martedì 11 settembre 2018

internazionale 7.9.18
La guerra sui banchi
Di Enab Baladi, Siria
Negli ultimi anni le autorità che si contendono il dominio della Siria hanno imposto diversi programmi scolastici nelle aree sotto il loro controllo. Aumentando le divisioni e l’ignoranza


“Mi chiamo Ali, ho 18 anni, e sono uno studente di prima superiore ”. Questo è un pezzetto della trama. L’ambientazione è definita dalla guerra. I protagonisti sono i milioni di studenti siriani passati attraverso una lunga serie di drammi. Ali al Adel, originario delle campagne a nord di Aleppo, aveva appena finito le elementari quando è scoppiata la rivoluzione contro il presidente Bashar al Assad. Da quel momento la sua vita è cambiata e il territorio siriano è stato diviso in zone controllate da diverse autorità militari, che negli ultimi anni si sono contese il paese. “Prima della rivoluzione alle elementari s’insegnavano arabo, inglese e altre materie come scienze e matematica. Io andavo piuttosto bene”, racconta Ali. In molte zone del paese l’istruzione ha pagato le conseguenze del conflitto, a causa della mancanza di sicurezza, della fuga degli insegnanti e dell’abbandono degli studenti. Secondo le statistiche dell’Unicef, nei primi due anni della rivoluzione sono stati uccisi 222 insegnanti in tutta la Siria e circa tremila scuole sono state distrutte. Negli anni successivi queste cifre si sono moltiplicate. Dal 2014 nelle aree controllate dal regime il sistema scolastico è piombato nel caos, mentre nelle zone in mano ai gruppi dell’opposizione è arrivato quasi al collasso totale. Una volta instaurato un governo ad interim, la Coalizione nazionale siriana delle forze dell’opposizione e della rivoluzione (che riunisce la maggior parte delle fazioni ostili al presidente Bashar al Assad) ha cercato di gestire le scuole nelle aree sottratte al regime attraverso il suo ministero dell’istruzione, che ha cambiato i programmi scolastici. Durante il terzo anno della rivoluzione, inoltre, i curdi siriani hanno istituito un governo autonomo nella provincia di Al Hasaka, nel nordest del paese, mentre il gruppo Stato islamico (Is) si è radicato in altri territori. Questi due nuovi poteri militari hanno creato una serie di istituzioni per gestire i settori della pubblica amministrazione, compresa la scuola. Per imporre la loro ideologia hanno creato due sistemi scolastici, radicalmente diversi da quelli del regime e delle forze d’opposizione. “Il governo ad interim aveva cominciato a ricostruire un sistema scolastico, ma l’avanzata dei jihadisti l’ha fermato”, ricorda Ali. Sotto il gruppo Stato islamico Ali ha dovuto lasciare la scuola per un anno, poi si è iscritto a una delle scuole ispirate alla sharia, la legge islamica, dove oltre al Corano e agli insegnamenti del profeta si apprendevano i fondamenti del pensiero jihadista. “Il professore era marocchino e tutte le lezioni erano basate sulla sharia e sulla negazione di alcuni racconti della vita del Profeta”, spiega Ali. “Dopo un po’ mi sono trasferito in Turchia”. In alcune aree il gruppo Stato islamico ha imposto nuovi programmi e libri di testo adattati alla sua ideologia jihadista. Invece nelle zone sotto il controllo delle fazioni dell’opposizione l’offerta formativa segue i vecchi programmi del regime, con alcune modifiche. Nella provincia di Al Hasaka, infine, le lezioni sono per lo più in lingua curda e tendono a riflettere l’ideologia del Partito dell’unione democratica (Pyd). Questi piani di studio incarnano i vari progetti politici che hanno provato a radicarsi in Siria. A pagare le spese della frammentazione sono i tre milioni di siriani in età scolastica che, secondo le stime dell’Unicef, sono esclusi dal sistema educativo. Il rischio è che si crei una generazione in gran parte analfabeta. Tornato in Siria, Ali al Adel si è iscritto in un istituto gestito dal ministero dell’istruzione turco. Ha 18 anni e frequenta la scuola media. Anche se in alcuni casi sembrano seguire criteri obiettivi, in realtà i programmi scolastici sono stati creati ex novo o sono stati modificati dalle forze che controllano il paese, in base alla loro linea politica e alla loro ideologia.
