il manifesto 12.10.18
Bauman, rabdomante della modernità liquida
Scaffale. La rivista «Sicurezza e Scienze Sociali» dedica un numero al sociologo e pensatore polacco
Zygmunt Bauman
di Francesco Antonelli
Zygmunt
Bauman è stata una delle figure più rappresentative della sociologia
mondiale in questo primo ventennio del Duemila. Quella metafora della
liquidità con la quale ha saputo leggere con acutezza e profondità le
molteplici conseguenze della globalizzazione sulle persone e sulle
società, lo ha reso famoso presso un pubblico vastissimo. Bauman ha così
mostrato che il compito di quei nuovi «intellettuali interpreti»
(soprattutto i sociologi) di cui aveva analizzato ascesa e persino
necessità già nel 1987, è innanzitutto fornire grandi e comprensibili
quadri di lettura di una realtà che, altrimenti, rischia nella
contemporaneità di essere oscura e completamente sfuggente.
NONOSTANTE
QUESTI indiscutibili meriti o forse a causa di essi, l’opera di Bauman –
in parte come accadde in vita a Georg Simmel, sua grande fonte
d’ispirazione – ha sempre diviso profondamente la comunità scientifica
che in buona sostanza gli ha rimproverato una certa debolezza
metodologica, la mancata produzione di una teoria organica e lo stile
eccessivamente divulgativo. Peccato mortale in un’accademia divisa tra
autoreferenzialità e iper-specializzazione, non in grado di cogliere nel
suo insieme la complessità sociale. A questi attacchi si uniscono oggi
quelli più volgari e poco documentati di alcuni neo-sovranisti che lo
accusano di essere stato, addirittura, un apologeta della
globalizzazione e della postmodernità. Quando, al contrario, Bauman ne è
stato uno dei più attenti critici senza rinunciare, innanzitutto, a
descrivere la realtà così come si presenta.
Che ne sarà quindi
dell’eredità di Bauman? A questa domanda prova a dare una risposta il
numero monografico della rivista Sicurezza e Scienze Sociali (edita da
Franco Angeli), curata da Riccardo Mazzeo, e significativamente
intitolato Zygmunt Bauman. I cancelli dell’acqua. Questa opera si
segnala innanzitutto perché va ad arricchire una paradossalmente scarsa
produzione critica, sia in Italia sia all’estero, sull’opera di Bauman.
Il
secondo merito di questo numero monografico è quello di riunire su una
molteplicità di aspetti dell’opera del sociologo polacco – dalla Shoah
al lavoro, dalla globalizzazione agli intellettuali – le riflessioni di
alcuni dei più autorevoli studiosi italiani di scienze sociali – da
Mauro Magatti a Vanni Codeluppi – molti dei quali, come Benedetto
Vecchi, hanno conosciuto e lavorato con lo stesso Bauman. Allo stesso
tempo, significativa è la presenza dei contributi di più giovani ma non
meno acuti studiosi come Sabina Curti o Vincenzo Romania. Tre sono i
punti fondamentali che, come un filo rosso, attraversano tutti i saggi
raccolti nella rivista. Il primo concerne il permanere o meno di una
condizione di modernità liquida nelle società contemporanee, soprattutto
alla luce di quello che è il tema generale della rivista: il rapporto
tra sicurezza e socialità.
GIÀ BAUMAN, soprattutto nella sua ultima
opera, pubblicata postuma e dedicata alle «retrotopie», sottolineava
l’ingresso delle società occidentali nella gramsciana fase
dell’interregno. Una sorta di caotico guado nel quale il vecchio (in
questo caso rappresentato dalla modernità liquida, cioè dalla fase più
dinamica e dirompente della globalizzazione neo-liberale) si
destruttura, e il nuovo ancora non è nato. I saggi contenuti nel numero
mostrano come questo stato di crisi cronica sia dovuto, soprattutto, a
un approfondimento delle condizioni della modernità liquida ribadendo
così, con il dovuto senso critico, il permanere della fecondità delle
analisi di Bauman.
LA SECONDA QUESTIONE attiene all’impianto
metodologico dell’opera del sociologo polacco: proprio quella che viene
spesso indicata come una debolezza è invece, come argomenta Magatti, una
forza dell’opera di Bauman; che ci sollecita continuamente a essere
curiosi, rabdomanti del mutamento, e orientati a fornire ad un pubblico
più vasto gli strumenti per comprendersi e comprendere il mondo
circostante. Una postura intellettuale di tipo critico del tutto
peculiare e che, come argomenta Luca Corchia nel suo bel saggio, divide
profondamente Bauman da Habermas; canonicamente considerato
l’intellettuale critico (e classico) per eccellenza.
INFINE, IL TERZO
FILO rosso è rintracciabile nella questione del rapporto tra Bauman, la
modernità e la società keynesiano-fordista: qui emerge quella
centralità dell’ambivalenza come categoria interpretativa baumaniana
che, da una parte rivela l’esito totalitario che la modernità ha portato
con sé; e, dall’altra, l’importanza di sicurezze e garanzie
istituzionalizzate, nonché delle politiche redistributive, nello
stabilizzare la vita sociale e individuale di fronte all’incontenibile
dinamismo dell’economia. Un tema di nuovo centrale per determinare, in
positivo o in negativo, l’approdo al quale ci condurrà la lunga fase di
interregno nel quale siamo immersi.