giovedì 21 giugno 2018

Repubblica 20.6.18
L’educazione che salva
Grazie a te, mondo sono libera dal Padre
di Massimo Recalcati


Ogni figlio è uno sforzo di poesia: confrontato ad una lingua che non ha generato, ogni figlio ha il compito di rigenerare la sua vita come se fosse una nuova lingua. Di questo sforzo, di questo “nuovo inizio”, parla con grande intensità epica il romanzo autobiografico L’educazione (Feltrinelli) di Tara Westover, qui alla sua prima — decisamente convincente — prova letteraria.
Cresciuta nell’Idaho, in una valle sperduta circondata da alte montagne e fitti boschi, Tara è stata educata secondo i più rigidi canoni mormonici: niente medicine, niente vaccini, niente libri, niente televisione, niente amici, niente patente, niente telefono, nessun certificato di nascita («sapevo di essere nata a fine settembre ed ogni anno sceglievo un giorno per il mio compleanno»), ma, soprattutto, niente scuola. In primo piano — scolpita con struggente forza tragica — la figura di un padre d’altri tempi che crede di prolungare sulla terra la volontà di un Dio collerico e vendicativo. Il suo delirio religioso è al centro della vita della famiglia. Sempre impegnato come un Noè folle a costruire rifugi, ad accumulare e ad inscatolare scorte, fucili e benzina, sacchi di grano e fusti di miele per consentire alla sua famiglia di sopravvivere ad una imminente catastrofe — i “Giorni dell’Abominio” —, questo padre incarna una versione folle della Legge. I “socialisti”, gli “infedeli”, le “spie degli Illuminati” popolano il mondo esterno rendendolo minaccioso. Bisogna dunque barricarsi nella propria casa trasformata in una fortezza. La famiglia è il Bene, il mondo è il Male. Ma la tragica scoperta di Tara è che il diavolo non è fuori, ma dentro, che la barbarie non è del mondo, ma di questo Dio inesistente e del suo portavoce terreno che lancia maledizioni e predice sciagure. Il Male è dentro non fuori. Il fratello Shawn — probabilmente un pericoloso paranoico — le infligge violenze di ogni genere: le torce i polsi, la soffoca, le infila la testa nel water o la schiaccia contro il pavimento, la insulta («puttana, troia!»), la trascina per i capelli, la minaccia con un coltello o — quando la sorella sarà finalmente dall’altra parte del mondo — attraverso mail che assomigliano a proiettili sparati da lontano. Il mondo degli uomini della famiglia sembra polarizzarsi attorno a questi due estremi solo apparenti poiché la devozione paterna per la Legge di Dio e l’esercizio brutale della violenza del fratello, non sono in realtà che due facce della stessa medaglia. Quando, infatti, non si lascia spazio all’eteros, quando non c’è alcun rispetto per l’alterità, la vita diviene un inferno e la Legge il luogo di un caos solo distruttivo.
La madre erborista e levatrice «sentiva l’energia calda che scorreva attraverso i nostri corpi».
La sua visione omeopatica della medicina è il risultato di uno scambio intimo con Dio: attraverso le sue mani e i suoi occhi è Dio che si prende cura delle povere anime alle quali questa donna si dedica. La sua posizione nei confronti del marito è quella di una obbedienza inerme. Lo stesso vale per le violenze scatenate di continuo dal fratello paranoico verso le figlie femmine.
La vita di Tara sembra predestinata. Raccattare, trinciare e saldare rottami, lavorare nella discarica, al fianco del padre e dei fratelli, con gli scarponi dalla punta d’acciaio. Ma una vita non è solo, come credeva Freud, preda passiva della sua infanzia. La narrazione di Tara Westover mostra che le tracce traumatiche del proprio passato possono non smettere di affliggere l’anima e il corpo, ma la vita del figlio ha sempre la possibilità di dare una forma nuova alla propria storia.
Per questo lo sforzo di poesia del figlio necessita di nutrirsi di un altro ossigeno. Accade per Tara con l’incontro con la scuola. Il college prima e l’università poi sono deviazioni impreviste nella sua vita di predestinata; cambi di direzione che rendono possibile un nuovo poema. È stato necessario un lungo e tragico apprendistato per fare esperienza di un’altra lingua rispetto a quella (fondamentalista) della propria famiglia. Grazie alla scuola può finalmente introdursi alla pluralità sconosciuta e affascinante delle altre lingue.
Mentre per il padre la scuola allontanava i bambini da Dio, per Tara è il luogo di una ripartenza vitale. Di fronte al bivio che la separa dalle sue radici, Tara non tentenna, ma assume con forza il proprio desiderio di conoscenza anche se questo è osteggiato in tutti i modi dalla sua famiglia: «Cosa deve fare una persona, mi chiedevo, quando i suoi doveri verso la famiglia si scontrano con altri doveri — verso gli amici, la società, verso se stessi?...Potete chiamare questa presa di coscienza in molti modi.
Chiamatela trasformazione.
Metamorfosi. Slealtà. Tradimento. Io la chiamo educazione».
Nessuna formazione può però avvenire cancellando il passato. Il processo di soggettivazione implica sempre una ripresa in avanti di quello che si è stati. Per questo Tara può riconoscere — al termine del suo tortuoso cammino — che sono state le ore passate sulla scrivania di casa a decifrare «piccoli frammenti di dottrina mormona» a farle acquisire la «pazienza di studiare cose che non riuscivo a capire». Lo sforzo di poesia del figlio lavora sempre sulle macerie, sui resti inceneriti della lingua dei padri.