Nulla è cambiato
Nel 2017 e nel 2018 il regime non ha inserito modifiche significative rispetto agli anni precedenti. Il ministero dell’istruzione del governo di Damasco si è concentrato soprattutto sulle materie scientifiche, in particolare la matematica. Per le materie umanistiche non ci sono stati grandi cambiamenti, nonostante le implicazioni politiche. Questa scelta riflette l’intenzione del regime di rappresentare una Siria in cui negli ultimi sette anni non è cambiato niente, un’intenzione che appare evidente osservando i programmi di alcune materie, in particolare storia, geografia e nazionalismo. Nel 2017 il governo di Damasco ha modificato cinquanta libri di testo. Questi cambiamenti interessano milioni di studenti siriani iscritti alle scuole primarie e secondarie. I libri di geografia stampati per l’anno scolastico 2017-2018 includono statistiche risalenti al massimo al 2008, che fanno riferimento a risorse economiche, indici demografici, distribuzione della popolazione e flussi migratori. ma tutti gli indicatori sull’economia e sulla popolazione sono cambiati drasticamente dall’inizio della rivoluzione a oggi. È evidente che usare statistiche vecchie di dieci anni pregiudica l’attendibilità dei programmi. Nei libri di geografia per il primo anno di scuola superiore, sulla base delle statistiche pubblicate nel 2008, si legge che l’emigrazione giovanile dai paesi arabi è diminuita grazie al “miglioramento della situazione interna”, e che i siriani all’estero sono un milione. Il testo ignora totalmente il fatto che il numero dei siriani che hanno lasciato le loro case dopo la rivoluzione ha superato i sette milioni, e che centinaia di migliaia di cittadini arabi hanno abbandonato i loro paesi per le rivoluzioni, le guerre e i conflitti interni scoppiati nella regione dal 2011. Il programma del regime siriano dà ampio spazio alla storia del sangiaccato di Alessandretta, un territorio annesso dalla Turchia nel 1939, e alle alture del Golan, occupate da Israele nel 1967. L’obiettivo è trasmettere un messaggio antiturco: le mappe definiscono la Turchia uno “stato occupante”, evidenziando l’ostilità nata dal sostegno di Ankara ai ribelli siriani. Il ministro dell’istruzione Hezwan al Wiz ha annunciato anche una riforma dell’insegnamento della religione a tutti i livelli, con lo scopo di “superare l’ignoranza e l’estremismo”. Alcune persone vicine al regime hanno proposto di eliminare la materia “nazionalismo arabo” e sostituirla con “educazione patriottica”. Così è stato fatto, ma il nuovo curriculum continua a esaltare il valore dell’arabismo e del nazionalismo, sottolineando il “ruolo chiave” della Siria nel mondo arabo. I programmi di educazione patriottica per il primo e il quarto anno di scuola superiore contengono diverse imprecisioni. Per esempio esaltano il progetto della Lega araba e il ruolo della Siria nell’organizzazione, anche se la partecipazione di Damasco è sospesa dal 2011. L’orientamento politico dei programmi scolastici del regime è evidente quando si parla di “resistenza”. Il libro di testo per la prima superiore descrive la “cultura della resistenza”, dando ampio spazio ai mezzi d’informazione e al loro “ruolo nel combattere il terrorismo”. Secondo il ministero dell’istruzione 7.533 siriani studiano russo a scuola. A partire dalla seconda media gli studenti possono scegliere di studiare una seconda lingua straniera, oltre all’inglese, a scelta tra il francese e il russo. Anche se il ministero sostiene che il russo serva ad ampliare la conoscenza, il suo inserimento nei programmi scolastici è cominciato nel 2015, cioè dopo l’intervento militare russo a favore del regime. mosca è considerata la principale alleata di Damasco, e l’insegnamento del russo a scuola rilette il tentativo di presentare l’alleato come un paese amico, legittimando un’eventuale sua presenza a lungo termine. In alcune aree del nord in mano a ribelli fedeli ad Ankara, invece, si studia il turco. Tra i fedeli del regime si è diffusa una forte cultura del militarismo, e alcuni vorrebbero che l’educazione militare fosse reintrodotta nei programmi scolastici. Hilal Hilal, sottosegretario del partito di regime Baath, ha dichiarato che si sta discutendo di questa ipotesi, “per adeguarsi all’attuale situazione e allo sviluppo culturale”. In alcuni casi le aule scolastiche sono diventate un palcoscenico per la glorificazione di politici e militari legati al regime. Dopo l’uccisione del comandante dell’esercito Issam Zahreddine sono circolate immagini di un insegnante che citava l’ufficiale come esempio di “eroismo” durante una lezione in una zona rurale intorno a Hama. molti genitori probabilmente non sono in grado di limitare l’influenza