mercoledì 23 maggio 2018

il manifesto 23.5.18
Palestinesi alla Cpi: «Processate Israele per crimini di guerra»
Territori palestinesi occupati. Il ministro degli esteri dell'Anp ha presentato la richiesta ieri alla Corte penale internazionale. Israele: «Cinico e privo di validità legale‎». La procura dell Cpi valuta l'ammissibilità del passo palestinese
La sede della Corte penale internazionale all'Aja
di Michele Giorgio


GERUSALEMME «Cinico e privo di validità legale‎». In Israele è scattato l’allarme dopo il passo ‎ufficiale fatto dall’Anp presso la Corte penale internazionale dell’Aja (Cpi) per ‎‎«aprire immediatamente un’indagine‎» su Israele per crimini di guerra contro i ‎civili palestinesi nella Striscia di Gaza e sugli insediamenti coloniali costruiti in ‎violazione del diritto internazionale in Cisgiordania. ‎«La Cpi non ha autorità sulle ‎questioni israelo-palestinesi poiché Israele non è un membro della Corte e poiché ‎l’Autorità palestinese non è uno Stato‎», ha protestato il ministero degli esteri ‎israeliano. Non è ciò che si pensa in casa palestinese. ‎
 «Ci sono prove convincenti del fatto che siano stati commessi gravi crimini‎» ha ‎detto il ministro degli esteri dell’Anp Riad al Malki che ha presentato la richiesta ‎di indagine alla procuratrice della Cpi, Fatou Bensouda, nel corso di un incontro ‎alla sede della corte all’Aja. Questo è un ‎«importante e storico passo verso la ‎giustizia per il popolo palestinese che continua a subire crimini diffusi e ‎sistematici‎», ha aggiunto al Malki in riferimento alla strage di una settimana fa di ‎oltre 60 palestinesi durante le proteste sulle linee tra Israele e Gaza contro il ‎trasferimento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme. I palestinesi ‎tornano ad insistere sulla questione degli insediamenti coloniali, uno degli aspetti ‎centrali dell’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est e che più di ‎altri espone Israele a critiche e condanne internazionali. Senza dimenticare che ‎l’espansione a dismisura delle colonie negli ultimi anni è stata determinante per il ‎fallimento di un accordo per i “Due Stati”, Israele e Palestina. Gli insediamenti, ‎scrivono i palestinesi, sono ‎«la minaccia più pericolosa per le vite e le nostre ‎risorse…Israele mantiene, estende e protegge il regime degli insediamenti, ‎commettendo crimini di guerra, crimini contro l’umanità e il crimine dell’apartheid ‎contro il popolo palestinese‎».
 Israele si aspetta che la Cpi chiuda in un cassetto la richiesta palestinese e ‎afferma di operare ‎«sulla base di meccanismi di revisione giudiziaria indipendenti ‎e globali che si addicono a uno Stato democratico e conformemente al diritto ‎internazionale». L’ufficio della procura internazionale invece, con un comunicato ‎postato ieri pomeriggio sul sito della Cpi, conferma che valuterà la questione. ‎Quindi si tenta di capire quali potranno essere gli sbocchi concreti del passo fatto ‎dall’Anp. ‎«I palestinesi si erano già mossi in questa direzione e la procuratrice ‎Fatou Bensouda prosegue la valutazione sulla base di tre criteri: la giurisdizione, ‎l’ammissibilità e l’interesse di giustizia. La novità sta nel fatto che, dovesse ‎convincersi che ci sono gli elementi per iniziare un’indagine completa, Bensouda ‎non sarebbe tenuta a chiedere l’autorizzazione alla Camera per l’autorizzazione a ‎procedere. Tuttavia il via a un’indagine a tutti gli effetti non significa che si ‎arriverebbe sicuramente a un processo», spiega al manifesto un esperto europeo di ‎diritto internazionale a Gerusalemme che ha chiesto di rimanere anonimo. ‎«Allo ‎stesso tempo – aggiunge l’esperto – è priva di consistenza l’obiezione israeliana ‎secondo la quale la richiesta palestinese non sarebbe ammissibile perché la ‎Palestina non è uno Stato. La Palestina ha ottenuto in questi anni riconoscimenti ‎ufficiali presso le più alte istituzioni internazionali e fa parte dalla Cpi dal 2015, ‎quindi ha i titoli per presentare la richiesta di indagine contro Israele».‎
 Si vedrà se e come il passo palestinese avrà dei risultati. Nel frattempo il ‎governo Netanyahu, mentre afferma di agire nel rispetto del diritto internazionale ‎e dei diritti umani, conferma la revoca del visto al direttore di Human Rights ‎Watch, Omar Shakir, perché sarebbe un sostenitore del Bds, il movimento per il ‎boicottaggio di Israele. Accusa che Shakir respinge denunciando un tentativo di ‎mettere a tacere le critiche di Hrw allo Stato ebraico. Resta in carcere intanto ‎Mohammed Tamimi, cugino di Ahed Tamimi, la 17enne palestinese detenuta ‎dallo scorso dicembre per aver schiaffeggiato due soldati israeliani. Mohammed, ‎‎15 anni, ferito gravemente alla testa da un colpo sparato da un militare è in attesa ‎di un intervento chirurgico per la ricomposizione delle ossa del cranio. ‎

il manifesto 23.5.18
Tel Aviv: «Già in guerra gli F-35 israeliani»
Israele/Iran. L’annuncio del capo della Forza aerea israeliana alla conferenza sulla «superiorità aerea», con la partecipazione delle aeronautiche di 20 paesi, Italia compresa. Il generale non ha specificato dove sono stati impiegati gli F-35, ma ha lasciato intendere che uno degli attacchi è stato effettuato in Siria
Caccia F35
di Manlio Dinucci


«Stiamo volando con gli F-35 su tutto il Medio Oriente e abbiamo già attaccato due volte su due differenti fronti»: lo ha annunciato ieri il generale Amikam Norkin, comandante della Forza aerea israeliana, alla conferenza sulla «superiorità aerea» in svolgimento a Herzliya (un sobborgo di Tel Aviv) con la partecipazione dei massimi rappresentanti delle aeronautiche di 20 paesi, Italia compresa.
Il generale non ha specificato dove sono stati impiegati gli F-35, ma ha lasciato intendere che uno degli attacchi è stato effettuato in Siria. Ha inoltre mostrato l’immagine di F-35 israeliani in volo su Beirut in Libano, ma quasi certamente sono già stati usati per missioni non di attacco anche in Iran.
Israele, uno dei 12 «partner globali» del programma F-35 capeggiato dalla statunitense Lockheed Martin, è stato il primo ad acquistare il nuovo caccia di quinta generazione, che ha ribattezzato «Adir» (Potente). Ha ricevuto finora nove dei 50 F-35 ordinati, tutti del modello A a decollo e atterraggio convenzionali, ed è probabile che ne acquisti 75. Obiettivo realizzabile, dato che Israele riceve dagli Stati uniti, ogni anno, un aiuto militare di circa 4 miliardi di dollari.
Nel luglio 2016 è iniziato, nella base Luke della U.S. Air Force in Arizona, l’addestramento dei primi piloti israeliani di cacciabombardieri F-35. Dopo aver seguito un corso di oltre tre mesi negli Usa, per conseguire il brevetto devono effettuare alcuni mesi di addestramento al «volo reale» in Israele. Finora ne sono stati formati circa 30. Il 6 dicembre 2017, la Forza aerea israeliana ha dichiarato operativa la sua prima squadra di F-35.
Israele partecipa al programma F-35 anche con la propria industria militare. Le Israel Aerospace Industries producono ali del caccia; la Elbit Systems-Cyclone fabbrica componenti della fusoliera; la Elbit Systems Ltd sta sviluppando un display per il casco di terza generazione, di cui saranno dotati tutti i piloti di F-35. L’annuncio del generale Norkin che l’F-35 è finalmente «combat proven» (provato in combattimento) ha quindi un primo effetto pratico: quello di dare impulso al programma dell’F-35 che ha incontrato numerosi problemi tecnici e necessita continui ammodernamenti con costi aggiuntivi che fanno lievitare il costo già enorme del programma.
Il complesso software del caccia è stato finora modificato oltre 30 volte e richiede ulteriori aggiornamenti. L’annuncio del generale Norkin è stato quindi particolarmente apprezzato dall’amministratore delegato della Lockheed Martin, Marillyn Hewson, uno dei relatori alla conferenza sulla «superiorità aerea».
L’annuncio che Israele ha già impiegato gli F-35 in un’azione reale di guerra serve allo stesso tempo quale avvertimento all’Iran. Gli F-35A, quelli acquistati da Israele, sono progettati soprattutto per l’uso di armi nucleari, in particolare della nuova bomba B61-12 a guida di precisione in fase finale di realizzazione, che gli Stati uniti, oltre a schierare in Italia e altri paesi europei, forniranno quasi certamente anche a Israele, unica potenza nucleare in Medio Oriente, in possesso di un arsenale stimato in 100-400 armi nucleari.
Le forze nucleari israeliane sono integrate nel sistema elettronico Nato, nel quadro del «Programma di cooperazione individuale» con Israele, paese che, pur non essendo membro della Alleanza, ha una missione permanente al quartier generale della Nato a Bruxelles. In tale quadro Italia, Germania, Francia, Grecia e Polonia hanno partecipato con gli Usa alla Blue Flag 2017, la più grande esercitazione internazionale di guerra aerea nella storia di Israele, in cui sono state effettuate anche prove di attacco nucleare.

