venerdì 12 ottobre 2018

Il Fatto 12.10.18
Gaetano Azzariti
“Via l’art. 81 dalla Carta: sovrano è il Parlamento, non i mercati”
“La sovranità non appartiene alla finanza, ma neanche a un popolo astratto: la sovranità è solo costituzionale”
Eletto dal popolo. Le Camere, unica sede della sovranità popolare. In basso, di di Silvia Truzzi


Cominciamo questa conversazione sul rapporto tra Europa e Stati, tra volontà dei popoli e diktat di mercati e commissari, dall’inizio. Cioè dal secondo comma del primo articolo della Costituzione (“la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti stabiliti dalla legge”). Partiamo dalla Carta anche perché parliamo con Gaetano Azzariti, ordinario di Diritto costituzionale alla Sapienza.
Professore, assistiamo a continue tirate d’orecchie, per di più preventive, su quello che possiamo o non possiamo fare. La sovranità a chi appartiene? Ai popoli o ai mercati?
Non certo ai mercati, ma neppure al popolo astrattamente e retoricamente inteso. Nel Novecento la sovranità è ‘sovranità costituzionale’. Quando si evoca genericamente il popolo non si fanno i conti con quanto prescritto dall’articolo 1, cioè che questi esercita la propria sovranità entro le forme e i limiti stabiliti dalla Costituzione: è questo il perimetro della sovranità.
E che succede se – come ora – i cittadini non sono disposti a farsi dire come votare dai mercati?
Anche in questo caso le decisioni politiche fondamentali spettano non a indeterminati cittadini, ma agli organi costituzionalmente competenti, in primo luogo al Parlamento, ovvero – quando la Costituzione lo prevede – alle decisioni assunte direttamente dal corpo elettorale. L’equivoco di fondo è che spesso si parla di sovranità e si pensa a quella del capo, che non è titolare di alcuna sovranità diretta; in Italia neppure il governo è eletto dal popolo. Quel che si dovrebbe recuperare non è un potere decisionale in ‘capo ai capi’, ma all’organo della rappresentanza popolare, al Parlamento appunto.
Ma è possibile che si possa dettar legge dall’esterno anche sulla riforma delle pensioni di uno Stato sovrano?
Il vero argine alle decisioni politiche dovrebbe essere la Costituzione. Argine a tutte quelle misure che non tenendo in considerazione i principi costituzionali finiscono per compromettere la salvaguardia di diritti fondamentali. Da questo punto di vista, la misura che più preoccupa è la flat tax, se essa dovesse essere concepita come un’unica aliquota al 15% come si è a lungo scritto, poiché andrebbe in conflitto con il principio della progressività fiscale.
Come siamo arrivati a questo conflitto con l’Europa?
C’è stato un tradimento dell’Europa politica. La formula dei ‘piccoli passi’ di Schuman (cominciamo dall’unione economica per arrivare all’Unione politica) si è rivelata sbagliata. Una scommessa persa a causa della sottovalutazione della forza del mercato che ha fagocitato tutto. Dal ’92 i parametri di Maastricht hanno dominato lo scenario europeo. E quando nel 2000 si è provato a reagire elaborando la Carta dei diritti dell’Unione europea, l’Europa ha finito per voltargli le spalle.
Qual è la morale?
Per rimanere in Europa si deve lottare per dare un primato dell’Europa dei diritti sull’Europa dei mercanti.
Si può rimanere in Europa tentando di preservare il diritto dei cittadini di esprimere, attraverso il voto, un indirizzo politico?
Sì, riaffermando la centralità degli organi della rappresentanza politica che oggi sono messi in un angolo. Penso al Parlamento italiano, emarginato da esecutivi sempre più invadenti; penso anche al Parlamento europeo, che con Lisbona nel 2009 si è cercato di rafforzare, ma che poi si è visto espropriare dalle decisioni assunte dagli Stati membri i quali indirizzano di fatto le politiche europee.
In Grecia c’è stato un referendum nel 2015, il cui esito è stato completamente sconfessato.
Sulle ragioni dei diritti fondamentali dei greci è prevalsa la visione europea di salvaguardia degli equilibri di un’economia senza diritti. È il punto più basso dell’Europa dei popoli. Non avremo mai un’Europa credibile se questa non riuscirà ad andare oltre alle ragioni di bilancio e farsi carico dei diritti indisponibili delle persone che devono essere comunque tutelati.
Però su tutto, sugli zero virgola e non solo, ha più voce in capitolo la Commissione europea che lo Stato italiano.
Non c’è dubbio. Oggi l’Europa pretende di dettar legge attraverso i vincoli economici. Io credo che dovrebbero essere rivalutati dei contro-limiti costituzionali per salvaguardare i diritti. Sono contro-limiti individuati dalle Corti costituzionali di alcuni Paesi e ormai implicitamente ammessi anche dalla Corte di giustizia. In ogni caso, è chiaro che c’è ancora molta strada da fare. Ma ciò che più preoccupa credo non sia neppure tanto il conflitto in sé, quanto le ragioni di esso.
Cioè?
Si scatena il conflitto solo per far prevalere gli interessi egoistici degli Stati. È sintomatico che l’enfasi maggiore riguardi la questione del debito, mentre le politiche sociali o le stesse politiche migratorie, vengono ridotte a questioni di ordine pubblico interno. Ciò che appare veramente inammissibile è l’assenza di una politica comune e solidale in tema di migrazioni.
L’articolo 81 della Costituzione, diceva il professor Rodotà, è stato un grande sbaglio perché mette il principio del pareggio di bilancio in concorrenza con i diritti fondamentali (salute, istruzione, retribuzione dignitosa).
Verissimo. L’articolo 81 è una serpe in seno alla Costituzione. Se introduci certe norme nella tua Carta fondamentale è difficile andare poi in Europa a protestare per il rigore preteso dalla Commissione. Nel 2012 è stato introdotto all’unanimità e con grande entusiasmo il vincolo di bilancio, subito dopo s’è pretesa maggiore flessibilità. Comportamento anomalo che dovrebbe far riflettere.
Forse si dovrebbe partire da qui, eliminando l’articolo 81?
Sarebbe un bel segnale per far ripartire un’Europa dei diritti e non solo dei mercati.

LaStampa 12.10.18
Camerata Guevara
di Mattia Feltri


I progressi del dibattito pubblico italiano sono esemplificati dalla nuova polemica culturale a destra, suscitata dal poster in elogio a Che Guevara diffuso dai giovani meloniani (giovani e meloniani, ecco due colpe a cui rimedierà il tempo). Non l’ha presa bene lei, Giorgia Meloni, né Maurizio Gasparri, né alcuni editorialisti stupiti dall’ibridazione fra rossi e neri. Però, nuovo dibattito per modo di dire: sarà la settantesima volta in cinquant’anni che qualche ragazzo o qualche eretico di destra si invaghisce del Che, e qualche capo o qualche custode dell’ortodossia di destra se ne rammarica. Adriano Bolzoni, volontario di Salò, alla morte del Che ne scrisse la prima biografia in angolatura fascista. E da allora è stato un continuo innamoramento per il rivoluzionario che dannunzianamente rinuncia al comando e riprende la battaglia, per l’idealista che prima spara e poi parla (succede quando si crede troppo nelle proprie idee), per il nazionalista antimperialista e antiamericano; e negli Anni Settanta le camerette dei giovani fasci erano addobbate dalla foto del Che e da quella di Valle Giulia, anno 1968, quando studenti di destra e di sinistra fronteggiarono la polizia insieme, prima che arrivasse Giorgio Almirante a porre fine all’incestuosa unione. Incestuosa perché il Che, se ce ne fosse bisogno, è una delle prove della storia che comunisti e fascisti sono gemelli separati alla nascita. A chiudere la questione basterebbe quel sant’uomo di George Orwell, quando disse che pari sono, e fra i due c’era poco da scegliere. E invece no, e chi resta in mezzo prende botte a destra e a sinistra.

il manifesto 12.10.18
Caso Cucchi, quando la verità vince sulla demagogia
Giustizia. La famiglia di Stefano Cucchi ha creduto fino in fondo nella legge, si è affidata ai giudici e alle istituzioni, si è mossa nel solco della legalità. Viceversa, coloro che hanno detto che per principio erano dalla parte dei carabinieri hanno manifestato una cultura che disprezza la legalità
di Patrizio Gonnella*