di queste idee, per paura o perché non vogliono rischiare che i igli siano accusati di poco “patriottismo” e poca “lealtà” e abbiano per questo problemi con le forze di sicurezza. Una lettura revisionista Nel 2012 nelle scuole delle aree in mano ai ribelli si studiava ancora su libri che contenevano le immagini di Assad e le parole del “leader immortale”. È stato così fino al 2013, quando sono stati stampati tre milioni di manuali in cui era stato eliminato qualsiasi riferimento a figure associate al regime o al partito Baath. L’anno successivo è stato creato il ministero dell’istruzione del governo ad interim legato all’opposizione, che ha riformulato i piani di studio togliendo i simboli politici che avevano permeato i programmi scolastici per quarant’anni. Il documento sulle modifiche apportate dal ministero sottolinea la necessità di contrastare il regime dal punto di vista culturale, per sradicare l’ignoranza e la corruzione generati dai programmi scolastici tradizionali. ma in realtà anche i programmi rivisti contengono spesso falsificazioni politiche, espressione di una lettura in chiave revisionista della storia, della geograia e del nazionalismo. fino a maggio 2018 il ministero dell’istruzione del governo ad interim ha gestito circa duemila scuole in varie aree controllate dall’opposizione, che in totale contavano quasi 600mila allievi. La situazione instabile pesa sulla qualità dell’insegnamento: molti bambini e ragazzi non frequentano regolarmente, soprattutto gli sfollati e quelli che vivono nei campi profughi; nelle classi ci sono studenti di età diverse, e molti restano indietro; gli insegnanti se ne vanno, e quelli che li sostituiscono spesso non hanno esperienza. Il documento sottolinea anche che le modifiche del ministero includono omissioni, aggiunte, revisioni e sostituzioni, mentre i programmi delle materie scientiiche (fisica, matematica, scienze naturali e chimica) e delle lingue straniere (inglese e francese) sono stati lasciati com’erano. I cambiamenti introdotti riguardano la storia, la geografia e il panarabismo, materia completamente rimossa dall’offerta formativa. I programmi di storia sono stati rivisti “perché contenevano molte imprecisioni, falsiicazioni e mistiicazioni” che, secondo il rapporto, “contraddicevano la realtà storica dei fatti”. Queste “imprecisioni” riguardano soprattutto il periodo ottomano. Ogni riferimento all’“occupazione ottomana” è stato sostituito con l’espressione “dominazione ottomana”. Questa scelta dipende dal fatto che il governo ad interim ha sede in Turchia, dove sono stampati i libri di testo, usati anche in alcune scuole siriane in territorio turco. Il ministero dell’istruzione del governo dell’opposizione non si è preoccupato di “aggiornare e sviluppare” i piani di studio. Per esempio i libri di geografia si basano sulle stesse analisi usate dal regime per spiegare le cause delle migrazioni, associate alla ricerca di lavoro, senza alcun riferimento all’enorme crisi dei profughi in corso nel paese. Allo stesso modo, non è stato fatto alcuno sforzo per aggiornare i dati sulla demografia, sull’agricoltura e sull’industria, che si basano sulle stesse statistiche vecchie di anni citate dal regime. Questi limiti possono dipendere da problemi logistici e dalla diicoltà di trovare risorse, di fare ricerche e di assumere personale specializzato. ma non sembra esserci l’intenzione di intervenire per migliorare la situazione. La Turchia ha il pieno controllo dell’istruzione nelle zone che sono sotto la sua diretta inluenza nel nord della Siria, comprese Jarabulus e Azaz, nella provincia settentrionale di Aleppo. In queste aree è stato adottato lo stesso programma del governo ad interim, ma alcuni contenuti sono stati modiicati. Ankara sta cercando di imporre il sistema scolastico turco in questa regione, dove, secondo il ministero dell’istruzione turco, ci sono circa cinquecento scuole e 150mila allievi. Nel 2017 gli uffici scolastici del governatorato di Aleppo hanno deciso di introdurre l’insegnamento del turco a partire dalle elementari. molte scuole sono state perfino ribattezzate con nomi di militari turchi uccisi durante Scudo dell’Eufrate, l’operazione condotta quell’anno per conquistare l’area. Sulle copertine dei registri scolastici compaiono insieme la bandiera della rivoluzione siriana e quella turca. Raforzare il nazionalismo fin dalla sua instaurazione, il governo autonomo curdo della regione di Al Hasaka incoraggia tutti i ministeri a difondere una precisa ideologia, che legittimi la nuova autorità politica nel suo tentativo di stabilire il controllo sul territorio. Il compito del ministero dell’istruzione è stato particolarmente impegnativo. Servivano programmi