Repubblica 23.5.18
Le tensioni in Medio Oriente
Da Israele il primo attacco con gli F35 Messaggio all’Iran: “ Voliamo ovunque”
L’annuncio del capo dell’Aeronautica “Lo squadrone dei nostri caccia ormai è operativo”
di Vincenzo Nigro


Alla “ conferenza di sicurezza di Herzliya”, davanti a generali e analisti militari di molti Paesi, ieri il capo dell’aeronautica israeliana ha fatto un annuncio importante. « Siamo stati il primo Paese ad utilizzare il caccia F35 in attacchi operativi. Lo squadrone dei nostri F35 ormai è operativo » , ha detto il generale Amikam Norkin. Che poi ha voluto esagerare: « Con quegli aerei voliamo in tutto il Medio Oriente » , mentre proiettava la fotografia di uno degli F35 in volo su Beirut. Un messaggio che non è necessario tradurre a tutti i governi dei paesi probabilmente sorvolati, fra cui quasi certamente c’è l’Iran.
La notizia è interessante per due ragioni: innanzitutto è il primo utilizzo operativo in “operazioni cinetiche” dell’F35, un caccia che fino a pochi anni fa veniva descritto come molto controverso, inseguito dai mille problemi che aveva incontrato nella fase iniziale dello sviluppo. L’F35 è un aereo prodotto dalla Lockheed Martin, progettato per essere se non proprio “ invisibile” perlomeno poco visibile ai radar avversari. Ma soprattutto è un aereo di quinta generazione, capace non solo di sfuggire ai radar, di portare un carico bellico importante, ma soprattutto di essere un super-computer volante, capace di assommare in una sola macchina le funzioni che per anni sono state svolte da aerei diversi ( bombardiere, intercettore, aereo da contromisure). L’aereo è prodotto dagli Stati Uniti e al suo sviluppo hanno partecipato paesi come Gran Bretagna e Italia. Con il particolare che l’Italia è l’unico Paese ad aver costruito una fabbrica di assemblaggio in Europa ( a Novara), che servirà anche per l’assistenza a tutti gli F35 prodotti per le aeronautiche europee che hanno comprato l’aereo.
Ma torniamo a Israele e al significato della comunicazione fatta da Norkin. Il generale fino a 2 anni fa era il capo della divisione strategica dello Stato maggiore congiunto delle Israel Defense Forces. Nella Kirya, il complesso che ospita il ministero della Difesa a Tel Aviv, durante i suoi briefing Norkin proiettava diapositive di ogni tipo su tutte le minacce che potrebbero venire allo Stato di Israele. Paesi arabi, demografia, carestie, desertificazione. Fra tutte quella di uno scontro con la Repubblica islamica dell’Iran sarebbe stata la minaccia più poderosa. E ancora una volta quindi il messaggio lanciato ieri dai capi militari israeliani è rivolto all’Iran e a tutta la regione. Confermando che è in grado di attaccare con gli F35 e confermando di aver operato in due teatri, la Siria e un secondo non precisato ( Iran), Israele lascia capire all’Iran che le sue forze aeree sono pronte a colpire le installazioni della Repubblica islamica.
Due mesi fa i giornali israeliani avevano lasciato filtrare notizia che uno dei voli di addestramento degli F35 era proprio sull’Iran: non rilevati dai radar, 2 aerei partiti dal deserto del Negev avevano attraversato il Golfo, avevano volato sulla Persia ed erano rientrati alla base. La notizia “operativa”, quasi tecnica, di queste prime operazioni degli F35 è quindi un chiaro messaggio geopolitico.

Repubblica 23.5.18
L’arma delle nuove guerre ha trovato il suo fronte
di Gianluca Di Feo


I sostenitori dell’F35 hanno sempre detto che l’aereo sarebbe stata una rivoluzione, cambiando le regole della guerra dei cieli. Non tanto per l’invisibilità ai radar, quanto per il modo di combattere: sarebbero scomparsi i voli in formazione, le squadriglie che hanno segnato le tecniche di battaglia dai tempi del Barone Rosso e di Francesco Baracca.
L’F35 infatti nasce per agire in rete, muovendosi come un predatore solitario ma al tempo stesso connesso con tutto: vede e sente qualunque cosa, grazie a un sistema in grado di elaborare e scambiare continuamente dati con satelliti, droni, truppe a terra. Il costo fantascientifico del programma, con un preventivo finale da 1.500 miliardi di dollari, dipende soprattutto dal prezzo di software e sensori. È questo il cervello segreto degli F35: nella fabbrica di Cameri dove si assemblano i caccia per l’Italia, i software vengono inseriti in un’area top secret, gestita solo da personale americano.
Se la capacità di scomparire dai radar è molto discussa, con russi e cinesi che vantano strumenti per stanare gli F35; se le doti di volo e la resistenza ai colpi nemici appaiono non straordinarie, di sicuro però non esistono altri mezzi bellici con caratteristiche operative così innovative. Caratteristiche talmente avanzate che le forze armate devono ancora capire il modo di usarle. Persino gli israeliani, abituati a sperimentare le tattiche più sorprendenti: «Stiamo valutando come impiegarlo.
L’F35 ha un potenziale incredibile e discutiamo la maniera migliore per sfruttare le sue enormi capacità», ha dichiarato ieri il generale Amikam Norkin, che comanda l’aviazione di Israele.
Nessuno dei paesi confinanti ha intercettori in grado di impensierire l’aereo invisibile, che in queste prime missioni d’attacco avrebbe dimostrato di saper sfuggire agli occhi elettronici delle basi russe in Siria. E la supremazia di quest’arma potrebbe incentivare le tentazioni israeliane di regolare in fretta i conti con l’Iran, scatenando una campagna contro hezbollah, il potente alleato libanese di Teheran. Non a caso, ieri è stata mostrata la foto di un F35 nel cielo di Beirut: un avvertimento esplicito al partito di Dio, uscito rafforzato dalle recenti elezioni libanesi e dal successo militare nella guerra condotta al fianco di Assad.
Alcuni analisti ritengono che il governo Netanyahu voglia intervenire contro hezbollah il prima possibile, convinto che la scarsa reazione internazionale alle uccisioni di massa sul confine di Gaza si ripeterebbe anche in caso di intervento in Libano. I militari israeliani invece sono meno ottimisti.
Perché lo sventurato conflitto del 2006 ha dimostrato che i bombardamenti dal cielo e la tecnologia servono a poco quando bisogna combattere casa per casa, contro un avversario che non teme la morte.

