giovedì 4 ottobre 2018

Corriere 4.10.18
Elzeviro Cultura, logos e traduzione
L’occidente è una parola scritta
di Carlo Sini


Domani a Milano (ore 18.30, Villa Necchi Campiglio) viene presentato il Premio internazionale di letteratura araba «Sheikh Zayed Book Award». Intervengono Ali Bin Tamim, presidente del Premio, Abdulla Majed Al-ali, Samer Abou Hawwach, Paolo Spinicci, Alessandro Zaccuri e Marco Zapparoli, di Marcos y Marcos, presidente degli editori indipendenti italiani. Modera Paolo Gualandris. Il filosofo Carlo Sini terrà una «lectio minimalis» che anticipiamo.
La memoria corta genera ignoranza, presunzione e ingiustizia. Se fossi un docente di scuola dedicherei un tempo adeguato a ricordare la grande scuola dei traduttori nella Toledo medievale e poi a Siviglia e a Murcia (non so quanto oggi lo si faccia): senza di loro tutto il nostro sapere e la nostra cultura «occidentale», di cui giustamente siamo fieri e che sta diventando sempre più planetaria, non ci sarebbero. La premessa storica è il periodo d’oro della conquista araba della Spagna, accompagnata da una grande quantità di manoscritti. Quando i re cristiani si impadronirono di quelle terre, cacciando gli arabi (in realtà la situazione si ribaltò più di una volta), quei preziosi manoscritti ispirarono la grande impresa della loro traduzione in latino, consegnando un po’ alla volta a tutte le scuole d’Europa trattati preziosissimi di filosofia, di teologia, di astronomia, di scienza, di matematica e con essi una parte cospicua della cultura greca sino ad allora perduta o dimenticata in Occidente. Senza questi lavori la grande rivoluzione della Scolastica in Europa, patrocinata anzitutto da Tommaso d’Aquino, non sarebbe stata possibile.
La cosa ancora oggi straordinaria e degna di molta riflessione fu il progetto di far convivere in armonia studiosi arabi, cristiani ed ebrei: progetto che consentì quella fiorente scuola di traduttori che Alfonso X re di Castiglia e di Leon particolarmente protesse e potenziò, ispirando anche traduzioni dal latino al castigliano.
L’Occidente, in conclusione, è l’invenzione e l’uso della parola scritta, invenzione resa nel tempo universale dalla cultura greca. Come ogni pratica, anche la scrittura si accompagna a forme di vita e a istituti diversi, ma essa è e rimane il cuore della nostra cultura, greca, araba, romana, cristiana ed ebraica: ignorarlo o trascurarlo è un delitto contro la civiltà e un suicidio intellettuale.


Corriere 4.10.18
Dio ride. Nish Koshe
Moni Ovadia si scaglia contro i Muri
di Magda Poli


Dio Ride. Nish Koshe (così, così) di Moni Ovadia segue le orme di Oylem Goylem, una immersione nella cultura ebraica della diaspora e dell’esilio espressa in yiddish e con la musica Klezmer, una panoramica di umorismo, battute fulminanti e citazioni dotte (fino al 14 ottobre al Piccolo Teatro Grassi).
La musica è eseguita dai bravi musicisti di sempre di Ovadia, la sua voce non si arrampica più sulle note come un tempo, sa di malinconica cupezza e di un brio un po’ lontano. Ne risulta un affresco nostalgico di un mondo di riso e di pianto, di pensiero e d’intelligenza. Veemente la parte politica, il giusto scagliarsi contro i muri che sono nati dappertutto in Occidente e, con rabbia e dolore, contro «il più scandaloso» che divide Israele da Gaza, «una prigione a cielo aperto. Israele è uno stato razzista, e contro quel muro si infrange la vertiginosa spiritualità dell’ebraismo». Moni, si sa, la pensa così, e sorgono domande: non sarà che l’Occidente non avendo fatto i conti con la Shoah ne vede la giustificazione a posteriori nella «ferocia» di Israele? Possibile che il nero sia solo da una parte e il bianco dall’altra? Quanto questo è d’aiuto per poter vedere finalmente un ebreo con la kippah e la kefiah?

Corriere 4.10.18
Riflessione sull’indifferenza globale
I diritti umani calpestati. E noi zitti
di Pierluigi Battista


Dovremmo protestare per la condanna all’ergastolo di sei scrittori e giornalisti al termine di un processo-farsa in Turchia: ma non lo faremo, non ci conviene o, meglio, non ce ne importa granché, la nostra sensibilità sulla difesa dei diritti umani si è affievolita fino a scomparire, inghiottita dalle regole e dalle ipocrisie e dal cinismo del realismo politico.
I governi europei devono tenersi buono Erdogan, pagato profumatamente per tenersi i profughi della Siria, e non saranno certo scossi dalla drammatica denuncia di un perseguitato del regime turco, Ahmet Altan, contenuta nel libro «Non rivedrò più il mondo» pubblicato in Italia dalle edizioni Solferino. Decine di migliaia di dipendenti pubblici in Turchia sono stati licenziati con la scusa di una loro presunta partecipazione al golpe fallito del 2016. Ma tutti noi facciamo finta che non sia successo nulla, le istituzioni europee, assenti e rinchiuse in un’ignavia che dovrebbe far vergognare un’Europa che si dice cementata nella difesa di valori non negoziabili, e un’opinione pubblica oramai narcotizzata sulle violazioni della più elementare libertà politica attuate in Paesi a noi vicinissimi. Del resto, quasi tiriamo un sospiro di sollievo quando i tribunali egiziani, succubi della dittatura «laica», distribuiscono pene capitali a pioggia a esponenti dei Fratelli musulmani. Siamo anche disposti ad accantonare il caso Regeni per mantenere buoni rapporti con il Cairo: l’Egitto non è forse un bastione nella guerra contro il fanatismo oscurantista islamico? E il massacratore del popolo siriano Assad, sostenuto da Putin, non è forse il «male minore» da lasciare in pace nella guerra contro l’Isis? E dovremmo commuoverci per la tragica sorte del popolo curdo, raccontata su queste pagine da Lorenzo Cremonesi, che proprio nella lotta contro lo Stato islamico è stato eroicamente in prima fila? Nella logica ferrea del realismo politico dovremmo forse contemplare l’ossequio a un sentimento desueto come la gratitudine?
Siamo peggiorati. Tutti: destra e sinistra, sovranisti e democratici, establishment e popolo, senza distinzione. Tutti uniti dall’osservanza dell’unico principio a cui teniamo davvero: la nostra tranquillità. La carneficina siriana, le cui conseguenze ci hanno lambito fino a farci perdere il sonno e il controllo, ci ha reso insensibili alla strage di diritti umani, all’incedere incontrastato di dittature feroci con cui vogliamo intrattenere solidi e «tranquilli» rapporti di reciproca non ingerenza. I tempi dell’«ingerenza umanitaria»? Archiviati. Le istituzioni internazionali si avvitano nella più patetica impotenza. Le Nazioni Unite, ostaggio di satrapi e tiranni, mettono nelle loro commissioni per i diritti umani esponenti di regimi che dei diritti umani fanno sistematica strage. Ci impressionano le immagini di tortura che hanno luogo nei centri libici di reclusione dei migranti, ma l’Onu non fa nulla perché quell’oscenità non abbia più luogo. L’Europa, neanche a parlarne: le uniche parole pronunciate dalla responsabile degli affari esteri europea, Federica Mogherini, sono animate dalla sua ossessione anti-israeliana e dalla sua difesa della teocrazia iraniana, dove le donne, esattamente come accade nell’Arabia Saudita, sono perseguitate e condannate a una condizione coatta di soggezione e oppressione. Apprendiamo ora che nell’Iraq liberato dagli aguzzini dell’Isis le donne che osano trasmettere loro immagini libere su Instagram vengono minacciate e assassinate: ma noi non sappiamo più nemmeno farci impressionare da notizie così.
I diritti umani calpestati non conoscono la geografia. Si ripetono identici anche in altri contesti, come resta identica la nostra indifferenza. Dopo la denuncia generosa di papa Francesco, siamo tornati a dimenticare la sorte dei Rohingya, la popolazione musulmana massacrata dall’esercito di Aung San Suu Kyi, incredibilmente insignita dal più immeritato dei Nobel per la pace. E ancora oggi resta isolato il coraggio di Angela Merkel che ha sfidato l’ira di Pechino stringendo la mano al Dalai Lama, rappresentante di un popolo, come quello tibetano, ancora oppresso nel silenzio. Del mondo. Il valore universale dei diritti umani, sempre al centro dei discorsi ufficiali, è spartito dall’agenda dei governi e dal cuore dell’opinione pubblica mondiale. Ancora una volta le persecuzioni di Erdogan resteranno impunite, l’unica, tristissima, certezza.

Corriere 4.10.18
Il veterano Kander lascia la politica Usa: «Stress da trauma, 11 anni dopo Kabul»
Star dei democratici confessa la depressione
di Matteo Persivale


Il cane nero che azzanna di notte le sue vittime, portando angoscia e dolore e pensieri di morte, ha aggredito ancora una volta un politico americano: Abraham Lincoln chiamava «il cane nero» la depressione che lo accompagnò per tutta la vita, e resta uno dei più famosi leader affetti da quella che la moderna psicologia diagnostica, in base ai documenti, come una forma grave di depressione clinica.
Adesso è la volta di uno dei giovani emergenti più bravi e per il quale sembrava garantito un futuro politico radioso: Jason Kander, democratico, 37 anni, intelligenza e carisma, pragmatismo e capacità di comunicare. Candidato sindaco di Kansas City, con più di un commentatore che lo vedeva come possibile candidato a sorpresa per le presidenziali 2020, Kander era diventato una star, paradossalmente, per una sconfitta: nel 2016 aveva sfiorato appena una clamorosa vittoria contro il favoritissimo senatore repubblicano Roy Blunt, perdendo per pochi voti in uno Stato dove Hillary Clinton era stata asfaltata da Donald Trump con 19 punti percentuali di distacco.
L’attuale corsa a sindaco della città del Missouri sembrava solo il preludio a una carriera nazionale. Invece l’altra notte, con un candore e una franchezza che gli fanno onore e spiegano molto dei motivi della stima dalla quale è circondato, Kander ha scritto un post-confessione su Facebook immediatamente rimbalzato su tutti i social media. «Ho cercato di sfuggire per 11 anni alla depressione e ai sintomi dello stress post-traumatico, ho cercato di correre più veloce di loro per seminarli, ma ora ho concluso che mi hanno raggiunto, che sono più veloci di me. Ho smesso di correre, mi sono voltato indietro, e ho deciso di affrontarli». Si ritira così dalla campagna elettorale per curarsi, confessando le numerose volte nelle quali ha pensato al suicidio, con i fantasmi della guerra in Afghanistan (ha combattuto nel 2005, come capitano nell’intelligence militare) che continuano a tormentarlo. Kander ha raccontato con franchezza le telefonate alla linea telefonica, aperta 24 ore, di assistenza psicologica per i veterani, le chiamate nelle quali ammetteva di pensare di frequente al suicidio.
Kander era il volto pulito e amichevole del progressismo centrista, l’ex militare diventato fenomeno «virale» su Internet per lo spot elettorale, geniale, nel quale parlava della necessità di fare controlli su chi vuole acquistare armi (norma apparentemente elementare, ma fortissimamente invisa alla lobby americana delle armi da fuoco) mentre, bendato, assemblava in pochi secondi un fucile mitragliatore come quello da lui usato in Afghanistan. Come si poteva attaccare un personaggio simile con le solite obiezioni dei repubblicani (democratici troppo liberal, poco patriottici, ostili alle forze armate)? Risposta: non si poteva. Ecco perché Kander progressista armato con un passato inattaccabile, sposato con la fidanzatina del liceo, pacato e aperto al dialogo, piaceva tanto.

