lunedì 9 aprile 2018

l’espresso 8.4.18
Rivoluzione o estinzione
colloquio con Fabrizio Barca di Alessandro Gilioli


Fabrizio Barca, 64 anni, oggi fa politica occupandosi del Forum sulle disuguaglianze, fondato per fornire proposte concrete alle nuove e urgenti esigenze dei ceti alla base della piramide sociale. Quegli stessi ceti che hanno abbandonato il Pd e in generale la sinistra, di cui Barca è stato un autorevole esponente. Con lui proviamo a capire allora il percorso di questo abbandono e le eventuali prospettive.
Barca, i numeri degli ultimi dieci anni sono chiari: 12 milioni di voti al Pd nel 2008, 6 milioni nel 2018. Mentre anche la sinistra radicale è finita nell’irrilevanza. Che cos’è successo?
«Andrei ancora più indietro nel tempo. È da almeno 25 anni che vediamo un’incapacità progressiva della sinistra di rappresentare le classi subalterne della società, quelle che il nostro Forum chiama gli ultimi, i penultimi e i vulnerabili. Quando non rappresenti più quegli interessi il tuo elettorato cerca qualcosa altrove. E a un certo punto le cose precipitano».
Perché 25 anni?
«Fino agli anni Ottanta non solo il Pci ma anche i socialisti e la sinistra della Dc hanno svolto un ruolo di rappresentanza popolare. Ma hanno iniziato a perderlo quando il neoliberismo è diventato egemone e li ha inibiti dal contrastare la concentrazione di reddito e ricchezza che veniva dalla globalizzazione e dai cambiamenti tecnologici. Persa questa capacità di rappresentanza, le tre aree politiche in questione - Pci, Psi e sinistra Dc - hanno cercato di perpetuarsi unendosi gradualmente in un unico partito, il Pd, senza però ritrovare un ruolo di tutela del lavoro e dei più deboli, anzi assecondando le dinamiche che aumentavano le disuguaglianze. E nessun partito di sinistra oggi comunica una genuina ed empatica sensazione di dire “siamo con voi”».
“Siamo con voi”, chi?
«Con i lavoratori, naturalmente. Ma c’è anche un aspetto geografico, territoriale: mi riferisco a quei milioni di persone che abitano nei luoghi dimenticati, nelle periferie, nelle microcittà sparpagliate e nelle aree rurali. Questi elettori non hanno tardato ad accorgersi che la sinistra parlava sempre di più alle città, anzi ai centri delle città, alla “borghesia urbana riflessiva”. E ovviamente hanno cercato una rappresentanza diversa».
Ma perché la sinistra ha assecondato le dinamiche che toglievano tutele ai lavoratori e ai dimenticati?
«È iniziato tutto con la caduta del Muro di Berlino. Vede, noi della sinistra - anche nel Pci - sapevamo benissimo che il “socialismo reale” non era il modello giusto per liberare le persone. Eppure dopo la caduta del Muro abbiamo pensato che fosse finito tutto quello in cui avevamo creduto: l’avanzamento sociale, la lotta contro le disuguaglianze, l’emancipazione delle classi deboli. Abbiamo pensato che davvero fosse finita la storia, come diceva Fukuyama, e che la vittoria del neoliberismo fosse definitiva. C’è stato un totale ripudio del passato e un’adesione interiore al neoliberismo. Un’intera generazione di sinistra - la mia - dopo il 1989 si è convinta che i suoi ideali di uguaglianza fossero una sorta di romantico errore di gioventù. Un po’ come se avessimo detto alle generazioni successive: “Noi abbiamo creduto ingenuamente nell’uguaglianza ma poi abbiamo capito che quelle idee erano sbagliate, quindi voi è meglio che ve le togliate subito dalla testa, non pensateci nemmeno a cambiare il mondo”».
E così nel Paese che aveva il più grosso partito comunista d’Europa la sinistra non c’è quasi più. Mentre in altri paesi europei - la Gran Bretagna di Corbyn, la Spagna di Podemos, in qualche modo anche il Portogallo e la Grecia - una rappresentanza politica della sinistra c’è, e anche significativa. Perché?
«La crisi della sinistra non è solo italiana, basta guardare alla Francia e all’Olanda, per esempio. Credo che però la particolarità italiana abbia due ragioni. Una è il Pd stesso, che ha continuato a lungo a illudere di essere quella cosa prolungando la non ricerca di una reazione. Sa, nel Pd c’è ancora un grande senso di appartenenza, come se gli iscritti fossero ancora dentro un partito di sinistra. La seconda risposta è legata al Movimento 5 stelle. Che, certo, è diverso da Podemos o da Syriza, ma ha dato una risposta alla stessa richiesta di radicalismo - e anche di scorciatoie, come se andare al potere potesse sostituire una strategia di cambiamento. In ogni caso, in Italia ci sono masse di persone che non si sentono più rappresentate dalla sinistra e hanno trovato il porto dei 5 stelle. E questo ha tolto la base anche ai partiti che hanno provato ad affacciarsi alla sinistra del Pd».
Ma esiste ancora qualcosa che il Pd e i partiti alla sua sinistra debbano fare? Oppure è semplicemente finita per tutti?
«Credo che la questione oggi non sia quella che ha animato il dibattito in queste settimane (governo o opposizione) ma stia piuttosto nelle battaglie parlamentari. Il ruolo del Parlamento (se lo è augurato anche Fico nel suo discorso di insediamento) può e deve tornare centrale, come lo è stato nel Dopoguerra, quando anche dall’opposizione il Pci ha contribuito profondamente a cambiare in meglio il Paese. Credo che la strada da percorrere sia quella delle battaglie parlamentari su obiettivi concreti in direzione dell’eguaglianza sociale, a partire dal lavoro e dalle aree abbandonate. Anche il nostro lavoro come Forum sulle diseguaglianze va nella direzione di individuare - alla fine del primo anno di vita - proposte e battaglie sociali che possono diventare parlamentari, quale che sia il prossimo governo».
Intanto però è probabile che in Parlamento arrivino proposte “popolari” ma non del Pd: ad esempio, per cambiare la legge Fornero e per il reddito minimo. Se la sinistra si opponesse “da destra” saremmo daccapo.
«Non penso che queste proposte siano vitali, non si gioca lì l’uscita dalla crisi di milioni di persone. La forza di un partito serio e solido sta nella capacità di spostare l’agenda sulle proprie proposte, non limitandosi a rincorrere quelle facili avanzate da altri, le idee massimaliste che lisciano il pelo alla gente. Chi propone quelle cose le faccia e le gestisca, se ci riesce».
Abbiamo parlato di sinistra cercando le cause e guardando le prospettive. Sul breve, però, il Pd sembra guardare al massimo a domattina. Litiga sui capogruppo, si divide in nuove correnti, insomma non sembra proprio aver capito cos’è successo e come uscirne.
«Lo schiaffo è stato violentissimo. E quando si riceve una sberla così ci sono due sole reazioni possibili: la prima è arroccarsi ancora di più - magari guadagnando un anno o due - e allora ci si condanna al suicidio, all’estinzione. Oppure la classe dirigente trova il coraggio di dirsi: “Va così male che mi metto a repentaglio, ora ho da perdere molto meno di prima”. Quindi si cambia tutto, innovando in modo radicale».
Quale delle due strade sceglieranno? «Ancora non lo so, ma so che non ce n’è una terza»