Il processo per l’omicidio di Stefano Cucchi resterà nella storia della giustizia italiana. Una storia fatta di violenza istituzionale, di morte, di coperture, di silenzi, di indifferenza, di opacità ma allo stesso tempo di determinazione, di forza morale, di rottura del muro della reticenza. Verità processuale e verità storica si stanno lentamente approssimando nonostante le umiliazioni e le dichiarazioni di quei politici che hanno urlato nel tempo una verità dogmatica e stereotipata.
Oggi, di fronte alla confessione di uno dei carabinieri che ha ammesso le violenze sul corpo di Stefano, sanno di ridicolo e tragico quelle frasi che si sono sentite nell’etere e lette sui social. C’è chi disse: «É morto perché era anoressico» (Carlo Giovanardi), chi chiedeva alla famiglia di Stefano «dove era quando lui si drogava» (Maurizio Gasparri), chi affermava che Ilaria Cucchi «mi fa schifo» (Matteo Salvini).
A nove anni dalla morte di Stefano Cucchi ci sono tre parole, di cui una composta, che vengono esaltate da questa storia: empatia, spirito di corpo, legalità.
Da alcune settimane il bellissimo film di Alessio Cremonini Sulla mia pelle, delicato ma rigoroso allo stesso tempo, sta riempiendo le sale cinematografiche, le piazze, le università.
Gruppi di persone organizzano visioni comunitarie in luoghi pubblici e privati. Ragazzi e ragazze, anche molto giovani, vedono il film e restano senza parole, immedesimandosi in Stefano e in sua sorella Ilaria. L’empatia è un motore che ha una forza dirompente. Favorisce processi di indignazione. Ha la capacità di trasformarsi in valanga. Stefano Cucchi è sentito come un amico o un fratello nei licei, nelle università, nelle palestre e negli stadi. Ilaria è diventata una sorella di tutti quelli che vogliono giustizia, che credono che non si possa morire ammazzati, pestati a sangue, in una camera di sicurezza delle forze dell’ordine.
Non tutti però sono Stefano. Non tutte però sono Ilaria. Non sempre l’empatia porta a giustizia. In questo caso invece sta accadendo un fatto straordinario, ossia la giustizia (e ne siamo grati alla procura di Roma) si è messa al servizio delle vittime di tortura. Accade raramente. Anche perché spesso a vincere è lo spirito di corpo, primo nemico della verità.
Ieri, con la confessione di uno dei carabinieri coinvolti nel pestaggio, si è definitivamente rotto lo spirito di corpo nell’Arma. I fatti di violenza o di tortura avvengono molto spesso in circostanze tali per cui gli unici testimoni possibili sono altri poliziotti o carabinieri. Solo se si rompe il vincolo di colleganza, tanto più quando la vittima del pestaggio muore, la verità storica potrà uscire fuori.
Ma affinché lo spirito di corpo si incrini ci vogliono messaggi inequivocabili di trasparenza da parte dei vertici delle forze di Polizia, ci vuole la rottura dell’indifferenza da parte dell’opinione pubblica (quell’indifferenza che ha fatto chiudere gli occhi a quei tanti funzionari che hanno fatto finta di non vedere il volto tumefatto di Stefano che stava morendo di dolore), ci vogliono sindacati di Polizia che caccino i loro iscritti infedeli alla Costituzione e alla divisa indossata, ci vogliono procuratori che non guardino in faccia nessuno, ci vogliono governanti e politici che non siano ambigui nei loro messaggi di legalità.
La terza parola è legalità. La legalità è una. É inammissibile una legalità doppia. Non esistono persone immuni dalla legge. La legge non è un totem, può ben essere criticata. La legalità comprende in sé la critica alla legalità. Una cosa però non è accettabile, ossia che la legalità sia mitizzata, esaltata e applicata a senso unico.
Caserme di Polizia e carceri sono i luoghi dove più di altri dovrebbe essere rispettata la legge. Non si può nel nome della legge violarla impunemente.
La famiglia di Stefano Cucchi ha creduto fino in fondo nella legge, si è affidata ai giudici e alle istituzioni, si è mossa nel solco della legalità. Viceversa, coloro che hanno detto che per principio erano dalla parte dei carabinieri hanno manifestato una cultura che disprezza la legalità. La legalità si può criticare, ma è una sia per lor signori che per tutti gli altri.
*Presidente di Antigone
Il Fatto 12.10.18
Intervista
“Ora le scuse di Salvini, La Russa, Giovanardi”
La sorella Ilaria - “Le aspetto da tutti quelli che hanno insultato negando la verità che sosteniamo da sempre”
di Silvia D’Onghia


“La Russa, Giovanardi, l’attuale ministro dell’Interno, il sindacalista della Lega Tonelli”. Non è un elenco del telefono, ma quello delle persone che dovrebbero mettersi in fila per chiedere scusa. Nel giorno in cui il processo per la morte di suo fratello è a una decisiva svolta – dopo “appena nove anni” – Ilaria Cucchi passa la giornata tra telefono, microfoni e telecamere. Era da molto che aspettava questo momento e, anche se sa che la strada per arrivare alla verità non si è per niente conclusa, può portare a casa, da mamma Rita e papà Giovanni, un risultato importante.
Ilaria Cucchi, chi dovrebbe chiedere scusa?
Tutti quelli che in questi anni hanno insultato Stefano, me e la mia famiglia, che hanno voluto negare quella verità che sosteniamo fin dal principio e che oggi è entrata in aula dopo nove anni di battaglie.
Facciamo i nomi?
Ignazio La Russa, all’epoca ministro della Difesa, che appena venne fuori il ‘caso Cucchi’ si affrettò a difendere l’Arma dei carabinieri. Carlo Giovanardi, secondo il quale mio fratello era solo un povero spacciatore che sarebbe morto non per le violenze ma di inedia e di sciopero della fame. Il sindacalista della polizia e leghista Gianni Tonelli, che parlò di ‘vita dissoluta per le quali si pagano le conseguenze’. E poi l’attuale ministro dell’Interno.
Matteo Salvini.
Non lo nomino neanche.
Non si è scusato per aver detto che un suo post faceva “schifo”, ma ha invitato lei e la sua famiglia al Viminale.
Adesso ha detto che mi riceverà: non mi interessa proprio.
E l’attuale ministra della Difesa, Elisabetta Trenta? Anche lei dovrebbe scusarsi?
No, e di che? Ha annunciato che vuole incontrarmi: sarò lieta di farlo. Io, i miei genitori e il mio avvocato la vogliamo ringraziare.
Dagli atti viene fuori un’annotazione di servizio prodotta dal carabiniere Francesco Tedesco e poi sparita. All’epoca quale fu l’atteggiamento dei vertici dell’Arma?
Il comandante provinciale, Vittorio Tomasone (oggi generale di corpo d’armata, ndr) telefonò a casa di mia madre per farle le condoglianze e per dirle che avevano fatto le loro verifiche interne, dalle quali sarebbe emerso che i carabinieri non avevano alcuna responsabilità nella morte di suo figlio. Mentre oggi sappiamo di una riunione collegiale con le persone interessate e sappiamo che fu quantomeno modificata una annotazione di servizio.
Questo non significa che i vertici sapessero, però.
No, certo. Ma sono sicura che la Procura di Roma vorrà andare avanti, per stabilire – o escludere – che qualcun altro sapesse cosa subì mio fratello in quella caserma.
Si aspettava una svolta come questa?
Ci speravo. Io e la mia famiglia sono nove anni che combattiamo, abbiamo sempre saputo la verità e finalmente ieri è entrata anche in un’aula di giustizia.

La Stampa 12.10.18
Caso Cucchi, la famiglia primo argine nella tutela dell’interesse pubblico
di Giovanni De Luna


«Il muro è crollato». La composta esultanza di Ilaria Cucchi si è espressa in una frase di straordinaria efficacia. I muri, soprattutto quelli che nascondono il potere, sono la patologia della democrazia. In passato l’Italia ha pagato un prezzo altissimo all’opacità delle istituzioni, alla mancanza di trasparenza e a un «segreto di Stato» alla cui ombra restavano impunite le stragi e insabbiati i processi. Ma proprio allora, alla fine degli Anni 70, direttamente dalla società civile, era scattata una reazione che oggi trova nell’azione della famiglia Cucchi il suo esito più confortante; nell’inerzia dei partiti, fuori dagli schieramenti ideologici, e proprio per questo estremamente innovativa nel panorama italiano, nacque una forma di mobilitazione che proprio nelle famiglie aveva il suo perno. Famiglie spinte da motivazioni affettive, ma con un’azione collettiva fondata su valori piuttosto che su interessi utilitaristici e con lo scopo di mostrare a tutta la collettività che chiedere giustizia per i loro cari non era solo una faccenda privata. Un «familismo morale» che fu in grado di costruire una «rete» al cui interno il dolore privato si trasformò nella tutela dell’interesse pubblico alla verità e alla giustizia, l’affettività si intrecciò con la cittadinanza, i sentimenti con la ragione. Nove anni è durata la battaglia di Ilaria Cucchi per avere giustizia per il fratello. Così come per anni si sono battute le associazioni dei familiari delle vittime delle stragi (Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Bologna, Ustica, etc…) per sconfiggere depistaggi, manipolazioni, complicità istituzionali. Ilaria Cucchi non ha voluto trasformare suo fratello in un eroe. Ha rifiutato l’icona della purezza del martire per mostrarne anche le fragilità, gli aspetti meno edificanti; pur di far emergere la verità. Oggi, dopo nove anni, l’omertà si è spezzata. Un carabiniere ha confermato che furono altri carabinieri ad uccidere Stefano e altri carabinieri ancora si adoperarono per cancellare il delitto.
Nove anni ci sono voluti affinché il nostro ministro dell’Interno possa avere oggi la possibilità di riconoscere nell’impegno dei familiari di Stefano Cucchi non un attentato alla rispettabilità dell’Arma dei Carabinieri, ma il segno della vitalità della nostra democrazia. I rischi di una deriva autoritaria del sistema politico sono drammaticamente racchiusi nelle pulsioni razziste e xenofobe che sono state liberate nel corpo sociale, nello scatenarsi di egoismi carichi di rancore, nelle intemperanze di chi cerca ossessivamente capri espiatori da immolare. Ma sono rischi che una democrazia matura può controllare agevolmente. A patto che le sue istituzioni, soprattutto quelle a cui lo Stato affida il monopolio legale della violenza, siano consapevoli del loro ruolo di presidio della libertà di tutti; se si dovesse incrinare la tenuta democratica di chi detiene il potere di usare la forza (non solo i corpi di polizia, ma anche l’esercito e la magistratura) il «familismo morale» sarebbe un argine molto fragile, destinato ad essere travolto facilmente.

