che non possono essere disattese nell’andamento della narrazione, e anche la Browne non si sottrae a questo obbligo. D’impulso ero tentato di saltare i preliminari, i capitoli dedicati all’infanzia, all’adolescenza, agli anni universitari trascorsi a Cambridge, per gettarmi a capofitto nel cuore del libro. Se proprio avevo deciso di leggerlo, lo avrei fatto a modo mio, catapultandomi subito dentro al «Beagle», dove avrei trovato ad aspettarmi il ventiduenne Charles e il terribile capitano Robert FitzRoy, e in loro compagnia sarei salpato per il Sud America e le Galápagos.
Per fortuna non è andata così. Fresco della lettura di un bel saggio di Oliver Sacks, Darwin e il significato dei fiori (pubblicato in Il fiume della coscienza, Adelphi) mi sono goduto l’incontro tra il giovanissimo Darwin e il botanico John Steven Henslow. Che Sacks tratteggia da par suo, ma che solo la Browne ci fa apprezzare nei minimi particolari.
Benché avesse solo tredici anni più di Darwin, l’incontro con il professore di Cambridge ebbe profonda influenza sulla sua carriera e sul suo modo di considerare il mondo della natura. Se Darwin non avesse seguito le sue lezioni, se non ne fosse diventato amico e discepolo fedele, la sua vita e le sue idee probabilmente non sarebbero state le stesse. Henslow considerava lo studio delle piante e dei fiori una materia ricca e vitale, da indagare con la stessa applicazione riservata agli altri organismi viventi. Le sue riflessioni sulle “varietà”, su esemplari ibridi, come sui diversi tipi di adattamento all’ambiente e sui sistemi di fecondazione superavano di gran lunga il suo interesse per le classiche distinzioni della tassonomia botanica. In breve tempo Darwin divenne per tutti gli studenti di Cambridge «l’uomo che passeggia con Henslow». E fu proprio Henslow, il 24 agosto 1831, a scrivergli per proporgli di imbarcarsi su una nave che in autunno avrebbe intrapreso un viaggio di esplorazione verso la Terra del Fuoco. «Non fatevi assalire da dubbi o timori riguardo alla vostra preparazione, perché vi considero l’uomo giusto di cui vanno in cerca». «Sono felice come un re», gli rispose il suo giovane allievo. E dal «Beagle» Darwin invierà a Henslow descrizioni dettagliatissime di piante, fiori, fossili e rocce dei luoghi che visitava. E sempre per lui predisporrà alle Galápagos un’accurata collezione di tutte le piante in fiore, osservando come specie diverse dello stesso genere si trovassero in isole diverse dell’arcipelago. «Ti assicuro – scriveva alla sorella Caroline durante il viaggio di ritorno – che penso con non poca ansia al momento in cui Henslow deciderà dei meriti dei miei appunti. Se scuoterà la testa con aria di disapprovazione, saprò che mi converrà rinunciare subito alla scienza».
Niente di quanto temuto accadde. L’origine delle specie uscì a Londra il 24 novembre 1859. E quel libro gli cambiò la vita. Come osserva la Browne, «quel mese di novembre Darwin decise chi voleva essere». Si dedicò anima e corpo alla difesa della sua visione del mondo, senza arretrare di un passo, con una tenacia e una grinta insospettata. Si trasformò in un brillante e abile stratega. Da quel momento, «Darwin convogliò tutte le energie dallo studio solitario alla persuasione pubblica». E gli attacchi incominciarono ancor prima che l’opera uscisse. A quattro giorni dalla distribuzione un anonimo recensore (il reverendo londinese John Leifchild), che aveva avuto modo di leggerla in esclusiva, sentenziò che il libro era troppo pericoloso per circolare liberamente. «Se una scimmia è diventata un uomo, un uomo che cosa non potrà diventare?», tuonava dalle pagine di una nota rivista letteraria. Darwin andò su tutte le furie. E fu l’inizio della tempesta. Ma John Murray, l’editore delle opere del geologo Charles Lyell e della seconda edizione del Viaggio di un naturalista intorno al mondo, non se ne curò molto. Quando il 22 novembre presso l’Albion Hotel, nel centro di Londra, si tenne l’annuale sale dinner per agenti e librai, tra le novità del suo catalogo figurava anche L’origine delle specie. E Murray era convinto che Darwin sarebbe stato uno dei più venduti. Per questo decise di puntare su una tiratura molto alta per un libro scientifico. 1250 copie. Certo non paragonabile alle copie stampate per il Racconto di due città di Charles Dickens, in uscita dalla concorrente Chapman & Hall.
Gli ordini arrivarono a quota 1500. Il libro andò esaurito il primo giorno. Ma il dato più incoraggiante fu che ben cinquecento copie furono prenotate dalla Mudie’s Circulating Library, una delle biblioteche circolanti più importanti di Londra. Ed era la miglior garanzia che il libro sarebbe stato letto da un pubblico sempre più vasto. Come in effetti accadde. Con buona pace del reverendo Leifchild.
Darwin. L’evoluzione di una vita Janet Browne traduzione di Piernicola D’Ortona, Paola Mazzarelli, Maristella Notaristefano, Hoepli, Milano, pagg. XXIII, 1158, € 59, 90

