La Stampa TuttoLibri 28.4.18
Ho indossato la vergogna delle donne di conforto
Duecentomila
sudcoreane furono costrette a prostituirsi con i soldati giapponesi
durante la Seconda guerra mondiale, un romanzo ricostruisce la loro
tragedia a lungo nascosta
di Mary Lynn Bracht
Quando
ero piccola, mia madre mi raccontava spesso episodi della sua
giovinezza nella Corea del Sud. Era talmente brava che mi sembrava di
essere lì con lei. Io sono cresciuta in America, dove non c’erano libri o
documenti che parlassero di quella parte del mondo; forse da questo è
nato dentro di me il desiderio di riempire questo vuoto, di scrivere
qualcosa del paese natale di mia madre. Nel 2002 abbiamo fatto un
viaggio insieme in Corea: era la prima volta che ci tornavo, dopo
esserci stata quand’ero poco più che una neonata, e finalmente vedevo
coi miei occhi un Paese che, fino a quel momento, avevo conosciuto solo
attraverso le parole di mia madre. Abbiamo trascorso un mese intero
viaggiando per tutta la penisola sudcoreana e incontrando parenti e
amici d’infanzia di mia madre. Abbiamo fatto trekking sul monte Seorak,
visitato monasteri buddisti, vagato per i villaggi di contadini nei
pressi. Il giorno più toccante che ricordo è quello in cui ci siamo
recate presso la tomba di mia nonna, sulla cima di una collina che
veglia il villaggio di mia madre. Quel lungo viaggio mi ha aperto gli
occhi, mi ha permesso di iniziare a comprendere davvero la storia della
mia famiglia.
Durante le mie ricerche sulla storia della Corea
trovai un articolo che parlava delle «donne di conforto», un eufemismo
che in giapponese sostituisce il termine «prostitute», e di Kim Hak-Sun,
la prima donna a farsi avanti e raccontare la sua storia, nel 1991.
Sconvolta, scoprii così che oltre duecentomila donne coreane durante la
seconda guerra mondiale erano state costrette a prostituirsi dal governo
giapponese, rinchiuse in veri e propri bordelli militari. Era un lato
oscuro della storia coreana di cui non avevo mai sentito parlare. Il
Giappone aveva conquistato e annesso la Corea già nel 1910, e forte
della sua posizione di dominio, trent’anni dopo, l’esercito giapponese
conduceva razzie lungo la penisola coreana in cerca di donne e ragazze
da trasformare in schiave sessuali per i soldati al fronte. Migliaia di
donne morirono di malattia, altre furono trucidate e sepolte in fosse
comuni alla fine della guerra. Per quasi cinquant’anni le poche vittime
sopravvissute hanno tenuta nascosta la verità, temendo di subire le
conseguenze dell’onta su di sè e sulle loro famiglie. Dopo anni e anni
di dittatura militare, solo negli anni Novanta il clima sociopolitico
della Corea del Sud è cambiato, con l’inizio della democrazia. E con
l’emergere con essa di organizzazioni a sostegno dei diritti delle
donne, che hanno finalmente dato alle prime «donne di conforto» la
possibilità di farsi avanti.
Sono trascorsi più di dieci anni dal
mio viaggio in Sud Corea e dal momento in cui ho appreso della loro
esistenza, eppure ancora nulla è stato fatto per render loro giustizia
di fronte alla Storia. Dopo quasi trent’anni di attivismo da parte delle
associazioni delle «donne di conforto» e dei loro sostenitori,
l’ostinazione del governo giapponese nel sottrarsi a qualsiasi atto
riparatorio o di giustizia mi ha spinta a tornare alla loro lotta, alla
loro sofferenza. Mi è quasi impossibile immaginare come ci si debba
sentire a essere non soltanto una sopravvissuta all’orrore della
schiavitù sessuale per un esercito, ma anche una donna costretta a
lottare per decenni in vano per ottenere riconoscimento delle proprie
sofferenze. Nel frattempo, una dopo l’altra, le sopravvissute iniziavano
a invecchiare e a morire, col rischio di scomparire del tutto dalla
Storia.
È stato allora che ho deciso che era proprio la loro
vicenda che dovevo rimettere al centro dell’attenzione, prima che anche
l’ultima di loro morisse.
Perché a definirci come esseri umani, in fondo, è il modo in cui veniamo ricordati.
Fino
ai tempi più recenti, quando pensavamo alle conseguenze della guerra
tendevamo a immaginare coraggiosi soldati intenti a combattere per la
loro patria. Ricordavamo le loro gesta, e i caduti sul fronte, con
monumenti: statue di soldati che imbracciano bandiere in cima a una
collina, nobili condottieri o generali a cavallo. I musei di tutto il
mondo espongono testimonianze di guerra e memento di battaglie, libri di
Storia e romanzi raccontano epiche vittorie, poesie sono dedicate a
immortalare la sofferenza e il coraggio dei combattenti, dipinti ne
ritraggono l’orrore e la gloria. C’è un aspetto che accomuna tutte
queste espressioni d’arte e di ricordo: parlano solo e unicamente
dell’esperienza degli uomini.
Eppure, sono le donne sopravvissute
alle guerre le vere custodi della cultura del proprio paese. Sono le
donne a mantenere in vita storia e tradizioni, sono le donne a
tramandare il ricordo di chi è perito in guerra parlandone a figli e
nipoti e alla comunità intera. Occorre coraggio, forza e spesso anche la
capacità di sopportare il dolore più feroce per sopravvivere a una
guerra. Le donne sono sentinelle a guardia della loro storia, e della
Storia stessa.
Tutto questo viene troppo spesso trascurato.
Il
modo in cui ricordiamo le donne nella Storia è di fondamentale
importanza. È in nome di questo che ancora oggi combattono le poche
«donne di conforto» rimaste. In tutta la Corea del Sud ne restano
soltanto ventinove. Quindici sono scomparse da quando ho completato
l’ultima stesura di Figlie del mare, nel 2016. Svanendo, una a una,
senza avere ottenuto la giustizia e il riconoscimento che meritano.
Monumenti
come la Statua della Pace, eretta a Seul in nome delle centinaia di
migliaia di «donne di conforto» che sono morte in quel periodo, ci
aiutano a ricordare chi abbiamo perduto così come le poche che sono
ancora vive e incessantemente lottano per ottenere il posto che spetta
loro nella Storia. Ma perché quella statua fosse eretta, sono occorsi
vent’anni di proteste, settimana dopo settimana. E a tutt’oggi, quel
monumento è fonte di tensione diplomatica tra la Corea del Sud e il
Giappone.
Figlie del mare è un omaggio a queste donne e alla loro
storia, fatto nella speranza che parlando, scrivendo e dando ascolto
alla loro devastante esperienza e alla loro forza nel lottare per la
giustizia e la verità, le giovani generazioni se ne facciano testimoni e
non dimentichino, mai.