Corriere 12.10.18
La menzogna di stato
Per nove anni a Stefano Cucchi e alla sua famiglia è stata negata la democrazia. Poi, ieri, il muro di omertà è caduto
di Ezio Mauro


Vestivano la divisa, portavano le stellette, erano due carabinieri, dentro una caserma: e hanno pestato a sangue Stefano Cucchi, gettandolo a terra, per poi colpirlo con un calcio in faccia.
Adesso lo sappiamo, a distanza di nove anni dai fatti. La lunga battaglia solitaria di Ilaria, la sorella del giovane morto una settimana dopo l’arresto, è finalmente riuscita a rompere il muro di silenzio, di omertà, di ricatti e di paura che ha avviluppato per un decennio quella vicenda con una falsa verità, ostinatamente, contro ogni evidenza. Perché il corpo di Stefano Cucchi, quel volto tumefatto e pieno di lividi per i colpi ricevuti, era una denuncia che non si riusciva a nascondere.
Oggi ci troviamo di fronte contemporaneamente una verità tardiva, e una vergogna di Stato durata troppo a lungo, grazie a infinite complicità, a connivenze, a correità.
A un senso dello Stato che non è sentimento ma solo affiliazione d’apparato, e non cresce dentro la coscienza democratica e nel pieno rispetto della legge e dei diritti del cittadino, chiunque egli sia, naturalmente anche in manette.
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Al contrario. Perché è lo Stato democratico che ha peccato davanti al cittadino Stefano Cucchi, arrestato per spaccio di droga quel giorno di ottobre del 2009, quando è nato un diverbio perché lui non voleva collaborare con la perquisizione personale e la fotosegnalazione, e due carabinieri lo prendono a calci e pugni. Credono di poter fare quello che vogliono, perché sono in uno spazio protetto, perché lui è nelle loro mani, perché nessuno lo saprà, perché lui è un deviante e loro sono lo Stato, perché hanno il potere, dunque possono abusarne: perché è già successo, la storia recente d’Italia lo sa, e purtroppo loro sanno che troppo spesso è una storia di impunità.
Ma questa volta c’è l’ostinazione di una sorella, che espone quelle fotografie del cadavere di Stefano, le trasforma in un’immagine che ci perseguita, che non può lasciarci tranquilli. Nonostante quei lividi sul volto, la sentenza incredibile di primo grado parla di «malnutrizione ». Comincia la rincorsa nei tribunali, la gara contro la prescrizione, gli agenti di custodia, i medici, finché nel 2015 si riaprono le indagini. E ieri, la svolta decisiva. Per la prima volta uno dei carabinieri imputati di omicidio preterintenzionale nel processo- bis ha confessato di aver assistito al pestaggio di Cucchi, ha raccontato tutti i particolari e ha chiamato in causa con nomi e cognomi i suoi due colleghi, che hanno assalito l’arrestato, prima con uno schiaffo violento sul volto, poi con una serie di spintoni fino a fargli perdere l’equilibrio, quindi con un calcio con la punta del piede nell’ano.
Il carabiniere cerca di fermare i suoi colleghi quando colpiscono Cucchi a terra, con un calcio in faccia, ma inutilmente. Quando riferisce ciò che ha visto al maresciallo suo superiore, cominciano le manovre di depistaggio: viene invitato a dire ai magistrati che Cucchi stava bene e che non era successo niente, dunque a nascondere tutto quello che aveva visto e a tacere. Il carabiniere scrive però una relazione di servizio per i suoi superiori e per la Procura, in cui annota i fatti di cui è stato testimone, così come si sono svolti. Quel documento sparisce, e non arriverà mai negli uffici giudiziari. Qualcuno lo ha intercettato e ha impedito che un testimone del pestaggio di Stefano Cucchi portasse la sua voce davanti alla magistratura. Per anni questa “confisca” ha funzionato, nascondendo gli abusi, confinando la verità nel buio, lasciando senza nome quei lividi sul volto di Cucchi.
E proprio da quel documento sparito è nata la svolta. Perché a giugno il carabiniere ha presentato una denuncia e, quando la Procura ha aperto un procedimento contro ignoti, ha raccontato il pestaggio. Ieri la sua deposizione è stata letta in aula, davanti a Ilaria Cucchi e ai suoi genitori, che improvvisamente hanno visto rompersi la catena d’omertà che aveva retto per nove anni. « Il muro è stato abbattuto — ha detto Ilaria — ora saranno in tanti a dover chiedere scusa a Stefano e alla sua famiglia ». Il ministro dell’Interno Salvini (che in passato aveva polemizzato con Ilaria Cucchi: « Quel suo post mi fa schifo») ha ripetuto ieri che «sorella e parenti sono benvenuti al Viminale», ricordando che «eventuali reati o errori di pochissimi uomini in divisa devono essere puniti con la massima severità, ma questo non può mettere in discussione la professionalità e l’eroismo quotidiano di centinaia di migliaia di ragazze e ragazzi delle forze dell’ordine». «Quel che è accaduto a Cucchi era inaccettabile allora e lo è ancor di più oggi», ha detto più nettamente la ministra della Difesa Trenta.
Forse, tra i titoli di merito delle forze dell’ordine, Salvini avrebbe dovuto ricordare il coraggio del carabiniere che — da solo — ha voluto rompere l’omertà e vincere l’inerzia dei tempi, consentendo alla verità di far luce sulla vergogna degli apparati per la morte di Cucchi dopo nove anni. Nove anni di democrazia negata a un cittadino morto innocente, alla sua famiglia, alla comunità tenuta nell’inganno di Stato.

Repubblica 12.10.18
Le mosse dei pm
Intimidazioni e documenti falsi l’inchiesta spaventa i vertici dell’Arma
di Carlo Bonini


ROMA C’è un ramo dell’inchiesta del pm Giovanni Musarò sull’omicidio di Stefano Cucchi che cammina veloce e promette di non fermarsi. Due distinti fascicoli per falso ideologico (già quattro i carabinieri indagati) e soppressione di documento pubblico. Che interpellano direttamente l’Arma e le sue gerarchie. E che intendono dare risposta a quella che, dopo la confessione di Francesco Tedesco, diventa ora la domanda chiave di questa vicenda. Chi ha sequestrato la verità per nove lunghissimi anni? Chi ne aveva e ne ha ancora paura?
È un fatto che la mattina del 9 luglio scorso, quando Francesco Tedesco si risolve finalmente a sedersi di fronte al pm Musarò per scrivere la parola definitiva sulla notte del 15 ottobre 2009, venga raggiunto da insistite telefonate. Il Comandante del Nucleo carabinieri di Brindisi vuole che, immediatamente, si presenti in caserma dove deve essergli notificato il procedimento disciplinare “di stato” (quello che comporta la destituzione). È una mossa giustificata, formalmente, dalla circostanza che Tedesco, tre mesi prima, si è visto confermare dalla Cassazione una sentenza di prescrizione del reato di abuso di autorità consumato su Cucchi (uno di quelli che gli erano stati contestati nel processo principale per omicidio e che era stato appunto dichiarato prescritto in udienza preliminare). È una mossa inusuale, perché prassi e logica vogliono che i procedimenti disciplinari non vengano avviati prima che l’accertamento della verità in sede processuale sia concluso (e il processo Cucchi è ancora in corso). È sorprendente, soprattutto, per la coincidenza con un interrogatorio di cui, sulla carta, in teoria nessuno deve sapere. Insomma, è una mossa che ha il sapore dell’intimidazione. A maggior ragione perché si ripete in settembre, in coincidenza con il secondo interrogatorio di fronte a Musarò, quando a Tedesco viene comunicato che la sua istanza di sospensione del procedimento disciplinare è stata rigettata.
Perché tanta improvvisa solerzia?
Ha ragione l’avvocato di Tedesco, Eugenio Pini, a rimanere stupito.
Al punto da coltivare la speranza che l’Arma ora possa riconsiderare la posizione del suo carabiniere. Valutare «il coraggio» e la «lealtà del suo gesto», congelando tanta severità. E tuttavia, è evidente che l’Arma e il suo Comando Generale stiano passando ore molto, ma molto complicate. E che quella mossa ne sia la spia.
Sono infatti solo e soltanto dei carabinieri — e si tratterà ora di stabilirne l’identità, il numero, la posizione nella scala gerarchica — i falsi che dovevano far deragliare la ricerca della verità. Almeno sette. Furono falsificati il verbale di arresto e perquisizione di Cucchi. Fu falsificato il registro del fotosegnalamento della caserma Casilina dove Stefano era stato pestato. Furono falsificate le due annotazioni della caserma di Tor Sapienza dove Stefano era stato trasferito per trascorrere la notte in attesa del processo per direttissima (vennero taciuti gli evidenti segni del pestaggio appena subito). Furono falsificati non solo il registro che custodiva la nota di servizio con cui, il 22 ottobre 2009, giorno della morte di Stefano, Tedesco aveva informato per iscritto la propria scala gerarchica di quanto accaduto davvero, ma anche e soprattutto la sequenza informatica dei protocolli interni all’Arma che, a posteriori, avrebbe potuto consentire di risalire non solo all’esistenza di quella “nota”, ma anche di accertarne la sparizione.
Sette falsi macrospici. Che rendono difficile credere siano stati cucinati in solitudine da un maresciallo (Roberto Mandolini, comandante all’epoca dei fatti della caserma Appia) e quattro appuntati. E che lasciano immaginare complicità altre, e più alte in grado. Giuliana Tedesco, sorella del carabiniere che oggi confessa, ha raccontato a verbale: «Nel gennaio del 2016, incontrai nello studio dell’avvocato di mio fratello, il maresciallo Mandolini insieme ai carabinieri Raffaele D’Alessandro e Alessio Di Bernardo». D’Alessandro e Tedesco hanno una violenta lite, perché il primo pretende che il secondo «continui a raccontare cazzate». «A France’ — dice — ti ricordi che Cucchi durante la perquisizione continuò a dare testate e calci contro l’armadio?».
Tedesco dà in escandescenze.
Ricorda ora la sorella: «Intervenne il maresciallo Roberto Mandolini, che si rivolse in modo paternalistico verso mio fratello dicendogli di stare tranquillo, perché tutto si sarebbe risolto» .
Già, “tutto si sarebbe risolto”. Che era poi l’aria che aveva respirato anche il maresciallo Emilio Buccieri (all’epoca dei fatti vicecomandante della stazione Appia) quando, nel novembre 2009, era stato convocato a una riunione negli uffici del Comando provinciale di Roma. Racconta ai pm: «Il comandante provinciale, all’epoca il colonnello Tommasone, ci sensibilizzò sulla gestione del personale, perché in quel periodo c’era stata non solo la vicenda Cucchi ma anche quella Marrazzo. L’Arma era esposta mediaticamente e in nostra difesa intervenne l’allora ministro La Russa». Già, la verità avrebbe avuto un prezzo molto alto in quell’ottobre 2009. Dunque, chi decise che non potesse essere pagato?