Il Fatto 23.5.18
Il tramonto senza eredità del “vecchio” Mr. Palestine
Abu Mazen - Il momento più nero dell’Anp
di Fabio Scuto

Il presidente palestinese Abu Mazen, ancora sofferente di polmonite, resta ricoverato in ospedale a Ramallah. “Sta bene, ma deve fare attenzione”, fa sapere il portavoce dell’istituto medico Istishari alla periferia della città. Le foto del presidente che cammina in vestaglia nei corridoi e legge un giornale in poltrona mentre si trova in compagnia dei figli Yasser e Tareq, sono state diffuse dallo staff ieri mattina presto, con la chiara intenzione di fermare le voci secondo le quali le condizioni erano più grave di quanto ufficialmente riportato.
Il presidente dell’Anp è stato ricoverato in ospedale domenica con la febbre alta, per la terza volta in 7 giorni. La settimana scorsa, ha subito un lieve intervento all’orecchio. I sintomi sono stati inizialmente presentati come complicazioni dell’operazione, prima che il direttore dell’ospedale Saed Sarahna affermasse che il leader soffriva di una seria “infezione polmonare”.
Lo stato di salute di Mr. Palestine è regolarmente oggetto di voci e speculazioni. Abu Mazen, 82 anni, ha sofferto di vari disturbi – compreso un tumore alla prostata e un problema serio a un rene – e rimane un forte fumatore. Anche se viaggia ancora spesso all’estero, la parola d’ordine a Ramallah è che quando il raìs si trova in Cisgiordania, il programma giornaliero deve essere ridotto. Spesso mostra segni di impazienza e comportamenti descritti dai suoi collaboratori come capricciosi e arrabbiati.
L’età avanzata e la salute di Abbas potrebbero aver contribuito ad alcune delle sue recenti affermazioni. Ad aprile nel suo intervento davanti al Consiglio nazionale palestinese ha accennato al fatto che gli ebrei erano parzialmente responsabili di ciò che accadde loro nell’Olocausto, salvo poi scusarsi il giorno dopo. Si è fatto rieleggere per acclamazione, senza un voto fra i delegati. L’intera scena è sembrata è un ritorno a Castro o Ceausescu e ha lasciato molti osservatori palestinesi nella disperazione.
Per i funzionari della sicurezza israeliani questo è l’inizio della fine dell’era di Abu Mazen, anche se non è chiaro quanto tempo prenderà l’intero processo. Perché fra l’altro se la sua salute lo costringesse a ritirarsi, l’identità del suo erede non è evidente. Il presidente dell’Anp non ha nominato alcun successore e ha nelle sue mani tre diverse cariche: è presidente dell’Anp, presidente dell’Olp e capo di Fatah. A Gerusalemme si ritiene che sia più probabile che se venisse a mancare Abu Mazen verrebbe sostituito, almeno temporaneamente, da un gruppo che potrebbe includere alti dirigenti di Fatah, funzionari con esperienza diplomatica e rappresentanti delle agenzie di sicurezza.
I nomi includono Jibril Rajoub, ex capo della Preventive Security dell’Anp che neha diretto la Federcalcio palestinese. Nasser Al Kidqa, ex ministro degli Esteri e nipote di Arafat. Un altro contendente è Mahmoud al-Aloul, ex governatore di Nablus ora vice di Abu Mazen dentro Fatah. Majid Faraj, il capo dell’intelligence della Cisgiordania, uomo forte vicino al presidente, ma con poche possibilità. I futuri leader verranno dalle file di Fatah, ma avranno bisogno di anni per consolidare il potere.

Repubblica 23.5.18
Anniversari
Fermi e quel Nobel costruito su un quaderno di scuola
Ecco gli appunti su atomi e neutroni del fisico italiano che nel 1938 ottenne il prestigioso Premio. E abbandonò l’Italia
di Elena Dusi


Sul piroscafo Franconia per New York, 80 anni fa, non salpò solo un uomo con le valigie. Partì un professore universitario salito in cattedra a 23 anni, con studenti che arrivavano dall’estero per ascoltarlo. Alla carenza di risorse dell’Italia quel fisico era in grado di sopperire costruendosi in casa i propri strumenti. Lavorando anche di notte e contemporaneamente tenendo lezione, quell’uomo era riuscito a costruire una squadra d’eccellenza, a vincere il premio Nobel nel 1938 e a far brillare il nostro paese nel panorama della scienza mondiale.
Con Enrico Fermi, 80 anni fa, non emigrava solo un genio della fisica. Nella scia del Franconia si perdevano anche alcuni aspetti di un’Italia che ci sarebbe piaciuto ritrovare ancora oggi. Fresco di Nobel, nel 1938, dopo aver omesso di fare il saluto fascista alla cerimonia di Stoccolma e aver scelto di vestirsi in frac (che presto sarà messo in mostra al Centro Fermi di Roma), allo scienziato non restava che imbarcarsi da Southampton con la moglie Laura e i figli.
Con un’ombra di rimpianto e il ricordo controverso – ma comunque sottoposto a un gran lavoro di rielaborazione storica – del contributo di Fermi all’atomica, gli 80 anni del Nobel vengono celebrati in questi giorni. « Il gergo usato ancora oggi dai fisici è pieno di riferimenti alla sua figura», spiega Luciano Maiani, uno dei più importanti fisici italiani, già presidente dell’Istituto Nazionale di Fisica nucleare e del Cnr, in una lectio magistralis all’Università Roma Tre. «I fermioni sono una classe di particelle, usiamo la statistica di Fermi e il Fermi come unità di misura. Il Fermilab di Chicago è uno dei più importanti laboratori del mondo e il FermiSat cerca raggi gamma in orbita nello spazio» sono solo alcuni degli esempi citati. « Fermi ha sviluppato la fisica in tutte le direzioni e in tutto il mondo » . Nel 1954 sognava che l’umanità si unisse per costruire un acceleratore di particelle lungo quanto l’Equatore: il Globatron. E oggi vediamo quanto la fisica delle alte energie stia diventando globale. « Ben venga la Cina, in una comunità già ricca dei contributi europei, statunitensi e giapponesi » , commenta Maiani, in partenza per un periodo di ricerca a Shanghai.
Ma il genio che sognava di costruire un acceleratore di particelle grande quanto la Terra, il suo Nobel lo costruì in una stanzetta dell’Istituto di via Panisperna, realizzando a mano i propri strumenti e segnando su un quaderno da scuola le misurazioni effettuate minuto per minuto, notte inclusa, per arrivare a scoprire che un atomo bombardato da neutroni diventa radioattivo. Fermi aveva “ dimostrato l’esistenza di nuovi elementi radioattivi prodotti con l’irradiazione dei neutroni”, come recita la prima parte della motivazione del Nobel di Stoccolma.
Quel quaderno, che raccoglie gli esperimenti cruciali del marzo 1934, era andato perduto. Nella Domus Galileiana di Pisa, dove i documenti di Fermi sono conservati, c’era un buco proprio in quella primavera decisiva per le scoperte sul nucleo e la radioattività. L’hanno ritrovato due professori di fisica e storici della scienza: Nadia Robotti dell’Università di Genova e Francesco Guerra della Sapienza di Roma, pubblicandolo l’anno scorso in un libro per Springer con il titolo The lost notebook of Enrico Fermi. The true story of the discovery of neutron- induced radioactivity. Il quaderno era finito chissà come tra le carte di Oscar D’Agostino, l’esperto di chimica del gruppo di via Panisperna. Dopo la sua morte l’archivio era stato trasferito nella biblioteca dell’Istituto Tecnico per Geometri di Avellino, città natale di D’Agostino. Lì, per un caso fortunato, Robotti e Guerra sono andati a curiosare, riconoscendo la calligrafia di Fermi. Uno scarabocchio rosso a sottolineare la misura della radioattività dell’alluminio: il passo fondamentale sulla strada di Stoccolma. Lo schema per costruire in casa l’amplificatore per il contatore Geiger, negli anni in cui gli Stati Uniti si dotavano già dei primi acceleratori di particelle. E le misurazioni, prese con tenacia anche di notte e all’ora di pranzo ( rito irrinunciabile per Fermi), perché la fonte di neutroni (un tubicino di vetro riempito di radon e berillio) era preziosa. Perdeva la sua efficacia in poche ore e per sostituirla bisognava chiedere un favore personale a un amico dell’Istituto di Sanità Pubblica, che custodiva il prezioso radio ( un milione di lire dell’epoca per ogni grammo) destinato alla cura del cancro. Per questo, hanno ragione Robotti e Guerra a chiamare quello di Fermi “ un Nobel tutto italiano”. 
Il Fatto 23.5.18
Segre e i suoi cento anni di Resistenza al fascismo
di Massimo Novelli