il manifesto 4.10.18
Il paternalismo digitale di Stato controllerà la moralità dei consumatori poveri
Workfare & società della sorveglianza. Nel giorno più caldo delle trattative sul Documento di Economia e Finanza (Def) il vicepremier ministro del lavoro e dello sviluppo Luigi Di Maio ha fornito nuovi dettagli sul progetto di sussidio di ultima istanza vincolato al lavoro gratuito e alla formazione obbligatoria impropriamente definito «reddito di cittadinanza»: «Sarà erogato su una carta elettronica. Permette la tracciabilità, non le spese immorali»
di Roberto Ciccarelli


Lo Stato del paternalismo digitale governerà i poveri, italiani e li obbligherà a spendere tutto il sussidio di ultima istanza vincolato al lavoro obbligatorio definito impropriamente «reddito di cittadinanza». «Sarà erogato su una carta. Permette la tracciabilità, non l’evasione o le spese immorali» sostiene il vicepremier Luigi Di Maio. Dalla «carta d’identità elettronica» – è l’ipotesi del Commissario straordinario per l’«agenda digitale» Diego Piacentini, già manager Amazon, che realizzerà il dispositivo – dovrà essere speso il 75% del credito per acquisti che «assicurano la sopravvivenza minima dell’individuo» (Di Maio).
In questa visione crudamente realistica è stato rispolverato un concetto dell’antropologia negativa: l’essere umano concepito in base ai suoi bisogni primari, non come «animale politico» (Aristotele) o «potenza» (Spinoza). Chi rientrerà nella soglia di spesa potrà aumentare la soglia degli acquisti il mese successivo. Se, invece, non sarà spesa la cifra prevista, il soggetto sarà colpito da una penalizzazione: il sussidio accreditato potrebbe diminuire, costringendolo il mese dopo a tornare a spendere. Tutto questo nei limiti definiti dalla differenza tra il tetto massimo di 780 euro e il calcolo dei limiti patrimoniali e reddituali Isee attribuiti ai «poveri assoluti»: coloro che hanno un reddito inferiore ai 650 euro mensili. A conti fatti, la cifra netta potrebbe essere pari a una media tra i 200 e i 400 euro decrescenti e vincolati all’obbligo di otto ore di lavoro gratis per lo Stato e della formazione obbligatoria.
Il cittadino inserito in questo sistema dei crediti sociali, che ricorda quello sperimentato in Cina, non potrà acquistare ad esempio «un gratta e vinci, sigarette o comprare dei beni non di prima necessità», sostiene Di Maio. Il povero è inteso come soggetto subalterno e dovrà risultare virtuoso agli occhi del panottico di Stato che lo valuterà in base alla sua capacità di effettuare «consumi morali» e non «immorali». «Grazie alle tecnologie è possibile disabilitare l’utilizzo del reddito in alcuni negozi – ha aggiunto Di Maio – L’obiettivo è spenderlo nei negozi italiani e sul suolo italiano».
La sorveglianza sui comportamenti dei poveri sarà garantita anche dalle forze dell’ordine. Lo ha confermato il ministro dell’Economia Giovanni Tria che teme l’uso opportunistico di fondi da parte di chi lavorerà in nero e froderà lo Stato. C’è tuttavia la possibilità che il soggetto in questione preferisca sottrarsi alla disciplina. Un’eventualità al momento non calcolata. A scopo preventivo Tria ha dato «mandato alla Guardia di finanza di predisporre un piano specifico per poter intervenire «su quella linea di divisione che ci può essere tra lavoro nero e poveri. Chi giocherà su questo giocherà su un terreno molto rischioso» ha detto Tria. La società dei controlli tutelerà le «politiche attive» e assicurerà «un più fluido accompagnamento delle risorse di lavoro da un impiego all’altro, o al primo lavoro, al duplice scopo di garantire la necessaria mobilità del lavoro». Per realizzare un simile obiettivo il governo dovrà risolvere questi problemi: la legislazione concorrente tra Stato e regioni sulle politiche del lavoro; investire risorse ingenti nell’assunzione, nella formazione e riqualificazione del personale (i previsti 800 milioni-un miliardo potrebbero essere insufficienti); realizzare un database unificato e di un sistema di governance digitale. Un simile sistema di workfare neoliberale (work to welfare: lavorare per ottenere un beneficio condizionato a tempo), su una scala incomparabilmente superiore, la Germania ha impiegato cinque anni. Il governo pensa di farlo in tre mesi, da gennaio a marzo perché ad aprile 2019 il «reddito di cittadinanza» entrerà in vigore, in tempo per le elezioni europee. L’ottimismo digitale è di rigore nel populismo italiano.
Ulteriori dettagli sul modo in cui funzionerà la «carta» sulla quale transiterà l’importo del sussidio di ultima istanza sono stati forniti ieri dal Commissario per l’agenda digitale Piacentini. «Ho parlato parecchie ore con Di Maio e siamo stati chiamati per aiutare a gestire l’implementazione della misura che deve seguire quattro componenti – ha detto – l’identificazione degli aventi diritto, e già questa non è una cosa certa; la distribuzione dei soldi; il controllo spesa; la valutazione della policy cioè sapere a posteriori se la misura ha funzionato, cosa che manca al governo italiano e non solo». Una quinta componente, ha aggiunto, riguarda «la sicurezza e la privacy». «Puoi chiamarlo come vuoi: reddito di cittadinanza, reddito di inclusione, bonus mamme o bonus bebè. Qualsiasi aiuto dello Stato deve transitare da queste quattro attività».
Le parole di Piacentini – terminerà il suo mandato a fine mese e tornerà a Seattle, ma non a Amazon – sono particolarmente interessanti per spiegare l’orizzonte culturale in cui si inserisce questa peculiare versione della società della sorveglianza. «Il reddito di cittadinanza può essere una grossissima occasione per digitalizzare il paese – ha detto Piacentini – la politica non c’entra con questa mission». Si fa «con l’organizzazione giusta, con i processi giusti, con la separazione della ideologia politica dai processi» ha spiegato dal palco dell’EY Digital Summit di Capri. L’evocata neutralità della tecnica digitale è un’ideologia ed è applicata nel progetto che sta emergendo sul cosiddetto «reddito di cittadinanza». Nei discorsi degli esponenti del governo emerge un affidamento alla tecnologia considerata capace, in sé, di rendere trasparenti i problemi tecnico-amministrativi. La digitalizzazione è, in questo caso, accompagnata da un’idea del governo dell’essere umano vincolando la sua autonomia a un meccanismo di etero-direzione.
La retromarcia del governo sul deficit al 2,4%, prima pensato su tre anni e ora concepito per un anno, potrebbe essere d’ostacolo per la realizzazione del progetto sociale più discusso in Italia. I fondi per il reddito e la pensione di cittadinanza – i «10 miliardi», somma dei fondi del «ReI», Naspi, garanzia giovani) e risorse «fresche» in deficit tra 5-6 miliardi – potrebbero essere ridimensionati se non ci sarà la crescita dall’attuale 0,9% all’1,6-1,7% del Pil annunciata dal Def per il 2019. In questo caso il «fortissimo taglio di spending review» annunciato da Tria potrebbe essere rivolto anche ai fondi investiti su questo progetto di «reddito» usato per «far ripartire la vita delle imprese e dei commercianti» (Di Maio). Lo prevede la «clausola di salvaguardia sulla revisione della spesa» annunciata da Tria. Su questa scommessa finanziaria dipende il futuro del governo morale dei poveri.

il manifesto 4.10.18
Aiuto al suicidio, il governo contro Marco Cappato davanti alla Consulta
Dj Fabo. Anche l'esecutivo giallo verde difende la costituzionalità della norma introdotta in epoca fascista
di Eleonora Martini


Quando qualche settimana fa l’Associazione Luca Coscioni consegnò nelle mani del presidente della Camera Roberto Fico le 130mila firme di cittadini poste in calce alla legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell’eutanasia, il governo giallo-verde bypassò le divisioni interne sull’argomento liquidando la questione come «non prevista nel contratto».
Eppure, deve aver prevalso la linea leghista (quella del ministro della famiglia Fontana, però, più che di Salvini), se l’esecutivo ha deciso di non rimanere neutro sulla questione e di opporsi invece al dubbio di legittimità costituzionale sull’articolo 580 del codice penale presentato dal Tribunale di Milano nel processo a carico di Marco Cappato, accusato di istigazione e aiuto al suicidio di Dj Fabo. Al secolo Fabiano Antoniani, l’uomo cieco e tetraplegico aveva chiesto il supporto del tesoriere dell’associazione Coscioni per farsi accompagnare in una clinica Svizzera, dove poi è effettivamente morto suicida il 27 febbraio 2017.
Il processo, che si è aperto l’8 novembre 2017 in seguito all’autodenuncia di Cappato, si è parzialmente concluso il 14 febbraio 2018 con l’assoluzione dell’esponente radicale «per la parte che lo vedeva imputato di istigazione al suicidio», spiegano i legali dell’associazione Coscioni coordinati dalla segretaria, l’avvocata Filomena Gallo. Mentre «per la parte di aiuto al suicidio, la Corte di Assise di Milano ha emesso una ordinanza di remissione alla Consulta per il giudizio di costituzionalità della norma».
«Ho appena appreso che anche il governo Conte-Di Maio-Salvini ha presentato memorie contro di me davanti alla Corte Costituzionale – ha scritto ieri in una nota Cappato – affinché il dubbio di legittimità costituzionale sia dichiarato inammissibile, come già aveva chiesto il governo Gentiloni». È imminente infatti l’udienza nella quale la Consulta dovrà esprimersi riguardo alla norma che vieta l’assistenza al suicidio contemplata dal Codice Rocco: si terrà il prossimo 23 ottobre. L’aiuto al suicidio è, ricorda Cappato, «reato istituito e punito in Italia secondo quanto disposto dal Codice penale del 1930, in piena epoca fascista e antecedente alla Costituzione e dunque su un concetto di libertà e diritti umani e civili totalmente rivoluzionato nel corso del tempo».
Il governo avrebbe potuto non presentare opposizione, come già avvenne in altre occasioni. Per esempio, il governo Renzi nel 2015 rinunciò alla difesa della legge 40, smantellata pezzo per pezzo dalla Consulta. «Dicono che era un atto dovuto – incalza Cappato – ma di fatto è un atto discrezionale. Avevo capito che non volessero affrontare il tema perché non è nel programma di governo. Speravo (e continuo a sperare) che questo significherà lasciare il Parlamento libero di decidere».
Di fine vita e «di altre libertà da conquistare», di politica basata su un approccio scientifico anziché superstizioso, si parlerà nel XV Congresso dell’Associazione Coscioni che si terrà dal 5 al 7 ottobre presso l’Università Statale di Milano.