Repubblica 12.10.18
Il boicottaggio dei medici all’aborto con la pillola
Ru486 mai usata in decine di ospedali. “I ginecologi scelgono la chirurgia perché più semplice”
di Michele Bocci


Dallo zero al 40, 60, 80 per cento nell’arco di poche decine di chilometri. Da una ginecologia in cui la pillola abortiva non viene nemmeno presa in considerazione a un’altra dove l’interruzione di gravidanza farmacologica supera di gran lunga quella chirurgica. La schizofrenia sanitaria del nostro Paese raggiunge livelli altissimi quando si tratta della Ru486, il farmaco più osteggiato d’Italia nel primo decennio del 2000. Oggi è entrato nella pratica clinica quotidiana di una parte degli ospedali, mentre in un’altra resta del tutto inutilizzato, soprattutto per volontà dei ginecologi.
A leggere i dati emerge chiaramente che non possono essere motivi clinici a spingere così tanti reparti a non prescrivere, o prescrivere, pochissimo la Ru486. La sua sicurezza ed efficacia, infatti, sono attestate proprio da quello che succede nelle molte unità operative che somministrano il medicinale senza problemi a centinaia di donne da quasi dieci anni.
La storia dell’ingresso della Ru486 nel sistema sanitario italiano è molto travagliata. Nel 2005 partì la Toscana con l’acquisto del medicinale all’estero, mentre il Piemonte aveva già in piedi una sorta di sperimentazione. Dal 2009 è arrivato finalmente il via libera da parte dell’Aifa, l’agenzia del farmaco. A quei tempi i suoi detrattori, vari esponenti politici del centrodestra e associazioni antiabortiste, sostenevano che la possibilità di usare una pillola avrebbe “semplificato” l’aborto, rendendolo più frequente. Previsione sbagliatissima. In questi anni il numero delle interruzioni volontarie di gravidanza è sceso in modo costante, mentre con altrettanta regolarità è cresciuto l’utilizzo della pillola abortiva. Anche una Regione come la Lombardia, che ha sempre visto questo metodo con un certo sospetto, ora pensa di estenderne l’utilizzo, che al momento riguarda poco più dell’ 8% degli aborti. L’assessore Giulio Gallera annuncia un tavolo che potrebbe portare a una promozione della Ru486: «Non c’era casistica — spiega — Avevamo dubbi sulla sicurezza, che sono stati sciolti. Si è anche visto che dopo il farmaco ci sono meno problemi ad avere un figlio rispetto alla chirurgia».
Resta il mistero del motivo per cui molti ospedali non usano, o usano pochissimo, il farmaco. C’è chi adombra un boicottaggio per motivi etici, da parte di primari obiettori che vogliono rendere le cose più difficili alle donne che abortiscono nei loro reparti. Ma gli interessati negano, argomentando che gli ostacoli sono soprattutto organizzativi. Vito Trojano, vicepresidente dell’associazione di ginecologi Sigo, dice che « sulla Ru486 c’è ancora grande disinformazione, anche tra i professionisti, non abbastanza formati » , cosa un po’ curiosa a 9 anni dall’introduzione nel sistema sanitario. Trojano è obiettore, quindi non fa aborti, ma teorizza che « spesso sono le donne a chiedere il metodo chirurgico perché è più rapido, non richiede di tornare in ospedale». Di parere opposto una ginecologa che invece usa molto la Ru486: secondo lei «alcuni colleghi temono che la pillola sottragga loro potere. Perché porta ad un un’autonomizzazione eccessiva delle donne, sfumando il ruolo del medico».
Il dottor Massimo Srebot è stato il primo a utilizzare questo farmaco, comprandolo in Francia per il suo reparto a Pontedera ( Pisa). È stato minacciato da antiabortisti vari. La sua idea su chi non usa la Ru486 è netta: « Probabilmente ci sono ginecologi ai quali non piace la prospettiva di guardare negli occhi una donna quando le consegnano la pillola. Per certi versi l’intervento chirurgico in anestesia generale è più semplice, perché impersonale. Così preferiscono quello».

Il Fatto 12.10.18
Firenze, 4 anni e 8 mesi al carabiniere stupratore
Condanna per il militare che violentò due studentesse americane dopo averle riaccompagnate a casa. Rinviato a giudizio il suo collega
di Davide Vecchi


Condannato a 4 anni e 8 mesi di carcere Marco Camuffo, carabiniere 48enne che insieme al commilitone Pietro Costa di 33 anni, accompagnò a casa con l’auto di servizio e poi violentò due studentesse americane a Firenze la notte tra il 6 e il 7 settembre 2017.
La sentenza è stata emessa ieri dal giudice per le indagini preliminari, Fabio Frangini. Camuffo ha scelto il rito abbreviato e ieri è stato condannato. A suo carico il pubblico ministero, Ornella Galeotti, aveva chiesto una pena di 5 anni e 8 mesi. Costa sarà invece giudicato con rito ordinario: ieri è stato rinviato a giudizio e il processo per lui si aprirà il 10 maggio 2019.
Secondo quanto ricostruito dal pm Galeotti e accolto ieri dal gup, la notte del 6 settembre, all’uscita della discoteca Flò di piazzale Michelangelo, le ragazze, 21enni, erano visibilmente ubriache: tanto che ancora il mattino successivo il loro tasso alcolico, rilevato con il test dopo aver denunciato lo stupro, è risultato di 1.59 e 1.68. I due carabinieri – destituiti dall’Arma il 12 maggio scorso – le hanno fatte salire “illegittimamente” sull’auto di servizio per accompagnarle a casa e, una volta arrivati, le hanno seguite nel portone e violentate nell’androne del palazzo, agendo, fra l’altro – aggiunge l’accusa – in modo “repentino e inaspettato”.
I due hanno sin da subito ammesso di aver avuto rapporti sessuali con le ragazze, sostenendo però che le studentesse fossero consenzienti. Ieri Camuffo ha ribadito questa versione rendendo dichiarazioni spontanee in aula e, tentando di alleggerire la sua posizione, ha aggiunto che l’iniziativa di accompagnarle a casa con l’auto di servizio è stata di Costa, non sua.
I legali degli ex carabinieri hanno chiesto per Camuffo l’assoluzione e per Costa il proscioglimento dalle accuse. Dopo una breve camera di consiglio, il gup ha emesso la sentenza di condanna per il primo e il rinvio a giudizio per il secondo.
Quando vennero sentiti, nel settembre 2017, al pm Galeotti dissero a loro discolpa che si erano “comportati da maschietti”. Che “fu un’occasione di fare sesso, lo capimmo entrati nell’androne. Tutti sanno che queste americane spesso e volentieri fanno delle avances”. Lo disse così, l’allora carabiniere Camuffo durante l’interrogatorio. Messo a verbale. Per lui era normale anche riaccompagnare a casa due ragazze con la pattuglia mentre era in servizio. La riteneva “una galanteria”. Certo, concede, “avrei dovuto avvisare il comandante” che salivano in auto, ma “si è sempre fatto così, per motivi di sicurezza: perché magari le aggrediscono nel portone”. Camuffo è stato condannato per averle violentate qualche passo dopo, nell’androne.