Un secolo di vita, ma soprattutto un secolo di resistenza ai fascismi vecchi e nuovi, all’oscurantismo clericale e civile, ai pregiudizi di razza e di censo, alla violenza del potere. L’avvocato torinese Bruno Segre compirà cento anni tra qualche mese. Partigiano di Giustizia e libertà, uomo di legge e giornalista (dal 1949 dirige il periodico libertario L’Incontro), scrittore e politico (è stato capogruppo socialista, negli anni Settanta, al consiglio comunale di Torino), Segre festeggerà il suo centenario davvero formidabile il 4 settembre. Cento anni, dunque, trascorsi da alfiere indomito della libertà, della pace, della laicità e dei diritti civili, dall’obiezione di coscienza al divorzio.  Molti sanno, o se non altro dovrebbero sapere, che l’avvocato Segre difese nell’agosto del 1949 il primo obiettore di coscienza italiano, Pietro Pinna, davanti a un Tribunale militare. Così come sono conosciute le sue battaglie per il divorzio. Assai meno noto è che, tra l’estate e l’inverno del 1938, l’allora giovanissimo Segre fu il solo nel nostro Paese, assieme all’ex deputato socialista Giulio Casalini, a osteggiare apertamente le leggi razziali fasciste volute da Mussolini, e varate il 17 novembre, in una serie di articoli apparsi su una rivista regolarmente pubblicata in Italia. Si chiamava L’igiene e la vita, usciva a Torino, e l’aveva fondata il citato Casalini, un medico di Vigevano.  In quei mesi del 1938, come Renzo De Felice ha messo in luce nella Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, la stragrande maggioranza degli italiani rimase indifferente alle leggi razziali. Tacquero quasi tutti gli stessi ebrei italiani; soltanto uno di loro, l’editore Angelo Fortunato Formiggini, espresse tragicamente la sua protesta contro “l’assurda malvagità dei provvedimenti razzisti” suicidandosi a Modena (si buttò dalla Ghirlandina) nel novembre del 1938. E furono silenti o complici del regime gli intellettuali, salvo Benedetto Croce, che espresse il suo “ribrezzo” per l’antisemitsmo nazifascista in una lettera ripresa dal Palestine Post. Pochi altri, da Massimo Bontempelli a Filippo Tommaso Marinetti, ad alcuni cattolici, non nascosero l’avversione alla vergognosa legislazione avallata da Casa Savoia e dal re Vittorio Emanuele III. Ma un conto era il dissenso per lettera, un altro manifestarlo sulle colonne di un giornale non clandestino.  Segre e Casalini, invece, rischiando il carcere o il confino, ebbero il coraggio di scrivere pubblicamente. Su L’igiene e la vita misero in discussione il preteso fondamento storico e scientifico delle leggi, ossia l’esistenza di una presunta razza pura italiana, di origine ariana, come sostenevano gli accademici autori del Manifesto sulla Razza, pubblicato il 14 luglio del 1938 su Il Giornale d’Italia e in altri quotidiani. Furono soprattutto gli interventi di Segre a mettere in rilievo che le affermazioni contenute nel manifesto “esprimono un punto di vista estremamente soggettivo. Si tratta di affermazioni dogmatiche la cui enunciazione scientificamente lascia molto a desiderare, e che prospettano una situazione diversa assai nei suoi sviluppi storici”. Firmati con lo pseudonimo di Sicor, gli articoli di Segre, all’epoca studente universitario, e di Casalini, che parteggiavano inoltre per la pace (“il fine dei popoli non può essere la guerra”, scrisse l’ex deputato del Psi), non passarono naturalmente inosservati.  Come ricorda l’avvocato, “il giornale di Casalini venne sequestrato e soppresso per avere manifestato opinioni antirazziste”. Certo è che, ha detto più volte Segre, “ancora oggi mi colpisce il fatto che a levarsi contro le leggi razziali non furono gli intellettuali, i giuristi, gli scienziati, i professori universitari, ma un vecchio socialista, che purtroppo nel dopoguerra venne coinvolto in un grave scandalo edilizio, e uno studente quale ero io, uno che aveva appreso dalle lezioni ascoltate all’Ateneo torinese come l’Italia fosse stata un crogiolo di popoli, una molteplicità di genti, altro che purezza di una ‘razza’ sola!”. La scure della censura fascista non tardò a calare sul giornale. Dai documenti conservati all’Archivio di Stato di Torino, si può apprendere che già il 7 ottobre Dino Alfieri, ministro della Cultura Popolare, inviava ai prefetti un telegramma in cui si invitava a “disporre sequestro rivista L’igiene e la vita diretta da Giulio Casalini numero 9 del di settembre ultimo scorso per atteggiamento antirazzista”. Il 9 di novembre, il prefetto di Torino rispondeva: “Disposto sequestro n. 10-11 del periodico L’igiene e la vita ottobre-novembre diretto da Giulio Casalini stampato Tipografia Mittone per trattazione problema razzista non conformemente direttivo Governo Nazionale”. Francesco Mittone, nonno del noto avvocato Alberto Mittone, era stato lo stampatore de Il Grido del Popolo di Antonio Gramsci e di alcune opere di Piero Gobetti; la sua tipografia venne più volte perquisita dai poliziotti e dai fascisti.  Per il giornale di Casalini e Segre, pertanto, i giorni erano contati. “Tenuto conto”, affermava il prefetto di Torino, “che la rivista mensile L’igiene e la vita diretta da Giulio Casalini e stampa (sic) dalla tipografia Mittone – corso Principe Oddone 34, Torino – tiene atteggiamento antirazzista; che per tale motivo si sono dovuti adottare provvedimenti di sequestro; viste le leggi sulla stampa periodica, testo unico della legge comunale e provinciale e quella della legge di Pubblica sicurezza”, il 3 febbraio del 1939 decretava “la soppressione del periodico mensile L’igiene e la vita“. Il Questore di Torino fu “incaricato dell’esecuzione del presente decreto che dovrà essere notificato al direttore responsabile del periodico”.  La rivista cessò le pubblicazioni. E a lungo sarebbe calato il sipario anche sul coraggio del giovane Bruno Segre e del medico socialista Giulio Casalini, due italiani da onorare e da ricordare nei libri di Storia.