alternativi, in linea con il cambio di direzione politica. Nel 2015 le regioni autonome del nord hanno introdotto la lingua curda nei primi anni di scuola elementare, per poi estenderla gradualmente agli altri anni. Anche se il curdo è la lingua più difusa nelle regioni autonome, Samira Hajj Ali, funzionaria del dipartimento dell’istruzione nella provincia, spiega che “ogni comunità usa la sua lingua”. Cioè gli arabi fanno lezione in arabo e i siriaci in siriaco. Dal 2015 il Comitato per la formazione della società democratica ha preparato “migliaia di insegnanti con lo scopo di adeguare le loro esperienze ai nuovi programmi”, dice Hajj Ali. Centinaia di insegnanti sono stati inviati in decine di scuole nelle zone controllate dal governo autonomo. ma le carenze dei nuovi programmi e il loro mancato riconoscimento internazionale hanno provocato le proteste della popolazione e ci sono state diverse manifestazioni contro il processo di “curdizzazione” in corso in queste aree. Secondo alcune fonti locali, in molti hanno preferito lasciare le zone sotto il governo autonomo e trasferirsi nelle aree controllate da Damasco, per assicurare “un futuro migliore ai igli” ed evitare la stretta delle autorità, che cercano di fare accettare i programmi scolastici curdi per raforzare il sentimento nazionale. mezzi d’informazione e organizzazioni per la difesa dei diritti umani hanno criticato questi piani di studio, segnalando errori e mancanze. Nei libri usati nelle zone sotto il governo autonomo la Siria come paese non esiste. È presente invece il Rojava, con le sue tre province, considerato parte del Grande Kurdistan. Nei libri di geografia, il Rojava (o Kurdistan occidentale) confina a nord con il Kurdistan settentrionale e a est con il Kurdistan meridionale. Inoltre l’idea di religione come fede è respinta e nei libri di storia le religioni sono presentate come filosofie dei profeti. La religione è scomparsa completamente come materia di studio, nonostante il 95 per cento dei curdi siriani siano musulmani credenti. Nei libri di storia è scritto che, anche se ha alcuni aspetti positivi, l’islam ha contribuito a indebolire il sentimento patriottico dei curdi. La Turchia è presentata come nemica del popolo curdo, e l’idea è rafforzata ricordando i massacri commessi contro i curdi dall’impero ottomano. I libri di testo sottolineano che la Turchia e gli altri paesi vicini hanno represso molte rivolte curde in Iran e in Azerbaigian. Queste rappresentazioni rilettono le storiche divergenze tra turchi e curdi e le tensioni seguite alla formazione del governo autonomo in Siria e delle Unità di protezione del popolo (ypg), le milizie curde attive nel nord della Siria. I libri di testo contengono anche attacchi a mustafa e masoud Barzani (storici leader dei curdi iracheni), accusati di essere capi tribali che pensano solo ai propri interessi a spese del popolo curdo. I Barzani sono anche accusati di essere succubi dell’Iran e di aver sprecato molte opportunità. Questa posizione dipende dallo stretto legame tra il Partito dell’unione democratica, siriano, e il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), nemico dei Barzani. Nelle scuole delle zone autonome si parla del leader del Pkk Abdullah Öcalan come del simbolo del patriottismo curdo. Öcalan viene esaltato e citato spesso e il suo pensiero è inserito nei libri di testo già dai primi anni delle elementari.
Mappe senza confini
Quando si è radicato in Siria, il gruppo Stato islamico ha azzerato tutti i programmi scolastici, accusati di difondere “l’ideologia baathista ed empia”. Le scuole dell’Is sono divise in tre livelli: uno di cinque anni, uno intermedio di due anni propedeutici e l’ultimo, che dura altri due anni. oltre al Corano, alla religione e all’arabo, in tutte le classi si fanno lezioni di “preparazione atletica”, in cui gli studenti sono addestrati al combattimento. Intorno ai tredici anni, quando sono al livello intermedio, gli alunni imparano a maneggiare le armi leggere. Sono previste anche lezioni sui diversi tipi di armi e sulla loro manutenzione e pulizia. La mappa dello Stato islamico rappresentata nei libri di testo copre una vasta area che va dalla Tanzania, nell’Africa centrale, al Kazakistan, in Asia centrale. Nei libri dell’Is la geograia riguarda solo l’estensione territoriale dello Stato islamico, e trascura le caratteristiche topograiche: nelle mappe infatti non ci sono confini tra gli stati. L’unica distinzione è quella tra “zone abitate in maggioranza da musulmani e zone abitate in maggioranza da infedeli”. L’insegnamento della storia comincia al quarto anno e si concentra sulla vita del profeta maometto e sulla nascita dell’islam, presentate come “la storia