il manifesto 12.10.18
Figli per la patria, gli antiabortisti e il governo amico
Aborto. Madre-patria, o meglio, Matria: quanto può giocare ancora questa esaltazione immaginativa nel coprire, agli occhi stessi delle donne, la violenza del patriarcato?
di Lea Melandr
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Il 12 maggio 2013 ci fu la la terza “marcia per la vita”, benedetta dal papa come «un’occasione di difesa della vita e di lotta contro l’ingiustizia della Legge 194». Ritornava l’ossessione della cultura maschile più conservatrice, fatta propria purtroppo anche dalle donne. Non si osava toccare la legge, ma si raccoglievano firme per provvedimenti a livello europeo. Non si diceva che le donne sono delle assassine, ma lo si lasciava intendere.
Ci voleva la svolta operata dal nuovo governo perché tornassero in campo, arroganti, vigorose e soprattutto più esplicite che in passato, le voci degli antiabortisti, dei difensori della famiglia “naturale” e della funzione materna della donna. A legittimarle, come se non bastassero i ruoli istituzionali di alcuni protagonisti di questa ondata di fustigatori della libertà femminile e delle nuove forme che ha preso la vita intima, è intervenuto ancora una volta il Papa nel discorso ai fedeli il 10 ottobre in piazza San Pietro: «Interrompere una gravidanza è come fare fuori uno (…) è come affittare un sicario per risolvere un problema».
Le dichiarazioni del ministro della Famiglia, Fontana, come quelle del senatore della Lega, Pillon, promotore del Ddl sull’”affido condiviso”, attualmente in esame al senato, sono note, così come la mozione approvata dal consiglio di amministrazione di Verona «per la prevenzione dell’aborto», con cui si decide di finanziare «le associazioni cattoliche che hanno l’obiettivo di promuovere iniziative contro l’aborto».
Se la sequenza, pressoché quotidiana, dei femminicidi ha potuto ancora una volta passare in cronaca ed eclissare il rilievo culturale e politico che ha la violenza maschile contro le donne, rispetto ad altri fenomeni visti come “emergenze” – il respingimento dei migranti, l’odio per lo straniero, le aggressioni di matrice fascista – la rapidità con cui si sta allargando in Italia, come in altri Stati, la campagna contro l’aborto non può far passare in secondo piano i legami che ci sono sempre stati tra il sessismo, il razzismo, le ideologie di patria e nazione.
Dovevano bastare i Fertily Day e i Family Day a far capire che in una società dove è in crescita la presenza di lingue, culture diverse, insieme alla caduta di pregiudizi, convinzioni e leggi del passato, crescono anche paure, fantasie di spossessamento, perdita di tratti identitari, sia pure mitizzati. Lo spettro che si aggira per l’Europa e che minaccia di far arretrare i diritti più elementari di democrazia e rispetto umano, è la crisi demografica – quella che guarda alla “integrità della stirpe”-, e, dietro di essa, la libertà delle donne di decidere sulla propria vita e le proprie scelte, a partire da quello che è stato per secoli l’ “obbligo procreativo”.
Con la rozzezza che è ormai delle più alte cariche dello Stato, così si esprime il senatore Pillon in una intervista alla Stampa: «Via l’aborto, prima o poi in Italia faremo come in Argentina (…) sostenere la maternità altrimenti nel 2050 ci estinguiamo come italiani». Più minaccioso di lui è stato il ministro Fontana che sabato 13 ottobre sarà a Milano per la manifestazione No194, insieme a Forza Nuova: «Le Famiglie gay non esistono. Più figli, meno aborti».
Se si aggiunge il Ddl Pillon sull’ “affido condiviso”, che ha come obiettivo evidente la volontà di mettere un argine ai cambiamenti interni alla famiglia – separazioni, divorzi, coppie dello stesso sesso, unioni civili, maternità surrogate, ecc.- il quadro è completo. Il dominio del sesso maschile, in quanto atto fondativo della politica e di ogni civiltà finora conosciuta, è anche il fulcro intorno a cui si muovono tutti i governi che si appellano all’ “ordine” e alla “sicurezza” per imporre leggi e sistemi autoritari.
Non sono mancate finora risposte forti da parte dei movimenti delle donne e altre manifestazioni sono in preparazione fin da ora, come si è visto dall’assemblea nazionale di Non Una di Meno pochi giorni fa a Bologna. Ma non possiamo fare finta che questo ritorno in forza e sfrontatezza del peggiore machismo non goda del sostegno di tante donne. Le grandi manifestazioni contro Trump e contro Bolsonaro, e in Argentina per l’aborto, dicono che consapevolezze e libertà acquisite possono contare oggi su una forza organizzativa estesa, tenace nel ricomparire dopo ogni sconfitta.
Ma il consenso che incontra oggi la violenza degli uomini, comunque lo si voglia chiamare – complicità, adattamento, ignoranza- dice, per un altro verso, che è necessario porsi degli interrogativi. Per quanto sia amaro riconoscerlo, l’emancipazione sembra aver reso più evidente che le donne hanno incorporato la rappresentazione maschile del mondo e che le pratiche di liberazione dai modelli imposti ha ancora molta strada da fare.
Di fronte a una campagna di odio che dilaga nel sentire comune, legittimata dall’alto, il rischio di attestarsi su posizioni solo protestatarie e di lotta induce alla semplificazione di fenomeni, come il nazionalismo, gli arroccamenti identitari, senza riuscire a vederne l’ambiguità. La nascita della nazione rimanda senza dubbio alla genealogia patriarcale, ma è anche richiamo a una “coesione organica”, a una sorta di unità mistica, che ha a che fare col corpo materno.
É madre-patria, o, meglio ancora, matria: una creazione maschile che ha avuto bisogno di incarnarsi, sia pure simbolicamente , in figure di femminili.
Quanto può giocare ancora questa esaltazione immaginativa nel coprire, agli occhi stessi delle donne, la violenza del patriarcato?

Corriere 12.10.18
L’attore ebreo e la reporter araba: il matrimonio che turba Israele

Sposi in segreto, minacce dagli estremisti
di Davide Frattini


GERUSALEMME Ha imparato l’arabo in famiglia — famglia — padre di origine marocchina, madre yemenita — e ha dovuto perfezionare la parlata palestinese quando è stato arruolato nel Duvdevan, l’unità speciale che opera sotto copertura in Cisgiordania. Gli stessi raid che ha interpretato davanti alle telecamere nella serie tv Fauda .
L’attore Tzachi Halevy ha voluto mantenere clandestina anche l’ultima missione: sposare la giornalista televisiva Lucy Aharish. Lui ebreo, lei musulmana. La cerimonia di mercoledì sera è rimasta segreta fino a dopo il sì, perché la coppia immaginava quel che è successo all’annuncio pubblico: proteste della destra al governo in Israele, rischio di minacce tra gli estremisti arabi. Tzachi e Lucy sono stati fidanzati per quattro anni, lo sapevano solo pochi amici e i parenti, adesso rappresentano le prime celebrità israeliane a formare una famiglia, l’unione — non hanno alternativa — è civile. La notizia è stata divulgata dal presentatore Guy Pines nel suo programma serale, uno dei primi condotti da Lucy. Anche la rivelazione è stata gestita attraverso persone fidate.
A Halevy i deputati o ministri conservatori non sembrano perdonare di aver prima incarnato per gli spettatori locali e in tutto il mondo (su Netflix) un massiccio a volte brutale ufficiale del Duvdevan — che in ebraico significa ciliegia — e poi di aver sputato il nocciolo nazionalista sposando un’araba-israeliana. Che è stata accusata via Twitter dal deputato Oren Hazan di «aver sedotto un ebreo»: «Sono sicuro che il suo obiettivo non sia danneggiare la nostra nazione e prevenire la progenie ebrea dal prolungare la dinastia. Quindi è benvenuta: la invito a convertirsi». A Halevy dice di volersi «islamizzare» e avverte tutti e due: «Basta con l’assimilazione».
Anche Aryeh Deri, ministro dell’Interno e leader del partito religioso Shas, incita la giornalista alla conversione: «Non dobbiamo incoraggiare queste unioni nonostante l’amore. I loro figli avranno problemi in Israele. L’assimilazione ci mette in pericolo, sta consumando il nostro popolo: nello Stato di New York ormai vivono meno ebrei che subito dopo l’Olocausto». Hazan può essere solo un parlamentare in cerca di notorietà o che prova a far dimenticare agli elettori perché ricordano il suo nome: ha gestito casinò in Bulgaria ed è sospettato — lui smentisce — di aver fatto girare prostitute e cocaina assieme alla roulette. Ma le sue frasi sono condannate anche da colleghi nella coalizione al potere («Disgustoso, in questo giorno la coppia si ricordi solo delle benedizioni e degli auguri», dice Meirav Ben Ari di Kulanu) e sono viste come il segno di un razzismo radicato: «Rivelano il lato oscuro del Likud al governo», commenta Yoel Hasson, mentre Shelly Yachimovich condanna i fanatici del «sangue puro».
Lucy Aharish è stata la prima araba israeliana a condurre un telegiornale all’ora di punta. I genitori sono originari di Nazareth, lei è cresciuta nel Negev, dove il partito del premier Netanyahu ha sempre raccolto consensi. Si è ritrovata a essere «una musulmana di destra — ha raccontato —, tifavo perfino il Beitar Gerusalemme», i cui tifosi ultranazionalisti e razzisti non vogliono permettere a calciatori arabi di giocare. Da allora dice di essersi spostata a sinistra.
Come Lior Raz, l’ideatore e protagonista di Fauda, Tzachi Halevy è stato arruolato nelle forze speciali proprio perché parlava già l’arabo come lingua madre. E in arabo canta con il suo gruppo musicale.

