martedì 25 settembre 2018

l’espresso 23.9.18
Impolitico è l’uomo senza più utopie
di Roberto Esposito


Cosa vuol dire “impolitico”? Qual è il significato di questo termine - al di là di quello datogli da Thomas Mann nelle sue “Considerazioni”? Per rispondere a questa domanda bisogna prima di tutto distinguerlo dai due concetti cui viene erroneamente assimilato - l’antipolitico e l’apolitico. Quanto all’antipolitica è lo stesso Mann a situarla nell’orizzonte politico che essa vuole contrastare: «L’antipolitica è anch’essa una politica, giacché la politica è una forza terribile; basta solo sapere che esiste e già ci si è dentro, si è perduta per sempre la propria innocenza». Nel momento stesso in cui si oppone alla politica, facendone il proprio bersaglio, l’antipolitica parla il suo stesso linguaggio, non è che una forma mascherata di politica. L’elezione di Trump ne costituisce un esempio perfetto. Ma anche in Italia ne abbiamo avuto esperienza diretta Il caso più eclatante è quello dei 5 Stelle. Che hanno costruito il proprio successo politico indossando in da subito le vesti dell’antipolitica. Ciò vale, in generale, per tutti i populismi, arrivati al potere contestando ogni politica - tranne naturalmente la propria. Ma l’impolitico è diverso anche dall’atteggiamento apolitico. Perché anche questo, pur astenendosi dalla partecipazione alla cosa pubblica, ha sempre un effetto politico. Come accade per l’astensione. Chi si astiene - e sono sempre più a farlo nelle democrazie occidentali - rafforza politicamente una parte di coloro che intendono delegittimare. Come è noto, in America non vota più del 50 per cento degli aventi diritto - ma ciò gioca oggettivamente a favore di uno dei due candidati alla Presidenza. Nei paesi come la Francia, in cui è previsto il ballottaggio, si va al potere con una percentuale ancora minore. In questo senso l’esercito degli astensionisti - che non considerano degno nessun partito del proprio voto - costituisce di fatto un vero partito. Spesso il maggiore sul piano numerico. In questo senso dichiararsi apolitici perde di significato, perché comunque, anche se la si rifiuta, si sta all’interno della dialettica politica. Se l’antipolitica è una forma di politica attiva, speculare alla politica avversata, l’apolitica è una politica passiva, ma non meno rilevante sul piano delle conseguenze nella formazione dei governi e dunque nella distribuzione del potere. Ben diverso il punto di vista dell’impolitico, come si è andato configurando nell’opera di alcuni autori “eretici” del Novecento. Nessuno di loro intende contrapporre alla politica un valore etico o estetico, come aveva invece fatto Mann. E come pretendono di fare gli antipolitici e gli apolitici ogni volta che attaccano la politica. Al contrario gli impolitici ritengono che la politica - il conflitto di interesse e di potere - riempia l’intera realtà. In questo senso il punto di vista dell’impolitico coincide con il realismo politico, con cui condivide la consapevolezza che “la politica è il destino”. Non solo, ma un destino segnato dalla presenza inevitabile del male. Che si può contenere, limitare, ma con cui è necessario convivere. «Anche i primi cristiani», scrive Max Weber in “Politik als Beruf”, «sapevano perfettamente che il mondo è governato da demoni e che chi s’immischia nella politica, ossia si serve della potenza e della violenza, stringe un patto con potenze diaboliche». Ciò non vuol dire che si debba idolatrarle, rivestirle di un valore che non hanno. Tra politica e valore vi è un solco incolmabile Il Bene non è traducibile in politica, come la Giustizia non può mai incarnarsi perfettamente nel diritto. Solo l’ignoranza diffusissima del significato sia della Giustizia che del diritto può indurre a sovrapporli. Il compito dell’impolitico è custodire il senso tragico di questa distinzione. Assumere la realtà per quella che è non vuol dire inchinarsi a essa. Al contrario solo la consapevolezza della sua ineluttabilità, può delineare, ai suoi margini esterni, il profilo di un’altra dimensione non sua prigioniera: «Su questa terra», afferma Simone Weil, «non c’è altra forza che la forza. Questo potrebbe essere un assioma. In quanto alla forza che non è di questa terra, il contatto con essa si paga solo al transito di qualcosa che assomiglia alla morte». Questo qualcosa è appunto la Giustizia, la cui realizzazione è sbandierata ai quattro venti dai professionisti dell’antipolitica. Al contrario l’impolitico è lontano da ogni utopia. Ma anche dal cinismo di chi contrabbanda il proprio interesse per il bene generale. Egli, dalla sua posizione defilata, testimonia la contraddizione drammatica tra l’aspirazione al Bene e l’impossibilità di realizzarlo politicamente. Mai, come ben sapeva Weber, l’etica della convinzione - che si attiene ai puri principi - e l’etica della responsabilità, che tiene conto delle conseguenze dell’azione, possono coincidere. Anche se chi è “chiamato” alla politica deve cercare di accostarle quanto è possibile. A questa eterna tensione tra finito e infinito è destinato l’impolitico. Ma cosa importa di tutto ciò Simone Weil e Max Weber ai nostri politici?