il manifesto 4.10.18
Lucano non è il «simbolo» ma l’accoglienza realizzata
Riace chiama. L’esperienza straordinaria di Riace e del suo sindaco va messa a confronto con l’immondo business della speculazione sui migranti che si svolge nei centri gestiti direttamente dallo Stato, spesso sotto gli occhi e con la complicità di molte Prefetture
di Guido Viale


Domenico Lucano, il sindaco di Riace, arrestato con motivazioni pretestuose che rispondono più a un desiderio esplicitamente espresso dal ministro Salvini che a ragioni di ordine giuridico, non è solo, come è stato detto, «il simbolo dell’accoglienza».
È l’accoglienza realizzata, a beneficio tanto dei nuovi arrivati che dei cittadini italiani di paesi che prima del loro arrivo erano stati costretti ad abbandonare, per emigrare anche loro. Riace è la dimostrazione che italiani e migranti, se ben governati, possono non solo vivere bene insieme, ma anche prosperare: far rinascere i borghi e le terre abbandonate, ricostruire una vita di comunità nei loro abitati, imparare gli uni dagli altri a conoscere, rispettare e valorizzare la cultura, le tradizioni, le usanze, ma anche le sofferenze di cui ciascuno di noi è portatore.
L’esperienza straordinaria di Riace e del suo sindaco va messa a confronto con l’immondo business della speculazione sui migranti che si svolge nei centri gestiti direttamente dallo Stato, spesso sotto gli occhi e con la complicità di molte Prefetture, o con l’abbandono a cui sono condannati centinaia di migliaia di profughi e migranti a cui non è stata concessa alcuna protezione internazionale e, quindi, alcun diritto di soggiorno; e che il recente decreto “sicurezza” voluto dal ministro Salvini non farà che moltiplicare, senza alcuna reale possibilità di rimpatriarli in una “patria” da cui sono dovuti fuggire, come lo stesso Salvini ha dovuto ammettere dopo aver fatto di questa promessa il “cavallo di battaglia” della sua campagna elettorale.
E’ questa moltitudine di disperati abbandonati a sé stessi – in nome dello slogan “prima gli italiani” – in un paese che non conoscono, condannata all’accattonaggio, alla piccola e grande delinquenza, alla prostituzione o, nel migliore dei casi, a un lavoro in nero sottopagato, quello che mette in allarme una popolazione che non ha modo di conoscerli, di incontrarli e soprattutto di progettare insieme a loro la rinascita del nostro paese, come è stato fatto invece a Riace e in molti altri Comuni e in molte altre esperienze che hanno puntato sull’accoglienza e sull’inclusione dello “straniero”.
Ed è su questo abbandono che prosperano le fortune elettorali di Salvini e del suo governo: la paura del migrante e non dei tanti delinquenti italiani, con la lupara o con il colletto bianco, che affliggono la nostra vita quotidiana. Il risultato è l’abbandono all’incuria, al degrado e allo spopolamento di paesi, territori, edifici, ma anche di intere città, da cui ogni anno partono per l’estero decine di migliaia di giovani italiani e italiane, spesso laureate e diplomate, a cui non viene offerta alcuna possibilità di lavorare e valorizzare le loro capacità in Italia; e certo non perché quel lavoro che non c’è per loro sia stato portato via da chi è costretto a vivere di espedienti, come i profughi e dei migranti che hanno raggiunto fortunosamente il nostro paese, per lo più con l’intento e la volontà di proseguire verso l’estero.
Nel nostro interesse, nell’interesse del nostro paese, di una convivenza pacifica tra tutti, di un senso di umanità che rischia di essere soffocato per sempre, dobbiamo opporci con forza all’arresto di Mimmo Lucano e al tentativo di far naufragare questa bellissima dimostrazione di buona convivenza.
Per l’Osservatorio Solidarietà – Carta di Milano

Il Fatto 4.10.18
La disobbedienza generosa di Lucano
di Tomaso Montanari


Ho un amico senegalese, arrivato in Italia sei anni fa: è un clandestino. Lavora: fa il falegname. Ha un ruolo nella nostra società: a cui non nuoce in nulla, anzi alla quale giova moltissimo, con la sua dedizione, con la qualità del suo lavoro, con la sua onestà. Ma è un fantasma: uno schiavo del nostro sistema.
Ma con le leggi che ci siamo dati, non c’è modo di fargli avere un permesso di soggiorno, e chissà, un giorno la cittadinanza. Abbiamo chiuso tutte le strade: e non perché siano troppi, ché anzi ci servono (in tutti i sensi). No: per la “percezione dell’insicurezza” messa a reddito da una politica ridotta all’imprenditoria della paura. Ebbene, se io potessi organizzare un matrimonio combinato per dargli la cittadinanza, lo farei. Se, pur violando qualche norma, potessi affidargli un appalto pubblico per un lavoro che fosse in grado di fare bene, non ci penserei un momento. È quello che ha fatto Mimmo Lucano, su una scala così importante da essere diventato un modello e un riferimento internazionale. Ora Mimmo Lucano si difenderà in un processo, come tutti coloro che si trovano costretti a violare la legge perché quella legge è inumana, ingiusta, sbagliata. È una resistenza civile, una disobbedienza: e chi la pratica sa perfettamente che può essere chiamato a pagarne tutto intero il prezzo. Anche se vive in una terra, come la Locride, in cui certo le infrazioni della legge hanno altri moventi, e in cui un cittadino si potrebbe ingenuamente aspettare che la procura usasse tempo e soldi per perseguire altri reati. Ma il punto non è questo. Il punto è da che parte stare: e c’è un’Italia che sta con Mimmo Lucano, perché sente che l’unico modo di superare queste leggi è disobbedire, pagandone il prezzo. Chi la pensa così sa che dalla parte del sindaco di Riace c’è un alleato potente: che si chiama Costituzione della Repubblica italiana. Già: si può violare la legge, e però attuare la Costituzione.
Il precedente è quello celeberrimo di Danilo Dolci, processato nel 1956 per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, istigazione a disobbedire alle leggi e invasione di terreni. Capi di imputazione ben più gravi di quelli contestati a Lucano: e legati anche in quel caso a una lotta per i diritti dei più poveri. In quel memorabile processo sfilarono come testimoni della difesa di Dolci figure come quelle di Carlo Levi ed Elio Vittorini, e fuori dall’aula le ragioni dell’imputato furono difese da La Pira, Piovene, Guttuso, Zevi, Bertrand Russell, Moravia, Bobbio e Zavattini, Silone, Sellerio, Capitini, Paolo Sylos Labini, Eric Fromm, Sartre, Jean Piaget e da altri ancora.
Alla fine Dolci fu condannato: a cinquanta giorni di reclusione. Eppure la sua battaglia ebbe un’importanza cruciale: per cambiare il senso comune, e le stesse leggi della Repubblica.
Uno degli avvocati difensori di Dolci fu, è noto, Piero Calamandrei, e la sua arringa è il testo più illuminante da leggere per capire anche questo caso di 62 anni dopo: “Anche oggi l’Italia vive uno di questi periodi di trapasso, nei quali la funzione dei giudici, meglio che quella di difendere una legalità decrepita, è quella di creare gradualmente la nuova legalità promessa dalla Costituzione”.
Ebbene, quel periodo di trapasso non è finito: la nostra legalità non è ancora la legalità nuova promessa dalla Costituzione. In particolare, la legislazione sui migranti è in gran parte contro lo spirito e la lettera della Costituzione, e contro i diritti umani più elementari. Disobbedire a queste leggi, essendo disposti a pagare il prezzo di questa disobbedienza, è un modo generoso e impervio per cambiare lo stato delle cose.
Per questo sto con Mimmo Lucano, e faccio mie le parole di Calamandrei: “Vorrei, signori Giudici, che voi sentiste con quale ansia migliaia di persone in tutta Italia attendono che voi decidiate con giustizia, che vuol dire anche con indipendenza e con coraggio questa causa eccezionale: e che la vostra sia una sentenza che apra il cuore della speranza, non una sentenza che ribadisca la disperazione”.

La Stampa 4.10.18
L’errore di Antigone
di Mattia Feltri


C’è qualche cosa di commovente in Mimmo Lucano, sindaco di Riace, che imbroglia le carte per salvare una prostituta nigeriana e offrirle un domani. Commovente al pari di Antigone, l’eroina di Sofocle che dà sepoltura al fratello contravvenendo alla legge di Creonte. Non è invece commovente Matteo Salvini quando blocca per giorni gli immigrati sulla Diciotti, ma in fondo non è molto diverso da Antigone e da Lucano: tutti e tre piegano le regole a un loro convincimento morale. Antigone rifiuta la legge scritta della democrazia contando di scamparla in nome della legge aristocratica degli dèi, Lucano per scamparla si muove di nascosto in nome della legge naturale dell’uomo, Salvini agisce allo scoperto e pensa di scamparla in nome del superiore volere del popolo. E poi rivendicano di farlo a fin di bene, ma non significa nulla, avanti di questo passo e fino all’abisso qualsiasi dittatura è stata fondata per un mondo migliore. Questa non è disubbidienza civile. La disubbidienza civile, quella di Marco Pannella e dei radicali, era ed è altro: è la violazione plateale e annunciata della legge proprio perché siano le conseguenze a stabilirne l’iniquità. Il problema è che Antigone aveva torto (ma pagò un prezzo spropositato), e hanno torto Lucano e Salvini: la loro forza morale non sfida la legge, la rovescia di prepotenza o la aggira col sotterfugio, e ognuno finisce col costruirne una su misura. Se, come diceva Lucano, l’idea personale di giustizia superasse l’idea collettiva di legge, avremmo sessanta milioni di codici penali in più e una democrazia in meno.