Corriere 12.10.18
«Negazionisti alla Camera» Lo Stato ebraico solleva il caso


La comunità ebraica di Roma insorge e l’ambasciatore israeliano Ofer Sachs consegna a una nota durissima il suo disappunto dopo l’audizione, in Commissione Esteri della Camera, di membri di un Istituto di studi iraniano accusato di ispirarsi alle tesi che negano la Shoah. «Un episodio inaccettabile», lo ha definito Sachs, secondo il quale «il Parlamento italiano simbolo della democrazia del Paese non può ospitare chi promuove idee negazioniste, antisemite e antisioniste». Un «fatto di una gravità inaudita» per la Comunità ebraica.
La presidente della Commissione Esteri Marta Grande (M5S) difende la scelta, precisando che le audizioni hanno «finalità esclusivamente conoscitive» e «in nessun modo equivalgono a prese di posizione passive a favore delle tesi di chi è audito». Non è affatto dello stesso parere la vicepresidente della Camera, Mara Carfagna, che parla di «una grave sottovalutazione»: «Penso che la commissione Esteri non avrebbe dovuto dare spazio alcuno agli esponenti di una organizzazione iraniana che in passato ha già avuto accenti negazionisti e antisemiti». Anche il vicepremier Matteo Salvini invita ad una maggiore prudenza: «Da noi vige la separazione dei poteri ed il Parlamento ha le sue prerogative che naturalmente rispetto. Detto questo non si scherza sulla Shoah». Nei giorni scorsi alla Camera erano state approvate cinque mozioni contro l’antisemitismo.

il manifesto 12.10.18
Tra credenze e magie, reti di somiglianze
Antropologia. «Lo sguardo al cielo. Credenze e magie tradizionali» di Giuseppe Colitti, pubblicato da Donzelli
di Claudio Corvino


Negli anni ’70 del secolo scorso in Italia era forte e diffusa la percezione che qualcosa, la nostra stessa «cultura nazionale», stesse cambiando: l’avvento sempre più capillare della tv, l’emigrazione e l’abbandono delle campagne – ultimi presidi che conservavano i ritmi lenti delle «culture popolari», ancora orientate ai lavori agricoli e alle stagioni – sembravano condurre gli italiani verso un mondo diverso, più «moderno», migliore. O almeno così sembrava. Così intellettuali, insegnanti, accademici e tutti coloro che a vario titolo si trovavano a mediare tra luoghi, culture e generazioni, reagirono a questi mutamenti tentando di «salvare il salvabile», documentando e registrando quanto di vivo rimaneva della cultura popolare.
TRA QUESTE FIGURE, tra le più pregevoli, c’è Giuseppe Colitti che, scegliendo e sbobinando tra le sue oltre 2000 ore di registrazioni svolte perlopiù nel Cilento, ci offre oggi un volume davvero interessante, Lo sguardo al cielo. Credenze e magie tradizionali (Donzelli, pp. 281, euro 30). Qui Colitti non interroga, non interpreta mai le informazioni e la cultura delle sue fonti ma dà loro la parola, così che esse diventano i reali protagonisti dell’affascinante racconto della tradizione cilentana, che è poi quello della tradizione popolare tout court. Le storie degli informatori non appaiono mai congelate, ma hanno tutto l’interesse e la vitalità di una narrazione, più ancora, di un discorso aperto e tuttora in trasformazione. Leggiamo, ascoltiamo dalla voce dei protagonisti, tradizioni che si scambiano, si scontrano, si fondono come onde di un oceano, conservando una loro coerenza di insieme. Pietro Clemente introducendo il volume, parla perspicacemente di «reti di somiglianze».
SONO RACCONTI POPOLATI anche da diavoli, streghe, lupi mannari: forme della paura di memoria preindustriale, oggi scomparse dalle grandi narrazioni pubbliche o private, sostituite da più moderni personaggi come il fanatico religioso, il dittatore folle o da altri, di volta in volta costruiti o indicati dai media o dal populismo di turno. Questo perché la paura è un’emozione instabile e cangiante, che assume forme diverse a secondo del contesto e del periodo: il lupo perde il pelo, ma non il simbolo.
Nelle cinque parti in cui è diviso il volume – Credenze tradizionali, pratiche e formule magiche, religione tradizionale, preghiere extracanoniche – il lettore osserva stupefatto quel mondo di senso che trasuda dai racconti, da quelle confessioni fatte al ricercatore.
OSSERVATORE, questi, che è ben lontano dai raccoglitori ottocenteschi o degli inizi del 900 che puntavano il dito verso il mondo dei «semplici». Giuseppe Colitti è uno di loro: ci racconta cosa faceva il nonno, la sua famiglia, talvolta lui stesso. Sono tutte storie e confessioni che, più che informare, sembrano interrogare il lettore riguardo le sue personali credenze. Risuona e si risveglia così, nel leggere il libro di Colitti, un mondo di saperi che da poco abbiamo abbandonato ma che ha ancora nessi e legami profondi con il nostro modo di pensare e di vivere.
Le cose sono cambiate: cosa possono raccontarci il vento, un tuono, una tempesta, in un appartamento termicamente e acusticamente isolato da infissi e solide finestre? E il buio sarà lo stesso, ora che non è abitato da spiriti dei trapassati o da streghe? Ecco allora che anche Lo sguardo al cielo non è più lo stesso perché diverso è l’occhio che lo guarda.

il manifesto 12.10.18
Bauman, rabdomante della modernità liquida
Scaffale. La rivista «Sicurezza e Scienze Sociali» dedica un numero al sociologo e pensatore polacco
Zygmunt Bauman
di Francesco Antonelli


Zygmunt Bauman è stata una delle figure più rappresentative della sociologia mondiale in questo primo ventennio del Duemila. Quella metafora della liquidità con la quale ha saputo leggere con acutezza e profondità le molteplici conseguenze della globalizzazione sulle persone e sulle società, lo ha reso famoso presso un pubblico vastissimo. Bauman ha così mostrato che il compito di quei nuovi «intellettuali interpreti» (soprattutto i sociologi) di cui aveva analizzato ascesa e persino necessità già nel 1987, è innanzitutto fornire grandi e comprensibili quadri di lettura di una realtà che, altrimenti, rischia nella contemporaneità di essere oscura e completamente sfuggente.
NONOSTANTE QUESTI indiscutibili meriti o forse a causa di essi, l’opera di Bauman – in parte come accadde in vita a Georg Simmel, sua grande fonte d’ispirazione – ha sempre diviso profondamente la comunità scientifica che in buona sostanza gli ha rimproverato una certa debolezza metodologica, la mancata produzione di una teoria organica e lo stile eccessivamente divulgativo. Peccato mortale in un’accademia divisa tra autoreferenzialità e iper-specializzazione, non in grado di cogliere nel suo insieme la complessità sociale. A questi attacchi si uniscono oggi quelli più volgari e poco documentati di alcuni neo-sovranisti che lo accusano di essere stato, addirittura, un apologeta della globalizzazione e della postmodernità. Quando, al contrario, Bauman ne è stato uno dei più attenti critici senza rinunciare, innanzitutto, a descrivere la realtà così come si presenta.
Che ne sarà quindi dell’eredità di Bauman? A questa domanda prova a dare una risposta il numero monografico della rivista Sicurezza e Scienze Sociali (edita da Franco Angeli), curata da Riccardo Mazzeo, e significativamente intitolato Zygmunt Bauman. I cancelli dell’acqua. Questa opera si segnala innanzitutto perché va ad arricchire una paradossalmente scarsa produzione critica, sia in Italia sia all’estero, sull’opera di Bauman.
Il secondo merito di questo numero monografico è quello di riunire su una molteplicità di aspetti dell’opera del sociologo polacco – dalla Shoah al lavoro, dalla globalizzazione agli intellettuali – le riflessioni di alcuni dei più autorevoli studiosi italiani di scienze sociali – da Mauro Magatti a Vanni Codeluppi – molti dei quali, come Benedetto Vecchi, hanno conosciuto e lavorato con lo stesso Bauman. Allo stesso tempo, significativa è la presenza dei contributi di più giovani ma non meno acuti studiosi come Sabina Curti o Vincenzo Romania. Tre sono i punti fondamentali che, come un filo rosso, attraversano tutti i saggi raccolti nella rivista. Il primo concerne il permanere o meno di una condizione di modernità liquida nelle società contemporanee, soprattutto alla luce di quello che è il tema generale della rivista: il rapporto tra sicurezza e socialità.
GIÀ BAUMAN, soprattutto nella sua ultima opera, pubblicata postuma e dedicata alle «retrotopie», sottolineava l’ingresso delle società occidentali nella gramsciana fase dell’interregno. Una sorta di caotico guado nel quale il vecchio (in questo caso rappresentato dalla modernità liquida, cioè dalla fase più dinamica e dirompente della globalizzazione neo-liberale) si destruttura, e il nuovo ancora non è nato. I saggi contenuti nel numero mostrano come questo stato di crisi cronica sia dovuto, soprattutto, a un approfondimento delle condizioni della modernità liquida ribadendo così, con il dovuto senso critico, il permanere della fecondità delle analisi di Bauman.
LA SECONDA QUESTIONE attiene all’impianto metodologico dell’opera del sociologo polacco: proprio quella che viene spesso indicata come una debolezza è invece, come argomenta Magatti, una forza dell’opera di Bauman; che ci sollecita continuamente a essere curiosi, rabdomanti del mutamento, e orientati a fornire ad un pubblico più vasto gli strumenti per comprendersi e comprendere il mondo circostante. Una postura intellettuale di tipo critico del tutto peculiare e che, come argomenta Luca Corchia nel suo bel saggio, divide profondamente Bauman da Habermas; canonicamente considerato l’intellettuale critico (e classico) per eccellenza.
INFINE, IL TERZO FILO rosso è rintracciabile nella questione del rapporto tra Bauman, la modernità e la società keynesiano-fordista: qui emerge quella centralità dell’ambivalenza come categoria interpretativa baumaniana che, da una parte rivela l’esito totalitario che la modernità ha portato con sé; e, dall’altra, l’importanza di sicurezze e garanzie istituzionalizzate, nonché delle politiche redistributive, nello stabilizzare la vita sociale e individuale di fronte all’incontenibile dinamismo dell’economia. Un tema di nuovo centrale per determinare, in positivo o in negativo, l’approdo al quale ci condurrà la lunga fase di interregno nel quale siamo immersi.