Corriere 23.5.18
Nazismo Lo storico Peter Longerich ricostruisce la conferenza del 1942 che portò ad Auschwitz (Einaudi)
Wannsee, l’orrore nell’idillio
In un luogo dal paesaggio incantevole fu pianificato il genocidio degli ebrei
di Corrado Stajano


«La burocrazia della morte», viene in mente leggendo le pagine di questo libro. L’ha scritto Peter Longerich, professore tedesco che insegna Storia della Germania moderna all’Università di Londra, un’autorità negli studi sul Terzo Reich. Si intitola Verso la soluzione finale. La conferenza di Wannsee, pubblicato da Einaudi.
La conferenza di cui racconta il saggio si tenne il 20 gennaio 1942 in una lussuosa villa sulle sponde del lago Wannsee che diede il suo nome, appunto, a quella tragica riunione, tema l’annientamento di undici milioni di ebrei in Europa, di cui discussero allora alti e meno alti gerarchi nazisti.
Quindici di loro, nel freddo inverno di guerra, si riunirono in quella villa costruita negli anni Settanta dell’Ottocento, nel quartiere esclusivo alla periferia di Berlino, non lontano da Potsdam, dove vivevano ricchi banchieri, imprenditori, editori, uomini di rango e di successo, e anche personaggi milionari che, arricchiti con i loro sporchi traffici, ebbero a che fare con la giustizia e con la prigione.
Nel 1940 la villa fu acquistata dalla Nordhav-Stiftung, la fondazione creata da Reinhard Heydrich, l’Obergruppenführer, generale delle SS, capo della polizia di sicurezza, allo scopo di «predisporre e finanziare case di vacanze» per gli uomini del corpo e per le loro famiglie.
Il grande fascino della villa, in mezzo a prati fioriti e a boschi fatati da libri di lettura per ragazzi, contrasta con la ferocia di quel che, tra sale e salotti, si decise tra i suoi muri. La bellezza e l’orrore. Con imbarazzante normalità, là dentro si discusse della Shoah, delle modalità dell’uccidere, delle camere a gas, dello Zyklon B, probabilmente usato per la prima volta all’inizio del settembre 1941 per eliminare 600 prigionieri di guerra sovietici, classificati come «fanatici comunisti» e altri 900 poco dopo.
La riunione di Wannsee sembra la riunione di un gruppo aziendale i cui dirigenti discettano dei problemi della grande distribuzione della loro merce. Il genocidio viene analizzato dagli uomini di Adolf Hitler come una moltiplicazione di numeri, non di esseri umani, ma di montagne di spazzatura repellente da collocare in luoghi chiamati lager, da sfoltire, eliminare.
Il concetto di soluzione finale non nacque propriamente allora. Il 30 gennaio 1939 davanti al Reichstag, Hitler aveva dichiarato in un discorso che «se il giudaismo internazionale della finanza entro e fuori i confini europei fosse riuscito a catapultare i popoli in una guerra mondiale, il conflitto avrebbe avuto come esito lo sterminio della razza ebraica in Europa».
Centinaia di migliaia di ebrei, ai tempi della conferenza, erano già stati sistematicamente uccisi in Unione Sovietica — l’invasione dell’Urss era iniziata il 22 giugno 1941 — in Serbia e in Polonia, dove era stato inaugurato il primo campo di sterminio. A Lublino era in costruzione, dal novembre 1941, un altro campo di sterminio permanente. Fucilazioni di massa avevano dunque già avuto luogo prima della conferenza di Wannsee: che significato doveva avere quella riunione, ora che gli Stati Uniti nel dicembre del 1941 erano entrati in guerra ed era venuta meno ogni possibile minaccia agli americani che diventarono la fucina di armi e di uomini per l’Europa?
Probabilmente con quella conferenza si tentò di coordinare le diverse azioni scombinate già in corso approvando un piano globale di pianificazione da portare a termine durante la guerra: la soluzione finale della follia antiebraica.
Protagonista della conferenza è il verbale, diventato famoso, redatto da Adolf Eichmann e autorizzato da Heydrich. Delle trenta copie stampate ne è rimasta soltanto una, la sedicesima, scoperta dagli Alleati nel 1947 e conservata ora a Berlino nell’Archivio politico del ministero degli Esteri.
In un’ora, un’ora e mezzo, si decise di deportare undici milioni di ebrei dell’Europa e di sterminarli. «La soluzione finale della questione ebraica europea», scrive Peter Longerich, «non doveva svolgersi più nei territori sovietici occupati: il baricentro fu spostato nella Polonia posta sotto il dominio nazista». (Non più, quindi, come si era pensato in un primo tempo, il problema della soluzione finale andava risolto deportando gli ebrei nell’Unione Sovietica conquistata per sterminarli a guerra finita, ma attuando subito il programma del massacro).
Chi furono i quindici, selezionati dal regime nazista, protagonisti della conferenza? I rappresentanti degli organi statali, i delegati delle autorità civili di occupazione, i funzionari delle SS, Gauleiter, segretari di Stato, ufficiali della polizia e delle SS. Il capo e il più noto era certamente Reinhard Heydrich; Eichmann era soltanto un Obersturmbannführer, un tenente colonnello delle SS; Rudolf Lange, detto il boia, un maggiore delle SS, era il comandante della polizia di sicurezza per la Lettonia.
Nelle sue quindici pagine il prezioso verbale affronta con minuzia ragionieresca ogni questione. Anche quella degli ebrei italiani — 58 mila — senza porsi il problema che l’Italia era allora alleata della Germania.
Heydrich, l’artefice della conferenza, aveva cinque mesi di vita. Il 29 maggio 1942 due partigiani del libero esercito cecoslovacco lo colpirono a morte a Praga dove risiedeva mentre con la sua Mercedes si stava recando al Castello.
Le cose andarono diversamente da come le avevano previste e decise i gerarchi nazisti nella bella villa sul lago di Wannsee. I russi, a Stalingrado, si svenarono e respinsero gli aggressori nazisti mentre gli Alleati, da Ovest e da Sud, strinsero la Germania in una morsa di fuoco e di libertà.
Di quei milioni di morti innocenti che gli uomini di Hitler riuscirono a uccidere resta soltanto la memoria indimenticata.

La Stampa 23.5.18
Steve Bannon: “L’Ue sarà costretta a trattare con l’Italia anti-sistema”
L’ex stratega di Trump era stato il primo a prevedere la saldatura Lega-M5S : “Roma sarà capofila europea del movimento populista. La priorità è l’emergenza migranti”
Steve Bannon, 64 anni, nel suo studio di Washington. Appeso alla parete, sulla sinistra, un ritratto di Abraham Lincoln, presidente degli Stati Uniti dal 1861 al 1865
Pubblicato il 23/05/2018
intervista di Francesco Bei

qui

Corriere 23.5.18
Entusiasmo di Marine Le Pen «Così l’equilibrio politico si sposta verso l’Est scettico»
La leader dell’ultradestra francese: Italia avanguardia
di Stefano Montefiori