Il Fatto 4.10.18
Caro Saviano, a quando le cavallette?
di Andrea Scanzi


Roberto Saviano ha saputo costruirsi un bel ruolo: quello di “Re dei buoni”. L’ultima tappa della sua crociata è la difesa del sindaco di Riace, anche – e soprattutto – dopo l’arresto. Ad agosto diceva: “Mimmo Lucano è un modello. Ripartiamo da qui per organizzare una nuova Resistenza”. Lungi dal fare autocritica, pratica a cui Saviano è un po’ allergico, lo scrittore sta ora rilanciando il suo pensiero con intemerate funeree. Ovviamente il primo bersaglio è Salvini, che per Saviano c’entra sempre: Saviano è davvero convinto che Salvini sia una sorta di nuovo Goebbels. Nulla di strano: in tempi di perdurante penuria a sinistra, l’identificazione di un Orco Cattivo può aiutare a serrare le fila (quali?) e marciare uniti (come no) verso il Sol dell’Avvenire (ciao core).
Saviano sa benissimo che l’inchiesta che riguarda Lucano è scattata nel 2017, quando non era neanche ipotizzabile un Salvini al Viminale. Eppure per Saviano è sempre colpa del “ministro della malavita”, come lo chiama lui, citando malino lo storico Salvemini che a sua volta parlava di Giolitti (e “mala vita” lo scriveva staccato). A scanso di equivoci, ribadisco la mia stima a Saviano e la mia lontananza da Salvini: non ci sarebbe neanche bisogno di specificarlo, ma viviamo tempi intrisi di tifo e dunque stupidi. Purtroppo questa demonizzazione maldestra e in servizio permanente di Salvini rischia di fare proprio il gioco del leader leghista. Eppure Saviano va avanti, scomodando perfino Brecht: “Quando l’ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa un dovere”. Detto che quando penso alla Resistenza penso a Fenoglio e non a Mimmo Lucano, brava persona ma “eroe” proprio no, il punto è un altro: chi lo decide quando la giustizia è giusta o ingiusta, Roberto? Tu? E come funziona, di grazia? Che se indagano Salvini la giustizia è buona mentre se arrestano un tuo amico allora è regime? Via, su. Anche sulla santificazione di Lucano, già divenuto “esempio di disobbedienza civile”, ci andrei cauto. A meno che, pure qui, non sia sempre Saviano a decidere quali siano i carcerati buoni e quali quelli cattivi. Beato lui: mai un dubbio, mai una sfumatura. Da una parte c’è il Bene, cioè Saviano, e dall’altra il Male. Una sorta di “manicheismo buonista”, che ti fa sentire sempre migliore degli altri. Così: ontologicamente. Saviano ha anche detto che “questa inchiesta è il primo passo verso lo Stato autoritario” e che “l’Italia sta diventando un regime”. Ehilà, addirittura. E quando è prevista l’invasione delle cavallette? Così, giusto per sapere: vorrei organizzarmi bene per l’avvento delle Tenebre. È poi confortante che Saviano abbia ritrovato tutta quella (meritoria) veemenza che purtroppo non sempre aveva con Renzi al potere, prima causa del Salvimaio, e quando la ritrovava – Boschi e caso Etruria – Repubblica lo censurava (e lo pubblicava l’Huffington Post).
Peccato che il 4 marzo quella veemenza si tradusse in un voto alla Bonino: cioè a Renzi, di cui i radicali (featuring Tabacci) tentarono d’essere un ormai liso specchietto per le allodole, a uso e consumo di quasi-delusi come Serra e Saviano. C’è poi un ultimo aspetto: i video. Quei video. Sempre quelle pause che in confronto Celentano è Il Mitraglia. Sempre quelle carrettate di retorica. Sempre quei toni da Cassandra in slow motion. Sempre quella recitazione monolitica, sempre quello sguardo lanciato verso l’Armageddon. Sempre quel tono di voce mai modulato, da automa apocalittico che ci tiene a ricordarti che devi morire. Sempre quell’effetto involontariamente comico, come Anna Marchesini quando parodiava Il giardino dei ciliegi. Ma lei, che era un genio, lo faceva apposta. Sei bravo e coraggioso, caro Roberto, ma se ogni tanto sottrai enfasi & bile alle tue reprimende ci guadagniamo tutti. Tu per primo.

Corriere 4.10.18
La triste storia di Riace che rende tutti più deboli
di Goffredo Buccini


Con la sua ostensione della bontà ha spaccato l’Italia in due tifoserie. O, meglio, ne ha rafforzato divisioni già profonde. Sarebbe forse utile, invece, un approccio più pragmatico alla vicenda umana, politica e giudiziaria di Domenico Lucano, il sindaco di Riace agli arresti domiciliari nel paesino calabrese diventato, per opera sua, modello mondiale dell’accoglienza (e dunque assai osannato e assai vituperato).
L’idea di fondo che ha mosso Lucano è molto difficile da contestare in buonafede. Fare leva sui migranti per ripopolare borghi deserti delle nostre montagne, soprattutto al Sud, è una scelta ormai diffusa e praticata dal sistema Sprar (lui ci arrivò in anticipo): e porta, al contrario della «sostituzione» paventata da alcuni, anche il rientro di molti ragazzi del posto, perché le cooperative sociali, come testimoniano pure tante storie narrate dal Corriere con Buone Notizie, creano reddito, lavoro, nuova imprenditorialità (si pensi a casi virtuosi come la rinascita di Petruro Irpino, protagonista la Caritas, o di Castel del Giudice, a opera di un sindaco riformista e di un imprenditore «olivettiano»): insomma, vita che ricomincia.
La strada assai vitale imboccata dal sindaco di Riace, però, sembra virare a un certo punto verso un’altra direzione, creando nel tempo una specie di repubblica autonoma sulle montagne calabresi. I «bonus» come moneta parallela dei migranti (ora carta straccia nelle tasche dei negozianti), i laboratori solidali quali volano di lavoro (chiusi da tempo) sono ingegnose trovate che reggono solo con il sostegno dello Stato, in assenza del quale tornano mera utopia. E la gestione dei soldi pubblici può diventare dunque una ricca pignatta cui qualcuno, meno idealista di Lucano, può aver mirato. Del sindaco le carte mostrano, accanto a un grado quasi insostenibile di naïveté, una disinvoltura amministrativa spinta ben al di là dei fardelli penali e ben distante dall’immagine di economista prodigio che gli era stata ritagliata addosso per via ideologica.
In uno Stato di diritto, inoltre, il fine non giustifica mai i mezzi, anzi, se i mezzi sono sbagliati pervertono il fine. Così l’idea di bypassare la legge per offrire ai migranti corsie preferenziali occulte si presta a ogni forzatura. La parte politica più vicina a Lucano si rallegra del fatto che siano cadute molte delle accuse mosse dalla Procura. Ed è comprensibile. Dovrebbe tuttavia preoccuparsi di quanta benzina diano alle tesi di Salvini l’uso opaco del danaro e il ricorso ai matrimoni combinati per mettere in regola le migranti. Lo scarso rispetto per i contraenti italiani di quei matrimoni, poveri fantocci paesani arruolati dal sindaco alla bisogna (il «piccolino» che non ha «mai visto una donna» e il «poverino» così stralunato da non ricordare nemmeno il nome della falsa promessa sposa) riesuma poi l’idea inquietante che per raddrizzare il legno storto dell’umanità poco importi quanto si debba sacrificare di ogni individuo, conta il disegno etico.
Il gip ha scagionato da altre e più gravi accuse (concussione, associazione per delinquere, truffa) il sindaco con parole che però ne velerebbero il profilo di amministratore quand’anche nelle prossime ore fosse revocata o alleggerita la misura cautelare. Arrestandolo per i matrimoni combinati (dunque favoreggiamento dell’immigrazione clandestina) e per la gestione dei rifiuti, ne fa un quadro sorprendente: dice cioè che Lucano tiene talmente in non cale la legge che, se restasse libero, continuerebbe nell’illecito anche sapendo di avere gli occhi di tutti addosso. Perché, aggiungiamo noi, certo di avere ragione. Invece, con buona pace di molta intellighenzia di sinistra, Lucano ha inferto — magari con le migliori intenzioni — al sistema dell’accoglienza da lui stesso propagandato nel mondo un colpo dieci volte più duro di quanto avrebbero saputo fare mesi di propaganda sovranista. Scegliere senza controllo né criteri oggettivi quale migrante aiutare va benissimo per un privato cittadino volenteroso ma apre voragini di ingiustizia sotto la scrivania di un sindaco. La solidarietà senza legalità diventa caos e arbitrio. Dalla storia di Riace, comunque vada a finire, usciamo tutti più deboli e più poveri.

Repubblica 4.10.18
Se Carfagna mette in riga Salvini
di Lavinia Rivara


Sono molti quelli che, in Europa e in Italia, provano a rimettere a posto Matteo Salvini. Ma finora nessuno lo aveva fatto con tanta efficacia e con un impeccabile aplomb istituzionale come ha fatto ieri Mara Carfagna presiedendo l’aula di Montecitorio. «Lei è libero di parlare ma non di attaccare il Parlamento» ha scandito, richiamando con voce ferma il ministro (e suo alleato elettorale) che provocava l’opposizione e reclamava il diritto di parola. E poi «le sembrerà strano, ma le regole valgono anche per lei...» ha aggiunto con un filo di sarcasmo la vicepresidente forzista della Camera. Touché.
Sorriso forzato di Salvini, applausi della sinistra per la "compagna" Mara.
Il vicepremier si era infilato nei guai da solo. Forse irritato da una interrogazione del Pd contro le violenze neofasciste non aveva resistito alla tentazione di vendicarsi attaccando, con un «curioso questo question time, dove sono presenti in aula più parlamentari di maggioranza che di opposizione».
Inevitabile la protesta dei dem, pronti a rinfacciargli il suo assenteismo a Strasburgo.
È toccato a Carfagna allora difendere il Parlamento dalle accuse di fannullaggine. E far notare che molti deputati, anche di maggioranza, erano impegnati nelle commissioni.
Certo resta l’imbarazzo di un’aula semivuota in diretta tv. Ma anche quello di un question time (in teoria lo strumento dell’opposizione per controllare il governo), usato come passerella da Salvini. Grazie alla interrogazione che gli aveva confezionato la leghista Sara De Angelis sulle misure anti migranti. Ascoltata la risposta-spot del ministro lei si è detta «soddisfatta e orgogliosa». Un po’ come Alberto Sordi nella Grande guerra: il rancio è sempre "ottimo e abbondante".
Lei è libero di parlare ministro, ma non di attaccare il Parlamento Le sembrerà strano ma le regole valgono anche per lei...

il manifesto 4.10.18
Strage di Lampedusa, le commemorazioni per la prima volta senza governo
3 Ottobre 2013. Le istituzioni nazionali disertano la marcia in memoria dei 368 migranti morti


Si è svolta a Lampedusa per la prima volta senza la presenza di un rappresentante del governo, la manifestazione annuale per ricordare le vittime del naufragio del 3 ottobre 2013, che provocò la morte di 368 migranti.
Alla testa della marcia partita dal centro dell’isola, per celebrare quella che dal 2016 è divenuta la Giornata della memoria e dell’accoglienza, c’era il sindaco Totò Martello e gli esponenti del Comitato 3 ottobre. «Lampedusa è scomoda al potere politico ha detto il primo cittadino – Siamo qui a ricordare tanti fatti tragici e la risposta dall’Italia e dell’Europa è il silenzio, il tentativo di cancellare anche la storia recente». Dietro di loro, tanti cittadini, rappresentanti di associazioni e un centinaio di studenti provenienti da 15 istituti italiani.
A bordo di barche e motopescherecci, con i pescatori, il sindaco, i cittadini e alcuni migranti scampati al naufragio hanno raggiunto il punto dove avvenne il naufragio e hanno gettato una corona di fiori in mare.
«So che alla Camera oggi c’è una cerimonia – ha sottolineato Tareke Brhane del Comitato 3 ottobre – ma qui a Lampedusa non c’è nessuno delle istituzioni nazionali. L’importante è che ci siano tanti giovani e studenti a ricordare tutte le vittime del Mediterraneo».
Per l’occasione, è stata allestita un’installazione temporanea dall’artista fiorentino Giovanni De Gara sulla porta della chiesa parrocchiale di San Gerlando e quella del santuario della Madonna di Porto Salvo. È la terza tappa del progetto «Eldorato» partito il 28 giugno dall’Abbazia di San Miniato al Monte a Firenze e che toccherà una ventina di chiese e luoghi simbolici italiani. Le porte sono state coperte dall’oro dei teli isotermici in cui vengono avvolti i migranti salvati in alto mare o approdano nella «terra dell’oro» in cui speravano di trovare pace e lavoro.