Il Fatto 12.10.18
I neonazi che aiutano i siriani (a casa loro)
“Qui da Assad tutto bene” - Un’Ong promuove il ritorno dei rifugiati dalla Germania
di Michela A. G. Iaccarino


Biondo e pallido sotto il sole rovente di Siria, il ragazzo con la maglia grigia, su cui c’è scritto Aha, rassicura parlando con voce piana, guardando dritto nell’obiettivo: “Rifugiati, potete tornare a casa”. Sullo sfondo c’è un panorama di rocce e quiete, in primo piano l’acronimo di tre lettere, Aha: associazione aiuto alternativo, Ong vicina al German Identitare Bewegung, ala sorella del “movimento identitario tedesco”. Quello che si batte per l’Europa bianca e cristiana, per una Germania solo “patria, libertà e tradizione”. La destra tedesca è tornata in Medio Oriente.
A quasi 60 chilometri da Damasco, nel villaggio cristiano di Maaloula, in una zona controllata dalle truppe del presidente Assad, i ragazzi sono arrivati a testimoniare “la stabilità della regione”. Si rivolgono direttamente ai profughi in Germania, Europa: possono ricostruire vite, destini e case, tornare in quella patria che, – dimenticano però di ricordare –, è diventata tomba per almeno 400 mila persone da quando il conflitto è cominciato. Queste sono le ultime cifre approssimative Onu, risalgono al 2016 e nessuno ha mai più avuto un numero preciso dopo allora.
Il primo ragazzo del video di propaganda è Mario Muller, cede la parola al secondo: stessa maglietta, stesso colore di capelli, stesse spalle larghe. Stesso messaggio: l’aria di Siria è tranquilla, “il paese ha bisogno di essere ricostruito dai suoi abitanti”, l’ong dell’ultradestra tedesca, fondata nell’estate del 2017, è pronta a dare una mano. “Il nostro obiettivo è portare un contributo dove necessario”. Lo chiamano “aiuto patriottico”: invitano i loro sostenitori a donare 50 dollari al mese per “adottare” una famiglia siriana. Nel 2017 hanno raccolto quasi 60mila euro per la barca Defend Europe, che prese il largo solo per monitorare le Ong che salvavano rifugiati.
“L’obiettivo è aiutare le persone localmente”. Gli Aha forniranno sussidio finanziario, “ogni euro speso in Germania per integrazione, aiuti farebbe molto di meglio in Siria”. Non è la prima volta che i biondi della destra di Berlino si sporcano gli anfibi con le sabbie dei deserti orientali. Al conflitto siriano si erano già avvicinati dal Libano, quando lo scorso giugno, in un campo profughi nei pressi della valle della Bekaa, si erano posizionati davanti alle telecamere per dire “disastri, povertà, violenza sono le ragioni per cui si abbandona la patria”. Avevano già smesso di usare i loro vecchi slogan: “Via i migranti”, per sostituirli con quelli nuovi: vi aiutiamo a casa vostra.

Il Fatto 12.10.18
“Quanto era bella e intatta Genova” nei versi di Montale
di Giovanni Pacchiano

“La forme d’un ville/change plus vite, hélas! que le coeur d’un mortel”. La forma di una città cambia, ahimé, più in fretta del cuore di un uomo. Lo sosteneva Baudelaire nella magnifica poesia che è Le Cygne.
Profeta: lo vediamo oggi nelle nostre città: la mia piccola Milano, già elegante nei suoi palazzi settecenteschi, fiorita a fine Ottocento di un variegato liberty, poi modesta ma decorosa, oggi è travolta dall’opaco gigantismo dei megagrattacieli, segni dell’espropriazione di ciascun io individuale.
È solo nostalgia quella di noi anziani? O è senso dell’imbarbarimento della civiltà, che tende a cancellare o cementificare, anche metaforicamente, ogni ieri? Ma quanto Baudelaire applica alla città si può trasferire alla trasformazione di tutta l’Italia. Ho sulla scrivania un prezioso libretto appena uscito: Eugenio Montale, L’oscura primavera di Sottoripa (Il Canneto, pp. 112, 15 euro), una raccolta di testi montaliani rivolti a figure, cronache e luoghi famigliari della vecchia Liguria del poeta; arricchita da una bella, affettuosa introduzione evocativa di Bianca Montale, la nipote, e per cura intelligente e note ai testi di Stefano Verdino.
Sono raccolti qui scritti per la maggior parte, ma non proprio tutti, reperibili negli immensi Meridiani Mondadori dedicati a Montale, ma concentrati attorno al tema del “come eravamo”.
Con una caratteristica che va segnalata, costituendo la cifra del libro: non qui, come nel Montale delle poesie, almeno fino alle liriche della Bufera, la cifra costante, con variabili di illusoria salvezza, o presenze angeliche e insieme dolenti sfiorate e perdute, sta, come ha detto magistralmente Gianfranco Contini, “in un minimo di tollerabilità del vivere”; e nell’angoscia esistenziale veicolata attraverso il ritorno quasi perenne di rime interne, assonanze, versi finali o coppie di versi sigillo. Così per parlare di esperienze vitali e mortali, si veda anche, a epigrafe dell’Oscura primavera di Sottoripa, il mottetto (dalle Occasioni) “Lo sai: debbo riperderti e non posso”: dove la secca chiusa non lascia dubbi: “E l’inferno è certo”.
Ci crediamo: rinchiusi in una condizione che oggi più che ieri è anche la nostra (Montale, assieme a Sbarbaro, a Sereni, e a Caproni è tra quelli che con più anima hanno saputo raccontare il senso e l’inutilità del tempo, i lampi della memoria, la tragedia del divenire). Come non sorprenderci invece di fronte alle prose raccolte nel volumetto, che indicano tutt’altra tonalità?
Se non pensando che poeta e prosatore percorrono spesso nello stesso uomo cammini diversi, non divergenti, magari, ma non strettamente sovrapponibili nei modi. Perché, mentre nelle liriche il piccolo mondo antico di una volta torna con urgenza e massimo affanno nel quasi immediato o comunque non remoto ricordo, sia negli Ossi sia nelle Occasioni, qui, nei testi in prosa, il rimpianto si scioglie nella pacatezza, reale o autoimposta che sia, e la memoria sfiora con dolce nostalgia il passato contro il presente, ma subito si allontana dagli scempi perpetrati, a non sciupare i ricordi. Quelli della Genova di un tempo: “Quando io venni al mondo Genova era una delle più belle città italiane”. Quelli delle allora (il pezzo è del 1946), intatte Cinque Terre, popolate da “zappatori d’orto e marinai di piccolo cabotaggio”. E la villa avita delle vacanze, a Monterosso, amata e perduta: dal treno “appariva e spariva la villa, una pagoda giallognola e un po’ stinta, vista di sbieco, con due palme davanti”. Forse è l’attenzione al dettaglio, gelosamente ricostruito, che attenua distraendola la commozione. Mentre minutamente affettuosi, e dotati di un criterio di comprensione infallibile (per i giovani che non lo sanno, Montale fu anche grande critico), i ritratti di amici e poeti e scrittori, i sodali liguri della sua giovinezza: il vates, il poeta maudit, Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, “l’elegiaco e il paesista”, che “ricorda un Corot, ma portato in gamma calda”.
E Mario Novaro, “dalla poesia volutamente sfatta grezza affannosa, espressione di un animo turbato”. Giovanni Boine: “molto del lento giro delle sabbiose dune delle sue spiagge è passato nella sua lirica; molto del tranquillo declinare dei viottoli tra i suoi orti”. E il più grande, Camillo Sbarbaro, a cui qui è dedicato un intero Ricordo: “L’arte di Sbarbaro era fatta di brevi fulgurazioni e la droga che lo portava a questi attimi felici era la vita”. Sì, la vita, il cuore che muta più lento: oggi Montale è ancora e per sempre il nostro poeta.