PARIGI Alla fine della seduta all’Assemblea nazionale Marine Le Pen esce dall’aula e incontra i giornalisti, fermandosi poi con il Corriere a parlare più a lungo del governo italiano.
Che cosa si aspetta dalla coalizione Cinque Stelle-Lega?
«In particolare dalla Lega, che è il nostro alleato, mi aspetto che risolvano il problema dell’immigrazione e che diano prova di fermezza anche nei confronti dell’Unione Europea, in modo da fare cessare le politiche di austerità imposte da Bruxelles».
Un tempo la Lega prendeva il Front National come punto di riferimento, oggi accade il contrario?
«Non credo che ci sia una gerarchia tra le nostre forze, direi piuttosto che camminiamo mano nella mano. Fino a poco tempo fa la Lega faceva il 4 per cento e oggi è al governo, questo ci incoraggia. Trovo questa situazione entusiasmante perché le prossime elezioni europee potranno essere un vero terremoto: una maggioranza euroscettica a Strasburgo potrebbe decretare la fine di questa corsa folle dell’Unione Europea».
In Italia la Lega si è alleata con i Cinque Stelle per andare al governo, perché lei non si allea con Jean-Luc Mélenchon, leader della sinistra antisistema?
«Intanto, siamo onesti, esiste un’enorme differenza tra i Cinque Stelle e Mélenchon: il movimento italiano non è favorevole a una immigrazione sfrenata. E poi i Cinque Stelle sono chiari nella loro opposizione alle politiche di Bruxelles, a differenza dell’ambiguo Mélenchon».
Si parla di espellere dall’Italia 500 mila immigrati, le sembra un obiettivo condivisibile?
«Sì, a patto che non vengano mandati in Francia».
E realizzabile, in pratica?
«Vorrei ricordare che un milione di francesi sono stati rimpatriati dall’Algeria. Quindi è legittimo rimandare queste persone nei loro Paesi, e in condizioni più umane di quelle che furono riservate ai nostri pieds-noirs».
La nascita del governo non è semplice, ci sono resistenze istituzionali.
«Il presidente Mattarella in fondo deve dimostrare che esiste. In ogni caso la Lega e i Cinque Stelle hanno formato un governo fondandosi sull’importanza del loro risultato elettorale. Il presidente Mattarella può impedirlo? Non lo credo proprio».
Come pensa di sfruttare la nascita del governo in Italia per la sua lotta in Francia?
«Nessuno è profeta in patria… L’avanzata di Salvini è importante perché mostra al popolo francese che non è solo nel rifiutare l’immigrazione di massa e nel desiderio di tornare libero. L’Europa delle nazioni è più vicina».
Giovedì Emmanuel Macron incontrerà Vladimir Putin a San Pietroburgo. È indebolito da ciò che accade in Italia?
«Questo è evidente. Le difficoltà della cancelliera Merkel, i governi in Austria e adesso in Italia sono chiaramente un affronto per un Macron che si considera come il capo dell’Unione Europea. I popoli stanno rifiutando l’Ue e Macron ne è in qualche modo l’ultimo difensore. Io penso che ci sia un senso della storia, e Macron va contromano, non solo in Europa. Prendiamo gli Stati Uniti, la Cina, l’India, la Russia: tutte le grandi nazioni oggi stanno voltando le spalle alla globalizzazione selvaggia, Macron fa parte di un mondo superato».
Cinque Stelle e Lega vogliono anche ritirare le sanzioni alla Russia.
«Finalmente. Oltretutto le sanzioni hanno fatto molto più male ai Paesi europei che alla Russia. L’Italia potrebbe essere l’avanguardia di un ristabilimento di relazioni normali con la Russia, che è un grande Paese. E mi permetta di esprimere il rimpianto che non sia la Francia a rappresentare questa avanguardia».
L’equilibrio si sposta a favore del gruppo di Visegrad, dell’euroscetticismo centro-orientale?
«Certamente, questa è la concezione che si afferma dopo che anche in Francia queste posizioni mi hanno fatto arrivare a quasi il 35% alle ultime elezioni. Ogni speranza oggi è permessa».
L’ipotesi di Conte premier si è indebolita per la questione del curriculum gonfiato. Le nuove forze antisistema sono in grado di esprimere figure competenti in grado di governare?
«Sì, non ho alcun dubbio. E quando vedo i risultati ottenuti dagli apparati politici che li hanno preceduti, mi dico che forse è un bene che non ci siano troppi apparatchik nel nuovo governo italiano».

Repubblica 23.5.18
Se l’Europa ha smesso di sognare
di Paul Krugman


Dovendo indicare dove e quando abbia trovato massima realizzazione il sogno umanitario, ossia l’ideale di una società che garantisce un’esistenza dignitosa a tutti i suoi membri, è giusto citare l’Europa occidentale nei sessant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale. È stato uno dei miracoli della storia: un continente devastato dalla dittatura, dal genocidio e dalla guerra si è trasformato in un modello di democrazia e di prosperità ampiamente diffusa.
Infatti nei primi anni di questo secolo gli europei sotto molti aspetti stavano meglio di noi americani. A differenza nostra avevano l’assistenza sanitaria garantita e di conseguenza un’aspettativa di vita più alta; registravano tassi di povertà molto inferiori ai nostri e avevano effettivamente più prospettive di impiego retribuito all’inizio della carriera lavorativa. Ora invece l’Europa è nei guai. Guai grossi. Come noi, del resto. Se è vero che la democrazia è sotto assedio su entrambe le sponde dell’Atlantico, è anche probabile che, nel caso, crolli prima qui da noi. Ma vale la pena di staccarci un attimo dal nostro incubo trumpiano e di volgere lo sguardo alle disgrazie europee, alcune, ma non tutte, paragonabili alle nostre.
Molti dei problemi che affliggono l’Europa derivano dalla decisione disastrosa, presa una generazione fa, di adottare la moneta unica. La nascita dell’euro condusse a una temporanea fase di euforia in cui Paesi come Spagna e Grecia furono inondati di denaro; poi la bolla scoppiò. I Paesi come l’Islanda, che avevano mantenuto la loro valuta, furono in grado di riguadagnare rapidamente competitività svalutando la propria moneta. Le nazioni dell’eurozona, invece, furono costrette a subire una lunga fase di depressione, con tassi di disoccupazione altissimi, lottando per ridurre la spesa pubblica.
La situazione peggiorò ulteriormente perché l’élite sposò contro ogni evidenza la tesi secondo cui i problemi europei non derivavano dal disallineamento dei costi, bensì dallo sperpero delle finanze pubbliche, indicando come soluzione una rigida austerità, con il risultato di aggravare la depressione. Alcuni Paesi vittima dell’eurocrisi, come la Spagna, sono riusciti infine a riguadagnare faticosamente competitività. Altri invece no. La Grecia continua a essere disastrata e l’Italia, una delle tre grandi economie rimaste nell’Unione europea, sono ormai vent’anni che soffre a vuoto: il Pil pro capite non supera oggi quello del 2000. Non sorprende poi tanto quindi che alle elezioni di marzo in Italia abbiano trionfato i partiti anti-Ue: il populista Movimento Cinque Stelle e la Lega, compagine di estrema destra. In realtà sorprende che non sia successo prima.
I due partiti ora sono impegnati a formare un governo. Non è del tutto chiaro quali saranno le politiche di questo governo, ma senza dubbio comporteranno una rottura con il resto d’Europa su vari fronti: la revoca dell’austerità di bilancio, che potrebbe sfociare nell’uscita dall’euro, nonché misure restrittive nei confronti degli immigrati e dei rifugiati. Nessuno sa come andrà a finire, ma gli sviluppi registrati altrove in Europa costituiscono dei precedenti inquietanti. L’Ungheria è diventata effettivamente un’autocrazia a partito unico, dominata da un’ideologia etnonazionalista. La Polonia sembra ben avviata nella stessa direzione.
Cosa è andato storto rispetto al “ Progetto europeo”, il lungo cammino verso la pace, la democrazia e la prosperità, sostenuto da un’integrazione politica ed economica sempre più profonda? Come ho detto, l’enorme errore dell’euro ha avuto un gran peso. Ma in Polonia, Paese che non ha mai aderito all’euro e si è barcamenato uscendo pressoché incolume dalla crisi economica, la democrazia sta crollando lo stesso.
Vorrei dire però che ci sono dei retroscena più ampi. In Europa sono sempre esistite delle forze occulte (come da noi). Alla caduta del muro di Berlino un politologo di mia conoscenza fece una battuta: «Ora che l’Europa dell’Est è libera dall’ideologia estranea del comunismo, può tornare al suo vero corso: il fascismo». Sapevamo entrambi che aveva ragione.
A tenere a bada queste forze occulte era il prestigio dell’élite europea legata ai valori democratici. Ma quel prestigio è andato in fumo per via del malgoverno, e ad aggravare il danno è stato il rifiuto di guardare in faccia la realtà. Il governo ungherese ha voltato le spalle a tutti i valori europei, ma continua a ricevere aiuti su larga scala da Bruxelles. E qui, mi sembra, sono evidenti i paralleli con la situazione in America.
È vero, noi non siamo stati vittima di un disastro paragonabile all’euro ( abbiamo sì una valuta estesa al continente, ma disponiamo di istituzioni finanziarie e bancarie federali che la rendono funzionale). Le nostre élite “moderate” però, quanto a valutazioni sbagliate, sono paragonabili alle loro controparti europee. Non va dimenticato che nel 2010-11, quando gli Usa erano ancora vittima della disoccupazione di massa, la maggior parte dell’l’establishment conservatore, a Washington, era ossessionato, pensate un po’, dalla riforma previdenziale.
Nel frattempo i nostri moderati, assieme a gran parte dei mezzi di informazione ossessionati dalla par condicio, per anni si sono rifiutati di ammettere che il Partito repubblicano si è radicalizzato. Così oggi l’America si ritrova governata da un partito che nutre nei confronti delle regole democratiche e dello stato di diritto scarso rispetto quanto Fidesz in Ungheria. Il fatto è che i guai dell’Europa fondamentalmente sono gli stessi dell’America. E in entrambi i casi il cammino verso il riscatto sarà molto, molto arduo.
Traduzione di Emilia Benghi © 2018 New York Times News Service

