sabato 19 maggio 2018

Repubblica 19.5.18
Silvia Ronchey: “Greco e latino sono il nostro diritto al riscatto
”La grande Bizantinista e il futuro del liceo classico
di Raffaella De Santis


Sul piatto c’è la sopravvivenza del liceo classico, in costante calo di iscrizioni ormai da anni. Nel dibattito ospitato sulle pagine di Repubblica, c’è forse un aspetto che non è ancora venuto fuori. Un punto molto caro a Silvia Ronchey, ordinario di Civiltà bizantina all’università di Roma Tre, che risponde all’intervista mentre è in classe trasformando l’intervista in una lezione in viva voce: «Siamo di fronte a un nuovo oscurantismo. La lotta ai saperi del passato non inizia oggi, è una lotta antidemocratica che fa leva sul nozionismo per lasciare i cittadini nell’ignoranza e togliere spessore e valore all’istruzione pubblica». Ronchey, prima di diventare una grande studiosa della civiltà bizantina, autrice di saggi eruditi e appassionanti come Lo Stato Bizantino, L’enigma di Piero, Ipazia o il più recente La cattedrale sommersa, racconta di essere stata testimone da liceale della decadenza degli studi classici.
Siamo di fronte a un fenomeno di erosione del sapere che non inizia oggi?
«È da tempo che assistiamo a uno svuotamento progressivo della nostra istruzione. Ho frequentato prima il liceo classico D’Azeglio a Torino e poi il Visconti a Roma e posso dire che già allora, negli anni Settanta, si assisteva a una specie di gara al ribasso tra Dc e Pci per svilire la cultura del passato, considerata borghese».
Pensa che la contestazione giovanile o il Sessantotto siano responsabili di una perdita di serietà negli studi?
«Non la contestazione in sé, ma la strumentalizzazione che n’è stata fatta. Ricordo che negli anni del Visconti la professoressa di latino approfittò dei continui scioperi e assemblee per chiedere un maxi congedo pagato. Un altro professore sosteneva invece che il greco era borghese ed era meglio ascoltare la musica psichedelica.
Salvo poi dirci che Pindaro in fondo era già psichedelico. Resistevano i licei di provincia, mentre quelli delle grandi città cedevano».
Lei però si è appassionata ugualmente alle lingue antiche?
«Andavo da sola a studiare alla biblioteca Casanatense e all’Angelica. In quegli anni il nozionismo diventava una parola chiave. Con il risultato che da cinquant’anni i cittadini sono ridotti a vivere in uno stato di ludica ignoranza, mentre i titoli di studio sono più vuoti dei derivati tossici che hanno fatto cadere Wall Street».
Crede ci sia una volontà politica dietro questo
svilimento?
«Non penso a una strategia, né a una cospirazione. È il potere stesso che risponde in modo inerziale a un meccanismo entropico per soggiogare il popolo, tenerlo nell’ignoranza e poterlo controllare. Le lingue classiche sono al contrario la base della conoscenza del passato, senza la quale non possiamo guardare avanti né capire il presente. Sono le fondamenta di uno stato democratico che garantisca a tutti il diritto al sapere».
Cancellarle dal curriculum o depotenziarle sarebbe un gesto eticamente grave?
«Privare le persone dello studio di queste lingue vuol dire chiudere le porte al passato, quindi alla conoscenza. È un’operazione antidemocratica. La consapevolezza politica di un cittadino affonda le radici nella memoria. Non è il liceo classico ad essere classista, ma è classista privare i ragazzi del greco e latino. Il classico non è uno status symbol ma uno status culturale. Sono d’accordo in questo con quanto ha affermato nel suo intervento Federico Condello, il più lucido nel fotografare la situazione».
Più che cancellare questi insegnamenti si discuteva però con Maurizio Bettini e Nicola Gardini della possibilità di riformare il modo di insegnarli…
«Perché tante delicatezze nei confronti dello studente? Negli Stati Uniti ci sono università in cui il greco e il latino vengono insegnati con una tale durezza che a confronto il nostro nozionismo è niente. La cultura non si fa giocando, né illudendo le persone di sapere quando non sanno».
Si riferisce agli esperimenti di teatro di Bettini?
«Sono stata allieva di Bettini. Era il 1976-77, frequentavo la sua prima classe all’università di Pisa. Le assicuro le sue lezioni facevano tremare i polsi. Ci faceva tradurre all’impronta testi difficilissimi. Ma ne eravamo affascinati. Credo che la sua proposta di cancellare la prova di lingua alla maturità sia una sorta di paradosso».
Propone d’integrarla con un test di comprensione critica.
«Certo, la prova di traduzione potrebbe essere formulata meglio ma il problema principale a mio avviso è un altro, sono i professori».
Crede che siano poco preparati?
«Per molti anni non c’è stata selettività nella classe docente.
Bisognerebbe trovare buoni professori più che riformare le materie. Una risorsa per i licei sono oggi i docenti che hanno avuto l’idoneità come professori universitari ma non hanno ancora trovato una collocazione negli atenei. Ho una collega bravissima che insegna ad Albano Laziale i cui studenti recitano le tragedie antiche in latino e greco».
I professori come arma contro l’oscurantismo?
«Servono docenti preparati e entusiasti. La fake news prosperano lì dove non ci sono più nozioni per distinguere il falso dal vero».