domenica 16 settembre 2018

La Stampa 16.8.18
“Restituire i tesori razziati”
La sfida che divide i musei
di Maurizio Assalto


Il sasso l’aveva lanciato il presidente francese Emmanuel Macron il 28 novembre di un anno fa, durante una visita a Ouagadougou, nel Burkina Faso: «Non posso accettare che una larga parte del patrimonio culturale di diversi Paesi africani si trovi in Francia […]. Io voglio da qui a cinque anni siano poste le condizioni per una serie di restituzioni temporanee o definitive del patrimonio africano all’Africa». Un’inversione di 180 gradi rispetto al suo predecessore François Hollande, che appena sei mesi prima aveva risposto di no a una precisa richiesta di restituzione da parte del Benin.
Poteva sembrare una semplice captatio benevolentiae verso l’ospite africano, e infatti sul momento lo stagno restò tranquillo. Invece - dalle parole ai fatti - lo scorso marzo il capo dell’Eliseo ha affidato l’incarico a una coppia formata dalla francese Bénédicte Savoy, specialista del patrimonio artistico, docente alla Technische Universität di Berlino e al Collège de France, e dall’economista Felwine Sarr, professore all’Università Gaston-Berger de Saint-Louis, in Senegal, autore nel 2016 di un saggio che ha fatto molto discutere, Afrotopia. Il loro compito, riflettere sulle condizioni e le modalità della restituzione, e presentare proposte concrete entro il novembre 2018. Cioè tra poco più di due mesi. E questa volta, tra i direttori delle maggiori istituzioni museali europee, le acque si stanno agitando.
«La nostra anima dispersa»
Perché, sebbene Macron si riferisca ai manufatti frutto dei saccheggi perpetrati durante il periodo coloniale, o comunque acquisiti attraverso transazioni sospette, bisogna considerare che nelle collezioni francesi sono circa 70.000 gli oggetti di origine africana. E, di questi, 53.000 nel museo parigino del Quai Branly: cinque volte quelli posseduti dal Théodor Monod d’Arte africana di Dakar, uno dei maggiori del continente. Tra i vanti del museo in riva alla Senna sono le statue del regno di Dahomey, razziate con altri tesori dal generale Alfred-Amédée Dodds nel sacco dell’allora capitale dell’attuale Benin, 1892-94: oggi il Paese rivendica dalla Francia dai 4500 ai 6500 oggetti, fra troni, porte di legno scolpito, scettri reali. Circa 3000 sono invece i pezzi senegalesi, che salgono a oltre 5000 se si conteggia anche il materiale iconografico. Ma il primato spetta al Camerun, che tutto compreso contribuisce con ben 15.169 reperti. E il problema, sia pure in termini più contenuti, può valere per il British di Londra come per l’Africa Museum di Tervuren, in Belgio, per il futuro Humboldt Forum di Berlino e tanti altri. Il 90% del patrimonio storico-artistico dell’Africa sub-sahariana (quello della parte settentrionale ha patito gli effetti dell’iconoclastia islamica) si trova attualmente fuori dell’Africa.
«Perché abbiamo lasciato portare via la nostra anima ai quattro angoli del mondo?», è la domanda (retorica) dello scrittore kenyota Ngugi Wa Thiongo. Una risposta terribilmente ironica l’aveva fornita fin dal 1934 l’etnologo francese Michel Leiris, nel suo libro-denuncia L’Africa fantasma: «Si saccheggiano i negri, con il pretesto di insegnare al mondo a conoscerli e amarli, in fin dei conti a formare altri etnografi che andranno a loro volta a amarli e a saccheggiarli». Ora il duo Savoy-Sarr è deciso a rimettere le cose a posto. Intorno a loro si è riunito un vasto comitato di conservatori e direttori di musei europei e africani, giuristi, storici dell’arte, galleristi, e il 1° giugno si sono ritrovati tutti a Dakar in una conferenza internazionale sotto l’egida dell’Unesco, dal titolo «Circolazione dei beni culturali e patrimonio condiviso».
«Questi beni hanno un’anima», ha ribadito al consesso Patrice Talon, il presidente del Benin, spiegando che devono tornare «nelle terre dove sono stati creati, là dove tutto è in accordo con la loro essenza, e la loro storia rivela la loro grandezza piuttosto che il loro asservimento». Non solo, «la restituzione costituisce una giusta riparazione del pregiudizio storico e un mezzo di lotta contro la povertà, un fattore capace di creare impiego e ricchezza, uno strumento di sviluppo socio-economico». A chi obietta che l’Africa non è pronta per accogliere e esporre tanti tesori, gli interessati ribattono che Paesi come il Sudafrica, il Kenya, il Mali, lo Zimbabwe ospitano già importanti musei, mentre altri tre, progettati secondo gli standard internazionali, si stanno costruendo in Benin.
L’Italia ha già ridato
Così, anche se Savoy e Sarr spiegano che torneranno in Africa soprattutto gli oggetti dotati della maggiore carica simbolica, i direttori dei grandi musei internazionali si agitano. Perché si sa come le cose cominciano, ma quando si apre la breccia… Tanto più che, almeno in Inghilterra e in Germania, le opinioni pubbliche paiono favorevoli all’atto riparatorio, per lavare i sensi di colpa legati al passato coloniale. In Italia se ne è parlato poco, perché il tema è meno sentito, essendo stato il nostro colonialismo più limitato nello spazio e nel tempo (il bottino più rilevante, l’obelisco di Axum, è tornato in Etiopia, tra le polemiche, nel 2005), ma altrove il dibattito si infiamma: restituire o non restituire?
C’è da aggiungere che da noi prevalgono i musei legati al territorio, essendo il nostro un Paese «fonte», piuttosto che «ricettore». Con l’eccezione dell’Egizio di Torino, che però non corre rischi avendo acquisito tutto legalmente, al di fuori di avventure coloniali. Ma il problema, se non altro su un piano teorico museologico, investe anche il suo direttore Christian Greco: davvero la restituzione è la risposta unica e sufficiente per i danni commessi nel passato? Non ci può essere una forma di compensazione più utile per tutti, più conforme a un’idea di cultura come patrimonio universale e, soprattutto, non riducibile al solo elemento materiale? Sono alcuni dei temi sollevati nell’intervento che ospitiamo in questa pagina.
(GERARD JULIEN/AFP) - Le grandi statue reali del Regno di Dahomey (attuale Benin), datate tra il 1890 e il 1892 e razziate a fine ’800 dal generale francese Alfred-Amédée Dodds: tra i tesori del parigino Musée du Quai Branly, sono ora rivendicate dallo Stato africano