Repubblica 23.5.18
Il personaggio
“Volevo Podemos, c’è Orban ecco perché lascio il M5S”
di Dario Del Porto


NAPOLI «Con la Lega neanche sotto tortura», sbotta Nicola Sguera, professore di Filosofia al liceo classico di Benevento, da due anni consigliere comunale del M5S. Il governo gialloverde per lui è troppo: «Speravo in Podemos, ci ritroviamo Orban», spiega. Così ha deciso: lascia il Movimento e si dimette dall’assise cittadina.
Perché non andrebbe con
Salvini «neanche sotto tortura», professor Sguera?
«L’ho detto con il sorriso sulle labbra. Ma siamo geneticamente incompatibili, fino a pochi mesi fa ne era convinto anche Roberto Fico. Il Movimento poteva rappresentare una via originale in Europa e nel mondo. Un modello positivo. Con la Lega questo percorso diventa impervio. E assume il volto truce di Salvini, con quelle reazioni di pancia sull’immigrazione. Un problema che va risolto, ma ricordando che si tratta di persone».
I due partiti sono entrambi populisti, però.
«Il populismo è una cosa complessa e secondo me sarà la politica del futuro. Ma ce ne sono diversi tipi: a me piace un modello inclusivo, basato sulla giustizia sociale, sulla tutela dell’ambiente. Non su questa deriva fatta di nazional-securitarismo».
Cosa la spaventa di più della Lega?
«La sua politica in materia di sicurezza, ho grande timore nella legalizzazione delle armi. E non posso essere alleato di un partito che ha fatto occultare la questione meridionale. Ero entrato nel Movimento perché lo vedevo come un grande progetto comunitario, mentre la Lega mi sembra mossa da uno spirito individualistico, fortemente egoistico. Al netto delle brave persone e intelligenti che sono anche lì, come dappertutto».
Visto il risultato delle urne, come si sarebbe dovuto comportare Di Maio secondo lei?
«Bisognava avere pazienza. La strada maestra, a mio avviso, era quella del voto a ottobre: così lo scenario sarebbe stato diverso, saremmo andati a quello che Di Maio definiva come il ballottaggio con la Lega».
Ce la faranno a governare?
«Penso proprio di sì. Però sono curioso di vedere quanto dureranno e, soprattutto, cosa saranno in grado di produrre».

il manifesto 23.5.18
Australia, condannato per abusi sessuali monsignor Wilson
Chiesa e abusi. Monsignor Wilson, 67 anni, che conquista il record mondiale del prelato cattolico più alto in grado finora condannato per questo reato, rischia fino a due anni di reclusione
di Luca Kocci


Non si è ancora chiuso il caso Cile (dove tutti i vescovi, la scorsa settimana, hanno presentato le proprie dimissioni al papa) che un nuovo scandalo di pedofilia del clero ha investito la Chiesa cattolica, stavolta in Australia. Ieri il tribunale penale di Newcastle (nel New South Wales, a 160 km da Sidney) ha riconosciuto monsignor Philip Wilson, arcivescovo di Adelaide e vicepresidente della Conferenza episcopale australiana, colpevole di aver nascosto gli abusi sessuali su giovanissimi chierichetti compiuti da un altro prete, James Fletcher (a sua volta già condannato e morto in carcere nel 2006, all’età di 65 anni).
A GIUGNO VERRÀ RESA nota la sentenza. Monsignor Wilson, 67 anni, che conquista il record mondiale del prelato cattolico più alto in grado finora condannato per questo reato, rischia fino a due anni di reclusione. I fatti risalgono agli anni ’70 e ’80, quando sia Wilson che Fletcher esercitavano nella diocesi di Maitland-Newcastle. Fletcher viene accusato di aver commesso abusi sessuali su almeno quattro minori e nel 2005 è condannato a otto anni per aver abusato di un chierichetto di 13 anni tra il 1989 e il 1991. Monsignor Wilson sapeva – questa l’accusa di alcune vittime che hanno portato l’arcivescovo in tribunale – ma ha sempre taciuto, coprendo l’altro prete. Il mese scorso, nel processo in cui era imputato, Wilson ha negato che gli ex chierichetti gli avessero detto di essere stati abusati sessualmente da Fletcher, adducendo come giustificazione l’Alzheimer, di cui il prelato soffre. Ma i magistrati non gli hanno creduto e ieri è arrivata la condanna. Momentaneamente Wilson resta libero su cauzione, dovrà presentarsi in tribunale il 19 giugno, quando verrà resa nota la sentenza.
«L’ARCIVESCOVO Philip Wilson è stato dichiarato colpevole per non aver informato la polizia in merito alle accuse di abusi sessuali su minori, non è ancora chiaro se farà appello al verdetto», ha spiegato in una nota monsignor Mark Coleridge, arcivescovo di Brisbane e presidente della Conferenza episcopale australiana, il quale ha poi ribadito che «la Chiesa cattolica australiana, come altre istituzioni, ha imparato molto sulla tragedia degli abusi sessuali su minori e ha implementato programmi, politiche e procedure più forti per proteggere i bambini e gli adulti vulnerabili». Il riferimento è alla grande inchiesta nazionale della Commissione governativa australiana – oltre a quelle di diversi tribunali locali – che per cinque anni, fino all’estate scorsa, ha indagato sugli abusi su minori commessi all’interno di organizzazioni laiche, scuole, società sportive ma anche da parte di preti e religiosi in tutta l’Australia (decine di migliaia di casi tra il 1950 e il 2010). Se la condanna di Wilson ha provocato un piccolo terremoto, a breve la Chiesa australiana potrebbe essere travolta da un vero tsunami i cui effetti arriverebbero direttamente in Vaticano.
IL PRIMO MAGGIO, infatti, a essere rinviato a giudizio per diversi casi di abusi su minori che sarebbero avvenuti tra gli anni ’70 e ’80 a Ballarat e a cavallo del 2000 a Melbourne è stato il cardinale George Pell, che papa Francesco prima ha nominato prefetto della Segreteria per l’economia (il superministero vaticano per l’economia, di fatto il numero tre di Oltretevere) e poi messo temporaneamente «in congedo» e inviato in Australia per affrontare il processo penale a suo carico. E questo, ovvero la collaborazione con le autorità civili che spesso non è favorita, resta il nodo principale della questione pedofilia nella Chiesa.
PRESTO ARRIVERÀ la sentenza. La condanna di Wilson da parte del tribunale di Newcastle è un precedente significativo, non come viatico di colpevolezza anche per Pell, ma come dimostrazione che la giustizia australiana non ha avuto remore a sanzionare il numero due della gerarchia cattolica dell’isola. Nei prossimi giorni arriveranno anche le decisioni del papa sul caso Cile. Dopo alcuni «scivoloni» da parte di Francesco – che ha difeso ad oltranza il vescovo Barros, accusato di aver coperto un prete pedofilo «seriale» –, le indagini del suo inviato in Cile (mons. Sicluna, vescovo di Malta) hanno svelato numerosi casi di pedofilia e il coinvolgimento di diversi preti e vescovi. Convocati in Vaticano e accusati dallo stesso Francesco di «gravissime negligenze nella protezione dei bambini» (mancate denunce, spostamento di preti pedofili da una diocesi all’altra) e di occultamento di prove («documenti distrutti»), i 34 vescovi cileni, fra cui due cardinali, si sono dimessi in blocco.
Ora toccherà al papa decidere chi lasciare al proprio posto e chi allontanare dall’incarico.