il manifesto 4.10.18
Vienna torna in piazza ogni giovedì
Austria. «Mi sveglio di nuovo in un paese criptofascista», l’appello della scrittrice premio Nobel Elfriede Jelinek mobilita la società civile contro il governo nero-blu. Protesta ogni settimana come ai tempi di Joerg Haider. Il ministro dell’Interno Kickl al centro delle polemiche per le sue derive
di Angela Mayr


VIENNA «Ahi tu Austria mia! Ci risei!», inizia così l’appello di Elfriede Jelinek, la più famosa scrittrice austriaca. Il riferimento è alla deriva del 2000 che portò l’estrema destra del defunto Joerg Haider al governo.
L’appello lanciato a settembre dalla premio Nobel per la letteratura del 2004 ha mobilitato artisti, scrittori, associazioni e società civile che oggi a Vienna scenderanno in piazza contro il governo nero-blu. Appuntamento alle 18 al Ballhausplatz. Sarà la prima di una lunga serie di manifestazioni che negli intenti dovrebbero ripetersi ogni giovedì, così come era accaduto nel 2000. Non ci sono promotori, la manifestazione si auto-organizza. Widerstand – resistenza – e Wir gehen bis ihr geht – Noi camminiamo finché non ve ne andate – le parole d’ordine allora, oggi di nuovo valide. L’hashtag di convocazione è semplice: «È di nuovo giovedì» che promette una camminata corteo ogni settimana.
«Mi sveglio di nuovo in un paese criptofascista» accusa Jelinek. Il pericolo che si vada in quella direzione è incarnato in primo luogo dal ministro degli interni Herbert Kickl, della Fpoe, grande amico di Salvini ma con minore fortuna, nell’indice di fiducia verso i politici risulta al penultimo posto, mentre la Fpoe nei sondaggi è data al 23%, con un calo del 3%. Fino a quando il cancelliere Kurz lo potrà ancora tollerare? Si chiedono sempre più commentatori.
UNA SETTIMANA FA dal suo ministero sono state inviate le raccomandazioni alle direzioni della polizia regionale che indicavano di ridurre le informazioni ai giornali «unilaterali e negativi» come Standard, Kurier e Falter. Kickl si è poi dovuto giustificare in parlamento: il documento – ha detto – era stato confezionato a sua insaputa, un’iniziativa del suo portavoce stampa.
UN ALTRO CASO è scoppiato grazie alle rivelazioni dal settimanale Falter che ieri ha pubblicato nuovi atti sulla clamorosa perquisizione di polizia che il ministro Kickl ordinò contro l’ufficio più delicato del suo dicastero, quello del Verfassungsschutz (Bvt, il servizio protezione della costituzione), cioè il servizio segreto interno. Da febbraio della questione si occupa una commissione d’inchiesta parlamentare oltre che la magistratura. Compito del Bvt è anche quello di tenere sotto osservazione l’estrema destra, nella fattispecie anche le Burschenschaften, le organizzazioni studentesche combattenti legate alla Fpoe. Un 40% dei deputati della Fpoe dell’attuale parlamento ne fa parte, insieme a molti dello staff del ministro degli interni. Scopo di Kickl era ottenere notizie concrete sui dossier riguardanti le Burschenschaften: quali erano state oggetto di indagine, quali persone, dove nell’ambito dell’estremismo di destra sono stati infiltrati inquirenti sotto copertura.
Avendo però ottenuto informazioni molto scarse, Kickl, che si è avvalso peraltro di una truppa di poliziotti legati alla auf (il sindacato di polizia legato alla Fpoe), ha fatto perquisire gli uffici dei servizi segreti requisendo tutti i documenti e ha sospeso il direttore del Bvt Peter Gridling che in seguito è stato reintegrato nel suo incarico dalla magistratura.
Chiaro secondo Falter l’intento di stoppare ogni indagine contro l’estrema destra.
Continui anche gli attacchi alla libertà di opinione. L’esperto giurista della diaconia Christoph Riedl è stato denunciato per diffamazione dall’ufficio federale d’asilo dipendente dal ministero degli interni. In un’intervista al quotidiano Kurier aveva criticato l’arbitrarietà e l’incompetenza degli Interni nelle procedure d’asilo che «sarebbero più eque se si tirasse a dadi». La denuncia ieri è stata dichiarata immotivata dalla procura. Stesso trattamento viene riservato a chi esibisce striscioni anti Kickl allo stadio durante una partita di calcio: due giorni fa ai mondiali di bicicletta a Innsbruck, due denunce per uno striscione anti Kickl.
IERI UN DEPUTATO tedesco dell’Afd Petr Bystron durante un comizio elettorale a Rosenheim in Baviera ha promesso di voler fare «piazza pulita come sta facendo il partito fratello Fpoe. Il primo passo da quando è al governo era una perquisizione all’ufficio dei servizi segreti interni, e il secondo sarà farla finita con voi estremisti di sinistra».

il manifesto 4.10.18
Tory diviso sulla Brexit, con la paura di Corbyn
Gran Bretagna. La premier Theresa May chiude il congresso di Birmingham promettendo la fine dell'austerity. Ma il partito è spaccato sull'accordo per l'uscita dall'Ue e Boris Johnson è l'ultimo dei suoi problemi
Birmingham, il balletto di Theresa May al congresso Tory
di Leonardo Clausi


LONDRA Per sdrammatizzare la tetraggine che aleggiava nella sala dove avrebbe tenuto il suo discorso di chiusura del congresso dei conservatori a Birmingham – sembrava più che altro una fiera del fratricidio politico – Theresa May non aveva altra scelta che ricorrere allo spettacolo. Ci voleva un coup de theatre, anzi, de cabaret. Così ieri è entrata in scena ironizzando sulle sue scarse doti di ballerina – derise online in occasione di una recente visita di stato in Kenya – sulle note di Dancing Queen degli Abba, già singolo del nostalgico modernariato europop frettolosamente innalzato nell’olimpo dei classici.
Una pregevole capacità autoironica, che però non sorprende nemmeno tanto in una premier il cui mandato si poggia interamente sull’incapacità dei suoi colleghi di scegliere qualcuno che a) sia meno divisivo di lei; e b) sia disposto a sacrificare la propria ambizione carrieristica sull’altare del fenomeno più tellurico – istituzionalmente, economicamente, geo-politicamente, culturalmente – della storia britannica recente: la famigerata British Exit. Ed è in buona sostanza a questo, oltre alla quasi religiosa devozione al ruolo del tutto aliena al suo rivale numero uno, Boris Johnson (che nella sua interminabile attesa di salire al trono continua a fare il giullare di corte rispolverando vecchie frasi a effetto), che deve l’essere ancora al suo posto Theresa May.
Solo che degli Abba avrebbe fatto meglio a scegliere Mamma Mia, o Sos, e per una serie nutrita di ragioni. Breve riassunto dei disastri precedenti: il suo partito ricorda una frattura scomposta, i lealisti nordirlandesi del Dup, che la tengono al potere per il rotto della cuffia, minacciano di far cadere il governo qualora le sue aperture all’Ue aggravino il rischio di un ritorno del confine fisico con l’Irlanda del Nord; le elezioni anticipate da lei azzardate (male e controvoglia), nel 2017 hanno galvanizzato il Labour; poi quel discorso di chiusura dell’anno scorso, in cui tutto, ma proprio tutto, è andato storto. E ora questo congresso, istantanea di una spirale divisoria, fossilizzato nel disaccordo su come/se uscire dall’Ue mentre il tempo si fionda verso il 29 marzo. Essenzialmente il duello fra due fazioni: da una parte l’impossibile mediazione di opposti nel cui segno May ha concepito l’accordo Chequers; dall’altra, le trombonate tory-neoliberal-nazional-atlantiste irte di latinorum con cui Johnson ha criticato nel suo discorso di martedì lo stesso accordo.
Ma Johnson pare davvero l’ultimo dei problemi di May. Non è alternativa che suoni credibile a tutto il partito, il suo momento pare passato ed è una figura strettamente spettacolare («la sua cocaina è l’attenzione dei media» ha detto recentemente un suo ex-collaboratore). A volte apre bocca ed escono cose nefaste, come quel fuck business (con cui settimane fa aveva terrorizzato il… business) e di cui patisce ancora i danni. Il problema reale di Theresa May e della platea che l’ha mestamente applaudita nel suo “coraggioso” discorso è appunto Corbyn, il leader di un partito socialista mai come oggi così credibilmente vicino al potere. Che si tiene volutamente – pur se con fatica – vago su Brexit, mentre i Tories ne sono dilaniati.
Secondo un calcolo di Bloomberg, durante questo congresso, sedici prominenti Tories hanno citato Corbyn per 36 volte nei loro discorsi, in testa il moderato Cancelliere Hammond (sei volte) seguito dal Brexit secretary Dominic Raab (quattro). Per questo, dopo aver ribadito il ruolo mercatista e liberista dei Tories – back (non fuck) business ha esortato, in mezzo al rumoroso sollievo della sala – May si è inoltrata nel territorio “sociale” nel quale il New Old Labour di Corbyn ha prefigurato i più inquietanti e promettenti terremoti – nazionalizzazioni, azionariato operaio, investimenti pubblici – annunciando la fine dell’austerity che da otto anni attanaglia il paese.
Fermo il prezzo della benzina per il nono anno di seguito allora, promesse di edilizia popolare e altre misure che rappresentano quanto di più vicino al “populismo” i Tories riescano ad andare. Ma insufficienti a un partito il cui elettorato, confuso dall’avventurismo di certi suoi esponenti, continua a invecchiare e che, a differenza del Labour, non sa rivolgersi ai giovani che lo identificano con una Brexit che non comprendono e rifiutano. Per quanto abbiano accusato Corbyn di paleontologia politica, i conservatori si scoprono a loro volta un partito con tante vecchie idee, un elettorato di anziani e vecchie, dolciastre canzoni pop.