dello Stato islamico in Iraq e in Siria”, tralasciando qualunque altro evento storico. I programmi di fisica e chimica non si allontanano molto da quelli delle altre zone del paese, probabilmente per la diicoltà di modificare i contenuti scientifici. Sono stati aggiunti dei versetti coranici, che dovrebbero indicare il legame tra la religione e le altre materie. Anche il programma di matematica ha mantenuto i contenuti invariati. Le diferenze riguardano soprattutto il modo in cui si trasmettono le nozioni: nei primi anni scolastici, per esempio, i numeri sono spiegati facendo contare agli allievi una certa quantità di armi e soldati, su cui poi devono compiere le operazioni. L’inglese è insegnato a tutti i livelli, in quanto lingua parlata “da tutte le persone dell’Is”, ma i testi parlano del “califfato” e fanno riferimento alle città che per un periodo sono state conquistate dai jihadisti, come Raqqa e mosul. Le immagini ritraggono uomini con la barba, che hanno i volti oscurati per motivi di sicurezza. La fase più difficile ma in Siria non ci sono solo le scuole del governo, dell’opposizione, dei curdi e dei jihadisti. In alcune zone le lezioni sono organizzate dall’Unicef e dalle organizzazioni internazionali. Secondo l’Unicef, meno della metà dei bambini siriani emigrati all’estero rientra nei sistemi scolastici dei paesi che li ospitano, e il 53 per cento di loro non riceve un’istruzione. Da questo scenario sembra emergere una nuova generazione di giovani siriani sempre più ignoranti. Inoltre, i diversi programmi proposti a milioni di studenti stanno creando disuguaglianze culturali e cognitive, alimentando conlitti intellettuali causati dalle diverse ideologie. Anche se il quadro è drammatico, educatori e specialisti di psicologia infantile non escludono che ci possano essere soluzioni a lungo termine. Diverse organizzazioni siriane e arabe hanno elaborato alcune piattaforme di studio online ofrendo siti internet e applicazioni per i telefoni, che a partire da materiali visuali e video spiegano nel dettaglio tutte le materie e coprono quasi tutti i livelli d’istruzione, anche se generalmente si concentrano sulle scuole medie e secondarie. Questi strumenti possono compensare la mancanza di contenuti scientifici, sia per chi frequenta le scuole in Siria con i nuovi programmi sia per chi studia in altri paesi. evitando le faziosità ideologiche, si basano in gran parte sui programmi ufficiali siriani. Queste forme di istruzione assistita possono essere un rimedio, ma rappresentano un’alternativa solo temporanea. Servono nuovi programmi completi e a lungo termine per il periodo postbellico. Per Azzam Khanji, presidente dell’organizzazione education without borders, gli attuali programmi adottati nelle zone controllate dal regime e dall’opposizione possono rimanere in vigore, ma bisogna formare delle commissioni che garantiscano un adeguamento agli standard internazionali. Secondo Khanji “servono aiuti concreti, commissioni scientifiche con competenze specialistiche. molti professionisti qualiicati sono emigrati, e quelli rimasti sono isolati. Perciò è importante mantenere gli attuali programmi che in in dei conti sono simili, sia nelle aree controllate da Damasco sia in quelle in mano all’opposizione, in modo da ridurre il divario tra gli studenti che vivono in zone diverse del paese”. Khanji propone di creare dei centri educativi: “Quando la situazione in Siria si stabilizzerà, milioni di studenti si ritroveranno senza istruzione. Bisogna dare a qualcuno il compito di trovare soluzioni creative”. La fase più difficile per la Siria comincia ora. Una volta risolti i conlitti politici e militari la sfida sarà reinserire i bambini in un sistema scolastico fondato su basi solide e coerenti, con programmi inclusivi. Questo richiederà interventi a livello locale e internazionale. Khanji precisa che devono essere i siriani a elaborare i nuovi programmi, con il sostegno di esperti esterni. A proposito dei piani di studio che dovranno essere adottati sottolinea: “Abbiamo bisogno di programmi che rafforzino i valori umani, che insegnino ai bambini siriani l’importanza di lavorare insieme agli altri”. Secondo Khanji la scuola dovrà concentrarsi “sull’estremismo, sulla necessità di combatterlo con l’argomentazione e dimostrazioni razionali”. e dovrà insegnare ai bambini “a non tollerare l’estremismo, il crimine e l’illegalità”.

Enab Baladi è un settimanale indipendente siriano di politica, società e attualità. oltre alla versione online, ha un’edizione cartacea stampata in Turchia e distribuita in Siria. Questo articolo è stato scritto dalla squadra di giornalismo investigativo che si occupa di giustizia, istruzione e politica locale.