Il Fatto 23.5.18
Vittime dei preti pedofili uniti: l’incubo della Santa Sede
Effetto domino. I casi in Australia e Cile, la volontà di condanna di tribunali e Vaticano
di Andrea Valdambrini


Giudicato colpevole, rischia fino a 2 anni di carcere per aver coperto abusi sui minori. Fa rumore la decisione del tribunale di Newcastle in Australia contro l’attuale arcivescovo di Adelaide, il 67enne Philip Wilson, condannato per aver insabbiato le violenze commesse da un collega sacerdote negli anni ’70 nella diocesi di Maitland, 130 chilometri a nord di Sidney.
La decisione della corte australiana è significativa, non solo perché Wilson diventa il più alto prelato al momento condannato per questo tipo di reati da un tribunale ordinario. Ma soprattutto perché per chi ha subito violenza, ottenere giustizia è tutt’altro che scontato. Per almeno due ragioni: da un lato i responsabili vengono spesso pensionati o trasferiti – come nel caso del cardinal Bernard Law di Boston nell’apripista caso Spotlight, emerso nel 2003, che fu mandato a Roma. Dall’altro perché alcune Chiese, come quella Usa, scelgono la strada del risarcimento economico nei confronti delle vittime.
Dopo il lavoro della magistratura in Usa, l’Australia è uno dei Paesi al mondo che più è spesi per far emergere i reati di pedofilia da parte del clero cattolico. Nel 2012 l’allora primo ministro laburista Julia Gillard istituì una commissione d’inchiesta (la Royal Commission), che avrebbe lavorato per oltre di cinque anni, raccogliendo migliaia di testimonianze. Il rapporto finale, pubblicato lo scorso dicembre, documenta più di 40.000 casi di violenza, risalenti agli anni ’80 e ’90, 2500 dei quali sono stati comunicati alle autorità competenti. L’attuale premier australiano Malcom Turnbull, commentando la relazione finale della commissione, l’ha definita senza mezzi termini una “tragedia nazionale”.
Chiamato in causa nello scandalo, anche il cardinale George Pell, già arcivescovo di Sidney e primate della chiesa australiana, oggi responsabile del dicastero economico della Santa Sede – in sostanza una dei più alti in grado nella gerarchia vaticana.
Il 1° maggio un tribunale ha rinviato a giudizio il porporato con l’accusa di abusi sessuali commessi sia durante il suo ministero a Melbourne, che prima, nella sua città natale, Ballart. Quello del 76enne Pell, cardinale già in età di pensione ma non ancora dimissionato da Papa Francesco, causa grande imbarazzo entro le mura vaticane.
Un imbarazzo che almeno in un altro caso recente non ha potuto non generare conseguenze. Solo venerdì scorso, tutti i 34 vescovi cileni hanno rassegnato le dimissioni a Papa Francesco, dopo che nel Paese latinoamericano sono emersi anni di violenze e coperture. La conferenza episcopale ha invocato il “perdono per il dolore causato alle vittime per i nostri gravi errori e omissioni”. Il caso clamoroso da cui la Chiesa cilena è stata scossa è quello di padre Ferdinando Karadima, responsabile negli anni ’70 e ’80 di numerose violenze e “condannato” a “seguire una vita di preghiere e penitenze” dalle stesse gerarchie ecclesiastiche nel 2011.
E in Italia? “Al contrario di quello australiano, il nostro governo è inadempiente rispetto alle convezioni internazionali di protezione dei minori”, afferma Francesco Zanardi, presidente di Rete l’Abuso – associazione italiana di vittime del clero. “Lo scorso anno grazie al deputato Matteo Mantero (M5S), abbiamo depositato un’interrogazione parlamentare per chiedere quella tutela per la vittime che oggi manca. E dal 4 all’ 8 giugno saremo all’Onu a Ginevra per manifestare insieme a tutte le associazioni di vittime del mondo”.

Il Fatto 23.5.18
Johannes Brahms, il genio ateo che scrisse un’opera corale
Scelta politica: la volontà di aderire al Protestantesimo per fare un manifesto ideologico
Johannes Brahms, il genio ateo che scrisse un’opera corale
di Paolo Isotta


Con questo articolo concludo la serie dedicata ai rapporti fra la Riforma e la musica, per il quinto centenario delle tesi di Lutero. Abbiamo visto il caso di un zelante adepto del Protestantesimo, Mendelssohn, il quale, seguendo Goethe, fu capace di cantare altrettanto bene il mondo pagano. Vediamo adesso il caso di un ateo, Johannes Brahms, che con la sua alta arte canta del pari il mondo pagano e quello della Riforma.
Brahms nacque nel 1833. Vent’anni dopo di Wagner. Questi proveniva da una famiglia cattolica, caso non infrequente in Sassonia, giacché la famiglia reale era adepta di questa religione. Ma i motivi politici forti del Wagner maturo, ossia l’adesione all’idea della Germania imperiale, lo fecero convertire, insieme con la terribile moglie Cosima, al Protestantesimo. Fra i progetti drammatici non realizzati Wagner aveva abbozzato la sceneggiatura di un’opera dedicata alle Nozze di Lutero. Del Corale luterano egli fa una glorificazione impareggiabile ne I Maestri Cantori di Norimberga, l’Ouverture dei quali è un pezzo di una rifinitura contrappuntistica tale da esser degna di Bach. Ben vero, l’ultimo capolavoro, il Parsifal, è un’appropriazione – e insieme stravolgimento – del dogma eucaristico che torna al cattolicesimo: la forza dell’arte prevale su quella dell’ideologia.
Brahms e Wagner si odiavano; ma la rifinitura contrappuntistica delle opere di Brahms, uno dei più grandi cultori di Bach che la musica abbia, è pari. A Brahms non piaceva il Dramma Musicale, pur riconoscendo la superiore statura artistica del collega. Wagner amava molto le opere pianistiche dell’Amburghese; diede uno sprezzante giudizio di Un Requiem Tedesco, dicendo che questo così dotato compositore aveva indossato la parrucca dell’Alleluja. E ciò, per certe Fughe corali ispirate insieme a Bach e a Händel, proprio come quelle di Mendelssohn.
Brahms, dice Furtwängler, “compone con la rassegnazione di chi ha il culto dei classici”. Così si spiega che un ateo scriva questa monumentale, e meravigliosa, opera corale, facendo una silloge di testi scritturali contenenti la promessa della vita eterna. Il motivo è ancora una volta politico: Brahms, pangermanista più di Wagner, vuole aderire al Protestantesimo per fare un manifesto ideologico. Infatti, Un Requiem Tedesco non è un’opera liturgica. Siccome le ragioni dell’arte sono anche qui più forti, esso è un capolavoro a onta del motivo che ne ha provocato la creazione; e la sensibilità dell’ateo si sente tutta, perché il brano più ispirato è quello che canta che “la carne è come l’erba, e tutta la gloria dell’uomo è come il fiore dell’erba”.
Brahms era, come Mendelssohn, un cultore di Goethe. Così ha lasciato opere corali di spirito, o protestante in senso manierista, come la Rapsodia per contralto, o francamente pagane, come il Canto delle Parche; e così è il Canto del destino, su versi di Hölderlin. Ma il suo rapporto con il Protestantesimo non va circoscritto alla politica. È anche un omaggio struggente, di un Maestro che si sentiva un postumo rispetto a quelli che considerava i veri grandi, alla tradizione dei polifonisti, da Schütz in poi, degli organisti, da Buxtehude in poi, del sommo Bach. Nei tardi anni scrisse Mottetti per coro su testi liturgici; e l’ultima sua opera, un omaggio a Bach, sono gli undici Preludi-corali per organo. L’ultimo è O Welt, ich muss dich lassen: O mondo, debbo abbandonarti. Non possono ascoltarsi, questi Preludi, senza commuoversi.

La Stampa 23.5.18
Il satellite cinese alla scoperta del lato oscuro
della Luna

La Cina ha lanciato un satellite per esplorare il lato oscuro della Luna, non visibile dalla terra. Il satellite, battezzato Queqiao, (traducibile come «gazza ponte») è stato lanciato alle 23,28 di domenica 20 maggio in Italia, dal centro di lancio satellitare di Xichang, nel Sud-Ovest della Cina. Pechino punta ad azzerare il divario con Stati Uniti e Russia sul piano spaziale entro il 2030, ed entro il prossimo anno ha in progetto di lanciare la propria stazione spaziale con uomini a bordo.