sabato 16 giugno 2018

Mambro, quella brava ragazza. L’ultimo oltraggio a Bologna
Le balle in aula di Fioravanti - 2 agosto ’80
Profondo nero. Fioravanti e Mambro
di Loris Mazzetti


Con il ritorno sul luogo del delitto dei terroristi Francesca Mambro e Valerio “Giusva” Fioravanti, il ricordo per non dimenticare della strage della Stazione di Bologna quest’anno parte da lontano, da quando è iniziato il processo a Gilberto Cavallini imputato di concorso nella strage del 2 agosto 1980, per aver dato supporto logistico ai due esecutori materiali, condannati definitivamente con Luigi Ciavardini per aver ucciso 85 innocenti e 200 feriti.
Per i famigliari delle vittime e per i sopravvissuti quel sabato di 38 anni fa, che avrebbe dovuto rappresentare l’inizio delle vacanze, si è tramutato in un incubo che li accompagnerà per tutta la vita. La tragedia personale si mescola ai depistaggi, alle false testimonianze, ai servizi segreti deviati, alla P2, ai non ricordo e alle tante promesse non mantenute dei vari Governi: il diritto alla pensione anche a chi ha subito un’invalidità permanente inferiore all’80 per cento; la mancata digitalizzazione degli atti che impedisce la ricerca simultanea su tutte le tragedie; la direttiva del governo Renzi del 2014 sulla declassificazione dei documenti mai applicata.
Paolo Bolognesi, presidente delle Associazioni delle vittime ha denunciato che è impensabile che chi in tutti questi anni ha tenuto nascosto gli atti oggi sia disponibile a renderli pubblici. I fatti dimostrano che la ricerca della verità annega nell’oblio.
È con questo spirito che a Bologna si è presentato in aula Fioravanti, libero cittadino dal 2009, nonostante 8 ergastoli, dopo 18 anni di detenzione, 6 di semilibertà e 5 anni di libertà vigilata, che si dovrebbe applicare non solo per buona condotta ma a chi si ravvede su ciò che ha fatto.
Non mi pare che il duo Mambro e Fioravanti si sia ravveduto dall’aver messo una valigia con venti chilogrammi di esplosivo militare nella sala d’aspetto di 2ª Classe della Stazione di Bologna, quella più frequentata.
Il 13 giugno scorso la deposizione del Tenente, nome in codice dell’ex bambino prodigio dello sceneggiato tv La famiglia Benvenuti, ha toccato il culmine della falsità quando, parlando della moglie, ha affermato che “nonostante non abbia mai sparato un colpo ha subito 8 ergastoli”. La mancanza di memoria storica è un gioco che nel nostro paese risale agli albori della democrazia, non lo si dovrebbe permettere a chi ha mani che colano sangue innocente.
Il programma tv di Enzo Biagi Linea diretta ci aiuta a ricordare. Era il 1985 quando il grande giornalista intervistò Francesca Mambro, allora ventiquattrenne, considerata la primula nera del terrorismo di estrema destra. Le parole della Mambro smentiscono quelle del marito. Biagi le chiese se lei si sentiva il capo o la ragazza del capo. “Mah, visti i risultati, penso il capo, senza presunzione”. Poi nel corso dell’intervista Biagi arriva al punto: “…Dove ha trovato il coraggio per uccidere? Lei è accusata di aver sparato a un uomo che era per terra e che stava morendo, di avergli dato il colpo di grazia”. “Innanzi tutto, va beh, non è che voglio difendermi da queste cose perché…”.
Biagi la interrompe: “Lei ha il diritto anche di difendersi…”. “Cioè non ha senso. Resta il fatto che noi abbiamo fatto determinate scelte che prevedevano anche lo sparare, il conflitto a fuoco. Atteggiamenti da sciacallo per quanto riguarda il mio percorso non ne ho avuti…”.
Biagi insiste: “Quindi questo episodio…”. Mambro: “Quindi ho sparato, sì ho sparato, ho premuto il grilletto…”. Sentire in aula da Fioravanti affermare ancora: “Siamo innocenti!”, per i parenti delle vittime è rivivere la tragedia. Si sa che il depistaggio della pista palestinese fu strategicamente definito a partire da marzo 1980, ben cinque mesi prima dell’attentato.
La killer nera, così era soprannominata Francesca Mambro, che le immagini di repertorio dei telegiornali ce la mostrano dentro la gabbia, disinteressata a ciò che accade nell’aula del tribunale, abbracciata al marito, incuranti delle telecamere, mentre amoreggiano, non rinnega ciò che ha fatto, anzi rivendica l’uccisione del giudice Mario Amato: “Rappresentava qualcosa di contrario alla nostra logica”.
Dopo averlo fatto fuori, lei e i camerati festeggiarono l’impresa con ostriche e champagne. Quell’incontro colpì molto Biagi, gli procurò lo stesso disagio che aveva provato con Kappler, Reder e Kesselring. “L’aspetto e i modi spigolosi, il lucido disprezzo: è forse il personaggio più sconvolgente che ho incontrato in tanti anni di mestiere; e c’è dentro di tutto: artisti, ladri, soldati, banditi, politici, campioni, puttane, quasi sante, grandi signore, mezze calzette, prelati, grandi truffatori, giocatori di ogni genere. Nessuno mi ha mai detto: – Non conosco la parola rimorso –, qualche tarlo, qualche pena, tutti ce l’avevano dentro”.