Repubblica 12.10.18
Salviamo la storia dell’arte
di Cesare de Seta


Da alcuni giorni gli storici italiani sono scesi in campo contro la scelta della Commissione presieduta da Luca Serianni di eliminare la traccia di storia dal tema di maturità. La Giunta centrale per gli studi storici e delle Società degli storici ha sottolineato la marginalizzazione della Storia nel curriculum scolastico, già intaccato dalla riduzione delle ore di insegnamento negli studi professionali. Questa sorprendente novità — nel Paese di Machiavelli e di Guicciardini — ignora il fatto che mortificare il sapere storico equivale a privare i giovani cittadini della classe dirigente delle basi essenziali per orientarli nella loro scelte di vita e culturali. La Commissione si è mossa in questa scelta senza consultare mai la Giunta né le università che sono preposte a questo insegnamento. Ho seguito, nel giorno in cui venivano rese note le modifiche relative alla prima prova scritta dell’esame di Stato, a un vivace dibattito a Fahrenheit, su Radio 3, tra Serianni e Simona Colarizi, condividendo le preoccupate osservazioni della storica. Terminata la trasmissione mi sono chiesto: ma non è forse la storia dell’arte una parte essenziale della nostra civiltà?
Almeno dal tempo in cui Enea Silvio Piccolomini, futuro papa Pio II, iniziava a scrivere i Commentarii (1462), primo testo della letteratura moderna che dedichi al paesaggio ampie descrizioni. Enea Silvio è certo parte della storia ma sarebbe grave dimenticare che è parte anche della letteratura e della storia dell’arte.
Intendo dire che, se il ministro Bussetti avesse il buon senso di modificare il testo della Commissione Serianni, non potrebbe lasciare fuori dalla porta la storia dell’arte.
Essa è la forma vivente non solo per le opere d’arte, ma pure per il paesaggio e il contesto dei centri storici che sono scena essenziale della nostra civiltà. La recente raccomandazione del Consiglio dell’Unione europea sull’apprendimento permanente presta una particolare attenzione al tema della consapevolezza culturale: si sottolinea la necessità di forti radici identitarie per ispirare una progettualità virtuosa, interculturale e sostenibile. Questo richiede un impegno politico efficace, una rinnovata metodologia scientifica e didattica nella convinzione che il giusto terreno per coltivare tali competenze sia quello del patrimonio artistico. La relazione stretta che lega un manufatto al proprio contesto storico, socio-economico e culturale, ma anche al territorio che lo custodisce, alle vicende della sua conservazione e fruizione, comporta un esercizio di lettura e di interpretazione che collima esattamente con quanto scriveva Piccolomini a metà Quattrocento.
La storia dell’arte necessita di particolari competenze di lettura e decodificazione dei manufatti e qui si apre un doloroso argomento: il destino della storia dell’arte nella politica, nella cultura, nella scuola di ogni ordine e grado del Paese. A parole se ne celebra “l’eccellenza”, ma di fatto essa è la Cenerentola della scuola.
Dopo lo scempio della riforma Gelmini, la storia dell’arte sarebbe dovuta entrare nel biennio di tutti gli indirizzi. Irene Baldriga, presidente dell’Associazione nazionale storici dell’arte, nel bel volume Diritto alla bellezza (Le Monnier, 2018), sottolinea la rilevanza dell’interdisciplinarità che esige competenze trasversali.
Raccomandazioni che valgono anche per gli storici tout court, che sono insorti contro la commissione Serianni.

Repubblica 12.10.18
C’erano una volta le banconote
di Moisés Naím

Che cosa succederà al denaro? Fino a poco tempo fa l’idea di fare a meno di banconote e monete sembrava fantascienza. Ma oggi è una realtà. In molti Paesi, il denaro, così come lo conosciamo, sta diventando obsoleto: i portafogli vengono sostituiti dai nostri onnipresenti smartphone, mentre le banconote e le monete metalliche vengono rimpiazzate da sequenze digitali di uno e di zero.
In Svezia, per esempio, il 93 per cento delle transazioni avviene attraverso trasferimenti diretti effettuati con un’applicazione per dispositivi mobili chiamata Swish, che permette di trasferire all’istante da un individuo all’altro, a costi molto bassi, somme di denaro anche piccole. Ma i prosperi e tecnologici svedesi non sono gli unici che fanno sempre più spesso a meno del denaro vecchio stile. Anche la Cina, il Kenya, la Tanzania, il Bangladesh e l’India hanno compiuto enormi progressi nell’uso dei pagamenti elettronici attraverso dispositivi mobili. L’uso del contante sta diventando sempre più un anacronismo: affidarsi a pezzi di carta colorata come mezzo di pagamento non fa molto XXI secolo.
Per le istituzioni pubbliche, i vantaggi dell’uso diffuso di tecnologie come Swish sono evidenti: ogni transazione è registrata e può essere monitorata, anche dalle autorità. Per tutti quelli che riciclano denaro, evadono le tasse, trafficano in droghe o finanziano terroristi, la scia digitale lasciata dalle transazioni monetarie digitali è un problema. Al contrario, per gli hacker che sanno come entrare in un account e trasferire fondi a un altro proprietario, queste nuove tecnologie aprono enormi opportunità.
L’ascesa delle criptovalute, per esempio, solleva problemi senza precedenti. Queste valute virtuali ( o beni digitali) sono algoritmi crittografati complessi che possono essere utilizzati come metodo di pagamento verificabile e garantito. La più comune è l’onnipresente Bitcoin, ma ce ne sono altre (2.000, per la precisione, e il loro numero è in aumento).
La caratteristica più rivoluzionaria di queste valute è che, salvo alcune eccezioni fraudolente, le istituzioni pubbliche e le Banche centrali non hanno nulla a che fare con loro. Un’altra caratteristica importante è che le transazioni in criptovaluta possono essere eseguite in modo anonimo. Le tecnologie digitali e Internet, infatti, rendono più facile operare in modo anonimo in molti settori (affari, storie sentimentali, criminalità, terrorismo e via dicendo). Così, nello stesso momento in cui alcune nuove tecnologie impediscono l’anonimato, altre sono deliberatamente progettate per garantirlo.
Un esempio è il ZCash, una criptovaluta che promette di fare tutto ciò che fa il denaro contante, solo in maniera virtuale...e anonima. Utilizzando meccanismi di crittografia estremamente complessi, il ZCash offre una privacy assoluta nel corso di tutta la catena di transazioni in cui sono coinvolte le sue “ monete”. Quando riceviamo una banconota da 100 dollari non abbiamo modo di sapere chi l’ha posseduta prima della persona che ce l’ha consegnata, o chi la possederà dopo la persona a cui la consegneremo. Il ZCash promette di fare la stessa cosa: assicurare l’anonimato lungo tutta la catena di utenti.
Naturalmente, i governi non amano il ZCash e il sentimento è reciproco. Come molte criptovalute, il ZCash è stato sviluppato da una comunità di programmatori ultralibertari, ostili al controllo governativo. I governi hanno ragione a essere allarmati, per il semplice fatto che il potenziale destabilizzante di piattaforme come il ZCash è illimitato. Per un trafficante di droga, far passare 10 milioni di dollari in banconote attraverso la dogana di un aeroporto è rischioso sia dal punto di vista logistico che da quello legale. Con il ZCash, però, chiunque può trasferire immediatamente qualsiasi somma, in qualsiasi momento e verso qualsiasi destinazione, senza quelle pesanti ventiquattrore piene di moneta cartacea. E senza rischiare di svelare l’identità dei partecipanti.
I governi stanno imparando in fretta a fronteggiare le sfide inedite che arrivano da nuove tecnologie come il ZCash. Il grande vantaggio che hanno ancora le autorità è che controllano lo “svincolo di uscita” dalla “ cripto- autostrada”. Dal momento che il numero di aziende che accettano pagamenti in criptovalute è ancora relativamente esiguo, spesso è necessario scambiare queste ultime con una delle valute tradizionali, che continuano a essere emesse dalle istituzioni pubbliche. In questo modo, le autorità hanno la possibilità di controllare lo “svincolo di uscita” e questo, ovviamente, rappresenta una leva fondamentale.
Ma non c’è motivo di ritenere che questo vantaggio sarà eterno. Oggi ci sono già oltre centomila aziende virtuali che accettano criptovalute come forma di pagamento e il loro numero continuerà a crescere rapidamente. È perfettamente concepibile immaginare che fra qualche anno si potrà acquistare una macchina, un viaggio o una casa con il ZCash.
Non possiamo ancora dire se il futuro appartiene a tecnologie trasparenti come la Swish o a tecnologie opache come il ZCash. Molto probabilmente coesisteranno, a seconda del Paese e del settore economico. Quello che è indubbio, comunque sia, è che, man mano che ci addentriamo nel XXI secolo, diventerà più facile trovare le banconote e le monete nei musei che nelle nostre tasche.
(Traduzione di Fabio Galimberti)