martedì 4 settembre 2018

La Stampa 4.9.18
Le vite degli altri
Schnabel dipinge un Van Gogh spirituale Kusturica racconta Pepe Mujica, il presidente contadino
di Piero Negri e Lorenzo Soria


Julian Schnabel, artista e regista, in At Eternity’s Gate racconta Vincent Van Gogh con il volto e il corpo di Willem Dafoe: «È un film - spiega - sull’atto viscerale della creazione, su un uomo che non è stato apprezzato da vivo ma che ha saputo raggiungere l’eterno». Emir Kusturica nel documentario El Pepe, una vida suprema segue il presidente uruguaiano Pepe Mujica nell’ultimo giorno del suo mandato, nel 2015: «La prima cosa che ho saputo di lui è che guidava il trattore. Cosa, un presidente che fa il contadino e guida il trattore? Ho capito subito che sarebbe stato il mio uomo».
Alla Mostra di Venezia è il giorno dei film biografici, uno di fiction, l’altro di realtà. Due irregolari del cinema raccontano le vite degli altri. Kusturica: «Nella vita ho avuto un solo obiettivo, essere libero. Sono stato fortunato, in linea di massima ce l’ho fatta. Ora ho la libertà di fare un film su Mujica. Nel mondo c’è una sinistra finta che si è arresa al capitalismo, Mujica nell’ultimo giorno di presidenza è stato acclamato da 50 mila persone. E perché? Perché - come dice lui nel film - se ti ha votato la maggioranza, devi vivere come la maggioranza. La maggioranza della gente in Uruguay è povera, e lui vive da povero. C’è coincidenza tra essere e apparire. È l’unico presidente al mondo che può ispirare».
A un paio d’ore dalla prima mondiale del suo film Julian Schnabel indossa una canottiera con vistose macchie di pomodoro, pantaloni corti un po’ troppo larghi, Van’s bianche ai piedi e calze di lana beige.
L’atto della creazione
Dopo Basquiat, l’artista americano punta ancora la sua macchina da presa su un artista, e questa volta è Vincent Van Gogh. «Tutti pensano di sapere tutto su di lui, sanno che è quello un po’ matto che si è tagliato l’orecchio. Ma non è così: a Van Gogh non interessava la sofferenza ma la creazione. E il Creatore, Dio. Tutti soffrono sulla Terra. Van Gogh no. Aveva trasceso la morte ed era totalmente assorbito da quello che faceva. Aveva trovato accesso ad altro, come capita talvolta agli artisti».
Schnabel non riscrive la sua storia: «Non mi interessa sapere se si è ucciso oppure no. Tutti i racconti sono comunque bugie, che cosa è poi la realtà? At Eternity’s Gate è un film sull’atto del dipingere, che è ciò che faccio da una vita. Ho pensato il film con lo scrittore Jean-Claude Carriere. Eravamo andati insieme a una mostra su Van Gogh al Musee d’Orsay a Parigi e poi a casa sua, che è dove aveva il laboratorio Toulouse Lautrec. È lui che ha proposto: scriviamo un film! Ho risposto: impossibile. Allora lui ha insistito: proviamo! Abbiamo voluto riprodurre le sensazioni provate alla mostra. Sai, quando esci da un museo e ti senti addosso l’effetto di ciò che hai visto. È ora eccomi qui a Venezia con Willem e tutte le persone che mi hanno regalato la loro sensibilità e la loro esperienza di esseri umani».
Un primo bilancio positivo
A metà corsa, la Mostra dà i numeri. E sono positivi: 77 mila ingressi nelle sale (l’anno scorso allo stesso giorno erano 66 mila, 58 mila due anni fa), i biglietti venduti sono il 9 per cento in più dello scorso anno, gli accrediti più 18 per cento. Il presidente della Biennale Paolo Baratta, che con il cinema al Lido chiude l’anno prossimo (il mandato nel 2020) esclude proroghe: «Se abbiamo creato qualcosa di valido saprà camminare sulle sue proprie gambe». Il direttore Alberto Barbera risponde ancora su Netflix e Amazon («Sarebbe antistorico bandire chi sta facendo investimenti nella qualità») e sulla questione femminile: «Audiard dice che va ai festival da 25 anni e vede sempre gli stessi? Anch’io da 25 anni vado ai festival e vedo lui. Le registe sono meno dei registi, è un problema complesso, non sono i festival che possono risolverlo».
Baratta azzarda anche una lettura generale di quanto visto finora: «Tutti i film raccontano una realtà che non condannano, ma seguono, considerano, fotografano. Con intensità. È neo-neorealismo, mi hanno detto, io lo chiamo neorealismo lagunare. Con un orizzonte piano come quello della Laguna: vicende che sembrano individuali diventano universali». Curioso, l’osservazione vale anche per i due film del giorno, diretti da due registi fuori dall’ordinario su due persone straordinarie.