La Stampa 4.10.18
Macedonia, il sovranismo gioca a favore della strategia russa nei balcani
di Giancarlo Loquenzi


In Italia, distratti come siamo da molte altre cose, non ha ricevuto molta attenzione il referendum in Macedonia. E invece dovrebbe perchè parla anche a noi. Dopo un contenzioso lungo decenni tra la Grecia e la Repubblica di Macedonia che si contendono il nome e con esso gli onori per aver dato i natali ad Alessandro il Macedone, nel giugno scorso si era finalmente giunti ad un accordo.
La Macedonia avrebbe adottato il nome di «Repubblica della Macedonia del Nord» e la Grecia (che ha una regione che si chiama Macedonia con capitale Salonicco) avrebbe rimosso il suo decennale veto all’ingresso di Skopje nell’Unione Europea e nella Nato. Tutti si aspettavano che i cittadini macedoni avrebbero festosamente imboccato l’ingresso nella comunità occidentale.
Domenica scorsa si è votato e le cose sono andate un po’ diversamente. Il sì all’accordo ha raggiunto oltre il 90 per cento con il no fermo ad un misero 5,7 per cento, ma il quorum del 50 per cento più uno è stato mancato alla grande: solo il 37 per cento di macedoni è andato a votare. Sull’astensione ha influito una potente campagna capeggiata dal presidente della Macedonia, il nazionalista, Gjeorge Ivanov che aveva definito l’accordo «un suicidio storico».
Nella miscela della sconfitta non sono mancate accuse alla Russia per aver promosso e finanziato posizioni contro l’asse euro-atlantico. Il segretario alla Difesa americano Jim Mattis, durante una visita a Skopje in settembre aveva detto di non avere dubbi sull’influenza russa nella campagna elettorale, e la Grecia aveva espulso due diplomatici di Mosca accusati di fomentare sentimenti nazionalistici nel Paese. Vladimir Putin, che guarda ai Balcani come al giardino di casa, ha smentito ogni accusa ma deve certamente aver festeggiato la virata anti-Nato e anti-Ue della Macedonia.
Il Paese discuteva da anni dell’aprirsi di una prospettiva europea: in essa erano inclusi crescita economica, benessere, un maggiore ruolo internazionale, libero accesso ai mercati (la Grecia ha posto un embargo sulle merci macedoni) e un’infinita serie di altre meraviglie. Tutti o quasi i leader europei avevano allargato le loro braccia al nuovo venuto, fors’anche in modo un po’ troppo vociante. Sembrava una vittoria facile, un posto dove far sventolare alta la bandiera europea mentre altrove viene ammainata e derisa. Invece è stata un sconfitta. I macedoni hanno preferito tenersi stretto il loro nome, i loro confini, le loro radici e anche Alessandro Magno. L’apertura mette paura; la tradizione, le frontiere, i nomi, i miti, i simboli rassicurano.
Maneggiare allegramente tutta questa materia incandescente porta male. E’ qualcosa con cui anche i partiti liberali, globalisti, europeisti, devono imparare a fare i conti. Non sono favole, superstizioni da scacciare con un’alzata di spalle e il sussiego di chi guarda solo al futuro, perché pesano nelle urne e cambiano i destini delle nazioni. Lasciare simboli e radici interamente in mano a nazionalisti e sovranisti come fosse roba infetta, trasforma in nemici chi non ha che quello, e sono tanti.

Repubblica 4.10.18
Petro Poroshenko
"Ministro Salvini venga nel Donbass a vedere l’inferno causato da Putin"
di Pietro Del Re


KIEV "Vorrei tanto portare Matteo Salvini nel Donbass. Gli farei vedere le scuole e i mercati bombardati dai russi, i bambini morti, ma anche gli orfani e le vedove di guerra, le città distrutte, e sono certo che allora capirebbe quanto sono necessarie le sanzioni contro Mosca», dice il presidente ucraino Petro Poroshenko, eletto quattro anni fa sull’onda della protesta di Maidan che avvicinò il Paese all’Unione europea e che adesso tutti chiamano "la rivoluzione della dignità".
Poroshenko, 53 anni e un passato da industriale del cioccolato, ci riceve nell’imponente Bankova, il palazzo dell’amministrazione presidenziale che nel secolo scorso ospitò sia la sede del Partito comunista sovietico sia, durante l’occupazione tedesca, quella del comando del Reich.«Temo, infatti, che il vostro ministro degli Interni non sia a conoscenza della profondissima tragedia che per colpa del Cremlino sta vivendo l’Ucraina».
Che cos’altro gli direbbe?
«Che i valori sono sempre più importanti dei soldi. E che è meglio rispettare i propri impegni con l’Unione europea che fare affari con la Russia. Il mio Paese è da quattro anni l’obiettivo dell’aggressione di Mosca, con soldati russi che sul nostro territorio uccidono i nostri soldati e i nostri civili. Una violazione della legge internazionale così brutale, che ha già provocato undicimila morti, dovrebbe far insorgere ogni uomo politico che si rispetti. A Salvini potrei anche raccontare le spaventose condizioni in cui vivono gli ucraini detenuti nelle prigioni russe o le persecuzioni contro i 350mila tartari della Crimea che non hanno accettato il passaporto russo dopo l’illegale annessione di Mosca».
Gli direbbe anche che Vladimir Putin è il diavolo?
«Vladimir Putin non è il diavolo. È soltanto un imperatore che vuole inglobare il mio Paese senza neanche chiedere un parere al mio popolo. Ipotizziamo che domani volesse fare la stessa cosa con la Sardegna. Potrebbe organizzare un falso referendum e dichiarare che l’isola è diventata improvvisamente russa. Ogni italiano lotterebbe allora per riaverla indietro, e avrebbe ovviamente il sostegno del mondo intero. Allo stesso modo io mi aspetto che tutti, compresa l’Italia, si battano contro l’occupazione militare russa del mio Paese. Noi non chiediamo soldati. Chiediamo soltanto che l’Unione europea rimanga compatta al nostro fianco, perché restare uniti è il solo modo per essere più forti. Vede, nel Donbass non difendiamo solo la nostra sovranità nazionale: siamo anche l’avamposto democratico dell’Europa contro le mire di Mosca».
Ma le sanzioni funzionano?
«Sì, perché nonostante l’aumento del prezzo di gas, l’economia russa ristagna e il potere d’acquisto dei russi continua a diminuire. Ora, queste sanzioni non sono una punizione, ma il solo meccanismo per mantenere la Russia al tavolo del negoziato nel tentativo di far riottenere all’Ucraina i territori occupati».
Teme un’ingerenza russa alle presidenziali ucraine del prossimo marzo, com’è forse accaduto durante le elezioni americane di due anni fa?
«No, perché l’Ucraina è adesso un Paese profondamente unito e perché stiamo facendo di tutto per impedire che la Russia rovini la nostra democrazia adoperando metodi democratici. Lo stesso devono fare gli altri Paesi dell’Unione per evitare che Mosca usi armi o sofisticate tecnologie per compromettere la stabilità europea. Basterebbe citare quello che è accaduto pochi mesi fa a Salisbury, in Gran Bretagna, dove un ex colonnello dei servizi di Mosca e un suo complice non ancora identificato hanno lanciato un attacco chimico con un agente nervino, la sostanza più velenosa al mondo. Lo stesso discorso vale per il razzo russo sparato dai territori occupati del Donbass che ha centrato il volo 17 della Malaysia Airlines uccidendo 290 civili di 14 nazioni diverse. Viste le smodate ambizioni di Putin è necessario che tutti i Paesi europei si preoccupino di proteggere la loro sicurezza nazionale».
Gli analisti internazionali l’accusano, dopo quattro anni alla presidenza dell’Ucraina, di non essere riuscito a debellare la corruzione.
«Mi sembra che il bilancio di quanto abbiamo fatto con il mio governo e la mia coalizione in parlamento sia piuttosto positivo. A cominciare dalle tante riforme realizzate, senza contare la creazione di un esercito che in passato era stato totalmente distrutto dalla Russia. Per citarne solo alcune, abbiamo riformato le pensioni, la sanità, la distribuzione delle risorse e la giustizia. Abbiamo anche avviato una profonda decentralizzazione e delle sia pur impopolari privatizzazioni.
Abbiamo, infine, messo in piedi un codice anti-corruzione e squadra anti-corruzione. Secondo il Fondo monetario internazionale, tra i Paesi emergenti, siamo quello che ha raggiunto il massimo successo.
In questi ultimi anni abbiamo però conseguito anche un altro risultato fondamentale, tornando a far parte della famiglia europea e affrancandoci dalla Russia che vorrebbe ancora considerare l’Ucraina una sua colonia e gli ucraini suoi vassalli. Ora, abbiamo fatto tutto ciò nonostante la guerra nel Donbass».
E la guerra quanto costa in termini economici?
«Solo per la Difesa spendiamo l’equivalente del 6% del Pil. È poi diminuito il 25% delle nostre esportazioni, perché nei territori occupati dell’Ucraina orientale si trova il 30% del nostro potenziale industriale. Inutile dirle del disastro economico e umanitario che funesta quelle regioni, con un tasso di disoccupazione che sfiora il 60%, con il 20% dei bambini che non va a scuola e con gran parte della popolazione che non ha diritto alle cure mediche. Nel Donbass occupato si contano, inoltre, centomila detenuti su una popolazione di 3 milioni di persone. Un altro milione e mezzo di ucraini russofoni è fuggito verso occidente, spaventato all’idea di finire un’altra volta sotto il governo di Mosca.
L’abbiamo accolto, gli abbiamo trovato un alloggio e un lavoro».

Corriere 4.10.18
Memoria
Addio a Laqueur, lo storico euroscettico che veniva da Weimar
Ebreo, nato nel 1921, era sfuggito ai nazisti e aveva denunciato l’inerzia di troppi dinanzi alla Shoah. Aveva analizzato a fondo il fenomeno del terrorismo
di Antonio Carioti


Da ragazzino ebreo aveva assistito al crollo della Repubblica di Weimar: un trauma che lo aveva segnato nel profondo. Anche per questo lo storico Walter Laqueur, scomparso all’età di 97 anni, guardava con apprensione alle democrazie europee, di cui aveva in più occasioni sottolineato la fragilità.
Nel 1979 aveva pubblicato il saggio Europa un continente smarrito (Rizzoli), in cui si domandava se in questa parte del mondo le libertà sarebbero uscite indenni dai contraccolpi della crisi energetica. Nel 1981, dopo una grande manifestazione pacifista ad Amsterdam, aveva coniato il termine Hollanditis («olandite») per designare la tendenza neutralista che rischiava di portare al distacco degli europei dalla Nato. Parecchi anni dopo, nel libro Gli ultimi giorni dell’Europa (Marsilio, 2008), aveva tracciato lo scenario di società destinate ad essere travolte dal declino demografico e dall’immigrazione di popolazioni afro-asiatiche, spesso di religione islamica e influenzate dal fondamentalismo. Il suo più recente After the Fall («Dopo la caduta»), uscito nel 2012 da Macmillan e non tradotto in Italia, suonava le campane a morto per il «sogno europeo».
D’altronde con Laqueur la storia non era stata benigna. Nato nel 1921 in Germania, nel 1938 era emigrato in Palestina, sottraendosi alle persecuzioni naziste. Ma i suoi genitori non erano riusciti a partire ed erano rimasti vittime del genocidio. Anni dopo Laqueur avrebbe denunciato documenti alla mano, nel saggio Il terribile segreto del 1980 (tradotto in Italia da Giuntina nel 1983), la passività degli anglo-americani, del Vaticano, dell’Urss e delle stesse organizzazioni ebraiche e sioniste dinanzi alla Shoah.
Laqueur era vissuto in Israele fino al 1953. Poi si era trasferito a Londra, dove aveva avviato la sua carriera di storico, e quindi negli Stati Uniti. Specialista degli studi sull’Urss e sul Medio Oriente, curatore con Judith Tydor Baumel della Holocaust Encyclopedia edita nel 2001 da Yale University Press, non aveva trascurato la storia tedesca: tra le sue opere spicca La Repubblica di Weimar (Rizzoli, 1977), una ricognizione tra le correnti culturali che avevano collocato all’avanguardia la Germania tra il 1919 e il 1933, ma anche tra i pensatori di destra che avevano avversato la prima cagionevole democrazia tedesca.
Anche alla violenza politica Laqueur aveva prestato grande attenzione. Autore di una fondamentale Storia del terrorismo (Rizzoli, 1978), poi aggiornata un decennio più tardi con il volume L’età del terrorismo (Rizzoli, 1987), era considerato uno dei massimi esperti della materia: già prima dell’11 settembre, nel saggio Il nuovo terrorismo (uscito in edizione originale nel 2000, tradotto da Corbaccio nel 2002) aveva paventato la minaccia di attentati su larga scala nell’era delle armi di distruzione di massa. Riteneva che il terrore jihadista fosse un pericolo persistente, che bisognava prepararsi a combattere in tempi non brevi.