Il Sole Domenica 25.11.18
Storia della filosofia
Dalla Scolastica all’Illuminismo
di Armando Torno


Nella sua Storia della Filosofia Occidentale Bertrand Russell, che fu logico e matematico prima di essere saggista e attivista, ha scritto: «Tra la teologia e la scienza esiste una Terra di Nessuno, esposta agli attacchi di entrambe le parti; questa Terra di Nessuno è la filosofia». Qualcuno potrà arricciare il naso, ma codesta definizione, sorta di spazio topologico delle idee accumulate dagli umani, spiega più di tanti discorsi cosa sia e dove stia quella passione della mente chiamata filosofia.
Oggi, direbbe Schopenhauer, è un’epoca in cui i pensatori, o quelli considerati tali, sono più numerosi dei girini dello stagno. Qualche decennio fa per essere (o sembrare) un filosofo occorreva farsi crescere la barba, poi bastò diventare oscuri nei discorsi; più tardi prevalse l’appartenenza a correnti etiche o scientifiche, oggi conviene occuparsi di comunicazione o della cosiddetta Galassia web. Capiterà un giorno o l’altro - consideratelo inevitabile - di incontrare qualcuno che dirà con fare grave: tutta la cultura è in Rete, la Rete è cultura.
Non spetta a noi risolvere questioni di tal fatta, tuttavia possiamo consigliare a chi è allergico a una simile visione delle cose di vaccinarsi. Non occorre andare in un ambulatorio o al Pronto soccorso, basta leggersi una storia della filosofia. In molti ormai odiano il genere e sostengono che non sia più possibile scrivere un’opera che riassuma e presenti le idee dell’umanità. Non ci occuperemo di quelle scolastiche, che sono tante e devono obbedire ai programmi ministeriali, diremo però che un’ampia Storia della Filosofia Occidentale, a cura di vari autori, l’ha pubblicata in sette volumi il Mulino, tra il 2014 e il 2015. E ora Piero Di Giovanni, docente a Palermo, ha completato la sua con la parte dedicata all’età moderna.
Quest’ultima, scritta da una sola persona, è in quattro tomi. La pubblicazione è cominciata nel 2013 e vale la pena riflettere sulle divisioni dei periodi, giacché Di Giovanni ha scelto di trattare nella prima parte il pensiero tra il VII secolo a. C. e il II della nostra era, dai presocratici alla filosofia di Roma antica; ha poi chiamato Età nuova i secoli tra il III e il XIII, dal neoplatonismo alla Scolastica. L’Età contemporanea uscì già nel 2013 e partiva dall’idealismo per giungere ai «nuovi saperi», illustrando con misura tra l’altro marxismo, pragmatisti e positivisti, senza perdersi in tutte le epistemologie o in quella sociologia che ruggì e credette di risolvere, alla fine del millennio scorso, ogni problema. Il quarto e ultimo volume, che tratta l’Età moderna, tra il XIV e il XVIII secolo, ora disponibile, parte dalla crisi della Scolastica e giunge all’Aufklärung, a quell’Illuminismo tedesco che partorì Kant e che Di Giovanni pone dopo l’inglese, il francese e l’italiano.
Non spetta a noi dare un giudizio, ma in tale volume l’autore è stato, come nei precedenti, equilibrato, oltre che ben informato. Offre, per esempio, un dignitoso spazio a quel laboratorio d’idee che fu la Nuova Scolastica; e anche un capitolo all’Augustinus di Giansenio, opera che lascia tracce indelebili, anche se di solito è trattata in qualche riga. Insomma, una storia delle idee scritta da un solo studioso. Che è un buon vaccino contro i nemici (o i virus) di cui si è fatta menzione.
La storia della filosofia moderna Piero Di Giovanni Franco Angeli, Milano, pagg. 586, € 36


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