Corriere 13.5.18
Cannes 2018 Al Festival gli echi del caso Weinstein e le discriminazioni nel cinema
La marcia delle donne
Blanchett guida la protesta per la parità
Sfilano sul tappeto rosso 82 attrici e registe
prima del film sulle combattenti curde
di Valerio Cappelli
Cannes
La giornata delle combattenti, un momento storico per le donne,
propiziato dall’onda di rabbia e dalla voglia di cambiamento dopo lo
scandalo Weinstein, l’orco di Hollywood che riceveva le attrici in
accappatoio. La regista francese Eva Husson suona la carica sul tappeto
rosso con un agguerrito e nutrito «battaglione» al femminile capeggiato
dalla fascinosa presidente di giuria Cate Blanchett, che rompe la diga
dell’imparzialità del suo ruolo, benché qui sposi una causa più che un
film in gara, e afferma: «Le donne non sono minoritarie nel mondo eppure
la nostra industria dice il contrario».
Les Filles du Soleil è il
film sulle soldatesse curde che assurge a simbolo del vulcano esploso.
Ecco che sfilano 82 donne del cinema: parità, dignità, rispetto; sono 82
come le registe che il Festival ha ospitato nei suoi 71 anni, contro
1645 registi. La Palma d’oro è andata una sola volta a una donna: Jane
Campion con Lezioni di piano nel ’93. Tanto che un giornale della Costa
azzurra si chiede: ma che problema ha Cannes con le donne?
In
prima fila, seguite da centinaia di persone arrampicate sulle scale, ci
sono tra le altre Claudia Cardinale con tutta la fierezza delle sue
rughe, e l’icona del cinema francese Agnès Varda, 89 anni, che prende la
parola e veloce come un proiettile rivendica «l’eguaglianza salariale e
la trasparenza istituzionale»; ecco le giurate Léa Seydoux (ha
denunciato anche lei gli abusi di Weinstein, come la Blanchett) e
Kristen Stewart, orgogliosa della sua libertà d’amare donne e uomini. E
poi Marion Cotillard, amatissima a Cannes, presente per la nona volta al
Festival; Salma Hayek, glamour e impegno, tra le poche latine ad aver
conquistato Hollywood, attrice di blockbuster, produttrice di film
intellettuali; ecco la nostra Jasmine Trinca tra le attiviste di
«Dissenso Comune» e le due protagoniste del film, Emmanuelle Bercot e la
dissidente iraniana Golshifteh Farahani.
Al suo debutto assoluto a
Cannes, Eva Husson non ha peccati originali ma coscienze da svegliare:
il suo film è la «wake-up call del post-femminismo», ora che il
produttore polipo con le mani fuori posto sembra aver messo gli uomini
nel genere sbagliato. Sono i mesi della rabbia, per un po’ di equilibrio
serve tempo. Eva riassume il suo film nelle tre parole che sono il
canto di battaglia curda «Donne, vita, libertà».
Nel 2014 i
fanatici dell’Isis valicano le montagne aride a Nord dell’Iraq e entrano
nel territorio Yazidi, territorio strategico. Oltre 7000 tra donne e
bambine vengono raccolte, diventano merce di scambio sessuale. Le
«Ragazze del sole» si preparano a liberare il villaggio natale dalle
mani dei terroristi: «Loro ci rapiscono, noi li uccidiamo». La Husson è
nipote di un soldato della Spagna repubblicana anti-franchista, «e sono
interessata al concetto di ideali perduti. Il cinema racconta la
violenza contro le donne con occhio voyeurista, e qualche volta indulge
nel vittimismo. Ho cercato di starne alla larga. Non sono uno strumento
di propaganda. Le donne non vanno definite dalla violenza di cui hanno
sofferto».
Ma al Festival troviamo altre declinazioni al
femminile. Se il cinema intercetta la realtà, c’è poco da stare allegri.
Marion Cotillard in Faccia d’angelo ha una figlia bambina e si perde in
notti di eccessi e vecchi démoni; Egy Nap è un «thriller matrimoniale»
ungherese sulle difficoltà e la bellezza di crescere figli quando si è
sole; Agnieszka Smocznynska in Fuga si ispira alla vera storia di una
donna che in Polonia ha dimenticato famiglia, figlio e identità,
«diventando una persona completamente diversa quando è rimasta da sola»;
Alba Rohrwacher in Troppa grazia cresce il figlio da sola. La fatica di
essere madri (single).
Il Fattore D irrompe al Festival: il
numero anti-molestie; un incontro con il ministro della Cultura francese
Francoise Nyssen per strategie comuni dei vari movimenti; il gala di
beneficenza AmFar del 17 contro l’Aids presieduto da 25 donne. Tra 21
film in gara, 3 sono di registe donne. «Punteremo su ciò che resterà
nella memoria degli spettatori», dice Cate Blanchett. Ma l’effetto
Weinstein peserà sul verdetto. A volte non servono proclami, basta una
parola al momento giusto. Alla serata d’apertura Cate ha esordito così:
«Madame, madame, madame. Madame et monsieur».