Corriere 4.10.18
L’uomo del nord
Vette e abissi di hansen, il mecenate che fondò un museo degli impressionisti
La mostra Palazzo Zabarella di Padova ospita la collezione Ordrupgaard, creata da un visionario imprenditore danese. Comprò al momento giusto, perse tutto e poi riuscì a riprendersi fino all’ultimo quadro. E aprì il suo scrigno al pubblico
di Sandro Orlando


Nel settembre 1916, mentre infuriava la battaglia di Verdun, un affermato uomo d’affari danese passava le giornate a Parigi curiosando tra le case d’aste e le gallerie, in compagnia di mercanti d’arte e critici. Dopo una carriera quasi trentennale nel ramo assicurativo, il 48enne Wilhelm Hansen, ormai insignito del titolo di cavaliere e promosso al rango di consigliere del re di Danimarca, aveva deciso di dedicarsi al collezionismo, frutto di un lungo sodalizio con un vecchio compagno di scuola, il pittore Peter Hansen, e un gruppo di artisti danesi che alla fine del XIX secolo, sotto l’influsso di Gauguin, avevano rotto con l’accademia, per ritirarsi sull’isola di Funen alla ricerca di una vita più autentica, primitiva.
Introdotto al post-impressionismo dal direttore della Galleria nazionale di Copenaghen, Karl Madsen, che nel 1914 aveva allestito una mostra di pittura francese, Hansen era così tornato nella Parigi che aveva frequentato negli anni della gioventù per comprare opere d’arte. «Per il resto trascorro il tempo guardando quadri, ed è meglio che confessi ora, e non più tardi, che sono stato sconsiderato e ho fatto acquisti importanti», scriveva il 23 settembre 1916 alla moglie Henny. «Ma so che mi perdonerai vedendo cosa ho preso; tutto di prima classe, con tanto di stelle. Ho acquistato Sisley (due meravigliosi paesaggi), Pissarro (un bel paesaggio), Claude Monet (la cattedrale di Rouen) — una delle sue opere più celebri — e Renoir (ritratto di signora). L’autoritratto di Courbet — (ricorderai che ne avevo una fotografia) — è meraviglioso, ma non l’ho acquistato: prima di poter pensare di prenderlo, il prezzo dovrà scendere notevolmente».
Sì, il prezzo era il cruccio costante di quest’uomo che avrebbe voluto votarsi all’arte, e invece aveva poi scelto di costruirsi una solida esistenza borghese, per riscattare le sue umili origini: tanto da entrare giovanissimo in una compagnia assicurativa e fondare in seguito la Dansk Folkeforsikringsanstalt, il primo istituto popolare di assicurazioni della Danimarca. Con un occhio al portafoglio e l’altro agli ideali, a quelle utopie comunitarie che da ragazzo l’avevano fatto appassionare al «volapük», un esperanto mal riuscito, lingua che aveva anche insegnato all’università, fino a incontrare la sua futura moglie, anche lei infatuata da questo idioma universale.
Dopo il matrimonio con Henny, si era così deciso a farsi una posizione, e solo dopo aver conseguito status e prestigio, un quarto di secolo più tardi, si era avvicinato al filantropismo. Anche perché la Prima guerra mondiale aveva creato un’occasione irripetibile per le speculazioni: a Parigi la grande arte si svendeva a prezzi di saldo. Accompagnato dal vecchio Théodore Duret, il critico, collezionista e mecenate che quarant’anni prima era stato tra i patrocinatori dell’impressionismo, Hansen conobbe i mercanti d’arte e galleristi più famosi, da Alphonse Kann a Ambroise Vollard, assicurandosi tele e interi lasciti. Come quelli di cui la vedova Gauguin, l’anziana Mette-Sophia (altra danese), non vedeva l’ora di disfarsi, dopo una vita passata da sola a provvedere ai cinque figli, mentre il marito vagava nei mari del Sud in cerca di ispirazione. Intanto a Copenaghen la signora Hansen si occupava della nuova casa, commissionata all’architetto Gotfred Tvede a Ordrupgaart. Quella villa che dal settembre 1918 sarebbe stata aperta al pubblico ogni lunedì, per mostrare la collezione d’arte francese. La crisi del 1922-23 lo costrinse a vendere molti quadri, ma in pochi anni il cavaliere se li ricomprò. «Adesso ho finito con gli acquisti» sentenziò Hansen nel 1931, cinque anni prima di morire in un incidente d’auto. La moglie donò tutto allo Stato.

Corriere 4.10.18
Gauguin e gli altri re del colore Mezzo secolo di storia francese
di Melisa Garzonio


Bano: «Dopo 21 anni di mostre, ricominciamo con lo spirito degli esordi»
Ingres e Delacroix invitano al percorso, duettando con citazioni dantesche. Il primo con un portentoso tre pezzi su tela raffigurante il Poeta che offre a Omero la sua Divina Commedia , il secondo inchiodando il visitatore con un ritratto del conte Ugolino e i suoi figli, e c’è un terzo, Honoré-Victorin Daumier, pittore, poeta e polemista anti-monarchico, che la mette in caricatura con Il lottatore, del 1862 circa.
La mostra «Gauguin e gli impressionisti. Capolavori dalla Collezione Ordrupgaard», mezzo secolo di storia dell’arte francese, dal romanticismo al post-impressionismo, si conclude al piano nobile di Palazzo Zabarella, dimora aristocratica della Padova cinquecentesca, oggi sede della Fondazione Bano, con una serie di opere di Gauguin e Matisse, dopo aver proposto paesaggi, ritratti e marine di Corot, Courbet, Daubigny e le immersioni nella luce di Monet e seguaci, dai fedelissimi Sisley, Pissarro, Renoir, ai grandi eretici, a loro volta innovatori, come Manet e Cézanne.
Una sessantina di capolavori, tutti francesi solo francesi. Buon anniversario.
La mostra scelta dal presidente Federico Bano per il 21esimo anno di attività espositiva della sua Fondazione parla e, soprattutto, dipinge in francese. Come mai? «Perché a questo giro di boa volevamo provare nuove emozioni, ricominciando da dove siamo partiti. Era il 1997 e la Fondazione inaugurava con due grandi francesi: Utrillo e Picasso», racconta Bano. «Quando ci si è presentata l’occasione di accogliere, in prima assoluta per l’Italia, questa celebre collezione danese, creata ai primi del Novecento dal banchiere e filantropo Wilhelm Hansen e sua moglie Henny, l’abbiamo accolta come un segno. Come accadde 21 anni fa con Hayez. Eravamo in fase di restauri, io sapevo degli affreschi realizzati da un giovanissimo Hayez per il palazzo, ma non ne trovai traccia. Finché un giorno, scoprii in una soffitta delle casse polverose contenenti i quattro dipinti perduti: erano stati strappati per far posto a nuove decorazioni. Emozionato, decisi che l’800 sarebbe stato il secolo delle mie mostre. Anche il danese Hansen è partito dall’800, lui si è innamorato dei dipinti storici; io, padovano, delle odalische».
L’occasione che ha reso fattibile questa mostra itinerante, proveniente dal Musée Jacquemart-André di Parigi e dalla National Gallery of Canada, e che dopo la tappa in Italia, toccherà la Svizzera e Praga prima di rientrare all’Ordrupgaard, a nord di Copenaghen, attualmente chiuso per il rinnovo del museo.
Quella creata dal mecenate Hansen è oggi considerata una delle più complete e pregiate raccolte europee di arte impressionista. Nata per amore, per passione, è lo stesso Wilhelm a confidarlo alla moglie, Henny Jensen (1870-1951), sposata nel 1891, subito dopo aver fatto i primi acquisti a Parigi nel 1916. Euforico, le scrive. «Per il resto trascorro il tempo guardando quadri, ed è meglio che confessi ora, e non più tardi, che sono stato sconsiderato e ho fatto acquisti importanti. Ma so che mi perdonerai vedendo cosa ho preso: tutto di prima classe, con tanto di stelle».
Visionario, idealista ma pragmatico. «Era pur sempre un uomo d’affari, un manager illuminato, diremmo oggi», interviene Fernando Mazzocca, che con Anne-Birgitte Fonsmark, direttrice dell’Ordrupgaard Museum, ha curato la mostra, «ma aveva un illimitato amore per l’arte, a dispetto delle sue origini borghesi, e dell’essere cresciuto in una casa che non aveva quadri alle pareti. Cominciò a collezionare arte danese. Poi, dopo il viaggio galeotto a Parigi non ci fu verso».
Voleva gli impressionisti, le star del momento, ma riteneva giusto accoglierli in una cornice adeguata, «così si dedicò anche alle generazioni di artisti immediatamente precedenti e alle successive. Divenne amico di pittori, consulente di galleristi e mercanti top, tra cui Théodore Duret, Ambroise Vollard, Paul Rosenberg. E fu anche un gran frequentatore di salon: gli piaceva follemente sentire l’odore dei quadri».

Da Copenaghen al palazzo storico nel centro patavino
Gauguin e gli Impressionisti. Capolavori dalla Collezione Ordrupgaard è la mostra aperta al pubblico fino al 27 gennaio 2019, a Palazzo Zabarella, Padova. A cura di Anne-Birgitte Fonsmark e Fernando Mazzocca, la mostra è organizzata da Ordrupgaard, Copenaghen, Fondazione Bano e Comune di Padova. Ad affiancare Fondazione Bano e il Comune di Padova nella realizzazione di questo evento è Credit Suisse, in veste di main sponsor insieme a Gruppo Despar/Eurospar/Interspar, AcegasApsAmga (grazie a cui tutti i clienti acqua del padovano avranno diritto a una riduzione sull’ingresso), EstEnergy e Dab Pumps. Biglietti: intero: € 13,ridotto: € 11, per i gruppi € 12. Orari: da martedì a domenica: 10-19; la biglietteria chiude alle 18:15; chiuso tutti i lunedì. Info e prenotazioni: tel. (+39) 049 87 53 100; www.palazzozabarella.it. Orario call center: da lunedì a venerdì 8.30- 13 e 14-17.30. Email info@palazzozabarella.it

Corriere 4.10.18
Alberi blu e colline rosse
La stagione «en plein air» lasciò il posto a uno sguardo fatto di simboli e psicologia
di Francesca Bonazzoli


