domenica 6 maggio 2018

Il Sole Domenica 5.5.18
Søren Kierkegaard e Regine Olsen
In amore meglio soffrire
Perché il filosofo abbia lasciato la sua nusa è un mistero. L'ipotesi più probabile è che gli servisse un dolore da investire nella sua creatività
di Ermanno Bencivenga


Una sera d’estate del 1996 Joakim Garff, autore di un’importante biografia di Kierkegaard, dà una lezione in una cittadina di provincia. Al ricevimento che segue gli viene presentata un’anziana coppia, lui in giacca blu e cravatta a farfalla, lei con una chioma ben sistemata e occhi vivaci. La signora risulta essere la nipote di Cornelia, sorella di Regine Olsen, e rivolge a Garff un’offerta che lo lascia senza fiato. Se vuole, può visionare un centinaio di lettere che Regine mandò a Cornelia durante i cinque anni in cui visse nelle Isole Vergini, allora parte dell’impero coloniale danese. Se vuole?, pensa Garff, che ha appena ricevuto un dono per lui inestimabile.
Søren Kierkegaard incontrò Regine Olsen nel maggio 1837, quando lui aveva 24 anni e lei 15. All’epoca non la notò, ma due anni dopo Regine era divenuta «signora del suo cuore» e l’8 settembre 1840 le propose di sposarsi. Regine era interessata al suo istitutore, Johan Frederik (Fritz) Schlegel, ma Kierkegaard la scosse come un turbine e i due si prepararono per una vita insieme. Finché, il 12 ottobre 1841, lui ruppe il fidanzamento, nonostante le suppliche di lei e le proteste del padre. Il 28 agosto 1843 Regine si fidanzò con Fritz e il 3 novembre 1847 lo sposò. Gli sarebbe rimasta fedele fino alla morte, che arrivò per lui nel 1896 e per lei nel 1904.
Perché Søren abbia lasciato Regine è, a dispetto delle infinite parole da lui dedicate all’episodio nei suoi diari e (indirettamente) nei suoi scritti, un mistero. L’ipotesi più probabile è anche la più squallida: che cioè nei pochi mesi di passione non consumata avesse ottenuto da lei tutto quel che gli serviva, uno stimolo alla sua creatività, e non volesse perderlo nella mediocre routine quotidiana di un’esistenza borghese, in cui, dichiara preoccupato nei Diari, «non avrebbe combinato niente». Meglio mantenerla come sprone inesausto; meglio sublimare l’amore in migliaia di pagine intense e profetiche; meglio sacrificare la vita (altrui) e investire sull’eternità, come molti di quei borghesi che Kierkegaard disprezzava investono i risparmi nel mercato azionario.
Regine vede spesso Søren per strada ma non gli parla più; lui ne scrive ossessivamente. Poi, nel 1855, Fritz viene nominato governatore delle Indie Occidentali Danesi: le tre isole di St. Thomas, St. John e St. Croix (vendute agli Stati Uniti nel 1917 per 25 milioni di dollari). I due sposi partono per un viaggio che li allontana di oltre seimila chilometri da casa. Kierkegaard muore quello stesso anno, non prima di aver inviato una lettera a Fritz chiedendogli un colloquio (rifiutato) con sua moglie. Regine comincia a scrivere a Cornelia, in una corrispondenza che durerà fino al ritorno in patria nel 1860, e comincia il libro di Garff.
Quel che colpisce, in questo libro che per una volta racconta, dal suo punto di vista, la storia di una donna ingannata e abbandonata da uno dei tanti geni più o meno incompresi, è l’ammirevole equilibrio di questa donna: la sua correttezza. Regine non dimentica mai il suo Søren ma ne parla solo in modo obliquo, senza farne il nome. Alla tristezza che è irreparabilmente calata sulla sua vita attribuisce ragioni diverse: la lontananza della sorella, le difficoltà di adattamento al nuovo clima, le incombenze di società legate al suo ruolo istituzionale.
Per il marito manifesta un quieto affetto e una cura premurosa (figli non ne vengono) e anche lui mantiene la sua dignità, pur sapendo di essere destinato al ruolo di riserva del campione assente.La situazione emotiva degli Schlegel viene complicata dal fatto che Kierkegaard, nel suo testamento, lascia tutto a Regine; in particolare, i suoi scritti inediti. Fritz scrive a nome di entrambi i coniugi che la moglie accetterà alcune lettere e piccoli gioielli, respingendo al mittente il resto. Regine rientra così in possesso del suo scambio epistolare con Søren, di cui conserva la parte di lui (la sua la distrugge). Quindi gli Schlegel convissero per decenni con la consapevolezza di queste missive estremamente private, cui si aggiunse, a partire dal 1872, la pubblicazione dei Diari, con Regine indiscussa protagonista.
Non venne meno la dignità; non venne meno il riserbo; Regine accettò di parlare (con discrezione) di Kierkegaard solo dopo la morte del marito. In Timore e tremore, leggiamo di un cavaliere dell’infinito, presuntuoso e irritante, tutto compreso nella sua straordinarietà, e di un cavaliere della fede, pacato e sereno, simile all’apparenza a un qualsiasi postino o bottegaio. Leggendo il libro di Garff non si può fare a meno di pensare a Kierkegaard come al vanesio cavaliere dell’infinito e a Regine come al solido, imperturbabile, insondabile cavaliere della fede.
Joakim Garff,Kierkegaard’s Muse: The Mystery of Regine Olsen , Princeton University Press, Princeton, pagg. XVII+313, $32,95