mercoledì 12 settembre 2018

Il Sole Domenica 9.9.18
Il Piano Marshall. Senza la ricostruzione economica e il ritorno a istituzioni democratiche in Europa, sarebbero state pregiudicate sicurezza e pace globali. Oggi impera l’«America First»
Stabilità versus populismi
di Alberto Quadrio Curzio


In questa opera Steil, oltre a mostrare una originale prospettiva per l’interpretazione degli eventi della guerra fredda, consente di meglio comprendere il processo che ha condotto all’attuale stato delle relazioni economiche internazionali. In particolare quelle che stanno alla base della stessa Unione europea, nei confronti della quale gli Stati Uniti si sono spesi nel dopoguerra. Il Piano Marshall è infatti solo una parte che si inserisce nelle coerenti azioni intraprese dagli Stati Uniti nell’immediato dopoguerra per stabilire una struttura di cooperazione internazionale al fine di evitare il catastrofico fallimento dei tentativi di accordi economici e di sicurezza degli anni tra le due guerre mondiali.
Si trattò dunque di una scelta, quella di allora, di portata epocale che, aggiungiamo noi, viene messa ora a rischio dalla visione ottusa ed egocentrica del presidente Trump, che vuole riscrivere la storia senza conoscerla. Per dimostrarlo procediamo con ordine con una declinazione su tre punti.
Il primo è che rompendo con la tendenza isolazionista di altre amministrazioni presidenziali Truman si assunse la responsabilità (e il merito) storica degli Stati Uniti nella promozione della cooperazione internazionale patrocinando la fondazione, tra il 1945 e il 1949, di istituzioni internazionali quali le Nazioni Unite, il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale nell’ambito degli accordi di Bretton Woods, e poi la creazione della Nato. Il secondo è che a fondamento del Piano Marshall vi è stata una visione strategica calata nel pragmatismo sia per le relazioni internazionali che per l’economia e la sicurezza nazionale statunitense: la ricostruzione e la ripresa delle economie europee prostrate dal secondo conflitto mondiale. All’Università di Harvard il 5 giugno 1947, il segretario di Stato, George C. Marshall, aveva argomentato che, senza una rapida ricostruzione economica e il ristabilimento di istituzioni liberal-democratiche nei Paesi europei, non sarebbe stato possibile ritornare alla stabilità politica, alla sicurezza e alla pace a livello mondiale. I popoli europei avrebbero potuto cadere sotto l’influenza del populismo e dell’autoritarismo con implicazioni anche sulla sicurezza nazionale ed economica degli stessi Stati Uniti, che sarebbero stati costretti a massicci aumenti delle spese per la difesa e ad un crescente controllo nell’economia dello Stato. Senza dimenticare il sentimento anti-comunista, Steil dimostra come il piano di aiuto economico quadriennale (1948-1952) ai Paesi europei fatto da Marshall sia stata la manifestazione di un’alleanza bipartisan nel Congresso, ove svolse un ruolo fondamentale il presidente della Commissione per le relazioni estere del Senato, Arthur Vandenberg, senatore repubblicano attestato su posizioni a favore dell’isolazionismo fino al 1941. Il Piano ebbe anche il sostegno delle principali categorie produttive statunitensi – pur nella consapevolezza dei costi che avrebbero dovuto sostenere nell’immediato per la crescente cooperazione economica verso i Paesi riceventi gli aiuti.
Il terzo punto è che, oltre l’aiuto economico, componenti fondamentali per la ripresa e l’avvio della collaborazione economica tra i Paesi europei sono state la stabilità e la sicurezza garantite dalla creazione della Nato nel 1949. L’organizzazione, che avrebbe poi nel tempo consolidato la partnership transatlantica nel settore della difesa, ha consentito ai Paesi europei di proseguire nella ricostruzione economica e nell’integrazione delle loro economie senza i timori di destabilizzazioni generate da conflitti ai confini dell’Europa occidentale. Per concludere, il confronto con il presente «trumpiano» è sconfortante.
Lo stesso Steil, che pure si astiene dal fare confronti con l’attuale indirizzo della politica estera dell’amministrazione di Donald J. Trump, l’ha espresso sia esplicitamente nelle presentazioni del libro, sia implicitamente, a nostro avviso, nell’enunciazione in quest’opera di un «paradigma storico e attuale» per il presente e il futuro circa il ruolo degli Stati Uniti nelle relazioni internazionali.
Lo slogan America First, proclamato da Trump al suo insediamento nel gennaio 2017 e tradotto nel programma della sua amministrazione del marzo dello stesso anno (America First. A Budget Blueprint to Make America Great Again), prevede nell’ambito della politica estera la revisione o la rinegoziazione o la disdetta delle alleanze e dei patti, sia commerciali che di difesa, per affermare la priorità degli interessi degli americani. Su questa base Trump ha adottato una serie di decisioni che hanno marcato una drammatica discontinuità nelle relazioni politiche, economiche e di difesa americane con i tradizionali partner e non solo. E cioè, uscita dall’accordo di Parigi sul clima nel giugno 2017; denuncia dell’accordo internazionale sul nucleare con l’Iran nel maggio 2018; dichiarazioni sulla necessità di revisione del nafta; introduzione di tariffe e dazi per alcuni prodotti negli scambi commerciali con Cina e Unione europea, che prelude a conseguenze gravi anche per gli Usa.
L’esperienza del Piano Marshall ha insegnato l’importanza e i benefici della costruzione di relazioni di alleanza per gli Stati Uniti, per il mantenimento della stabilità politica ed economica sia interna che nelle relazioni con gli altri Paesi. La storia postbellica ha dimostrato come sia vitale che i Paesi siano alleati dentro un quadro giuridico-istituzionale chiaro, piuttosto che vassalli o tributari o controparti minacciate. Diversamente dalle alleanze che la Russia/Unione Sovietica aveva costruito con i Paesi comunisti dell’Europa orientale che sono collassate definitivamente con il crollo del muro di Berlino, quelle patrocinate dall’America nel dopoguerra sono state fino ad oggi solide così come strategiche si sono rivelate le istituzioni dell’Unione europea, alle cui origini si può collocare la collaborazione tra i Paesi europei per l’utilizzo delle risorse del Piano Marshall.
La nostra conclusione è che l’America First di Trump non cambierà in meglio il corso della storia postbellica che gli Stati Uniti hanno contribuito a costruire, ma scasserà un sistema che, pur con le sue mancanze, ha evitato il rinascere dei nazionalismi e ha dato ottimi risultati nelle relazioni internazionali. La «corsa» di ciascun Paese alla ricerca del miglior accordo che risponda ai presunti interessi nazionali è infatti illusoria perché la cornice di qualsiasi azione politica ed economica è oggi necessariamente quella globale, e sempre più ridotto è il potere relativo di qualsiasi Stato (anche degli Stati Uniti) di incidere singolarmente, sia a livello economico che politico. Il principio di favorire l’interesse nazionale secondo i modi dell’amministrazione americana rischia dunque di essere fallimentare e costoso proprio nel perseguimento di quell’interesse nazionale che si intende difendere. Ed infine sarà dannoso in quanto stimolerà altri nazionalismi e populismi, come purtroppo la storia ci ha già insegnato.
Questo testo è tratto dalla prefazione di Alberto Quadrio Curzio al libro
di Benn Steil, in questi giorni in libreria
Benn Steil Il piano Marshall. Alle origini della guerra fredda
Traduzione di Ada Becchi. Donzelli, Roma, pagg. 550, € 38