«Un consiglio — suggeriva Paul Gauguin nel 1888 ai suoi amici pittori —. Non dipingete troppo dalla natura. L’arte è un’astrazione; prendetela dalla natura sognando al suo cospetto». Il messaggio era chiaro: abbasso la verosimiglianza e la mimesi del reale.
Un cambiamento di prospettiva cui spesso non si dà abbastanza peso. Tutti, infatti, ci siamo abituati a usare con noncuranza la formula cumulativa «Impressionisti e Postimpressionisti» come se la differenza fra gli uni e gli fosse tutto sommato trascurabile visto che per i secondi nessun critico si è disturbato ad inventare una definizione, ma solo ad aggiungere un prefisso. Eppure, dietro quel semplice «post», si cela un’altra sensibilità artistica, addirittura opposta alla prima.
Il termine postimpressionismo fu introdotto nel 1910 dal critico inglese Roger Fry in occasione della mostra «Manet e i post-impressionisti» alle Grafton Galleries di Londra. La pittura naturalista, en plein air, alla ricerca degli effetti di luce mutevoli e dell’impressione sfocata che l’occhio percepisce di un insieme di colori, veniva sostituita da una maggiore solidità dei volumi, da immagini antinaturalistiche e da un colore non corrispondente alla realtà, ma simbolico ed emotivo. Si aggiungeva, anche, un cambiamento della temperatura psicologica che passava dalla spensieratezza con cui gli Impressionisti ritraevano persino il misero mondo di sartine, modelle e ballerine, alla malinconia delle sfatte demi-mondaine di Toulouse-Lautrec, dei volti sempre perplessi di Van Gogh e Gauguin. Anch’egli, nonostante i gialli, i rossi, i verdi e i rosa degli idilli polinesiani, aveva un’anima che volgeva al bruno, sofferente tanto quanto quella dell’amico Van Gogh che per lui si era tagliato l’orecchio.
Prima di dedicarsi alla pittura, la sua vita sembrava avviata lungo i binari dritti di una tranquilla esistenza borghese: impiegato in un’agenzia di cambio, sposo di una ricca ragazza danese e padre di cinque figli. Ma con il crollo della borsa in Europa, nel 1883, cadde a pezzi anche il suo fragile equilibrio. Il desiderio di dedicarsi all’arte divenne incontenibile, costasse anche una vita di stenti, malattie e depressione come quella che l’aspetterà da lì alla morte e lo inseguirà fino alle isole Marchesi dove si spense dopo aver sobillato i nativi a non pagare le tasse ai francesi e a non mandare i figli alla scuola missionaria.
Poteva, un uomo così, dipingere in maniera convenzionale i tronchi degli alberi con il marrone e le foglie con il verde? Poteva accontentarsi di copiare la realtà così come la vediamo tutti? «Niente è stato mai scritto, dipinto, scolpito, modellato, costruito, inventato, se non per uscire, di fatto, dall’inferno», ha scritto Antonin Artaud. E Gauguin ha tentato di uscire dalle fiamme della sua mente scegliendo di forzare i colori in simboli, ma al punto che persino i Simbolisti, i primi ad apprezzarlo, lo abbandonarono.
Nella sua pittura non ci sono misteri ed enigmi posti da Sfingi o Sirene; non ci sono fiabe, ma solo domande da scolpire sulla pietra: «Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?», come recita il titolo di un suo celebre quadro. Le forme sono potentemente riassunte e semplificate. I colori arbitrari e antinaturalistici: gli alberi blu e le colline rosse per appellarsi all’emozione scavalcando il mito, la cultura, l’interpretazione dei sogni. In sostanza, lasciando alle spalle la civiltà occidentale, come auspicava: «Che me ne importa della gloria di fronte agli altri! Per questo mondo Gauguin sarà finito, non si vedrà più niente di lui».

Repubblica 4.10.18
Rileggere Dante per capire il presente
I leader populisti? Erano già all’Inferno
di Emilio Pasquini


E mangia e bee e dorme e veste panni». Di recente ho partecipato a un convegno, dove questo verso dantesco (che ricorre nel canto XXXIII dell’Inferno per i traditori degli ospiti), veniva associato al termine pagliaccio, nella sua valenza negativa (pagliacci, ma in senso positivo, sono anche Rigoletto e Charlot), volendo alludere alla condizione odierna, dove al vertice della politica stanno personaggi di dubbio spessore culturale e sciolti da ogni fede o ideologia, che pure sembrano uomini normali. Di fatto, però, in Dante la gravità del peccato comporta la dannazione immediata dell’anima, sostituita in terra da un diavolo, e sembrerebbe davvero eccessivo vedere in chi ci governa dei diavoli incarnati: troppo facile ricorrere a un periodico non sospettabile di furia rivoluzionaria come Famiglia Cristiana, la quale nel luglio scorso recava in copertina l’effigie del nostro ministro dell’Interno, accompagnata dalla scritta «Vade retro».
Eppure la mia fiducia nella genialità profetica dei grandi poeti non rinuncia facilmente a cercare una possibile spiegazione di una situazione drammatica, che pare irreversibile. Salta agli occhi la capacità che hanno gli attuali dirigenti politici (anche oltreoceano) di rimanere uguali a se stessi esternamente («e mangia e bee e dorme e veste panni…»), ma insieme di cambiare continuamente identità e di darsene ogni giorno una nuova.
Facciamo un passo avanti, affidandoci alla virtù profetica di un altro poeta, Eugenio Montale.
Nella Lettera a Malvolio, nel Diario del ’71 e del ’72, egli tratteggia la figura di un intellettuale integrato, che continuamente si adegua alle trasformazioni e alle contraddizioni del sistema, incapace «di un rispettabile / prendere le distanze». Che era invece l’atteggiamento del poeta, del resto abbastanza scontato sotto le dittature del primo Novecento, ma più difficile da preservare «dopo che le stalle si vuotarono, / l’onore e l’indecenza stretti in un solo patto». Una condizione nuova in cui questo intellettuale "liquido" si muoveva perfettamente a suo agio: «Con quale agilità rimescolavi / materialismo storico e pauperismo evangelico…».
L’allusione colta alle stalle di Augìa, legate al mito di Ercole ma qui metafora della corruzione di fascismo e nazismo, richiama un altro e fondamentale testo, quella Botta e risposta I, del 1961, che apre il quarto libro di Montale,
Satura: un dittico dove a una lettera da Asolo in cui un’amica esorta il poeta a uscire dalla sua solitudine sdegnosa, senza sottrarsi ai dibattiti culturali con gli altri intellettuali di successo, fa riscontro una risposta in cui l’autore abbozza una sorta di autobiografia: «Uscito appena dall’adolescenza, / per metà della vita fui gettato / nelle stalle di Augìa…». Nato infatti nel 1896, egli aveva appena ventisei anni quando in Italia esplose il fascismo di Mussolini; ed ecco il dittatore circondato dai suoi sicari in armi, fra il puzzo della corruzione e i «muggiti umani», mentre il poeta si affidava, per sopravvivere, ai suoi amuleti salvifici. Poi, il tonfo, l’incredibile, il crollo delle dittature e la fine della guerra; ma quasi subito subentravano le delusioni del dopoguerra, col fetore della corruzione e l’arrivismo di politici spregiudicati. Ma soprattutto l’atroce dubbio di trovarsi davanti degli zombie, cervelli vuoti di ideali e spogli di ogni moralità: «Erano uomini forse, / veri uomini vivi / i formiconi degli approdi?».
Certo le conclusioni della risposta montaliana lasciano intendere perché il poeta non potesse rispondere positivamente all’invito della sua interlocutrice: «Ma ora / che sai tutto di me, / della mia prigionia e del mio dopo; / ora sai che non può nascere l’aquila / dal topo».
Insomma, la cupa diagnosi montaliana, stilata per giunta in un’epoca di promettente sviluppo, il cosiddetto "miracolo economico" italiano, suona come una geniale previsione di quanto oggi stiamo sperimentando, mentre ci domandiamo se la classe dirigente degli ultimi decenni fosse formata da uomini vivi ovvero da formiconi degli approdi, cioè da sfacciati arrivisti che in testa avevano soltanto una smania di potere e una bramosia di arricchimento. Non che siano meglio gli attuali detentori del governo, i quali giocano solo sulla legittima reazione alle malefatte del passato, senza neppure un’ombra di autentica democrazia: una sagra di incompetenti dominata dalla dittatura della Rete. Alla classe politica dell’ultimo trentennio, costellata di tanti formiconi, si contrappone oggi una strategia distruttiva fondata sul populismo e sull’ignoranza.
In questi termini, si consuma un sostanziale tradimento della grande tradizione laica e illuministica che ha nutrito e costruito l’Europa moderna, con tutti i suoi limiti. In qualche modo si ritorna, così, a Dante, come per un tragico aggiornamento del destino da lui assegnato alla peggiore specie di traditori: ciò che oggi si tradisce, mentre la vita sembra continuare più o meno uguale («e mangia e bee e dorme e veste panni…»), è la storia, il passato, dunque anche il futuro. Da un simile presente sarà molto difficile rinascere; ma in ogni caso (ha ragione Massimo Cacciari) occorre reagire con tutte le nostre energie, almeno da parte di chi crede ancora nei valori della democrazia.

Repubblica Roma 4.10.18
Il festival
La letteratura delle donne per dire che sono InQuiete
di Alessandra Paolini

Al Pigneto quattro giorni di appuntamenti sotto il segno della scrittura. Tre gli spazi e decine di autrici chiamate a raccolta
Un esperimento di quelli che funzionano talmente bene da coinvolgere un intero quartiere: il Pigneto. Che fa tirare fuori i soldi anche ai commercianti. E che fa smuovere autrici e attrici, riportando al centro la letteratura. E tutto quel mondo che gira attorno alle parole.
Torna per il secondo anno “InQuiete” festival di scrittrici che da oggi e fino a domenica vedrà al centro della scena - nell’isola pedonale di in una delle zone di Roma a più alta densità di movida, i libri. Libri però, scritti soltanto da donne.
L’idea di creare un evento che mettesse al centro l’intelligenza e il talento al femminile è venuta a Viola, Francesca, Maddalena e Barbara: che da 10 anni gestiscono la libreria “Tuba” in via del Pigneto. E dove, tra gli scaffali e i volumi, lavorano sei ragazze.
Cinquemila persone, lo scorso anno ad ascoltare interviste, letture, poesie, presentazioni di libri. Così ecco che sui 3 palchi allestiti tra la libreria, la biblioteca Mameli e via Pesaro, a partire da stasera alle 18, saliranno Nadia Teranova, Violetta Bellocchio, Teresa Ciabatti, Evelina Santangelo, Chiara Valerio, Lisa Ginzburg e tante altre scrittrici che nel 2018 hanno pubblicato la loro ultima fatica. Ad animare i reading ci penseranno altrettante scrittrici, sceneggiatrici e registe.
Come Cristina Comencini che domani alle 18,30 insieme a Geni Valle prenderà parte all’incontro “ L’arte di perdere...a partire da Elizabeth Bishop”.
«La cosa che più mi ha colpito e fatto piacere - racconta Viola Lo Moro, una delle organizzatrici - è vedere in piazza un pubblico trasversale fatto di uomini, donne, giovani e anziani. Il che dimostra come la letteratura sia universale, nonostante la presenza femminile nella narrativa e nel mondo dell’editoria venga spesso relegata in secondo piano. E questo nonostante siano numerose le autrici affermate, nonostante le donne leggano di più». La trilogia di Elena Ferrante del resto, è la conferma più lampante.
Ad aprire il festival sarà oggi Nadia Terranova alle 18,30. Presenterà il suo “Addio ai fantasmi” storia di una donna alle prese con i ricordi di un padre che l’abbandonata «Vivo al Pigneto - dice la scrittrice e sono felice di vedere come un quartiere tutto birretta e locali abbia invece anche tanta voglia di confrontarsi, di leggere, di ascoltare». Ed è lo stesso quartiere che ha finanziato in parte l’evento insieme alle Biblioteche di Roma e al crowdfunding di molti commercianti della zona . A comminciare “Riccio capriccio”, il parrucchiere.
In cortile
Il pubblico dell’edizione 2017 al Pigneto. Il programma su www.inquietefestival.it